Internet? Chiudetelo. La modesta proposta di Christian Rocca

LIBRI • Il direttore di Linkiesta prende le mosse da una proposta irreale e irrealizzabile per discutere i problemi e le possibili soluzioni legate al mondo della rete

Tim Berners-Lee è un signore britannico sulla sessantina che, giusto quarant’anni fa, ebbe un’idea destinata a cambiare il mondo: trasformare uno strumento di sicurezza usato allora dal Pentagono in un sistema di scambio d’informazioni tra scienziati. Scrisse quindi il codice di una piattaforma informatica, rendendola aperta e gratuita: era nato internet. Oggi Berners-Lee, che pure ama ancora lavorare con tutto ciò che ruota intorno a internet, pensa che la sua creatura abbia “rovinato l’umanità”, producendo “un fenomeno su larga scala antiumano”; Berners-Lee è infatti la stessa persona che se ne va in giro per il mondo tenendo conferenze dove mette in guardia il pubblico dalle minacce della rete; la stessa persona che ha fondato la “World Wide Web Foundation”, con l’obiettivo di restaurare le finalità originarie della rete internet. Ma come ha potuto un progetto di libero scambio d’informazioni tra scienziati nel luogo della disinformazione per eccellenza?

È di questa contraddizione che parla il libro di Christian Rocca, direttore del quotidiano online Linkiesta, “Chiudere internet – una modesta proposta” (Marsilio, pp. 141, € 12): della contraddizione che sorge tra la potenza affrancatrice della tecnologia di internet e il suo potere manipolatorio. A Rocca, che in poche righe racconta della parabola di Berners-Lee, non sfugge che il problema non sia il web, lo spazio in sé costituito dalla rete, ma il fatto che sul suo terreno gli strumenti dei nemici della “società aperta” si rivelino i più efficaci. Sembra quasi non ci possa essere partita: le bufale proliferano a dispetto della verifica dei fatti (il debunking); il risentimento e la rabbia travolgono il riformismo; il monopolio batte il libero mercato; le bolle di opinione fagocitano ogni dialogo; l’algoritmo determina quasi ogni scelta.

A giudizio di Rocca, la crisi della società aperta affonda le sue radici in un periodo che precede l’esplosione di internet. La rete, senza dubbio, l’ha accelerata e, quel che è peggio, rischia di renderla irreversibile. Chiudere internet per risolvere il problema? Impossibile, naturalmente, come suggerisce il riferimento alla paradossale “modesta proposta” del celebre libretto polemico e satirico di Swift. Ma che qualcosa vada fatto non solo è chiaro, ma anche possibile: l’affermazione di una cultura dei diritti digitali, grazie all’Unione Europea, ha portato alla normativa sul trattamento dei dati personali (GDPR), al progressivo riconoscimento anche in rete del diritto d’autore, alle multe salate comminate ai grandi della rete e alla regolamentazione delle piattaforme di disintermediazione.

Il libro – dove forse un po’ troppo spazio è lasciato alla divagazione polemica e politica sull’attualità italiana, che tende a marcire alla svelta – tradisce un chiaro intento: fiancheggiare quel progressismo politico che, grazie a nuove regole, sa vedere per la società aperta una coesistenza futura e possibile con internet. La rivoluzione digitale, sostiene Rocca, è comparabile alla grande Rivoluzione industriale del Settecento e la società aperta si trova davanti a una sfida cruciale: dominare la forza del cambiamento per massimizzare le sue aspirazioni di benessere e libertà o farsi travolgere dai regimi populisti e autoritari. Questa è la vera sfida dell’inizio del XXI secolo. E passa soprattutto per la rete.  

Il Piccolo di Cremona, 4 maggio 2019

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

“Il paese della sceneggiata”, di Goffredo Fofi

A spingere Goffredo Fofi a scrivere “Il paese della sceneggiata”, edito nel 2017 dalla milanese Medusa, è stata – come ammette lui stesso a poche righe dall’inizio del libro – la «nostalgia di un’epoca e di un popolo definitivamente scomparsi». Di più: la nostalgia «di quando quel popolo esprimeva una propria cultura, in dialettica opposizione a quella borghese e all’industria culturale da essa voluta per condizionare coloro che voleva supini ai modelli consoni al mantenimento della sua egemonia». Nel giro di poche righe, prima ancora di fare la conoscenza della sceneggiata napoletana, siamo già immersi nella prosa tipica di Fofi, della sua militanza, della sua ideologia.

Ma superata la diffidenza suscitata dalle prime righe, che fa da sfondo al piccolo libretto – e il lettore obiettore non potrà che farne la tara anche per le restanti pagine – Fofi stupisce non solo per la conoscenza sterminata della cultura napoletana (e basterebbe leggere il primo capitolo, che arriva a lambire la musica di Pino Daniele); ma anche perché in poche pagine definisce i contorni sociali della sceneggiata, forma di intrattenimento teatrale e musicale messa in scena dal sottoproletariato urbano dei vicoli di Napoli; e del suo pubblico, poveri contadini, diremmo oggi pendolari, che prima di tornare in campagna si fermavano a vederla nelle sale allestite nelle vicinanze della Ferrovia a Porta Capuana.

La sceneggiata stessa, del resto, imponeva al suo pubblico riflessioni sociologiche, morali e perfino moralistiche, mitigate com’erano da quei lieti fine «paternalistici» con lo scopo di rinfrancare e fidelizzare il pubblico. Da una parte, i mali di quella società, dall’altra i loro rimedi, i loro antidoti benché amari: le perdizioni a cui porta il desiderio, incarnati dal maschio dominatore e dalla «guappa», categorie dello spirito o veri personaggi in carne ed ossa addomesticati dai vincoli di rispettabilità o da qualche matrimonio riparatore; la famiglia come cappa benché legame irrinunciabile, salvifico; il vicolo come mondo e come trappola; ma anche il rapporto con la Storia e la Legge (maiuscole di Fofi); in particolare lo scarto tra legge (del vicolo) e Legge (dello Stato), quelle piccole effrazioni necessarie, magari per sbarcare il lunario, che – a scanso di equivoci – nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata camorrista.

La sceneggiata, per Fofi, finisce con i Sessanta e i Settanta, con la proletarizzazione industriale del contado e l’avanzata della classe media, dunque per l’esaurimento del suo pubblico di riferimento e della dialettica vincente che l’aveva tenuta in piedi. O meglio: finisce il suo ruolo di «strumento di conoscenza», restando sommersa dalla cultura e dall’intrattenimento di massa; fatta salva una tardiva ripresa d’interesse, «neopopulista» – curioso che, pur en passant, si citi il sociologo De Masi – dalla cui tentazione, posticcia e strumentale, Fofi, tuttavia, mette in guardia.

Cafè Golem, 22 gennaio 2018

“Basta poco per sentirsi soli”, di Grazia Cherchi

L’ultima edizione di Basta poco per sentirsi soli di Grazia Cherchi risaliva al 1991, l’ultima ristampa al 1995. La raccolta di racconti è ora riedita dalla casa editrice e libreria “Papero Editore”, piacentina come l’autrice e come il sodale Piergiorgio Bellocchi con il quale, insieme a Goffredo Fofi, fu redattrice dei “Quaderni piacentini”. Ma non è della sua nativa Piacenza, né della militanza nella celebre rivista che la raccolta tratta, bensì dell’esperienza di consulente editoriale a Milano, dove Cherchi si spense nel 1995. O meglio: di piccoli fotogrammi esistenziali, personali e umorali del dietro le quinte di un’attività che l’aveva portata a essere una rispettata e temuta (molto temuta) professionista del mestiere, ma che non le aveva fatto perdere la sua profonda umanità.

Del resto, è l’autrice stessa in queste pagine a ritrarsi come una donna premurosa, ingenua, un po’ sbadata, senz’altro generosa, con tratti di una femminilità – come una certa fragilità e un bisogno d’attenzione – trascurati dai suoi interlocutori, prevalentemente maschi. Un esempio, sotto forma di conversazione telefonica:

“Grazie comunque”, aggiunge, “tutto bene anche a te?”

“Sono stata borseggiata, però… Pronto?”

“Sì ho capito. Sei stata corteggiata. E allora?”, chiede annoiato.

“No, ho detto: borseggiata.”

“A me hanno rubato quattro giorni fa la radio dell’auto.  Non te l’ho raccontato? Una jella maledetta. Stavo uscendo di casa…”

Basta poco per sentirsi soli.

Ma non bisogna fraintendere: gli apparenti accenni di vittimismo nel brano citato (il comprensibile contraccolpo provocato dalla risposta) fanno emergere soprattutto l’autismo emotivo dell’interlocutore. Il bersaglio prediletto è, infatti, il sottobosco sbruffone ed egoista dell’industria culturale degli anni del disimpegno: narcisi insicuri, forse dotati di qualche talento, ma sempre col rischio di sembrare degli inetti. Insomma: se Cherchi si trova a dover fare non solo da sponda professionale, ma anche un po’ da mamma ad alcuni poeti e scrittori in preda a crisi d’identità, il lettore non potrà che vederla come lei.

Cherchi non concede troppi sconti alle persone per le quali prova affetto e forse rispetto; figurarsi quindi per chi non le suscita nulla di tutto ciò. Si legga, allora, l’esilarante racconto sul giornalista che, riluttante (preferirebbe farlo al telefono), si reca a casa sua per un’intervista su un autore lanciato da Cherchi, di cui il giornalista non sa nulla: quando lei chiede cosa conosce dell’autore, lui risponde: “In tutta franchezza: la narrativa la pratico poco”. E che prende appunti sui mobili della casa, perché riportare il mobilio di contorno all’intervista è il suo stile. Oppure, il racconto sulla fatica di qualsiasi editor che abbia a che fare con scrittori improvvisati. Parlando dei quali inserisce, in chiusura, una frase che di per sé è anche una piccola lezione di critica letteraria:

“Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?” dico chiedendo un caffè.

Nell’ultimo mese ho letto i romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…”

“E le donne dove le metti? Io la scorsa settimana mi sono fatto una contessa, un’attrice, una psicanalista e un’assistente sociale”.

(…)

“Sarà l’influenza dei telefilm americani, ma da qualche tempo i romanzi rassomigliano a copioni cinematografici”, dico.

“C’è più plot di prima, è vero, ma l’azione non è mai mozzafiato. Ci pensa a mozzarla lo scrivente, che tra una rapina, un agguato, uno stupro infila i suoi monologhi, con rievocazione di infelicità infantili, domestiche ed esistenziali di cui non importa un accidente a nessuno”.

“Già, il vice di Le Carré cede sempre il passo alla controfigura di Molly Bloom”.

Se proprio si deve trovare un difetto in questa raccolta – che, lo avrete capito, aiuta a sentirsi un po’ meno soli – è lo sbandamento momentaneo nel sarcasmo o, come negli ultimi racconti, in alcune requisitorie contro la maleducazione, motivate, ma non all’altezza della penna degli altri racconti. Come aveva scritto, centrando il punto, Vittorio Spinazzola: “Il cipiglio che la Cerchi esibisce nel maltrattare i suoi interlocutori in realtà è la maschera di un’inquietudine malinconica. Si sente sola e fragile, questa donna all’apparenza così aggressiva (…). E proprio il bisogno di comprensività affettuosa le si estroflette in umore sarcastico”.

“Cactus. Meditazioni, satire, scherzi”, di Alfonso Berardinelli

Si potrebbe scrivere a braccio di Cactus, il libro di Alfonso Berardinelli da poco riedito, ampliato, da Castelvecchi (Cactus – meditazioni, satire e scherzi, pp. 154), una miscellanea di articoli di critica a sua firma comparsi su alcune testate, fra loro eterogenee. A braccio, però, si finirebbe per fare un lavoro da intellettuale-ruspa, imitando con trasporto le gocce più sulfuree della sua prosa, e trascurandone bensì la finezza e le sfumature. Accostarlo a Montaigne e a Molière, alle stroncature di Prezzolini, alla satira di Flaiano e Longanesi, all’epigramma di Kraus e al dictionnaire di Flaubert, beh non c’è che dire, ci farebbe subito riconoscere: banali tritacarne. Fare l’intellettuale apriscatole non avrebbe senso: il libro funziona anche da ottimo apriscatole. E il frullatore si incepperebbe subito nel tentativo di rendere fluide e dolci le contraddizioni che fa emergere. Perciò, passati in rassegna i quattro prototipi d’intellettuale coniati da Berardinelli (ruspatritacarne,apriscatole e frullatore), lasciamogli dire sul primo capitolo, macché, sulla prima frase del Pendolo di Foucault di Umberto Eco:

«Fu allora che vidi il pendolo». Mi ero sbagliato a sottovalutare quell’inizio. In verità non si può leggere una frase simile senza sfregarsi le mani, in veste di lettori. Ah, come mi sento interamente lector in fabula. Quel «fu»! Quell’«allora»! Quel «vidi»! Quel «pendolo»! Tutto è così… così remoto, così naturale, così visivo, così scientifico, così fallico.

Fu. Allora. Che. Vidi. Il. Pendolo. Il mistero e la forza evocativa del passato remoto («fu»). La perentoria determinazione dell’avverbio di tempo («allora»). La vivida presenza della rivelazione diretta in prima persona («vidi»). E infine la cosa che dà il nome al libro, quell’ineffabile oggetto sferico in oscillazione, lucente e implacabile come una legge assoluta installata nel cuore di ciò che è transitorio e relativo: il mondo terrestre. Mondo terrestre percepito nella sua collocazione celeste.

Con un’ironia strepitosa, ecco l’immagine del professor Eco che, scrivendo un romanzo, ne glossa ogni frase col suo sapere enciclopedico, quasi a voler ridurre proprio lei, la storia (“s” minuscola), a un’occasionale nota a piè di pagina, inserendo cultura di massa e teologia medievale, modernismo e romanzo giallo, cabala e geografia fisica: tutto quello che sa, che ci sta, che riesce a dire, senza mai buttare via niente.

Segue il ritratto di Pietro Citati e la galleria dei suoi scrittori, fantasmi, forme evanescenti, ectoplasmi, forse simulacri di Citati stesso. E anche qui torna Eco, ma solo per ricordare che «Non si tratta di due contrapposte visioni del mondo (il mondo non esiste, né per l’uno né per l’altro: tutto è segno o tutto è sogno), ma due tipi di salsa, la piccante e la dolce, entrambe da tenere in casa». Citati, sfacciato ma efficace, riscrivere e racconta la letteratura; soltanto, lo fa a modo suo: smussandola e frullandola – si perdoni il riferimento intertestuale –, pronta per essere digerita dai lettori di un grande quotidiano; nel giro di cinque o sei minuti; ecco a cosa si riduce, senza nessuna offesa, la critica culturale.

E poi, ancora: irrinunciabili foto segnaletiche di autori alla moda: Severino, Vattimo, Cacciari e Asor Rosa; altri bestiari di scrittori; una personale idea di scuola; riflessioni su alcuni aspetti della vita, come la fretta, la bruttezza, gli animali e il generico e astratto conversare su Dio. Cactus: per i giudizi spinosi, certo; ma forse anche per far scoppiare i palloni gonfiati; senza mai cedere alla boria, alla consapevolezza che si può fare molto di buono, in questo senso, ma che è sempre troppo poco: come Berardinelli  lascia intuire parlando del critico Giulio Ferroni che, dopo aver enumerato nel suo La Scena intellettuale 66 maschere di letterati, gli fa constatare che: «Più ne uccide con le sue definizioni e più ne rinascono, secondo la logica del trasformismo, del pentimento e del riciclaggio. Alla fine il critico è esausto, l’Idra non è stata decapitata».

Café Golem, 19 dicembre 2018

“Il vaccino non è un’opinione. Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire”, di Roberto Burioni

Bisogna ammetterlo: pur difettando della più elementare evidenza scientifica, il fronte no-vax può vantare una certa trasversalità e, naturalmente, una grande eco in campo mediatico: non solo Red Ronnie o il Beppe Grillo del 1998, ma anche il cantante Povia, l’attrice Eleonora Brigliadori, il giornalista Gianluigi Paragone. E sì, uscendo dall’Italia, anche un premio Nobel per la Medicina, Luc Montagnier. Come ricorda Roberto Burioni nel suo fondamentale “Il vaccino non è un’opinione” (Mondadori), succede anche ai migliori, del resto, di prendere cantonate: capitò a Lord Byron, che pure può vantare qualche attenuante di natura storica, di definire i vaccini una “moda passeggera”.

Guardare i corpi tremendamente sfigurati dal vaiolo o le infinite immagini di chi rimane storpiato dalla poliomelite dovrebbe togliere qualsiasi sorriso o levare l’eventuale leggerezza di chi affronta questo argomento. Eppure, nemmeno la testimonial pro-vax, suo malgrado, Bebe Vio, è riuscita a fugare i dubbi sull’utilità della prevenzione vaccinale. Del resto, dobbiamo accettarlo: i dubbi, in quanto tali, sono sempre legittimi. Perciò, per chiarire una volta per tutte le questioni relative all’efficacia dei vaccini (al netto dei rischi incredibilmente ridotti), è giusto rimandare alle riviste specializzate, agli esperti, immunologi e virologi, e agli strumenti di divulgazione come questo libro di Burioni, così come a quelli di Alberto Mantovani. La lettura è però anche un grande racconto del duello tra gli esseri umani e la morte: come non emozionarsi nel leggere che, il 12 aprile 1955, tutte le campane degli USA suonarono a festa per la scoperta del vaccino contro la polio? O che, nel 1980, l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la definitiva sconfitta del vaiolo?

A insidiare la questione ora, però, è la messa in discussione non dell’utilità, ma dell’obbligatorietà dei vaccini (perlomeno a scuola). Se questa è una democrazia, perché non convincere tutti sull’utilità dei vaccini, prima di obbligare qualcuno? Su questo punto, Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno espresso un unanime e favorevole parere. Ma allora: perché non convincere tutti riguardo all’utilità del codice della strada, prima di farlo rispettare? Perché non intavolare dei dibattiti sulla necessità che ciascuno di noi ha di non inquinare l’acqua che poi finisce nei mari, nei fiumi o che irriga i campi coltivati?

Già, perché i vaccini non garantiscono tanto o solo la salute propria e dei propri figli; e nemmeno soltanto quella degli altri e dei loro figli: garantiscono quel diritto alla salute, sancito dalla nostra Costituzione, che possiamo considerare come un bene comune essenziale, proprio come l’aria che respiriamo. I virologi lo definiscono immunità di gregge ed è un meccanismo di immunizzazione che garantisce la protezione da molte epidemie a tutti i nascituri (prima che abbiano ricevuto il vaccino, si capisce), ai molti ammalati immunodepressi e anche a chi non si sia ancora vaccinato, a patto che la percentuale sui restanti non superi una certa soglia.

Se democrazia significa libertà di scelta nel rispetto del diritto degli altri, allora i vaccini, oltre che a essere uno dei più grandi schiaffi dato dagli esseri umani alla morte, sono anche uno dei pilastri delle nostre democrazie.

Mercato dell’arte. «I pittori cremonesi? Sottovalutati»

Mentre un Modigliani a Londra si accinge a stracciare ogni record.

Se lunedì prossimo non siete stati invitati da Sotheby’s per l’asta di Nu couché (sur le côté gauche) di Amedeo Modigliani, non preoccupatevi: l’evento è tra i più esclusivi al mondo e gli invitati sono pochi e selezionati, soprattutto in base allo spessore dei portafogli. Già, perché quella che si profila lunedì prossimo potrebbe essere un’asta da record: il seducente nudo di schiena di Modigliani è stato quotato 150 milioni di dollari e potrebbe battere Les femmes d’Alger (Version ‘O’) di Pablo Picasso, battuto all’asta nel 2015 per 179milioni 365mila dollari. Si tratterebbe del prezzo record di vendita di un dipinto a un privato. Vendendo le due tele, si potrebbero comprare due aerei di linea o una flotta di ultraleggeri, aeroporto compreso.

Nulla avrebbe potuto rubare la scena all’evento e invece è successo: questa settimana, Christie’s, la grande rivale di Sotheby’s, ha liquidato la collezione di David e Peggy Rockefeller sfiorando il miliardo di dollari d’incasso – destinati in beneficienza – e registrato prezzi record per sette artisti tra cui Matisse (Odalisca sul Divano con Magnolie, pagata oltre 80 milioni di dollari) e Monet (per un esemplare della serie Ninfee in Fiore sono stati sborsati quasi 85 milioni di dollari). E dire che non ci si era ancora ripresi dal colpo dei 450 milioni, sempre targato Chriestie’s, per il Salvator Mundi, vinto dal Louvre di Abu Dabi, record di prezzo assoluto per un dipinto.

C’è poco da fare: visto da questa prospettiva, il mercato dell’arte è per la stragrande maggioranza delle persone qualcosa di irraggiungibile. Quello contemporaneo, invece, oltreché irraggiungibile, diventa incomprensibile: come può arrivare a costare 12 milioni di dollari uno squalo sotto formaldeide (opera dell’inglese Damien Hirst)? si è chiesto l’economista Donald Thomson nel suo bestseller Lo squalo da 12 milioni di dollari.

Parlare del mercato dell’arte a Cremona restituisce un po’ di senso della realtà.

«A Cremona, i collezionisti non sono più di venti o trenta persone», ci dice un esperto d’arte cremonese. L’arte cremonese è, d’altro canto, l’unico vero oggetto del mercato locale: «Si tratta prevalentemente di arte prodotta tra Otto e Novecento, su commissione della borghesia agiata: perciò si spiega l’abbondanza della ritrattistica. Il resto, che proveniva dalle collezioni nobiliari è diventato materia museale o già stato venduto».

Paolo Mascarini e il figlio Sebastiano sono senz’altro tra gli antiquari più importanti a Cremona. Dal punto di vista della pittura cremonese, praticamente gli unici sul mercato. «I maggiori rappresentanti della pittura cremonese e di cui si può dire esista un mercato sono proprio i pittori tra Otto e Novecento come Mario Biazzi, Renzo Botti, Carlo Vittori e il più tardo Alfredo Signori. In genere, sono ottimi pittori di paesaggi padani e del Po come Vittori, nonché eccellenti ritrattisti» dice indicando un quadro di Biazzi, dai tratti vagamente modernisti. «Quel che è sicuro è che hanno poco da invidiare ai loro contemporanei. D’altro canto, provenivano da scuole d’arte prestigiose come Brera o la Carrara a Bergamo».

La mancata fortuna, pare di capire da Mascarini, è imputabile all’angusto clima di provincia: «Sono pittori di grande qualità e anche piuttosto vendibili, eppure restano sottovalutati. Le loro tele sono apprezzate tra i mille e, al massimo, i 10-15mila euro». Su questo punto, Mascarini la pensa chiaro: sono sottostimati. «Con ciò, quello che ci interessa è la qualità delle opere, nient’altro. Certo, se la città proponesse un’antologica di Biazzi o Vittori, il mercato li rivaluterebbe. D’altronde, sono i collezionisti a fare il mercato. Le case d’asta, invece, fanno i prezzi».

Mentre Cremona aspetta di riscoprire i suoi pittori, le opere di artisti contemporanei come Hirst e Koons scendono di valore. New Hoover di Jeff Koons, una lavapavimenti – sì, avete capito bene: una semplice lavapavimenti – in una teca di plexiglas, quotata tra i 15 e i 10 milioni di dollari, sembra ne valga ora quasi la metà. Vuoi vedere che, a forza di scontarla, ritroverà il suo posto nel reparto degli elettrodomestici?

Il Piccolo di Cremona, 12 maggio 2018

Tosaerba e barbecue, la classifica eBay degli acquisti degli italiani

(Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay)

L’erba del vicino è sempre la più verde, si sa. Ma che gli italiani a questo fatto non ci stessero, chi se lo aspettava? Un dato: in tutta Italia, tra marzo e giugno del 2017, sono stati venduti 1 tosaerba ogni 12 minuti e 1 articolo fra piante, semi e bulbi ogni 3 minuti. Già, ma al Nord trasformare il proprio giardino in un prato all’inglese o in un orto botanico non bastava: e così, gli acquisti nella categoria “arredamento esterno” su eBay, nelle regioni settentrionali, sono stati 1 ogni 22 minuti. I dati che riportiamo provengono proprio da eBay, la notissima piattaforma di vendita e aste online, che ha deciso di offrire un gustoso spaccato regionale delle abitudini di consumo degli italiani.

Colpa del verde della bandiera o della vocazione prato-leghista – come non pensare agli ettari di un certo prato, a Pontida, da curare ogni anno –, fatto sta che è proprio la Lombardia a primeggia negli articoli da giardino. Spostandosi in Veneto, a investire il turista, oltre al profumo dell’erba tagliata, è l’odore di carne grigliata: benvenuti nel regno dei barbecue. È un fatto: in entrambe le regioni si passa volentieri molto tempo in giardino. Ma non lontano, non va dimenticato, ci sono i garage, dai quali compaiono, facendo lo slalom tra carbonella e schiere di nani da giardino, macchine curate, con filtri sostituiti regolarmente e coppe dell’olio stracolme. Altrimenti: perché comprare una confezione di olio per motore ogni 9 minuti e sostituire un filtro ogni 35?

L’Emilia, che per Berselli era terra di comunisti, musica, bel gioco, cucina e motori, cede il posto a Lombardia e Veneto sui pezzi di ricambio; ma insieme ai piemontesi si piazza al primo posto nella categoria tuning. Tradotto: nella personalizzazione delle auto. Una moda un po’ americana, un po’ pacchiana che sì, fa pensare alla via Emilia e il West, ma ambientati al tempo di Trump. E se neanche in Italia si giudica un libro dalla copertina, per un telefono il discorso è diverso: al Nord si compra, su eBay, una cover ogni due minuti. In questa categoria, doppiando gli altri come numero di acquirenti, il Piemonte batte tutti.

Il Centro Italia è terra di Appennini e di paesaggi ondulati: non stupisce che i prodotti più acquistati siano infatti pedali, articoli da campeggio o escursionismo; ma in fondo il mare non è così lontano e sono in molti a preferirlo, tanto che moltissimi compratori scelgono, subito dopo come quantità, materassini e ombrelloni.

Al Sud, è il dettaglio che conta. Le borse sono tra gli acquisti più quotati, insieme alle sneakers. Ogni otto minuti, però, viene acquistato un cellulare e, con la stessa frequenza, i prodotti per la cura delle unghie (1 ogni 8 minuti), tra gel e semipermanenti, set per manicure e decorazioni. In poche parole, per gli addetti ai lavori: nail art. Infine, un tocco abbastanza trasgressivo: un sex toy venduto ogni ora: il 150% in più rispetto al resto d’Italia.

Con la primavera, il Nord si appassiona di giardino, motori e sport (altra categoria, il fitness, cui non abbiamo accennato ma che è prediletta da quelle parti). Il Centro, di natura. Il Sud, di glamour. La tentazione di fare antropologia – spicciola, dato lo spazio – è forte. Tuttavia, servirebbero anche i dati di Amazon, è chiaro, per trarre qualche seria conclusione. E, poi, la verità è che l’emergenza, in questo caso, è l’omertà: perché se nessuno vi ha mai detto che i vostri ma in generale tutti i nani da giardino sono orrendi è perché non se l’è sentita.

Il Piccolo di Cremona, 28 aprile 2018

“Il risveglio del fiume segreto. In viaggio sul Po con Paolo Rumiz” di Alessandro Scillitani

Per il principe di Metternich, l’Italia non era nient’altro che un’espressione geografica. Per noi, si potrebbe dire, lo stesso vale per il fiume Po. Di lui sappiamo che è lungo oltre 600 km, che sorge nella località di Pian del Re, nelle valli cuneesi, a due passi dalla Francia e che si immette con la sua larga foce a delta, nel Mar Adriatico. Per cambiare la nostra idea sul Po, o meglio arricchirla di immagini, racconti, volti e dialetti non bisogna lasciarsi scappare allora la proiezione che ci sarà lunedì sera 6 novembre (ore 21.00), presso il Cine Chaplin, del film di Alessandro Scillitani, che documenta il reportage attraverso il fiume del corrispondente di Repubblica, Paolo Rumiz, diventato poi un film: «Il risveglio del fiume segreto».

Il Po comincia la sua corsa come un normale torrente alpino. Dopo un inizio di percorso incerto, verso nord, che per un tratto segue il confine franco-italiano, nella provincia di Torino il Po comincia a ricevere i primi affluenti provenienti dalle valli delle Alpi Cozie, presentandosi già come un importante fiume nell’ex capitale sabauda. Il suo destino, però, è segnato: scorrendo parallelo alle due catene montuose più importanti del nord Italia, il fiume comincia a ricevere l’acqua dell’arco appenninico e alpino, diventando così, nel giro dei primi 2-300 km, l’elemento idrografico decisivo dell’intero nord Italia, il ricettore di tutte le maggiori vie d’acqua: dal Tanaro al Ticino (che offrono i maggiori contributi in termini di volume idrico) fino ai familiari Adda, Oglio, Mincio e non  solo.

Il bacino idrografico del Po è di oltre 70mila km2, e per far capire in maniere definitiva la sua importanza basterebbe ricordare che la pianura padana, in fondo, nient’altro è se non l’enorme valle del Po. E allora: come mai quando si dice Po non si pensa a tutto questo, ma al più vengono in mente ridicole ampolle leghiste o i bollettini sull’inquinamento sfidato, in maniera un po’ improvvida, da qualche sportivo?

Ma torniamo al documentario. Rumiz racconta della sua avventura nella «più lunga costa selvaggia d’Italia». «Mai avrei pensato – continua – di trovare pezzi di Danubio, di Missisipi e di Volga. Siamo partiti con delle canoe, proseguito su una piccola barca a motore e finito con una barca a vela». E a questo proposito, vale la pena continuare a leggere cosa scrive Rumiz: «Dopo Cremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto silenzio. Solo l’acqua cantava. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta».

L’opera di Alessandro Scillitani è dunque un omaggio al più grande fiume italiano che, come dice il giornalista e scrittore, «visto da dentro non sembra più neanche Italia». Un’affermazione che, racconta il regista, «trova la sua spiegazione in qualcosa che nel film non c’è. Prima delle riprese, abbiamo fatto un percorso in bicicletta dalle parti di Torino e ci siamo resi conto che in molti punti il fiume non si vede, è negato qualunque accesso, la sua presenza si avverte solo dai cartelli “Pericolo piene”. In un mondo pieno di brutture, di insediamenti aggressivi, disastri ambientali, il Po in alcuni tratti del suo corso si è negato all’uomo e dunque ha mantenuto la sua capacità di rigenerarsi malgrado lo sfruttamento e, tra i suoi grandi argini, ostenta spazi meravigliosi di bellezza segreta, selvaggia, incontaminata, trionfante».

Il viaggio comincia dalle parti di Casale Monferrato, passando per Isola Serafini (in una scena è inquadrato anche l’acquario del Po di Motta Baluffi), continua lungo le frizzanti sponde emiliane e mantovane fino al Delta, tra i pescatori di vongole, e finisce sulle coste dell’Istria, dove – si dice – arrivino le sabbie del grande fiume.  

Continua Scillitani: «Siamo partiti alla fine di aprile, il giorno della Liberazione, abbiamo “liberato” il fiume dalla diffidenza di chi ci diceva: “Ma andate sul Danubio. Sul Po non c’è niente da vedere”, e dai pregiudizi, come quello sulla gente della Bassa Padana che – io sono di Reggio – ricordo, da ragazzo, consideravamo in qualche modo gli sfigati. Abbiamo usato imbarcazioni di diverso tipo, dalla canoa alla barca a vela e in alcuni tratti abbiamo usato la gru per superare livelli del fiume troppo bassi».

I viaggiatori fissi sono il regista, Paolo Rumiz e Valentina Scaglia, giornalista e appassionata esploratrice, e durante il percorso il film si arricchisce di incontri con persone che dividono l’amore per i fiumi, come il canoista Flavio Mainardi, l’esploratore Pierluigi Bellavite, lo skipper Flavio Fiori, lo scrittore Valerio Varesi e Francesco Guccini, esperto canoista, tra l’altro. «Ho cercato di fare una maratona cinematografica, ho evitato la voce fuori campo e mi sono inserito tra i protagonisti per cancellare la distanza della macchina da presa, ho rubato i dialoghi spontanei tra Paolo, Valentina e i compagni occasionali del viaggio, cercando di trasformarli in una sceneggiatura. Si parla di tutto, cibi, libri, vini, riflessioni sul presente, soprattutto si parla delle memorie evocate dalle atmosfere magiche del Po».

«È un’iniziativa a cui tengo molto – ha detto il direttore dell’Arena Giardino, Giorgio Brugnoli – sono convinto che in un momento di difficoltà come questo bisognerebbe guardarsi indietro e rendersi conto che una delle risorse che hanno fatto grandi Cremona è stata proprio il Po. E il Po non è solo un punto di svago: potrebbe diventare un centro di rilancio socio-economico. Dico solo questo: non esiste nessuna realtà paragonabile alla nostra che non tragga un vantaggio diretto dalla presenza di un corso d’acqua così importante e così prossimo».

«Provate a pensare cosa sarebbe Cremona – continua Brugnoli –, se si sfruttassero appieno le potenzialità del grande fiume: se, faccio per dire, non fosse andato perso il progetto del grande canale navigabile che avrebbe dovuto collegare la Svizzera all’Adriatico, passando per il Ticino, Milano e anche Cremona. Nemmeno così, tra l’altro, senza fare nulla di tutto ciò, il Po si è salvato dall’inquinamento. Mentre ora le tecnologie, se sfruttate appieno, potrebbero coniugare felicemente lo sviluppo e l’ecologia».

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 novembre 2017

“Life e Magnum, il fotogiornalismo che ha fatto la storia”, in mostra a Cremona

Se volete saperne di più su cos’è stato il Novecento, la mostra “Magnum-Life, il fotogiornalismo che ha fatto la storia” fa per voi. La mostra fa parte di un progetto più ampio riguardante la nota agenzia fotografica Magnum, fondata nel 1947, tra gli altri, da Henri Cartier-Bresson; siamo, infatti, quest’anno, al suo 70° anniversario e l’allestimento organizzato al Museo del Violino a Cremona è solo una delle iniziative pensate, qui in Italia, per l’occasione. Le altre esposizioni coinvolgono Brescia, con Magnum First, e Torino, che con ospita i più importanti fotoreportage di Magnum in Italia; il titolo: L’Italia di Magnum: da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin. A Cremona, la mostra è dedicata al sodalizio tra la notissima rivista americana Life e i reportage fotografici forniti dall’agenzia.

Veniamo all’esposizione. Ad accogliere il visitatore, ci sono le copertine di Life realizzate da Philippe Halsman, e alcuni dei suoi pezzi più famosi, legati a personaggi celebri: Alfred Hitckok, Salvador Dalì, il pugile Muhammad Alì e Marlyn Monroe. Oltre a farci ricordare la curiosa idea, avuta molto probabilmente da Halsman per primo, di ritrarre i propri soggetti intenti a saltare, gli scatti, frutto di composizione molto laboriose, restituiscono bene l’aura di divismo che attornia le celebrità.

Con Werner Bishoff si cambia decisamente passo: i reportage della carestia in India e dei campi di rieducazione durante la Guerra in Corea sono foto dure, ritratti di un’autentica disperazione. Molto dure sono anche le immagini di Bruno Bardeby sulla Guerra in Vietnam. Curiosamente, la maggior parte della sezione è dedicata al drammatico dietro le quinte della guerra, in particolare alla tossicodipendenza provocata all’uso di eroina che colpì, come una piaga, l’esercito americano e ne contribuì a spezzare il morale. Eroina che gli stessi Vietcong – vale la pena ricordare – facevano arrivare nei campi americani a prezzi bassissimi.

Il reportage bellico per eccellenza, però, è legato al nome di Robert Capa, che proprio in Vietnam, fu ucciso dall’esplosione di una mina. Di Capa, è riportato, naturalmente, lo scatto del miliziano morente, uno scatto contraddittorio – fu Capa a realizzarlo o, come alcuni sostengono, una sua collaboratrice? – che resta la testimonianza più impressionante della Guerra Civile spagnola. Ancora più impressionanti, forse, sono le foto del D-Day, lo sbarco in Normandia. Furono scattate ad Omaha Beach, spiaggia dove gli americani restarono, per ore, inchiodati dal fuoco tedesco sulla battigia, rischiando di compromettere l’intera operazione. Lo spavento e l’incubo della carneficina si trasmettono anche nella mano di Capa, tremante nelle fredde acque normanne. Capa definì quelle fotografie “leggermente fuori fuoco” e la definizione divenne poi il titolo di una sua biografia.

A Dennis Stock è legato il più bel servizio fotografico probabilmente mai realizzato su Jeames Dean, che qui viene giustamente riproposto. Tra le foto più belle, c’è lo scatto che lo ritrae sotto la pioggia, a Times Square, e che resta una silloge del suo mito, la rappresentazione migliore di una generazione, la sua, tormentata e ambiziosa. Ma Stock non si ferma qui: il reportage sul protagonista di Gioventù bruciata lo portò nel paese natale e rurale di Dean: le immagini sono quelle di un’America fatta di fattorie e campi arati a perdita d’occhio, quell’America destinata – proprio come Dean – a perdere la propria innocenza, venendo a contatto con la società di Hollywood e dello spettacolo. La morte dell’attore, a bordo della sua auto da corsa, fece il resto per costruirne il mito.

Il culmine della mostra, però, è la sessione di foto scattate da Henri Cartier Bresson e Eve Arnold durante le riprese del film “Gli spostati”, di John Huston, del 1961. Gli scatti del set non sono solo una testimonianza di una gestazione filmica difficile – nella foto di gruppo, suggeriscono gli organizzatori, ognuno posa per sé –, ma costituiscono, in qualche modo, il presagio di qualcosa di ben più tragico: sul film aleggia, infatti, il tramonto delle due stelle protagoniste del film, Clark Gable e Marilyn Monroe, il primo ucciso da un infarto il giorno dopo la fine delle riprese e la seconda, al suo ultimo film.

 Le immagini ritraggono una Marilyn nervosa, stralunata alle prese con un copione che non sembra entrarle in testa e un matrimonio al suo capolinea: quello con Arthur Miller che, guarda caso, proprio con John Huston firma la sceneggiatura del film. Ma oltre a riprendere uno dei momenti più cupi della carriera di Marilyn, finita in tragedia l’anno successivo, a restare impresso c’è il sorriso rassegnato di Gable, già incrinato – inevitabilmente, se lo si guarda con gli occhi di chi già sa – dalla morte imminente. Per chi vuole, si può già intravedere la fine di quella Golden Age, terminata in modo traumatica con l’assassinio di Kennedy.

Uscendo dalla mostra, ci si lasciano alle spalle immagini tra loro diversissime, tutte accomunate da uno sguardo che è capace di restituire, più che dei soggetti, un’immagine complessiva del Novecento: un secolo mai così violento e spettacolare, dove i sogni della più grande fama – che, se si vuole, in fondo, è desiderio di immortalità – coabitano e si avvicinano pericolosamente con il fantasma della morte. Davanti all’obiettivo è ritratta, insomma, una società di massa inchiodata alle proprie paure, ai propri miti, ai propri orrori, ai propri sogni.