Il jukebox compie 130 anni

23/11/1889 • La prima apparizione nel 1889, l’anno d’inaugurazione della Tour Eiffel

Si dice che la prima frase registrata nella storia, quella che Edison recitò nel 1877 al suo fonografo, fu “Mary had a little lamb”, la strofa di una filastrocca. Non passò molto tempo da quella originaria incisione al momento in cui l’invenzione venne monetizzata. In ogni senso. Il 23 novembre del 1889 (ma per alcuni si tratta dell’anno successivo) nel Saloon Palays Royal di San Francisco fu messo a disposizione del pubblico una cassa in legno di quercia contenente un fonografo Edison classe M. Lo strumento era in grado di riprodurre musica. Alla cassa erano attaccati quattro stetoscopi da cui era possibile ascoltare alcune registrazioni, inserendo una monetina o, meglio, un nichelino. Si scrisse che l’apparecchio era riuscito a far guadagnare, nei soli primi sei mesi dalla messa in funzione, ben mille dollari al Saloon. A realizzarlo era stato Louis Glass insieme a William S. Arnold della Pacific Phonograph Company i quali, da allora, sarebbero stati considerati gli inventori del jukebox.

Lo strumento era certamente passibile di qualche miglioria, come il ricorso allo stetoscopio, per esempio; agli ascoltatori infatti veniva fornito, nei primi tempi, un asciugamano per pulire gli antenati dei nostri auricolari, ad ascolto terminato. Nel giro di una manciata d’anni, gli altoparlanti a corno li sostituirono e nel 1906 arrivò la funzione di selezione musicale dei pezzi, nella forma di dischi da grammofono: merito della John Gabel Company, che presentò un giradischi a moneta, il Gabel Automatic Entertainer, con cambiadischi automatico. Il tutto da caricare, però, ancora a manovella. Solo nel 1920 il jukebox raggiunse pressappoco la sua foggia moderna, con l’arrivo dei dischi registrati e riprodotti con la corrente elettrica.

Da allora, le maggiori case produttrici americane fecero a gara per adottare e copiare, di volta in volta, i migliori sistemi di cambio dei dischi. Ma anche le novità estetiche predilette dagli acquirenti. La Wurlitzer rimase l’indiscussa padrona del mercato fino agli anni ’60, rendendosi protagonista di un’imponente campagna pubblicitaria, che accostava lo svago e il divertimento dei giovani al jukebox. Anzi, che lo rendeva indispensabile. Il suo prodotto di punta, il 1015 Wurlitzer, riempì riviste e spot pubblicitari, tanto da imporsi nella memoria collettiva come uno dei simbolo di quegli anni ruggenti. Ne furono costruiti ben 50.000 esemplari. Vi starete chiedendo, forse, se uno di quelli è lo stesso che duetta con Fonzi. No: quello di Happy Days è un  Seeburg HF100G che, a dispetto della probabilità inferiore che avreste avuto in quegli anni di incontrarne uno, si è imposto nell’immaginario collettivo come il jukebox per eccellenza dei “fifties”. Certo, in quanto a funzionalità rimase imbattibile: fu il primo, e rimase il solo, a contenere 100 dischi a fronte dei 24 degli altri esemplari.

Ma che significa la parola jukebox? Forse nulla, o meglio: del significato originario si è persa l’origine precisa. La parola, secondo alcuni, deriverebbe dalle “juke houses”, cioè i postriboli dell’anteguerra, all’interno dei quali veniva spesso suonata musica senza sosta. Altre versioni lo vorrebbero derivare dalla corruzione della parola “jook”, un termine che nello slang dei neri americani significava danzare. Il termine sarebbe comunque diventato invalso solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Il jukebox, che aveva brillantemente superato la sfida lanciata dalla radio, nonché la terribile crisi del 1929, sembrava destinato a superare, come in effetti fece, le tumultuose rivoluzioni tecnologiche che si susseguirono dopo il 1945, adeguandosi prima ai dischi, passati dai 78 a 45 giri, poi all’hi-fi, al disco microsolco e, infine, allo stereo. Godendo di una diffusione pressoché ubiqua fino alle soglie degli anni Ottanta. I primi segni di cedimento del mercato arrivarono proprio allora. Nel 1982 il New York Times riportava un articolo dal titolo già nostalgico: “Il jukeboxe, una hit del passato, a quanto pare”. Il numero di esemplari presenti negli Stati Uniti si era più che dimezzato, nel giro di pochi anni, passando dai 700mila degli anni ’50 ai meno dei 300mila di quegli anni, rimpiazzati negli angoli dei locali dai flipper e dai videogiochi, ma anche dalle musiche di sottofondo. Nonché dalle discoteche, fonti di musica già allora molto affollate.

Non solo la TV ma anche il cinema ha flirtato molto con i jukebox, dalla scena del ballo di “Giungla d’asfalto” di John Huston (1950) a quella di “V per vendetta” di James McTeigue (2005) con Natalie Portman, passando per “Grease” (1978). Ma basterebbe fare un piccolo esperimento e vedere nei prossimi 5 film che vedrete se ne compare uno. Per un censimento sorprendente – con link analogo a piè di pagina sui flipper – rimandiamo alla teutonica precisione del sito tedesco jukebox-world.de, che ai film associa i modelli che compaiono, e in molti casi anche i fotogrammi, in una specie di pornografico modernariato. C’è qualche mancanza, è vero: come il modello che compare nel film di Martin Scorsese “Mean Streets” (1973), epico perché riproduce allo stesso tempo i Rolling Stones (erano gli anni ’70) e il tenore Giuseppe Di Stefano. Ma anche, per esempio, quello di “Mystic river” (2003), come ha notato casualmente chi scrive, riguardando il film su Netflix qualche sera fa.

Con la scomparsa dei jukebox, rimasti in qualche bar molto nostalgico o nei mercatini di antiquariato, finiva più che un epoca un costume: quello di partecipare alle colonne sonore delle serate, battagliando o convergendo sui brani da riprodurre. Un tempo in cui la competenza musicale non era facoltativa ma necessaria: come selezionare i brani se si ignorava l’artista e il titolo? Ora nei bar è possibile fare al massimo qualche richiesta, spesso accolta di malavoglia dai gestori, perché non in linea con la play-list preparata su Spotify. Ma ora che ci pensiamo, ci sono ancora apparecchi che riproducono musica in molti bar quando si inseriscono delle monetine: i video slot. Anche se, in quel caso, la musica è sempre, tristemente, la stessa.

Il Piccolo di Cremona, 23 novembre 2019

“Lezioni di felicità”, di Ilaria Gaspari

Accostare le esperienze di vita ai classici può rivelarsi un esercizio scivoloso sia dal punto di vista narrativo sia teorico. Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita, di Ilaria Gaspari edito da Einaudi (145 pp. € 13,00) ha superato l’insidia ed è diventato un successo di pubblico che sta portando l’autrice un po’ in tutta Italia a presentarlo.

La protagonista è una donna che si guadagna da vivere scrivendo. È, come l’autrice, laureata in filosofia. Vive una crisi personale dovuta alla rottura di una lunga relazione e a un trasloco, che le consente però di rispolverare – letteralmente e letterariamente – alcuni libri dell’università. In particolare, quelli dedicati alle scuole filosofiche dell’antichità.

Comincia allora un percorso di rimonta personale: dalla scuola pitagorica, imparerà a vincere la pigrizia con il rispetto di alcune regole, per quanto assurde; da quella eleatica, a non creder che la vita vada sempre in una direzione necessaria; dalla scuola scettica a diffidare delle convinzioni subitanee; dagli stoici e dagli epicurei a ridimensionare le aspettative e a troncare ogni radicalismo; dai cinici, a bastare a sé stessa.

Per farsi un’idea dell’incedere del libro, si prenda la settimana eleatica, dedicata alla scuola omonima, la più difficile perché la più astratta. Dopo aver introdotto Parmenide all’ombra del tema del parricidio – letterario – operato da Platone, Gaspari si concede un intermezzo narrativo, passando in rassegna  gli oggetti domestici pronti per il trasloco, constatando:

Tutto questo, anche se non sembra, ha molto a che fare con Parmenide e la mia iscrizione alla scuola eleatica. È stato quando il trasbordo era ormai quasi finito, e il camioncino era già partito, quando mi pareva che in casa non ci fosse quasi più niente… è stato allora che ho scoperto che in certe circostanze particolari come quella del trasloco, un numero finito di oggetti si può suddividere in una quantità pressoché infinita di contenitori, scatoloni, valigie e – soprattutto – viaggi alla casa nuova. Non avevo mai guardato così da vicino una dicotomia all’infinito; mai mi era sembrato più reale, più tragico e più assurdo, il famoso paradosso di Achille e della Tartaruga.

Come si può notare, lo stratagemma è ironico e ben narrato.

Si passa poi con agilità agli altri paradossi di Zenone, non dopo aver descritto il personaggio, litigioso e belloccio discepolo di Parmenide, forse suo amante; tra i paradossi, viene scelto quello della freccia. La protagonista si rende conto che, come la freccia di Zenone, la sua vita si è composta di stadi successivi di immobilità apparentemente in movimento. O meglio: di istanti a sé stanti erroneamente creduti orientati verso qualcosa. Di qui, la necessità di vivere ogni momento per quello che è, e non in una prospettiva teleologica.

In questo libro, Ilaria Gaspari combina l’aneddoto (la burrascosa esistenza di Zenone, per esempio) con l’osservanza ai testi (il riferimento a Diels-Kranz), rivitalizzando le personalità dei filosofi presentandone il carattere. Scrive in modo chiaro e si aggrappa alla lucida concretezza di chi, come la protagonista, lotta con la depressione; concretezza che avvolge anche le metafore (come frecce, “pensiamo… di dover conficcarci nel bersaglio, tremante intorno alla punta affilata che ha colpito…”). Fa sbocciare  insomma i frutti dell’amalgama tra il pensiero e la vita della protagonista più per associazione di idee che per un forzoso gioco a incastro; e se qualche volta l’episodio narrato tradisce il fatto di essere orchestrato per attagliarsi al momento, lo fa per esigenze narrative. Insomma: la formula, a metà tra romanzo e saggistica, regge.

Cafè Golem, 11 novembre 2019

Europa, prodotto scadente della Germania unificata

01/11/2019 • Entrava in vigore 26 anni fa il Trattato di Maastricht. Tra il sarcasmo dei britannici

“Nessun taglio del nastro o sventolare di bandiere. L’era dell’Europa comincia con un silenzio assordante”, scriveva quel 1° novembre del 1993 un quotidiano inglese. E infatti il giorno in cui entrò in vigore il Trattato di Maastricht, cessò di esistere la Comunità Economica Europea (CEE) e nacque l’Unione Europea, non ci furono celebrazioni ufficiali. Anche gli uffici erano deserti: gli impiegati erano in vacanza per Ognissanti. “Oggi è il giorno – si leggeva sempre nell’articolo del Guardian – in cui i cittadini inglesi si sono trasformati in un essere umano nuovo e più nobile: sono diventati cittadini dell’Unione Europea”. Retorica? No, sarcasmo. Preso di mira, nello specifico, era il concetto di “cittadinanza europea” introdotto dal Trattato, garante di diritti, libertà di movimento e accesso ai servizi; concetto contro il quale proprio gli inglesi, 23 anni più tardi, si sarebbero battuti fino a uscire dall’UE.

Quel 1° novembre non ci furono celebrazioni perché la firma del trattato era avvenuta a una distanza politicamente siderale: il 7 febbraio dell’anno precedente, un anno e mezzo prima, in quel caso sì tra qualche festeggiamento. Tre, i punti programmatici o “pilastri” fissati: l’accorpamento delle tre forme di unione comunitaria (CEE, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio – CECA ed Euratom) nella sola UE; una politica estera di sicurezza comune; la cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Era nata l’Unione, ma cominciava anche a profilarsi l’architettura che oggi conosciamo: maggiori poteri legislativi al Parlamento, per esempio, nonché la nascita del Consiglio dell’Unione Europea, che avrebbe riunito i ministri dei governi di ciascun paese (la sua formazione più nota è senz’altro l’Ecofin, che riunisce i ministri di economia e finanza dei paesi membri).

Si potrebbero citare anche l’istituzione della Commissione delle Regioni o gli altri punti programmatici (la rete di trasporti pan-europei, le politiche industriali, culturali o quelle a difesa del consumatore), ma il vero protagonista del trattato di Maastricht fu la moneta unica. Il trattato pose infatti le basi per l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2002 e istituì la Banca Centrale Europea. A garanzia della stabilità della futura moneta, furono fissati anche i cinque parametri per poter entrare a far parte dell’accordo monetario. Riguardavano: l’inflazione, i livelli del debito pubblico, i tassi di interesse, il tasso di cambio.

Dopo la firma del febbraio ’92, furono quindi indetti i referendum nei singoli paesi: vinsero di misura o per un pelo (in Francia si disse favorevole solo il 51% dei votanti), tranne che in Danimarca, dove la sconfitta degli europeisti, oltre a far traballare l’intero accordo, fu seguita dalla concessione di alcune deroghe. Non da ultimo, ci fu il problema dell’Inghilterra che si sfilò dall’accordo monetario e fece giungere il Trattato sull’orlo del fallimento. Nei paesi aderenti, poi, le dure manovre economiche per rispettare i parametri crearono tensioni sociali (in Italia si ricorda quella “lacrime e sangue”). Ma fino al 2007, anno della crisi dei debiti, l’Europa sembrò andare nella direzione sperata: aumentò il benessere e riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi membri.

Maastricht fu però anche un simbolo del cambiamento di rotta dell’idea di Unione. Con la ratifica di un patto che avrebbe legato in maniera inscindibile le economie europee, il progetto federalista politico di Altiero Spinelli veniva ribaltato. Anziché lottare per un’unificazione politica sempre più accentuata (nella forma di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa), ci si impegnava nella direzione della cooperazione economica e del benessere. L’unione politica sarebbe seguita spontaneamente. Si arrivava, del resto, da un periodo di “euro sclerosi”, tra i Settanta e gli Ottanta, periodo dal quale l’Europa era riuscita a disincagliarsi proprio grazie a una schiera di politici e pensatori pragmatici, il cui capofila divenne l’economista francese e presidente della Commissione europea Jacques Delors. La loro idea era chiara: perseguire l’assestamento degli interessi economico dei paesi membri. E la chiave sarebbe stata l’unificazione monetaria.

In rete, sul trattato di Maastricht, si trovano molti contributi dietrologici che ridurrebbero l’Europa a un comitato d’affari di banchieri senza scrupoli. Si tratta perlopiù di ciarpame, è chiaro, per quanto Maastricht fu un avvenimento geopoliticamente più complesso di come viene spesso presentato dalla retorica europeista. Una narrazione disincantata, cinica e plausibile dell’approdo alla ratifica porta il nome di Gianni De Michelis, l’allora Ministro degli Affari esteri del Governo Andreotti. La ricostruzione di quel che accadde allora fu pubblicata già nel 1996 sulla rivista Limes.

L’evento scatenante della fisionomia finale del Trattato fu infatti la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl negoziò infatti la riunificazione della Germania, a patto che si fosse accelerato il progresso di integrazione, come fu richiesto soprattutto della Francia. Le paure della Francia erano quelle che la Germania avrebbe potuto, come si diceva allora, federarsi non solo con la DDR, ma confederare l’intero blocco ex-sovietico (Russia esclusa, naturalmente). Il già allora potente marco sarebbe dovuto allora diventata la valuta su cui modellare l’euro, così come la Bundesbank avrebbe fatto da modello alla Banca Centrale Europea (BCE). Kohl accettò e la Repubblica Federale di Bonn spostò finalmente la sua sede al Reichstag di Berlino.

Ma il Guardian quel giorno non disse nulla di tutto questo. Si limitò a constatare un altro aspetto che riguardava la cittadinanza europea: che sarebbe bastata la residenza in qualunque paese europeo per votare o candidarsi alle elezioni in loco. E non trovò di meglio da dire che dunque ci si sarebbe potuti aspettare che anche la pornostar Cicciolina, allora parlamentare italiana, si sarebbe potuta candidare sul suolo inglese. Una dichiarazione fatta da una distanza politica siderale, quando ancora l’Inghilterra godeva di quel prestigio che le permetteva frasi snob del genere.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° novembre 2019

L’epopea di Blockbuster, il cinema da portare a casa

19/10/1985 • In Texas apriva il primo negozio; oggi ne resta solo uno in Oregon

Bend è una città dell’Oregon, ai piedi della Catena delle Cascate, una catena di montagne che la separa dall’Oceano Pacifico. Conta quasi 100mila abitanti (un po’ meno di Piacenza). È una di quelle città americane che – se ho ben visto da Google Maps – si raggiunge dopo aver percorso per ore e ore una statale circondata da deserto e arbusti, con qualche conifera che segnala l’avvicinarsi dell’abitato. In città, si può fare qualche escursione e bere birra, bevanda a cui sono dedicati ben tre punti dei dieci must see nell’opuscolo turistico. Nulla di più; senonché, quasi all’incrocio tra la Route 97 e la Route 20, tra un negozio di cannabis e un crematorio per animali, c’è un negozio di noleggio di videocassette e dvd unico al mondo, che – ci scommetto – proprio in quell’opuscolo prima o poi verrà inserito. L’insegna è una grossa etichetta blu, inclinata e strappata su un lato, dentro la quale si legge, in una cornice gialla e dello stesso colore, la parola “Blockbuster”.

Blockbuster significa campione di incassi, anche se quel block (= quartiere) e buster (= distruttore) rimanda alla sua origine di sinistro ordigno bellico. Il negozio è gestito da Sandi Harding, una robusta signora di 48 anni, cresciuta a pizze surgelate e videocassette prese a noleggio, come ha raccontato al Guardian. Ci lavora dal 2004. Nell’ultimo anno, si è vista arrivare un ragazzo dalla Spagna e una coppia dall’altra parte degli USA. Il primo, che in patria lavorava proprio da Blockbuster, è scoppiato in lacrime mentre videochiamava il suo ex-capo, aggirandosi tra gli scaffali dei film. La coppia, invece, era arrivata perché il loro figlio “facesse l’esperienza di vederne uno”; hanno noleggiato un dvd, consapevoli che non avrebbero trovato un lettore di vhs; poi, in albergo, hanno scoperto che nemmeno il lettore dvd c’era e sono stati costretti a comprare uno. Il motivo della visita del ragazzo spagnolo e della coppia americana è questo: a Bend si trova l’ultimo negozio Blockbuster rimasto sulla faccia della Terra.

Ora però prendiamo il nastro, infiliamolo nello sportello del videoregistratore e riavvolgiamolo finché un suono secco e meccanico ci avvertirà di poterlo rivedere dall’inizio, dopo i primi secondi di sfarfallio. Era il 19 ottobre del 1985 e a Dallas, in Texas, apriva il primo Blockbuster. Il negozio vantava un inventario di 6mila videocassette. Andò bene fin da subito e il fondatore, David Cook, investì altri sei milioni di dollari in un altro. Nel 1987 al cofondatore Wayne Huizenga, che lo aveva inglobato nella sua società mutuandone il nome, venne l’idea del franchising e fu il boom: negli anni successivi si arrivò a un ritmo di apertura di uno ogni 24 ore. Lo stesso anno, Blockbuster vinse la causa contro Nintendo per guadagnarsi anche il noleggio dei videogiochi e cominciò ad acquisire le maggiori rivali americane, sbarcando in una trentina di paesi. Nel 1998 arrivarono i primi dvd e il nuovo CEO John Antioco non si fece trovare impreparato: acquistò dalla Warner Bros i diritti di esclusiva per il noleggio, con un anticipo di sei mesi su quelli di vendita.

Forte di questo successo – del passaggio indolore tra vhs e dvd – Antioco aveva riso in faccia a Marc Randolph, che gli aveva proposto di acquisire la sua ditta di noleggio di dvd per posta, al prezzo di 50 milioni di dollari. La ditta si chiamava Netflix. Troppo facile ripensare ora a come sarebbe potuta andare se avesse accettato. Basti dire, però, che proprio quel no convinse Randolph a puntare tutto su un’azienda di software con l’obiettivo di “distruggere Blockbuster”. A dirla tutta, possiamo scrivere tranquillamente che, anche senza Randolph, sarebbe andata allo stesso modo. L’inevitabile fine del supporto fisico nel settore avrebbe condannato comunque al fallimento un’azienda che aveva da sempre puntato su un prodotto materiale. Nel 2004, Blockbuster impegnava più di 84mila persone e aveva 9mila negozi fisici. Quindici anni dopo, di quell’impero non restava più quasi nessuna traccia.

Volendo essere un po’ enfatici, per chi è nato e vissuto tra il 1980 e il 2000, Blockbuster ha portato il cinema, d’essai o campione d’incassi, nel salotto di casa; o almeno, lo ha reso definitivamente domestico. Oltre ad aver generato un fenomeno di nostalgia precoce. Personalmente, ricordo con la giusta commozione le liti con mia sorella per i film da guardare, ma anche per i pop-corn al caramello (anziché al cioccolato, che preferiva ed allora esistenti solo da Blockbuster), così come la gara a chi avrebbe infilato nella buca del negozio di via Aselli, a Cremona, la vhs o il dvd da restituire. Ma ricordo anche la faccia di mio padre quando si accorgeva di non aver restituito in tempo i film presi la settimana prima (lo si poteva fare entro il lunedì, altrimenti si pagava una multa); oppure la tessera di plastica sottile che era sempre in bella vista nel portafoglio dei miei. E poi tanti, tantissimi sabati sera passati lì a scegliere i film che avremmo visto. Non ricordo, invece, la musica di attesa del centralino che, mi hanno detto altri nostalgici, era quella dei titoli di testa di Star Wars.

Quando la notizia della fine di Blockbuster si diffuse, in molti provarono a reagire. Lo showman John Oliver, ad esempio, cercò di salvarne uno in Alaska, regalando al negozio il sospensorio usato da Russel Crowe nel film Cinderella Man. Ricevuto il cimelio, il negozio ricominciò a funzionare, ma dopo pochi mesi fallì come gli altri. Ancora nel 2008, Blockbuster compariva in una famosa scena nel film Yesman con uno stralunato Jim Carrey al telefono. Un omaggio in anticipo alla futura scomparsa? Sarebbe stata una bella uscita di scena, quella; ma la verità è che le notizie di perdite, chiusure, liquidazioni e licenziamenti si susseguirono senza sosta fino alla bancarotta. In Italia, Blockbuster arrivò nel 1994 e fallì nel 2012. Lo stesso anno in cui molti, a Cremona, passando da viale Trento e Trieste, videro le saracinesche del negozio abbassate per sempre.

E il Blockbuster di Bend city? Se lo volete vedere, non dovete affrettarvi: l’azienda che detiene il marchio Blockbuster ha rinnovato la licenza d’uso al negozio; e il contratto d’affitto dei locali non scadrà prima di qualche anno. Sono in tanti, comunque, compreso il New York Times, a chiedersi come sia possibile che sopravviva. Qualcuno ha parlato di una zona particolarmente difficile da collegare a una rete internet veloce abbastanza per lo streaming; altri, invece, sostengono che sia dovuto al carattere cinefilo della città (dove si tengono ben due festival all’anno). Nel frattempo, il negozio vende non solo vhs e dvd ma anche magliette e merchandising nostalgici: insomma, Blockbuster sta entrando nella mitologia degli anni ’90, insieme allo skateboard e alle converse. Lo si potrebbe candidare a museo ufficiale di quegli anni e forse non passerà molto prima che lo diventi. Intanto, si sa che sarà oggetto di un documentario, che però potrà essere visto per volontà dei produttori solo su supporto fisico e a noleggio e non in streaming. No, certo che no: e se ve lo perderete al cinema, probabilmente basterà cercarlo su Netflix.

Il Piccolo di Cremona, 19 ottobre 2019

“La lingua disonesta” di Edoardo Lombardi Vallauri

Quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca? La risposta è: nessuno. Mosè non caricò nessun animale a bordo della biblica imbarcazione. A farlo fu Noè e i più attenti si saranno accorti dell’errore. Se invece siete stati ingannati dalla formulazione della domanda, a trabocchetto, non c’è da preoccuparsi: senza accorgersi dell’errore, la maggior parte degli intervistati ha risposto in un attimo
“due animali”. Si tratta di un esperimento che mostra l’efficacia di una delle molte strategie linguistiche di cui si occupa il linguista Edoardo Lombardi Vallauri nel suo libro, “La lingua disonesta– Contenuti impliciti e strategie di persuasione” (il Mulino, pp. 285, 16 euro).

Il trucco è semplice: spostare l’attenzione su un argomento preciso del discorso – il numero di animali di ciascuna specie – e farla abbassare sulla parte che contiene un errore – sostituire Mosè a Noè. Vi ricorda qualcosa? È lo stesso trucco dei prestigiatori: concentrare l’attenzione su un gesto e nel frattempo farne un altro di nascosto. L’uso di questo metodo nella pubblicità è invalso. Per esempio: se di un cibo scrivo che quest’eccellenza italiana si trova sugli scaffali di ogni supermercato (l’esempio è inventato) sposto l’attenzione sul fatto che il prodotto si trovi in un certo luogo, dando per scontato che sia un’eccellenza.

Ecco qui, invece, un esempio di strategia detta “implicatura” : nell’Ottocento si leggeva su alcuni cartelli nelle scuole della Bretagna: “Vietato sputare e parlare bretone”. Ora, i cartelli non dicevano esplicitamente che parlare bretone fosse estremamente maleducato come lo è sputare: lo lasciavano intuire. E ciò che li rendeva così sottilmente e ambiguamente efficaci è proprio questo: non erano espliciti. Lasciando a noi il compito di trarre le conclusioni, i messaggi di questo tipo ci costringono ad abbassare quella che Lombardi Vallauri chiama la “vigilanza critica”: “L’essenza persuasiva di questi impliciti sta nel fatto che il destinatario, poiché non “ vede” l’emittente asserire quel contenuto, e anzi è lui stesso a costruirlo, più difficilmente lo metterà in discussione”.

Il libro di Lombardi Vallauri è un florilegio di gustosi esempi di strategie implicite pubblicitarie e incursioni nel linguaggio allusivo dei politici. C’è poi una sezione dedicata ai meccanismi antropologici
e neuro – linguistici sottesi ai nostri modi di ragionare, più complessa senz’altro , ma fondamentale per capire le radici evolutive e fisiologiche delle nostre strategie cognitive.

Oltre al valore scientifico, il libro è percorso poi da un fine educativo preciso, di natura sociale e politica. Non si tratta di un forzoso orientamento dei gusti merceologici o delle preferenze politiche (gli esempi sono bipartisan), ma la volontà di accrescere la nostra capacità di riconoscere le strategie delle comunicazioni promozionali e propagandistiche: una fonte di guadagno per tutti coloro che si identificano nel ruolo di consumatori e cittadini consapevoli. Scrive Lombardi Vallauri: “occorre alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste anche i fenomeni linguistici. Perché dove non si può più abusare liberamente dello strumento linguistico, manipolare diventa molto più difficile”.

(Una versione ridotta della recensione è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 12 ottobre 2019)

Dido Castelli: dai “I Bastardi di Pizzofalcone 3” alla nuova opera su Alberto Sordi

Non solo gialli. Lo sceneggiatore Dido Castelli, nato a Cremona nel 1956, è noto nel mondo dello spettacolo prevalentemente per la sua carriera televisiva. E la sua carriera proprio di serie tv è fatta, perlopiù gialle: da “Un commissario a Roma” alla terza e prossima stagione dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma oltre ad aver diretto anche alcuni film, uno dei lavori che può appuntarsi con maggiore orgoglio è senz’altro il film Rai “In arte Nino”, con Elio Germano, che è il ritratto di quello che Castelli considera il suo più grande maestro: Nino Manfredi. “Tra i grandi della commedia all’italiana – dice Castelli – lui era il più tecnico, il più americano, il meno personaggio e più attore. Elio Germano, che sul set è un vero perfezionista, si fece convincere a interpretarlo proprio perché la parte sarebbe stata per lui un vero atto di prova”.

In questo periodo, Castelli sta lavorando a un analogo ritratto televisivo su Alberto Sordi. “Sono molto orgoglioso che il ritratto di Sordi, l’icona massima nel cinema della romanità, sia stato affidato a me, che sono un cremonese. A differenza di Manfredi, non l’ho mai conosciuto personalmente. A maggior ragione, quindi, mi sono dovuto documentare moltissimo, soprattutto per raccontare l’inizio della sua carriera. In generale, quando si tratta di ritratti di grandi attori, gli esordi, che sono la parte ovviamente meno conosciuta, sono per certi versi anche quella più interessante: con il successo, molti tendono ad assomigliarsi, ad assumere un po’ gli stessi difetti. Nel caso di Sordi, una delle difficoltà maggiori sta nell’interpretazione: riprodurne semplicemente la maschera significherebbe farne una caricatura”.

Cosa significa scrivere per la televisione, con le sue scadenze e i suoi tempi?

Nella mia esperienza ho lavorato prevalentemente per la Rai ma anche per un altro grande network come Mediaset: in entrambi i casi, la scrittura di una serie tv è seguita da vicino dai cosiddetti funzionari ed editors, professionisti delle reti televisive. Il loro compito non è certo modificare la volontà dell’autore, ma fare in modo che i soggetti si adattino al meglio al pubblico di destinazione. Nel caso della tv generalista, il lavoro è difficile: a differenza di piattaforme come Sky e Netflix, che possono contare su pubblici più settoriali e quindi personalizzare i loro prodotti, i network come Rai e Mediaset devono prevedere un pubblico ben più variegato. In quel caso, i giovani restano i più difficili da raggiungere. Molti autori cercano allora di produrre qualcosa di un po’ più innovativo, un po’ più internazionale: ma l’ultima parola ce l’ha sempre il network.

Per quanto riguarda invece la realizzazione vera e propria di una serie, nell’ambito televisivo il rapporto autoriale tipico del cinema si rovescia: il regista non viene considerato il maggiore responsabile del prodotto; l’intelaiatura e l’autonomia creativa è più limitata e si deve rispettare un andamento seriale; perciò, è chi scrive i soggetti a dare la linea; e il regista si occupa della messa in scena. Se mi chiede come funziona più nel dettaglio, prendiamo l’ultima serie a cui sto lavorando, “I bastardi di Pizzofalcone”. È tratta dal romanzo di Maurizio De Giovanni. I personaggi che ha inventato nei suoi romanzi sono tutti presenti anche nella trasposizione televisiva. Ma per alimentare lo svolgimento di un prodotto seriale non basterebbero: ne abbiamo aggiunti altri. E per la verità, anche un solo sceneggiatore di solito è insufficiente: in questo caso, siamo una squadra di sei persone. Altrimenti, non sarebbe possibile la realizzazione di una serie intera nel giro di un mese, un mese e mezzo. Oltre a noi, come dicevo, c’è anche il personale del network, che ci presenta delle esigenze specifiche. Una di queste, ad esempio (e giusta peraltro), è stata quella di riservare ad Alessandro Gassman la parte più rilevante (quella dell’ispettore Giuseppe Lojacono) che nei libri non sempre risultava così centrale.

Mi chiede se ci sono delle regole di scrittura per i soggetti? Be’, ne esiste una generale che è quella di seguire due linee narrative. La prima è detta verticale, cioè attraversa la singola puntata: nel caso del giallo, si tratta delle vicende che portano alla risoluzione del caso sorto all’inizio di ogni puntata e che la chiudono. La linea orizzontale, spesso di natura sentimentale ma non solo (si veda l’esplosione dell’ultimo episodio della serie), attraversa invece le puntate e le stagioni.

Posto che rivelare qualcosa Le sarà vietatissimo, ci può dire come sarà la prossima stagione dei Bastardi di Pizzofalcone?

Un po’ più noir.

Lei vive ormai da decenni a Roma: ha mantenuto un buon rapporto con la sua città natale, Cremona?

Cremona è sempre nel mio cuore: che io sia di Cremona, per dire, lo sanno bene anche i miei colleghi, e sento di rappresentare una di quelle tante provincialità che Roma ha saputo accogliere. La mia identità non può fare a meno del rapporto con la mia città natale. Purtroppo, ci vengo molto raramente, soltanto per trovare i parenti che mi rimangono. Ma Cremona, per me, resta un luogo dell’anima. La mia infanzia è fatta di nebbie, del Po e della città: sono nato in piazza Padella (una poco nota ma curiosa laterale di via Sicardo, dietro il Palazzo vescovile, ndr); poi mi sono trasferito in via Massarotti, che allora era quasi periferia. E fino ai 14-15 anni, quando ormai abitavo a Roma, ho passato diverse estati nella casa di famiglia di via Bonomelli.

Mi riprometto spesso di tornarci e confesso di avere un sogno: girare lì una fiction. Non che non ci abbia provato, ma non essendoci una film commission ci sono diversi problemi per chi si trova a deve allestire proprio lì un set. Eppure, sarebbe una location davvero bella e piena di fascino. Quindi sì, spero di tornarci ancora una volta, e di doverlo fare per motivi di lavoro.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 settembre 2019

“La mosca nella bottiglia; Lo stile dell’anatra” di Raffaele La Capria

“Poesia onesta”, diceva Umberto Saba. Nel caso di Raffaele La Capria si dovrebbe parlare di saggezza o, meglio, di saggistica onesta. Disarmante, a tratti. “La mosca nella bottiglia” e “Lo stile dell’anatra” sono due opuscoli che Mondadori ha meritoriamente ripubblicato qualche mese fa in un solo volume, che è un po’ saggio, un po’ zibaldone, tenuti insieme, concettualmente, dall’ “elogio del senso comune” (sottotitolo della prima parte).

La premessa del discorso ha un’eco cartesiana: il senso comune è una “sensibilità che, anche se distribuita in dosi diverse, è da tutti condivisa”. Per capire di che si tratta è utile una sortita nel mondo anglosassone: il senso comune di cui parla La Capria ricalca da vicino, infatti, il common sense inglese, impasto di pragmatismo e ragionevolezza, e ben distinto dal buon senso, modo di pensare che, invece, appiattisce al dettato conformista. Passando la parola al testo:

Il senso comune come io l’intendo è una sfida. Una sfida vivace e allegra, attiva ed emotiva al conformismo alto-intellettuale, al linguaggio vessatorio e inutilmente incomprensibile dei sottili, e all’intimidazione culturale, ideologica, morale, nascosta in tutte le concettosità adibite all’alterazione delle verità palesi e all’alterazione della nostra sensibilità.

Il senso comune viene quindi imboccato per lasciarsi alle spalle le insostenibili e incomprensibili mostre d’arte contemporanee; ma anche brandito per sfoltire “le superfetazioni concettuali” che trovano la forma più plastica e attualizzata nei paroloni e nei discorsoni culturali disseminati nelle pagine di giornale, nelle conferenze o nelle comparsate di presunti intellettuali in tv.

Fin qui, “La mosca nella bottiglia” (ai lettori del libro lascio il compito di decodificare la metafora).

Passiamo ora allo “Stile dell’anatra”. Non è soltanto il titolo della seconda parte, ma anche il noto marchio di fabbrica dell’autore. Consiste in una scrittura che è lo sviluppo della metafora ornitologica: semplicità apparente del nuoto a fronte di un grande sforzo delle zampette del natante; e quanto sarebbe interessante vedere questo stile in corso d’opera; per la verità, se ne volete un bell’esempio, prendete l’esercizio di Stephen King in calce a “On writing”, dove le parole superflue di un raccontino inventato da King vengono cancellate nella seconda riscrittura.

Le riflessioni sul metodo lasciano spazio anche a pagine sulla nostalgia dell’infanzia e della bellezza, nonché a una teoria del risentimento degna di un moralista; un risentimento che, con occhio lungo, La Capria fa culminare nel qualunquismo. All’interno di quella riflessione è incastonata, poi, una gemma di critica, dedicata ai grandi scrittori russi dell’Ottocento.

Ma torniamo, solo un attimo, alla nostalgia della bellezza. Fedele alla semplicità, La Capria si domanda: “è possibile separare in un’opera la bellezza dal significato che le fu attribuito dall’artista che lo creò? Io credo di sì”. E, facendo leva proprio sul senso comune, si chiede, con immacolato candore: “Ma se nonostante questo poi l’opera non appaga il mio sguardo, che devo concludere? Che sbaglia il mio sguardo o sbaglia l’artista incapace di comunicarmi l’emozione che secondo lui dovrei provare?”. L’artista dovrebbe essere naif, ingenuo, diceva Baudelaire. E, con lui, anche noi.

La cautela esitante e l’ingenuità ostinata, ravvivate da un ardimentoso linguaggio immaginifico, non tolgono l’impressione che La Capria, in questo libro, sia animato da una diffidenza istintiva più che ragionata verso una certa idea di cultura; una diffidenza che lo porta a rifiutare di vestire i panni del critico nel suo esercizio demistificante, cioè quello della sana stroncatura (pur essendo gustose, tra le altre, le pagine dedicate a Joyce, “scrittore per soli scrittori”). E difatti, c’è da ammetterlo, alcune digressioni moralistiche (in senso deleterio), proprio per l’assenza del mordente critico, più che innervate di senso comune, rasentano pericolosamente il buon senso. Non vi aspettate, dunque, il corpo a corpo con la menzogna intellettuale.

Con ciò, queste lezioni di semplicità restano insuperate nel dare a tutti un antidoto ai sortilegi provocati dalla cattiva fede culturale e dalla capacità che ha di intimidirci.

Cafè Golem, 12 settembre 2019

“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale” di Raffaele Alberto Ventura

Nel 1605 il cattolico Guy Fawkes fu scelto tra alcuni congiurati per dare fuoco alle polveri che avrebbero dovuto fare saltare in aria la House of Lords, il Parlamento di Londra. Fu scoperto, torturato, giustiziato. Non prima, però, di aver rivelato i complici di un attentato che avrebbe voluto gettare nel caos il governo inglese, filo-anglicano e, dunque, anticattolico. Da qualche anno, Guy Fawkes gode di una rinnovata celebrità: è il volto che ha ispirato la maschera del fumetto, e poi del film, “V per vendetta”. Per alcuni, l’episodio del 1605 spinse anni più tardi Thomas Hobbes a scrivere “Il Leviatano”, testo che fonda la moderna teoria del contratto sociale: l’idea che un immaginario patto tra i cittadini tenga in piedi le istituzioni con lo scopo di evitare l’anarchia e la violenza. Hobbes e Fawkes sono due dei protagonisti del nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, “La guerra di tutti – Populismo, terrore e crisi della società liberale” (Minimum Fax, p. 309, 18 euro).

Ventura aveva esordito due anni fa con il folgorante “Teoria della classe disagiata”, un libro che – parafrasando Calvino commentatore di Fenoglio – tutti i suoi coetanei avrebbero voluto scrivere sull’argomento. Nel testo, descriveva la parabola di quei giovani, nati dopo gli anni ’80, che avevano dedicato tempo e risorse agli studi umanistici, con l’ambizione di conquistare la pregiata condizione sociale promessa dall’industria culturale. Una partita persa, con schiere di aspiranti intellettuali e artisti dirottati in mansioni, ai loro occhi, più prosaiche o, peggio, per nulla gratificanti. Con questo libro, dal sapore liberale e coraggioso, Ventura ha allargato lo sguardo, raccontando alcune sfide fondamentali dei nostri anni, che vedono contrapporsi l’urgenza di costituire un nuovo patto tra i cittadini e le forze disgregative della società. Queste sono generate da fenomeni come l’eccesso di informazione – che genera i mostri delle fake news – o dalla costante sfida per il riconoscimento (sociale) tra gli individui, merce sempre più rara e costosa in un periodo di crisi, capace appunto di scatenare la guerra di tutti e di generare, in politica, i populismi. È su uno dei fronti di questa lotta, del resto, che germogliano i semi del terrorismo: nelle periferie delle grandi città, i figli di una cultura sradicata, ma in sostanza occidentali, rispondono alle sirene del fondamentalismo che offre loro un’identità, per quanto tragica e omicida.

Ventura ha la stoffa del divulgatore e riesce a spiegare la lotta tra la purezza dei principi e la visione realistica della politica con Capitan America e Super Man. E il ricorso ad alcuni filosofi francesi, che ingarbugliano le già intricate interpretazioni del nostro tempo, è l’unico rimprovero che gli si può fare. Due sono comunque le questioni, in coda al libro, che rappresentano lo sforzo teorico più ambizioso di Ventura nell’affrontarle. La prima riguarda il rapporto tra l’Occidente e la fondante idea di tolleranza, condannata alla sconfitta di fronte alla volontà di imporre il proprio stile di vita alle comunità di immigranti sul nostro territorio. Ragionare sulla sconfitta del concetto di tolleranza, tuttavia, non vuol dire adottare un atteggiamento arrendevole: significa accettare una cultura diversa, pur difendendo quei valori irrinunciabili della convivenza civile. Pena: l’affermarsi del fondamentalismo.

Non ci sarebbe peggiore fallimento per la società liberale, d’altronde, che accettare come sola soluzione ai processi di dissimilazione la ghettizzazione dei vari gruppi sociali (…). La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire in pieno il senso di tolleranza (…). Si tratta di rifondare la sovranità nella sua funzione originaria: quella di arbitrare sui conflitti tra corpi sociali. Ma perché questa sovranità sia riconosciuta come legittima deve innanzitutto dimostrare la propria estraneità agli interessi di ogni singola fazione, per quanto maggioritaria; e perché le meta-regole comuni siano rispettate è necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e negoziabili” di cui parla Bauman. Altrimenti gli stati si ridurranno a essere, come spesso già sono e vengono percepiti, il braccio armato della minoranza più grossa.

L’altra questione è l’impossibilità per l’Occidente di dimenticare che la sua idea di pacificazione si è basata su una violenza originaria (colonialismo) e costante (neo-colonialismo), giustificata dalla promessa di portare, più che libertà, benessere nel mondo. E proprio ora, nemmeno quando riesce più a mantenere quel benessere nel suo spazio, sente bussare alla porta da chi se lo era sentito promettere, ed è costretto a usare la violenza per respingerlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così?

Cafè Golem, 11 agosto 2019

Immortale Vasco, il grande spettacolo del “Nonstop live ’19”

Alle 23.30 in punto, quando la musica finisce, si accendono le luci su San Siro e lo stadio, ordinatamente, si svuota. Ragazzi, coppie, qualche solitario; tante amiche e amici di mezza età; famiglie e qualche bambino. Certe facce sono stravolte, altre sorridenti; c’è chi canta ancora, chi se ne va in silenzio e chi intona cori; e chi proprio non ce la fa a non piangere. Quasi tutti hanno una sciarpa, una maglietta, un cappellino col suo nome. Non si potrebbe trovare un campione migliore della cosiddetta “gente”. Anche se, per una sera, quelle 60mila persone sono un’altra cosa: sono il popolo di Vasco. E lo spettacolo è anche lo stadio stracolmo fino agli ultimi anelli, i boati, il pubblico che – sulle note di “Vivere” – sembra un immenso cielo stellato, trapunto di telefonini accesi.

Sei date, tutte a San Siro e tutto esaurito. Un altro record. A due anni dal raduno di Modena Park, che ha regalato al cantante di Zocca il pubblico pagante più numeroso della storia, Vasco fa il pieno con il “Vasco non stop live 2019”: 350mila spettatori. E dopo mercoledì scorso, ultima data di Milano, sarà a Cagliari il 18 e 19. Ma torniamo a mercoledì. Il palco è enorme, le luci impazzano e sugli schermi si susseguono sfondi strepitosi. I musicisti suonano infuriati. E poi, Vasco. A cui è difficile chiedere di stare fermo per più di un secondo e sarebbe impossibile levargli quel sorriso che lo accompagna fino all’ultima canzone. Pause, Vasco, se ne concede; ma non si risparmia nel cantare a squarciagola: niente male per uno che ha l’età di chi aspirerebbe solo ad arrivare a quota 100.

Nella scaletta, che pesca da album lontani tra loro nel tempo, come è normale per chi ha da poco festeggiato i quarant’anni di carriera, stupiscono (e spiazzano) gli arrangiamenti durissimi di “Cosa succede in città”, “Fegato fegato spappolato” e “Portatemi Dio”. Ci sono pause delicate come “Domenica lunatica”, “Tango della gelosia” e “Canzone”, cantata con la nuova corista e polistrumentista, Beatrice Antolini. Il momento più trasgressivo è “Rewind” con i seni al vento ben inquadrati negli schermi. Se, come è normale, scoppia il boato quando il bassista Claudio Golinelli, detto il “il Gallo”, comincia il giro di basso di “Siamo solo noi”, o il tastierista Alberto Rocchetti dà il via a “Vita spericolata”, il vertice Vasco lo tocca con “Sally”, immerso in una luce blu, mentre canta proteso verso il pubblico; e con la voce è come se guardasse negli occhi tutti quanti.

Con “Albachiara”, come sempre, lo spettacolo finisce, tra i fuochi d’artificio. “Siete solo voi”, “Ce la farete tutti”, “Vorrei abbracciarvi tutti”; saluta così, Vasco. Sono lontani gli anni del rock sudato, delle canzoni-sberleffo che strizzavano l’occhio a una vita irregolare, alle sbornie e a qualche droga – capitolo, quello delle droghe, su cui si è inutilmente esagerato. Ad accadere, invece, è un rito collettivo, dove ciascuno rivive emozioni precise, legate a canzoni con cui è consapevole di avere un rapporto personale, unico. Tutti riescono a sentirsi speciali, ed è per questo che sono così grati a Vasco. E sono pronti, la mattina dopo, per sedersi alla scrivania e tornare al lavoro con un pizzico di speranza in più, grazie a quelle canzoni in testa che parlano proprio a loro e della loro vita.

“Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social”, di Matteo Marchesini

Dopo una vicenda editoriale un po’ travagliata, esce il libro di Matteo Marchesini Casa di carte – La letteratura italiana dal boom ai social, edito dal “Saggiatore”. Oltre alla raccolta Da Pascoli a Busi, i fan del giovane critico bolognese troveranno riuniti qui, finalmente, anche i suoi interventi giornalistici più rilevanti. Il travaglio è presto detto: Antonio Franchini, già direttore della narrativa Mondadori e ora ricoprente lo stesso ruolo presso Giunti, non poteva permettere che Bompiani (dello stesso gruppo) pubblicasse un libro con stroncature di alcuni autori della sua scuderia.

Certo: le cosiddette stroncature che tanto hanno fatto arrabbiare Franchini – ma perché non chiamarle riletture critiche?, in fondo, gli autori in questione sono già famosi e i loro libri largamente venduti – sono severe, spietate a tratti; e davvero gustose. Ma Marchesini è più ambizioso: non è un semplice bastonatore di contraffattori letterari, ed eccolo costruire con questo libro – pur senza dirlo apertamente – un nuovo canone della letteratura italiana, al di fuori dei sacri recinti della benedizione accademica ed editoriale; preferisce Domenico Rea a Pasolini, Saba a Montale; Moravia a Cassola. E, insomma, quasi tutti a Gadda. O meglio (e fuor di boutade): l’ingegnere più celebre della nostra letteratura diventa – anche per la grandezza del mestiere, si capisce – un bersaglio polemico, per lo stile barocco e la “falsa coscienza” di chi nasconde dietro il virtuosismo poco da dire. Lo stesso vale, con qualche aggravante, per la schiera di finti rivoluzionari come “l’esercito di sistemati” del “Gruppo 63” o i capziosi letterati strutturalisti, francesi di preferenza.

Leggendo il libro e, soprattutto, le pagine dedicate al poker di critici – Cesare Cases, Luigi Baldacci, Cesare Garboli e Alfonso Beradinelli – ci si rende conto quanto Marchesini abbia imparato da loro con profitto. Oltre alla libertà e al disinteresse di Berardinelli, Marchesini usa magistralmente un tessuto di «sapide metafore», tipico dell’opera di Cases. Una buona epitome del metodo usato da Marchesini sta in coda al brano dedicato ai Lettori selvaggi di Montesano: «si tratta di fare il “vuoto anagrafico” (come definì Alessio Martini il metodo del critico Baldacci) intorno alle opere e agli autori, cioè di mostrarne il valore e la singolarità irriducibile astraendo il più possibile dall’auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo, dagli ipse dixit, dalle mitizzazioni e dalle mistificazioni». La controprova arriva con la fulminante descrizione della presenza di Carmelo Bene al Costanzo Show, spettacolo pop «dell’artista trattato da essere soprannaturale e superstizioso protetto da ogni critica».