Dante e il rap, l’intervista a Luca Bellone

Parlare di versatilità per la Commedia dantesca non è retorica, e lo dimostra la straordinaria influenza dei versi del poeta in ambiti apparentemente lontani, come la canzone e il rap. Ne abbiamo parlato con Luca Bellone (nella foto), professore di Linguistica italiana presso l’Università di Torino. Bellone, che nella sua ricerca vanta approfonditi lavori sui linguaggi giovanili, ha condotto uno studio sulla presenza di Dante nella musica rap italiana.

Anticipiamo uno dei risultati del suo studio: Dante è capillarmente presente negli autori rap italiani: come spiega una presenza così forte? Che sia dovuta soprattutto alle reminiscenze scolastiche?

Credo che una delle ragioni stia nell’adattabilità del poema alle diverse modalità della narrazione: dalle più tradizionali, come il romanzo e il racconto, fino alle più moderne, come il fumetto, le serie tv, la canzone e, appunto, anche il rap. La Commedia è riuscita infatti a descrivere un universo di personaggi, di storie e di situazioni che costituisce una materia che può continuamente essere riattivata, reinterpretata e arricchita da nuove sensibilità. Il genere ricorre al testo dantesco in modo consapevole, sia per le storie che racconta, sia per il modo in cui le racconta, un parlare ritmato che pare talvolta ricordare i metri narrativi della poesia italiana, e tra questi, in particolare, proprio la terzina. Inoltre, è senza dubbio il genere più adatto per recuperare e riscrivere gli episodi infernali della Commedia: le storie del rap sono spesso dedicate alla realtà “della strada”, a storie difficili e alle diverse manifestazioni del disagio giovanile proprie delle periferie delle grandi città. Non può essere allora un caso che tutti i riferimenti danteschi siano legati alla sola cantica dell’Inferno. Sin dalle origini, i rapper hanno raccontato questi “inferi” personali, ricorrendo a riferimenti culturali, usati il più delle volte come referenti metaforici; alcuni studiosi chiamano questi referenti culturemi, ossia riferimenti culturali condivisi dagli ascoltatori.

Per spiegare il successo di Dante nel rap non credo però basti la conoscenza del testo per tramite scolastico. Non c’è infatti autore rap, di ieri o di oggi, che non abbia in qualche modo evocato Dante, inserendolo almeno una volta nella sua opera. In questo, il rap radicalizza quanto accade nella canzone d’autore che, pur con qualche eccezione, guarda anch’essa soprattutto all’Inferno. Ma oltre alla ragione tematica ce n’è una stilistica. Si dice che i brani rap non vadano mai a capo, proprio per la natura del loro testo articolato: è in effetti spesso difficile individuare i confini tra le barre (così vengono chiamati i versi nel gergo dell’hip hop); si configurano piuttosto come poemi in prosa. Questo racconto messo in canzone deve dunque usare delle figure di suono come la rima, l’allitterazione e l’anafora, che sono proprie della poesia. Credo che il successo dell’opera dantesca, perciò, arrivi dall’incrocio di ragioni stilistiche e tematiche, a cui certo si somma l’approfondimento scolastico.

Quali sono i canti più citati e gli episodi di rilettura a suo giudizio più notevoli?

Tra i canti più rappresentati – e qui le reminiscenze scolastiche, certo, giocano un qualche ruolo – c’è il primo con la “selva oscura”, e il terzo con la celeberrima iscrizione sulla porta dell’Inferno (Per me si va nella città dolente…); poi troviamo naturalmente il quinto canto, il primo a essere ripreso nel rap grazie a Serenata rap (1994) di Jovanotti e alla celebre coppia di versi “Amor che a nullo amato amar perdona porco cane,/ lo scriverò sui muri e sulle metropolitane”.

Tra i rapper che hanno mostrato più affezione nei confronti di Dante ricordiamo Caparezza e Tedua. Tuttavia, un’attenzione specifica va dedicata a Murubutu e Claver Gold, esponenti del cosiddetto rap didattico o letteratura rap, un filone che ha dei tratti originali: conserva la struttura stilistica e testuale del genere, ma utilizza come fonti dei variegati modelli letterari. Aggiungo a margine un particolare non trascurabile: Murubutu, il cui vero nome è Alessio Mariani, è professore di storia e filosofia nella scuola superiore. Il disco dei due artisti, uscito nel 2020, si chiama Infernum, ed è una riscrittura della cantica, in cui ogni brano riprende e riattualizza un episodio dell’Inferno per descrivere il presente. Ad esempio, nel brano dedicato a Pier delle Vigne – il cui titolo è Pier – non c’è più traccia del notaio presso la corte di Federico II, ma si avverte chiaramente la reminiscenza della sua fine, ossia il suicidio: la canzone racconta infatti di un ragazzino che si è tolto la vota a causa dei ripetuti atti di bullismo che ha subito a scuola; al suo posto, a rappresentarlo, nel cortile dell’istituto, c’è ora un albero di vite, evidente, ulteriore richiamo al nome del protagonista del XIII canto dell’Inferno. Tranne il caso dell’album Inferno del gruppo prog Metamorfosi – ma che andrebbe letto a mio giudizio in modo diverso – mai si era assistito a una simile riscrittura del poema dantesco.

È curioso che altri personaggi letterari comunque presenti nell’immaginario scolastico, come Renzo e Lucia solo per fare un esempio, non abbiano fatto breccia nel genere.

In effetti, la storia di due persone che si vogliono semplicemente sposare può interessare poco; i personaggi che potrebbero ispirare qualche storia nel rap sono, al più, don Rodrigo o la Monaca di Monza. C’è comunque un fatto: parlando di riferimenti letterari, nel rap, c’è praticamente soltanto Dante. Eppure, nel genere le figure letterarie non mancano; ma sono perlopiù figure mitologiche, come l’Ulisse omerico. Un lavoro come quello su Dante sarebbe ben difficile da compiere con qualche altro autore. Uno dei motivi è che questa musica guarda poco alla cultura percepita come alta; i riferimenti del rap sono altri: il cinema, il fumetto, oggi i social, le serie tv e il mondo digitale; nel caso delle giovanissime generazioni, poi, i social e il digitale sono la fonte principale d’ispirazione. La trap si differenzia dal rap proprio per questo: sono testi scritti da autori giovanissimi e costituiscono il primo genere dipendente dal mondo digitale. Non è un caso che i trapper siano diventati famosi all’inizio grazie a YouTube ma, ormai, soprattutto grazie a Tiktok.

Nella tua attività hai avanzato la proposta di usare alcuni testi rap a scopo didattico: in che modo?

Di fronte a un simile repertorio mi è sembrato necessario immaginare possibili sviluppi didattici, soprattutto con i ragazzi che oggi studiano per diventare insegnanti. Del resto, ormai da diversi anni i testi di didattica suggeriscono di ricorrere alla canzone, sebbene a farlo siano soprattutto quelli dedicati all’insegnamento dell’italiano come lingua straniera. È un peccato, perché ci sarebbero delle buone ragioni per farlo anche nell’insegnamento ai madrelingua. Si può innanzitutto fare leva sull’aspetto motivazionale: fare ascoltare un brano musicale in classe può senz’altro essere piacevole. Pur non essendo un esperto di didattica e di pedagogia, posso dire infatti che la canzone tocca aspetti affettivi, sui quali i docenti possono fare leva per migliorare l’apprendimento. Poi, c’è un ruolo sociale, in quanto da tempo la canzone ha molta importanza nella formazione dei giovani. Infine, c’è una ragione letteraria. Esiste un repertorio retorico ed espressivo che avvicina una certa canzone alla tradizione letteraria, pur con le debite distinzioni del caso. Oltre che come fenomeno culturale, la canzone può essere studiata quindi come oggetto paraletterario dal punto di visto di vista stilistico: penso alle figure retoriche, di senso, di suono, e non solo, che si possono fare scoprire in modo induttivo. Si comincia da lì, insomma, per arrivare alla letteratura, sfruttando le conoscenze inconsce e le competenze pregresse, affinché poi il docente le riprenda e le razionalizzi per fini didattici.

Aggiungo un episodio che mostra come questo approccio potrebbe essere proficuo. A novembre del 2021, abbiamo organizzato un incontro con le scuole legato alla didattica e al rap. Avevamo preventivamente somministrato un questionario a circa un migliaio di ragazzi delle scuole di Torino per capire in che modo interagissero e riflettessero sui testi delle canzoni; questi dati sono stati poi incrociati con le loro abitudini di consumo musicale. Alla fine del questionario, compariva un test nel quale gli studenti erano chiamati a riconoscere delle figure retoriche in alcuni testi letterari. Quel che è emerso è che i ragazzi che ascoltano prevalentemente rap hanno sviluppato un’attenzione e una sensibilità particolare verso quei fenomeni linguistici condivisi tra canzone e letteratura. Sono peraltro anche i ragazzi più interessati a saperne di più, a cominciare dal voler conoscere i nomi delle figure retoriche; ma, ad esempio, sono interessati a ragionare anche sul perché alcuni fenomeni danno piacere all’orecchio. Il senso dell’operazione è che il docente possa sfruttare questa sensibilità: dopo aver fatto scoprire alcune figure retoriche tratte da brani rap (ma non solo), può traslare allora l’attenzione verso i componimenti letterari tradizionali. In questo modo, si troverebbero intrecciate la motivazione, la continuità e il ricorso alle tecniche d’apprendimento induttive.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 9 luglio 2022

“La letteratura albanese: evocativa e finemente descrittiva”, l’intervista a Anna Lattanzi

All’inizio del 2021, l’Istat censiva oltre 433mila cittadini albanesi residenti in Italia: si tratta della seconda comunità straniera più numerosa nel Paese (al primo posto ci sono 1milione e 76mila cittadini romeni). A dividere l’Italia dall’Albania è un esiguo braccio di mare, eppure, molto poco si sa della cultura e, ancora meno, della letteratura albanesi. Proprio di letteratura abbiamo chiesto di parlarci ad Anna Lattanzi (nella foto), critica letteraria, redattrice di Albania News e Albania letteraria, interessata alla letteratura albanese.

Ci tracci un panorama, per quanto è possibile, della letteratura albanese contemporanea?

Partirei dal periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, quando la letteratura albanese conosce un’importante evoluzione. Le opere che vedono la luce in quel periodo nascono dalla penna di autori che si ispirano al passato, prendendo spunto dalla lunga dominazione ottomana subita dall’Albania o dalla resistenza contro il nazi-fascismo. In questa epoca ritroviamo alcuni nomi di autori che hanno segnato la storia della letteratura albanese contemporanea, come Dritëro Agolli, dalla ricca produzione libraria, che trova la sua massima espressione nelle rievocazioni epiche e nelle storie che hanno come sfondo la crisi sociale. Una grande personalità letteraria conosciuta a livello mondiale è Ismail Kadaré: attraverso la sua penna ha disegnato la storia dell’Albania del passato e di oggi. Un’opera molto corposa la sua, tra racconti, poesie, novelle, romanzi, saggi, tradotta in più di 60 Paesi nel mondo. Un’altra figura importante è quella di Pietro Marko scrittore e giornalista, considerato uno dei padri fondatori della moderna prosa albanese.

Con l’avvento del regime, nasce il realismo socialista: scrittori e intellettuali vengono chiamati a indottrinare le masse e la letteratura diventa uno strumento politico nelle mani del totalitarismo. In quel periodo, la follia del dittatore Enver Hoxa imprigiona e spesso condanna alla pena capitale diversi scrittori e intellettuali con l’accusa “tipo” di propaganda contro il regime. Con la caduta della dittatura (1991), nascono nuove voci letterarie, come Visar Zhiti, perseguitato politico e oggi uno scrittore di successo a livello internazionale, come l’autore e analista Fatos Lubonja, anch’egli incarcerato per aver scritto dei diari, o Vera Bekteshi, figlia dell’alto ufficiale dell’esercito Sadik Bekteshi, condannata con la famiglia a sedici anni di duro esilio. Ed è con loro che nasce la cosiddetta “letteratura del carcere”, con lo scopo di lasciare una testimonianza di una drammatica realtà.

L’attuale panorama letterario albanese è costellato da autori di successo, come Diana Çuli, tra le più prolifiche scrittrici, Stefan Çapaliku, Tom Kuka, Ylljet Aliçka, Besnik Mustafaj e altri. Si narra di Albania nei loro libri, in maniera consapevole e tratteggiando il profilo della nazione a 360° con una modalità non giudicante, ma limpidamente eruditiva.

Quali sono i temi trattati di più? Nella tua percezione di critica letteraria, si discostano molto da quelli più frequenti della letteratura italiana?

Trovo che la maniera di narrare degli autori albanesi sia unica; la loro penna (mi riferisco ai più validi), è altamente evocativa e finemente descrittiva. Intendo dire che amano perdersi in una dovizia di particolari capace di trasportare il lettore nella storia, di renderlo parte attiva e non spettatore, creando una narrazione profondamente realistica e di grande tangibilità. Un’intrinseca qualità, che ancora è ben mantenuta nella letteratura proveniente dall’Albania. Le tematiche affrontate sono le più svariate: teniamo presente che stiamo parlando di una nazione dal patrimonio storico-culturale ricchissimo. Indubbiamente, la letteratura è uno degli strumenti più preziosi che meglio permette di  narrare di questo variegato Paese. Oggi l’Albania vanta autori come Tom Kuka (Enkel Demi), che fa un affresco della sua terra attraverso la narrazione di storie tramandate oralmente, la descrizione del mito, quella del canto, producendo un ritratto della nazione fedele a sé stesso.

Dando un’occhiata alla poesia, posso fare riferimento a Luljeta Lleshanaku, la cui famiglia è stata oppressa dal regime e per questo i suoi componimenti si riempiono di nostalgia. Come non citare Fatos Kongoli, uno dei maggiori esponenti della letteratura contemporanea albanese, che presenta spesso argomenti di alta drammaticità, incastonandoli in un mondo surreale o ironico. Virgjil Muçi racconta del suo Paese dando una connotazione biblica al suo percorso politico-sociale, mentre Ardian Vehbiu narra del sogno italiano, in parte infranto. Indubbiamente, è importante approcciarsi alla produzione letteraria albanese tradotta, spogliandosi da ogni pregiudizio e con la consapevolezza di incontrare un pezzo di preziosa letteratura.

L’Italia è, o almeno è stata, una terra d’arrivo per molti albanesi. Ci parli della letteratura come affresco di questo rapporto e intreccio di culture?

La letteratura è libertà e come tale varca i confini; così è stato anche per quella albanese, che grazie al lavoro dei traduttori e di alcune case editrici, ha conosciuto terra italiana permettendoci di entrare un mondo letterario e culturale di forte unicità. Molti grandi nomi della letteratura italiana sono approdati in Albania, grazie al notevole impegno di traduttori albanesi di spessore, come Mimoza Hysa, per esempio e di editori che ci hanno creduto e ci credono. Inoltre, con il fenomeno migratorio, sono giunte nel nostro Paese figure amanti della scrittura e alcune di esse si sono trasformate in validi autori italofoni (scrivono in italiano), come Elvira Dones, Darien Levani o il sociologo e intellettuale Rando Devole.

Non dimentichiamo gli italiani che si interessano e si sono interessati all’Albania scrivendone, come il compianto Alessandro Leogrande (nel 2018, Tirana gli ha intitolato una strada). Sono tante le iniziative che coinvolgono Italia e Albania, anche se, con rammarico, dico che siamo ancora lontani da una vera apertura culturale tra i due Paesi o dalla distruzione totale di quel pregiudizio, che vede l’Albania come terra “esotica”. Questo vale anche per le reciproche Istituzioni, ancora poco propense a investire su un interscambio culturale reale. Di strada in tal senso ne è stata fatta, ma il percorso è ancora lungo.

Federico Pani

Una versione ridotta è stata pubblicata sul Piccolo di Cremona del 18 giugno 2022

“La grammatica insegnata con i meme”, l’intervista a Pierluigi Ortolano

L’insegnamento della grammatica attraverso i meme e i linguaggi dei nuovi media è l’originale approccio su cui si svilupperà un volume di prossima pubblicazione, presso l’editore Carocci, curato da due docenti di linguistica italiana: Debora de Fazio (Università della Basilicata) e Pierluigi Ortolano (Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara). A quest’ultimo abbiamo chiesto di parlarcene un po’ più nel dettaglio.

«Questo progetto nasce dopo una serie di seminari, tenuti da me e dalla collega de Fazio, nei quali abbiamo sperimento il metodo dell’insegnamento della grammatica attraverso il linguaggio dei nuovi media. Al centro del nostro lavoro ci sono proprio i nuovi meme, una forma di comunicazione sulla quale vale la pena soffermarsi, a cominciare dall’origine, ossia dall’etimologia. Forse non tutti sanno che la parola meme non proviene dal linguaggio del digitale: è una parola coniata dal biologo Richard Dawkins sulla base della parola greca mimema, che significa appunto imitazione o esempio. Dawkins modificò la parola originale, rendendola bisillabica e avvicinandola alla parola gene; lo fece per ricalcarne il significato in senso traslato, ossia per indicare l’idea di trasmissione culturale e di unità di imitazione. Del resto, come sottolinea anche Dawkins, la parola è molto simile alla parola francese même, che appunto significa lo stesso.

Detto ciò, crediamo che l’aspetto più innovativo del libro consista nel percorso dell’insegnamento della grammatica: non si parte dall’impartire il classico insieme di regole (la cosiddetta tassonomia grammaticale), bensì dall’errore; in particolare, si considera l’errore così come compare sui social media, possibilmente ricorrendo a meme simpatici o divertenti (tratti perlopiù da gruppi Facebook e Instagram, senza prendere meme o post di persone specifiche). Così, cominciando con un sorriso, si procede poi nella direzione della soluzione corretta. L’obbiettivo, insomma, è che lo studente si ricordi prima di tutto l’errore e che, a partire da esso, risalga poi alla regola.

Per spiegare questo metodo d’insegnamento, ho ripreso il concetto del sentimento del contrario così com’è formulato da Pirandello nel suo saggio L’umorismo: l’autore parla di una signora anziana agghindata in modo talmente eccentrico da suscitare il sorriso; bene, è a partire da quel sorriso che percepiamo però qualcosa di più profondo, ossia l’inadeguatezza di quegli abiti addosso a quella persona e in quella situazione; in noi, insomma, scaturisce quello che Pirandello definisce, appunto, il sentimento del contrario».

Come mai il meme è diventato un oggetto d’indagine così importante?

Nel libro, ci concentriamo soprattutto sui meme, dato che questa forma di comunicazione sembra sia la preferita da chi ha l’età dei nostri studenti. Il meme, se ci si pensa, nient’altro è se non un’immagine con una didascalia: una forma di comunicazione con precedenti molto antichi, come la scrittura paleografica. L’associazione di un’immagine con una scrittura, del resto, è andata avanti fino alle recenti, seppur quasi scomparse, cartoline. Il meme, tipicamente, veicola un’immagine e un messaggio con lo scopo di suscitare ilarità. Della sua efficacia comunicativa si sono accorte, del resto, anche delle istituzioni prestigiose come l’Accademia della Crusca o il vocabolario Devoto-Oli, che ricorrono all’uso di meme; ad esempio, nelle pagine del servizio di consulenza che offre la Crusca compare l’immagine di Batman che dà uno schiaffo a Robin, correggendolo per l’errore di grammatica che Robin ha appena compiuto.

Come risponderebbe a chi sostiene che oggi si scrive peggio rispetto al passato proprio per colpa dei social?

Direi che è vero che oggi non si scrive bene, ma che la colpa non è dei social: come spiega Giuseppe Antonelli, i social sono semplicemente uno specchio. Di più: è del tutto plausibile ritenere che anche trent’anni fa si facessero gli stessi errori, ma che essi restassero all’interno di una scrittura privata, quali un diario, la lista della spesa o, appunto, una cartolina. Non credo, insomma, ci si trovi in una situazione di decadimento, anche perché rispetto a trent’anni fa oggi tutti scrivono; semmai, il problema è che si diano troppo per scontate le regole dell’italiano (dell’italiano dei semicolti digitali segnalo quanto hanno scritto le colleghe Rita Fresu e Francesca Malagnini).

Senza contare che insegnare la grammatica non significa solo insegnare l’ortografia, ma anche occuparsi di strutture linguistiche più profonde, così come affrontare il tema della testualità: non è così?

È così, anche perché la grammatica si è evoluta nel tempo, così come il suo insegnamento, che si appoggia sempre di più alle nozioni introdotte dalla linguistica. Ne è testimonianza la pubblicazione di molti volumi, tra cui cito soltanto quello di Giorgio Graffi e Adriano Colombo, Capire la grammatica con il contributo della linguistica, che è tra i più importanti in tal senso. La linguistica, difatti, si occupa di molti aspetti legati alla lingua, come ad esempio le varietà diafasica, ossia l’alternanza dei registri in riferimento alla situazione comunicativa; basta pensare alla doppia forma del pronome di terza persona lui/egli, da usare in modo intercambiabile, anche nello scritto, sulla base della solennità del tono che si deve o si vuole adottare. Una parte importante del volume, d’altro canto, consisterà proprio in una serie di esercizi proprio per acquisire la consapevolezza dei diversi livelli di cui è composta una lingua; ad esempio, si forniranno meme sgrammaticati da correggere, così come anche però dei brevi testi che compaiono in rete – come una delle tante recensioni presenti su Tripadvisor – da riscrivere in un italiano standard.

In conclusione, direi che il metodo dell’insegnamento della grammatica attraverso il linguaggio dei nuovi media serve anche per ovviare alle difficoltà che presenta il semplice insegnamento teorico della lingua. Si pensi al caso della punteggiatura: anziché partire dalla definizione, perché non partire dall’uso concreto? C’è un meme nel quale si alterna la scritta vado a mangiare, nonna e vado a mangiare nonna: in questo caso, non ci si può limitare a dire che la virgola è una pausa intermedia tra punto e punto e virgola, ma anche che ha una funzione logico-sintattica, così come recentemente ha sottolineato Antonio Montinaro in un suo articolo sull’uso della punteggiatura nella scuola primaria; nel primo caso, infatti, avviso nonna che vado a mangiare, mentre nel secondo affermo che me la mangerò. Insomma, si tratta di applicare alla grammatica tradizionale il mezzo oggi preferito dai ragazzi, con lo scopo di renderla più intuitiva e semplice da imparare.

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 14 maggio 2022

“Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura”, di Walter Siti

Se “resistere non serve a niente”, figurarsi provare a “riparare il mondo”, “Réparer le monde”, come recita il libello di Alexandre Gefen, uno dei bersagli polemici, ancorché molto garbatamente discussi, di “Contro l’impegno” di Walter Siti. Il libro di Siti, notevolissimo per chiarezza e mole di riferimenti, tra i molti, ha il pregio di abbozzare (fare di più, del resto, vorrebbe dire taccia di tracotanza) un’intelligente riposta a questa domanda: qual è il criterio per cui un certo numero di parole, messe in fila, diventa letteratura? La risposta arriva da un contrappunto o, meglio, dal rimbalzo del linguaggio letterario contro il muro troppo solido (e a scrivere stolido ci vuole un attimo) dell’impegno: la letteratura, infatti, è “un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza”.

L’idea di Siti avvicina la figura dello scrittore a quella del ricercatore puro che, pur essendo potenzialmente mosso da tutti gli idealismi o i poteri forti che si vogliono, per arrivare a un risultato deve rispettare la sola logica della scoperta, senza curarsi degli effetti collaterali o degli insuccessi della ricerca. Nella fisica, significa arrivare a trovare la fonte di energia che potrebbe, al contempo, illuminare o distruggere una città. Nella letteratura, significa fare emergere delle contraddizioni. Qualche esempio: inscenare “quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”; condannare a morte, sul patibolo di una rotaia, una donna fedifraga e, al contempo, costruire un monumento alla passione che l’ha spinta a esserlo; oppure ancora, essere il quarto dei Karamazov e scrivere con il sangue del padre la storia di un amore mai corrisposto. Lasciamo la parola a Siti:

Il maggiore obiettivo della letteratura non è la testimonianza ma l’avventura conoscitiva. E non è un problema di “purezza” ma quasi il contrario, di ambiguità: soltanto la letteratura, tra i vari usi della parola, può affermare una cosa e contemporaneamente negarla; perché ambigua è la nostra psiche, ambiguo il nostro corpo – le ambiguità rimosse possono portare a esiti controproducenti, a false euforie. L’ambiguità, lo spessore, la polisemia fanno emergere quel che non si sa ancora; per questo la letteratura non può prestarsi a fare da altoparlante a quel che già si crede giusto.

Affinché il ragionamento di Siti regga, serve accogliere una premessa: gli esseri umani sono contraddittori. Ora, fare letteratura significa sempre, anche indirettamente, parlare proprio di esseri umani; e la realtà di cui parla ogni libro non dovrebbe mai dimenticarsi di essere umana. Che ce li si raffiguri come animali o forme geometriche, poco importa: i personaggi saranno credibili solo a patto che nel loro cuore metafisico o – se si vuole – nella loro psiche, alla radice del loro modo di agire e di pensare, insomma, ci sia qualcosa che genera una contraddizione, anche solo in potenza. La letterarietà, la si percepisce solo se è presente questa intuizione, la stessa che fa apprezzare a un certo pubblico il tentennamento dell’eroe, così come l’eroismo del debole, il moto di cuore del cattivo e la meschinità sotto mentite spoglie del buono; tutto, molto semplicemente, è più credibile.

L’aggregatore tematico, il tag insomma di questo discorso (e di fatto è Siti a suggerirlo in continuazione) è la parola “inconscio”: la letteratura è la riscrittura – si tratta pur sempre di un oggetto che mira al bello – della stenografia di una seduta di psicanalisi, sia che a sedersi sul lettino sia un uomo qualunque, sia una civiltà intera. In un’intervista, Siti si è spinto ancora oltre: ha affermato che, idealmente, vorrebbe poter assegnare alla letteratura uno speciale diritto di parola; conferirle cioè una libertà assoluta nel parlare della realtà umana. Il giudizio, allora, non potrebbe che vertere solo su quanto la letteratura rispetti ogni volta la sua promessa di verità e di bellezza.

Recensendo “Contro l’impegno”, Claudio Giunta ha scritto che ci si sarebbe potuti aspettare uno stile più caustico, capace di trasformare le perplessità di Siti in autentiche e, in certi casi, doverose stroncature: “Ho come l’impressione, infatti, – scrive Giunta – che, capovolgendo la regola, il Siti saggista alla verità preferisca la gentilezza. Lo capisco, e in parte lo approvo: perché essere sgradevoli, perché litigare in un ambiente in cui già tutti litigano?”. C’è però anche un’altra ragione che deve aver spinto Siti a usare un tono argomentativo disteso: l’urgenza di non farsi fraintendere; la necessità, insomma, di non distrarre i lettori, né tantomeno di intorbidare le acque sollevando, da un lato, le idiosincrasie di chi legge e, dall’altro, le fatue polemiche a cui allude Giunta.

Che l’atteggiamento di Siti dia i suoi frutti, lo si vede soprattutto quando sottrae dalla polemica giornalistica alcuni autori, tra i quali spicca – anche per il numero di pagine che gli sono dedicate – Roberto Saviano, che in questo libro viene preso sul serio come scrittore come forse mai prima. La vicenda biografica di Saviano tradisce, peraltro, un alto tasso di contraddizione e, dunque, di letterarietà (intesa alla Siti): il cantore affascinato dalla carnalità del male, costretto a negare alla propria carne tutta la realtà e la vita che disperatamente ricerca nello stile; servirebbe un bravo romanziere per occuparsene.

Oltre a segnalare la bella contrapposizione tra la favola didascaliche e per nulla credibile di Alessandro D’Avenia alle ben più dure e vive di Carla Melazzini, entrambe dedicate al mondo della scuola, si conceda qui solo un cenno al capitolo “Le vittime hanno sempre ragione?”: sono pagine che costituiscono una lezione importante, utile a non dare troppo credito ai giornalisti, agli scrittori, e ai video-opinionisti di Instagram, che pigiano sul pedale del vittimismo:

Semplificando la complessità dei rapporti di potere nella coppia spettacolare vittima/carnefice, la compassione prende il posto della responsabilità e della lucidità razionale; la vittima mitologica è privata della propria interezza, del diritto all’errore e all’odio e (perché no?) alla mediocrità.

Chiudendo il libro, viene la tentazione di chiamarlo “metodo Siti”, questo schema che, rilevando le contraddizioni, misura anche la temperatura del potenziale narrativo, ossia letterario, di ogni storia. Un esempio suggestivamente pop lo offre il paragrafo “Rocco Siffredi narratore”: Siffredi è ospite da Barbara D’Urso e racconta che, dopo il funerale della madre, un’amica di famiglia che lo conosce fin dall’infanzia lo invita a prendere un caffè a casa e un abbraccio all’apparenza affettuoso e consolante per la disperazione del momento termina invece con del sesso orale. Giustamente, Siti scrive: “Un racconto che sarebbe piaciuto a Petronio e a Philip Roth, il sesso come vendetta contro la morte”. E, infatti, il fatto che Siffredi abbia toccato un nervo scoperto, “l’unico frammento non pornografico e non porcellonesco-goliardico”, “l’unico spunto potenzialmente romanzesco”, è confermato dal fatto che l’episodio finisca con una reprimenda di Barbara D’Urso e degli ospiti. Siffredi si era fatto, per un momento, l’incauto Stalker nella zona dell’inconscio, in diretta su Canale 5.

Federico Pani

Cafè Golem, 12 maggio 2022

I conti col toscano, l’intervista a Luciano Giannelli

«Bello, bello da rimanerci, è udire il mi’ lattaio fiorentino a discorrere: e talora lo sto ad ascoltare incantato: e mi dico “impara, impara o ciuco”. Ma una nazione non può ridursi al brio ancheggiante delle sue fanti chiantine (sic), o all’estasi delle madonnine di Valdarno: per quanto vivamente, stupendamente, o miracolosamente parlanti».

Chiunque si occupi seriamente di lingua italiana, compreso l’estensore delle righe qui sopra, Carlo Emilio Gadda, è difficile non incappi nell’aggrovigliata questione della lingua; e, nel tentativo di sbrogliare la matassa, cominci a estrarne i fili che, proseguendo un po’ incoscientemente nella metafora, si rivelano l’ordito prevalente dell’italiano: parliamo della parlata (o della lingua? oppure del dialetto?) da cui l’italiano è nato, ossia il toscano.

Per chi vuole affrontare l’argomento, è davvero difficile trovare una persona migliore con cui farlo di Luciano Giannelli (nella foto) che, tra i diversi ruoli, ha ricoperto per molti anni quello di docente di Glottologia presso l’Università di Siena ed è da molti considerato il massimo toscanologo italiano vivente. Gli ho rivolto alcune domande sul toscano per tentare, come avrebbe voluto Gadda, di chiudere i conti col toscano; posto il fatto che questi conti li si possa davvero chiudere.

A scuola, impariamo che l’italiano non è altro che una forma aggiornata del toscano trecentesco di Dante, Petrarca e Boccaccio. A conferma di ciò, sta il fatto che anche Manzoni, quando volle scrivere il primo grande romanzo in italiano, adottò come modello il fiorentino parlato dei colti. Si sarebbe portati a credere, dunque, che l’italiano sia di fatto una forma di toscano. Come mai, invece, alcuni studiosi parlano di dialetti toscani? Non è una contraddizione parlare del toscano come di un dialetto, dato che si tratta, per i dialetti, di sistemi linguistici imparentati, ma diversi dall’italiano?

La questione sollevata è sottile e riguarda l’ambiguità dell’uso della parola dialetto. In Italia, con il termine dialetto si intende un’entità linguistica ben distinguibile dall’italiano. Più che di lingue minoritarie, parlerei di lingue minorizzate; questa definizione si usa solitamente per le lingue dei nativi americani, del nord e del sud; sono lingue egemonizzate da altre, potenzialmente destinate all’estinzione. Per certi versi, potremmo parlarne anche come lingue “manchevoli”, nel senso di lingue che non si sono sviluppate in riferimento a certi ambiti d’uso.

Nello specifico, è certamente vero che l’italiano è una forma di toscano: nel corso dell’Ottocento c’è chi continuò a chiamare l’italiano semplicemente toscano, al pari di chi oggi chiama castigliano lo spagnolo. Con ciò, è anche vero che c’è una dimensione del parlato toscano che ha caratteri dialettali; è quello che, tradizionalmente, viene detto vernacolo e che, nell’accezione più diffusa, indica il carattere popolare e popolano della parlata. I caratteri dialettali, in questo caso, vanno intesi in un senso ben preciso: quello di uno scostamento dalla lingua standard, ossia di carattere differenziale; nel mondo anglosassone, dove la parola dialetto assume questo significato proprio, il toscano sarebbe tranquillamente definibile come dialect.

In Italia, però, la situazione è complicata: quasi fin dal momento in cui fu introdotto, il termine dialetto assunse, oltre al significato di una lingua distinguibile da quella standard, anche una connotazione negativa; l’etimo greco, dialektos, indicava infatti, semplicemente, le diverse varietà di greco antico. In Italia, a maggior ragione dopo l’Unità, il dialetto cominciò a essere considerato come un ostacolo all’apprendimento della lingua nazionale, uno stigma sociale che poteva accompagnare alcune persone per tutta la vita. Da questo giudizio negativo, e dall’ambiguità di fondo del termine, si spiega il perché, dalle inchieste Doxa, la Toscana risulti come la regione meno dialettalizzata d’Italia: un parlante toscano, semplicemente, non crede di possedere un dialetto e ritiene quasi offensivo rubricare la lingua che parla come un dialetto.

Studi dialettologici sulla Toscana naturalmente, invece, sono possibili: esistono delle parlate con tratti specifici e differenziali rispetto all’italiano; perché è vero che l’italiano deriva direttamente dal toscano trecentesco poi aggiornato; ma non va dimenticato che, da allora, il toscano ha imboccato delle strade proprie, arrivando in certi casi anche a esiti grammaticalmente diversi rispetto all’italiano. Eppure, nonostante questa distanza, molti parlanti non sono in grado di accorgersene. Come mai? La ragione sta nella continuità tra la lingua standard e le parlate locali: i parlanti toscani – ma con loro anche quelli di Roma – non hanno un modo univoco, basato sulla forma, per capire se una parola è dialettale o meno; questo rende la Toscana – e Roma – diverse da tutte le altre aree d’Italia.

Mi spiego. Se, facendo violenza al dialetto genovese, dico laurà, anziché travaggià, sono comunque consapevole che in entrambi i casi non si tratta di una parola italiana. A un Toscano, anche di media cultura, può capitare invece di pronunciare una frase come questo è un po’ vinco, senza rendersi conto che vinco è, di fatto, un termine dialettale (è una parola che riferita al pane significa poco cotto e riferita al legno, poco stagionato secondo il Devoto-Oli, ma anche flessibile, molle). Ma prendiamo una frase vernacolare come questa: E’ ritornan quande e’ li pare a loro; bene, su otto elementi linguistici, ben quattro sono dialettali, ma gli altri sono del tutto italiani.

Proviamo a illustrare quanto detto finora con una metafora. Eccettuando la Toscana e Roma, un parlante italiano ha comunemente due abiti linguistici: l’italiano (più o meno) regionale e il dialetto. Al contrario, un toscano ne ha uno solo, l’italiano, benché quell’abito sia, diciamo così, rattoppato: queste toppe, nella metafora, indicano la presenza di parole non italiane all’interno di un tessuto che è italiano. Prescindiamo per un momento dalla questione della pronuncia, che colpisce molto ma è il livello più superficiale di una lingua. Bene, visto a parte subiecti, il toscano è – segnatamente in molte varietà – talmente coincidente con l’italiano che per lunghi brani risulta indistinguibile dall’italiano, tanto più se non si fa ricorso a un vocabolario.

La controprova di quanto detto finora è che il parlante toscano ha, al più, la percezione di forme alte e di forme basse della propria parlata: da un lato mio padre, dall’altro mi pa’. Ora, le forme percepite come particolarmente basse sono ormai nella maggior parte dei casi censurate; nessuno, ad esempio, dice più portonno per portarono. Le categorie distintive, in Toscana, sono tra il parlar bene o il parlar male: se dico la mia mamma ho parlato bene, se dico la mi’ mamma ho parlato male. Il punto è questo: in Toscana non c’è un vero codice alternativo all’italiano.

Un’ulteriore prova? Prendiamo le opere dialettali. Se è possibile costruire un testo coerentemente in dialetto, poniamo, in genovese, in napoletano o in milanese, lo stesso non si può fare con il toscano: si potrà, al più, costruire un testo in italiano nel quale compaiono inserti o elementi dialettali.

Qualcuno ha ipotizzato che l’italiano moderno sia nato non casualmente dal toscano, dal momento che il toscano sarebbe stata la lingua col maggior grado di intercomprensibilità tra i parlanti italiani; si sarebbe trattato, infatti, di un conguaglio tra le parlate del nord e del sud. Ci può dire quanto c’è di vero in questa ricostruzione?

Non c’è nessun motivo per pensare che, in tempi remoti, il toscano dovesse risultare più comprensibile per un bolognese o per un napoletano di quanto il bolognese e il napoletano lo fossero per un toscano. Il punto è che il toscano funse per lungo tempo quasi da lingua franca, o comunque da riferimento. Ignazio Baldelli sottolineava che, dai testi della poesia siciliana, giunti tramite copie pisane, fino ai primi testi prosastici bolognesi, la letteratura italiana nacque già sotto il segno di una qualche toscanizzazione.

Detto ciò, è vero che il toscano non è una forma di parlata romanza d’Italia del tutto a sé stante, come la voleva tra gli altri Gian Battista Pellegrini; analizzandola attentamente, emerge con chiarezza la sua natura di mediazione fra le parlate del nord e del centro-sud (escludendo i dialetti meridionali estremi, che fanno gruppo a sé stante). Certo, all’apparenza, la facies è di una parlata peninsulare: la struttura delle parole è la stessa del centro Italia, ci sono le consonanti doppie, le affricate e la pronuncia rafforzata della zeta. Tuttavia, la Toscana è anche il luogo degli esiti doppi; linguisticamente, è ambigua. Vediamo, di seguito, alcuni casi di questa ambiguità.

Il nord (e non solo) è caratterizzato dalla sonorizzazione delle consonanti latine intervocaliche sorde; la Toscana, invece, talvolta sonorizza, talaltra no. In Toscana, ci sono toponimi come Fontaccia o Fontazzi, con lo sviluppo in -accio e in -azzo. Allo stesso modo, ci sono le varianti borragine e borrana, saggina e saina, calcio e caio. Ancora: si dice gente, come si direbbe al nord (che poi si è evoluto in zente), e non iente, come si dice anche a pochi chilometri da Roma; lo stesso vale per barca, che al sud diventa varca. In Toscana, poi, come al nord, c’è l’uso dei pronomi soggetto clitici: l’è lui, l’e lei, gli è che, e così via. Un tempo, tra i più anziani, però, si sentiva dire la variante del sud robba, anziché roba. C’è la conservazione delle vocali finali, che al nord cadono, è vero; eppure si dice vien bene, vin santo, bel giovane (un tratto che viene persino “esagerato”, nel romano: da torre abbiamo il troncamento tor, come in Tor Bella Monaca, Tor Pignattara e così via).

Questo fenomeno di scorrimento tra nord e sud passa anche sulla fascia adriatica, intendiamoci, sebbene quella zona sia molto ridotta rispetto alla Toscana. Detto questo, è anche vero che ci sono dei caratteri toscani esclusivi, come ad esempio il suffisso -aio, al posto del quasi pan-italiano -aro o la mancanza del fenomeno dell’apofonia, cioè l’alternanza di suoni vocalici in alcuni passaggi morfologici, come tra il singolare e il plurale, o tra il femminile e il maschile.

Anche la Toscana, poi, non è esclusa da fenomeni di variazione interna: penso all’apertura e alla chiusura di alcune vocali; si sente dire méttere o mèttere, tanto che c’è la leggenda che si distinguesse così il contado fiorentino (che apriva la vocale) dagli abitati della città (che la pronunciavano chiusa); allo stesso modo, c’è chi distingue tra la esse sonora di chie[z]e (plurale di chiesa) e quella sorda di chie[s]e (passato remoto di chiedere).

Questi inventari di parole con fonemi distinti variano in certi casi da paese a paese, sia per quanto riguarda le coppie minime con la s sorda o sonora (la coppia minima che lei citava vale solo in certe zone della Toscana), così come per l’apertura o meno delle vocali. Tra un attimo, parleremo delle differenze interne del toscano, ma vale la pena dirlo subito: il motivo del perdurare di queste divergenze fonologiche, anche nel parlato meno vernacolare, sta nel fatto che i modelli scolastici e ortografici li consentono. Nella città di Firenze si sente dire véndo, mentre nel contado si può sentire dire vèndo, ma in entrambi i casi l’errore non sarebbe segnalato a scuola (nello scritto nemmeno sarebbe percepibile). Se, invece, dico arto, anziché alto, l’errore viene immediatamente sanzionato e corretto, perché diventa un errore ortografico. Questo in linea di massima: per altro verso, chi dice perzona per persona non si corregge e non ne è solitamente consapevole

Passiamo allora alla suddivisione linguistica della Toscana. Stando alla carta di Pellegrini, la Toscana linguistica non corrisponde a quella amministrativa. C’è anzitutto la valle del Magra e il carrarese, zone nelle quali si parlano dei dialetti settentrionali. Nella zona meridionale, Pellegrini segna poi un confine linguistico arretrato rispetto al confine amministrativo col Lazio. Sul confine orientale, le parlate invece sono più sfumate, diventando quasi di transizione. C’è poi qualcuno, in rete (la pagina di Wikipedia dedicata alla lingua toscana, ad esempio), che vorrebbe che il dialetto còrso sia una lingua imparentata col toscano e persino il sardo settentrionale una lingua toscanizzata. Quanto c’è di vero in questa suddivisione?

Cominciamo col dire che non esiste toscano al di fuori della Toscana: il còrso è una parlata a sé stante e il sardo non c’entra nulla col toscano. Certo, ci sono esempi di toscanizzazioni, ma decisamente isolati: un abitante di Cagliari, in sardo Casteddu, è un casteddaiu, con il tipico suffisso toscano in -aio. Ma a questo proposito non bisogna dimenticare il ruolo che in questa città ebbe Pisa. La Toscana linguistica, con qualche variazione di cui darò subito conto, corrisponde grosso modo ai confini del Granducato di Toscana, e comunque non li oltrepassa.

Una delle zone che fanno eccezione, e che Firenze controllava dal Medioevo, è la cosiddetta Romagna toscana, entrata a far parte quasi per intero dell’Emilia Romagna per volontà degli abitanti stessi. In quest’area, si parlano dei dialetti piuttosto strani, non classificabili come toscani, più vicini al romagnolo, anche in base a ciò che ha dimostrato, con le sue ricerche sul campo, uno studioso come Daniele Vitali. Oggi, solo in un paio di comuni della provincia di Firenze si parla romagnolo; inoltre, nel comune di Firenzuola, accanto al fiorentino puro e a un toscano con tratti romagnoli, è giunto sino a noi una forma di romagnolo toscanizzato.

Le zone addizionali di maggior rilievo, rispetto al Granducato di Toscana, corrispondono grossomodo alla vecchia provincia di Massa e Carrara che difatti, nelle carte del 1861, facevano ancora parte dell’Emilia Romagna. Quest’area si componeva di tre parti: la Garfagnana, la Lunigiana e la zona attorno a Massa e Carrara. Le analizziamo ora rapidamente.

La Garfagnana, fino all’Unità d’Italia, ha fatto parte del Ducato di Modena. Tuttavia, salvo qualche area carrarese, il dialetto che si parla lì è tranquillamente classificabile come toscano; è un toscano debordante, certo, ma anche molto conservativo: lo è per ragioni storiche, dato che è sempre stato in opposizione alle lingue che si parlavano al di là dell’Appennino; del resto, i garfagnini chiamavano lombardi coloro i quali provenivano dal di là dei monti. La Garfagnana è poi tornata nel territorio lucchese. La Lunigiana, invece, è sempre stata una zona caotica; sebbene alcune sue parti siano state a lungo sotto la dominazione di Firenze. Queste zone sono in generale alloglotte rispetto al resto della regione: salvo qualche espressione, i dialetti che si parlano in quelle zone sono chiaramente alto italiani. Carrara ha, per così dire, il posto che dovrebbe avere: è una realtà di transizione, tra Emilia, Liguria e Toscana. A Massa, la parlata è mista, e mi sentirei di classificarla come una parlata toscana anomala.

Per quanto riguardo il confine meridionale, la questione è presto detta: la carta di Pellegrini recide una parte di Toscana a sud di Grosseto che invece appartiene all’area linguistica toscana, sia pure con qualche carattere debordante. Il confine linguistico, dunque, corrisponde al confine amministrativo. A est, invece, la situazione è un po’ più complessa. Sono presenti diverse varietà: l’aretina, la sansepolcrese e la cortonese, così come le parlate dell’area subito a occidente della piana della Chiana: di fatto, si tratta di forme di transizione tra il toscano senese e il perugino.

Entriamo allora nel cuore del toscano classico: che cosa distingue tra loro le diverse parlate?

Cominciamo eliminando le zone marginali: a sud, l’orbetellano e l’amiatino, che cominciano a essere dialetti di transizione; va poi esclusa anche l’isola d’Elba, dati i forti influssi còrsi, genovesi e persino napoletani; infine (come accennavo) non inserirei l’aretino nel toscano classico, dati i forti influssi che subisce dal perugino. Bene, il toscano classico si compone delle seguenti parlate: lucchese, pistoiese, fiorentino (e pratese), pisano (e livornese) e senese.

Per quanto possano essere variegate anche al loro interno, ci sono entità ben individuate, anche territorialmente, come il fiorentino, che conta circa un milione di parlanti e una vasta area di diffusione. C’è poi il toscano occidentale, all’interno del quale si possono raggruppare il pisano-livornese e il lucchese, sebbene solo in parte, dal momento che il lucchese ha dei tratti più conservativi che lo differenziano dagli altri. Il territorio del pistoiese è abbastanza ridotto e non coincide nemmeno con l’intera provincia. Anche il territorio di Siena è piuttosto ristretto, in quanto include oltre al capoluogo non più di quattro o cinque comuni. Infine, ci sono delle zone grigie, per così dire, che si distinguono più per mancanze o per caratteri conservativi, come quella grossetana, scarsamente tipizzata.

Ora, fatto salvo che il pisano-livornese si distingue dalle altre parlate soprattutto per i caratteri intonativi, direi che all’interno delle parlate toscane classiche si potrebbe anche operare una distinzione più generale che vede, da un lato, il fiorentino e, dall’altro, le restanti parlate. Il fiorentino, infatti, è una varietà che ha caratteri propri: ci sono caratterizzazioni morfologiche e sintattiche come i’ cane, d’i’ mmettere (di mettere), gli è lui, l’è lei. A fronte di questi caratteri propri, molti pensano che il toscano più simile all’italiano non possa essere il fiorentino; una certa vulgata vorrebbe, per esempio, che la parlata senese sia la più affine all’italiano. Ma non è così. L’alta frequenza delle espressioni dialettali fa apparire il fiorentino distante dall’italiano più di quanto non lo sia. Se si lo si analizza in termini quantitativi, il fiorentino è invece la parlata toscana più vicina all’italiano; negli altri casi, come il senese, l’elemento dialettale o è di minor frequenza nel discorso o è di natura meno vistosa.

Detto ciò, vorrei completare il quadro giusto accennando a un ultimo fatto: in Toscana, la differenza non è solo tra queste aree, ma anche all’interno dei territori, in particolare tra i grandi centri urbani e quelli più rurali.

Una curiosità: in Toscana, la g si pronuncia in modo fricativo; ma è davvero, come si legge anche in qualche libro, un vezzo a imitazione del francese?

Per prima cosa, va detto che con questa pronuncia il francese non c’entra nulla. È verissimo che in Toscana le consonanti intervocaliche affricate italiane c e g si realizzano con le fricative, rispettivamente sorde e sonore, [ʃ] e [ʒ], sia all’interno di parola, sia tra parole diverse, come la [ʃ]enere, la [ʒ]ente, la pa[ʒ]ina; beninteso che si tratta di fenomeni di derivazione interna, dunque non importati. La pronuncia [ʒ] deriva direttamente dal latino, dallo sviluppo della successione della consonante s e della semiconsonante j, che può avere come esito anche la pronuncia [ʃ]: dal basjum latino si ha il centro-italiano ba[ʃ]o, ma anche ba[ʒ]o, così come accade per le varianti bra[ʃ]e e bra[ʒ]a, anche toscane. Diverso, invece, è il caso di parole come re[ʒ]ina, un latinismo che presenta anche varianti con la i, come reina.

Questa pronuncia, un tempo, occupava tutta l’Italia centrale e andava dalla costa tirrenica fino a quella adriatica, dalla Garfagnana fino a Macerata. Questa continuità, però, si è interrotta, quando i perugini hanno esteso la pronuncia affricata della g a inizio assoluto di parola anche tra le vocali: Pero[ʒ]a o Pero[ʃ]a, in volgare, è diventata, da allora, Perugia [perudʒa]. Allo stesso modo, anche il fiume Chiascio, ad esempio, nel dialetto perugino diventa Chiagio.

Parlando di toscano, non si può non citare il fenomeno più caratterizzante dal punto di vista della pronuncia, la spirantizzazione, meglio noto come gorgia: ce ne può dire brevemente qualcosa?

Sulla gorgia toscana, ci sono polemiche dal XVIII secolo. Più d’uno hanno cercato di attribuirla a una pronuncia etrusca, ma si tratta di una ricostruzione poco credibile, dato che l’etrusco foneticamente distingueva tra la c velare e la ch aspirata. Ci sono zone della Toscana, peraltro, dove non si sente dire solo la hasa, ma anche la gasa, con una sonorizzazione tipica di ampie zone italiane centrali e di Roma. Il motivo della coesistenza di queste forme è che entrambe queste varietà, gorgia compresa, rispondono a una tendenza dell’italiano centromeridionale a indebolire i suoni intervocalici.

Mettiamola, in questi termini, se si vuole un po’ scherzosi, ma non troppo: l’Emilia, mi si passi l’espressione, se la prende con le vocali, salvo poi reintrodurle in modo arbitrario (dice lèder, anziché ladro); in Toscana (e nel centro-sud), ce la si prende con le consonanti, indebolendole o rafforzandole. Dal punto di vista tipologico, lo sviluppo toscano è molto specifico e piuttosto raro. Fiorentino, senese e pistoiese non conoscono vie di mezzo: o la consonante si indebolisce o si rafforza; si dice o la hasa o a ccasa. Solo se è iniziale assoluta, si riproduce il suono soggiacente: casa.

Aggiungo una constatazione rilevante per avvalorare quanto detto sulle ragioni della spirantizzazione. Spoleto, così come ci si aspetterebbe, ha una pronuncia sonorizzante tipica del centro Italia e del romanesco: la gasa (la casa), li gani (i cani), le vere (le pere); ma, sempre a Spoleto, si sente dire anche, la hasa, i hani, le phere: alla sonorizzazione si sostituisce, insomma, la spirantizzazione; altra varietà nella pronuncia, questa volta nella parola patate: da un lato le badade, dall’altro le phathathe. Bene: questa è un’abitudine fonologica che gli abitanti di Spoleto non possono certamente avere importato dalla Toscana, che è troppo lontana. Il motivo è un altro: deriva dall’abitudine a consumare quei suoni che come esito, tra i possibili, ha portato alla spirantizzazione. Quello che probabilmente è accaduto nella parte centro-settentrionale della Toscana qualche secolo fa. Il  fenomeno deve essersi cominciato a sviluppare a Firenze tra il XV e il XVI secolo, a partire da una pronuncia molto variabile indebolita; ed è proprio a partire dal Seicento che cominciano a essercene delle attestazioni. Insomma, Dante con tutta probabilità non aveva questa pronuncia.

Come si immagina il toscano futuro: quali saranno i tratti che probabilmente resteranno e quali quelli destinati a sparire?

È una domanda a cui è davvero difficile rispondere, sebbene già nel corso della mia vita abbia potuto assistere a una progressiva sdialettizzazione del toscano. Posso dire che la morfologia verbale dialettale viene sempre più decantata, dato che (come si diceva) scolasticamente è sistematicamente sanzionata: non si può scrivere anderebbono, voi avevi, portonno, e così via. A Prato, si sente ancora dire eglino, che fa’ tu?, o a Pescia e a Lucca è ‘n troppi per dire sono troppi, ma sono ormai usi sempre più limitati. Come ha scritto Daniele Vitali, si sta assistendo, insomma, alla “banalizzazione del toscano”. Non voglio però fare previsioni, anche perché un tratto davvero caratterizzante dal punto di vista regionale come la gorgia è da tempo in espansione, come già nel 1954 notava un linguista tedesco; si è affermato, per esempio, fuori di Toscana, a Città della Pieve, conquistandosi dunque lo status di pronuncia regionale di prestigio. Un linguista di origini australiane e slovene si era spinto nel prevedere il momento in cui – con una estrapolazione puramente chilometrica – la gorgia sarebbe arrivata a Bologna. Ma questo, direi, è decisamente troppo.

Federico Pani

Le strategie di correzione nelle classi di italiano di L2, l’intervista a Elena Monami

Come si corregge uno studente straniero che commette un errore quando parla italiano? È una questione decisamente individuale, che diventa però un aspetto cruciale per chi ha scelto di fare dell’insegnamento dell’italiano la sua professione. Ne parlo con Elena Monami, che dopo una assegno di ricerca all’Università per Stranieri di Siena, si occupa di formazione e certificazione in Didattica dell’italiano a stranieri presso il Centro DITALS. Monami ha affrontato molto presto il tema: la correzione dell’errore è stata infatti oggetto della sua tesi di dottorato, poi pubblicata da Edilingua con il titolo Correggere l’errore nella classe di italiano L2 e inserita nella Collana DITALS Formatori, nel 2021.

Prima di parlare delle strategie di correzione dell’errore, puoi raccontare come si fa a fare ricerca su questo tema? Detto in altri termini: da dove arriva il materiale che sta alla base del tuo libro?

Ho potuto scrivere questa monografia grazie alle ricerche che ho fatto sul campo, basate su videoregistrazioni in classi di italiano per stranieri, sia in Italia sia all’estero. Per la raccolta di dati, mi sono avvalsa della disponibilità di alcuni colleghi: entrare in una classe con una videocamera non è sempre facile, per ragioni di privacy, certo, ma anche per una certa reticenza da parte degli stessi informanti. Ho raccolto un corpus di videoregistrazioni di oltre quindici ore, con dodici docenti diversi, il che significa stile e metodo d’insegnamento molto differenti tra loro. Da questo corpus ho creato un sottocorpus con focus specifico sugli interventi di correzione dell’errore. Preciso che i partecipanti alla ricerca sono stati apprendenti adulti, visto che registrare classi di minorenni sarebbe stato ancora più difficile.

Dove si sono svolte queste registrazioni? Nei centri linguistici di ateneo, nei dipartimenti di italianistica nelle università internazionali, e negli istituti italiani di cultura, all’estero: una rete diversa ed eterogenea nella tipologia di studenti e di docenti – questi ultimi con una formazione glottodidattica eterogenea. Una volta trascritto il materiale audio, ho esaminato le occorrenze delle strategie di correzione, quelle che in ambito tecnico vengono definiti feedback correttivi. Per analizzare questo corpus è stato preso come modello di riferimento scientifico la tassonomia di Lyster e Ranta, due studiosi dell’Università McGill di Montréal, Canada, già conosciuta e sperimentata in contesti didattici internazionali.

Per adattare il corpus raccolto a uno schema teorico di riferimento, un unico modello però non bastava: mi sono dovuta servire di più modelli, aggiungendo perciò categorie che fossero adeguate per definire le occorrenze riscontrate nella mia banca dati. In particolare sono stati aggiunti la correzione negativa e tutte le strategie di ambito non verbale; insegnando italiano, infatti, i docenti madrelingua utilizzano volentieri la gestualità e la mimica facciale. Mi sono ritrovata, dunque, ad analizzare una serie di correzioni espresse o accompagnate da gesti e smorfie del viso; non di rado infatti si sgranano gli occhi di fronte a qualche errore e si muovono le braccia all’indietro per indicare un verbo al tempo passato. Ecco perché le videoregistrazioni, e non delle semplici registrazioni audio, sono state fondamentali per svolgere la mia ricerca.

Quali sono i risultati a cui sei arrivata nel corso delle tue ricerche?

Nel lavoro di ricerca che ho condotto ho notato due macrotipologie di correzioni orali. Le prime risolvono l’errore, e sono perciò dette risolutive: il docente corregge l’errore, riformulando la parola o la frase sbagliata in modo corretto. Ci sono poi le strategie sollecitative (in inglese, prompt), che invitano lo studente a riformulare la frase, grazie a indizi che dovrebbero condurlo all’autocorrezione; è facile immaginare che si tratta di tipologie di feedback più impegnative, sia per i docenti che per gli apprendenti. Le strategie sollecitative sono però le più efficaci dal punto di vista neurolinguistico: se lo studente riformula correttamente la frase, è verosimile che abbia capito la regola e che non ripeterà l’errore quando sarà chiamato ad applicarla di nuovo. Certo, gli errori possono essere molto diversi tra loro. Volendo, anche qui è possibile individuarne due macroaree. Da una parte ci sono gli errori di “superficie” dovuti a stanchezza, distrazione, ansia…  Dall’altra parte, invece, ci sono gli errori sistematici, quelli che derivano dalla mancata o errata comprensione della regola. Tutto ciò rientra a pieno titolo nel processo di acquisizione della seconda lingua, in quello che si definisce sistema interlinguistico; un sistema instabile, che partendo dalla lingua materna procede in direzione della lingua target e può presentare errori “fisiologici” dovuti alla compresenza di più lingue.

Quali sono gli errori più frequenti che commettono gli apprendenti di italiano?

Tra gli errori più frequenti ci sono quelli morfologici. La morfologia dell’italiano, del resto, è complessa: prevede l’accordo del maschile e del femminile, del singolare e del plurale, per non parlare dei verbi e del complicato sistema di coniugazioni; se il verbo è composto, serve poi il giusto accordo con l’ausiliare, essere o avere (e con l’ausiliare essere, per dire, va accordato il participio passato); e poi ancora, c’è la questione del sistema pronominale, articolato com’è di pronomi diretti, indiretti, riflessivi e composti. Altri errori molto frequenti sono quelli legati alla pronuncia (gli errori fonetico-fonologici): anche un parlante straniero esperto può trovare difficoltà nella realizzazione di alcuni suoni (l’apparato fonatorio tende a irrigidirsi già dopo il periodo critico, nella fascia di età adolescenziale); c’è poi il problema della pronuncia delle consonanti doppie che in alcuni casi creano ambiguità e non per ultima la posizione dell’accento tonico (es. bàtteri anziché battèri).

Come si dovrebbe correggere, dunque, un parlante straniero nel corso di una lezione?

Non esiste una strategia universalmente valida – magari fosse così! –  per la correzione degli errori. Le strategie sono molte e con scopi di vario tipo, come si può vedere anche dai risultati della ricerca che ho condotto. E lo stesso si può dire a propositi del timing: Ci sono errori corretti nel momento stesso in cui vengono prodotti, altri rivisti in seguito, magari al termine dell’attività didattica. Certo, se si tratta di un problema di incomprensione che compromette il livello comunicativo, è necessario intervenire subito per ristabilire la giusta comunicazione; altri errori, invece, li si possono riprendere in un secondo momento, magari in modo più strutturato dal punto di vista metalinguistico. Nella gestione del feedback correttivo è fondamentale inoltre capire qual è il focus dell’attività: l’attenzione può essere rivolta infatti a una determinata forma linguistica (focus on form) oppure l’obiettivo può essere il contenuto (focus on content). Se in quest’ultimo caso il docente interviene ogni volta, il rischio è quello di interrompere il flusso comunicativo e creare uno stato di frustrazione nel parlante non madrelingua. Mentre se l’attenzione è rivolta ad aspetti più strutturali della lingua, il docente sarà chiamato a correggere per evitare un’eventuale fossilizzazione delle forme errate. 

Un’altra cosa che mi sento di aggiungere è che le correzioni vanno adeguate al livello di competenza linguistico-comunicativa: se parliamo di un livello A1, cioè elementare, un errore sul periodo ipotetico di terzo tipo o sul congiuntivo è certamente ammissibile. Allo stesso modo, non bisogna mai dimenticarsi di una cosa: gli errori non vanno sanzionati; sono tutti indizi del percorso interlinguistico dell’apprendente. L’interlingua, a cui accennavo prima, è un concetto chiave: come abbiamo detto si tratta di quel sistema linguistico intermedio, frutto di un percorso ancora incompleto, che porta il parlante dalla propria lingua madre alla lingua che vuole apprendere. Di norma, più lingue si conoscono, più il processo interlinguistico dovrebbe svolgersi velocemente, nonostante si debba mettere in conto il caso di possibili, talvolta frequenti, interferenze provenienti dalle lingue che già si conoscono.

Non da ultimo, va menzionata la sfera emotiva. Si tratta di un aspetto talmente soggettivo e vario che rimanda al carattere e all’esperienza dei docenti, da un lato, e alla personalità, all’età degli apprendenti, dall’altro. A rendere la questione ancora più interessante c’è poi la diversità culturale: difficile non tenere conto di alcune culture spesso più chiuse e suscettibili all’intervento del docente mentre altre sono più disposte a mettersi in gioco e, per certi versi, a premiare un po’ d’intraprendenza senza “filtri”.

Per concludere, e per quanto ovvio, è importante ricordare chela preparazione, la competenza e l’esperienza didattica sono aspetti fondamentali per fare sì che il docente, quando corregge (e non solo) sia il più chiaro possibile per  produrre così un intervento efficace.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 26 febbraio 2022

“Le mute infernali”, l’intervista a Debora de Fazio

Si intitola “Le mute infernali. Dante e le donne” (Besa Muci editore) ed è un libro davvero sui generis, uscito l’anno scorso e curato da Debora de Fazio (a destra, nella foto), professore associato di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi della Basilicata, e da Maria Antonietta Epifani (a sinistra, nella foto), musicologa, autrice di saggi e docente. Per presentarlo, abbiamo rivolto alcune domande a una delle due curatrici, la linguista Debora de Fazio.

Piccola premessa: questo libro è un esempio di come non serva trattare Dante sempre in modo accademico per dire qualcosa di interessante. Quanto pensa sia utile trattarne l’opera anche in chiave pop?

Che la Divina Commedia, e in particolare l’Inferno, si presti anche a usi pop è ormai da tempo un fatto assodato. Del resto, come ricordava qualche anno fa Nicola Gardini sul “Sole 24 Ore”, Dante è per così dire un “business”, dato che quasi ogni giorno, nel mondo, viene pubblicato qualcosa su Dante; ed è prima di tutto il pubblico a volerlo; Dante è diventato un’autentica icona pop, direi persino social. Dante compare in alcune parodie della Disney, ma ci sono eco dantesche anche in fumetti come Dylan Dog, Martyn Mistère, Dago, ma pensiamo anche al libro Inferno di Dan Brown (poi diventato un film con Tom Hanks), così come al videogioco Dante’s Inferno. Parliamo di un fenomeno che non è per nulla recente: le letture di Dante in pubblico cominciarono addirittura con Boccaccio, replicate fino ai nostri giorni peraltro da interpreti del calibro di Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, fino naturalmente a Roberto Benigni.

Aggiungo una nota personale: qualche mese fa nell’àmbito di una rubrica sui modi di dire che curo con altri cinque colleghi (accademici di diverse università, Alessandro Aresti, Antonio Montinaro, Rocco Luigi Nichil, Rosa Piro e Lucilla Pizzoli) per la sezione “lingua italiana” dell’Enciclopedia Treccani abbiamo dedicato una sezione proprio ai modi di dire che provengono da Dante. Bene, molti dei modi di dire che provengono dalla Commedia sono tutt’altro che sconosciuti dalla gente comune. Molti di questi modi di dire si trovano anche sui social, magari sotto forma di meme, nei quali capita di leggere frasi celeberrime di Dante, che tutti conosciamo, spesso e volentieri modificate: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, “Stai fresco” (scritto da Pierluigi Ortolano), “Galeotto fu il libro”, “Lasciate ogne speranza voi ch’intrate”, e altre ancora.

In un suo libro recentemente pubblicato, “Parola di Dante” (Il Mulino), Luca Serianni segnalava la provenienza dantesca di un modo di dire che a molti sarà capitato di usare: “Dico un’ultima cosa e poi mi taccio”; bene, anche questa è un’espressione che arriva da uno dei canti più noti dell’Inferno, quello di Farinata Degli Uberti. È proprio Farinata a scandirlo, indicando le altre anime dannate con cui condivide la pena: “Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: / qua dentro è ’l secondo Federico, / e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». Tutti quanti la usiamo o la abbiamo usata senza sapere che di fatto si tratta proprio di una citazione dantesca.

Arriviamo al libro, che nasce da un’idea originale: restituire la voce ai personaggi femminili a cui Dante nell’Inferno non dà la parola; per farlo, avete affidato la scrittura a donne del vostro territorio, la Puglia. Possiamo vedere questa idea un po’ più da vicino?

L’idea di base che ha guidato me e l’altra curatrice, la prof.ssa Maria Antonietta Epifani, è stata quella di intraprendere una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista: il rapporto tra Dante e le “sue” donne. Studiosi e commentatori si sono a lungo soffermati sulla presenza esigua di figure femminili nell’opera magna del Poeta. Secondo uno studio, su un totale di 364 personaggi riconoscibili, soltanto una quarantina sono donne. Se scendiamo a verificare a quante di esse venga “concesso” di parlare, il numero scende drasticamente. Sono soltanto cinque: Francesca da Rimini nell’Inferno, Pia de’ Tolomei e Sapìa nel Purgatorio, Piccarda Donati e Cunizza da Romano nel Paradiso (escludendo, per ovvi motivi di status, Beatrice). Scopo del saggio è quindi di ridare voce a queste donne, renderle in grado di parlare e di raccontare/rsi. Non è un caso, infatti, che la grande esclusa di questo libro sia volutamente Francesca da Rimini (che dialoga con Dante nel canto V).

A ridare voce e vita a queste figure sono le voci e le penne di altrettante donne, tutte pugliesi, diverse per età, formazione, cultura, vita. Ne è venuto fuori, con una felice formula che ha utilizzato il linguista Marcello Aprile, uno spin-off della Commedia, tutto in rosa, tutto al femminile.

Lei e Maria Antonietta Epifani avete restituito la voce a Taide, personaggio inventato dal commediografo latino Terenzio, che compare nell’opera Eunuchus: perché proprio questo personaggio e quali sono gli altri personaggi che hanno colpito il vostro immaginario? 

Taide è un personaggio che è stato sviluppato nelle sue diverse sfaccettature e, quasi fosse un serpente, si è insinuato in molte pieghe della cultura, dall’immaginario letterario fino al cinema. Il fascino per questa figura è però sorto soprattutto nel momento in cui me ne sono occupata, in particolare quando ho redatto la breve biografia storica e culturale del personaggio – una simile scheda correda tutte le “mute infernali” di cui le coautrici si sono occupate. In generale, questo lavoro mi ha fatto “riscoprire” personaggi e loro sfaccettature che in alcuni casi conoscevo poco e anche interessanti loro “riletture” dai toni più vari, sia per figure più famose e note (come Didone e Circe), sia per personaggi che, per continuare ad usare metafore cinematografiche, sono poco più che delle comparse (Le fiere, Medusa, le Arpie, Isifile, Taide, Manto, Ecuba, la moglie di Putifarre).

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 19 febbraio 2022

Perché domani sorgerà il sole? Il dilemma “risolto” da Kant

12 Febbraio 1804 • Muore a Königsberg, dove era nato e da dove non si era mai spostato, il grande filosofo tedesco

Che cosa pensereste se sulla fascetta di un vostro ipotetico saggio comparisse la frase “il libro più difficile che sia mai stato scritto”? Una trovata pubblicitaria niente male, vero? Sennonché, è proprio quello che un filosofo inglese scrisse della Critica della ragion pura, opera del collega tedesco Immanuel Kant. Senz’altro un’esagerazione: in fondo, nel libro compaiono giusto qualche formula matematica e un disegno geometrico; vuoi mettere con un libro di fisica teorica? Senza dubbio, l’opera di Kant, dal punto di vista della chiarezza e della semplicità, non gode di buona stampa. Ma quello che esprime è davvero così difficile? Proviamo a tracciarne i contorni, in occasione dell’anniversario della sua morte, avvenuta a Königsberg questo stesso giorno del 1804.

Königsberg, oggi Kaliningrad, è l’avamposto militare russo in Europa, un luogo che ha ancora il sapore della Guerra fredda. Tra Sette e Ottocento, invece, era un’elegante e un po’ sperduta città di provincia tedesca dalla quale Kant non sentì mai il bisogno di spostarsi. Si badi, non trasferirsi: spostarsi. Sì, non se ne andò mai, nemmeno un viaggio o una gita fuori porta, fatto salvo un piccolo periodo trascorso come precettore nelle campagne limitrofe. Figlio di un sellaio, Kant trovò nello studio il suo riscatto sociale: dopo l’esperienza da insegnante privato e da vicebibliotecario, vinse il concorso come docente ordinario presso l’università di Königsberg, nella quale lavorò per tutta la vita. Com’era prassi allora, Kant insegnò le più diverse discipline: logica, metafisica, morale, teologia naturale, fisica, meccanica, geografia, antropologia e diritto naturale. Ci fosse stata allora, avrebbe insegnato anche informatica.

Un suo celebre biografo scrisse che la vita di Kant, quasi priva di eventi, si potrebbe ridurre alla sua opera. L’abitudinarietà del suddetto è nota, tanto che si diceva che gli abitanti di Königsberg regolassero i loro orologi in base a quando il professore compiva la sua metodica passeggiata. La sua giornata cominciava molto presto: sveglia alle cinque, colazione e primi lavori di scrittura; poi, dopo le otto, lezioni in università fino all’ora del pranzo, sempre accompagnato da due bottiglie di vino (un rosso e un bianco) e qualche ospite; poi ancora, riposino postprandiale, passeggiata pomeridiana e tardo pomeridiane letture; infine, una cena frugale e a letto prima delle dieci. Della sua vita sentimentale non si sa nulla: mai si sposò e condivise la casa col suo cameriere fino al matrimonio di quest’ultimo.

Eppure, a dispetto di questo polveroso ritratto, Kant era in giovinezza un brillante professore, conversatore da salotto molto apprezzato, persino vanitoso nel vestiario, lettore vorace delle ultime novità filosofiche e scientifiche dell’Europa illuminista. Se fosse morto prima dei quarant’anni, sarebbe stato ricordato come un filosofo di secondo piano ma brillante nello stile. A cambiare tutto ci si mise in mezzo la lettura di un brano dell’amato David Hume e una domanda semplice semplice, ma presa terribilmente sul serio: che cosa mai garantiva che il sole sarebbe continuato a sorgere l’indomani? In altre parole: che cosa stava a garanzia dell’immutabilità delle leggi naturali? La risposta arrivò dopo più di dieci anni di lavoro e il titolo del libro fu La critica della ragion pura.

Per ancorare le leggi della natura a qualche certezza, Kant costruì un complicato sistema filosofico che concepiva le forme del sapere fenomenico come le loro condizioni di pensabilità. Esatto: detta così, non si capisce nulla. Mettiamola in questi termini: Kant pensava che il materiale grezzo della nostra conoscenza arrivasse dai sensi, d’accordo; tuttavia, le forme che assumeva (ad esempio, la legge di gravitazione universale) erano dettate del pensiero. Sarebbe dunque il nostro modo di pensare a dare la forma al mondo? Inutile girarci intorno: la risposta, per Kant, era sì.

La sola lettura della Ragion pura potrebbe portare a credere che, per Kant, l’uomo sia una complessa macchina pensante, ma soltanto una macchina. Il colpo di scena arriva con La critica della ragion pratica. In questo libro, Kant afferma che l’uomo non è solo carne, ossa e leggi scientifiche: l’uomo ha dentro di sé il seme della libertà; può coltivarlo, disinfestandolo dalla malerba degli impulsi sensibili e degli interessi personali; e rispondere solo alla propria legge morale sentendosi, unico tra le creature, davvero libero. Tra le opere di Kant, La critica della ragion pratica è certamente una delle più citate, anche grazie ad alcune frasi ad effetto (giustamente preda di centinaia di meme in rete) come queste: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale” e “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”.

Il trittico delle critiche – da cui per fortuna nessun regista ha mai pensato di trarre una trilogia filmica – si chiude con quella alla Capacità di giudizio. No, Basaglia non c’entra: è un libro sull’estetica, sul “bello e sul sublime”, come scriveva Kant. Che cos’è il bello? È quell’ordine non finalizzato ad alcuno scopo pratico ma che ammiriamo in sé. Un bel quadro, un libro ben scritto e così via. E il sublime? È la sensazione di meraviglia che si prova davanti all’immensità di una scogliera o di una montagna, che altro non è se non una proiezione di come si sente l’uomo di fronte alla natura: un essere finito ma che contiene in sé l’infinito, in quanto libero. Proprio così: è quello che il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich rappresenta, la stessa immagine che scorrendo sulla rubrica WhatsApp troverete ad almeno un paio di vostri amici particolarmente romantici.

Vale la pena di citare altre due opere di Kant. La prima è Per la pace perpetua, in cui il filosofo tedesco si immagina, con una certa visionarietà, una sistema federale sovranazionali a cerchi concentrici che, secondo alcuni, prefigura le attuali organizzazioni internazionali. Infine, un piccolo libro: Che cos’è l’Illuminismo?. Già: che cos’è? Ecco che l’austero filosofo, anche qui, riesce a essere chiaro e conciso: “È l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso”. Bene, prima di avventurarsi nelle Critiche, forse si potrebbe cominciare a leggere proprio queste due opere di Kant: vi si scoprirebbe che quel monumento alla “pedanteria teutonica”, come fu detto, in realtà, era un uomo di straordinaria intelligenza, così come di un buon senso rassicurante.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 12 febbraio 2022

“Istria – Quarant’anni nella tempesta che ha sconvolto tutti e risparmiato nessuno”, di Virgilio Iacus

C’era un tempo in cui, lungo la costa che da Trieste va fino alle Bocche di Cattaro, oggi Montenegro, avreste potuto fare tappa in città dall’insolito aspetto familiare, sentendo parlare molti dialetti, ma tutti simili al veneto. Oggi, quel mondo non esiste più. Questo fenomeno, scrive lo storico Raoul Pupo (di cui in rete si trovano ottimi interventi di divulgazione), “Lo possiamo chiamare «la catastrofe dell’italianità adriatica», intendendo con questa definizione – certamente un po’ drammatica, ma tutt’altro che eccessiva – la scomparsa dalle sponde adriatiche della forma specifica di presenza italiana che lì si era costituita come ultimo atto di una vicenda storica iniziata all’epoca della romanizzazione: una scomparsa quasi totale, poiché oggi di essa rimangono solo alcune reliquie, fatte di pietra – molte – e di persone, assai meno numerose, che configurano un tipo diverso ed inedito di presenza italiana”.

Il discorso sulla fine di quel mondo, in particolare dell’italianità istriana, è ben più complesso della facile strumentalizzazione che ne fa oggi una certa politica. Certamente, a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, la storia cominciò decisamente ad accelerare e, purtroppo, anche a diventare più violenta. Lo evidenzia bene l’esule istriano Virgilio Iacus nel suo libro “Istria – Quarant’anni nella tempesta che ha sconvolto tutti e risparmiato nessuno”, edito dalla casa editrice tarantina Antonio Mandese. Il libro esce, non casualmente, negli stessi giorni in cui si celebra il “Giorno del ricordo”, che ha sempre di più il sapore di un’occasione mancata, quantomeno per inquadrare le vicende di allora nell’ottica delle conclusioni a cui è giunta la storiografia. Giusto, dunque, ricordare le vittime delle Foibe e il dolore di un popolo costretto ad abbandonare la sua terra, ma rifiutando, lo scrive Iacus, brutali semplificazioni, come la leggenda della pulizia etnica voluta dal maresciallo Tito.

Per ricostruire le vicende – che vanno dall’inizio della guerra, nel 1915, all’anno in cui Trieste tornò all’Italia nel 1954 – Iacus fa ricorso sia alla propria biografia di esule, sia alla ricerca compiuta sulla documentazione del “Centro di ricerche storiche di Rovigno”, in collaborazione con l’Università Popolare di Trieste. Lo scopo del libro è ben riassunto dalle parole dell’autore: “La verità va sempre ricercata, non certo per sete di rivalsa, ma perché rappresenta l’unico serio modo per favorire la riconciliazione delle persone e dei popoli, spesso dimentichi di vivere in uno stesso condominio e portatori di storie indissolubilmente intrecciate tra loro”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 12 febbraio 2022

L’italiano e lo sport, l’intervista a Rocco Luigi Nichil

Rocco Luigi Nichil (a destra, nella foto) è uno dei massimi esperti di lingua italiana legata allo sport: docente all’Università del Salento, collabora con la Treccani e ha dedicato al tema alcuni libri; il suo ultimo, scritto insieme a Pierpaolo Lala (a sinistra, nella foto), si intitola Invasione di campo. Il gioco del calcio nel linguaggio e nel racconto della politica. Gli ho rivolto alcune domande sull’uso quotidiano della lingua dello sport e, in particolare, del calcio.

Quasi ogni giorno, ci capita di fare gol a porta vuota, giocare di sponda, restare in panchina, partire in quarta, fare tappa o uno sprint. Che tipo di linguaggio è questo e, soprattutto, come mai facciamo così tanto ricorso alle metafore sportive, segnatamente a quelle riferite al calcio?

I traslati sportivi che si incontrano nella conversazione di tutti i giorni sono parte del cosiddetto linguaggio idiomatico, fatto di modi di dire e frasi fatte, con cui “coloriamo” i nostri discorsi. Oltre allo sport non è difficile scorgere in questo campo espressioni che provengono dal linguaggio della cucina, da quello del cinema e da altri ancora. Lo sport fa certo parte della nostra vita quotidiana, ma il calcio in particolare, nella società contemporanea, è diventato qualcosa di più di una semplice attività sportiva,  assumendo i caratteri dello spettacolo, tanto da essere oggi più “visto” e “discusso” che praticato.

Non è sempre stato così: nel corso del Novecento, il calcio ha sostituito nel cuore degli italiani quello che era in passato lo sport nazionale per eccellenza, il ciclismo. Che quest’ultimo fosse il vero sport nazionale, allora, lo dimostra, tra le tante cose, un episodio sospeso tra realtà e leggenda: nel 1948, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, secondo l’opinione comune sarebbe stata l’attenzione rivolta alla vittoria di Gino Bartali al Tour de France a scongiurare la guerra civile.

Le cose cominciarono a cambiare dopo la metà del secolo, soprattutto negli anni Sessanta, grazie alla vittoria dell’Italia agli Europei del’ 68 e dopo il celeberrimo 4-3 contro la Germania nei Mondiali del 1970. Il successo crescente del calcio è stato accompagnato, sotto il profilo linguistico, dalla diffusione di metafore ad esso legate: espressioni come essere di serie A o B, fare gol a porta vuota, zona Cesarini, e molte altre ancora, sono la conseguenze dello straordinario successo del calcio nella società italiana.

Alcuni cronisti sportivi hanno fatto notare che il vocabolario del calcio è più italianizzato di quello di altri sport, come il basket o il tennis: è così? E, se sì, perché?

È vero, e le ragioni per cui il vocabolario del calcio risulta italianizzato sono soprattutto storiche. Il calcio ha una data di nascita ben precisa: il 26 ottobre del 1863, infatti, a Londra i rappresentanti di alcune squadre di football si incontrarono per stilare un regolamento che potesse essere condiviso. Nacque così la prima federazione nazionale, la Football association. Ne ho scritto nel libro Il secolo dei palloni. Storia linguistica del calcio, del rugby e degli altri sport con la palla nella prima metà del Novecento, accostando il calcio al rugby, proprio perché i due sport furono praticamente la stessa cosa fino a quel momento: il football, appunto.

Di più: ogni college, allora, praticava la sua variante di gioco col pallone. Il nuovo regolamento consentiva quindi il superamento delle diverse interpretazioni locali. Va detto, tuttavia, che il calcio, a quell’epoca, era abbastanza diverso da quello a cui siamo abituati oggi: non c’era la traversa e il fuorigioco era per così dire totale, un po’ come l’in avanti nel rugby, perché tutti i giocatori di una squadra dovevano partire dietro la linea della palla; per un certo periodo fu persino consentito fermare la palla con le mani in tutte le zone del campo. Il calcio che fu poi esportato dall’Inghilterra nel resto del mondo era quello della Football association, ispirato peraltro al modo con cui si giocava a Cambridge già in precedenza: non a caso, il nome del nuovo sport fu un po’ ovunque, e anche in Italia, football association, proprio come il nome della prima federazione nazionale; di qui nasce anche la parola inglese soccer, dall’abbreviazione di association (soc-) con -er.

Ma veniamo all’Italia. La culla del calcio nel nostro paese, diversamente da come si crede non fu Genova, bensì Torino; da lì proveniva Edoardo Bosio, il vero pioniere italiano del calcio. Bosio era un industriale che aveva lavorato per qualche anno in Inghilterra e lì aveva conosciuto il nuovo sport: non a caso, fu proprio lui a portare in Italia i primi palloni di cuoio. Oltre al calcio, Bosio praticò anche con buoni risultati il canottaggio, e non è rara la combinazione in alcune polisportive dei due sport per potersi allenare tutto l’anno: il canottaggio d’estate e il calcio, per antonomasia, lo sport d’inverno.

Per i giornali, come abbiamo già detto, il primo nome del calcio fu football association. E anche il dizionario del nuovo sport era tutto inglese: l’arbitro era il referee, il portiere goal-keeper, l’attaccante forward, il centrocampista half, il difensore back. Nel percorso di italianizzazione del vocabolario del calcio, contò molto l’interpretazione (metaforica, ma fino a un certo punto!) della partita di calcio come una allegoria della guerra: due compagini che si affrontavano, l’una contro l’altra. Quelli che oggi chiamiamo attaccanti, centrocampisti e difensori, perciò, furono inizialmente chiamati prima, seconda e terza linea, come se fossero i reparti di un esercito al fronte. Solo più tardi, il calciatore di seconda linea divenne sostegno, poi mediano e infine, grazie probabilmente alla penna Gianni Brera, centrocampista (per influenza dell’inglese mid-fielder o center-fielder).

Alcuni termini, va detto, sono legati a cambiamenti di natura tecnica avvenuti nel corso del tempo: penso ad esempio alle numerose modifiche che hanno interessato la regola del fuorigioco. Può capitare, però, che non si conoscano o si perdano le tracce dell’origine di una nuova parola: è il caso di battitore libero, locuzione nata con l’evoluzione tattica dei primi anni Cinquanta e il progressivo abbandono del Sistema o Modulo WM a favore del catenaccio. Io e Pierpaolo Lala abbiamo parlato di questa espressione in Invasione di Campo, spiegando come il nuovo ruolo venne chiamato così proprio perché il calciatore non giocava in linea con la difesa, ma leggermente arretrato; oggi invece non esiste più nel linguaggio del calcio battitore libero, e neanche libero, come fu detto per anni, proprio perché l’evoluzione tattica seguita alla rivoluzione sacchiana ha portato ad abbandonare quel ruolo (con il ritorno della difesa in linea, si parla infatti di difensori centrali o centrali di difesa o solo centrali).

Nel corso del tempo, dunque, molte parole inglesi furono tradotte in italiano: penalty divenne (calcio di) rigore; goalkeeper si modificò in portiere, ma passando per una fase nella quale veniva chiamato guardiano (di porta); e i supporter divennero, naturalmente, i tifosi, ma soltanto però negli anni Trenta.

Uno dei protagonisti di questo processo di italianizzazione fu Luigi Bosisio, segretario della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) che allora ancora si chiamava Federazione Italiana del Football (FIF). Nel 1907, fu proprio lui a chiedere alla Gazzetta dello Sport di cambiare il nome della rubrica dedicata al football, sostituendo a questo anglicismo la parola italiana calcio. Uno dei motivi che fu addotto allora era che si vantava un’origine tutta italiana dello sport, sebbene infondata, che affondava le sue radici nella tradizione del calcio fiorentino (o calcio in livrea) praticato fin dal Cinquecento nel capoluogo toscano. In realtà, si trattava di un’appropriazione impropria, visto anche che il calcio fiorentino, dal Seicento all’Ottocento, venne praticato soltanto in rare occasioni: non uno sport vero e proprio, quindi, ma una manifestazione spettacolare a carattere occasionale e celebrativo.

Sarebbe come dire che le corse dei cavalli che si svolgono oggi negli ippodromi derivino dal Palio di Siena.

Se possibile, ancora di più, dato che si arrivò persino a tracciare una storia tutta nostrana del nuovo sport, che, esulando dalle sue origini inglesi, riportava direttamente il calcio fiorentino all’arpasto (o harpastum) romano e all’episkyros greco, gli antenati più remoti del gioco del calcio. Né l’uno né l’altro, tuttavia, erano degli sport nel senso moderno, né tantomeno è possibile ipotizzare, almeno per l’Italia, una tradizione ininterrotta che dall’antichità arriva fino ai giorni nostri. Da un lato, più che di sport infatti, si trattava di forme di allenamento dei soldati e ci sono delle testimonianze della pratica dell’arpasto anche da parte delle truppe di Giulio Cesare stanziate nelle Gallie. Dall’altro lato, il calcio fiorentino probabilmente non è altro che un recupero tardo-rinascimentale dell’arpasto romano, di cui nel frattempo si era persa memoria; una riscoperta del mondo antico per certi versi analoga a tante altre che caratterizzano la cultura umanistica e rinascimentale. Nel nord della Francia, invece, l’arpasto continuò forse a essere praticato a lungo, ispirando poi attività molto simili, come la soule e la barrette, di cui si trova traccia anche nel medioevo. Un gioco simile a questi attraversò la Manica, passando nelle isole britanniche e, più tardi, diventò lo sport praticato nei college inglesi con il nome di football («You base football player» si legge già nel Re Lear di Shakespeare, risalente ai primi anni del Seicento). Tornando alla domanda sulla differenza tra il vocabolario del calcio e quello di altri sport, vorrei precisare che la ragione risiede, appunto, nel suo percorso lunghissimo, che dalla fine dell’Ottocento lo ha portato sino a noi.

E poi, naturalmente, ci si è messo di mezzo anche il successo crescente dello sport, diventando un fenomeno di massa.

Il successo di uno sport – come anche la diffusione di una moda o di una certa abitudine – ha un ruolo fondamentale nella promozione di alcune espressioni linguistiche. Si pensi, ad esempio, all’uso metaforico nella comunicazione politica della parola skipper o del verbo strambare, ossia cambiare velocemente posizione, che non è rimasto circoscritto solo a un noto appassionato di vela come Massimo D’Alema: si tratta infatti di espressioni utilizzate spesso anche da altri politici, ma non prima della regate di Coppa America che all’inizio degli anni Novanta portarono il Moro di Venezia di Raoul Gardini a vincere – primo sindacato italiano – la Louis Vuitton Cup. Aspettiamoci, a questo punto, un profluvio di metafore tennistiche, dopo i recenti successi di Matteo Berrettini ai campionati Open d’Australia.

Torniamo a Invasione di campo e al linguaggio sportivo usato in politica: quali sono le metafore che avete rilevato fossero usate più frequentemente?

Oggi, la maggior parte dei traslati di origine sportiva utilizzati nella comunicazione politica è senz’altro legato al calcio. Tuttavia, la metafora probabilmente più ricorrente in politica, soprattutto quando si parla di avversari, è rappresentata dalla coppia maratonetavelocista (o centometrista). Già negli anni Ottanta, in un articolo per La Stampa, Frane Barbieri aveva definito Reagan velocista e Andropov maratoneta, paragonando il primo a Jesse Owens, il trionfatore dei Giochi olimpici di Berlino nel 1936, il secondo a Paavo Nurmi, famoso mezzofondista. Si tratta davvero di una metafora di grande fortuna e di lunga durata. Pensiamo alla prima candidatura di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico, quando venne poi sconfitto da Pierluigi Bersani. Durante un’intervista, chiesero ai contendenti a quale sportivo si sarebbero paragonati: Bersani fece il nome del saltatore con l’asta Serhij Bubka (che chiamò, con un lapsus, Burka); Renzi paragonò sé stesso a Carl Lewis, plurivincitore alle Olimpiadi del 1984, e pensò per Bersani a Dorando Pietri, vincitore della Maratona di Londra del 1908. Quest’ultima comparazione non era però esente da una certa malizia: Pietri era stato infatti squalificato, in quanto aiutato dal pubblico, che lo sorresse negli ultimi metri della gara e lo accompagnò al traguardo (era infatti entrato in crisi a pochi metri dal compiere l’impresa e tra coloro che lo aiutarono, si disse, c’era anche Arthur Conan Doyle). Quando poi Renzi diventò segretario del Partito Democratico (e poco dopo presidente del consiglio), molti commentatori politici cominciarono a descriverlo come un ottimo centometrista, ma che andava valutato sulla lunga distanza; già nel 2014 Giorgio Guazzaloca aveva vaticinato: «Bravo come centometrista, però bisognerà vederlo all’opera come maratoneta» (Andrea Chiarini, la Repubblica, 24 gennaio 2014).

Se si vuole parlare dell’intreccio tra il linguaggio della politica e quello dello sport, segnatamente del calcio, bisogna però senza dubbio ripercorrere una fase decisiva per la storia del Paese, che coincide con l’inizio della Seconda Repubblica. Parliamo, da un lato, della discesa in campo (metafora calcistica!) di Silvio Berlusconi nel 1994; dall’altro, dell’intervento in politica di Romano Prodi, l’anno successivo. Nel febbraio del 1995, Indro Montanelli, in quel momento in rotta con Berlusconi, avvertì in un articolo su La Voce che Prodi non aveva le doti del velocista utili per vincere le elezioni, ma semmai quelle del maratoneta (per quanto tutti sapessero che Prodi fosse un grande appassionato di ciclismo). Ad ogni modo, il professore bolognese rispose riprendendo la medesima metafora: ammise di non possedere le doti del velocista, ma disse anche che all’Italia in quel momento servivano la resistenza e la perseveranza proprie di un maratoneta. E quando dieci anni dopo, in procinto di ricandidarsi alle politiche del 2006, qualcuno cercherà di attribuirgli doti da velocista, Prodi risponderà ironicamente: «Mi chiedete di cominciare adesso lo sprint? Se lo facessi tradirei la mia indole di maratoneta» (dal Corriere della Sera e da la Repubblica del 26 gennaio 2006).

Dunque è da allora che cominciarono a essere usate le metafore sportive con sempre maggiore frequenza nella comunicazione politica?

Sì, e anche qui le ragioni sono in larga parte storiche: negli anni Novanta, con la crisi delle ideologie, avvenne un cambiamento epocale; la politica italiana, in particolare, perse i due suoi maggiori punti di riferimento, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista; gli anni della politicizzazione, i Sessanta e i Settanta, erano orami lontani. Finiti gli entusiasmi e dismessi gli slogan legati alle grandi ideologie del Novecento, la politica si servì allora del calcio e del suo vocabolario per riaccendere quegli entusiasmi e, soprattutto, ricreare un senso di appartenenza.

Il cambiamento certo si rese manifesto proprio quando Berlusconi annunciò la propria discesa in campo, una metafora che peraltro nemmeno inventò: era stato infatti Paolo Valenti, storico conduttore di 90° minuto ad averla usata per la prima volta, in occasione della sua candidatura alle elezioni politiche del 1987. Non a caso, Berlusconi scelse anche il nome di azzurri per indicare gli appartenenti al partito e nacque poi la squadra di governo. Metafore di grande successo, si direbbe, tanto che lo storico capitano del Milan Franco Baresi, quando nel dicembre del ’94 il governo Berlusconi entrò in crisi, lamentò il fatto che non si poteva allontanare un allenatore prima della fine del campionato.

A forza di usare le metafore calcistiche sembra quasi che i politici abbiano cominciato a confondere la forma con la sostanza, un cambiamento del clima che si cominciava a respirare anche nelle contese tra i politici e nei loro botta e risposta. È così?

Sì, e che il clima di allora fosse cambiato, lo dimostrano tanti esempi. Giusto per citarne uno, prendo in considerazione un famoso confronto televisivo tra Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, avversari nelle elezioni a sindaco di Roma. Bene, durante il dibattito, Rutelli ammise di essere tifoso della Lazio, un’affermazione che un politico della Prima Repubblica difficilmente avrebbe fatto. Fini invece disse di tifare per il Bologna e di avere anche una simpatia per la Lazio. Tra i candidati al primo turno, però, ci fu anche chi cercò ipocritamente di ingraziarsi le due tifoserie affermando di tifare sia per la Lazio sia per la Roma, e compiendo così, agli occhi di molti, una gaffe imperdonabile. E sul suo nome cadde la damnatio memoriae.

Un altro esempio: in un dibattito con l’economista Luigi Spaventa, suo avversario nel collegio uninominale del 1994, Berlusconi chiese all’interlocutore quante Coppe Campioni avesse vinto, forte di quelle che lui si era aggiudicato negli anni precedenti con il Milan («Provi Spaventa a vincere due Coppe Campioni!»). O ancora si pensi a quando lo stesso Berlusconi chiese la fiducia programmatica al Senato, nel 1994, poche ore prima che la squadra affrontasse il Barcellona di Cruijff nella finale di Champions League; dai banchi dell’opposizione qualcuno interruppe il discorso gridando «Auguri anche al Milan per questa sera», e il premier imperturbabile replicò «Siamo là a difendere i colori del Milan, di Milano ma anche dell’Italia».

Del resto, come non ricordare che proprio da allora nelle trasmissioni dedicate al calcio, come quella di Biscardi (di fatto, il vero inventore del talk show in Italia), cominciarono a essere invitati sempre più ospiti politici.

Ci sono delle espressioni che pensi siano usate scorrettamente o delle espressioni che proprio non tolleri, anche dal punto di vista idiosincratico?

Non sono contrario a priori all’uso di metafore calcistiche e sportive, nemmeno nella comunicazione politica. Se è un modo per semplificare un linguaggio, che un tempo era ben più oscuro (chi non ricorda le “convergenze parallele” di Aldo Moro?), direi che va benissimo.

Il problema è quando questo modo di esprimersi diventa sistematico. Ad esempio, se un politico come Renzi, poco dopo essere diventato per la prima volta segretario del PD, dice «lotterò su ogni pallone per onorare questa maglia», mi viene da pensare che non ci sarebbe bisogno di un ricorso così massiccio alle metafore calcistiche per spiegare quello che si intende. Insomma, se quell’uso serve per semplificare il discorso, è benvenuto. Se invece si cristallizza in una forma fissa, allora, diventa anch’esso, sebbene in forme diverse, un’espressione del politichese.

Ancor peggio è il ricorso a metafore calcistiche come forma di rispecchiamento nei propri elettori: è il modo che molti politici hanno per avvicinarsi alle persone comuni. Si pensi ad esempio all’uso delle felpe personalizzate e delle maglie calcistiche da parte di Matteo Salvini. Credo che non sia particolarmente interessante sapere se un politico tifa una squadra piuttosto che un’altra; al pari, per dire, della sua dieta alimentare. In questi casi, l’utilizzo di traslati sportivi appare persino una presa in giro degli elettori.

Per il resto, invece, mi ritengo abbastanza flessibile quando si tratta di questioni legate alla lingua: non credo nelle forme dirigistiche. Personalmente, anzi, sostengo che qualche problema possa prodursi nel caso di calchi da altre lingue, piuttosto che di prestiti. Non in tutti, naturalmente: grattacielo (skyscraper) non crea problemi, ad esempio, ma lo stesso non si può dire per jihad, che viene reso con guerra santa, ma significa semplicemente ‘lotta, combattimento’. Il calco, dunque, è ben più pericoloso di un semplice prestito. Poi, sul fatto che l’italiano sia una lingua influenzata dall’inglese e dall’angloamericano non c’è dubbio: non solo prendiamo in prestito delle parole, ma le inventiamo persino, come sono gli pseudo-anglicismi click day, smart working o smoking (parola che in inglese non designa l’abito da sera!). Se però, come dicevo, tutto ciò può migliorare il grado di intercomprensibilità o, semplicemente, se la maggior parte delle persone usa quelle parole, trovo che se ne debba pacificamente prendere atto. È l’uso che fa la lingua, non altro.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 5 febbraio 2022

Invasione Di Campo è un libro di Lala PierpaoloNichil Rocco Luigi edito da Manni a giugno 2021