“Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura”, di Walter Siti

Se “resistere non serve a niente”, figurarsi provare a “riparare il mondo”, “Réparer le monde”, come recita il libello di Alexandre Gefen, uno dei bersagli polemici, ancorché molto garbatamente discussi, di “Contro l’impegno” di Walter Siti. Il libro di Siti, notevolissimo per chiarezza e mole di riferimenti, tra i molti, ha il pregio di abbozzare (fare di più, del resto, vorrebbe dire taccia di tracotanza) un’intelligente riposta a questa domanda: qual è il criterio per cui un certo numero di parole, messe in fila, diventa letteratura? La risposta arriva da un contrappunto o, meglio, dal rimbalzo del linguaggio letterario contro il muro troppo solido (e a scrivere stolido ci vuole un attimo) dell’impegno: la letteratura, infatti, è “un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza”.

L’idea di Siti avvicina la figura dello scrittore a quella del ricercatore puro che, pur essendo potenzialmente mosso da tutti gli idealismi o i poteri forti che si vogliono, per arrivare a un risultato deve rispettare la sola logica della scoperta, senza curarsi degli effetti collaterali o degli insuccessi della ricerca. Nella fisica, significa arrivare a trovare la fonte di energia che potrebbe, al contempo, illuminare o distruggere una città. Nella letteratura, significa fare emergere delle contraddizioni. Qualche esempio: inscenare “quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”; condannare a morte, sul patibolo di una rotaia, una donna fedifraga e, al contempo, costruire un monumento alla passione che l’ha spinta a esserlo; oppure ancora, essere il quarto dei Karamazov e scrivere con il sangue del padre la storia di un amore mai corrisposto. Lasciamo la parola a Siti:

Il maggiore obiettivo della letteratura non è la testimonianza ma l’avventura conoscitiva. E non è un problema di “purezza” ma quasi il contrario, di ambiguità: soltanto la letteratura, tra i vari usi della parola, può affermare una cosa e contemporaneamente negarla; perché ambigua è la nostra psiche, ambiguo il nostro corpo – le ambiguità rimosse possono portare a esiti controproducenti, a false euforie. L’ambiguità, lo spessore, la polisemia fanno emergere quel che non si sa ancora; per questo la letteratura non può prestarsi a fare da altoparlante a quel che già si crede giusto.

Affinché il ragionamento di Siti regga, serve accogliere una premessa: gli esseri umani sono contraddittori. Ora, fare letteratura significa sempre, anche indirettamente, parlare proprio di esseri umani; e la realtà di cui parla ogni libro non dovrebbe mai dimenticarsi di essere umana. Che ce li si raffiguri come animali o forme geometriche, poco importa: i personaggi saranno credibili solo a patto che nel loro cuore metafisico o – se si vuole – nella loro psiche, alla radice del loro modo di agire e di pensare, insomma, ci sia qualcosa che genera una contraddizione, anche solo in potenza. La letterarietà, la si percepisce solo se è presente questa intuizione, la stessa che fa apprezzare a un certo pubblico il tentennamento dell’eroe, così come l’eroismo del debole, il moto di cuore del cattivo e la meschinità sotto mentite spoglie del buono; tutto, molto semplicemente, è più credibile.

L’aggregatore tematico, il tag insomma di questo discorso (e di fatto è Siti a suggerirlo in continuazione) è la parola “inconscio”: la letteratura è la riscrittura – si tratta pur sempre di un oggetto che mira al bello – della stenografia di una seduta di psicanalisi, sia che a sedersi sul lettino sia un uomo qualunque, sia una civiltà intera. In un’intervista, Siti si è spinto ancora oltre: ha affermato che, idealmente, vorrebbe poter assegnare alla letteratura uno speciale diritto di parola; conferirle cioè una libertà assoluta nel parlare della realtà umana. Il giudizio, allora, non potrebbe che vertere solo su quanto la letteratura rispetti ogni volta la sua promessa di verità e di bellezza.

Recensendo “Contro l’impegno”, Claudio Giunta ha scritto che ci si sarebbe potuti aspettare uno stile più caustico, capace di trasformare le perplessità di Siti in autentiche e, in certi casi, doverose stroncature: “Ho come l’impressione, infatti, – scrive Giunta – che, capovolgendo la regola, il Siti saggista alla verità preferisca la gentilezza. Lo capisco, e in parte lo approvo: perché essere sgradevoli, perché litigare in un ambiente in cui già tutti litigano?”. C’è però anche un’altra ragione che deve aver spinto Siti a usare un tono argomentativo disteso: l’urgenza di non farsi fraintendere; la necessità, insomma, di non distrarre i lettori, né tantomeno di intorbidare le acque sollevando, da un lato, le idiosincrasie di chi legge e, dall’altro, le fatue polemiche a cui allude Giunta.

Che l’atteggiamento di Siti dia i suoi frutti, lo si vede soprattutto quando sottrae dalla polemica giornalistica alcuni autori, tra i quali spicca – anche per il numero di pagine che gli sono dedicate – Roberto Saviano, che in questo libro viene preso sul serio come scrittore come forse mai prima. La vicenda biografica di Saviano tradisce, peraltro, un alto tasso di contraddizione e, dunque, di letterarietà (intesa alla Siti): il cantore affascinato dalla carnalità del male, costretto a negare alla propria carne tutta la realtà e la vita che disperatamente ricerca nello stile; servirebbe un bravo romanziere per occuparsene.

Oltre a segnalare la bella contrapposizione tra la favola didascaliche e per nulla credibile di Alessandro D’Avenia alle ben più dure e vive di Carla Melazzini, entrambe dedicate al mondo della scuola, si conceda qui solo un cenno al capitolo “Le vittime hanno sempre ragione?”: sono pagine che costituiscono una lezione importante, utile a non dare troppo credito ai giornalisti, agli scrittori, e ai video-opinionisti di Instagram, che pigiano sul pedale del vittimismo:

Semplificando la complessità dei rapporti di potere nella coppia spettacolare vittima/carnefice, la compassione prende il posto della responsabilità e della lucidità razionale; la vittima mitologica è privata della propria interezza, del diritto all’errore e all’odio e (perché no?) alla mediocrità.

Chiudendo il libro, viene la tentazione di chiamarlo “metodo Siti”, questo schema che, rilevando le contraddizioni, misura anche la temperatura del potenziale narrativo, ossia letterario, di ogni storia. Un esempio suggestivamente pop lo offre il paragrafo “Rocco Siffredi narratore”: Siffredi è ospite da Barbara D’Urso e racconta che, dopo il funerale della madre, un’amica di famiglia che lo conosce fin dall’infanzia lo invita a prendere un caffè a casa e un abbraccio all’apparenza affettuoso e consolante per la disperazione del momento termina invece con del sesso orale. Giustamente, Siti scrive: “Un racconto che sarebbe piaciuto a Petronio e a Philip Roth, il sesso come vendetta contro la morte”. E, infatti, il fatto che Siffredi abbia toccato un nervo scoperto, “l’unico frammento non pornografico e non porcellonesco-goliardico”, “l’unico spunto potenzialmente romanzesco”, è confermato dal fatto che l’episodio finisca con una reprimenda di Barbara D’Urso e degli ospiti. Siffredi si era fatto, per un momento, l’incauto Stalker nella zona dell’inconscio, in diretta su Canale 5.

Federico Pani

Cafè Golem, 12 maggio 2022

“Le mute infernali”, l’intervista a Debora de Fazio

Si intitola “Le mute infernali. Dante e le donne” (Besa Muci editore) ed è un libro davvero sui generis, uscito l’anno scorso e curato da Debora de Fazio (a destra, nella foto), professore associato di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi della Basilicata, e da Maria Antonietta Epifani (a sinistra, nella foto), musicologa, autrice di saggi e docente. Per presentarlo, abbiamo rivolto alcune domande a una delle due curatrici, la linguista Debora de Fazio.

Piccola premessa: questo libro è un esempio di come non serva trattare Dante sempre in modo accademico per dire qualcosa di interessante. Quanto pensa sia utile trattarne l’opera anche in chiave pop?

Che la Divina Commedia, e in particolare l’Inferno, si presti anche a usi pop è ormai da tempo un fatto assodato. Del resto, come ricordava qualche anno fa Nicola Gardini sul “Sole 24 Ore”, Dante è per così dire un “business”, dato che quasi ogni giorno, nel mondo, viene pubblicato qualcosa su Dante; ed è prima di tutto il pubblico a volerlo; Dante è diventato un’autentica icona pop, direi persino social. Dante compare in alcune parodie della Disney, ma ci sono eco dantesche anche in fumetti come Dylan Dog, Martyn Mistère, Dago, ma pensiamo anche al libro Inferno di Dan Brown (poi diventato un film con Tom Hanks), così come al videogioco Dante’s Inferno. Parliamo di un fenomeno che non è per nulla recente: le letture di Dante in pubblico cominciarono addirittura con Boccaccio, replicate fino ai nostri giorni peraltro da interpreti del calibro di Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, fino naturalmente a Roberto Benigni.

Aggiungo una nota personale: qualche mese fa nell’àmbito di una rubrica sui modi di dire che curo con altri cinque colleghi (accademici di diverse università, Alessandro Aresti, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro e Lucilla Pizzoli) per la sezione “lingua italiana” dell’Enciclopedia Treccani abbiamo dedicato una sezione proprio ai modi di dire che provengono da Dante. Bene, molti dei modi di dire che provengono dalla Commedia sono tutt’altro che sconosciuti dalla gente comune. Molti di questi modi di dire si trovano anche sui social, magari sotto forma di meme, nei quali capita di leggere frasi celeberrime di Dante, che tutti conosciamo, spesso e volentieri modificate: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, “Stai fresco” (scritto da Pierluigi Ortolano), “Galeotto fu il libro”, “Lasciate ogne speranza voi ch’intrate”, e altre ancora.

In un suo libro recentemente pubblicato, “Parola di Dante” (Il Mulino), Luca Serianni segnalava la provenienza dantesca di un modo di dire che a molti sarà capitato di usare: “Dico un’ultima cosa e poi mi taccio”; bene, anche questa è un’espressione che arriva da uno dei canti più noti dell’Inferno, quello di Farinata Degli Uberti. È proprio Farinata a scandirlo, indicando le altre anime dannate con cui condivide la pena: “Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: / qua dentro è ’l secondo Federico, / e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». Tutti quanti la usiamo o la abbiamo usata senza sapere che di fatto si tratta proprio di una citazione dantesca.

Arriviamo al libro, che nasce da un’idea originale: restituire la voce ai personaggi femminili a cui Dante nell’Inferno non dà la parola; per farlo, avete affidato la scrittura a donne del vostro territorio, la Puglia. Possiamo vedere questa idea un po’ più da vicino?

L’idea di base che ha guidato me e l’altra curatrice, la prof.ssa Maria Antonietta Epifani, è stata quella di intraprendere una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista: il rapporto tra Dante e le “sue” donne. Studiosi e commentatori si sono a lungo soffermati sulla presenza esigua di figure femminili nell’opera magna del Poeta. Secondo uno studio, su un totale di 364 personaggi riconoscibili, soltanto una quarantina sono donne. Se scendiamo a verificare a quante di esse venga “concesso” di parlare, il numero scende drasticamente. Sono soltanto cinque: Francesca da Rimini nell’Inferno, Pia de’ Tolomei e Sapìa nel Purgatorio, Piccarda Donati e Cunizza da Romano nel Paradiso (escludendo, per ovvi motivi di status, Beatrice). Scopo del saggio è quindi di ridare voce a queste donne, renderle in grado di parlare e di raccontare/rsi. Non è un caso, infatti, che la grande esclusa di questo libro sia volutamente Francesca da Rimini (che dialoga con Dante nel canto V).

A ridare voce e vita a queste figure sono le voci e le penne di altrettante donne, tutte pugliesi, diverse per età, formazione, cultura, vita. Ne è venuto fuori, con una felice formula che ha utilizzato il linguista Marcello Aprile, uno spin-off della Commedia, tutto in rosa, tutto al femminile.

Lei e Maria Antonietta Epifani avete restituito la voce a Taide, personaggio inventato dal commediografo latino Terenzio, che compare nell’opera Eunuchus: perché proprio questo personaggio e quali sono gli altri personaggi che hanno colpito il vostro immaginario? 

Taide è un personaggio che è stato sviluppato nelle sue diverse sfaccettature e, quasi fosse un serpente, si è insinuato in molte pieghe della cultura, dall’immaginario letterario fino al cinema. Il fascino per questa figura è però sorto soprattutto nel momento in cui me ne sono occupata, in particolare quando ho redatto la breve biografia storica e culturale del personaggio – una simile scheda correda tutte le “mute infernali” di cui le coautrici si sono occupate. In generale, questo lavoro mi ha fatto “riscoprire” personaggi e loro sfaccettature che in alcuni casi conoscevo poco e anche interessanti loro “riletture” dai toni più vari, sia per figure più famose e note (come Didone e Circe), sia per personaggi che, per continuare ad usare metafore cinematografiche, sono poco più che delle comparse (Le fiere, Medusa, le Arpie, Isifile, Taide, Manto, Ecuba, la moglie di Putifarre).

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 19 febbraio 2022

“Istria – Quarant’anni nella tempesta che ha sconvolto tutti e risparmiato nessuno”, di Virgilio Iacus

C’era un tempo in cui, lungo la costa che da Trieste va fino alle Bocche di Cattaro, oggi Montenegro, avreste potuto fare tappa in città dall’insolito aspetto familiare, sentendo parlare molti dialetti, ma tutti simili al veneto. Oggi, quel mondo non esiste più. Questo fenomeno, scrive lo storico Raoul Pupo (di cui in rete si trovano ottimi interventi di divulgazione), “Lo possiamo chiamare «la catastrofe dell’italianità adriatica», intendendo con questa definizione – certamente un po’ drammatica, ma tutt’altro che eccessiva – la scomparsa dalle sponde adriatiche della forma specifica di presenza italiana che lì si era costituita come ultimo atto di una vicenda storica iniziata all’epoca della romanizzazione: una scomparsa quasi totale, poiché oggi di essa rimangono solo alcune reliquie, fatte di pietra – molte – e di persone, assai meno numerose, che configurano un tipo diverso ed inedito di presenza italiana”.

Il discorso sulla fine di quel mondo, in particolare dell’italianità istriana, è ben più complesso della facile strumentalizzazione che ne fa oggi una certa politica. Certamente, a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, la storia cominciò decisamente ad accelerare e, purtroppo, anche a diventare più violenta. Lo evidenzia bene l’esule istriano Virgilio Iacus nel suo libro “Istria – Quarant’anni nella tempesta che ha sconvolto tutti e risparmiato nessuno”, edito dalla casa editrice tarantina Antonio Mandese. Il libro esce, non casualmente, negli stessi giorni in cui si celebra il “Giorno del ricordo”, che ha sempre di più il sapore di un’occasione mancata, quantomeno per inquadrare le vicende di allora nell’ottica delle conclusioni a cui è giunta la storiografia. Giusto, dunque, ricordare le vittime delle Foibe e il dolore di un popolo costretto ad abbandonare la sua terra, ma rifiutando, lo scrive Iacus, brutali semplificazioni, come la leggenda della pulizia etnica voluta dal maresciallo Tito.

Per ricostruire le vicende – che vanno dall’inizio della guerra, nel 1915, all’anno in cui Trieste tornò all’Italia nel 1954 – Iacus fa ricorso sia alla propria biografia di esule, sia alla ricerca compiuta sulla documentazione del “Centro di ricerche storiche di Rovigno”, in collaborazione con l’Università Popolare di Trieste. Lo scopo del libro è ben riassunto dalle parole dell’autore: “La verità va sempre ricercata, non certo per sete di rivalsa, ma perché rappresenta l’unico serio modo per favorire la riconciliazione delle persone e dei popoli, spesso dimentichi di vivere in uno stesso condominio e portatori di storie indissolubilmente intrecciate tra loro”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 12 febbraio 2022

“L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” di Alessandro Marzo Magno

Partiamo dalla fine: dove forse un tempo sorgeva la stamperia di Aldo Manuzio, a Venezia, oggi c’è una pizzeria. Ed è proprio a quest’ipotesi che Alessandro Marzo Magno dedica il finale del suo ultimo libro, “L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” (Editori Laterza). Ma se la pizza è universalmente riconosciuta come uno dei prodotti più tipici dell’Italia, il libro no. Ed è un errore. 

Aldo Manuzio comincia la sua carriera come umanista e precettore specializzato in greco antico. A un certo punto della sua vita, quasi senza un motivo, gli nasce un’idea che cambia la storia della cultura: coniugare lo studio della lingua classica con una grande impresa commerciale, la produzione di libri. Insomma: fonda la prima casa editrice della storia. Tutto questo non sarebbe stato possibile, probabilmente, fuori da Venezia, nella quale Manuzio, nato a Bassiano, nel Lazio, emigra per ragioni ancora sconosciute, dopo un lungo soggiorno come precettore a Carpi. Venezia, del resto, tra Quattro e Cinquecento, è davvero la “capitale del libro” in Europa: “Dal 1465 (…) al 1525, a Venezia si stampa la metà dei libri italiani; dal 1525 al 1550 si arriva a i tre quarti, dal 1550 al 1575 ai due terzi”. 

Ripercorrere le innovazioni dovute a Manuzio è impressionante. Oltre all’invenzione del formato tascabile, di un catalogo editoriale e delle prime collane (chiamate “ghirlande” da Giolito de’ Ferrari), Manuzio lancia il “tondo romano”, carattere tipografico realizzato dall’incisore e orafo Francesco Griffo da Bologna; con qualche aggiustamento, il carattere verrà poi adottato dal “New York Times”, diventando il “Times New Roman” scelto come carattere predefinito nientemeno che da Microsoft. Ma non basta: aiutato dal grande umanista Pietro Bembo, Maunzio compie un’altra rivoluzione: introduce in modo sistematico la punteggiatura, così utile da diventare “lo standard definitivo che perdura ancora ai nostri giorni”. 

Infine, tra le tante, c’è la storia di un grande best-seller: Manuzio, affiancato anche qui da Bembo, permette al “Canzoniere” di Petrarca di raggiungere, nel corso del Cinquecento, la strabiliante cifra di centomila copie (e qualche migliaio, allora, erano già un grandissimo successo). L’importanza di questo libro? Bembo scriverà la prima grammatica dell’italiano basandosi sulla lingua di Petrarca e le sue liriche saranno lette così tanto nei secoli a venire da fare dire al critico Massimo Onofri che è Petrarca il vero inventore dell’amore moderno. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 ottobre 2021

“Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla storia” di Aleida Assman

Il libro di Aleida Assmann, “Il sogno europeo – Quattro lezioni dalla storia” (Keller Editore), si apre con un una sfida lanciata nientemeno che da Paul Valéry: “La storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, perché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi”. Il libro della vincitrice del Premio per la pace degli editori tedeschi, del 2018, è finalmente arrivato da qualche mese anche in Italia ed è una sfida allo scetticismo di Valéry.

L’impresa è difficile, dato che la storia e la memoria, in Europa, hanno di fronte a sé due nodi intricati da sciogliere. Il primo riguarda la convivenza con un passato tragico: limitandosi al Novecento, i totalitarismi, due guerre mondiali e lo sterminio di sei milioni di ebrei. Il secondo riguarda il presente e un possibile futuro, ossia il risorgere dei nazionalismi: a est, per rivendicare un’identità che l’imperialismo sovietico rischiava di cancellare; a ovest, per arginare il combinato disposto delle migrazioni e della perdurante stagnazione economica.

Assmann accompagna allora il lettore nel percorso di costruzione di una “cultura della memoria”, capace di fare dimenticare l’odio tra le nazioni senza sacrificare il ricordo delle vittime e delle violenze. Decide dunque di ripercorre dei casi esemplari, su tutti il processo di elaborazione della memoria in Germania, cominciato idealmente con il Processo di Auschwitz a Francoforte, nel 1963, e culminato con il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” a Berlino, del 2005. Il perno del libro è il concetto di “memoria dialogica”: “Un’Europa davvero unita, infatti, non ha bisogno di una visione unitaria della storia, ma di una visione europea che sia compatibile”. O, come scrive lo scrittore ungherese Gryogry Konràd: “È un bene che ci scambiamo i ricordi e che veniamo a sapere che cosa gli altri pensano della nostra storia (…). L’intera vicenda europea sta diventando patrimonio comune, accessibile a ognuno senza la pressione dei pregiudizi nazionali o di altra natura”.

Questo approdo è tutt’altro che scontato. Lo dimostra, in Polonia, il caso del Museo europeo della Seconda guerra mondiale, che sarebbe potuto diventare un faro di civiltà; accanto al martirio polacco, infatti, sarebbero dovute comparire la vicenda dei profughi tedeschi cacciati dalla Polonia, così come le violenze perpetrate dai polacchi contro gli ebrei alla fine della guerra. Ma con l’avvento della coalizione populista guidata da Jarosław Kaczyński il museo venne chiuso.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 settembre 2021

“Trash” di Martino Costa

Farà tappa anche a Cremona il libro “Trash” (edito dalla casa editrice romana “pessime idee”), di Martino Costa, che verrà presentato insieme all’autore, venerdì 30 luglio alle 18.00, presso il bar Campi, nel contesto del ciclo d’incontri promosso dalla libreria “Il Convegno” di Cremona. Il romanzo di Costa è ambientato nella città di O., un’immaginaria metropoli italiana del nord, e ha al suo centro uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana. Sarebbe ingiusto, però, tralasciare il fatto che attorno a questa vicenda ruota una quantità innumerevoli di personaggi che, nella loro umanità, ci mettono a confronto con argomenti importanti del nostro tempo: il lavoro, il potere, l’immigrazione di prima e di seconda generazione, la criminalità, la solitudine.

Che cosa l’ha spinta a scrivere un libro come questo?

Direi che ci sono due immagini, all’origine del libro. La prima: una persona stravaccata, con le gambe distese, su un tram di Milano, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti, che mi ha dato l’ispirazione per Maestrale, il personaggio principale del libro. La seconda: un camion della nettezza urbana, nell’entroterra ligure, con tre africani, credo senegalesi, a bordo, tutti e tre con dei bei sorrisi, nonostante il lavoro duro. Poi, anche un articolo su uno sciopero dei lavoratori della logistica, se non ricordo male, che terminò come poi ho deciso terminasse il libro. Infine, ho sentito il bisogno, tutto personale, di dare voce alla marginalità: una voce che, dato il lavoro che faccio, ho ascoltato spesso e che mi viene naturale da riprodurre.

Da cosa ha tratto l’ispirazione per una moltitudine così varia di personaggi, com’è quella che compare nel libro?

Per la stesura di questo romanzo ho lavorato molto con la mia immaginazione. L’immaginario, vale la pena ricordarlo, lo si coltiva soprattutto con la lettura, ma anche con quanto si è vissuto, ascoltato e visto, anche nelle canzoni, anche in televisione. Devo confessare che, per parlare di cultura popolare, ho tratto ispirazione perfino da alcune telenovele che avevo visto durante il mio periodo di lavoro in Ecuador. Certo, prima di scrivere il libro ho fatto anche alcune letture specifiche (alcuni reportage sulla comunità colombiana, ad esempio), ma durante la stesura ho preferito lasciare il grosso del lavoro all’immaginazione. Il mio non è un saggio sulla working class veneta e non ne ha le velleità: è un romanzo, a sfondo sociale, certo, ma un romanzo dall’inizio alla fine.

Dunque non è solo quello sociale il tema portante del libro?

Credo che la società vada sempre indagata perché, come sono convinto, viviamo in un mondo ingiusto. Detto ciò, quello che veramente mi interessava era parlare dell’essere umano. Diceva Shakespeare che, più che il potere in sé, nelle sue opere, gli interessava parlare di come gli uomini reagivano alle nevrosi che causava il potere. Ecco, in un libro come “Trash” ho provato a descrivere i comportamenti di questi esseri umani, che, nella vicenda romanzesca, sono per la maggior parte dei lavoratori.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 24 luglio 2021

“La moda della vacanza” di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi

In un periodo nel quale viaggiare resta ancora un miraggio, un libro dove si viaggia molto, dove sono molti i luoghi in cui fare tappa, può fornire a modo suo un piccolo risarcimento. “La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939” (Einaudi, 34 euro, 353 pp.) offre infatti una bella occasione non solo per “visitare” molte località, ma anche per riscoprire l’aura di un’epoca che, per una ristrettissima classe di privilegiati, fu fatta di vestiti costosissimi, balli, terme, casinò, ristoranti e lussuosissimi hotel. A scriverlo sono stati Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, studiosi universitari ed esperti, rispettivamente, di architettura e di moda.

A leggere questo libro, viene da pensare che la Belle époque, forse, si guadagnò il suo titolo proprio perché coincise, appunto, con la moda della vacanza. Prima di allora, viaggiare e soggiornare in qualche località, lo si faceva solo in due casi: per commercio o per studio. Dai primi dell’Ottocento, invece, dopo l’esperimento delle Terme di Bath, fu chiaro a tutti che quello delle vacanze poteva trasformarsi in un business senza precedenti. Destinato a chi? A un pubblico esclusivo, composto da “famiglie imperiali e reali, principi e principesse, magnati e alto borghesi, artisti, scrittori, musicisti, poeti, giocatori d’azzardo e dandy d’ogni genere”.

Il libro è dunque un catalogo (anche illustrato) delle architetture, degli abbigliamenti e dei nomi celebri che popolarono le località più alla moda di quegli anni. Ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle terme alle località sciistiche, dalla Costa Azzurra fino al Medio ed Estremo Oriente, via Orient Express. Compresa anche qualche curiosità: ad esempio, il fatto che il Mediterraneo, d’estate, venne considerato, fino agli anni Venti del Novecento, un luogo poco salutare. È interessante notare, poi, che già allora sbandierare il soggiorno di principi, regnanti e artisti (gli influencer di allora) era un’ottima strategia di marketing. E che, in mancanza di teste coronate di passaggio, si ricorreva all’apertura di un Casinò; come capitò a quel tratto di costa “inospitale” che venne poi chiamato Monte Carlo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale quell’epoca cominciò, per diverse ragioni, a tramontare. Il fatto, però, non dovrebbe suscitare poi troppi rimpianti: era quella una società brutalmente classista, e solo un’infima minoranza poteva permettersi quel genere di vacanze. Dagli anni ’50 in poi, infatti, arrivò il turismo di massa, di cui tutti abbiamo qualche volta detto male; ora, invece, ne sentiamo semplicemente la mancanza.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 10 aprile 2021

“Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”, di Massimo Onofri

La casa editrice Inschibboleth ha fatto bene a riunire questi scritti sulla letteratura italiana contemporanea (dal Dopoguerra a oggi, a grandi linee) nel volume “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”; l’acume e la chiarezza di queste pagine, infatti, confermano Massimo Onofri come uno dei campioni della nostra critica letteraria. La sua prosa è merce rara, fatta di precisione, ragionamenti, campionature, collegamenti. E una delle cose che più colpiscono è proprio la natura di alcuni di questi collegamenti, capaci di sfoderare un metodo contrastivo che, alla stregua di un reagente chimico, fa emergere con nitidezza le figure dei libri e degli autori esaminati. A rendere questo metodo così efficace (anche evitare le sbavatura è un’arte) c’è, alla spalle, una preparazione decisiva.

Giusto per fare un esempio, ecco un passaggio da un capitolo dove questo metodo, quello contrastivo appunto, è confessato fin dal titolo, “Una finestra sulla città delle donne: Appunti su Fellini, Soldati e altro”. Onofri menziona un giudizio sbrigativo e sospetto di Soldati sui film di Fellini, a cui si aggiunge la dichiarata intenzione di rimandarne la visione per evitare l’invidia che gli provocherebbero. Scrive Onofri:

Mi chiedo: non sarà che quell’invidia dissimula altre e ben più profonde implicazioni, inconfessate complicità, insospettabili continuità?

Bene, questa domanda è la bussola interpretativa che guida il resto del discorso. In particolare, analizzando il protagonista e le donne del libro di Soldati “La finestra”, Onofri mostra che le loro sagome sono sovrapponibili ai profili di alcuni personaggi centrali dell’immaginario di Fellini. Di più: la natura del protagonista del romanzo, ascrivibile a quella di Soldati stesso (come conferma una certa critica), è individuabile nelle coordinate del “dongiovannismo”, inteso qui come categoria dello spirito, forma archetipica di una protratta immaturità. Ebbene: non è forse proprio il trionfo e la sconfitta del “dongiovannismo” l’architrave di molti film di Fellini? Conclude Onofri:

Soldati non avrebbe forse mai tollerato l’idea che quel suo desiderio di fuga – fuga di sé da se stesso e dei suoi personaggi dal mondo – potesse valere come una declinazione della puerilità monumentale, mai risolta, d’una certa Italia che profondamente detestava, l’Italia di Roma e del cinema, e che lo specchio di Fellini continuamente gli rifletteva: altro che invidia.

Quella appena menzionata è solo una delle illuminanti messe a fuoco contrastive del libro. Due altri esempi: Elsa Morante che fugge la realtà e Alberto Moravia che ne va a caccia; il piacere che si fa vita in Gabriele D’Annunzio e colpa in Grazia Deledda. Ma il ragionamento, talvolta, è più sottile e, se possibile, più penetrante: Pasolini presentato sullo sfondo di un dannunzianesimo perdurante; in altre parole, l’ipotesi che “la vicenda di Pasolini” sia “una consapevole e demistificante parodia di quella dannunziana, là dove al superomismo virilista e fascista si sostituiva, antifrasticamente, lo scandalo dell’omosessualità”. E poi ancora: una bella apologia dedicata all’opera di Cassola dove, per descriverne la forza disvelante della prosa, si citano le epifanie prosaiche di Joyce (care a Cassola), messe a confronto, al contrario, con “l’oltranza linguistica e narratologica” dell’Ulisse.

Ci sarebbe molto altro da citare, ma è il caso di fermarsi per non depredare troppo il testo e lasciare al lettore il piacere di leggerlo. Basti allora, nelle prossime righe, menzionare giusto alcuni altri autori e temi trattati: ci sono pagine dedicate ai critici Luigi Baldacci e Cesare Garboli; c’è un’incursione sul gruppo ’63 e sulle teorie della letterature di quegli anni (riverberatesi, come Onofri fa notare, nella rarefazione concettuale e verbale di Calvino); e, infine, una “fuga” – in questo caso anche dalla materia letteraria – con un breve saggio su Renato Guttuso. La vera sfida, francamente, è quella di resistere alla tentazione di passare subito alle pagine più sulfuree, ossia quelle dedicate alle “rincorse” letterarie – in particolare, quelle di Salvatore Niffoi e di Erri De Luca. Ora, con un combinato disposto di icasticità e analisi, in quelle pagine, Onofri rispedisce al mittente ogni pretesa letteraria, coniando l’efficace definizione di “retorica del sublime basso”. “Odore di carie sotto placca d’oro”: così, ed esempio, viene definita in un passaggio la prosa di De Luca; ecco cosa succede quando la stroncatura si fa arte.

Federico Pani

Café Golem, 4 aprile 2021

“La macchina della pace” di Özgür Mumcu

La condanna che sconta oggi la letteratura è dura: arriva sempre dopo qualcos’altro. Un tempo, si diceva dopo la vita o, al massimo, dopo la poesia. Ora, invece, deve accodarsi al cinema e alle serie TV, al fumetto e alla letteratura che l’ha preceduta. È l’essenza del postmoderno, si sa. Lo scrittore Giuseppe Montesano ricordava – in una delle sue lezioni tenute al laboratorio di scrittura “La linea scritta” – che ci sono acque, però, dove ancora soltanto la letteratura può arrischiarsi, e cioè quelle dell’animo e delle sue correnti.

Deve essere un’impresa a suo modo emozionante, scrivendo, scansare le insidie del buon senso o liberare le pagine da ogni personale senso di contrizione. Ma provate a dirlo a quelli che nella letteratura cercano ancora un briciolo di avventura e non un perturbante sentimento di frustrazione, manifesto magari nel difficile rapporto del protagonista con uno dei genitori. La narrativa, insomma, può essere lo specchio dell’interiorità, con tutti i rischi del caso, o un mosaico di altri generi.

La macchina della pace (Bompiani, 2016) di Özgür Mumcu, il suo primo romanzo da poco tradotto anche in italiano, sta senz’altro nella categoria del découpage artistico.

L’autore è un giovane turco dall’aspetto affascinante, una figura che non ispira solo simpatia ma anche ammirazione: suo padre, giornalista, è stato ucciso dall’esplosione di un ordigno piazzato da alcuni fondamentalisti e lui stesso ha rischiato il carcere decidendo di seguire le sue orme. Si è guadagnato il titolo di “attivista per la libertà d’espressione” in un paese dove scrivere male del presidente è pericoloso per davvero. Col libro, tuttavia, tutto questo non ha troppo a che fare.

Quello di Mumcu è infatti un romanzo d’avventura postmoderno ambientato nei primi anni del Novecento, in un’Europa con la testa ancora tutta nel secolo precedente. Il protagonista, Celal, è un autore ottomano di romanzi pornografici stampati e circolanti in Francia che, per ragioni apparentemente fortuite, scopre l’esistenza di una miracolosa “macchina della pace”, tra i cui ideatori c’è anche il defunto padre adottivo. Nel tentativo di metterla in funzione, Celal viene affiancato dagli altri personaggi della storia, tra i quali compaiono la bella illustratrice e l’editore dei suoi romanzi.

Muovendosi in uno scenario che ha anche qualche pretesa di plausibilità geopolitica, l’eterogeneo gruppo sceglie il regno di Serbia come luogo dove mettere alla prova la macchina; l’occasione è data da una pericolosa ma (ai loro occhi) fortunosa convergenza, alla corte di Belgrado, dei maggiorenti di stato e dei rappresentanti del partito dei cospiratori, pronti a rovesciare il governo. Un imprevisto porterà l’epilogo della vicenda a svolgersi altrove.

Leggendo i primi capitoli – e cedendo a un giornalistico piacere etichettatore – non si esiterebbe a definire lo stile di Mumcu “realismo magico ottomano”. Lo si direbbe per gli ornamenti onirici e le molte curvature surreali del racconto. Ecco per esempio come descrive un’invasione di tori a Istanbul:

Sollevarono tanta polvere, che la città fu invasa da una nuvola di terra. Non si vedeva niente, centinaia di tori caddero in acqua non vedendo ciò che avevano davanti. Più della metà riuscì a salire sulla riva opposta. Ogni toro che riusciva a raggiungere l’altra sponda portava sulle corna un cucciolo di gabbiano.

L’ultimo dettaglio – per ogni paio di corna un cucciolo di gabbiano – ha un sapore addirittura favolistico. Nella descrizione dell’invasione dei tori c’è, tra l’altro, anche una certa dose di crudezza, un tono che riemerge anche in molte altre scene del romanzo (“Incornavano tutto ciò che si trovavano davanti senza fare distinzioni tra santi e fanti. Prendevano e schiacciavano sotto i loro zoccoli duri le famose mute di cani randagi di Istanbul”).

Ma seguiamo più da vicino la narrazione per capire in che modo si svolge questo pastiche di generi. Dopo i primi capitoli ambientati a Istanbul (e dedicati all’introduzione del personaggio di Celal), il protagonista lascia il Bosforo per la Francia. Il romanzo si fa allora improvvisamente noir: compaiono ispettori, sigari, liquori e la femme fatale, l’illustratrice appunto. Che, per la verità, oltre a prendersi poco sul serio dato il ruolo che le tocca, si rivela piuttosto innocua. E già ci si domanda: è un primo e beffardo tradimento delle aspettative del lettore – supremo gioco postmoderno – o la semplice impossibilità di fare entrare proprio tutto nel romanzo?

È a quest’altezza che Mumcu fa entrare in scena la macchina eponima del romanzo, introducendo una pletora di dettagli e un intreccio che, oltre a dare un’ulteriore svolta alla narrazione, hanno fatto sì che la stampa anglosassone definisse il romanzo “steampunk” (una fantascienza come noi contemporanei immaginiamo la pensassero gli uomini dell’Ottocento). In questo caso, giusto per prendere le misure, siamo due passi in là rispetto a Hugo Cabret e uno indietro a Van Helsing: niente mostri o paccottiglia da videogioco, ma un’aleggiante aria surreale. Per certi versi, l’atmosfera qui può ricordare l’inserto dedicato al Tesla/Bowie in The Prestige di Nolan: la realtà disegnata coi contorni della fiaba e della fantascienza.

Se collegata a una potente fonte di energia elettrica, la macchina della pace produce infatti onde magnetiche capaci di inibire la bellicosità dell’uomo. La metafisica dell’elettromagnetismo è quindi l’orizzonte parascientifico che fa dire a uno dei personaggi:

Si può costruire una macchina in grado di stabilire legami invisibili con le onde elettromagnetiche del cervello e le vibrazioni dell’animo di ognuno. Una macchina della pace che produca onde elettromagnetiche come il cervello delle persone, come l’anima umana.

Dopo lo steampunk, si passa all’intrigo internazionale. L’epicentro delle vicende diventano i Balcani, dove i protagonisti sono portati dall’Orient Express (a cui per fortuna sono dedicate poche pagine: voler appiccicare, nel libro, anche una cartolina dal romanzo giallo sarebbe stato davvero troppo). Eccoci dunque a Belgrado. Le pagine dedicate alla città cospiratrice sono forse le più riuscite del libro; anche perché su di esse pesa, più di ogni altra cosa, il doloroso fascino dell’infinita tregenda balcanica.

L’ultima parte, infine, è un crescendo mirabolante – se non funambolico, data l’entrata in scena di un circo – di avvenimenti, rallentato soltanto da piccoli siparietti comici o surreali, come quello dove Celal legge una poesia di Alfred de Musset a un tenente serbo che si è appena ingozzato di yogurt:

Gli occhi gli erano rimasti lucidi per il dolore e per quello che aveva udito. Una lacrima che non aveva saputo trattenere servì a pulire l’ultimo residuo di yogurt rimasto sui baffi.

Eccoci finiti in un film di Kusturica.

Nessun posto per l’attualità? Non esattamente, dato che proprio sul finale compare la questione filosoficamente decisiva del libro. Usare la macchina della pace significa togliere all’uomo la libertà e perciò snaturarlo: vale la pena ottenere una comunità pacificata, ma composta da esseri viventi che non sono più umani? Questa domanda, nelle intenzioni, dovrebbe fare male come il dolore ai timpani provocato da un’esplosione, la stessa a cui va incontro la macchina. Ma arriva troppo tardi: a una questione così plumbea, a cui forse sarebbero servite pagine con una narrazione lucida e seriosa, male si attaglia la giostra tragica e giocosa del romanzo.

Quello di Mumcu è un romanzo, ma ci si vede ben chiaramente all’interno anche la poesia religiosa, la fiaba, il fumetto, il cinema di genere, il teatro e il saggio. È troppo intarsiato per fare pensare a un prodotto d’intrattenimento, ma troppo vorticoso perché ci si fermi davvero a riflettere su qualcosa. Sembra un po’ uno di quei prodotti che confezionava il nostro Umberto Eco, scritti a quattro mani, due apocalittiche e due integrate. Rispetto a Eco, Mumcu ha uno stile più giornalisticamente stentoreo e pigia più volentieri sul pedale dell’estro surreale, provando a tenere insieme il tutto con un manierismo che certo avvince, se ci si lascia trasportare. Ma se si resta fermi, osservandolo, lascia un po’ perplessi.

Federico Pani

Supplemento di Inutile, 26 marzo 2021

Finalmente un libro su Tommaso Labranca, esegeta del caos e del trash

Tommaso Labranca (1962-2016) visse per tutta la vita a Pantigliate, un angolo marginale – ma non emarginato – della periferia a sud-est di Milano. Pantigliate fu per lui ciò che Königsberg fu per Kant: un luogo di prossimità e distanza dalla civiltà, un rifugio, un osservatorio. Seppure obbligato a qualche spostamento in più, anche Labranca non si trasferì mai. Del resto, che bisogno c’era di girare il mondo? Quei due uomini, chiusi nell’ossessione di capire, avevano letteralmente sottomano ciò che cercavano: il mondo, e i suoi abitanti, compendiati e campionati nei loro libri, nei loro oggetti, nelle loro immagini.

Claudio Giunta se li è meritati, l’onore e il piacere di scrivere Le alternative non esistono – La vita e le opere di Tommaso Labranca. Grazie agli sforzi di Giunta – suo riconoscente ammiratore e divulgatore – è probabile che Labranca non sarà più soltanto ricordato come uno scrittore cult degli anni ’90, osannato e un po’ frainteso, finito ingiustamente nel novero dei “cannibali”, tripudiato dal alcuni come “teorico del trash”, derubricato da altri come “lo specialista della merda”. No: grazie a Giunta, è probabile che Labranca verrà ricordato, a ragione, come un intellettuale. Del resto, proprio “Intellettuale milanese” sta scritto sulla targhetta del ciliegio piantato in suo onore all’Idroscalo, postremo riconoscimento dei suoi amici più cari.

Che ci fosse il bisogno di scrivere un libro come questo, era chiaro: Labranca era stato dimenticato. Eppure, il suo modo di scrivere, gli era sopravvissuto. È lo stesso Giunta a fare i nomi: Guia Soncini, Enrico Dal Buono, Mattia Carzaniga, Michele Masneri, Andrea Minuz, Guido Vitiello. E naturalmente, aggiungiamo, Claudio Giunta. Tutti eredi, più o meno consapevoli, dello stile di Labranca.

Ma che cosa vuol dire essere eredi di Labranca? Scrivere intelligentemente di pop, come faceva lui, vuol dire sapere fare molte cose: liberarsi dei comodi panni del nerd o del censore; superare le trappole tese dalla retorica dell’agiografia o della condanna; ripudiare l’esercizio di stile e la blandizia, riscrivendo, con una punteggiatura diversa, il già letto, il già sentito, il già visto.

Tutte caratteristiche, queste, confluite in Andy Warhol era un coatto che, come scrive Giunta, è l’esempio di come combinare la conoscenza di un argomento e la capacità di astrazione. Per scrivere intelligentemente di pop – cominciamo col truismo – serve intelligenza. Ma serve anche studio, lavoro sodo, rigorosa acribia nell’osservazione. Insomma, serve un’attitudine ben più da scienziato che da giocoliere delle parole. L’ultima somiglianza tra Labranca e Kant – mettendo da parte il paragone – era proprio questa: un’indefessa dedizione alla materia.

Recuperando una preziosissima nota di un diario, Giunta svolge e commenta in modo adamantino il metodo Labranca. La nota è questa:

Ho persino comperato una radio, così da aggiornarmi sugli ultimi spot pubblicitari. (…) Ho anche registrato a caso quattro ore notturne di rete A, ma non ho ancora avuto il tempo di visionare il nastro.

Scrive Giunta:

Registrare Rete A di notte. Serviva questo. Non Gramsci, non Eco, non Debord. Registrare Rete A di notte: ecco – per usare una di quelle formule da professore di cui lui avrebbe riso – l’opzione di metodo che ispirerà alcune delle pagine più intelligenti che nei vent’anni successivi verranno scritte sui media, sul pop e sul popolo.

Volgiamo dirlo come Labranca non l’avrebbe mai detto? Iuxta propria principia (copyright Gianluigi Simonetti).

Il libro di Giunta è un formidabile compendio della vita e delle opere di Labranca e tra i suoi pregi ha quello di sottolinea bene fin dal titolo, anzi, dal sottotitolo (Le alternative non esistono) l’intransigenza testarda ma produttiva, frustrante e geniale di Labranca. Nei confronti del suo lavoro di critico della cultura, in particolare, Labranca sembra incarnare quasi un’etica calvinista. Arrischiandosi più di quanto faccia Giunta, si potrebbe dire che Labranca, nei confronti della religione della cultura, assunse un atteggiamento da riformato: in barba ai riti e alle liturgie, era interessato a un contatto diretto con la sua materia. Di qui, lo svelamento di una cultura ipocrita, acquistata a credito, piuttosto che guadagnata:

Se è già ridicolo pensare di mondarsi dei propri peccati passando sotto una porta, risulta irresistibile vedere dei perfetti ignoranti che credono di acquisire uno stato intellettuale per osmosi, con una semplice passeggiata in una città d’arte, sospirando davanti a palazzi e seminari. Non serve studiare, leggere, comparare, farsi una propria opinione: basta varcare il portone di un museo per godere di indulgenze culturali plenarie e istantanee.

Dai primi anni Duemila, infatti, la scrittura di Labranca assume dei toni più esplicitamente moralistici e sociologici: “Dal pop al popolo”, come scrive Giunta. Dall’analisi della mistificazione culturale – il cui punto più ardito, editorialmente, è Chaltron Hescon, pubblicato da Einaudi e oggi rarissimo da trovare – si arriva alla denuncia del classismo dei meccanismi del capitale simbolico. Cosa separa il suo discorso dal populismo e, forse, dal successo editoriale? Il profondo biasimo per un popolo che si lascia irretire dal fascino dei beni posizionali, tra i quali giganteggia anche la cultura: dei “Neoproletari” (Neoproletariato è il titolo di un suo libro) di modeste condizioni economiche, ma dalle aspirazioni consumistiche snob. Un popolo che ha aristocratizzato i propri consumi proletarizzando il conto in banca.

Ora, il fenomeno della lotta per la conquista del capitale simbolico è una delle costanti nelle analisi della società di massa. Come Giunta fa notare, insomma, sfoderarla non era una novità e, solo per fare un esempio, cita un passo di Sciascia dalle Parrocchie di Regalpetra. Ma se ne potrebbero fare altri. Sulla Treccani, compare questo gustoso passo di Eduardo de Filippo, tratto dalla commedia Filosoficamente:

Vi giuro che certe volte invidio ‘o scupatore, ‘o mondezzaio… perché non hanno esigenze. Chello che se guadagnano s”o mangiano e nun hann”a pens’a niente cchiù. Dormono in una topaia qualunque ed ecco risolto il problema! ‘0 guaio chi ‘o passa? L’impiegato! Deve vestire decente, non voglia maie ‘o cielo se presenta cu’ ‘e scarpe rotte… Si tene figlie, l’ha dda fa’ cumpari’, naturalmente quel poco che guadagna serve per mantenere come meglio può le apparenze… e ‘a panza soffre.

In tutto ciò, il grande merito di Labranca, che mette soprattutto a fuoco il ruolo della cultura, è quello di inframmezzare l’analisi con esempi sapidi e concreti, frutto della sua straordinaria capacità di osservazione. E il coraggio – lo stesso avuto in Chaltron Hescon – di fare nomi e cognomi.

Col passare del tempo, complice l’allontanarsi delle speranze di successo, la sua genialità, però, coabita sempre più spesso con il risentimento. I suoi ritratti, spesso, sarebbero perfetti se all’ironia non subentrasse l’acidità. Prendiamone due, presi da libri diversi – Astrakhan, la zia e l’estetica perbenista e Vraghinaroda. Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte – entrambi dedicati agli aspiranti artisti del nuovo millennio. Nel brano che segue, Labranca ironizza il tentativo, a suo giudizio patetico, di una schiera di aspiranti artisti o semplici modaioli – che nel libro chiama “alieni”: i tipici frequentatori, dice, del Fuorisalone – di rompere col tradizionale modello di eleganza borghese, incarnato dal personaggio archetipico della “vecchia Zia, vedova Tirlaghi”. Alle buone cose di pessimo gusto della Zia, Labranca contrappone i prodotti di scarto di una generazione malamente iperintellettualizzata. Ecco il brano:

Una vecchia scatola di latta alla quale sono stati graffiati via i disegni originali e su cui è stata sovrapposta una gondola in plastica con carillon viene proposta come antiscatola nella quale la designer aliena invita a non conservare niente, modificando così radicalmente il concetto borghese di ricordo e sbeffeggiando nel contempo quello di souvenir in un gioco linguistico destrutturante che… qui nella Zia subentra già la noia.

In questo brano, che segue la descrizione di un colloquio tra due studentesse dell’Accademia di Brera – le quali, tra l’altro, ignorano chi sia Alberto Burri, misterioso nome comparso in un questionario a crocette –, Labranca ritrae con toni grotteschi la parabola fallimentare di una controcultura molto conformista, la stessa, per capirsi, che crede che Banksy disegnato su un muro sia una cosa punk e non un arredo urbano. Dietro le loro pose, suggerisce Labranca, c’è soltanto una malcelate ambizioni di successo individuale. Ecco il brano:

Sono convinto che una di loro si è poi trasferita a Berlino dove, nel lurido retrobottega di un kebabbaro spacciato per galleria d’avanguardia, ha esposto dei sacchi bruciati, un suo lavoro concettuale salutato come groundbreaking da un giovane abruzzese laureato in storia dell’arte presso un ateneo online e che ora, expatriato, fa il corrispondente da Berlino per Artekontro, trimestrale clandestino di arte ke resiste e kombatte.

Giunta rimprovera a Labranca, per così dire, l’eccesso di livore nei confronti di un gruppo sociale che ha già perso la sua battaglia, tradito dalle aspettative di riscatto promesse dalla cultura. Con ciò, citando brani simili e approfondendone le ragioni, ne riconosce il ruolo di salutare terapia d’urto. Del resto, Labranca è stato anche per Giunta (professore universitario) un salutare antidoto allo snobismo indotto dalla carriera accademica. Rompere l’incantamento prodotto dai miti d’oggi, infatti, ha un’azione trasversale: può tradursi in un’accettazione serena ancorché sorvegliata dell’esistente (accettare ciò che si è e ciò che non si può diventare); così come serve per recuperare quella concretezza che restituisce il giusto mordente sulla realtà.

È interessante notare, peraltro, come le considerazioni di Labranca siano state aggiornate, in tempi recenti, anche dal punto di vista teorico: penso alla Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura e al suo coté di sinistra, L’oppio del popolo di Goffredo Fofi. Quello che ci si può augurare è che Giunta prosegua nel suo lavoro sull’opera di Tommaso Labranca. In particolare, che raccolga in modo unitario molti dei suoi scritti sparsi. Si scoprirà che, nonostante la frammentarietà, regna una coerenza di fondo, nello stile e nella visione del mondo, che fa di Labranca non solo uno degli scrittori, ma anche uno dei pensatori italiani più interessanti degli ultimi trent’anni.

Federico Pani

Pangea, 3 marzo 2021