“Le mute infernali”, l’intervista a Debora de Fazio

Si intitola “Le mute infernali. Dante e le donne” (Besa Muci editore) ed è un libro davvero sui generis, uscito l’anno scorso e curato da Debora de Fazio (a destra, nella foto), professore associato di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi della Basilicata, e da Maria Antonietta Epifani (a sinistra, nella foto), musicologa, autrice di saggi e docente. Per presentarlo, abbiamo rivolto alcune domande a una delle due curatrici, la linguista Debora de Fazio.

Piccola premessa: questo libro è un esempio di come non serva trattare Dante sempre in modo accademico per dire qualcosa di interessante. Quanto pensa sia utile trattarne l’opera anche in chiave pop?

Che la Divina Commedia, e in particolare l’Inferno, si presti anche a usi pop è ormai da tempo un fatto assodato. Del resto, come ricordava qualche anno fa Nicola Gardini sul “Sole 24 Ore”, Dante è per così dire un “business”, dato che quasi ogni giorno, nel mondo, viene pubblicato qualcosa su Dante; ed è prima di tutto il pubblico a volerlo; Dante è diventato un’autentica icona pop, direi persino social. Dante compare in alcune parodie della Disney, ma ci sono eco dantesche anche in fumetti come Dylan Dog, Martyn Mistère, Dago, ma pensiamo anche al libro Inferno di Dan Brown (poi diventato un film con Tom Hanks), così come al videogioco Dante’s Inferno. Parliamo di un fenomeno che non è per nulla recente: le letture di Dante in pubblico cominciarono addirittura con Boccaccio, replicate fino ai nostri giorni peraltro da interpreti del calibro di Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, fino naturalmente a Roberto Benigni.

Aggiungo una nota personale: qualche mese fa nell’àmbito di una rubrica sui modi di dire che curo con altri cinque colleghi (accademici di diverse università, Alessandro Aresti, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro e Lucilla Pizzoli) per la sezione “lingua italiana” dell’Enciclopedia Treccani abbiamo dedicato una sezione proprio ai modi di dire che provengono da Dante. Bene, molti dei modi di dire che provengono dalla Commedia sono tutt’altro che sconosciuti dalla gente comune. Molti di questi modi di dire si trovano anche sui social, magari sotto forma di meme, nei quali capita di leggere frasi celeberrime di Dante, che tutti conosciamo, spesso e volentieri modificate: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, “Stai fresco” (scritto da Pierluigi Ortolano), “Galeotto fu il libro”, “Lasciate ogne speranza voi ch’intrate”, e altre ancora.

In un suo libro recentemente pubblicato, “Parola di Dante” (Il Mulino), Luca Serianni segnalava la provenienza dantesca di un modo di dire che a molti sarà capitato di usare: “Dico un’ultima cosa e poi mi taccio”; bene, anche questa è un’espressione che arriva da uno dei canti più noti dell’Inferno, quello di Farinata Degli Uberti. È proprio Farinata a scandirlo, indicando le altre anime dannate con cui condivide la pena: “Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: / qua dentro è ’l secondo Federico, / e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». Tutti quanti la usiamo o la abbiamo usata senza sapere che di fatto si tratta proprio di una citazione dantesca.

Arriviamo al libro, che nasce da un’idea originale: restituire la voce ai personaggi femminili a cui Dante nell’Inferno non dà la parola; per farlo, avete affidato la scrittura a donne del vostro territorio, la Puglia. Possiamo vedere questa idea un po’ più da vicino?

L’idea di base che ha guidato me e l’altra curatrice, la prof.ssa Maria Antonietta Epifani, è stata quella di intraprendere una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista: il rapporto tra Dante e le “sue” donne. Studiosi e commentatori si sono a lungo soffermati sulla presenza esigua di figure femminili nell’opera magna del Poeta. Secondo uno studio, su un totale di 364 personaggi riconoscibili, soltanto una quarantina sono donne. Se scendiamo a verificare a quante di esse venga “concesso” di parlare, il numero scende drasticamente. Sono soltanto cinque: Francesca da Rimini nell’Inferno, Pia de’ Tolomei e Sapìa nel Purgatorio, Piccarda Donati e Cunizza da Romano nel Paradiso (escludendo, per ovvi motivi di status, Beatrice). Scopo del saggio è quindi di ridare voce a queste donne, renderle in grado di parlare e di raccontare/rsi. Non è un caso, infatti, che la grande esclusa di questo libro sia volutamente Francesca da Rimini (che dialoga con Dante nel canto V).

A ridare voce e vita a queste figure sono le voci e le penne di altrettante donne, tutte pugliesi, diverse per età, formazione, cultura, vita. Ne è venuto fuori, con una felice formula che ha utilizzato il linguista Marcello Aprile, uno spin-off della Commedia, tutto in rosa, tutto al femminile.

Lei e Maria Antonietta Epifani avete restituito la voce a Taide, personaggio inventato dal commediografo latino Terenzio, che compare nell’opera Eunuchus: perché proprio questo personaggio e quali sono gli altri personaggi che hanno colpito il vostro immaginario? 

Taide è un personaggio che è stato sviluppato nelle sue diverse sfaccettature e, quasi fosse un serpente, si è insinuato in molte pieghe della cultura, dall’immaginario letterario fino al cinema. Il fascino per questa figura è però sorto soprattutto nel momento in cui me ne sono occupata, in particolare quando ho redatto la breve biografia storica e culturale del personaggio – una simile scheda correda tutte le “mute infernali” di cui le coautrici si sono occupate. In generale, questo lavoro mi ha fatto “riscoprire” personaggi e loro sfaccettature che in alcuni casi conoscevo poco e anche interessanti loro “riletture” dai toni più vari, sia per figure più famose e note (come Didone e Circe), sia per personaggi che, per continuare ad usare metafore cinematografiche, sono poco più che delle comparse (Le fiere, Medusa, le Arpie, Isifile, Taide, Manto, Ecuba, la moglie di Putifarre).

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 19 febbraio 2022

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