“L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” di Alessandro Marzo Magno

Partiamo dalla fine: dove forse un tempo sorgeva la stamperia di Aldo Manuzio, a Venezia, oggi c’è una pizzeria. Ed è proprio a quest’ipotesi che Alessandro Marzo Magno dedica il finale del suo ultimo libro, “L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” (Editori Laterza). Ma se la pizza è universalmente riconosciuta come uno dei prodotti più tipici dell’Italia, il libro no. Ed è un errore. 

Aldo Manuzio comincia la sua carriera come umanista e precettore specializzato in greco antico. A un certo punto della sua vita, quasi senza un motivo, gli nasce un’idea che cambia la storia della cultura: coniugare lo studio della lingua classica con una grande impresa commerciale, la produzione di libri. Insomma: fonda la prima casa editrice della storia. Tutto questo non sarebbe stato possibile, probabilmente, fuori da Venezia, nella quale Manuzio, nato a Bassiano, nel Lazio, emigra per ragioni ancora sconosciute, dopo un lungo soggiorno come precettore a Carpi. Venezia, del resto, tra Quattro e Cinquecento, è davvero la “capitale del libro” in Europa: “Dal 1465 (…) al 1525, a Venezia si stampa la metà dei libri italiani; dal 1525 al 1550 si arriva a i tre quarti, dal 1550 al 1575 ai due terzi”. 

Ripercorrere le innovazioni dovute a Manuzio è impressionante. Oltre all’invenzione del formato tascabile, di un catalogo editoriale e delle prime collane (chiamate “ghirlande” da Giolito de’ Ferrari), Manuzio lancia il “tondo romano”, carattere tipografico realizzato dall’incisore e orafo Francesco Griffo da Bologna; con qualche aggiustamento, il carattere verrà poi adottato dal “New York Times”, diventando il “Times New Roman” scelto come carattere predefinito nientemeno che da Microsoft. Ma non basta: aiutato dal grande umanista Pietro Bembo, Maunzio compie un’altra rivoluzione: introduce in modo sistematico la punteggiatura, così utile da diventare “lo standard definitivo che perdura ancora ai nostri giorni”. 

Infine, tra le tante, c’è la storia di un grande best-seller: Manuzio, affiancato anche qui da Bembo, permette al “Canzoniere” di Petrarca di raggiungere, nel corso del Cinquecento, la strabiliante cifra di centomila copie (e qualche migliaio, allora, erano già un grandissimo successo). L’importanza di questo libro? Bembo scriverà la prima grammatica dell’italiano basandosi sulla lingua di Petrarca e le sue liriche saranno lette così tanto nei secoli a venire da fare dire al critico Massimo Onofri che è Petrarca il vero inventore dell’amore moderno. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 ottobre 2021

“Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla storia” di Aleida Assman

Il libro di Aleida Assmann, “Il sogno europeo – Quattro lezioni dalla storia” (Keller Editore), si apre con un una sfida lanciata nientemeno che da Paul Valéry: “La storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, perché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi”. Il libro della vincitrice del Premio per la pace degli editori tedeschi, del 2018, è finalmente arrivato da qualche mese anche in Italia ed è una sfida allo scetticismo di Valéry.

L’impresa è difficile, dato che la storia e la memoria, in Europa, hanno di fronte a sé due nodi intricati da sciogliere. Il primo riguarda la convivenza con un passato tragico: limitandosi al Novecento, i totalitarismi, due guerre mondiali e lo sterminio di sei milioni di ebrei. Il secondo riguarda il presente e un possibile futuro, ossia il risorgere dei nazionalismi: a est, per rivendicare un’identità che l’imperialismo sovietico rischiava di cancellare; a ovest, per arginare il combinato disposto delle migrazioni e della perdurante stagnazione economica.

Assmann accompagna allora il lettore nel percorso di costruzione di una “cultura della memoria”, capace di fare dimenticare l’odio tra le nazioni senza sacrificare il ricordo delle vittime e delle violenze. Decide dunque di ripercorre dei casi esemplari, su tutti il processo di elaborazione della memoria in Germania, cominciato idealmente con il Processo di Auschwitz a Francoforte, nel 1963, e culminato con il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” a Berlino, del 2005. Il perno del libro è il concetto di “memoria dialogica”: “Un’Europa davvero unita, infatti, non ha bisogno di una visione unitaria della storia, ma di una visione europea che sia compatibile”. O, come scrive lo scrittore ungherese Gryogry Konràd: “È un bene che ci scambiamo i ricordi e che veniamo a sapere che cosa gli altri pensano della nostra storia (…). L’intera vicenda europea sta diventando patrimonio comune, accessibile a ognuno senza la pressione dei pregiudizi nazionali o di altra natura”.

Questo approdo è tutt’altro che scontato. Lo dimostra, in Polonia, il caso del Museo europeo della Seconda guerra mondiale, che sarebbe potuto diventare un faro di civiltà; accanto al martirio polacco, infatti, sarebbero dovute comparire la vicenda dei profughi tedeschi cacciati dalla Polonia, così come le violenze perpetrate dai polacchi contro gli ebrei alla fine della guerra. Ma con l’avvento della coalizione populista guidata da Jarosław Kaczyński il museo venne chiuso.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 settembre 2021

“Trash” di Martino Costa

Farà tappa anche a Cremona il libro “Trash” (edito dalla casa editrice romana “pessime idee”), di Martino Costa, che verrà presentato insieme all’autore, venerdì 30 luglio alle 18.00, presso il bar Campi, nel contesto del ciclo d’incontri promosso dalla libreria “Il Convegno” di Cremona. Il romanzo di Costa è ambientato nella città di O., un’immaginaria metropoli italiana del nord, e ha al suo centro uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana. Sarebbe ingiusto, però, tralasciare il fatto che attorno a questa vicenda ruota una quantità innumerevoli di personaggi che, nella loro umanità, ci mettono a confronto con argomenti importanti del nostro tempo: il lavoro, il potere, l’immigrazione di prima e di seconda generazione, la criminalità, la solitudine.

Che cosa l’ha spinta a scrivere un libro come questo?

Direi che ci sono due immagini, all’origine del libro. La prima: una persona stravaccata, con le gambe distese, su un tram di Milano, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti, che mi ha dato l’ispirazione per Maestrale, il personaggio principale del libro. La seconda: un camion della nettezza urbana, nell’entroterra ligure, con tre africani, credo senegalesi, a bordo, tutti e tre con dei bei sorrisi, nonostante il lavoro duro. Poi, anche un articolo su uno sciopero dei lavoratori della logistica, se non ricordo male, che terminò come poi ho deciso terminasse il libro. Infine, ho sentito il bisogno, tutto personale, di dare voce alla marginalità: una voce che, dato il lavoro che faccio, ho ascoltato spesso e che mi viene naturale da riprodurre.

Da cosa ha tratto l’ispirazione per una moltitudine così varia di personaggi, com’è quella che compare nel libro?

Per la stesura di questo romanzo ho lavorato molto con la mia immaginazione. L’immaginario, vale la pena ricordarlo, lo si coltiva soprattutto con la lettura, ma anche con quanto si è vissuto, ascoltato e visto, anche nelle canzoni, anche in televisione. Devo confessare che, per parlare di cultura popolare, ho tratto ispirazione perfino da alcune telenovele che avevo visto durante il mio periodo di lavoro in Ecuador. Certo, prima di scrivere il libro ho fatto anche alcune letture specifiche (alcuni reportage sulla comunità colombiana, ad esempio), ma durante la stesura ho preferito lasciare il grosso del lavoro all’immaginazione. Il mio non è un saggio sulla working class veneta e non ne ha le velleità: è un romanzo, a sfondo sociale, certo, ma un romanzo dall’inizio alla fine.

Dunque non è solo quello sociale il tema portante del libro?

Credo che la società vada sempre indagata perché, come sono convinto, viviamo in un mondo ingiusto. Detto ciò, quello che veramente mi interessava era parlare dell’essere umano. Diceva Shakespeare che, più che il potere in sé, nelle sue opere, gli interessava parlare di come gli uomini reagivano alle nevrosi che causava il potere. Ecco, in un libro come “Trash” ho provato a descrivere i comportamenti di questi esseri umani, che, nella vicenda romanzesca, sono per la maggior parte dei lavoratori.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 24 luglio 2021

“La moda della vacanza” di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi

In un periodo nel quale viaggiare resta ancora un miraggio, un libro dove si viaggia molto, dove sono molti i luoghi in cui fare tappa, può fornire a modo suo un piccolo risarcimento. “La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939” (Einaudi, 34 euro, 353 pp.) offre infatti una bella occasione non solo per “visitare” molte località, ma anche per riscoprire l’aura di un’epoca che, per una ristrettissima classe di privilegiati, fu fatta di vestiti costosissimi, balli, terme, casinò, ristoranti e lussuosissimi hotel. A scriverlo sono stati Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, studiosi universitari ed esperti, rispettivamente, di architettura e di moda.

A leggere questo libro, viene da pensare che la Belle époque, forse, si guadagnò il suo titolo proprio perché coincise, appunto, con la moda della vacanza. Prima di allora, viaggiare e soggiornare in qualche località, lo si faceva solo in due casi: per commercio o per studio. Dai primi dell’Ottocento, invece, dopo l’esperimento delle Terme di Bath, fu chiaro a tutti che quello delle vacanze poteva trasformarsi in un business senza precedenti. Destinato a chi? A un pubblico esclusivo, composto da “famiglie imperiali e reali, principi e principesse, magnati e alto borghesi, artisti, scrittori, musicisti, poeti, giocatori d’azzardo e dandy d’ogni genere”.

Il libro è dunque un catalogo (anche illustrato) delle architetture, degli abbigliamenti e dei nomi celebri che popolarono le località più alla moda di quegli anni. Ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle terme alle località sciistiche, dalla Costa Azzurra fino al Medio ed Estremo Oriente, via Orient Express. Compresa anche qualche curiosità: ad esempio, il fatto che il Mediterraneo, d’estate, venne considerato, fino agli anni Venti del Novecento, un luogo poco salutare. È interessante notare, poi, che già allora sbandierare il soggiorno di principi, regnanti e artisti (gli influencer di allora) era un’ottima strategia di marketing. E che, in mancanza di teste coronate di passaggio, si ricorreva all’apertura di un Casinò; come capitò a quel tratto di costa “inospitale” che venne poi chiamato Monte Carlo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale quell’epoca cominciò, per diverse ragioni, a tramontare. Il fatto, però, non dovrebbe suscitare poi troppi rimpianti: era quella una società brutalmente classista, e solo un’infima minoranza poteva permettersi quel genere di vacanze. Dagli anni ’50 in poi, infatti, arrivò il turismo di massa, di cui tutti abbiamo qualche volta detto male; ora, invece, ne sentiamo semplicemente la mancanza.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 10 aprile 2021

“Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”, di Massimo Onofri

La casa editrice Inschibboleth ha fatto bene a riunire questi scritti sulla letteratura italiana contemporanea (dal Dopoguerra a oggi, a grandi linee) nel volume “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”; l’acume e la chiarezza di queste pagine, infatti, confermano Massimo Onofri come uno dei campioni della nostra critica letteraria. La sua prosa è merce rara, fatta di precisione, ragionamenti, campionature, collegamenti. E una delle cose che più colpiscono è proprio la natura di alcuni di questi collegamenti, capaci di sfoderare un metodo contrastivo che, alla stregua di un reagente chimico, fa emergere con nitidezza le figure dei libri e degli autori esaminati. A rendere questo metodo così efficace (anche evitare le sbavatura è un’arte) c’è, alla spalle, una preparazione decisiva.

Giusto per fare un esempio, ecco un passaggio da un capitolo dove questo metodo, quello contrastivo appunto, è confessato fin dal titolo, “Una finestra sulla città delle donne: Appunti su Fellini, Soldati e altro”. Onofri menziona un giudizio sbrigativo e sospetto di Soldati sui film di Fellini, a cui si aggiunge la dichiarata intenzione di rimandarne la visione per evitare l’invidia che gli provocherebbero. Scrive Onofri:

Mi chiedo: non sarà che quell’invidia dissimula altre e ben più profonde implicazioni, inconfessate complicità, insospettabili continuità?

Bene, questa domanda è la bussola interpretativa che guida il resto del discorso. In particolare, analizzando il protagonista e le donne del libro di Soldati “La finestra”, Onofri mostra che le loro sagome sono sovrapponibili ai profili di alcuni personaggi centrali dell’immaginario di Fellini. Di più: la natura del protagonista del romanzo, ascrivibile a quella di Soldati stesso (come conferma una certa critica), è individuabile nelle coordinate del “dongiovannismo”, inteso qui come categoria dello spirito, forma archetipica di una protratta immaturità. Ebbene: non è forse proprio il trionfo e la sconfitta del “dongiovannismo” l’architrave di molti film di Fellini? Conclude Onofri:

Soldati non avrebbe forse mai tollerato l’idea che quel suo desiderio di fuga – fuga di sé da se stesso e dei suoi personaggi dal mondo – potesse valere come una declinazione della puerilità monumentale, mai risolta, d’una certa Italia che profondamente detestava, l’Italia di Roma e del cinema, e che lo specchio di Fellini continuamente gli rifletteva: altro che invidia.

Quella appena menzionata è solo una delle illuminanti messe a fuoco contrastive del libro. Due altri esempi: Elsa Morante che fugge la realtà e Alberto Moravia che ne va a caccia; il piacere che si fa vita in Gabriele D’Annunzio e colpa in Grazia Deledda. Ma il ragionamento, talvolta, è più sottile e, se possibile, più penetrante: Pasolini presentato sullo sfondo di un dannunzianesimo perdurante; in altre parole, l’ipotesi che “la vicenda di Pasolini” sia “una consapevole e demistificante parodia di quella dannunziana, là dove al superomismo virilista e fascista si sostituiva, antifrasticamente, lo scandalo dell’omosessualità”. E poi ancora: una bella apologia dedicata all’opera di Cassola dove, per descriverne la forza disvelante della prosa, si citano le epifanie prosaiche di Joyce (care a Cassola), messe a confronto, al contrario, con “l’oltranza linguistica e narratologica” dell’Ulisse.

Ci sarebbe molto altro da citare, ma è il caso di fermarsi per non depredare troppo il testo e lasciare al lettore il piacere di leggerlo. Basti allora, nelle prossime righe, menzionare giusto alcuni altri autori e temi trattati: ci sono pagine dedicate ai critici Luigi Baldacci e Cesare Garboli; c’è un’incursione sul gruppo ’63 e sulle teorie della letterature di quegli anni (riverberatesi, come Onofri fa notare, nella rarefazione concettuale e verbale di Calvino); e, infine, una “fuga” – in questo caso anche dalla materia letteraria – con un breve saggio su Renato Guttuso. La vera sfida, francamente, è quella di resistere alla tentazione di passare subito alle pagine più sulfuree, ossia quelle dedicate alle “rincorse” letterarie – in particolare, quelle di Salvatore Niffoi e di Erri De Luca. Ora, con un combinato disposto di icasticità e analisi, in quelle pagine, Onofri rispedisce al mittente ogni pretesa letteraria, coniando l’efficace definizione di “retorica del sublime basso”. “Odore di carie sotto placca d’oro”: così, ed esempio, viene definita in un passaggio la prosa di De Luca; ecco cosa succede quando la stroncatura si fa arte.

Federico Pani

Café Golem, 4 aprile 2021

“La macchina della pace” di Özgür Mumcu

La condanna che sconta oggi la letteratura è dura: arriva sempre dopo qualcos’altro. Un tempo, si diceva dopo la vita o, al massimo, dopo la poesia. Ora, invece, deve accodarsi al cinema e alle serie TV, al fumetto e alla letteratura che l’ha preceduta. È l’essenza del postmoderno, si sa. Lo scrittore Giuseppe Montesano ricordava – in una delle sue lezioni tenute al laboratorio di scrittura “La linea scritta” – che ci sono acque, però, dove ancora soltanto la letteratura può arrischiarsi, e cioè quelle dell’animo e delle sue correnti.

Deve essere un’impresa a suo modo emozionante, scrivendo, scansare le insidie del buon senso o liberare le pagine da ogni personale senso di contrizione. Ma provate a dirlo a quelli che nella letteratura cercano ancora un briciolo di avventura e non un perturbante sentimento di frustrazione, manifesto magari nel difficile rapporto del protagonista con uno dei genitori. La narrativa, insomma, può essere lo specchio dell’interiorità, con tutti i rischi del caso, o un mosaico di altri generi.

La macchina della pace (Bompiani, 2016) di Özgür Mumcu, il suo primo romanzo da poco tradotto anche in italiano, sta senz’altro nella categoria del découpage artistico.

L’autore è un giovane turco dall’aspetto affascinante, una figura che non ispira solo simpatia ma anche ammirazione: suo padre, giornalista, è stato ucciso dall’esplosione di un ordigno piazzato da alcuni fondamentalisti e lui stesso ha rischiato il carcere decidendo di seguire le sue orme. Si è guadagnato il titolo di “attivista per la libertà d’espressione” in un paese dove scrivere male del presidente è pericoloso per davvero. Col libro, tuttavia, tutto questo non ha troppo a che fare.

Quello di Mumcu è infatti un romanzo d’avventura postmoderno ambientato nei primi anni del Novecento, in un’Europa con la testa ancora tutta nel secolo precedente. Il protagonista, Celal, è un autore ottomano di romanzi pornografici stampati e circolanti in Francia che, per ragioni apparentemente fortuite, scopre l’esistenza di una miracolosa “macchina della pace”, tra i cui ideatori c’è anche il defunto padre adottivo. Nel tentativo di metterla in funzione, Celal viene affiancato dagli altri personaggi della storia, tra i quali compaiono la bella illustratrice e l’editore dei suoi romanzi.

Muovendosi in uno scenario che ha anche qualche pretesa di plausibilità geopolitica, l’eterogeneo gruppo sceglie il regno di Serbia come luogo dove mettere alla prova la macchina; l’occasione è data da una pericolosa ma (ai loro occhi) fortunosa convergenza, alla corte di Belgrado, dei maggiorenti di stato e dei rappresentanti del partito dei cospiratori, pronti a rovesciare il governo. Un imprevisto porterà l’epilogo della vicenda a svolgersi altrove.

Leggendo i primi capitoli – e cedendo a un giornalistico piacere etichettatore – non si esiterebbe a definire lo stile di Mumcu “realismo magico ottomano”. Lo si direbbe per gli ornamenti onirici e le molte curvature surreali del racconto. Ecco per esempio come descrive un’invasione di tori a Istanbul:

Sollevarono tanta polvere, che la città fu invasa da una nuvola di terra. Non si vedeva niente, centinaia di tori caddero in acqua non vedendo ciò che avevano davanti. Più della metà riuscì a salire sulla riva opposta. Ogni toro che riusciva a raggiungere l’altra sponda portava sulle corna un cucciolo di gabbiano.

L’ultimo dettaglio – per ogni paio di corna un cucciolo di gabbiano – ha un sapore addirittura favolistico. Nella descrizione dell’invasione dei tori c’è, tra l’altro, anche una certa dose di crudezza, un tono che riemerge anche in molte altre scene del romanzo (“Incornavano tutto ciò che si trovavano davanti senza fare distinzioni tra santi e fanti. Prendevano e schiacciavano sotto i loro zoccoli duri le famose mute di cani randagi di Istanbul”).

Ma seguiamo più da vicino la narrazione per capire in che modo si svolge questo pastiche di generi. Dopo i primi capitoli ambientati a Istanbul (e dedicati all’introduzione del personaggio di Celal), il protagonista lascia il Bosforo per la Francia. Il romanzo si fa allora improvvisamente noir: compaiono ispettori, sigari, liquori e la femme fatale, l’illustratrice appunto. Che, per la verità, oltre a prendersi poco sul serio dato il ruolo che le tocca, si rivela piuttosto innocua. E già ci si domanda: è un primo e beffardo tradimento delle aspettative del lettore – supremo gioco postmoderno – o la semplice impossibilità di fare entrare proprio tutto nel romanzo?

È a quest’altezza che Mumcu fa entrare in scena la macchina eponima del romanzo, introducendo una pletora di dettagli e un intreccio che, oltre a dare un’ulteriore svolta alla narrazione, hanno fatto sì che la stampa anglosassone definisse il romanzo “steampunk” (una fantascienza come noi contemporanei immaginiamo la pensassero gli uomini dell’Ottocento). In questo caso, giusto per prendere le misure, siamo due passi in là rispetto a Hugo Cabret e uno indietro a Van Helsing: niente mostri o paccottiglia da videogioco, ma un’aleggiante aria surreale. Per certi versi, l’atmosfera qui può ricordare l’inserto dedicato al Tesla/Bowie in The Prestige di Nolan: la realtà disegnata coi contorni della fiaba e della fantascienza.

Se collegata a una potente fonte di energia elettrica, la macchina della pace produce infatti onde magnetiche capaci di inibire la bellicosità dell’uomo. La metafisica dell’elettromagnetismo è quindi l’orizzonte parascientifico che fa dire a uno dei personaggi:

Si può costruire una macchina in grado di stabilire legami invisibili con le onde elettromagnetiche del cervello e le vibrazioni dell’animo di ognuno. Una macchina della pace che produca onde elettromagnetiche come il cervello delle persone, come l’anima umana.

Dopo lo steampunk, si passa all’intrigo internazionale. L’epicentro delle vicende diventano i Balcani, dove i protagonisti sono portati dall’Orient Express (a cui per fortuna sono dedicate poche pagine: voler appiccicare, nel libro, anche una cartolina dal romanzo giallo sarebbe stato davvero troppo). Eccoci dunque a Belgrado. Le pagine dedicate alla città cospiratrice sono forse le più riuscite del libro; anche perché su di esse pesa, più di ogni altra cosa, il doloroso fascino dell’infinita tregenda balcanica.

L’ultima parte, infine, è un crescendo mirabolante – se non funambolico, data l’entrata in scena di un circo – di avvenimenti, rallentato soltanto da piccoli siparietti comici o surreali, come quello dove Celal legge una poesia di Alfred de Musset a un tenente serbo che si è appena ingozzato di yogurt:

Gli occhi gli erano rimasti lucidi per il dolore e per quello che aveva udito. Una lacrima che non aveva saputo trattenere servì a pulire l’ultimo residuo di yogurt rimasto sui baffi.

Eccoci finiti in un film di Kusturica.

Nessun posto per l’attualità? Non esattamente, dato che proprio sul finale compare la questione filosoficamente decisiva del libro. Usare la macchina della pace significa togliere all’uomo la libertà e perciò snaturarlo: vale la pena ottenere una comunità pacificata, ma composta da esseri viventi che non sono più umani? Questa domanda, nelle intenzioni, dovrebbe fare male come il dolore ai timpani provocato da un’esplosione, la stessa a cui va incontro la macchina. Ma arriva troppo tardi: a una questione così plumbea, a cui forse sarebbero servite pagine con una narrazione lucida e seriosa, male si attaglia la giostra tragica e giocosa del romanzo.

Quello di Mumcu è un romanzo, ma ci si vede ben chiaramente all’interno anche la poesia religiosa, la fiaba, il fumetto, il cinema di genere, il teatro e il saggio. È troppo intarsiato per fare pensare a un prodotto d’intrattenimento, ma troppo vorticoso perché ci si fermi davvero a riflettere su qualcosa. Sembra un po’ uno di quei prodotti che confezionava il nostro Umberto Eco, scritti a quattro mani, due apocalittiche e due integrate. Rispetto a Eco, Mumcu ha uno stile più giornalisticamente stentoreo e pigia più volentieri sul pedale dell’estro surreale, provando a tenere insieme il tutto con un manierismo che certo avvince, se ci si lascia trasportare. Ma se si resta fermi, osservandolo, lascia un po’ perplessi.

Federico Pani

Supplemento di Inutile, 26 marzo 2021

Finalmente un libro su Tommaso Labranca, esegeta del caos e del trash

Tommaso Labranca (1962-2016) visse per tutta la vita a Pantigliate, un angolo marginale – ma non emarginato – della periferia a sud-est di Milano. Pantigliate fu per lui ciò che Königsberg fu per Kant: un luogo di prossimità e distanza dalla civiltà, un rifugio, un osservatorio. Seppure obbligato a qualche spostamento in più, anche Labranca non si trasferì mai. Del resto, che bisogno c’era di girare il mondo? Quei due uomini, chiusi nell’ossessione di capire, avevano letteralmente sottomano ciò che cercavano: il mondo, e i suoi abitanti, compendiati e campionati nei loro libri, nei loro oggetti, nelle loro immagini.

Claudio Giunta se li è meritati, l’onore e il piacere di scrivere Le alternative non esistono – La vita e le opere di Tommaso Labranca. Grazie agli sforzi di Giunta – suo riconoscente ammiratore e divulgatore – è probabile che Labranca non sarà più soltanto ricordato come uno scrittore cult degli anni ’90, osannato e un po’ frainteso, finito ingiustamente nel novero dei “cannibali”, tripudiato dal alcuni come “teorico del trash”, derubricato da altri come “lo specialista della merda”. No: grazie a Giunta, è probabile che Labranca verrà ricordato, a ragione, come un intellettuale. Del resto, proprio “Intellettuale milanese” sta scritto sulla targhetta del ciliegio piantato in suo onore all’Idroscalo, postremo riconoscimento dei suoi amici più cari.

Che ci fosse il bisogno di scrivere un libro come questo, era chiaro: Labranca era stato dimenticato. Eppure, il suo modo di scrivere, gli era sopravvissuto. È lo stesso Giunta a fare i nomi: Guia Soncini, Enrico Dal Buono, Mattia Carzaniga, Michele Masneri, Andrea Minuz, Guido Vitiello. E naturalmente, aggiungiamo, Claudio Giunta. Tutti eredi, più o meno consapevoli, dello stile di Labranca.

Ma che cosa vuol dire essere eredi di Labranca? Scrivere intelligentemente di pop, come faceva lui, vuol dire sapere fare molte cose: liberarsi dei comodi panni del nerd o del censore; superare le trappole tese dalla retorica dell’agiografia o della condanna; ripudiare l’esercizio di stile e la blandizia, riscrivendo, con una punteggiatura diversa, il già letto, il già sentito, il già visto.

Tutte caratteristiche, queste, confluite in Andy Warhol era un coatto che, come scrive Giunta, è l’esempio di come combinare la conoscenza di un argomento e la capacità di astrazione. Per scrivere intelligentemente di pop – cominciamo col truismo – serve intelligenza. Ma serve anche studio, lavoro sodo, rigorosa acribia nell’osservazione. Insomma, serve un’attitudine ben più da scienziato che da giocoliere delle parole. L’ultima somiglianza tra Labranca e Kant – mettendo da parte il paragone – era proprio questa: un’indefessa dedizione alla materia.

Recuperando una preziosissima nota di un diario, Giunta svolge e commenta in modo adamantino il metodo Labranca. La nota è questa:

Ho persino comperato una radio, così da aggiornarmi sugli ultimi spot pubblicitari. (…) Ho anche registrato a caso quattro ore notturne di rete A, ma non ho ancora avuto il tempo di visionare il nastro.

Scrive Giunta:

Registrare Rete A di notte. Serviva questo. Non Gramsci, non Eco, non Debord. Registrare Rete A di notte: ecco – per usare una di quelle formule da professore di cui lui avrebbe riso – l’opzione di metodo che ispirerà alcune delle pagine più intelligenti che nei vent’anni successivi verranno scritte sui media, sul pop e sul popolo.

Volgiamo dirlo come Labranca non l’avrebbe mai detto? Iuxta propria principia (copyright Gianluigi Simonetti).

Il libro di Giunta è un formidabile compendio della vita e delle opere di Labranca e tra i suoi pregi ha quello di sottolinea bene fin dal titolo, anzi, dal sottotitolo (Le alternative non esistono) l’intransigenza testarda ma produttiva, frustrante e geniale di Labranca. Nei confronti del suo lavoro di critico della cultura, in particolare, Labranca sembra incarnare quasi un’etica calvinista. Arrischiandosi più di quanto faccia Giunta, si potrebbe dire che Labranca, nei confronti della religione della cultura, assunse un atteggiamento da riformato: in barba ai riti e alle liturgie, era interessato a un contatto diretto con la sua materia. Di qui, lo svelamento di una cultura ipocrita, acquistata a credito, piuttosto che guadagnata:

Se è già ridicolo pensare di mondarsi dei propri peccati passando sotto una porta, risulta irresistibile vedere dei perfetti ignoranti che credono di acquisire uno stato intellettuale per osmosi, con una semplice passeggiata in una città d’arte, sospirando davanti a palazzi e seminari. Non serve studiare, leggere, comparare, farsi una propria opinione: basta varcare il portone di un museo per godere di indulgenze culturali plenarie e istantanee.

Dai primi anni Duemila, infatti, la scrittura di Labranca assume dei toni più esplicitamente moralistici e sociologici: “Dal pop al popolo”, come scrive Giunta. Dall’analisi della mistificazione culturale – il cui punto più ardito, editorialmente, è Chaltron Hescon, pubblicato da Einaudi e oggi rarissimo da trovare – si arriva alla denuncia del classismo dei meccanismi del capitale simbolico. Cosa separa il suo discorso dal populismo e, forse, dal successo editoriale? Il profondo biasimo per un popolo che si lascia irretire dal fascino dei beni posizionali, tra i quali giganteggia anche la cultura: dei “Neoproletari” (Neoproletariato è il titolo di un suo libro) di modeste condizioni economiche, ma dalle aspirazioni consumistiche snob. Un popolo che ha aristocratizzato i propri consumi proletarizzando il conto in banca.

Ora, il fenomeno della lotta per la conquista del capitale simbolico è una delle costanti nelle analisi della società di massa. Come Giunta fa notare, insomma, sfoderarla non era una novità e, solo per fare un esempio, cita un passo di Sciascia dalle Parrocchie di Regalpetra. Ma se ne potrebbero fare altri. Sulla Treccani, compare questo gustoso passo di Eduardo de Filippo, tratto dalla commedia Filosoficamente:

Vi giuro che certe volte invidio ‘o scupatore, ‘o mondezzaio… perché non hanno esigenze. Chello che se guadagnano s”o mangiano e nun hann”a pens’a niente cchiù. Dormono in una topaia qualunque ed ecco risolto il problema! ‘0 guaio chi ‘o passa? L’impiegato! Deve vestire decente, non voglia maie ‘o cielo se presenta cu’ ‘e scarpe rotte… Si tene figlie, l’ha dda fa’ cumpari’, naturalmente quel poco che guadagna serve per mantenere come meglio può le apparenze… e ‘a panza soffre.

In tutto ciò, il grande merito di Labranca, che mette soprattutto a fuoco il ruolo della cultura, è quello di inframmezzare l’analisi con esempi sapidi e concreti, frutto della sua straordinaria capacità di osservazione. E il coraggio – lo stesso avuto in Chaltron Hescon – di fare nomi e cognomi.

Col passare del tempo, complice l’allontanarsi delle speranze di successo, la sua genialità, però, coabita sempre più spesso con il risentimento. I suoi ritratti, spesso, sarebbero perfetti se all’ironia non subentrasse l’acidità. Prendiamone due, presi da libri diversi – Astrakhan, la zia e l’estetica perbenista e Vraghinaroda. Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte – entrambi dedicati agli aspiranti artisti del nuovo millennio. Nel brano che segue, Labranca ironizza il tentativo, a suo giudizio patetico, di una schiera di aspiranti artisti o semplici modaioli – che nel libro chiama “alieni”: i tipici frequentatori, dice, del Fuorisalone – di rompere col tradizionale modello di eleganza borghese, incarnato dal personaggio archetipico della “vecchia Zia, vedova Tirlaghi”. Alle buone cose di pessimo gusto della Zia, Labranca contrappone i prodotti di scarto di una generazione malamente iperintellettualizzata. Ecco il brano:

Una vecchia scatola di latta alla quale sono stati graffiati via i disegni originali e su cui è stata sovrapposta una gondola in plastica con carillon viene proposta come antiscatola nella quale la designer aliena invita a non conservare niente, modificando così radicalmente il concetto borghese di ricordo e sbeffeggiando nel contempo quello di souvenir in un gioco linguistico destrutturante che… qui nella Zia subentra già la noia.

In questo brano, che segue la descrizione di un colloquio tra due studentesse dell’Accademia di Brera – le quali, tra l’altro, ignorano chi sia Alberto Burri, misterioso nome comparso in un questionario a crocette –, Labranca ritrae con toni grotteschi la parabola fallimentare di una controcultura molto conformista, la stessa, per capirsi, che crede che Banksy disegnato su un muro sia una cosa punk e non un arredo urbano. Dietro le loro pose, suggerisce Labranca, c’è soltanto una malcelate ambizioni di successo individuale. Ecco il brano:

Sono convinto che una di loro si è poi trasferita a Berlino dove, nel lurido retrobottega di un kebabbaro spacciato per galleria d’avanguardia, ha esposto dei sacchi bruciati, un suo lavoro concettuale salutato come groundbreaking da un giovane abruzzese laureato in storia dell’arte presso un ateneo online e che ora, expatriato, fa il corrispondente da Berlino per Artekontro, trimestrale clandestino di arte ke resiste e kombatte.

Giunta rimprovera a Labranca, per così dire, l’eccesso di livore nei confronti di un gruppo sociale che ha già perso la sua battaglia, tradito dalle aspettative di riscatto promesse dalla cultura. Con ciò, citando brani simili e approfondendone le ragioni, ne riconosce il ruolo di salutare terapia d’urto. Del resto, Labranca è stato anche per Giunta (professore universitario) un salutare antidoto allo snobismo indotto dalla carriera accademica. Rompere l’incantamento prodotto dai miti d’oggi, infatti, ha un’azione trasversale: può tradursi in un’accettazione serena ancorché sorvegliata dell’esistente (accettare ciò che si è e ciò che non si può diventare); così come serve per recuperare quella concretezza che restituisce il giusto mordente sulla realtà.

È interessante notare, peraltro, come le considerazioni di Labranca siano state aggiornate, in tempi recenti, anche dal punto di vista teorico: penso alla Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura e al suo coté di sinistra, L’oppio del popolo di Goffredo Fofi. Quello che ci si può augurare è che Giunta prosegua nel suo lavoro sull’opera di Tommaso Labranca. In particolare, che raccolga in modo unitario molti dei suoi scritti sparsi. Si scoprirà che, nonostante la frammentarietà, regna una coerenza di fondo, nello stile e nella visione del mondo, che fa di Labranca non solo uno degli scrittori, ma anche uno dei pensatori italiani più interessanti degli ultimi trent’anni.

Federico Pani

Pangea, 3 marzo 2021

Tra saggismo e scrittura, nell’Italia del secondo Novecento, l’intervista a Gabriele Fichera

Che cos’ha a che fare la scrittura con la realtà? La risposta, chiaramente, non può essere univoca. Volendo ridurre all’osso, si potrebbe parlare di una scrittura che riproduce il mondo e di una che lo interpreta. La distinzione, però, alla prova di un’analisi più attenta, si dimostra quantomeno lacunosa. Un contributo efficace e senza dubbio attento sull’argomento è la raccolta di saggi di Gabriele Fichera Le asine di Saul. Saggismo e invenzione da Manzoni a Pasolini, pubblicato nel 2016 da Euno Edizioni.Abbiamo chiesto a Gabriele Fichera di poter ripercorrere, insieme, alcuni passaggi della sua analisi, circoscrivendo il discorso a quattro tra gli autori di cui il libro tratta: per comodità e perché, almeno dal punto di vista cronologico, sono i più prossimi al presente. Parliamo di Pasolini, Sciascia, Fortini e Volponi.  

Una piccola premessa al discorso: c’è un filo rosso che tiene insieme questi quattro autori e qualcuno degli altri di cui ti occupi nel libro?

Sì, penso che Pasolini, Sciascia, Fortini e Volponi abbiano in comune almeno una cosa: un rapporto e un’interpretazione critica della realtà storica in cui vivevano. Tra gli autori di cui parlo nel libro, direi che questo discorso vale anche per Manzoni: non è un autore rivoluzionario, certo; ma il modo in cui viveva la sua fede gli faceva guardare il mondo con occhi altrettanto critici.

Parliamo di Sciascia e Pasolini. I due sembrano accomunati da una convinzione: il privilegio gnoseologico dell’arte, quasi fosse una via preferenziale per attingere alla verità. Da una parte, Sciascia definisce la letteratura “la più assoluta forma che la verità possa assumere”. A Pasolini, dall’altra, basta dire di sapere, pur ammettendo di non possedere delle prove. Se è così, come si traduce, in entrambi, questa convinzione?

Io credo che tra Pasolini e Sciascia ci sia una grande differenza filosofica, direi gnoseologica, nel rapporto con la realtà. Di Pasolini, Fortini diceva che aveva amato più la realtà della verità; che aveva preferito la raffigurazione all’interpretazione. Al contrario, Sciascia antepose sempre la verità alla realtà. Sempre per Fortini, il fatto che Pasolini fosse rimasto così schiacciato sulla realtà, adottando quasi un atteggiamento da storico e sociologo, era un limite soprattutto dal punto di vista estetico. L’interesse per la realtà, va da sé, non costituisce un problema; ad esserlo, semmai, è la sua traduzione estetica. Pasolini amava le classi sociali di cui scriveva; aveva un autentico amore conoscitivo nei loro confronti. Per questo, nel farlo, forse, gli mancava un certo distacco critico.

La mancanza di distacco critico era certamente uno degli aspetti che Sciascia rimproverava di più alla sua opera. Ci sono pagine di Nero su nero (1979) – un diario pubblico in cui ci si sofferma anche sulla morte di Pasolini – nelle quali Sciascia scrive di non potergli, per così dire, perdonare il fatto di avere fino all’ultimo adorato (si sofferma proprio sul verbo “adorare”) quelli che sarebbero stati poi i suoi aguzzini. La mancanza di un distacco è la stessa che rimprovera anche a un film come Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975): al pari di Petrolio (pubblicato postumo nel 1992) sul piano letterario, si tratta di opere troppo brutali, la cui fruizione estetica sfocia nel terrore, avvinghia chi li fruisce alla paura.

Ma torniamo alla questione gnoseologica, prendendo in considerazione il saggismo di Petrolio, un autentico esempio di saggismo d’inchiesta: mi riferisco a quelle parti del libro, come il capitolo Lampi sull’Eni, per le quali Pasolini compì delle ricerche sulle vicende oscure legate a Cefis, al caso Mattei e all’Eni, comportandosi da giornalista. Nulla di male, di per sé; il punto, qui, è capire in che modo queste parti entrino in rapporto con l’orizzonte estetico dell’opera, ossia come si legano con la parte inventiva e creativa. Penso questo: Pasolini fa bene a dire di sapere pur non avendo le prove; il problema sorge dopo, dato che Pasolini non si ferma lì, non assume il fatto che i poeti sanno delle cose, epperò non hanno bisogno di provarle; non sarebbero poeti, sennò. Al contrario, va alla ricerca di prove. Voglio essere chiaro: dal punto di vista storico e giornalistico è un’operazione senza dubbio giusta; ma dal punto di vista letterario non ce ne sarebbe stato bisogno.

Sciascia, invece, per prevedere certe cose non ha bisogno di cercare delle prove. Questo perché un certo tipo di finzione può essere orchestrata in modo tale da fornire degli strumenti per capire e per poter credere a ciò che si è capito. È, se si vuole, una specie di fede, non dogmatica certo, ma una fede nel ragionamento logico, che ha come presupposto la coerenza. Tutta l’opera letteraria di Sciascia si basa proprio su questa forma di coerenza.

È quella che si potrebbe dire un’ars inveniendi?

Sì: di questa cosa mi sono accorto soprattutto studiando la Scomparsa di Majorana (1975). Nell’opera, Sciascia fa una distinzione: da una parte, c’è lo scienziato Majorana, che porta dentro di sé la scienza e che, perciò, è in grado di trovarla; gli altri personaggi, invece, i ragazzi di via Panisperna, la cercano e basta. Il poeta, dunque, è come Majorana: inventa la verità, nel senso che ha la parola latina “invenire”, cioè “trovare”. Ecco, Pasolini, invece, la continua a cercare. E sappiamo, peraltro, quanto ciò gli sia costato.

Dicevo, invece, che Sciascia non ha bisogno di cercare delle prove; quando, ad esempio, fa un’ipotesi su cosa è successo a Majorana, non ha bisogno di dimostrarlo. Innanzitutto, perché non gli è possibile. Ma anche se gli fosse possibile, c’è un’altra questione centrale: il problema dei documenti storici. È un tema di riflessione che lega bene Sciascia a Manzoni. I documenti storici, infatti, non sono necessariamente certificazione di verità. Sono parziali. Bisogna sempre capire la prospettiva da cui si guardano, considerare il mondo in cui si interpretano e, infine, il modo in cui potrebbero essere stati manipolati.

Sciascia, dunque, non ha bisogno di trovare le prove del fatto che Majorana non si sia suicidato; tantomeno ha bisogno delle prove del fatto che avrebbe organizzato la sua scomparsa appositamente, per sottrarsi al problema morale implicato dalla partecipazione alla costruzione dell’ordigno atomico. Non ne ha bisogno, perché gli basta compiere il percorso che fa per credere di aver seguito la via giusta: gli basta sapere, cioè, che il convento palermitano in cui forse Majorana sarebbe finito è lo stesso nel quale finisce per soggiornare anche uno dei piloti che aveva sganciato le bombe atomiche sul Giappone.

Il suo credere è dovuto alla convinzione che i fatti si intreccino fra di loro in modo da convergere in un punto e creare quello che lui definisce, con un ossimoro, un “razionale mistero”, una epifania: è la verità poetica, ancorché non storica. E la nostra società, oltre che di verità storiche, ha bisogno anche di verità poetiche. Per Sciascia, una realtà diventa una verità nel momento in cui intercetta un duplice bisogno: un bisogno sia individuale, del poeta o dell’autore che la scopre, sia sociale, ossia a beneficio di tutti. La verità di un libro come La scomparsa di Majorana corrisponde al bisogno nostro e di Sciascia di pensare che esiste la libertà morale; che esiste uno spazio interiore che può permettere all’individuo di sottrarsi al condizionamento esterno. È per questo che abbiamo bisogno di pensare che Majorana abbia compiuto quel gesto. Come diceva Fortini, bisogna avere la forza di interpretare una realtà per mutarla in verità.

Passiamo a Fortini, che dei quattro autori di cui ci stiamo occupando è il più teorico e saggistico. Perché hai scelto di parlare del rapporto tra Fortini e l’opera di Kafka?

Ho scelto di parlare di questo tema, perché, per Fortini, Kafka è l’emblema non solo di una concezione della letteratura, ma anche di un tipo di rapporto col mondo. Quasi fosse possibile individuare una specie di “posizione Kafka”. Il problema, dal punto di vista di Fortini, non sta tanto nel rapporto con lo scrittore, quanto col mondo che Kafka ha rappresentato: è un mondo orribile, senza vie d’uscita, che arriva perfino a preconizzare certe brutture del Novecento, dai totalitarismi alla perdita dell’individualità. Per Fortini, questo è davvero un problema. Per capire fino in fondo il suo giudizio, dobbiamo considerare il fatto che Fortini apparteneva a un gruppo di intellettuali che ritenevano ancora possibile la trasformazione della nostra società. Col passare del tempo, peraltro, il rapporto tra Fortini e gli scritti di Kafka peggiorò; i suoi scritti vennero assurti a vero e proprio emblema del nichilismo.

Detto ciò, il mio interesse si è rivolto soprattutto al fatto che, nonostante quello che pensava, Fortini si sia cimentato con la traduzione di Kafka; pur rifiutandolo, dunque, lo studiava. Bene, nella traduzione della Metamorfosi, ho scoperto che la lingua di Fortini è diversa rispetto a tutte le altre: ha un carattere straniante per via dell’italiano di cui si serve, un italiano arcaico: l’italiano delle Operette morali di Leopardi. Le quali, si sa, Fortini assumeva a modello di prosa. Il punto è che Fortini accosta Leopardi a Kafka, autori effettivamente accomunati da una visione pessimistica del mondo. Però, questa visione è diversa: per Kafka, è assoluta; per Leopardi, no. Cosa li distingue? Quella che Fortini chiama, in Leopardi, la “gioia della forma”. Pur parlando dei temi più sconfortanti, nelle sue poesie il poeta canta, cioè si avvale di una forma che è portatrice di gioia. Dunque, se Fortini ha inserito Leopardi nell’incipit del racconto di Kafka, pur traducendolo, ha costruito anche un discorso critico, con lo scopo di destrutturare Kafka: affiancandolo a Leopardi, infatti, ha dato un’interpretazione spiazzante del testo.

Arriviamo, a questo punto, a Volponi, autore oggi piuttosto dimenticato. Non pensi che sulla sua opera abbia pesato una componente ideologica troppo forte, quasi come se i suoi fossero dei “romanzi a tesi”?

Rispetto a Pasolini e a Sciascia (per Fortini, il caso è ancora diverso) credo che Volponi sia un po’ meno noto perché scelse una strada letteraria difficile, ma non perché abbia scritto dei romanzi ideologici. Io, anzi, non ci vedo una zavorra ideologica. Semmai, il problema è stato che non ebbe paura di dare voce a un tipo di scrittura complessa, ancorché romanzesca. Quando uscì Corporale, nel 1974, uscì anche La Storia di Elsa Morante, che, a differenza del libro di Volponi, ebbe una grande fortuna. Nel confronto, si capì che la differenza del successo dipendeva dalla differenza nella complessità sia dello stile sia della strutturazione della vicenda.

Volponi teorizzò l’idea del romanzo difficile non di per sé, ma perché mirante a dare un’immagine della realtà non naturalistica, non mimetica; non banale, aggiungerei. Questo, da diversi punti di vista, quali la strutturazione dei personaggi, l’orchestrazione delle trame (nonostante il ruolo secondario che ricoprivano), senza dimenticare lo stile. È una scrittura ricca di scarti metaforici, straniante, fantasiosa, ricca di umori: sapida. È una lingua, appunto, corporale, ossia incarnata. Non ci vedo una tara ideologica. Casomai, al contrario, è troppo incarnata, “biologicamente” ricca. E ciò rende la lettura piuttosto difficile.

Corporale, peraltro, era il libro a cui teneva di più e non è certo stato uno dei più letti. Nel corso della sua vita, bisogna dire, Volponi provò a rivedere la complessità del suo stile, a semplificare la sua scrittura in romanzi come Il sipario ducale (1975) e Il lanciatore di giavellotto (1981). Ma la sua cifra stilistica restava quella. Basti pensare al suo ultimo romanzo, Le mosche del capitale (1989). Qui, la scrittura straniante e favolistica ritorna, accompagnata da una mescolanza di generi e punti di vista, con oggetti e animali parlanti proprio come in una favola. Il capitalismo viene straniato, ma non facendo indagini su delle storture particolari – come aveva fatto, ad esempio, Pasolini – ma nella sua sistematicità. È una critica al capitalismo tout court, grazie a uno sguardo obliquo, favolistico dicevo (la luna che parla con un computer, o un ficus che si rivolge a un terminale, ad esempio). Questo scarto è quello dell’utopia. Io, infatti, molto più che il marxista scientifico, ci vedo il libertario, l’utopico: il rivoltoso e riottoso a un certo destino.

Non bisogna dimenticare che Volponi lavorò nell’industria; anzi, quello fu il suo lavoro principale, quello della vita, la sua scommessa. Penso, soprattutto, al lavoro all’Olivetti, la qual cosa portava con sé una certa idea di industria. Lo stesso Olivetti, sappiamo, aveva un’idea di impresa aperta verso il mondo socialista, così come era aperta al dialogo con il mondo cattolico e liberale. Del resto, il protagonista di Memoriale (1962), pur ritratto nella malattia e nel delirio, è un cattolico. Volponi, dunque, è stato più vicino a una certa idea di socialismo riformista: ha collaborato alla vita economica del paese, a livello dirigenziale, appunto, in un’ottica riformistica.

Uno dei limiti della ricezione dell’opera di Volponi è che, nelle antologie scolastiche, il suo nome spesso compare solo con Memoriale. È il primo romanzo di Volponi. Nel libro – nel quale si parla di un personaggio che, contadino, entra in fabbrica – compaiono il tema dell’alienazione e il tema del boom economico. Per questa ragione, il libro è stato subito inserito nella questione dei rapporti tra l’industria e la letteratura, filone che ha avuto una storia precisa nella letteratura italiana (penso a Vittorini, a Calvino e alla rivista «Menabò»). Ma Volponi non si fermò certo lì: la questione dell’industria, nel corso degli anni, in fondo, diventò una questione metaforica, e altamente simbolica.

Quello che più interessava a Volponi era il rapporto tra l’uomo, la natura e il mondo artificiale. Un aspetto decisamente filosofico. Se Sciascia e Pasolini furono più lineari, più saggistici, Volponi decise di affrontare questo argomento da scrittore: lo fece in modo poetico, visionario, alternando momenti surreali a momenti realistici. Fin dall’inizio, infatti, Volponi operò uno scarto sia stilistico sia dei punti di vista con intenti espressivi. Memoriale, ad esempio, è bastato sulla capacità dello scrittore di entrare nella testa del personaggio; il punto di vista narrativo, dunque, si mette al servizio di questo obbiettivo. L’intenzione, in particolare, è quella di fare capire l’espropriazione da sé stessi che sta vivendo il protagonista. Non ci sono, qui, elementi avvincenti e anche la trama è sacrificata. Certo, il risultato, in certi punti può essere talmente efficace nel riprodurre il malessere del personaggio, da diventare quasi fastidioso per il lettore. Ma è un fastidio che la letteratura può creare a bella posta e che può essere, mettiamola così, gnoseologicamente interessante.

Gabriele Fichera, formatosi nelle Università di Catania e Siena, attualmente è ricercatore con una borsa di postdottorato all’Università di Liegi e docente di ruolo in Letteratura italiana e Storia nella scuola secondaria. È membro del Comitato scientifico dell’«Ospite ingrato» del «Centro Studi Franco Fortini». I rapporti fra saggismo letterario e finzione, e la questione del realismo contemporaneo, affrontati sovente in un’ottica  comparatistica, stanno al centro dei suoi interessi di ricerca. Tra le recenti pubblicazioni: Tolto dall’io, preso dalla storia. Studio sul saggismo di Volponi (2012); Engagement, fiction, vérité: Pasolini, Kalisky, Sciascia, Mertens (2016)

Federico Pani

Café Golem, 1° marzo 2021

Una Parigi che non c’è più, raccontata da Giovanni Catelli

LIBRI • E’ da poco uscito il nuovo libro del poeta cremonese corredato da foto in bianco e nero

“Parigi, e un padre” è il nuovo libro del poeta cremonese Giovanni Catelli, appena uscito per la casa editrice Inschibboleth nella collana “Margini”. È del narratore il padre di cui si racconta, uno studente di medicina nella Parigi del secondo dopoguerra, infaticabile frequentatore della città anche nel resto della vita, famiglia al seguito. Ma sono la memoria, il ricordo e quella nostalgia metafisica (quella che non si è vissuta, per forza, in prima persona) i veri protagonisti: «Ciò che si conserva, del tempo, degli anni fuggiti – scrive Catelli – è solo la minima parte, di un’ignota nervatura degli eventi, sparse luci nello sguardo, una scintillazione di fibrille nella memoria, rari oggetti, libri, fotografie, fogli sperduti». Lo sfondo è una Parigi che non c’è più, affollata e deserta, assolata e piovosa, euforica e uggiosa, in un’epoca che faceva toccare il ricordo dell’orrore e la speranza per l’avvenire.

La scrittura di Catelli, forse un unicum tra le cose in circolazione, tiene insieme i tasselli del racconto grazie a un caratteristico timbro poetico: evoca gli stati d’animo con precisione, ma ne sfuma i contorni; rarefa la narrazione, ma isola con chiarezza gli snodi necessari.

«Il libro – dice l’autore – è una meditazione sul tempo, sul ricordo, su ciò che sta scomparendo e, allo stesso tempo, un tentativo di fermarlo, quel tempo. Per me, la letteratura ha come scopo proprio quello di opporsi al tempo: è un tentativo di salvare delle cose, delle situazioni, delle persone. Mi premeva ricordare certi fatti, certe visioni e atmosfere. Quello che mi stava più a cuore, insomma, era ricostruire un’epoca, e delle persone: diverse da quelle che siamo abituati a conoscere e che rappresentano mondi ormai scomparsi».

Nel libro ci sono anche delle foto, in bianco e nero, che guidano il lettore nella rievocazione. Ma non ci sono didascalie, né le immagini hanno un ordine preciso. E questo le fa parlare ancora di più.

“Eccessi d’autore. Retoriche della voce nel romanzo italiano di oggi”, di Filippo Pennacchio

LIBRI • S’intitola “Eccessi d’autore – Retoriche della voce nel romanzo italiano di oggi” ed è firmato dal cremonese Filippo Pennacchio, assegnista di ricerca in letteratura italiana contemporanea all’Università Iulm di Milano. Pubblicati dalla casa editrice “Mimesis”, il volume è dedicato alla narrativa italiana contemporanea.

Pennacchio, lasciandosi meritoriamente alle spalle ogni dibattito giornalistico e mondano, va diritto al nocciolo della questione: è possibile trovare un tratto che accomuni la nostra narrativa degli ultimi vent’anni? La risposta è sì ed è il frutto di una ragionata campionatura di testi.

«L’idea che c’è dietro – dice l’autore – è un tentativo di verifica di un’impressione nata dall’esperienza di lettore. Ci sono modi di raccontare che si assomigliano. In particolare: capita di trovarsi sempre più spesso di fronte a narratori loquaci che si mettono in scena e ci intrattengono».

Nel libro, una delle ipotesi è che l’assertiva presenza dell’autore sia una forma di reazione alla perdita di centralità della letteratura.

«Sì, è possibile che l’atteggiamento degli autori sia una reazione, diciamo pure simbolica, alla marginalizzazione della letteratura nella nostra società. Ma non è l’unica spiegazione. Oggi si possono fare molte esperienze narrative al di fuori della letteratura. Basti pensare ai format degli influencer, che mettono costantemente in scena la loro vita. O a quella di noi utenti, a cui è data la possibilità di commentare quasi ogni cosa in rete. La letteratura potrebbe quindi inserirsi in questo clima, provando a intercettarlo, e uscirne trasfigurata. Un autore che ha segnato una svolta in questo senso, che ha metabolizzato i modi di comunicare di media diversi, è stato senz’altro Roberto Saviano con Gomorra».

Nel libro c’è una discussione sulla canonica distinzione tra autore e narratore.

«È un caposaldo negli studi di letteratura. Il narratore è l’istanza fittizia da cui proviene il narrato. Ma l’idea che lo studio di un testo, come si credeva, possa prescindere dallo studio dell’autore è sempre più messa in discussione. Anche tra gli specialisti».

Se è vero che i veri romanzi della nostra epoca sarebbero le serie TV, dovremmo preoccuparcene?

«Diciamo così: sono sempre stato sospettoso di chi rivendicava il primato della lettura sulle altre forme di intrattenimento. Esistono film, serie tv e videogiochi che, per intreccio narrativo e complessità, non hanno nulla da invidiare ai romanzi. Credo che ci si possa arricchire anche facendo esperienza di questi prodotti. Personalmente, non critico i miei studenti per il semplice fatto che passano più tempo guardando serie tv anziché sui libri».