Corsica, dalle origini italiane alla dominazione francese, l’intervista a Carlo Bitossi

La Corsica è, al tempo stesso, un’isola vicina e lontana dall’Italia: è vicina per geografia, cultura e lingua (le parlate corse sono più simili all’italiano di molti dialetti); lontana, per la sua storia: agli occhi di molti, è oggi solo un’esclusiva meta turistica in terra straniera. La cessione della Corsica alla Francia avvenne questo stesso giorno, nel 1768, con il Trattato di Versailles. Ne parliamo con Carlo Bitossi, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara, specialista della storia moderna della Corsica.

Professore, come si passò dalla presenza pisano-genovese in Corsica alla cessione alla Francia?

La presenza genovese si affermò già alla fine del Duecento, sostituendo quella pisana, di cui restano solo delle tracce artistiche e architettoniche. L’interesse di Genova per la Corsica fu sempre strategico e mai coloniale, funzionale al controllo del mar Tirreno settentrionale: i genovesi si insediarono prevalentemente nelle città costiere, fondandone di molto importanti, come Bastia e Ajaccio; l’interno dell’isola rimase, invece, sempre sotto il controllo della popolazione autoctona. La struttura sociale e politica della popolazione corsa, per capirsi, si potrebbe paragonare alla struttura clanica, litigiosa e familiare, delle Highlands scozzesi o dell’Irlanda. Questi clan, di fatto, accettarono per lungo tempo la dominazione dei genovesi, pur ribellandosi di tanto in tanto, senza però mai riuscire a cacciarli: Genova poté sempre contare, infatti, sull’alleanza e sulla faziosità dei clan dell’isola.

Dopo un primo tentativo di conquista della Corsica da parte della Francia e un’insurrezione che fu una guerra civile nella quale si contrapposero corsi ribelli e corsi lealisti, a partire dal 1569 cominciò la lunga “pace genovese”. La Corsica, durante quel periodo, fu sotto-amministrata: il numero di funzionari e soldati genovesi era molto esiguo; il buon governo, dunque, dipendeva essenzialmente dall’acquiescenza dei corsi stessi. In quegli anni, l’interesse dei genovesi restò di natura strategica: non si sviluppò in termini di investimenti, così come però nemmeno in termini di sfruttamento delle risorse naturali; lo dimostra il bilancio dell’amministrazione dell’isola, sempre in rosso, e relativamente esiguo, se confrontato con quello di parecchi ricchi banchieri privati genovesi.

La lunga pace si concluse nel 1729. Scoppiò una rivolta fiscale, conseguente a un cattivo raccolto. Data l’esigua presenza militare, i corsi ebbero facilmente ragione dei genovesi: giunsero alle porte di Bastia, i cui abitanti, però, restarono fedeli alla Repubblica. Questa lealtà a Genova rispecchiava una divisione fondamentale dell’isola: quella tra l’entroterra e le città costiere, i cui abitanti erano, del resto, o di origine ligure o corsi “genovesizzati”. Nonostante questo, reprimere la rivolta per la Repubblica era praticamente impossibile; chiese aiuto, dunque, all’imperatore Carlo VI, il cui intervento però non fu risolutivo. In seguito, Genova si rivolse alla Francia.

Quand’è che la Francia pensò di assumere il controllo dell’isola?

Dopo la decisione di intervenire in favore di Genova: gradualmente i francesi cominciarono a pensare di poter fare a meno della Repubblica. In Corsica, nel frattempo, dopo una sanguinosa vicenda legata alla ricerca di un leader, arrivò la svolta: i corsi trovarono un nuovo capo in Pasquale Paoli, figlio di uno dei capi delle prime rivolte del Settecento, esule a Napoli, e ufficiale dell’esercito delle Due Sicilie. Paoli era un uomo colto, che aveva maturato una visione da statista capace di oltrepassare i limiti della società clanica corsa, la quale però, sulle prime, gli oppose delle resistenze. Superate le difficoltà, nel 1755 Paoli fu nominato “generale della nazione”: prese il controllo dell’interno e divenne il leader degli indipendentisti. Paoli aveva in mente un’idea di Stato e, di conseguenza, cominciò a dare alla Corsica un’organizzazione basata su istituzioni proprie: una moneta e un esercito, così come dei tribunali e delle circoscrizioni amministrative e perfino una Costituzione. Fu sempre Paoli a decidere di fondare l’università di Corte, che ancora oggi porta il suo nome.

Quello di Paoli, però, restò un sogno: con l’arrivo delle guarnigioni francesi nelle città costiere, i corsi si trovavano bloccati nell’interno. Genova, a quel punto, che non poteva sostenere i costi di una guerra, prese una decisione, ancora una volta, di natura strategica: piuttosto che avere di fronte alle proprie coste uno stato di cui non si poteva fidare, un possibile covo di corsari, nell’isola preferì la presenza di una potenza amica come la Francia. L’idea della cessione acquistò più forza anche in Francia, soprattutto dopo il 1763, con la fine della Guerra dei sette anni, persa disastrosamente contro l’Inghilterra (la Francia aveva rinunciato alle sue preteste in India e in America).

Arriviamo quindi al Trattato di Versailles del 1768: la Corsica fu ceduta da Genova alla Francia come pegno per gli aiuti ricevuti, con la possibilità di riscattarla. Tutta l’Europa, però, sapeva che, al di là della formulazione giuridica, si trattava di una cessione vera e propria. Paoli si trovava perciò a dover affrontare una situazione ben diversa da prima: la Corsica diventava territorio francese e sarebbe stata soggetta alle leggi della monarchia. Dopo un primo tentativo, fallimentare, nel 1769 i francesi sbarcarono in forze, con migliaia di uomini e forzieri pieni di denaro, con i quali comprare una parte dei capi-clan, alcuni dei quali furono poi inquadrati nei ranghi militari. Dopo un piccolo fatto d’armi, Paoli capì che la partita era persa: partì per l’esilio e, dopo un tour trionfale in Europa (fu da tutti accolto da grande statista), si stabilì in Inghilterra, dove restò per vent’anni.

Come si sviluppò la dominazione francese?

La classe dirigente corsa si abituò presto alla nuova condizione; dopo il suo trascorso indipendentista, ad esempio, uno dei primi notabili ad arruolarsi tra le fila della nobiltà francese fu Carlo Buonaparte, il padre di Napoleone. Con la Rivoluzione francese, nonostante il rientro trionfale di Paoli, il fatto che la Corsica facesse parte del “dominio” francese venne ribadito con forza. Ci fu un breve episodio indipendentista (Paoli, sempre più osteggiato dai filo-francesi, riuscì a sfruttare l’aiuto degli inglesi e diede vita a un effimero regno anglo-corso); conclusosi, la Corsica tornò definitivamente a far parte della Francia.

Se Napoleone fece poco per la sua terra (promosse molti militari corsi e rese Ajaccio la nuova capitale), molto di più fece il nipote Luigi Napoleone: dall’insediamento di attività produttive, alla promozione delle acque termali, fino alla costruzione di una prima ferrovia. Molti corsi furono integrati nell’amministrazione pubblica ed è proprio a partire dalla metà dell’Ottocento che cominciò la “francesizzazione” dell’isola. L’emigrazione, del resto, cominciò a interessare esclusivamente i territori francesi, Marsiglia soprattutto, ma anche l’impero coloniale e l’Esagono. I corsi cominciarono perfino a distinguersi in alcuni campi della società francese, in particolare quello militare e, curiosamente, anche come talentuosi avvocati.

Parlando del Novecento, va ricordato che negli anni del fascismo l’Italia rivendicò l’italianità della Corsica, affiancandola a terre da considerare irredente (come Malta e Nizza). La strumentalizzazione fascista della storia ebbe due conseguenze. La prima: l’argomento venne abbandonato per decenni dalla storiografia italiana, messo in ombra dalla connotazione un po’ fascista che sembrava avesse assunto. La seconda: il movimento autonomista autoctono mise da parte ciò che era più ovvio, ossia che l’isola fosse italiana per radici e cultura. Il risultato fu la promozione della cultura e della lingua corsa in chiave localistica (nell’Università di Corte, c’è un corso di studi corsi, in corso), oltre al fatto di concepirsi, storiograficamente, come una colonia sempre dominata da potenze esterne, trascurando l’importanza fondamentale dei conflitti interni all’isola nelle vicende della mancata indipendenza.

Oggi, bisogna dire, gli storici corsi riconoscono invece tutta la complessità del passato isolano. Ma i problemi, ormai, in Corsica come in Italia, cominciano a essere altri (penso, per citarne uno, all’immigrazione). E accapigliarsi su miti storiografici del passato diventa sempre più inutile: la Corsica, ormai, ha preso la sua strada; ed è lontana da quella dell’Italia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 maggio 2021

L’italiano e la rete, l’intervista a Monica Alba

Che lingua parliamo e scriviamo in rete? È possibile darle un volto? E ancora: l’italiano è in pericolo per colpa di internet? Ne abbiamo parlato con Monica Alba, docente a contratto di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Urbino e collaboratrice dell’Accademia della Crusca.

“La rivoluzione digitale ha inevitabilmente cambiato le nostre abitudini, le nostre relazioni sociali e il nostro modo di comunicare, che si è evoluto nel tempo: dagli SMS alla messaggistica istantanea, dalle chatrooms fino ai social network. Questa è l’era di internet e della comunicazione telematica, ma anche un’epoca in cui tutti scrivono, anzi digitano. Se qualche decennio fa si parlava della conquista di un italiano parlato più comunicativo (quello che Francesco Sabatini ha chiamato “italiano dell’uso medio”), oggi assistiamo alla diffusione – nella rete – di un italiano scritto più comunicativo, tendenzialmente informale, con caratteristiche molto diverse rispetto allo scritto tradizionale. Alcuni studiosi, dunque, hanno ipotizzato la nascita di una nuova varietà scritta di italiano: si tratta di una scrittura trasmessa che riprende le movenze del parlato, ibrida per eccellenza. È stata chiamata in diversi modi: dal “cyberitaliano” di Massimo Prada al’“e-taliano” di Giuseppe Antonelli (con la “e” che sta per “elettronico”). Sotto queste etichette, tuttavia, rientrano diverse e variegate tipologie testuali: si va dalle e-mail ai testi che compaiono sui social network, i quali sono, a loro volta, molto diversi tra loro”.

Questo italiano presenta delle caratteristiche comuni?

Semplificando molto, possiamo dire che queste diverse categorie testuali condividono il mezzo, la rete, ma anche il fatto di essere fruite attraverso uno schermo. Ciò comporta una diversa distribuzione delle parole, che vi si devono adattare. Si tratta di testi generalmente brevi, pensati per una lettura veloce, con una differenza importante rispetto al testo scritto tradizionale: sono destrutturati, frammentari, e si appoggiano ad altri elementi, come le immagini o i rimandi ad altri testi, via link (multimedialità e ipertestualità). In alcune forme di scrittura, l’immediatezza comporta anche una mancanza di pianificazione: nelle chat, ad esempio, sono meno presentile riletture e i controlli tipici di uno scritto tradizionale formale.

Dal punto di vista sintattico, poi, sono preferite frasi semplici e coordinate, che tendono a essere nominali. Di qui, anche una punteggiatura più snella che, più che scandire il testo, ha una funzione espressiva. In accompagnamento, come sappiamo, vengono aggiunti i cosiddetti “emoticon” ed “emoji”, che riproducono il nostro linguaggio mimico-facciale. Abbastanza tipiche sono le tachigrafie: si va dalle abbreviazioni (“cmq” per “comunque”), fino alle sigle (“pf” per “per favore”) o gli acronimi (“LOL”); importante, infine, è la presenza di anglismi. Naturalmente, le mail, che sono forme di italiano scritto-trasmesso più formali, mantengono invece un rispetto maggiore delle convenzioni previste dal genere dell’“e-pistola”.

Dobbiamo preoccuparci per l’integrità della nostra lingua?

“L’italiano della rete (ma si potrebbe dire “italiani della rete”) è semplicemente una nuova varietà della nostra lingua. Il fatto che si trovino in rete, e specie nei social, delle produzioni poco incoraggianti dal punto di vista della norma linguistica non è un problema della lingua in sé, ma degli utenti. Le deviazioni dalla norma, cioè, riflettono lo scarso livello culturale di chi scrive. Molto spesso a mancare è la consapevolezza degli ambiti d’uso: alcuni degli elementi che abbiamo elencato prima, ad esempio, funzionano benissimo in una chat, ma non sono adatti a una produzione formale, quale una comunicazione ufficiale. Bisognerebbe acquisire più confidenza con le diverse tipologie testuali e con i registri che abbiamo a disposizione: si dovrebbe leggere di più. Servirebbe, inoltre, a contrastare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, rilevato da diverse statistiche; esistono moltissime persone, infatti, che sanno leggere e scrivere, ma che non sono in grado di comprendere dei testi mediamente complessi. Anziché parlare di catastrofe dell’italiano a causa della rete, bisognerebbe dunque provare a risolvere questi problemi, che stanno a monte”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2021

“La moda della vacanza” di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi

In un periodo nel quale viaggiare resta ancora un miraggio, un libro dove si viaggia molto, dove sono molti i luoghi in cui fare tappa, può fornire a modo suo un piccolo risarcimento. “La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939” (Einaudi, 34 euro, 353 pp.) offre infatti una bella occasione non solo per “visitare” molte località, ma anche per riscoprire l’aura di un’epoca che, per una ristrettissima classe di privilegiati, fu fatta di vestiti costosissimi, balli, terme, casinò, ristoranti e lussuosissimi hotel. A scriverlo sono stati Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, studiosi universitari ed esperti, rispettivamente, di architettura e di moda.

A leggere questo libro, viene da pensare che la Belle époque, forse, si guadagnò il suo titolo proprio perché coincise, appunto, con la moda della vacanza. Prima di allora, viaggiare e soggiornare in qualche località, lo si faceva solo in due casi: per commercio o per studio. Dai primi dell’Ottocento, invece, dopo l’esperimento delle Terme di Bath, fu chiaro a tutti che quello delle vacanze poteva trasformarsi in un business senza precedenti. Destinato a chi? A un pubblico esclusivo, composto da “famiglie imperiali e reali, principi e principesse, magnati e alto borghesi, artisti, scrittori, musicisti, poeti, giocatori d’azzardo e dandy d’ogni genere”.

Il libro è dunque un catalogo (anche illustrato) delle architetture, degli abbigliamenti e dei nomi celebri che popolarono le località più alla moda di quegli anni. Ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle terme alle località sciistiche, dalla Costa Azzurra fino al Medio ed Estremo Oriente, via Orient Express. Compresa anche qualche curiosità: ad esempio, il fatto che il Mediterraneo, d’estate, venne considerato, fino agli anni Venti del Novecento, un luogo poco salutare. È interessante notare, poi, che già allora sbandierare il soggiorno di principi, regnanti e artisti (gli influencer di allora) era un’ottima strategia di marketing. E che, in mancanza di teste coronate di passaggio, si ricorreva all’apertura di un Casinò; come capitò a quel tratto di costa “inospitale” che venne poi chiamato Monte Carlo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale quell’epoca cominciò, per diverse ragioni, a tramontare. Il fatto, però, non dovrebbe suscitare poi troppi rimpianti: era quella una società brutalmente classista, e solo un’infima minoranza poteva permettersi quel genere di vacanze. Dagli anni ’50 in poi, infatti, arrivò il turismo di massa, di cui tutti abbiamo qualche volta detto male; ora, invece, ne sentiamo semplicemente la mancanza.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 10 aprile 2021

“La macchina della pace” di Özgür Mumcu

La condanna che sconta oggi la letteratura è dura: arriva sempre dopo qualcos’altro. Un tempo, si diceva dopo la vita o, al massimo, dopo la poesia. Ora, invece, deve accodarsi al cinema e alle serie TV, al fumetto e alla letteratura che l’ha preceduta. È l’essenza del postmoderno, si sa. Lo scrittore Giuseppe Montesano ricordava – in una delle sue lezioni tenute al laboratorio di scrittura “La linea scritta” – che ci sono acque, però, dove ancora soltanto la letteratura può arrischiarsi, e cioè quelle dell’animo e delle sue correnti.

Deve essere un’impresa a suo modo emozionante, scrivendo, scansare le insidie del buon senso o liberare le pagine da ogni personale senso di contrizione. Ma provate a dirlo a quelli che nella letteratura cercano ancora un briciolo di avventura e non un perturbante sentimento di frustrazione, manifesto magari nel difficile rapporto del protagonista con uno dei genitori. La narrativa, insomma, può essere lo specchio dell’interiorità, con tutti i rischi del caso, o un mosaico di altri generi.

La macchina della pace (Bompiani, 2016) di Özgür Mumcu, il suo primo romanzo da poco tradotto anche in italiano, sta senz’altro nella categoria del découpage artistico.

L’autore è un giovane turco dall’aspetto affascinante, una figura che non ispira solo simpatia ma anche ammirazione: suo padre, giornalista, è stato ucciso dall’esplosione di un ordigno piazzato da alcuni fondamentalisti e lui stesso ha rischiato il carcere decidendo di seguire le sue orme. Si è guadagnato il titolo di “attivista per la libertà d’espressione” in un paese dove scrivere male del presidente è pericoloso per davvero. Col libro, tuttavia, tutto questo non ha troppo a che fare.

Quello di Mumcu è infatti un romanzo d’avventura postmoderno ambientato nei primi anni del Novecento, in un’Europa con la testa ancora tutta nel secolo precedente. Il protagonista, Celal, è un autore ottomano di romanzi pornografici stampati e circolanti in Francia che, per ragioni apparentemente fortuite, scopre l’esistenza di una miracolosa “macchina della pace”, tra i cui ideatori c’è anche il defunto padre adottivo. Nel tentativo di metterla in funzione, Celal viene affiancato dagli altri personaggi della storia, tra i quali compaiono la bella illustratrice e l’editore dei suoi romanzi.

Muovendosi in uno scenario che ha anche qualche pretesa di plausibilità geopolitica, l’eterogeneo gruppo sceglie il regno di Serbia come luogo dove mettere alla prova la macchina; l’occasione è data da una pericolosa ma (ai loro occhi) fortunosa convergenza, alla corte di Belgrado, dei maggiorenti di stato e dei rappresentanti del partito dei cospiratori, pronti a rovesciare il governo. Un imprevisto porterà l’epilogo della vicenda a svolgersi altrove.

Leggendo i primi capitoli – e cedendo a un giornalistico piacere etichettatore – non si esiterebbe a definire lo stile di Mumcu “realismo magico ottomano”. Lo si direbbe per gli ornamenti onirici e le molte curvature surreali del racconto. Ecco per esempio come descrive un’invasione di tori a Istanbul:

Sollevarono tanta polvere, che la città fu invasa da una nuvola di terra. Non si vedeva niente, centinaia di tori caddero in acqua non vedendo ciò che avevano davanti. Più della metà riuscì a salire sulla riva opposta. Ogni toro che riusciva a raggiungere l’altra sponda portava sulle corna un cucciolo di gabbiano.

L’ultimo dettaglio – per ogni paio di corna un cucciolo di gabbiano – ha un sapore addirittura favolistico. Nella descrizione dell’invasione dei tori c’è, tra l’altro, anche una certa dose di crudezza, un tono che riemerge anche in molte altre scene del romanzo (“Incornavano tutto ciò che si trovavano davanti senza fare distinzioni tra santi e fanti. Prendevano e schiacciavano sotto i loro zoccoli duri le famose mute di cani randagi di Istanbul”).

Ma seguiamo più da vicino la narrazione per capire in che modo si svolge questo pastiche di generi. Dopo i primi capitoli ambientati a Istanbul (e dedicati all’introduzione del personaggio di Celal), il protagonista lascia il Bosforo per la Francia. Il romanzo si fa allora improvvisamente noir: compaiono ispettori, sigari, liquori e la femme fatale, l’illustratrice appunto. Che, per la verità, oltre a prendersi poco sul serio dato il ruolo che le tocca, si rivela piuttosto innocua. E già ci si domanda: è un primo e beffardo tradimento delle aspettative del lettore – supremo gioco postmoderno – o la semplice impossibilità di fare entrare proprio tutto nel romanzo?

È a quest’altezza che Mumcu fa entrare in scena la macchina eponima del romanzo, introducendo una pletora di dettagli e un intreccio che, oltre a dare un’ulteriore svolta alla narrazione, hanno fatto sì che la stampa anglosassone definisse il romanzo “steampunk” (una fantascienza come noi contemporanei immaginiamo la pensassero gli uomini dell’Ottocento). In questo caso, giusto per prendere le misure, siamo due passi in là rispetto a Hugo Cabret e uno indietro a Van Helsing: niente mostri o paccottiglia da videogioco, ma un’aleggiante aria surreale. Per certi versi, l’atmosfera qui può ricordare l’inserto dedicato al Tesla/Bowie in The Prestige di Nolan: la realtà disegnata coi contorni della fiaba e della fantascienza.

Se collegata a una potente fonte di energia elettrica, la macchina della pace produce infatti onde magnetiche capaci di inibire la bellicosità dell’uomo. La metafisica dell’elettromagnetismo è quindi l’orizzonte parascientifico che fa dire a uno dei personaggi:

Si può costruire una macchina in grado di stabilire legami invisibili con le onde elettromagnetiche del cervello e le vibrazioni dell’animo di ognuno. Una macchina della pace che produca onde elettromagnetiche come il cervello delle persone, come l’anima umana.

Dopo lo steampunk, si passa all’intrigo internazionale. L’epicentro delle vicende diventano i Balcani, dove i protagonisti sono portati dall’Orient Express (a cui per fortuna sono dedicate poche pagine: voler appiccicare, nel libro, anche una cartolina dal romanzo giallo sarebbe stato davvero troppo). Eccoci dunque a Belgrado. Le pagine dedicate alla città cospiratrice sono forse le più riuscite del libro; anche perché su di esse pesa, più di ogni altra cosa, il doloroso fascino dell’infinita tregenda balcanica.

L’ultima parte, infine, è un crescendo mirabolante – se non funambolico, data l’entrata in scena di un circo – di avvenimenti, rallentato soltanto da piccoli siparietti comici o surreali, come quello dove Celal legge una poesia di Alfred de Musset a un tenente serbo che si è appena ingozzato di yogurt:

Gli occhi gli erano rimasti lucidi per il dolore e per quello che aveva udito. Una lacrima che non aveva saputo trattenere servì a pulire l’ultimo residuo di yogurt rimasto sui baffi.

Eccoci finiti in un film di Kusturica.

Nessun posto per l’attualità? Non esattamente, dato che proprio sul finale compare la questione filosoficamente decisiva del libro. Usare la macchina della pace significa togliere all’uomo la libertà e perciò snaturarlo: vale la pena ottenere una comunità pacificata, ma composta da esseri viventi che non sono più umani? Questa domanda, nelle intenzioni, dovrebbe fare male come il dolore ai timpani provocato da un’esplosione, la stessa a cui va incontro la macchina. Ma arriva troppo tardi: a una questione così plumbea, a cui forse sarebbero servite pagine con una narrazione lucida e seriosa, male si attaglia la giostra tragica e giocosa del romanzo.

Quello di Mumcu è un romanzo, ma ci si vede ben chiaramente all’interno anche la poesia religiosa, la fiaba, il fumetto, il cinema di genere, il teatro e il saggio. È troppo intarsiato per fare pensare a un prodotto d’intrattenimento, ma troppo vorticoso perché ci si fermi davvero a riflettere su qualcosa. Sembra un po’ uno di quei prodotti che confezionava il nostro Umberto Eco, scritti a quattro mani, due apocalittiche e due integrate. Rispetto a Eco, Mumcu ha uno stile più giornalisticamente stentoreo e pigia più volentieri sul pedale dell’estro surreale, provando a tenere insieme il tutto con un manierismo che certo avvince, se ci si lascia trasportare. Ma se si resta fermi, osservandolo, lascia un po’ perplessi.

Federico Pani

Supplemento di Inutile, 26 marzo 2021

1821, la Rivoluzione senza Costituzione, l’intervista a Pierangelo Gentile

Nell’estate del 1820, le truppe spagnole di stanza a Cadice, pronte a salpare per il Sudamerica, anziché compiere la loro missione, si ammutinarono, riportando in vita la carta rivoluzionaria del 1812, che prendeva il nome dalla città. L’evento generò una reazione a catena: i moti giunsero anche in Italia, prima a Napoli e poi a Torino, dove il 13 marzo 1821 il reggente Carlo Alberto giurò su un’analoga quanto effimera costituzione. Al fine di raccontare una vicenda che costituisce, per così dire, il prequel della storia dell’unificazione italiana, abbiamo intervistato Pierangelo Gentile, ricercatore di Storia contemporanea, esperto di Risorgimento, presso l’Università di Torino.

Professore, può inquadrare l’evento del 13 marzo nel quadro dei moti di quegli anni?

La storiografia tradizionale considera i moti del 1820-21 come l’origine del Risorgimento, una serie di eventi che fece tremare l’Europa disegnata da Metternich durante il Congresso di Vienna. Oggi sappiamo, invece, che questi fatti si inseriscono in una dimensione transnazionale: ciò che accadde in Piemonte è solo la coda di una serie di fenomeni che si generarono altrove; potremmo addirittura parlare di “rivoluzioni mediterranee”; più che un confine, in quegli anni, il Mediterraneo fu un vettore per quegli ideali. Tutto partì, infatti, dal pronunciamiento di Rafael del Riego, che sarebbe dovuto salpare da Cadice per stroncare quelle rivoluzioni che stavano portando all’indipendenza il Sudamerica. I moti che si diffusero in Europa erano accomunati da due concetti cardine: libertà e costituzione.

La situazione che si generò in Spagna, va detto, affondava le sue radici in fatti antecedenti, negli anni dell’occupazione francese tra il 1808 e il 1812. La Spagna non solo aveva resistito all’assimilazione francese, ma aveva combattuto per la propria libertà e per l’indipendenza. In quel 1820, nonostante l’Europa fosse profondamente cambiata con l’uscita di scena di Napoleone, gli ideali di libertà e di costituzione erano però rimasti nelle menti e nei cuori di chi per la loro difesa aveva combattuto. Nel 1820 il re di Spagna fu costretto ad accettare la costituzione di Cadice; cominciò così quello gli storici chiamano “il triennio liberale”.

 La Costituzione di Cadice prevedeva la presenza del monarca quanto un complicato sistema di nomine per il parlamento. Ma, e questa era la novità, stabiliva un’unica camera: non c’era, dunque, un sistema di bilanciamento dei suoi poteri, come, ad esempio, la presenza di un senato. Per questa ragione, veniva considerata come particolarmente rivoluzionaria ed era ben lontana dalla Charte concessa da Luigi XVIII in Francia. Quella di Luigi XVIII, infatti, restava una Costituzione molto “equilibrata” nei poteri, lasciando dunque al sovrano ampio margine di controllo.

Quale fu il percorso di quei moti, prima di arrivare a Torino?

In Italia, la rivoluzione si innescò nel Regno delle Due Sicilie; anche in quel caso furono i militari a insorgere; complice, l’attività di diffusione degli ideali costituzionali portata avanti dalla Carboneria. Cominciò allora, come lo chiamano gli storici, il “nonimestre costituzionale” del Regno napoletano, che ebbe effetti ben tangibili: primo tra tutti, la nomina di un Parlamento, il primo eletto liberamente in Italia. Questi fatti ebbero delle conseguenze anche per il Regno di Sardegna, che rafforzò la sua natura mediterranea. Il Congresso di Vienna, infatti, aveva deciso di aumentare il peso dello Stato sabaudo nell’ambito delle potenze internazionali concedendogli la Liguria.

Il Piemonte avrebbe dovuto fungere da stato cuscinetto tra due giganti: da una parte, la Francia, che si temeva potesse ridiventare un focolaio rivoluzionario; dall’altra, l’Austria che, dopo la nascita nel 1816 del Regno del Lombardo-Veneto, aveva esteso stabilmente il suo dominio nel nord della penisola. Il Regno sabaudo era sempre stato, peraltro, una specie di entità anfibia: un regno strano, se paragonato agli altri presenti nella penisola. Essendo a cavallo delle Alpi, le montagne non ne segnavano il confine: ne costituivano la parte centrale. Era composto, poi, da alcune province francofone, le quali invero erano le zone d’origine della dinastia stessa. Ed era un regno strano – se ci si pensa – nella sua dizione stessa: il Regno di Sardegna prendeva il nome dall’isola pervenuta ai Savoia nel 1720  e alla quale era legata la corona regale.

Come giunsero le idee di libertà e costituzione anche nel Regno di Sardegna?

Erano idee che, anche nel nord dell’Italia, circolavano già da tempo. Per restare alla vicina Milano, penso all’esperienza del patriota Federico Confalonieri, alla rivista milanese “Il Conciliatore”, fino alle vicende del piemontese Silvio Pellico. Certo, rispetto a Napoli, nel Regno di Sardegna non c’era quell’amalgama che legava l’amministrazione e l’esercito ai precedenti quadri di comando napoleonici del tempo di Gioacchino Murat. Con ciò, aldilà di una corte restia al cambiamento, anche in Piemonte erano in molti a voler portare un po’ di riformismo. Vittorio Emanuele I, dopo l’esilio del periodo napoleonico, aveva ristabilito la monarchia assoluta, è vero. Ma c’era chi pensava, anche a corte, che la monarchia si sarebbe potuta temperare diventando amministrativa. Un personaggio centrale, da questo punto di vista, fu Prospero Balbo. Balbo, richiamato a corte proprio in quegli anni, è un personaggio importantissimo per la storia del Piemonte. Visse a cavallo tra Sette e Ottocento; nacque durante l’ancien régime, ma collaborò poi attivamente con l’amministrazione francese durante gli anni dell’occupazione napoleonica, fino a diventare rettore dell’Università imperiale di Torino. Quando Vittorio Emanuele I fece ritorno, venne fatto allontanare dal Regno, per poi essere però ben presto richiamato: era uno dei tanti compromessi col regime napoleonico ritenuto però indispensabile per le sue capacità.

Come mai?

In primo luogo perché non si potevano cancellare vent’anni di storia. Inoltre, era chiaro che anche il Piemonte si sarebbe dovuto modernizzare. E Prospero Balbo era la persona giusta per guidare questa transizione. Dal punto di vista politico, potremmo definirlo, in senso lato, un moderato: aveva in mente di affiancare alla Corona un consiglio di stato, ponendo la basi per una monarchia amministrativa.

Come arriviamo ai giorni della Rivoluzione?

In quel periodo, il bisogno di riforme si faceva sempre più urgente: la rivoluzione era nell’aria. Il problema, tuttavia, era capire che cosa effettivamente si sarebbe dovuto fare: sarebbe bastato concedere delle riforme o era necessario fare un passo ulteriore, concedendo davvero una costituzione? Balbo lavorò a lungo per trovare una soluzione, ancor prima di sedersi al tavolo coi suoi colleghi e col sovrano. La Costituzione di Cadice poteva essere una soluzione, certo; ma era inaccettabile agli occhi della corte, se si considerava le simpatie che raccoglieva tra i rivoluzionari e  i carbonari. Una soluzione possibile sarebbe stata allora l’adozione della Charte francese; oppure, l’adozione della Carta di Sicilia del 1812 che, a suo tempo, era stata promossa dagli inglesi. Nonostante nel Regno di Sardegna ci fosse una certa ignoranza in materia di procedimenti costituzionali, Balbo si convinse che l’esempio della Carta di Sicilia avrebbe potuto funzionare. A quel punto, però, arrivò il colpo di scena: da Lubiana, dove era in atto un congresso per decidere come soffocare i movimenti rivoluzionari a Napoli (siamo già nel marzo del 1821), arrivò la notizia che l’Austria non avrebbe tollerato in Italia la concessione di alcuna costituzione.

Prima di proseguire in questa storia, e per capire appieno la situazione che si sarebbe venuta a creare, vale la pena di fare un passo indietro e analizzare un po’ più da vicino le vicende della dinastia regnante a Torino, casa Savoia. La questione dirimente di allora, a corte, era molto chiara: chi sarebbe dovuto succedere al trono? In quel periodo, infatti, non si stavano succedendo tra loro padri e figli, ma fratelli a fratelli. Una situazione che sembrava impensabile fino a poco tempo prima: Vittorio Amedeo III, che aveva regnato fino al 1796, aveva avuto numerosissimi figli. Le cose, però, cominciarono a cambiare quando il successore di Vittorio Amedeo III, Carlo Emanuele IV, abdicò senza figli e gli succedette Vittorio Emanuele I, il quale, mortogli un figlio infante, aveva avuto solo figlie femmine. E, in Piemonte, vigeva la legge salica: era dunque impossibile che una donna potesse salire al trono.

Vittorio Emanuele I aveva un altro fratello, Carlo Felice, sposatosi tardi, anch’egli senza eredi. Il potenziale erede, a quel punto, era un lontanissimo cugino, Carlo Alberto, appartenente alla famiglia dei Savoia-Carignano. Era un ramo della dinastia staccatosi molto tempo addietro da quello principale, addirittura nel 1620. Carlo Alberto era nato nell’ottobre del 1798. La madre era Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia, una donna lontana dalle posizioni assolutiste della monarchia sabauda: al contrario, aveva simpatie giacobine; e, durante l’occupazione francese di Torino, non solo non fuggì in esilio, ma insieme al marito e al figlio soggiornò per un certo periodo di tempo a Parigi. Carlo Alberto, dal canto suo, trascorse un lungo periodo anche a Ginevra, educato da un pastore protestante. Nel 1814, in seguito alla Restaurazione e con la prospettiva di garantire alla corte un erede, Vittorio Emanuele I e il fratello Carlo Felice decisero di togliere il figlio alla madre per rieducarlo, col fine di prepararlo alla successione.

Nonostante l’educazione ricevuta a corte, Carlo Alberto si era legato a una cerchia di personaggi che, a differenza degli ambienti di palazzo, credevano fermamente in quegli ideali di libertà e costituzione. Ciò spiega come mai, proprio pochi giorni prima dello scoppio dei moti, Carlo Alberto si trovasse a Palazzo Carignano, a Torino, insieme a quelli che ne sarebbero stati i protagonisti; tra di essi, spicca senza dubbio il nome di Santorre di Santarosa. Tuttora, non sappiamo come si svolse precisamente quella vicenda: Santarosa, nelle sue memorie, scrisse che Carlo Alberto non solo era consapevole, ma anche d’accordo su quanto stava accadendo. Carlo Alberto, invece, nelle varie ricostruzioni di quei fatti, anni più tardi, avrebbe smentito la ricostruzione di Santarosa. Certo è che Carlo Alberto presagì quantomeno che qualcosa stava per accadere, dato che avvisò Vittorio Emanuele di un pericolo imminente. Il sovrano, il quale credeva invece che la situazione sarebbe rimasta sotto controllo, fu smentito dai fatti: la rivoluzione scoppiò all’improvviso. 

La prima città ad insorgere nel Regno di Sardegna fu Alessandria; era una città piuttosto particolare nel panorama del Regno, l’avamposto militare orientale sabaudo, dove la componente borghese era più forte rispetto all’antica nobiltà piemontese, meglio radicata nella parte occidentale del Piemonte. Quando la notizia dell’insurrezione raggiunse Torino, anche la capitale insorse. Vittorio Emanuele I decise di abdicare. Ma non lo fece a favore di Carlo Alberto, bensì del fratello, Carlo Felice, duca del Genevese. Il quale, però, in quel momento, non si trovava a Torino ma a Modena, in visita a una nipote. La reggenza, perciò, fu lasciata a Carlo Alberto. All’epoca, aveva appena ventitre anni. Carlo Alberto si trovò, a quel punto, in balia degli eventi: i rivoluzionari volevano la costituzione e la guerra all’Austria. E la situazione era difficile: Vittorio Emanuele era partito per Nizza e tutti i suoi ministri avevano dato le dimissioni. Ne nacque, dunque, un governo provvisorio.

Il 13 marzo, di fronte alla folla riunita sotto Palazzo Carignano, Carlo Alberto si impegnava per la nuova costituzione giurata la sera del 15; era una costituzione sul modello di quella di Cadice, che però conteneva molti compromessi: oltre alla salvaguardia della legge salica e della religione cattolica, si stabiliva che tutte le modifiche avrebbero dovuto ricevere l’approvazione del Parlamento e del sovrano. Alla notizia, il legittimo re, Carlo Felice, andò su tutte le furie: disse che non avrebbe riconosciuto nulla, nemmeno l’abdicazione del fratello; pensava, anzi, che l’abdicazione gli fosse stata estorta. Al messo inviatogli da Torino disse questo: che, se a Carlo Alberto fosse rimasta almeno uno goccia di sangue di casa Savoia dentro le vene, avrebbe dovuto ritirare tutto quanto aveva detto, facendosi proteggere dai soldati rimastigli fedeli.

Carlo Alberto temporeggiò. Poi, cedette alla volontà del sovrano e abbandonò la causa. Ma ormai il disastro era fatto: fuggì a Novara, dove si erano asserragliate le truppe lealiste. A quel punto, il comando passò ai militari. Le raccogliticce truppe costituzionali decisero di marciare su Novara con l’idea di promuovere la Costituzione, convinti che avrebbero potuto unirsi all’esercito, facendo leva sugli ideali di fratellanza. Ad aspettarli, invece, trovarono una brutta sorpresa: all’inizio di aprile, infatti, le truppe austriache avevano attraversato il Ticino per porre fine ai moti, proprio come era accaduto a Napoli. La situazione si risolse dopo un rapido scontro: nel giro di poche ore, gli insurrezionali furono sconfitti e l’esperienza costituzionale ebbe fine. Si trattò di un’esperienza che definirei “rivoluzionaria e non costituzionale”: se è vero che ci fu una rivoluzione, la Costituzione, infatti, non entrò mai in vigore.

Quali furono le conseguenze di questa rivoluzione?

La rivoluzione durò solo trenta giorni, ma lasciò ferite molto profonde. Molti di coloro che avevano partecipato ai moti furono costretti a fuggire, sebbene figli di ufficiali o di maggiorenti; complessivamente, si contarono circa tremila compromessi. Il clima di fuga precipitosa è ben descritto da Lodovico Sauli d’Igliano, il quale scrisse di aver timbrato passaporti tutta la notte per permettere l’espatrio di molti dei compromessi. Tra loro c’era addirittura il figlio del ministro degli Esteri, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano. L’unico modo per fare in modo che quella generazione rimediasse all’ “errore” commesso era permettere che fuggisse. I più ricchi e protetti raggiunsero la Francia. Gli altri esuli si concentrarono a Genova, dove il governatore della città fu costretto ad affittare dei bastimenti per farli partire il più in fretta possibile; direzione: il porto di Barcellona. Anche questo avvenimento non fu privo di conseguenze: questa vera e propria diaspora contribuì alla nascita di una grande internazionale liberale europea. Così, in Spagna, molti di quegli italiani cominciarono a combattere per la causa liberale.

E proprio in Spagna restava da chiudere la partita. Oltre che in Piemonte, anche a Napoli, infatti, la rivoluzione era stata stroncata: il generale Johann Maria Philipp Frimont aveva battuto a Rieti l’esercito dei rivoluzionari napoletani guidato da Guglielmo Pepe. Risolvere la situazione in Spagna, però, sarebbe stato ben più difficile per l’esercito austriaco. Fu presa, a quel punto, una decisione importante: affidare alla Francia il compito di stroncare la rivoluzione. Si trattava, in fondo, di una situazione “familiare”, fra Borbone; alla Francia, inoltre, veniva data l’occasione di tornare a essere la paladina dell’ordine, facendosi promotrice di una guerra contro i liberali. Luigi XVIII affidò il comando della repressione al nipote Duca d’Angoulême. Al suo comando, venne approntato un contingente, il quale sarebbe passato poi alla storia come l’esercito dei Centomila figli di San Luigi e che avrebbe riportato l’ordine in Spagna, riconsegnando il trono assoluto a Ferdinando VII. Tra di essi, c’era anche Carlo Alberto.

Carlo Felice, nel frattempo, infatti, era rientrato a Torino. Rafforzò il suo potere imponendo un giuramento all’esercito, ai nobili, agli ecclesiastici, alle comunità. Carlo Felice, sulle prime, aveva fatto allontanare Carlo Alberto il quale, dopo un periodo in Toscana, aveva intrapreso l’avventura militare della Spedizione di Spagna del 1823. Era, per lui, un’occasione fondamentale: gli veniva data la possibilità di redimersi agli occhi della corte, restauratrice, schierandosi sul fronte opposto a quello liberale.

Da questo episodio nacque la leggenda nera, ispirata da Berchet, dell’ “esecrato Carignano”. Durante l’impresa militare, va detto, Carlo Alberto si distinse soprattutto durante l’assedio del forte di Trocadero, a Cadice, tanto che gli furono assegnate le spalline da caporale dai commilitoni francesi, un significativo riconoscimento per il suo impegno. C’è un celebre dipinto, custodito alla Galleria Sabauda, nel quale Carlo Alberto è ritratto proprio durante quella battaglia, mentre impugna una bandiera borbonica. Infine, a suggello di questo percorso di riabilitazione, giurò all’ambasciata piemontese in Francia di non mutare mai più la natura istituzionale del Regno di Sardegna. Eppure, nonostante tutto questo, a lungo Carlo Alberto sarebbe stato tormentato dalle vicende del 1821.

I primi anni venti, del resto, in Piemonte, furono anni difficili: in molti cercarono di ricostruire le vicende di quel marzo del 1821, pubblicarono dei veri e propri memoriali con l’obbiettivo di discolparsi o attenuare le proprie responsabilità personali. Lo stesso Carlo Alberto ne compose alcuni; provò ad accreditarsi come colui che aveva cercato di essere l’ago della bilancia tra i rivoluzionari e il sovrano, pur essendosi poi dimostrato incapace di farlo.

Col passare del tempo, il periodo delle riforme sarebbe arrivato anche per il Regno di Sardegna: nel 1837 Carlo Alberto stesso, diventato re, concedette il Codice civile. La monarchia diventava amministrativa, anche se la Costituzione non arrivò fino al 4 marzo del 1848, quando venne proclamato lo Statuto Albertino. Ma, fino all’ultimo, la volontà di Carlo Alberto fu quella di mantenere uno stato assoluto e forte: lo dimostra il fatto che ignorava molti dei suggerimenti che gli venivano dati dai suoi ministri. Nonostante il Codice civile, ad esempio, ripristinò il maggiorascato e il fedecommesso. È a questo proposito che va ricordato un personaggio come Giuseppe Barbaroux, il quale contribuì in modo determinante alla stagione delle riforme. Barbaroux, tuttavia, si sarebbe suicidato nel 1843; e uno dei motivi che contribuirono allo stato di prostrazione fu proprio l’atteggiamento del re, ondeggiante nelle riforme.

Per completare il ritratto di questo sovrano, aggiungiamo il fatto che Carlo Alberto pensava sì all’indipendenza, ma non gli venne mai in mente l’idea dell’unità del paese. Uno dei progetti di Carlo Alberto era certamente quello di estendere il regno del Piemonte anche a occidente, alla Lombardia e ai ducati padani, ma senza includere Venezia che, pensava, avrebbe poi potuto fare concorrenza a Genova; così come il controllo di Nizza e della Savoia – che, al contrario, sarebbero poi state cedute alla Francia – non fu mai messo in discussione. Quello a cui pensava, al più, era l’adesione al progetto neoguelfo di Gioberti: una federazione dei principi italiani, liberati dalla dominazione austriaca, della quale il pontefice avrebbe assunto la presidenza.

Allorché in Italia e in Europa scoppiarono i grandi moti liberali del 1848, Carlo Alberto si lasciò trascinare dagli eventi e non fu il primo a concedere una costituzione. Tra il 7-8 febbraio 1848 ci fu una lunghissima riunione, durata quasi dieci ore, per cercare di fronteggiare le richieste di costituzione che provenivano dai più parti: dalla folla, dai giornalisti (tra i quali anche Camillo Cavour), dal Consiglio comunale di Torino e perfino da una delegazione arrivata in treno da Genova. Carlo Alberto non aveva nessuna intenzione di concedere una costituzione, ma bisognava considerare quello che stava succedendo in Europa.

Come gli disse il suo ministro degli Interni Giacinto Borelli, non restavano a quel punto che due strade: o la costituzione imposta dalla piazza oppure la concessione della stessa da parte della corona. Carlo Alberto entrò in crisi: si racconta perfino dell’arrivo di un vescovo per liberarlo dal giuramento che aveva compiuto anni addietro. Era così tormentato che pensò addirittura di abdicare. Alla fine, concesse la Costituzione: una carta, va detto, piuttosto datata per l’epoca, nella quale molto del potere rimaneva nelle mani del sovrano, ma certo con una novità fondamentale: la presenza di una Camera dei deputati, ossia di una parte eletta che poteva esprimere liberamente le proprie opinioni. L’immagine di Carlo Alberto che abbiamo noi oggi, ossia quella di un re magnanimo e martire, dipende dai fatti che seguirono: non solo, come abbiamo visto, furono gli eventi a costringerlo a concedere la Costituzione, ma quegli stessi eventi lo costrinsero anche a lanciarsi nella Prima (fallimentare) Guerra d’Indipendenza, alla fine della quale abdicò in favore di Vittorio Emanuele II, il futuro primo re d’Italia; le sue campagne militari, infatti, non furono in grado di assecondare gli sforzi dei lombardi, che erano riusciti a liberarsi dagli austriaci, di fatto, da soli. Dopo le sconfitte di  Custoza e Novara, la decisione dell’esilio sarebbe quindi diventata funzionale per costruire quell’idea mitica che abbiamo oggi di Carlo Alberto. L’immagine del suo monumento a Torino, nella piazza che porta il suo nome, riassume molto bene tutto questo: il re ha la spada sguainata mentre una figura allegorica femminile porge una corona di spine, simbolo del martirio a cui il re fu sottoposto.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata su Il Piccolo di Cremona, 13 marzo 2021

Pierangelo Gentile è ricercatore di Storia contemporanea ed esperto di Risorgimento presso l’Università di Torino. Ha scritto diversi libri dedicati alla storia della dinastia sabauda, tra i quali “L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte” (2011, Carocci), “Nelle stanze del Re Vittorio. Un inventario dagli Archivi del Quirinale” (2012, Centro Studi Piemontesi edizioni), “Alla corte di Re Carlo Alberto. Personaggi, cariche e vita a palazzo nel Piemonte risorgimentale” (2013, Centro Studi Piemontesi edizioni).

Tra saggismo e scrittura, nell’Italia del secondo Novecento, l’intervista a Gabriele Fichera

Che cos’ha a che fare la scrittura con la realtà? La risposta, chiaramente, non può essere univoca. Volendo ridurre all’osso, si potrebbe parlare di una scrittura che riproduce il mondo e di una che lo interpreta. La distinzione, però, alla prova di un’analisi più attenta, si dimostra quantomeno lacunosa. Un contributo efficace e senza dubbio attento sull’argomento è la raccolta di saggi di Gabriele Fichera Le asine di Saul. Saggismo e invenzione da Manzoni a Pasolini, pubblicato nel 2016 da Euno Edizioni.Abbiamo chiesto a Gabriele Fichera di poter ripercorrere, insieme, alcuni passaggi della sua analisi, circoscrivendo il discorso a quattro tra gli autori di cui il libro tratta: per comodità e perché, almeno dal punto di vista cronologico, sono i più prossimi al presente. Parliamo di Pasolini, Sciascia, Fortini e Volponi.  

Una piccola premessa al discorso: c’è un filo rosso che tiene insieme questi quattro autori e qualcuno degli altri di cui ti occupi nel libro?

Sì, penso che Pasolini, Sciascia, Fortini e Volponi abbiano in comune almeno una cosa: un rapporto e un’interpretazione critica della realtà storica in cui vivevano. Tra gli autori di cui parlo nel libro, direi che questo discorso vale anche per Manzoni: non è un autore rivoluzionario, certo; ma il modo in cui viveva la sua fede gli faceva guardare il mondo con occhi altrettanto critici.

Parliamo di Sciascia e Pasolini. I due sembrano accomunati da una convinzione: il privilegio gnoseologico dell’arte, quasi fosse una via preferenziale per attingere alla verità. Da una parte, Sciascia definisce la letteratura “la più assoluta forma che la verità possa assumere”. A Pasolini, dall’altra, basta dire di sapere, pur ammettendo di non possedere delle prove. Se è così, come si traduce, in entrambi, questa convinzione?

Io credo che tra Pasolini e Sciascia ci sia una grande differenza filosofica, direi gnoseologica, nel rapporto con la realtà. Di Pasolini, Fortini diceva che aveva amato più la realtà della verità; che aveva preferito la raffigurazione all’interpretazione. Al contrario, Sciascia antepose sempre la verità alla realtà. Sempre per Fortini, il fatto che Pasolini fosse rimasto così schiacciato sulla realtà, adottando quasi un atteggiamento da storico e sociologo, era un limite soprattutto dal punto di vista estetico. L’interesse per la realtà, va da sé, non costituisce un problema; ad esserlo, semmai, è la sua traduzione estetica. Pasolini amava le classi sociali di cui scriveva; aveva un autentico amore conoscitivo nei loro confronti. Per questo, nel farlo, forse, gli mancava un certo distacco critico.

La mancanza di distacco critico era certamente uno degli aspetti che Sciascia rimproverava di più alla sua opera. Ci sono pagine di Nero su nero (1979) – un diario pubblico in cui ci si sofferma anche sulla morte di Pasolini – nelle quali Sciascia scrive di non potergli, per così dire, perdonare il fatto di avere fino all’ultimo adorato (si sofferma proprio sul verbo “adorare”) quelli che sarebbero stati poi i suoi aguzzini. La mancanza di un distacco è la stessa che rimprovera anche a un film come Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975): al pari di Petrolio (pubblicato postumo nel 1992) sul piano letterario, si tratta di opere troppo brutali, la cui fruizione estetica sfocia nel terrore, avvinghia chi li fruisce alla paura.

Ma torniamo alla questione gnoseologica, prendendo in considerazione il saggismo di Petrolio, un autentico esempio di saggismo d’inchiesta: mi riferisco a quelle parti del libro, come il capitolo Lampi sull’Eni, per le quali Pasolini compì delle ricerche sulle vicende oscure legate a Cefis, al caso Mattei e all’Eni, comportandosi da giornalista. Nulla di male, di per sé; il punto, qui, è capire in che modo queste parti entrino in rapporto con l’orizzonte estetico dell’opera, ossia come si legano con la parte inventiva e creativa. Penso questo: Pasolini fa bene a dire di sapere pur non avendo le prove; il problema sorge dopo, dato che Pasolini non si ferma lì, non assume il fatto che i poeti sanno delle cose, epperò non hanno bisogno di provarle; non sarebbero poeti, sennò. Al contrario, va alla ricerca di prove. Voglio essere chiaro: dal punto di vista storico e giornalistico è un’operazione senza dubbio giusta; ma dal punto di vista letterario non ce ne sarebbe stato bisogno.

Sciascia, invece, per prevedere certe cose non ha bisogno di cercare delle prove. Questo perché un certo tipo di finzione può essere orchestrata in modo tale da fornire degli strumenti per capire e per poter credere a ciò che si è capito. È, se si vuole, una specie di fede, non dogmatica certo, ma una fede nel ragionamento logico, che ha come presupposto la coerenza. Tutta l’opera letteraria di Sciascia si basa proprio su questa forma di coerenza.

È quella che si potrebbe dire un’ars inveniendi?

Sì: di questa cosa mi sono accorto soprattutto studiando la Scomparsa di Majorana (1975). Nell’opera, Sciascia fa una distinzione: da una parte, c’è lo scienziato Majorana, che porta dentro di sé la scienza e che, perciò, è in grado di trovarla; gli altri personaggi, invece, i ragazzi di via Panisperna, la cercano e basta. Il poeta, dunque, è come Majorana: inventa la verità, nel senso che ha la parola latina “invenire”, cioè “trovare”. Ecco, Pasolini, invece, la continua a cercare. E sappiamo, peraltro, quanto ciò gli sia costato.

Dicevo, invece, che Sciascia non ha bisogno di cercare delle prove; quando, ad esempio, fa un’ipotesi su cosa è successo a Majorana, non ha bisogno di dimostrarlo. Innanzitutto, perché non gli è possibile. Ma anche se gli fosse possibile, c’è un’altra questione centrale: il problema dei documenti storici. È un tema di riflessione che lega bene Sciascia a Manzoni. I documenti storici, infatti, non sono necessariamente certificazione di verità. Sono parziali. Bisogna sempre capire la prospettiva da cui si guardano, considerare il mondo in cui si interpretano e, infine, il modo in cui potrebbero essere stati manipolati.

Sciascia, dunque, non ha bisogno di trovare le prove del fatto che Majorana non si sia suicidato; tantomeno ha bisogno delle prove del fatto che avrebbe organizzato la sua scomparsa appositamente, per sottrarsi al problema morale implicato dalla partecipazione alla costruzione dell’ordigno atomico. Non ne ha bisogno, perché gli basta compiere il percorso che fa per credere di aver seguito la via giusta: gli basta sapere, cioè, che il convento palermitano in cui forse Majorana sarebbe finito è lo stesso nel quale finisce per soggiornare anche uno dei piloti che aveva sganciato le bombe atomiche sul Giappone.

Il suo credere è dovuto alla convinzione che i fatti si intreccino fra di loro in modo da convergere in un punto e creare quello che lui definisce, con un ossimoro, un “razionale mistero”, una epifania: è la verità poetica, ancorché non storica. E la nostra società, oltre che di verità storiche, ha bisogno anche di verità poetiche. Per Sciascia, una realtà diventa una verità nel momento in cui intercetta un duplice bisogno: un bisogno sia individuale, del poeta o dell’autore che la scopre, sia sociale, ossia a beneficio di tutti. La verità di un libro come La scomparsa di Majorana corrisponde al bisogno nostro e di Sciascia di pensare che esiste la libertà morale; che esiste uno spazio interiore che può permettere all’individuo di sottrarsi al condizionamento esterno. È per questo che abbiamo bisogno di pensare che Majorana abbia compiuto quel gesto. Come diceva Fortini, bisogna avere la forza di interpretare una realtà per mutarla in verità.

Passiamo a Fortini, che dei quattro autori di cui ci stiamo occupando è il più teorico e saggistico. Perché hai scelto di parlare del rapporto tra Fortini e l’opera di Kafka?

Ho scelto di parlare di questo tema, perché, per Fortini, Kafka è l’emblema non solo di una concezione della letteratura, ma anche di un tipo di rapporto col mondo. Quasi fosse possibile individuare una specie di “posizione Kafka”. Il problema, dal punto di vista di Fortini, non sta tanto nel rapporto con lo scrittore, quanto col mondo che Kafka ha rappresentato: è un mondo orribile, senza vie d’uscita, che arriva perfino a preconizzare certe brutture del Novecento, dai totalitarismi alla perdita dell’individualità. Per Fortini, questo è davvero un problema. Per capire fino in fondo il suo giudizio, dobbiamo considerare il fatto che Fortini apparteneva a un gruppo di intellettuali che ritenevano ancora possibile la trasformazione della nostra società. Col passare del tempo, peraltro, il rapporto tra Fortini e gli scritti di Kafka peggiorò; i suoi scritti vennero assurti a vero e proprio emblema del nichilismo.

Detto ciò, il mio interesse si è rivolto soprattutto al fatto che, nonostante quello che pensava, Fortini si sia cimentato con la traduzione di Kafka; pur rifiutandolo, dunque, lo studiava. Bene, nella traduzione della Metamorfosi, ho scoperto che la lingua di Fortini è diversa rispetto a tutte le altre: ha un carattere straniante per via dell’italiano di cui si serve, un italiano arcaico: l’italiano delle Operette morali di Leopardi. Le quali, si sa, Fortini assumeva a modello di prosa. Il punto è che Fortini accosta Leopardi a Kafka, autori effettivamente accomunati da una visione pessimistica del mondo. Però, questa visione è diversa: per Kafka, è assoluta; per Leopardi, no. Cosa li distingue? Quella che Fortini chiama, in Leopardi, la “gioia della forma”. Pur parlando dei temi più sconfortanti, nelle sue poesie il poeta canta, cioè si avvale di una forma che è portatrice di gioia. Dunque, se Fortini ha inserito Leopardi nell’incipit del racconto di Kafka, pur traducendolo, ha costruito anche un discorso critico, con lo scopo di destrutturare Kafka: affiancandolo a Leopardi, infatti, ha dato un’interpretazione spiazzante del testo.

Arriviamo, a questo punto, a Volponi, autore oggi piuttosto dimenticato. Non pensi che sulla sua opera abbia pesato una componente ideologica troppo forte, quasi come se i suoi fossero dei “romanzi a tesi”?

Rispetto a Pasolini e a Sciascia (per Fortini, il caso è ancora diverso) credo che Volponi sia un po’ meno noto perché scelse una strada letteraria difficile, ma non perché abbia scritto dei romanzi ideologici. Io, anzi, non ci vedo una zavorra ideologica. Semmai, il problema è stato che non ebbe paura di dare voce a un tipo di scrittura complessa, ancorché romanzesca. Quando uscì Corporale, nel 1974, uscì anche La Storia di Elsa Morante, che, a differenza del libro di Volponi, ebbe una grande fortuna. Nel confronto, si capì che la differenza del successo dipendeva dalla differenza nella complessità sia dello stile sia della strutturazione della vicenda.

Volponi teorizzò l’idea del romanzo difficile non di per sé, ma perché mirante a dare un’immagine della realtà non naturalistica, non mimetica; non banale, aggiungerei. Questo, da diversi punti di vista, quali la strutturazione dei personaggi, l’orchestrazione delle trame (nonostante il ruolo secondario che ricoprivano), senza dimenticare lo stile. È una scrittura ricca di scarti metaforici, straniante, fantasiosa, ricca di umori: sapida. È una lingua, appunto, corporale, ossia incarnata. Non ci vedo una tara ideologica. Casomai, al contrario, è troppo incarnata, “biologicamente” ricca. E ciò rende la lettura piuttosto difficile.

Corporale, peraltro, era il libro a cui teneva di più e non è certo stato uno dei più letti. Nel corso della sua vita, bisogna dire, Volponi provò a rivedere la complessità del suo stile, a semplificare la sua scrittura in romanzi come Il sipario ducale (1975) e Il lanciatore di giavellotto (1981). Ma la sua cifra stilistica restava quella. Basti pensare al suo ultimo romanzo, Le mosche del capitale (1989). Qui, la scrittura straniante e favolistica ritorna, accompagnata da una mescolanza di generi e punti di vista, con oggetti e animali parlanti proprio come in una favola. Il capitalismo viene straniato, ma non facendo indagini su delle storture particolari – come aveva fatto, ad esempio, Pasolini – ma nella sua sistematicità. È una critica al capitalismo tout court, grazie a uno sguardo obliquo, favolistico dicevo (la luna che parla con un computer, o un ficus che si rivolge a un terminale, ad esempio). Questo scarto è quello dell’utopia. Io, infatti, molto più che il marxista scientifico, ci vedo il libertario, l’utopico: il rivoltoso e riottoso a un certo destino.

Non bisogna dimenticare che Volponi lavorò nell’industria; anzi, quello fu il suo lavoro principale, quello della vita, la sua scommessa. Penso, soprattutto, al lavoro all’Olivetti, la qual cosa portava con sé una certa idea di industria. Lo stesso Olivetti, sappiamo, aveva un’idea di impresa aperta verso il mondo socialista, così come era aperta al dialogo con il mondo cattolico e liberale. Del resto, il protagonista di Memoriale (1962), pur ritratto nella malattia e nel delirio, è un cattolico. Volponi, dunque, è stato più vicino a una certa idea di socialismo riformista: ha collaborato alla vita economica del paese, a livello dirigenziale, appunto, in un’ottica riformistica.

Uno dei limiti della ricezione dell’opera di Volponi è che, nelle antologie scolastiche, il suo nome spesso compare solo con Memoriale. È il primo romanzo di Volponi. Nel libro – nel quale si parla di un personaggio che, contadino, entra in fabbrica – compaiono il tema dell’alienazione e il tema del boom economico. Per questa ragione, il libro è stato subito inserito nella questione dei rapporti tra l’industria e la letteratura, filone che ha avuto una storia precisa nella letteratura italiana (penso a Vittorini, a Calvino e alla rivista «Menabò»). Ma Volponi non si fermò certo lì: la questione dell’industria, nel corso degli anni, in fondo, diventò una questione metaforica, e altamente simbolica.

Quello che più interessava a Volponi era il rapporto tra l’uomo, la natura e il mondo artificiale. Un aspetto decisamente filosofico. Se Sciascia e Pasolini furono più lineari, più saggistici, Volponi decise di affrontare questo argomento da scrittore: lo fece in modo poetico, visionario, alternando momenti surreali a momenti realistici. Fin dall’inizio, infatti, Volponi operò uno scarto sia stilistico sia dei punti di vista con intenti espressivi. Memoriale, ad esempio, è bastato sulla capacità dello scrittore di entrare nella testa del personaggio; il punto di vista narrativo, dunque, si mette al servizio di questo obbiettivo. L’intenzione, in particolare, è quella di fare capire l’espropriazione da sé stessi che sta vivendo il protagonista. Non ci sono, qui, elementi avvincenti e anche la trama è sacrificata. Certo, il risultato, in certi punti può essere talmente efficace nel riprodurre il malessere del personaggio, da diventare quasi fastidioso per il lettore. Ma è un fastidio che la letteratura può creare a bella posta e che può essere, mettiamola così, gnoseologicamente interessante.

Gabriele Fichera, formatosi nelle Università di Catania e Siena, attualmente è ricercatore con una borsa di postdottorato all’Università di Liegi e docente di ruolo in Letteratura italiana e Storia nella scuola secondaria. È membro del Comitato scientifico dell’«Ospite ingrato» del «Centro Studi Franco Fortini». I rapporti fra saggismo letterario e finzione, e la questione del realismo contemporaneo, affrontati sovente in un’ottica  comparatistica, stanno al centro dei suoi interessi di ricerca. Tra le recenti pubblicazioni: Tolto dall’io, preso dalla storia. Studio sul saggismo di Volponi (2012); Engagement, fiction, vérité: Pasolini, Kalisky, Sciascia, Mertens (2016)

Federico Pani

Café Golem, 1° marzo 2021

Il libro di Giovanni Catelli proposto per il Premio Strega

Tra i libri proposti per il Premio Strega 2021 c’è anche “Parigi, e un padre” del cremonese Giovanni Catelli, merito del suggerimento del poeta Maurizio Cucchi. Il libro di Catelli racconta di una, anzi, di due Parigi che non ci sono più: quella vissuta dal padre, studente di medicina negli anni ’50, e quella degli anni ’70, vissuta dall’autore in prima persona, insieme al genitore. La scrittura di Catelli, formalmente, è prosa. Ma di fatto è poesia: evoca con precisioni luoghi della città e stati dell’animo, in un viaggio che permette a tutti di ritrovare una città e una parte di sé, forse, perduti per sempre.  

Se l’aspettava di finire tra i candidati al Premio Strega? “Devo dire – afferma Catelli – che, appena dopo la pubblicazione, i primi lettori, alcuni dei quali appartenenti anche al ramo professionale, avevano avuto una reazione molto favorevole, direi entusiastica, il che mi aveva stupito. Qualcuno aveva perfino detto che il libro avrebbe meritato una maggiore conoscenza da parte del pubblico, magari attraverso la promozione in un circuito di più larga diffusione”.  

Questo libro è all’insegna della continuità o della discontinuità con le cose che ha scritto finora? “Della continuità. Il mio modo di scrivere è rimasto lo stesso, solo che in questo libro è al servizio di una narrazione più articolata (anche se non si tratta di un vero e proprio romanzo). La mia misura naturale era stata, finora, il racconto breve. Il saggio sulla morte di Camus rappresenta un’esperienza a sé stante. Il nuovo libro rientra più nella prosa letteraria, nel memoire. Con la differenza che è una storia di largo respiro, più adatta per raccogliere un ricco patrimonio di memorie”.  

Tibet, dall’indipendenza all’assimilazione cinese, l’intervista a Giorgio Cuscito

13/2/1913 • Oggi è l’anniversario della sovranità proclamata dal XIII Dalai Lama sfruttando i disordini della Rivoluzione. Nel ’51 la fine del sogno.

Il 13 febbraio del 1913, il XIII Dalai Lama proclamava l’indipendenza del Tibet. Grazie ai disordini provocati dalla Rivoluzione cinese del 1911-12, i tibetani avevano ripreso il controllo del loro territorio, perso nel 1906 quando gli inglesi ne avevano riconosciuto la sovranità alla Cina. Il destino della Repubblica tibetana, però, fu breve: nel 1950 le truppe cinesi invasero la regione e, l’anno successivo, una delegazione tibetana fu costretta a ratificarne l’annessione alla Cina. Da allora, la storia del Tibet è segnata da una progressiva rassegnazione al dominio cinese, ciclicamente interrotta da proteste e rivolte: nel 1959, l’anno della fuga dell’attuale Dalai Lama, il XIV; nei tardi anni ’60, in coincidenza con la Rivoluzione culturale; durante gli ’80 e, infine, in occasione dei Giochi olimpici di Pechino del 2008.

La cultura tibetana rappresenta uno straordinario esempio di conservazione di usi e costumi: quando gli europei cominciarono a scoprirla, nell’Ottocento, si trovarono di fronte a una società rimasta intatta per quasi un millennio, una teocrazia feudale sviluppatasi in un cotesto orografico tanto difficile quanto spettacolare, il “tetto del mondo”, appunto. Ma che ne è oggi del Tibet, aldilà dei suoi monaci e dei monasteri? Per capire quali sono le concrete prospettive di questo popolo, è opportuno ricorrere alla geopolitica. Abbiamo dunque intervistato sull’argomento Giorgio Cuscito, consigliere redazionale della rivista Limes, analista e studioso di geopolitica cinese.

Come mai la Cina, da oltre un secolo, si ostina a volere dominare sul Tibet?

Questa storia risale a molto prima. I cinesi e i mongoli cominciarono a prendere il controllo della regione a partire dalla dinastia Tang, intorno al IX secolo d.C. Da allora in poi, a fasi alterne, il Tibet fu indipendente o fece parte della Cina imperiale. Durante la dinastia Yuan, il capo della scuola del buddismo tibetano ottenne per primo il titolo di “Dalai Lama”: Dalai, in mongolo, significa “grande”, mentre Lama è un termine tibetano che vuole dire “maestro”. Anche la massima autorità politicae religiosa tibetana, frutto di un accordo tra la popolazione locale e i mongoli della dinastia Yuan, è in fondo figlia del rapporto tra il Tibet e la Cina. Sebbene discontinuo, questo periodo storico è importante, perché servì alla Cina per legittimare il controllo sul territorio. Piuttosto che di Cina io, tuttavia, parlerei di Pechino: la regione, oggi, infatti, fa formalmente parte della Repubblica Popolare.

Le ragioni per cui Pechino vuole mantenere il proprio dominio sul Tibet sono almeno due. La prima è che la zona funge da cuscinetto protettivo del nucleo geopolitico del paese, quello a maggioranza “Han” (l’etnia dominante), che si trova nella parte centro-orientale del paese. Il Tibet, insieme allo Xinjiang, alla Mongolia interna e alla Manciuria, è una delle regioni periferiche a protezione della zona centrale della Repubblica Popolare. Controllando il Tibet, Pechino può contare sull’Himalaya come protezione naturale per il suo fronte sud-occidentale; ciò impedirebbe all’India (o a un’eventuale potenza straniera) di invaderla agevolmente. La seconda ragione, altrettanto importante, è che l’altopiano del Tibet è la fonte dei due principali fiumi che alimentano il paese: il Fiume Giallo e il Fiume Azzurro. E proprio lungo questi fiumi si sviluppa il nucleo geopolitico di cui si parlava prima; il Fiume Giallo, in particolare, è la culla della civiltà Han.

Pechino, però, non vuole limitarsi soltanto a controllare il Tibet: vuole assorbirne la minoranza etnica, indurla quindi con la forza ad adottare gli usi e costumi dell’etnia dominante. Questa, come le altre regioni periferiche, infatti, fungono sì da zone cuscinetto; ma sono anche fonti d’instabilità. E la strada che Pechino ha scelto per garantirsi la stabilità domestica è l’assimilazione delle minoranze, un metodo che serve per plasmare l’identità nazionale, ancora in divenire. Le minoranze etniche del Tibet, così come quella degli Uiguri nello Xinjiang (regione a maggioranza musulmana) o quella mongola sono fiorite in aree molto lontane dal cuore del paese e hanno sviluppato usi e costumi propri.

Il controllo di queste regioni serve dunque a mantenere quella stabilità interna necessaria per perseguire le ambizioni cinesi di lungo periodo all’estero. Il controllo dello Xinjiag, che è la porta di accesso all’Asia Centrale e al Medio Oriente, ad esempio, impedisce l’emergere di minacce come la penetrazione del fondamentalismo islamico, tramite i jihadisti provenienti dall’Afganistan e dal Pakistan (nella regione, qualche anno fa, fu lanciato l’allarme terrorismo). In Tibet, invece, la Cina temeva una possibile penetrazione da parte dell’India mediante il buddismo come strumento di influenza. Motivo per il quale la Cina continua a non tollerare che l’India ospiti il Dalai Lama: Dehli può sempre usare questo argomento come leva negoziale contro Pechino.

Il Dalai Lama, e con lui il suo popolo, sembra avere rinunciato a qualsiasi progetto di indipendenza, preferendo optare per forme di autonomia. Perché?

Perché non ci sono alternative. Perseguire l’indipendenza avrebbe significato continuare una guerriglia contro forze armate che presidiano fortemente il Tibet. Questa presenza, tra l’altro, è importante anche per monitorare i movimenti indiani al confine; e sappiamo che negli ultimi due anni ci sono stati scontri tra soldati indiani e cinesi. Il Dalai Lama cerca allora di tendere la mano a Pechino per guadagnare margine di libertà. Insomma, non ci sono altre soluzioni. Il dossier Tibet è stato a lungo discusso all’estero, soprattutto prima delle Olimpiadi del 2008. La Cina è stata a lungo criticata in materia di tutela dei diritti umani. Nonostante ciò, Pechino non ha cambiato la sua postura; anzi, negli ultimi anni il processo di sinizzazione si è rafforzato: un esempio sono i campi di rieducazione allestiti nello Xinjiang, ma pare che ci siano anche in Tibet dei centri di “formazione”. Molti tibetani vengono tolti dall’attività di pastorizia e di coltivazione per essere coinvolti nelle attività economiche e industriali. Questo serve per dimostrare che il Tibet, grazie all’annessione alla Cina, sta crescendo economicamente. E nel 2020, in effetti, il Tibet è stata la regione cinese che è cresciuta di più economicamente – un frutto di questa imposizione.

Non ci sono speranze, quindi, di vedere un Tibet libero?

In questo momento, oltre che appellarsi all’estero, per il Tibet non può fare molto, resta una regione della Repubblica Popolare. Certamente, però, il tema dei diritti umani è un punto di vulnerabilità per quanto riguarda il soft power della Cina. E il soft power, l’immagine che dà di sé un paese, è lo strumento più importante che una potenza ha per proiettare in modo stabile le proprie ambizioni all’estero. Non basta essere la seconda potenza economica per competere con gli Stati Uniti: bisogna attirare il consenso. Se gli altri paesi diffidano della Cina, la strategia di proiezione all’estero rischia di fallire. Gli Stati Uniti non sono la prima potenza mondiale solo perché sono all’avanguardia dal punto di vista militare e tecnologico: sono stati in grado di trasmettere all’estero l’immagine di un paese che porta libertà e che guida il mondo libero.

Quali sono gli altri Tibet della Cina?

Oltre a quelli menzionati (Xinjiang, Tibet, Manciuria e Mongolia interna), se vogliamo individuare un altro punto di instabilità, direi senza dubbio Hong Kong. Non è solo una città: è una regione ad amministrazione speciale sviluppatasi all’incrocio tra due imperi, quello britannico e quello cinese. Oggi, larga parte della popolazione di Hong Kong è contraria all’inglobamento in corso nei sistemi economico-politici della Repubblica Popolare. Di qui, tutte le proteste a cui stiamo assistendo. Pur essendo una regione amministrativa speciale e pur avendo maggiori libertà, incluso il diritto di manifestare, Hong Kong teme infatti di perdere la sua autonomia. Soprattutto, a seguito di una recente legge a tutela della sicurezza nazionale che, di fatto, rafforza la presenza di Pechino. È senza dubbi, al momento, regione più instabile. Nelle altre regioni, del resto, l’intervento militare è più duro; Hong Kong, invece, è sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale e la popolazione ha maggiore libertà, tra le quali l’accesso ai social network. Tutto questo, al momento, vincola il margine di manovra di Pechino.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 13 febbraio 2021

Federico Traversa: «Reggae, rasta e marijuana? Bob Marley era molto di più»

06/02/1945 • Oggi il grande artista giamaicano avrebbe compiuto 76 anni. Intervista a Federico Traversa, che lo racconta in un libro

Quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla scomparsa di Bob Marley, morto a Miami nel 1981. Se un tumore non lo avesse stroncato, proprio oggi avrebbe compiuto 76 anni. Per alcuni il ricordo di Marley è ancora vivido, per altri ciò che resta di lui è più un’icona o, peggio, una semplice moda, che significa una particolare acconciatura (i dreadlocks), la musica reggae e anche il consumo di marijuana. Per ricordare e rendere omaggio alla figura artistica e umana di Marley, abbiamo contattato Federico Traversa, che è uno dei maggiori esperti dell’argomento in Italia. È autore del libro “Bob Marley: in this life. Viaggio attraverso le parole del mito” (di Chinaski Edizioni, pubblicato con lo pseudonimo di T.S. Sandman), che è giudicata una delle pubblicazione più complete sul cantante giamaicano e ha parlato approfonditamente di Marley nel libro Rock is Dead – Il Libro Nero sui Misteri della Musica (scritto insieme ad Episch Porzioni ed edito da Il Castello Editore), da cui è tratto l’omonimo programma radiofonico in onda da sei stagioni su Radio Popolare.

Il Marley che conosciamo un po’ tutti è molto diverso da quello che conosce un esperto come lei?

Il Marley che è arrivato a noi – al pubblico nordamericano ed europeo intendo – è soprattutto quello del periodo con la casa discografica Island, che va dall’album Catch a Fire fino ad Uprising. È un Marley, diciamo così, leggermente annacquato per quanto sempre immenso. Fu proprio il fondatore della Island, l’inglese Chris Blackwell, che a partire dal 1973 cominciò a promuovere la musica di Marley come si faceva allora con le rockstar, tra concerti, album veri e propri e copertine di riviste. Fino a quel momento, alle nostre latitudini, il reggae lo si poteva trovare solo in qualche compilation estiva o nelle raccolte di musica caraibica. Quelli della Island, dicevo, sono gli album che contengono le canzoni che quasi tutti conoscono: Buffalo soldiers, No woman, no cry o Redemption Song. Per tornare al reggae più roots, bisogna risalire invece a qualche anno prima, quando il produttore di Marley era il suo conterraneo Lee Perry; sto pensando a dischi come Soul rebel o Soul Revolution. C’è da dire però che, anche quando ebbe successo, Marley non tradì mai il messaggio di fondo della sua musica, profondamente legato alla religione rastafariana.

Di che cosa si tratta?

Pochi sanno che l’origine del rastafarianesimo si deve al sindacalista e scrittore giamaicano Marcus Garvey (1887-1940), fondatore di UNIA, un’associazione nata per fornire istruzione alla popolazione di origine africana sparsa nel mondo. Fu proprio attorno a quest’associazione che nacque un vero e proprio movimento religioso, mirante a riunire tutto il popolo di origine africana. L’obiettivo era quello di farlo tornare in pieno possesso della sua terra natia, allora ancora in larga parte controllata dall’Europa. Garvey era un personaggio eccentrico e si comportava volentieri da predicatore. Sosteneva, infatti, che il primo re nero che fosse stato incoronato in Africa, sarebbe stato il nuovo messia. Il caso volle che, nel 1930, venne eletto re d’Etiopia Hailé Selassié, il quale veniva chiamato Ras Tafari; in aggiunta, era l’unico re libero in quel momento nell’intero continente africano. In Giamaica la cosa venne presa molto sul serio e Ras Tafari diventò, da allora, il simbolico messia della religione.

Perché questa religione fu così importante per Bob Marley?

Perché Marley la abbracciò, facendola diventare lo sfondo naturale della sua musica. A parte l’uso rituale della marijuana (su cui si ironizza spesso, ma al pari del vino per i cristiani è da considerarsi in tutto e per tutto un sacramento), il rastafarianesimo predicava la lotta per i propri diritti, per l’indipendenza personale e per un rapporto di equilibrio tra l’uomo e la natura; i rasta erano fieri oppositori morali dell’eccesso, così come dell’occidente consumista e capitalista, chiamato “Babylon” (la religione, peraltro, intrattiene singolari aspetti sincretici con la Bibbia). Bob Marley dedicò la sua vita a questa missione di redenzione: la sua musica divenne un potente strumento di emancipazione delle coscienze (“alzati, combatti per i tuoi diritti”, canta in Get up, Stand up). Non lo fece mai per i soldi, tantomeno per il successo: nel farlo, era animato, piuttosto, da un fervore religioso. Nel successo di Marley, del resto, c’è a mio avviso davvero qualcosa di messianico: quante possibilità poteva avere un povero orfano cresciuto in un angolo remoto del pianeta di diventare l’artista più conosciuto al mondo? Già, perché se qui in occidente fatichiamo un po’ ad accettarlo, basta andare nel resto del mondo per rendersene conto: non esiste artista musicale più famoso di lui.

Oggi la musica sembra una cassa di risonanza dell’individualismo, nulla di più distante dall’idea che ne aveva Marley. È così?

Bob Marley cantava: “emancipatevi dalla schiavitù mentale” (è la bellissima Redemption Song, ndr). Nella sua idea, liberarsi da questa schiavitù significava aprire la propria mente e scoprire che gli esseri umani sono una cosa sola, un solo cuore, tutti figli della stessa terra. Da quest’idea l’empatia scaturisce naturalmente. Se la visione invece si restringe solo su sé stessi, sul proprio ego, allora è naturale parlare o cantare soltanto delle piccole cose che ci riguardano. Marley, al contrario, ha cercato di parlare davvero alle coscienze di tutti. Lo ha fatto sullo sfondo di una credenza religiosa, ma con in testa ben chiara anche una missione sociale. Sapeva bene cosa voleva dire essere e stare tra gli ultimi: era nato in un villaggio sperduto in Giamaica e si era poi trasferito nel quartiere di Trenchtown a Kingston, un posto di lamiere accatastate, strade impolverate e delinquenza.

Dove affondano le radici della musica di Marley?

La Giamaica era musicalmente molto influenzata dagli Stati Uniti, da cui si riuscivano a captare molti programmi radiofonici. I giamaicani ascoltavano prevalentemente la musica nera, ad esempio i The Temptations, Tina Turner e in generale i dischi della Motown. I musicisti locali incrociarono queste musiche con alcune sonorità tradizionali, come il calypso. Velocizzando il tutto nacque lo ska. Nel 1966 ci fu in Giamaica un’estate particolarmente calda: lo ska era diventato troppo faticoso da ballare, con quelle temperature. La musica tornò allora a rallentarsi; si decise anche di levare i fiati e mettere bene in evidenza i bassi e la linea della tastiera. Nacque così il rocksteady, i cui testi già cominciavano a trattare tematiche socialmente più impegnate. Quando il ritmo fu velocizzato giusto un po’ in levare sulla terza battuta nacque il reggae.

Che tipo di uomo era Bob Marley?

Parlava poco ed era molto sicuro di sé. Era una persona che aveva dovuto farcela praticamente da solo nella vita: suo padre lo abbandonò da piccolo poi, a cinque anni, si rifece vivo e lo portò in città con la scusa di farlo andare a scuola ma invece lo mandò a fare da badante a una anziana diabetica prima che la madre se ne accorse e lo riportò in campagna. Da più grande, Bob ritornò in città con la madre, che però se ne andò presto, lasciandolo in una situazione piuttosto strana, anche se non troppo per il costume giamaicano: il piccolo Bob conviveva con quello che era stato, per un certo periodo, il nuovo compagno della madre e sua moglie (si trattava di un uomo già sposato). In casa, va da sé, fu sempre trattato peggio dei figli naturali della coppia.

Era un uomo a cui piaceva divertirsi; amava molto le donne e l’amore e, per certi versi, il suo rapporto con il sesso femminile era in linea con il machismo culturale caraibico. Le donne, però, venivano sempre trattate con rispetto. Marley tradì spessissimo la moglie Rita, la quale però, a sua volta, ebbe due figlie che non erano di Bob, la seconda quando i due già erano sposati. Per capire che tipo di uomo fosse Marley, basta dire che si propose ben volentieri di riconoscere quella bambina, in modo che potesse occuparsi economicamente anche di lei. Come mi hanno raccontato i suoi figli, c’erano sempre interminabili file di persone fuori casa di Bob, il quale le faceva entrare e dava soldi a tutti. È impressionante vedere quante persone a Kingston raccontino di aver potuto studiare o di avere fatto studiare i propri figli proprio grazie alla generosità di Marley.

Non c’è mai stato un artista capace di intrecciare così tante cose, nella musica e nei suoi contenuti, così capace di toccare tanti cuori. A volte, mi viene perfino da pensare che, forse, un qualche dio lo abbia scelto per diffondere nel mondo il suo messaggio. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 6 febbario 2021

Chiara Murru: «Vi spiego cos’è la Crusca e il mio lavoro al Vocabolario dantesco», l’intervista alla collaboratrice dell’Accademia

Chiara Murru è collaboratrice dell’Accademia della Crusca e assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena.

Cos’è e cosa fa l’Accademia della Crusca?

L’Accademia della Crusca è un’istituzione nata nel XVI secolo e che ancora oggi è il principale punto di riferimento della lingua italiana. Nello Statuto dell’Accademia, si legge che il suo compito è quello di sostenere la lingua italiana nel suo valore storico di fondamento dell’identità nazionale e di promuoverne lo studio e la conoscenza, in Italia e all’estero. La sua attività è, in primo luogo, la ricerca scientifica in diversi ambiti: storico-linguistico, dialettologico, filologico, lessicografico e grammaticale, in senso diacronico e sincronico.

La promozione della lingua si realizza in più forme: ad esempio,col servizio di consulenza linguistica sul lessico e sull’uso della lingua; una redazione di esperti riceve ogni giorno dei quesiti a cui risponde (le risposte sono tutte consultabili), in modo da ricostruire la storia del fenomeno in questione. Quella che viene data non è mai una risposta netta; piuttosto, si cerca di spiegare e documentare l’evoluzione del fenomeno e dare al lettore gli strumenti per capirne il senso.

Un altro esempio è la sezione “parole nuove”, uno strumento d’informazione sulle parole che si possono incontrare nella comunicazione di tutti i giorni: vengono scelte sulla base di un monitoraggio che avviene sui maggiori mezzi di comunicazione. È importante ricordare che la redazione di una scheda di approfondimento dedicata a una di queste parole non vuol dire che l’Accademia ne stia promuovendo l’ingresso effettivo nel lessico: ciò può avvenire solo secondo la naturale dinamica della lingua. Diciamo che l’Accademia studia e analizza la lingua, ma fornisce anche gli strumenti per orientarsi, per comprenderla e per usarla correttamente.

Perché si ritiene che una parola si possa usare correttamente solo se la Crusca dà l’avallo?

Bisogna chiarire una cosa: l’Accademia della Crusca realizzò effettivamente un vocabolario e, anzi, il binomio Accademia della Crusca e vocabolario sembra inscindibile nella mente di molte persone proprio perché fu un lavoro che fece per secoli, prima di interrompersi, con l’ultima edizione, nel 1923. Il vocabolario fu anzi il punto di forza dell’Accademia, modello e avanguardia della lessicografia in Europa e nel mondo. Questa è senza dubbio una delle fonti del suo prestigio. Anche oggi, del resto, si occupa attivamente di lessicografia, nell’ambito di vari progetti.

Aggiungo una cosa: la Crusca analizza i fenomeni dell’italiano, documenta le parole che si usano e si diffondono; ma ciò non vuol dire che ne autorizzi l’uso, quasi rilasciasse una specie di patentino. Deve senza dubbio prendere atto di alcuni fenomeni, sebbene ciò non significhi che siano, per questo, automaticamente corretti. Penso infatti che, trattandosi della massima autorità linguistica in Italia, sia giusto che spieghi che alcuni usi non sono corretti. Ci sono fenomeni linguistici, di cui certo bisogna prendere atto, ma che la Crusca deve sottolineare come scorretti.

Di che cosa si occupa, nello specifico, una giovane ricercatrice come te?

Il progetto di cui mi occupo è nato in seno all’Accademia, in collaborazione con l’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), organo del CNR: si tratta del “Vocabolario dantesco”. È un progetto lessicografico volto a raccogliere il patrimonio lessicale delle opere volgari di Dante. Lo ritengo un lavoro bellissimo e sono onorata di poter partecipare a un progetto così importante. Concretamente, redigo le schede del vocabolario e, dunque, ogni giorno studio e scopro il senso e il significato di alcune parole usate nella Commedia, rendendo conto di tutte le loro occorrenze. Ogni scheda lessicografica offre, oltre alla struttura semantica e a varie informazioni sul vocabolo, una nota dove si espongono i problemi interpretativi e i commenti alla parola o al passo che la contiene. Quello che più mi affascina nel mio lavoro è vedere come può cambiare l’uso delle parole nell’opera di Dante, dal significato più materiale a quello più simbolico e spirituale.

Non si tratta di una variazione così schematica. Siamo spesso portati a credere che solo il lessico nell’Inferno sia concreto e realistico, tanto da arrivare fino all’uso del turpiloquio. Invece non è una distinzione così netta: nel bel mezzo del Paradiso troviamo una parola come rogna, che si potrebbe pensare più collocabile nel panorama lessicale dell’Inferno. Nella mia attività, cerco anche di capire il modo in cui nascono i neologismi: quali sono, insomma, i meccanismi onomaturgici propri di Dante.

Ci puoi fare qualche esempio di varietà negli usi nella Commedia che hai studiato?

Un esempio è l’uso delle medesime parole in contesti diversi. La parola ventre, ad esempio, Dante la usa sia per indicare la “parte esterna del corpo corrispondente alla cavità che contiene l’apparato digerente”, sia il grembo della Vergine Maria. Ci sono poi esempi di significati traslati: la parola zavorra – che propriamente è il materiale pesante che si pone sulla stiva di una nave per darle equilibrio durante la navigazione – nella Commedia è usata esclusivamente in senso metaforico, a indicare la parte dei dannati della settima Bolgia, con il riferimento al fatto che su di essi gravano i loro peccati.

Un altro esempio interessante è la differenza dell’uso di cerebro e cervello (che hanno lo stesso significato): la prima è una forma colta, che deriva dal latino cerebrum; la seconda è l’evoluzione del diminutivo latino cerebellum. Perché Dante preferisce in due occasioni alla variante popolare la parola cerebro? Perché lo richiede il contesto. Nel primo caso è usato, nel Canto XXVIII dell’Inferno, da Bertran de Born (“partito porto il mio cerebro, lasso!”), uno dei più grandi poeti provenzali, un personaggio nobile e di alta cultura a cui ben si addice un cultismo. La seconda occorrenza è nel XXV Canto del Purgatorio, nel contesto della dissertazione di Stazio sull’origine dell’anima: si spiega come al feto, una volta compiuta l’articolazione del cervello (“l’articular del cerebro è perfetto”), Dio inspiri l’anima intellettiva. La parola cervello è usata, invece, in contesti diversi. Per esempio, quando nel Canto XXVII dell’Inferno il conte Ugolino addenta l’arcivescovo Ruggieri e descrive il punto esatto del morso: una scena cruda, che si imprime nella memoria, nella quale Dante sceglie il termine più popolare (“e come ’l pan per fame si manduca, / così ’l sovran li denti a l’altro pose / là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca”).

Un’altra parola interessante, di cui ho recentemente redatto la scheda lessicografica, è l’aggettivo scialbo. Si potrebbe pensare, in un primo momento, che si tratti semplicemente di un sinonimo di pallido. Dante lo usa nell’episodio del sogno della “femmina balba”, nel XIX Canto del Purgatorio (“mi venne in sogno una femmina balba, / ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di colore scialba”). In realtà, il significato che gli viene attribuito non è tanto quello di pallido, ma di “privo di colore”. È un uso interessante, dato che questo termine viene dal verbo scialbare, che nel gergo della pittura voleva dire ricoprire una parete d’intonaco. Dante, quindi, ne fa uso in un modo del tutto originale.

Federico Pani

(Una versione ridotta dell’intervista è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 30 gennaio 2021)