L’unica cosa certa è l’assenza di Dio, l’assurdità del mondo. “L’impostura” di Georges Bernanos, un libro che fa ancora male

Solo chi conosce Dio può credere all’assurdità del mondo e a raccontarlo è Georges Bernanos nel suo secondo romanzo, L’Impostura (1927), pubblicato dalla casa editrice GOG. Ma cominciamo con il compito più agile: riassumere la trama. L’abate e intellettuale Cénabre si accorge, ormai maturo, di non avere mai creduto davvero in Dio e lo confida al collega Chevance non prima di aver sbattuto in faccia al suo protetto Pernichon quanto lo ritenga un mediocre. Sul docile collega e sull’arrivista protetto si abbatteranno due diverse tragedie, forse affrettate dalla confessione dell’abate. Oltre al dramma dei tre personaggi, il resto di quel che accade si riduce a non molto.

Bene, ora comincia il difficile: perché le scene, per quanto limitate, sono dense di gesti, parole, simboli. Non solo: più di quel che accade esteriormente, sono le vicende interiori a costituire l’effettiva nervatura del racconto, fatto da uno scorrere ora tumultuoso ora lutulento dei pensieri. È la vita interiore a imprimere le svolte decisive e a far raggiungere al romanzo la massima concitazione. Ma quando pensavamo di aver raggiunto l’eterea sfera dei sentimenti e dei pensieri, eccoci piombati di nuovo sulla terra: quei pensieri che guidano lo scorrere delle vicende si conficcano nella carne e provocano nei personaggi un dolore sempre e soltanto fisico. E Bernanos, che era stato nelle trincee, sa di cosa parla. Del resto, proprio nel descrivere il dolore impresso nelle carni, la sua prosa raggiunge i toni più espressivi. Per capirci:

E percepì la propria risata. (…) Un sollievo immenso, un immenso alleggerimento furono l’immediata ricompensa, e nulla potrebbe rendere meglio l’idea di quell’inattesa liberazione che lo scoppiare di un ascesso. 

Tentò inutilmente di inghiottire la saliva. La gola gli si era stretta come in una convulsione tetanica e vi sentiva martellare il cuore. Finalmente le parole trovarono una via d’uscita, e la sua collera sgorgò come un fiotto di sangue. 

Si interruppe per un attimo, passò un fazzolettino sulla fronte pallida. Nel silenzio si sentì il respiro breve dei suoi polmoni rosi dalla tisi, che ricordava il crepitio di un foglio di carta velina sgualcito.

L’Impostura è un romanzo disperato, dove anche l’innocenza un po’ tonta e benedetta dalla grazia che potrebbe sopravvivere è insidiata: sulla piccola Chantal (uno degli ultimi personaggi a comparire), il cui silenzio è scambiato per acume, si staglia nel finale l’ombra di Cénabre.

Impietosa è anche la restituzione dell’annaspare inutile della – chiamiamola così, per comodità – ragione che, al servizio della mediocrità, produce piccole astuzie e meschinità e, al massimo della sua forza, si dispiega in ragionamenti mirabili quanto inservibili o, peggio, perniciosi. Tommaso d’Aquino pensava che la ragione fosse la strada per arrivare alla porta della fede; Cénabre ci mette di fronte agli occhi quanto possa essere disperante, o pericoloso, continuare a percorrere quella strada, se quella porta resta sempre chiusa. Anche questa volta la ragione, per un po’ vacillante e come colta alla sprovvista, si sforza di riallacciare la catena, edifica la sua ipotesi rassicurante, come un ragno tesse la tela intorno alla preda sospetta. Dall’altra parte, c’è il dibattersi della vita, altrettanto inutile, ma dotato di una forza polimorfa che gli permette di farsi dramma.

Perché una natura potente, esclusa dalla grazia, va in cerca del proprio equilibrio molto al di là della soddisfazione di sé, sola serenità terrena. E nel furore apparentemente assurdo, che la volge contro se stessa, non si deve vedere altro che le prime avvisaglie della terribile ebbrezza, la cui perfezione è l’inferno, nel suo silenzio assoluto. I dialoghi e i pochi episodi del libro sono allora il momento in cui si getta luce su quel dramma, la sua trascrizione espressiva e fedele.

C’è da dire che, accanto all’innegabile potenza di molti passaggi, ce ne sono altri in cui i pensieri si aggrovigliavano così tanto da rendere la complessità quasi intollerabile. Lo stesso vale anche per alcuni dialoghi, che si trasformano in surreali monologhi, implausibili: forse un tributo alla temperie culturale di allora, sia stilistica che intellettuale, ma che, letti ora, depotenziano il dramma. Detto questo, si tratta – per dirla in gergo filosofico – di una contro-apologia a una teodicea umanistica ancora fumigante a quasi cent’anni dalla pubblicazione, una parabola che racconta come l’uomo non possa salvarsi da solo. E che presuppone che sia ancora una volta Dio, pur nella completa assenza, a svelare l’assurdità del mondo.

Federico Pani

Pangea News, 9 giugno 2020

“Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello

Prendetelo come un saggio, un catalogo d’arte e una raccolta di mirabilia insieme: giustificherete il formato e il prezzo di “Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello (Adelphi, 38 euro, pp. 251). Il libro è una visita nelle stanze del motel dove si svolge il celeberrimo Psycho (1960) di Alfred Hitchcock: un’autentica “Camera delle meraviglie”, uno di quei “gabinetti delle curiosità”, tipici delle abitazioni aristocratiche europee, stracolmi di oggetti straordinari a beneficio della meraviglia dei visitatori. E il libro è, a sua volta, una Wunderkammer, degna delle originali. Grazie a un’analisi che ha condotto fotogramma per fotogramma, Vitiello si sofferma su un catalogo di oggetti che mai avremmo potuto notare da soli: quadri e sculture, soprattutto, che fanno tendere il braccio della pellicola fino al mito greco.

L’idea di portare gli spettatori virtualmente in gita sul set, ancorché a scopo promozionale, era venuta, del resto, al regista stesso; così come alcuni commentatori avevano già inventariato le opere di cui si sapeva che il film era disseminato. Ma oltre a reperire qualcosa che era sfuggito anche agli inventari più solertemente compilati, Vitiello fa di più. Per prima cosa, riporta la falsa notizia secondo cui il film si sarebbe intitolato “Psyché”, un refuso divulgato a mezzo stampa e mai smentito. Di qui, svolge un’interpretazione del film che fa ruotare il discorso su un perno preciso: il “sesso metafisico”, indicato dal regista in un’intervista come il tema portante, ma considerato allora, come oggi, poco più di una freddura.

Quest’acribia filologica e la precisa chiave interpretativa del sesso metafisico fanno sì che “Una visita al Bates Motel” superi il saggio compilativo e diventi vera opera esegetica che ha la forma di una visita guidata: un libro dove i tableaux vivants e l’agalmatofilia – la passione morbosa per le statue, confessata curiosamente tra l’altro anche da Flaubert – sono solo le prime tappe del viaggio.

A impreziosire il libro, oltre alla galleria di fotografie che si snoda a corredo tra le pagine, c’è poi lo stile estroso di Vitiello, funambolico nel tenere in equilibrio l’erudizione e il tono scherzoso. Nel passo dove compaiono sul set “Amore e Psiche giacenti” di Antonio Canova c’è un bell’esempio di descrizione erudita e minuziosa; mentre un esempio di ironia (preso davvero a caso, sfogliando il libro) è la descrizione del regista in apertura del trailer di “Psycho”, a metà tra il sacerdote rituale e il cicerone: “sullo spiazzo in terra battuta davanti al Bates Motel, con le mani in tasca e l’aria di cortese impazienza di chi sia in attesa del pullman di un gruppo turistico”.

Ecco, invece, un passo in cui Vitiello parla del rapporto tra “Psycho” e il film precedente girato da Hitchcock, “La donna che visse due volte”:

Appena due anni prima [Hitchcock] era sgattaiolato fuori da quella toletta neoplatonica dove l’amata era l’immagine, ricreata per virtù di cosmesi, di una morta che a sua volta era la copia vivente del ritratto di un’altra donna sua antenata – mise en abyme vertiginosa, degna di quel passo di Ficino a commento delle Enneadi dove è detto che l’artista è lontano dalla realtà quanto un uomo che fa la statua di sé stesso, la dipinge e poi cattura il riflesso del quadro in uno specchio.

Vitiello prende la rincorsa dall’interpretazione del primo dei due film di Hitchcock e, grazie al trampolino offerto da un’arte visiva, la mise en abyme, spicca un balzo vertiginoso e atterra sulle pagine di un umanista del Quattrocento, commentatore dell’opera di Plotino.

Federico Pani

Café Golem, 20 aprile 2020

Dalla Repubblica Cisalpina all’Italia: la storia Tricolore

14/3/1861 • Il Regno d’Italia adotta ufficialmente la bandiera con tre strisce: verde, bianca e rossa

Quando nel 1796 il generale Bonaparte arrivò a Nizza, già annessa alla Francia, per prendere il comando dell’Armata d’Italia, le notizie della Rivoluzione di Parigi avevano già da tempo infiammato la penisola; si erano rincorse concitate, spesso contraddittorie. Per esempio: si sapeva che il simbolo dei rivoluzionari era una coccarda tricolore; ma per alcuni era rossa bianca e blu; per altri, rossa bianca e verde. Poco importava; il significato era uno solo: Rivoluzione. Così, già nell’autunno del 1794, prima di tentare l’insurrezione a Bologna, allora dominio pontificio, il bolognese Luigi Zamboni e l’astigiano Giovanni Battista de Rolandis, studenti universitari, avevano deciso di farne il simbolo della rivolta. Scelsero la variante cromatica verde, simbolo di speranza. Il rosso e il bianco, invece, richiamavano i gonfaloni delle rispettive città d’origine, con il riferimento al periodo della gloriosa indipendenza comunale. Altri, invece, sostengono che dietro la scelta dei colori ci fossero ragioni massoniche; fatto sta che quanto il moto di Zamboni e De Rolandis fu un disastro – vennero incarcerati e uccisi – tanto invece il tricolore cominciò ad avere successo. Le milizie rivoluzionarie milanesi ne fecero presto la loro insegna. Il rosso e il bianco, infatti, simboleggiavano anche il Comune di Milano e l’aggiunta del verde non poteva essere più azzeccata: era il colore delle casacche dei miliziani lombardi.

La bandiera italiana ricalcava quindi da vicino sia il significato rivoluzionario sia la genesi del vessillo francese: il rosso e il blu erano i simboli del Comune di Parigi. Ma l’Italia non era la Francia e senza i cannoni e le baionette di Bonaparte la Rivoluzione non sarebbe nemmeno potuta cominciare. Dopo che i francesi ebbero battuto gli eserciti austriaci russi e piemontesi, ai rivoluzionari italiani fu concesso di instaurare delle Repubbliche giacobine, scalzando i vecchi Stati regionali. Tra le fila dell’esercito napoleonico, nel frattempo, erano cominciate a confluire anche le truppe repubblicane italiane. Assodata la tricromia ufficiale della bandiera francese, per farsi riconoscere, i miliziani concordarono con Napoleone la variante cromatica verde. Così, quando una delle repubbliche giacobine italiane, in cui poi sarebbero confluite anche le altre, quella Cispadana – divenuta poi Cisalpina – scelse il suo vessillo, la proposta di Giuseppe Compagnoni sembrò d’obbligo: durante una delle sedute nel Parlamento di Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797, fu adottato il tricolore. In un primo momento, le tre righe furono sovrapposte e, al centro, fu stampigliata una faretra con quattro frecce, simbolo delle repubbliche sorelle. Qualche mese dopo, la bandiera venne ruotata di novanta gradi.

Il contrattacco dei nemici di Napoleone, impegnato altrove, spazzò via le repubbliche. Seguì la riconquista francese, la costituzione di un’unica repubblica e poi un regno, d’Italia (in pratica una protettorato francese) la cui bandiera, pur di fogge diverse, rimase dei tre colori. Con la sconfitta di Bonaparte e il Congresso di Vienna, il tricolore sembrò destinato a essere archiviato. Così non fu e al significato di libertà e uguaglianza si aggiunse quello dell’unità nazionale. I moti della prima metà dell’Ottocento, difatti, furono costellati dal tricolore: sventolò durante l’insurrezione di Alessandria guidata da Santorre di Santa Rosa, fu impugnata da patrioti come Ciro Menotti, Teresa Cattani e dai fratelli Bandiera, seguaci della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Nel 1848, l’insurrezione generale delle grandi città d’Italia fu un altro tripudio di tricolori: sventolò anche durante le Cinque giornate di Milano e divenne la bandiera della Repubblica di San Marco di Daniele Manin, di quella Romana guidata da Goffredo Mameli e Mazzini, ma anche del rivoluzionario Regno di Sicilia. Pensando che fosse arrivato il momento giusto per cacciare gli austriaci, anche il sovrano sabaudo Carlo Alberto di Savoia decise di impugnare la bandiera.

“E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana”. Con queste parole, Carlo Alberto cominciò una sfortunata campagna militare contro l’Austria, che si sarebbe poi detta Prima guerra d’Indipendenza. Ma la bandiera, anche questa volta, sopravvisse alla sconfitta militare. Il singolare incrocio del tricolore e dello stemma sabaudo accompagnò le più fortunate vicende della Seconda guerra d’Indipendenza, e sventolò a Quarto prima che la spedizione garibaldina salpasse. Nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola si ritrovò unita e il 14 marzo del 1861 il tricolore divenne la bandiera del Regno d’Italia. Lo diventò, però, in modo discreto, senza annunci: fu il risultato automatico e previsto per legge dall’avvenuta votazione e conseguente nomina di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

Curiosamente, per un lungo periodo non esistette una bandiera italiana ufficiale: la mancanza di una apposita legge al riguardo – emanata soltanto per gli stendardi militari – portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, senza un vero criterio di riproduzione. Nel 1925 fu definito il modello ufficiale che recava lo stemma della corona reale. “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni. (È approvata. L’Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.)”. “Perfino dall’arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l’emozione di quel momento”, scrive giustamente il redattore del sito del Quirinale, da cui sono tratte queste righe. Quello riportato, poi, è un stralcio decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946, che stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, in seguito confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della Costituzione.

Ma la storia della bandiera non finì del tutto con quella votazione. Risalgono al 2006, e fanno parte del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 aprile 2006, le “Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche” che definiscono i codici univoci dei colori della nostra bandiera. Ad alcuni era parso che il colore rosso virasse troppo, in certi casi, verso l’arancione. Così, da qualche anno è solo uno quel rosso che il poeta Giosuè Carducci aveva detto fosse quello dei soldati caduti per la libertà, insieme al bianco delle nevi perenni delle Alpi e il verde dei prati. Del resto, sono ancora molti, oggi, a vedere quello che vogliono in quei tre colori. Forse tutti però vediamo in quel tricolore una sola, grande cosa: l’orgoglio di essere italiani.   

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2020

Enrico VIII, da difensore della fede a fautore dello scisma

7/3/1530 • Papa Clemente VII conferma la validità del primo matrimonio del sovrano, che sposa comunque Anna Bolena. La storia cambia

“The King’s great matter”, la “Gran Questione del re” (d’Inghilterra, naturalmente) fu ben più di un semplice divorzio. Anche perché il matrimonio in questione, quello tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona, non era nato sotto i migliori auspici. “Se uno prende la moglie di suo fratello, è un’impurità, egli ha scoperto la nudità di suo fratello; non avranno figliuoli”. Così, il Levitico. E questo era il caso di Enrico: all’età di 23 anni, sposando Caterina, si era legato alla vedova del fratello Arturo, primogenito di Enrico VII di York. Il matrimonio era stato benedetto nel 1513 dalla bolla papale dall’energico Giulio II: un personaggio ben diverso da Clemente VII, il papa che quel 7 marzo 1530 prese una decisione destinata a cambiare la storia d’Europa: negare a Enrico l’annullamento della dispensa papale che lo aveva sposato.

Nonostante la benedizione divina, del resto, il matrimonio sembrava sul serio segnato dalla maledizione biblica: ai coniugi aveva portato solo figli morti e un’erede, Maria, con il difetto di essere donna. Un clima opprimente cominciava a serpeggiare a corte, sostituendosi a un periodo di grandi speranze. Per molti inglesi fu un gran sollievo vedere il nuovo re, appena diciassettenne, succedere nel 1509 al padre. Con l’appoggio dei suoi cancellieri, Enrico aveva tolto molte restrizioni che erano state imposte alla nobiltà e si era liberato di collaboratori impopolari. Era, del resto, il re, un uomo raffinato, che fin da bambino era stato preparato alla carriera ecclesiastica e, poi, a quella di regnante. Alto e robusto, solo verso i 40-50 anni avrebbe ceduto all’obesità. Danzatore, cacciatore, fu anche compositore di un certo talento: scrisse una celebre canzone (“Pastime with good company”), una vera hit di allora, che circolò come “La ballata del re”.

Pur non essendo un grande uomo d’armi, seppe scegliere con cura i suoi luogotenenti. Nel 1513 delegò al conte di Surrey il contrattacco all’invasione scozzese, il quale batté i nemici, uccidendo re Giacomo sul campo. Seguì il suocero, Ferdinando II D’Aragona, nella guerra contro la Francia e affidò a Thomas Wosley una campagna militare che fruttò popolarità a Enrico e soprattutto a Wolsey, nominato arcivescovo e lord cancelliere. La carriera di Wolsey, collaboratore e amico di Enrico, sembrò così brillante da fargli arrivare ad ambire il soglio pontificio. Del resto, lo stesso Enrico intratteneva ottimi rapporti con Roma. A parte la benedizione del matrimonio, quando nel 1519 l’Europa cominciò a essere percorsa dalla Riforma protestante, il re scrisse insieme a Wolsey e al suo cancelliere Thomas Moore (Tommaso Moro) un libello che affermava con forza il primato del Papa e il valore dei sette sacramenti, alcuni dei quali negati da Martin Lutero. Lo stesso Moore si mostrò sorpreso dell’intransigenza del sovrano, che in virtù del suo zelo venne nominato dal pontefice “Difensore della fede”.

Nel 1519 un avvenimento cambiò le sorti d’Europa: grazie a un’irripetibile politica matrimoniale, il Regno di Spagna, quello di Borgogna, e l’Austria furono concentrati nelle mani di un solo sovrano, Carlo V d’Asburgo. Nel 1521 il re divenne imperatore del Sacro Romano Impero e nel 1525, durante la battaglia di Pavia, la fanteria spagnola annientò l’esercito francese, catturando il re. L’equilibrio di forze era definitivamente cambiato e l’Inghilterra tolse il suo appoggio alla Spagna. Ma anche la politica interna stava mutando: in peggio. Nel 1523, Wolsey fu costretto a convocare il Parlamento per imporre ai nobili il pagamento delle tasse necessarie a scongiurare la bancarotta sfidandoli in un fallimentare braccio di ferro. Tutte le responsabilità del disastro – alcune tasse non solo non furono pagate ma vennero addirittura abolite – ricadde su Wolsey. Il re, del resto, sembrava assorto in tutt’altre questioni. Il problema del divorzio dominava incontrastato, almeno da quando Enrico aveva cominciato una relazione con la più famosa delle sue amanti, Anna Bolena.

Anna Bolena resta un personaggio leggendario: figlia di un nobile inglese, cresciuta in Francia, con un misto di arroganza ed eleganza seppe farsi largo tra le ammiratrici e le amanti del re, fino a conquistarne il cuore e diventare regina. Il matrimonio fu celebrato nel gennaio del 1533 e tenuto segreto fino al giorno di Pasqua, quando l’arcivescovo di Canterbury dichiarò annullato il matrimonio precedente. A nulla erano servire le pressione su Clemente VII, che si era rifiutato di acconsentire all’annullamento. Comprensibile: di mezzo, ci si era messo nientemeno che Carlo V, il nipote di quella Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico. Nel 1527, colpevole di aver ordito una lega antispagnola, del resto, il Papa era stato punito da Carlo con il Sacco di Roma e fatto prigioniero.

Le vicenda che portò alla definitiva rottura con la Chiesa cattolica fu costellata di episodi drammatici come l’esecuzione dei cancellieri Wolsey e Moore, sostituiti da Thomas Cromwell, duca di Essex, che ne guidò il compimento. Preso il controllo del concilio dei vescovi, Cromwell propose al sovrano la soluzione radicale dello scisma, che avrebbe permesso al re di prendere in sposa Anna Bolena, ma anche di riunire nelle sue mani un potere e ricchezze mai viste. La misura convinse il re, che pensò di poter disinnescare così in anticipo la Riforma protestante e risolvere i problemi delle disastrate finanze inglesi. La decisione del re venne così ratificata anche dal Parlamento con l’“Atto di supremazia” (1534). Facendo del re il vicario di Cristo sul suolo inglese, si consumava lo scisma anglicano. E a nulla valse la scomunica di Clemente VII.

Il terremoto scismatico ebbe immediate ripercussioni pratiche, tra cui l’annullamento del matrimonio. Ma la maturazione teologica richiese tempo: Enrico rimase convinto avversario di Lutero e ancora oggi la Chiesa anglicana porta le tracce del pensiero personale del sovrano inglese, fatta com’è di celibato e transustanziazione, ma anche del principio per cui l’uomo può salvarsi senza l’aiuto della Chiesa. Dal punto di vista economico, i vantaggi furono enormi: vennero smantellati gli oltre 800 monasteri e ne furono incamerate le ricchezze. Furono anni difficili, sia per la resistenza da parte del clero che per una politica crudele di Enrico nei confronti della nobiltà più riottosa. Perfino Cromwell, l’artefice dello scisma, venne imprigionato e giustiziato e si contano almeno altre 50 esecuzioni, compresa quella di Anna Bolena che, dopo la prima figlia Elisabetta, non diede alcun erede al re. Imprigionata nella torre di Londra con l’accusa di cospirazione, fu decapitata nel 1536.

Negli anni che seguirono Enrico si sposò altre quattro volte. Prima con una nobildonna inglese, Jane Seymour, dal cui matrimonio nacque il futuro Edoardo VI, ma che costò la vita a Jane subito dopo il parto. Poi ci fu un matrimonio d’interesse con una nobildonna tedesca protestante, Anna di Clèves, che non durò a lungo: Enrico si era già invaghito di una sua dama di compagnia, Caterina Howard, donna chiacchierata che intratteneva probabilmente già diverse relazioni quando convolò a nozze con re. Intemperanze che costarono la vita a lei e al suo amante. La sesta moglie fu Caterina Parr, una ricca vedova che, nonostante i dissapori con il re, riuscì a sopravvivergli. Alla morte del re, diventato mostruosamente sospettoso e obeso, si succedettero il figlio, una sorellastra e la figlia Maria che, fervente cattolica, abolì l’Atto di supremazia, facendo vacillare la riforma anglicana. La svolta arrivò nel 1558, quando salì al trono Elisabetta I, la figlia di Enrico e Anna Bolena. La regina non solo inaugurò una stagione mirabile per il suo Paese – l’età di Shakespeare, per capirci – ma ristabilì l’eredità religiosa del padre: sotto il suo regno, fu riaffermato l’“Atto di supremazia” (1563) e, nonostante i ciclici sussulti cattolici, l’isola assunse in modo definitivo la fisionomia religiosa che ancor’oggi conosciamo.

“Alte tirature” e “Tirature ‘91” di Vittorio Spinazzola

Sembra quasi impossibile leggere di una figura retorica come l’ipotiposi in una recensione dedicata a Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, romanzo giovanilista, provocatorio e in parte pornografico uscito qualche anno fa a firma della catanese Melissa Panarello. Eppure, tra le righe del testo in questione (“Le spazzole di Melissa P.”), ci sono affondi critici degni di un libro capolavoro letterario: “i riecheggiamenti di una letterarietà poeticistica orecchiata a lezione”; “una campionatura di rappresentanti del sesso maschile variata con estrosità policroma”; “un grossolano armamentario goticheggiante”.

Se ne è andato da poco l’autore di queste righe, Vittorio Spinazzola (Milano 1930-2020). Di origini venete e siciliane, Spinazzola era nato e cresciuto a Milano, insegnava da sempre all’Università Statale, il suo cavallo di battaglia accademico era Antonio Gramsci e aveva avuto il merito impareggiabile di aver fatto riscoprire all’Italia I Viceré di De Roberto. Lo si ricorda ora però per il suo estro critico rivolto non solo ai libri entrati nel canone letterario italiano, ma anche a quelli premiati dal successo di vendite. Troppo tecnicamente preciso, teorico, per un pubblico vasto ed eccessivamente modesto l’oggetto del suo interesse per un pubblico snob, Spinazzola non ha goduto del successo ancora più ampio che avrebbe meritato.

La recensione citata prima fa parte di un saggio memorabile (Alte tirature) che si apriva con delle pagine dedicate ai libri su Fantozzi di Paolo Villaggio e prendeva in esame, poi, i successi di Susanna Tamaro, Giorgio Faletti e Federico Moccia, ma anche di Roberto Saviano e altri bestsellers. Nella raccolta di scritti “Tirature ‘91”, Spinazzola dava l’avvio a un percorso editoriale sulla letteratura del presente che conobbe alterne fortune. Il libro resta mirabile, almeno per i suoi due pezzi programmatici, dove scrive:

Naturalmente, parlare di questi libri non significa affatto parlarne senz’altro bene. Ci mancherebbe. Vuol dire soltanto discuterli con attenzione, nel merito, senza pregiudizi, proprio come si fa con quelli destinati all’uso esclusivo dei lettori più esigenti. Ci sono due presupposti, però. Occorre essere d’accordo che la letteratura non è fatta soltanto delle opere che ottengono il consenso delle persone smaliziate ma anche di quelle che vengono preferite dalle persone ingenue: la funzione che assolvono è la stessa, cioè di appagare a livelli diversi i bisogni dell’immaginazione.

Ma c’è un altro presupposto che, sempre nel giro di quelle poche righe, Spinazzola invitava ad accettare: e cioè le regole del mercato applicate ai libri. “Notoriamente l’editore non è un benefattore: è un imprenditore, che giustamente persegue il suo vantaggio economico, per il buon motivo che altrimenti fallisce”. Non certo il mondo ideale, ma il migliore tra quelli possibili. È qui che Spinazzola inseriva il lavoro cruciale del critico, volto a limitare gli effetti negativi dell’industria culturale, il cui interesse non poteva coincidere – come lui stesso ammetteva – con “lo sviluppo culturale collettivo”. La critica, dunque, come quarto potere culturale dopo l’accademia, l’editoria e le vendite. E, come ha ricordato Stefano Salis, con un fine preciso: mettersi al servizio del lettore.

Come controllare un popolo, la buia epopea della Stasi

8/2/1950 • 70 anni fa nasceva la polizia segreta della Germania Est: schedato un cittadino su quattro

Il 10 novembre 1989, una lunga fila di macchine intasava la Friedrichstraße di Berlino: decine di Trabant, le rumorose macchine della Repubblica Democratica Tedesca (RDT), erano incolonnate di fronte al Check Point Charlie, per ricevere e spendere i 100 marchi che avrebbero ricevuto una volta entrati a Berlino Ovest. Il giorno prima, il 9 novembre, le autorità della RDT avevano dichiarato oltrepassabile il confine che, da 28 anni, nella forma di un lungo muro, separava le due Germanie. Nelle settimane che seguirono, i berlinesi dell’Est affluirono in massa nei negozi occidentali per acquistare tutto quello che avevano sognato di avere. Tra gli acuisti più stani, figuravano decine di tritadocumenti. A cosa dovevano servire, fu chiaro la mattina del 4 dicembre, quando una folla di protestanti fece irruzione in un palazzo nella Normannenstraße e trovò montagne di strisce di carta accatastate e sacchi riempiti da frammenti di documenti. Il palazzo era quello del Ministero della Sicurezza di Stato (in tedesco: “Ministerium für das Staatssicherheit”), conosciuto da tutti con il nome di “Stasi”.

Oltre alle montagne di documenti fatti a pezzi, agli occhi dei manifestanti si aprì uno scenario inquietante: nei sotterranei del palazzo c’erano 170 chilometri di scaffali contenenti documenti che schedavano 6 milioni di persone di cui 4 milioni, cittadini tedeschi orientali. La popolazione della RDT contava allora 17 milioni di abitanti: quasi 1 abitante su 4, quel giorno, avrebbe potuto trovare un dossier su se stesso. In totale, i registri riportavano 180mila agenti ufficiali e 120mila “inoffizieller Mitarbeitern”, ovvero “collaboratori non ufficiali”. In altre parole, spie sotto copertura. Risultava, quindi, in rapporto al totale della popolazione, 1 ufficiale della Stasi ogni 120 abitanti; includendo i collaboratori non ufficiali, il numero saliva a 1 ogni 56. Numeri sproporzionati rispetto a qualsiasi altro servizio di sicurezza e spionaggio del mondo, compresi i paesi del blocco socialista. In URSS, i numeri erano di 1 ogni 600; in Repubblica Ceca, 1 ogni 900; e in Polonia 1 ogni 1.500. Com’era stato possibile creare un simile mostro?

La storia della Stasi comincia l’8 febbraio 1950, quando il neonato ministero prende il posto del “Kommissariat 5”, la struttura sovietica di sorveglianza istituita alla fine della Seconda guerra mondiale. I compiti della Stasi erano di sorveglianza interna e spionaggio estero, unificando di fatto le funzioni esercitate dal Ministero degli Interni sovietico e dal KGB, la rete spionistica del Cremlino. Con un organico di 1.000 dipendenti e la funzione iniziale di prevenzione nei confronti di eventuali risorgenze naziste, la Stasi cominciò ad allargare il suo raggio d’azione anche nei confronti dei dissidenti interni del regime. Quando il suo capo più longevo, Erich Mielke, prese il comando nel 1957, il numero di dipendenti era già arrivato a 14.000. La Stasi di Mielke divenne una rete di controllo onnipresente: in qualsiasi ufficio pubblico, nelle scuole, nelle università, nei consigli di fabbrica, nei sindacati, nello sport, perfino nei movimenti e nei gruppi di opposizione, poteva annidarsi un collaboratore.

Che la Stasi potesse contare, tra le proprie fila, nomi di insospettabili, lo dimostrano almeno due casi di eminenti politici, simboli dell’opposizione al regime, rivelatisi poi dei “collaboratori non ufficiali”: Ibrahim Böhme e Wolfgang Schnur. Böhme era stato un avvocato per i diritti civili e uno dei maggiori rappresentanti dell’IFM, movimento di protesta pacifico della RDT nei tardi anni ‘80, diventando poi il capo del partito socialdemocratico nelle uniche elezioni libere della Germania Est. Nel 1990 a pochi mesi dalle elezioni, si scoprì invece della sua collusione con la Stasi. Schnur, anch’egli avvocato per i diritti civili e rappresentante di “Alleanza per la Germania”, fu colpito da un infarto poco dopo che, ancora nel 1990, la stampa rivelò la sua iscrizione nei registri della Stasi. “Alleanza per la Germania “era stato il partito uscito vincente dalle elezioni nella RTD e proprio Schnur sarebbe dovuto diventarne il primo presidente liberamente eletto.

Paolo Soldini, corrispondente dell’Unità, in un programma radio andato in onda qualche anno fa su Radio 2 (“La Stasi sopra Berlino”, a cui la rievocazione che state leggendo deve molto) raccontava, oltre agli episodi dei collaboratori celebri, anche quelli dei celebri perseguitati. Un caso estremo riguardò lo scrittore dissidente Jürgen Fuchs, che dichiarò di essere stato esposto, nel periodo di detenzione, a radiazioni perché gli fosse indotta la leucemia. Un altro caso interessante, dal momento che la donna ne fece un caso di studio, riguardò due noti attivisti: Ulriche Poppe e suo marito Gerd. Ulriche ricostruì le forme di controllo messe in atto dalla Stasi. Si andava dai prevedibili controlli della posta, alle più inquietanti raccolte di informazione scucite ai conoscenti e agli amici, fino ai temibili protocolli di ascolto ambientale e di osservazione diretta. Poppe ha pubblicato molti dei documenti che la riguardavano, alcuni dei quali, per inconsistenza, sono al limite del ridicolo: “I soggetti si riuniscono in soggiorno e posano sul tavolo dei recipienti che contengono, verosimilmente, caffè”; oppure “il soggetto entra in un negozio di alimentari ed esce con un sacchetto il cui contenuto non è stato possibile identificare”.

I coniugi Poppe raccontavano, tra l’altro, di un misterioso agente K, omonimo di un attuale investigatore privato berlinese, messo alle calcagna della coppia. Che si tratti della stessa persona è molto probabile. Ma perché, si chiedeva Soldini, i due coniugi non hanno provveduto a denunciarlo? Perché sarebbe stato inutile. In base a una sentenza della Corte di Karlsruhe (l’omologa tedesca della nostra Corte Costituzionale), gli ex agenti della Stasi sono punibili per reati specifici, ma non per il lavoro di spionaggio. 

Per farsi un’idea di cosa fu la Stasi, c’è un film di Florian Henckel che può aiutare molto in questo senso: “Le vite degli altri”, uscito nel 2006. Il film mostra bene l’insostenibile clima di sospetto e di oppressione, nonché la scia di inimicizie, dolori e lutti che accompagnava l’attività di controllo della polizia segreta. Vale la pena vederlo, senza dubbio; così come vale la pena raccontare un ultimo aneddoto, e cioè quello che coinvolgeva gli agenti soprannominati “Romeo” e “Giulietta”. Non erano agenti specifici ma ruoli che giovani avvenenti ricoprivano e che consistevano nel sedurre le vittime dello spionaggio per carpire informazioni nel segreto dell’intimità. Se pensate che la parte di maggior rilievo venisse ricoperta dalle Giuliette, vi sbagliate: erano i Romeo inviati nelle amministrazioni della Germania Ovest a essere i più temuti. A pensarci, sembra operetta. Allora, invece, il sapore era molto amaro.

Il Piccolo di Cremona, 8 febbraio 2020

John Ford: e la storia americana divenne mito

1/2/1894 • Oggi è l’anniversario della nascita del grande regista americano che pose le basi per il genere western

Se l’America è il suo cinema e il western, il cinema americano per eccellenza, allora John Ford è l’America. Eppure, il regista da quel nome fin troppo americano, si chiamava in verità Sean Aloysius O’Feeney ed era nato da una famiglia irlandese a Cape Elizabeth nel Main, sulla East Coast, il 1° febbraio del 1895. Delle sue origini John Ford non solo parlava spesso, ma erano per lui motivo di orgoglio. Del resto, alla patria dei suoi antenati dedicò alcuni film, come Il traditore (1935) e Un uomo tranquillo (1952), e nel 1921 venne perfino coinvolto nella ribellione irlandese, procurando finanziamenti al partito ribelle Sinn Féin. Ma cosa ci poteva essere di più americano di un figlio di immigrati, diviso negli affetti tra la patria d’adozione e quella di origine, partito per il West per fare fortuna? Il West, per Ford, si chiamava Hollywood.

Sean O’Feeney divenne John Ford, dopo essere stato Jack Ford (come continuarono a chiamalo solo gli amici), al suo arrivo California, nemmeno ventenne, seguendo il fratello Francis, di una dozzina d’anni più anziano di lui, che proprio a Hollywood lavorava. Negli anni Dieci il cinema americano, attirato dai grandi spazi, ma spinto anche dall’assenza dei sindacati, si era trasferito da New York a Los Angeles, dalla East alla West Coast. Ford cominciò come tuttofare, ma si dimostrò subito un abile direttore di scene d’azione. Un noto attore di allora, Harry Carey, propose quindi a Ford di dirigerlo nel primo lungometraggio della storia del genere e di proporre il film alla Universal Pictures. Fino ad allora, il genere consisteva in brevi storie di non più di venti minuti. Il film piacque. Furono scritturati e il sodalizio continuò fino al 1923, quando Ford decise di abbandonare Carey e la Universal per la Fox Film Corporation. Con uno stipendio di 600 dollari alla settimana, divenne il regista più giovane e meglio pagato di tutti gli Stati Uniti.

Da quel momento, la carriera di Ford cominciò a decollare e diresse il suo primo film di successo, Il cavaliere d’acciaio (1924). Ma fu Ombre Rosse (1939) a cambiare tutto. Se dopo Stagecoah (in italiano, “diligenza”) Ford fosse improvvisamente morto, ci si sarebbe comunque ricordati per sempre di lui. Il film pone le basi di quasi tutto il western, fino almeno alla metà degli anni ’60. C’è John Wayne, pilastro iconico del genere; compare per la prima volta la Monument Valley, la quinta scenografica che da allora fu il west; ci sono gli indiani e i loro agguati; c’è un campionario di protagonisti, non proprio senza peccato, ma dal grande cuore: la prostituta, il medico ubriacone, il giocatore d’azzardo e il fuorilegge. E l’assalto alla diligenza, scena che nessun serio manuale di regia può dimenticarsi di citare. Di film, ne sarebbero seguiti altri, certo non tutti all’altezza di quel capolavoro, ma molti memorabili. Tra questi, vale la pena di citare la “trilogia della cavalleria”, girata tra il 1948 e il 1950, che comprende: Il massacro di Fort ApacheI cavalieri del Nord-Ovest e Rio Bravo. Tutti e tre interpretati da John Wayne.

Si dice che Ford, dopo aver visto il film Il fiume rosso (1948) del collega e rivale nel genere Howard Hawks, avesse esclamato: “Quindi John Wayne sa anche recitare!”. In realtà, aveva ragione, almeno in parte. Wayne, il cui vero nome era Marion Robert Morrison, aveva come Ford origini irlandesi. Era stato un giocatore di football di qualche successo, che aveva cominciato a lavorare a Hollywood come cascatore, l’antenato degli stunt man. Fu proprio Ford a proporlo e ad affidargli parti sempre più rilevanti. Sul set con lui – raccontano – Ford era severo e in privato, a volte, perfino sprezzante. Quando gli chiedevano che regalo fare a Wayne, rispondeva: “Non regalategli un libro, ne ha già uno”. Ma la verità è che, come ammise l’attore, per lui, fu quasi un padre. L’altro attore prediletto da Ford fu Henry Fonda. Lo scelse per ruoli più politici, retorici, come nel caso del Lincoln in Alba di gloria (1939), ma anche epici, come in Furore (1940), facendogli interpretare il protagonista del romanzo Tom Joad.

Goffredo Fofi, nel suo libro sulla storia del cinema ha scritto: “Ford canta gli umili costruttori dell’America – contadini, soldati, artigiani – nel momento dell’edificazione. Elabora e definisce figure “classiche” di pionieri, caratterizzati da una gentile propensione all’autoironia. Essi incarnano funzioni, sanno il loro compito e come svolgerlo. Più spesso sono sceriffi non per scelta, medici ubriaconi o sfortunati, soldati (a difesa della fragile e nuova nazione). Dentro un ordine comunitario, anche gerarchico (la  gerarchia è stabilita dalla necessità, è prodotto della priorità, volta a volta, di una funzione), che va fondato, coordinato, difeso, e del quale il focolare domestico è il nucleo prioritario”. 

Ford: regista ma non artista? Be’, pensate alle sequenze iniziali e finali di Sentieri selvaggi (1956): una porta si apre e la macchina da presa, dall’interno di una casa di legno, pian piano esce, inquadrando la sagoma lontana di un cavaliere solitario, sullo sfondo della Monument Valley. È John Wayne, naturalmente. Violini e fiati in sottofondo; ad aspettarlo, dalla veranda, una famiglia e un’avventura, che si concluderà proprio con la sua sagoma solitaria che si allontana e una porta che su di lei si richiude. 

Ford non girò solo western e nemmeno western tutti uguali; sul finire di carriera, imboccò addirittura la strada del revisionismo nei confronti degli indiani, ancor prima di Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn. Ma il destino che gli era spettato si era compiuto: la storia americana, dietro la sua macchina da presa, era diventa mito, leggenda. I suoi campi, profondi come gli spazi sconfinati d’America e i suoi attori, peccatori destinati mai a vincere del tutto, ma a far trionfare il bene: ecco l’America che forgiava il suo mito, mentre il mondo restava a sognarlo.

“Quali sono i miei registi di riferimento? Beh, direi John Ford… John Ford e John Ford”, disse a Peter Bogdanovich Orson Welles. Ma anche il regista Akira Kurosawa si lasciò scappare che non era stata l’arte giapponese a ispirare i suoi film: disse che John Ford era stato il suo più grande punto di riferimento. E come non pensare a Sergio Leone, che sognava il far west nelle calde estati romane e che sta a Clint Eastwood come Ford sta a Wayne. When the truth becomes legend, print the legend, quando la verità diventa leggenda, tu stampa la leggenda, si dice alla fine di L’uomo che uccise Liberty Valance (1960). Ben fatto, John.  

Il Piccolo di Cremona, 1° febbraio 2020

1919 e 1994: le due vite del Partito Popolare

La doppia ricorrenza • In entrambi i casi fu fondato il 18 gennaio: il successo della futura Dc e lo sfortunato ritorno alle origini

I rapporti tra i cattolici e il Regno unitario erano partiti con il piede sbagliato. La breccia di Porta Pia (1870) non solo aveva interrotto i lavori del Concilio Vaticano: aveva fatto cessare il millenario potere temporale della Chiesa. Pio IX, che durante il suo pontificato aveva visto ridursi il suo regno fino alla cancellazione, proclamò nel 1875 il “Non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni. Nonostante quasi tutti lo osservarono, dato il numero ristrettissimo degli aventi diritto al voto (il 2% della popolazione), sarebbe stato assurdo pensare di poter escludere per sempre la quasi totalità degli italiani dalla vita pubblica. E così, sospinti dal nuovo pontefice Leone XIII, i cattolici si organizzarono nell’Opera dei congressi, una lobby ante litteram per portare avanti i diritti della Chiesa e dei fedeli.

La prima fase del movimentismo cattolico fu guidata da Romolo Murri, un sacerdote marchigiano con in testa l’idea di fondare un partito. Il gruppo attorno al sacerdote fu chiamato “democrazia cristiana”. Nel 1904 Pio X, nella prospettiva dell’ulteriore allargamento del suffragio – dal 1882 gli aventi diritto al voto erano passati al 6% e nel 1912 sarebbero stati il 23% – concesse ai cattolici il permesso di votare e la possibilità di presentarsi alle elezioni, ma solo a titolo personale: “cattolici deputati e non deputati cattolici”, fu detto. Nel 1905, sull’onda dell’entusiasmo e tendendo la mano ai socialisti di Filippo Turati, Murri fondava a Bologna la “Lega Democratica Nazionale”. Fu un fiasco. L’alleanza fallita con il partito socialista e l’aperta ostilità del pontefice, che culminò con la scomunica di Murri (1909), fecero naufragare il progetto.

La mobilitazione di massa degli italiani dovuta alla guerra (1915-1918) e l’ascesa del partito socialista, che rischiava di conquistare la maggioranza in Parlamento, rese urgente anche agli occhi della Chiesa la costituzione di un partito di massa cattolico. Ecco quindi comparire sulla scena il sacerdote siciliano Luigi Sturzo e il suo ambizioso progetto: un partito equidistante da socialisti, liberali e fascisti. Nacque allora il Partito Popolare Italiano (PPI), fondato il 18 gennaio 1919, che nelle elezioni dello stesso anno ottenne il 20,6% dei voti. La vita del PPI fu breve. Nel 1922 proprio Sturzo sbarrò la strada a un nuovo governo di Giovanni Giolitti, facilitando involontariamente l’ascesa di Mussolini. L’anno seguente, Sturzo si dimise dalla carica, che fu assunta dal deputato trentino Alcide De Gasperi. Nel 1926, il regime fascista mise fine al partito e costrinse Sturzo all’esilio.

Ma quel 18 gennaio del 1919 e l’esperienza politica popolare di don Sturzo non passarono invano. Anzi: a distanza esatta di 75 anni, il 18 gennaio del 1994, il Partito Popolare Italiano fu ricostituito. La cerimonia avvenne proprio nell’Istituto don Sturzo di Roma e fu ratificata dall’assemblea costituente (22 gennaio), presieduta da Mino Martinazzoli, già deputato e ministro nell’Italia repubblicana. Anche in questo caso, però, la vita del partito fu breve: sei anni, proprio come il partito fondato da Sturzo. Dopo un modesto successo alle elezioni del 1994 (11% dei voti) il partito confluì in una coalizione di centro-sinistra e si scisse: una parte diede vita all’Unione Di Centro (UDC), alleata del centro-desta berlusconiano e, nel 2002, l’altra confluì nella Margherita di Francesco Rutelli.

Tutto qui? Sì. Se si eccettua che, nel 1943, un altro partito aveva provato a fare rinascere il PPI di Sturzo, dandosi un altro nome: Democrazia cristiana.

L’ironia della storia volle che il nome che De Gasperi, già presidente del PPI, scelse per il suo nuovo partito fosse quello legato al movimentismo perdente di Murri. Il progetto di De Gasperi fu, invece, un progetto di enorme successo. La storia della Dc, dei suoi avversari e dei suoi alleati fu la storia della Prima repubblica italiana. In qualità di componente del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nella guerra partigiana ed essendo stato uno dei partiti più votati nelle elezioni della Costituente del 1946, la Democrazia cristiana (Dc) si aggiudicò da subito un ruolo primario. La redazione della Costituzione fu l’occasione in cui i giovani esponenti del defunto partito di Sturzo poterono gettare le basi del nuovo Stato repubblicano. Si basarono sul Codice di Camaldoli, trascrizione degli atti di un convegno tenutosi nel luglio del 1943 nell’eremo omonimo. Vi parteciparono De Gasperi, Piccioni, Spataro, Scelba, Campilli, La Pira, Dossetti, Moro, Fanfani, Andreotti.

Nel 1948 la Democrazia cristiana, a 5 anni dalla sua nascita in clandestinità (a Milano nella primavera del 1943), raggiunse un risultato spettacolare: 48,5% dei voti, sbaragliando le sinistre. Le ragioni del successo? Certamente, lo scoppio della Guerra fredda e l’alleanza con gli Stati Uniti; ma non va dimenticato il sentimento religioso popolare e l’attenzione della Dc per la dottrina sociale della Chiesa, specchio di un socialismo moderato di stampo cattolico che gettò le basi dello stato sociale italiano: e basta pensare – restando nei ’50 – all’IRI, all’Eni, ai finanziamenti per la ricostruzione e alla Cassa per il Mezzogiorno. Un simile successo le permise di governare praticamente indisturbata fino al 1953. In quell’anno, il miracolo del 1948 non si ripeté e, da quel momento, la Dc inaugurò un sistema di governo del Paese che aggregava di volta in volta forze eterogenee, con un obiettivo: sbarrare la strada al Partito comunista italiano (Pci).

Durante gli anni di governo della Dc, l’Italia cambiò. Quando nel 1974 la Dc si lanciò in una battaglia suicida (persa, difatti) per l’abrogazione del divorzio si erano succedute coalizioni con gli azionisti, i liberali, i socialisti moderati, i monarchici e, nel 1960, perfino con i neofascisti del Movimento sociale italiano (Msi). C’era stato il boom economico e gli italiani erano cambiati, cominciando a vestirsi all’americana, a possedere elettrodomestici, la televisione, la macchina; i contadini erano praticamente spariti; c’era stato, poi, il 1968, le lotte operaie, lo Statuto dei lavoratori, lo stragismo e già cominciava la lotta armata della sinistra estrema. Eppure, nonostante nel 1976 il Pci avesse raggiunto il 34,4% la Dc gli oppose un 38,7%. A quel punto, cominciò il lavoro di Aldo Moro per trattare. Fu proprio l’omicidio di Moro (1978) ad avviare la Prima repubblica alla sua ultima stagione.

Nemmeno il gollismo del socialista Bettino Craxi nei suoi anni di governo (1983-1987) riuscì a sbloccare quello che il politologo Giorgio Galli aveva definito il “bipartitismo imperfetto”. La società civile e l’opinione pubblica, pur dando chiari segni di disimpegno e di progressiva disaffezione alla politica (gli anni del “riflusso”), rimasero quiete: agli anni ’70, percepiti come traumatici non solo per il terrorismo, ma anche per le crisi energetiche, l’inflazione e la disoccupazione, seguì un periodo di relativo benessere economico per tutti gli anni ’80.

Negli anni ’90, però, fu il mondo a cambiare. Con la fine del sistema di potere sovietico e della Guerra fredda, le stragi di Mafia e le nuove turbolenze economiche, le nuove generazioni di italiani cominciarono a trasformare la disaffezione in ostilità. Il fuoco alle polveri venne dato nel febbraio del 1992 dalla scoperta di una tangente, un semplice fatto di cronaca se fosse accaduto qualche anno prima. Non fu così: la spettacolarizzazione del processo alla classe dirigente, la Tangentopoli di Mani Pulite (1992-1994) fu la rivincita da parte di una società civile e un’opinione pubblica che non riusciva più a riconoscersi nei partiti, in una democrazia ai loro occhi bloccata, il cui perno era proprio la Dc. Così, quando Martinazzoli quel 18 gennaio 1994 rifondò il Partito popolare, sperando di fare rinascere la Dc, si limitò soltanto a riporla nella soffitta della storia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 gennaio 2020

“Meglio star zitti? Scritti militanti su letteratura, cinema e teatro”, di Giovanni Raboni

Peccato per le virgolette, disseminate un po’ in tutto il libro: sono tra le poche cose, forse le uniche, che si possono rimproverare alla prosa di Giovanni Raboni (1932-2004), poeta della scuola lombarda, traduttore di Proust e, in questo libro, critico militante. Parliamo della raccolta edita da Mondadori “Meglio star zitti?” (15 euro, pp. 480). Ecco, provate a togliere le virgolette e la sua scrittura non perderà nulla. Nemmeno quel tratto esitante, frutto (a detta del curatore Luca Daino) degli studi filosofici in fenomenologia, di cui per fortuna non rimane nessun’altra traccia. Più che recensioni, sono stroncature. Di libri, di film e di spettacoli di teatro. Ma sarebbe stato riduttivo chiamarle così.

Ogni articolo, in effetti, dosa le ragioni di approvazione e di disappunto; qualche volta anzi capita che la partita finisca alla pari. In molte di esse, comunque, la scelta delle parole è tale da farci percepire, oltre all’esercizio di equilibrio, la professione di Raboni, cioè quella di poeta: “Ogni morte è una sorta di profezia a rovescio, ci mette sulle tracce di quello che è già successo (di una parola che è già stata detta) e che di colpo diventa, ai nostri occhi, un segno, un segnale”. Come è accaduto, per esempio, ai versi di Alexandros Panagulis, il poeta e rivoluzionario greco compagno di Oriana Fallaci: “poveri versi impacciati e retorici” a cui “la morte ha restituito lo spessore della realtà (la realtà delle celle d’isolamento, degli scioperi della fame, delle torture) perforando lo specchio cieco o deformante degli ingenui artifici stilistici”.

Il libro, che è di rara scorrevolezza, può essere letto di seguito o spigolato all’occorrenza. E, c’è da confessarlo, in alcune pagine si prova tutto il piacere liberatorio della stroncatura. Una delle migliori riguarda Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro:

Che può mai fare una rosa in giardino? È chiaro: spiccare “con il suo color porpora, solitaria ed arrogante, sul resto della vegetazione”. E un cane quando vede comparire la padrona? Non c’è il minimo dubbio: “mettersi a correre in tondo come un pazzo”. Quanto alle cose, va da sé, che “non sono mai state così semplici, non sono mai o nere o bianche” (…). Nessuno è disposto a sorbirsi 165 pagine di fatterelli minutamente prevedibili per poi sentirsi dire come premio finale, che “se la vita è un percorso, è un percorso che si svolge sempre in salita” e che “l’unico maestro che esiste, l’unico vero e credibile è la propria coscienza”.

In generale, intessendo il suo discorso di citazioni e riferimenti, Raboni dà sì un’idea generale delle opere che recensisce; ma soprattutto si sforza di giustificarne il giudizio. Come lui stesso pensava, infatti, è proprio del giudizio che ogni recensore deve rendere conto al lettore. Pur negli spazi angusti che ha. E va detto: siamo ancora molti a dover imparare che nessuna saccenteria, anche involontaria, rende un giudizio più autorevole – la pur grande Grazia Cherchi scriveva: “Leggete questo, fidatevi di me”, anche se, almeno, offriva sul piatto il suo gusto critico. “Meglio star zitti?” serve a impararlo. Perché, pur essendo anche lui in qualche caso sbrigativo (sarà vero, come dice, che Pasolini è poeta solo quando scrive in prosa?), Raboni dimostra di saperlo fare.

Cafè Golem, 8 gennaio 2020

“Camus deve morire” di Giovanni Catelli

Il 4 gennaio 1960, sulla strada statale 4 che da Sens, Francia, porta a Parigi, l’editore francese Michel Gallimard perdeva il controllo della sua Facel Vega e si schiantava contro uno dei platani che ancora oggi costeggiano quel rettilineo di strada. Sarebbe morto una decina di giorni più tardi per le ferite riportate; lo scrittore e premio Nobel Albert Camus, compagno di viaggio di Gallimard in quella fatale circostanza, invece, morì sul colpo di frattura cranica. La circostanza sembrò del tutto casuale. Ma dietro quell’incidente d’auto potrebbe esserci di più. A sostenerlo, è un libro del poeta e scrittore cremonese Giovanni Catelli, “Camus deve morire”, uscito nel 2013, ma tornato oggi al centro della scena, in occasione della pubblicazione in Francia, arricchita di un nuovo capitolo contenente una preziosa testimonianza. L’edizione francese  – di cui già il Guardina e i media francesi hanno trattato – vanta, tra l’altro, una quarta di copertina firmata dallo scrittore Paul Auster.

Tutto nasce in un pomeriggio vagabondo per le librerie di Praga. Catelli scova un voluminoso libro bianco, il diario postumo dello scrittore ceco Jan Zàbrana. Sarebbe stato impossibile immaginarsi di leggere, in quelle oltre 2mila pagine e in quel momento, queste righe: “Hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato la gomma (…). Ci sono riusciti, e in modo così perfetto che il mondo fino a oggi ha creduto che Camus sia morto a causa di un banale incidente stradale, come può succedere a chiunque”. C’è di più: “L’ordine di liquidazione è stato dato personalmente dal ministro degli esteri Šepilov, come “ricompensa” per l’articolo pubblicato sul Franc-Tireur nel marzo 1957 nel quale Camus, in relazione ai fatti di Ungheria, ha attaccato il ministro, nominandolo pubblicamente”. Parole di seconda mano, confessate da una fonte molto vicina ai servizi segreti russi, il famoso KGB.

Da queste righe avrebbero preso avvio le ricerche di Catelli, aiutato dalla solerte vedova dello scrittore; ricerche tradotte poi in una narrazione che intreccia le vicende personali di Camus e di Zàbrana – ma anche di Pasternak, di cui il ceco era stato traduttore – sullo sfondo della Guerra Fredda. Nel 2014, il secondo avvenimento, a metà tra l’indizio e la prova: durante la presentazione del libro, interviene l’avvocato Giuliano Spazzali, il quale riferisce di una conversazione avuta con il collega Jacques Vergès, militante contro il terrorismo durante la Guerra d’Algeria. La sua versione combacia con quella di Zàbrana: per Vergès, Camus è stato ucciso dal KGB. E, aggiunge, l’omicidio ha avuto il benestare dei servizi segreti francesi. Camus era di certo inviso al potere di Mosca: per restaurare la monocrazia comunista in Ungheria, nel 1956 l’Armata Rossa aveva scatenato una guerra contro la quale Camus aveva firmato un appello, rivolto alle Nazioni Unite, ripetendo i suoi attacchi contro il governo sovietico. Che anche i servizi segreti francesi fossero conniventi è reso plausibile dalla porosità della loro struttura d’intelligence, che Catelli descrive permeata di ingerenze sovietiche.

Cosa significa scrivere oggi di questa storia?

Nonostante il tempo, resta una vicenda suggestiva ancorché tragica. Del resto, ho sempre avuto il sospetto che la morte di Camus non fosse stata un incidente. Ma, come diceva Pasolini, pur sapendo, non avevo le prove. Era altresì impossibile per me identificare qualsiasi potenziale sospetto, perché Camus aveva nemici feroci in molti ambienti: i rivoluzionari algerini, l’Unione Sovietica, i comunisti francesi, i reazionari e l’OAS (l’organizzazione francese paramilitare antialgerina): tutti avevano dei motivi per volergli fare la pelle. Poi, è arrivato il libro di Zàbrana. Da allora, ho solo voluto cercare la verità. Camus era odiato nell’URSS per i suoi discorsi pubblici, così come non va dimenticata l’opera di pressione che gli rese possibile fare assegnare a Pasternak il Nobel; ma anche l’intellighenzia francese di allora, composta perlopiù dal sistema di potere attorno a Jean-Paul Sartre, non lo aveva per nulla in simpatia, non perdonandogli il suo anti-stalinismo. In pochi si rendevano conto di quanto le posizioni di Camus, vicine all’anarchismo, fossero ben più di sinistra delle loro.

Parlare di queste cose resta anche oggi pericoloso?

Spero di no: del resto, sono fatti lontani nel tempo. Certo molti francesi faticano a fare i conti col loro passato. La morte di Camus è avvenuta in un periodo di palese avvicinamento della Francia all’URSS. Guarda caso, proprio quel fatidico 1960 fu l’anno della visita a Parigi e nel resto di Paese di Krusciov. Camus avrebbe senz’altro rilanciato le sue accuse. Per quanto riguarda la questione dello spionaggio, nel 1962 perfino Kennedy avvisò De Gaulle: i servizi segreti francesi erano zeppi di infiltrati. Nel 1966 il processo di avvicinamento coi sovietici toccò poi il suo vertice; De Gaulle, infatti, fece uscire il suo Paese dalla Nato.    

Nel libro, Catelli alterna una prosa poetica al resoconto giornalistico, ricostruendo la plumbea atmosfera della cortina di ferro. Varrebbe la pena leggerlo solo per immergersi in quell’epoca, dove gli omicidi – e qui lo stile è quello di Jan Fleming – avvenivano coi spray velenosi che non lasciavano tracce, o con microproiettili letali sparati da manici di ombrelli. L’alone di mistero, però, non avvolge solo il passato: “La vedova Zàbrana – dice Catelli – ha ricominciato a sentire degli strani scatti e rumori durante le telefonate, proprio come quando venivano intercettati dalla polizia. Suggestioni? Può darsi, ma potrebbe anche darsi che il governo attuale stia di nuovo allungando la sua ombra sui cittadini”. “Camus deve morire” non offre una prova definitiva: offre piuttosto il ritratto di un’epoca dove sembra del tutto plausibile che un intellettuale potesse venire ucciso per le sue idee. Ma offre anche il ritratto di un uomo, Camus, che amava la libertà e che anteponeva gli uomini alle loro ideologie.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 dicembre 2019