L’italiano e la scrittura amministrativa, l’intervista ad Antonio Montinaro

Circolari amministrative, note ministeriali, contravvenzioni, regolamenti: a tutti è capitato di entrare in contatto con la cosiddetta scrittura amministrativa. La linguistica la classifica come un linguaggio settoriale: si riferisce cioè a un sottocodice della lingua con esigenze espressive specifiche. Ne ho parlato con Antonio Montinaro (nella foto), professore di Linguistica italiana e docente di Scrittura amministrativa e istituzionale presso l’Università degli Studi del Molise.

«Esiste un dibattito sulla categoria in cui inserire il linguaggio amministrativo (all’interno della quale è compresa anche la scrittura amministrativa): meglio definirlo settoriale o specialistico? Per alcuni, infatti, il linguaggio specialistico dovrebbe riferirsi soltanto alle cosiddette scienze dure, come la matematica, la fisica o la chimica. Il linguaggio amministrativo ha certamente un punto in comune coi linguaggi settoriali: possiede un lessico proprio e una serie di tecnicismi, che trae per buona parte dal diritto. Direi, dunque, che si tratta di un linguaggio settoriale, caratterizzato sì da un lessico particolare, per quanto meno definito rispetto a quello di scienze come la fisica o la medicina».

«L’espressione linguaggio amministrativo è peraltro una definizione neutra, ossia puramente denotativa. Altre definizioni, come burocratese o burolingua, ma anche l’antilingua coniata da Italo Calvino, sono invece di carattere connotativo, nel senso che forniscono un giudizio di valore. Dal punto di vista sociolinguistico, la scrittura amministrativa è una varietà dell’italiano marcata nell’asse di variazione diafasico, dal momento che è il contesto che ne innesca alcuni meccanismi tipici. Nel caso della scrittura amministrativa, essendo un codice scritto, l’altro asse di variazione marcato è l’asse della diamesia. Questa distinzione serve a sottolineare che il linguaggio amministrativo può manifestarsi anche attraverso i cosiddetti canali trasmessi: una comunicazione nata e fatta per la rete, ad esempio, deve sottostare a delle caratteristiche diverse rispetto a una circolare amministrativa o a una nota ministeriale. La categoria del linguaggio amministrativo, dunque, è più ampia e include al suo interno diverse tipologie testuali».

Alla scrittura amministrativa viene spesso imputata l’accusa di immotivata complessità. Ci può indicare come si manifesta e darci qualche suggerimento per affrontarla?

Innanzitutto, è interessante fare notare che il linguaggio amministrativo è visualizzabile come il lato di una triangolazione che, accanto ad esso, vede le norme giuridiche da una parte e i gruppi di cittadini che ne sono di volta in volta interessati dall’altra. Bene, spesso la complessità della scrittura e del linguaggio amministrativo sono tali da impedire che si raggiunga la cosiddetta felicità comunicativa, ossia l’efficacia della triangolazione tra le norme e i cittadini, che passa appunto attraverso il linguaggio amministrativo. Le ragioni di questo mancato obbiettivo, al netto delle eventuali complessità dell’argomento, vanno ricercate proprio nei caratteri formali della scrittura amministrativa.

Detto ciò, penso che in questo campo uno dei problemi maggiori sia la scrittura tout court. Nei corsi che teniamo, io e i miei colleghi rileviamo che il problema interessa sia gli studenti sia molti professionisti. Faccio l’esempio della gestione errata degli incisi, una categoria tipica del linguaggio del diritto mutuata largamente da quello amministrativo: bene, dal momento che si aprono spesso molti incisi, l’uso della virgola è fondamentale; se lo si sbaglia, si cambia il significato di ciò che si vuole dire. Ciò avviene, peraltro, per un problema di formazione al livello primario: quasi nessuno ha ricevuto una formazione specifica sull’uso della punteggiatura. A questo punto bisogna però distinguere tra tre piani diversi del testo. Innanzitutto, c’è il livello lessicale. Questo comprende il livello ortografico, che è il più evidente: tutti si accorgono di una parola scritta nel modo sbagliato. Poi, invece, ci si addentra nelle strutture più profonde della lingua, che sono il secondo e il terzo piano del testo: la morfosintassi e la testualità; in questi ultimi due casi, diventa sempre più difficile accorgersi che c’è qualcosa che non va. Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista lessicale, la raccomandazione è quella di non esagerare coi tecnicismi collaterali, termini usati solamente a fini stilistici e che rendono opaca l’informazione: tra la frase il proiettile ha attinto la vittima e il proiettile ha colpito la vittima non solo non c’è alcuna differenza di significato, ma la versione più colloquiale risulta più chiara. Si potrebbero fare numerosi esempi: compiegare per allegare, declinare le proprie generalità per dichiarare, trattamento di quiescenza per pensione. Certo, alcuni tecnicismi sono ineliminabili, ma gli altri non sono giustificabili se il destinatario del messaggio è il grande pubblico. Per molti dei destinatari, infatti, potrebbe risultare davvero complicato capire che cosa si intende nel testo. È chiara la dimensione del problema se si pensa che la comprensione dei testi pubblici dovrebbe essere garantita come un diritto.

Tutto ciò risulta ancora più evidente nel caso dei forestierismi: la nozione di stepchild adoption, ad esempio, è risultata poco chiara a molti fin da subito. Il numero di forestierismi, peraltro, è aumentato da quando l’Italia è entrata a fare parte del diritto amministrativo comunitario. Di qui, l’arrivo sempre maggiore di anglicismi, che andrebbero quantomeno tradotti all’inizio del testo o in nota, oppure ancora corredando il testo con un glossario. Un altro elemento che rende il testo molto opaco sono le sigle: se non vengono sciolte fin da subito, creano una grande difficoltà nella comprensione del testo. Poi, ci sono elementi di natura più stilistica, che possono essere superati sostituendo le locuzioni più pesanti con delle parole più dirette: dare comunicazione con comunicare, effettuare o procedere a una verifica con verificare, e così via.

Dal punto di vista morfosintattico, nella scrittura amministrativa si riscontra spesso l’uso di participi presenti usati in modo poco usuale: la circolare avente per oggetto; oppure l’uso del gerundio o del participio passato –viste le risultanze, avendo trasmesso la pratica, e così via. Bene, molte persone potrebbero trovarsi spiazzate di fronte a un uso simile della lingua. Tra le difficoltà in cui si può incorrere c’è anche l’uso dei costrutti passivi, molto spesso meno trasparenti rispetto ai costrutti attivi. Inoltre, bisogna anche fare attenzione all’uso marcato della punteggiatura, che in altri contesti viene usata per fini espressivi o per riprodurre il linguaggio marcato del parlato, ma nel linguaggio amministrativo provoca solo errori o ulteriore confusione.

Nei testi amministrativi si rileva anche l’uso poco accorto dei rimandi, ossia l’uso poco avveduto delle espressioni anaforiche e cataforiche: spesso queste espressioni rimandano a cose scritte anche pagine e pagine prima, difficili o complicate da recuperare. Entriamo, a questo punto, nel terzo livello dell’analisi, che è quello della testualità, il più complesso dato che in esso si assommano le diverse competenze. Prendiamo l’uso dei due punti: dalla nostra esperienza, io e molti miei colleghi abbiamo notato che la didattica scolastica associa l’uso dei due punti quasi esclusivamente al discorso diretto e indiretto, mentre non ne esplicita una funzione importante, ossia il fatto che possano essere usati per chiarire qualcosa che è stato appena affermato. Infine, ma si potrebbe continuare, bisognerebbe lavorare attentamente anche sull’organizzazione  complessiva del testo: le molte formule come visto e considerato potrebbero tranquillamente essere spostate dopo il contenuto informativo, che è il più rilevante del testo.

A fronte di tutto quel che abbiamo detto finora, dunque, va rilevato che purtroppo la maggior parte dei problemi della scrittura stanno non solo e non tanto nella complessità di quello che si deve dire (complessità che, ripeto, non deve essere certo banalizzata), quanto piuttosto nella complessità stilistiche del modo di comunicare. C’è da dire, volendo introdurre nel discorso una nota positiva, che oggi i modelli virtuosi non mancano. In un volume del linguista dell’Università di Padova Michele Cortelazzo recentemente pubblicato, Il linguaggio amministrativo, si parla delle buone pratiche della scrittura che si stanno affermando: giusto per fare un esempio, in caso di testi complessi e articolati, si può menzionare l’abitudine di spacchettarli in piccoli paragrafi o di ricorrere a delle tabelle, evitando che il lettore si trovi difronte a un muro di parole.

C’è chi sostiene che la scrittura giuridico-amministrativa abbia una funzione a modo suo virtuosa: penso alla tenuta in vita degli arcaismi e alle molte dizioni colte e, fino a poco tempo fa, alla sistematica traduzione in italiano delle espressioni straniere. Si può provare ad andare controcorrente e parlare bene della scrittura amministrativa?

Penso che il linguaggio amministrativo abbia avuto una funzione virtuosa soprattutto nel periodo di scarsa scolarizzazione degli italiani, ossia fino agli anni ’50-’60 del Novecento. Molti dei modelli della scrittura amministrativa, allora, erano letterari. Una volta raggiunta la piena scolarizzazione, quella amministrativa si è invece caratterizzata come una scrittura pesante e sempre più incline a delle devianze. Oggi, ci sono forme di scritture più utili a fungere da modello, come quella divulgativa, soprattutto di taglio scientifico. Va detto però che riscontro tra molti di coloro che lavorano nell’amministrazione un certo fermento, in taluni casi anche dell’entusiasmo, quando si parla di produrre una scrittura amministrativa più comprensibile. Una possibile soluzione al problema, a mio avviso, dovrebbe essere la formazione continua. Lo ripeto, non si posso banalizzare informazioni complesse, ma si possono veicolare in modo più chiaro: perché costruire una frase di 150 parole, quando la potrei suddividere in più periodi di 30-40 parole ciascuno? Perché, poi, non andare a capo ogni volta che c’è uno snodo logico? Insomma: perché non prendere per mano il lettore e accompagnarlo nel percorso di comprensione del testo?

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 30 aprile 2022

“L’italiano non si USA quasi più”, l’intervista a Valerio Massimo De Angelis

Cinquant’anni fa, nel 1972, con il film Il Padrino, il regista Francis Ford Coppola faceva riscoprire al mondo la cultura italoamericana. In occasione dell’anniversario, sono state poche, però, le sale a proiettare il film in lingua originale; un peccato, perché proprio il massiccio ricorso all’italiano parlato nella New York del Secondo dopoguerra restituisce uno degli aspetti più interessanti del film. Per riscoprire un po’ di quella cultura, a partire dalla lingua, e gettare uno sguardo a quel che oggi ne rimane, abbiamo rivolto alcune domande a Valerio Massimo De Angelis (nella foto), che insegna Lingue e letterature angloamericane all’Università di Macerata ed è coordinatore del Centro Interdipartimentale di Studi ItaloAmericani.

Professore, nel film di Coppola, ci sono scene nelle quali alcuni attori italoamericani, come Al Pacino, provano a parlare in italiano, ma hanno delle difficoltà e un forte accento americano: che ne pensa?

Penso che il forte accento di Al Pacino non sia un errore: al contrario, è voluto; interpretando il figlio di don Vito Corleone, Michael è quello che si definisce un second generation italian american; la perdita della lingua madre negli immigrati di seconda generazione in favore della lingua della comunità di accoglienza è un fenomeno generale, che risulta però accentuato nelle comunità italiane emigrate in nord America. Michael Corleone, inoltre, è rappresentato nelle prime scene come un eroe di guerra che si accompagna con una donna Wasp, interpretata da Diane Keaton: è perfettamente integrato, dunque. Quando ripara in Sicilia perché ha ucciso alcuni nemici della famiglia, è costretto a ricorrere a degli interpreti; solo lentamente impara l’italiano e, realisticamente, lo impara male.

Ci può dire di più della lingua che parlavano gli italoamericani e della vitalità di quella comunità?

Dei cinque milioni di italiani espatriati negli Stati Uniti, il 70-75% provenivano dalle regioni meridionali, in particolare dalla Sicilia e dalla Campania. Si venne perciò a creare prima di tutto un’interlingua siculo-campana, la quale poi si ibridò con l’inglese, dando vita all’italenglish (di cui l’esempio classico è il cosiddetto Broccolino). Oggi, questo fenomeno ormai è molto ridotto: gli immigrati italiani furono tra le comunità che si assimilarono volontariamente alla cultura mainstream. Questo fenomeno ha una datazione abbastanza precisa, la fine della Seconda guerra mondiale; negli anni della guerra, del resto, il governo americano perseguì una politica di repressione linguistica nei confronti dei nemici bellici, Germania, Giappone e Italia.

C’è da dire che, nei film, l’accento che viene messo in bocca agli italoamericani risulta piuttosto strano alle orecchie di un italofono.

Nei media, la cultura italoamericana storica viene rappresentata in modo abbastanza stereotipato: penso alla cosiddetta Guido culture o al programma Jersey Shore, che rappresenta ragazzotti italoamericani del New Jersey, sfaccendati e intenti a frequentare palestre e discoteche; in generale, si tratta di persone che non parlano l’italiano, bensì un inglese con un accento italoamericano, che – è vero – non è come l’accento che oggi hanno gli italiani quando parlano l’inglese, ma è frutto di una storia a sé. Bisogna ricordare inoltre che, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, gli italiani furono fortemente razzializzati e praticamente messi sullo stesso piano dei neri. I loro risultati scolastici erano altresì registrati come i peggiori, tra quelli delle minoranze. Una storia che pochi conoscono è poi quella del Columbus Day. Questa festa nazionale, oggi messa in discussione perché è vista come la celebrazione dell’inizio dello sterminio dei nativi americani, venne istituita per riparare a un grave fatto accaduto ai danni della comunità italiana, il più grande linciaggio della storia avvenuto negli Stati Uniti: il 14 marzo 1891, a New Orleans, una folla di cittadini assalì infatti la prigione locale, facendo strage di undici immigrati italiani.

E oggi come se la cava l’italiano?

Oggi, negli Stati Uniti l’italiano parlato non gode di buona salute: sebbene sia la quinta più studiata, tra le lingue straniere parlate è quella che sta morendo più rapidamente. Ciò, nonostante da qualche tempo la migrazione italiana nel paese sia ricominciata. Tuttavia, anche negli Stati Uniti c’è un ritorno di orgoglio per certi aspetti legati alla cultura italiana, in particolare alla moda e al cibo. L’italiano, dicevo, resta una lingua di studio: negli ultimi anni, a livello universitario sono fioriti gli Italian American studies, che fanno attività di recupero e di lettura critica della cultura italoamericana, così come numerose iniziative all’interno della public culture, la cultura libera diffusa, con iniziative aperte a tutti. In fondo, il motivo per cui la nostra lingua non è più parlata dagli italoamericani è perché la loro è una success story: sono riusciti a conquistare un riconoscimento nella cultura di massa, nel mainstream.

A tale proposito, faccio un esempio particolarmente mainstream: per riprendersi da una crisi dell’identità nazionale senza precedenti, dopo la sconfitta nella Guerra del Vietnam, lo scandalo Watergate e la crisi energetica della metà degli anni Settanta, il sistema cultuale, attraverso Hollywood (che tantissimo deve agli italoamericani, non solo a Coppola, ma anche a Scorsese, De Palma, Ferrara, Cimino, Tarantino e Zemeckis) costruì un personaggio italoamericano di enorme successo interpretato da Sylvester Stallone, Rocky Balboa, che divenne, assieme a John Rambo (che però non è un personaggio italoamericano) il simbolo della revanche americana. Quella cultura, insomma, ha acquisito una riconoscimento e una popolarità che le permettono di non avere quasi più la necessità di conservare un’identità linguistica.

Dal punto di vista cinematografico, in effetti, la presenza degli italoamericani è sorprendente.

In realtà, non è così sorprendente che una parte consistente della cultura cinematografica americana sia stata colonizzata dagli italoamericani: prima del 1861, l’immigrazione italiana verso gli Stati Uniti era composta in buona parte da artisti; ad emigrare in America era già stato, tra i molti, anche Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart. Non solo attori, poi, ma anche gli artigiani dello spettacolo, come scenografi e costumisti; si venne insomma a creare una cultura dello spettacolo, influenzata soprattutto dalla tradizione napoletana della musica e dello spettacolo. Del resto, le prime due grandissime star dello show business americano furono due italiani, Rodolfo Valentino ed Enrico Caruso.

E per quanto riguarda la vitalità dell’italiano scritto?

Esiste ancora un giornale, il vecchio Progresso italoamericano, che ha cambiato nome in America Oggi. Un tempo, questo panorama legato alla stampa era più variegato: il tasso di alfabetizzazione degli immigrati italiani era mediamente superiore a quello dei loro connazionali in patria –  parliamo di circa il 50%, mentre agli inizi del Novecento in Sicilia e in Campania l’analfabetismo toccava punte dell’80%. Tuttavia, il loro linguaggio orale era costituito soprattutto dai dialetti. Aggiungo, poi, tra i periodici di una certa importanza ancora in vita la Voce di New York, quotidiano online. Per quanto riguarda la letteratura, sono pochi i testi che comparvero scritti interamente in italiano; tra i pochi, mi viene in mente Bernardino Ciambelli e la sua raccolta I misteri di Mulberry Street di fine Ottocento, centro della mitica Little Italy di Manhattan, nonostante la Little Italy di maggiori dimensioni si trovasse, allora, ad Harlem. Invece, un grande autore italoamericano, ma già di seconda generazione, come John Fante, in Ask the dust (Chiedi alla polvere) presenta come protagonista-narratore un aspirante scrittore italoamericano che vuole essere riconosciuto esclusivamente come autore americano, e non italoamericano. Per trovare oggi un’autrice contemporanea americana che scriva in italiano, bisogna parlare di Jhumpa Lahiri, una scrittrice di origine indiane, che è nata negli Stati Uniti e si è poi trasferita in Italia, e che adesso scrive anche nella nostra lingua.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 16 aprile 2022

L’Emojitaliano, l’intervista a Francesca Chiusaroli

Vi immaginate un testo, magari un classico della letteratura, scritto solo con le faccine dei messaggi, gli emoji? Bene, questo testo esiste: è Pinocchio in Emojitaliano (Apice libri, 2017), traduzione in pittogrammi digitali del capolavoro di Collodi. Il libro è stato scritto dalla professoressa di Glottologia e Linguistica dell’Università di Macerata, Francesca Chiusaroli (nella foto), insieme a Johanna Monti dell’Università Orientale di Napoli e all’informatico Federico Sangati (attualmente alla OIST Graduate University del Giappone), con la collaborazione degli utenti di Twitter che hanno risposto alla chiamata del tweet #scritturebrevi #emojitaliano. Siamo tornati a parlare di questo esperimento, per approfondirlo, con la professoressa Chiusaroli.  

Al di là dell’aspetto ludico, che non dev’essere mancato, l’obiettivo del progetto era chiaro: inventare un codice linguistico composto solo da emoji. Per farlo, avete dovuto corredare il testo con una grammatica; ciò differenzia il vostro da alcuni lavori precedenti, ad esempio da Emoji Dick, traduzione del Moby Dick di Melville. Già: ma perché proprio gli emoji? E poi: non avete avuto un po’ di rammarico, nel vedere che se ne sono poi aggiunti molti altri che avrebbero semplificato il lavoro? 

È vero, il nostro lavoro è stato diverso rispetto a Emoji Dick, al quale lavorarono ben ottocento traduttori. A ciascuno di essi veniva di volta in volta assegnato un numero definito di frasi da tradurre, senza che però avvenisse una qualche comunicazione tra loro. La frase veniva poi votata tramite piattaforma, un’operazione pertanto estremamente soggettiva, quantunque bellissima e creativa. Alla base, mancava l’idea di costruire un’autentica lingua. Quel libro, dunque, non è leggibile né in italiano né in inglese, in quanto manca un codice condiviso. Qualsiasi lingua infatti, compresa quella pittografica in emoji, non può funzionare se alla base non c’è una grammatica. La nostra squadra, invece, era composta da una dozzina di volontari che, per nove mesi, dal febbraio al settembre del 2016, hanno lavorato seguendo questa prassi: si traduceva durante il giorno e la sera ero io a tirare le file pubblicando la traduzione ufficiale; ciò conferiva carattere unitario alla traduzione e punti di riferimento lessicali e morfologici a partire dai quali proseguire: a settembre 2016 la lingua (Emojitaliano) era nata, con un lessico condiviso e una struttura sintattica che la rende leggibile “in tutte le lingue del mondo”.

Nel corso del lavoro, infatti, abbiamo dato vita a una scrittura grammaticale semplificata. Qualche esempio: una struttura sintattica fissa soggetto-verbo-oggetto; la frase attiva sempre obbligatoria; l’aggettivo sempre dopo il sostantivo, per cui la bella casa diventa sempre la casa bella; la presenza delle sole forme temporali semplici, ossia l’infinito, il presente, il passato e il futuro; queste ultime forme, in particolare, il passato e il futuro, definite da una freccia orientata rispettivamente verso sinistra e verso destra.

Rispondendo alla domanda, la scelta è caduta proprio sugli emoji perché, in quanto pittogrammi internazionali, li ho subito considerati come interessanti in chiave traduttiva: è un repertorio che sta nelle tastiere di tutti i dispositivi del mondo; previa definizione di uno standard condiviso, può essere aggiunto alla serie dei codici universali della storia, cioè alle scritture leggibili in tutte le lingue che si sono succedute nel tempo. Per quanto riguarda gli aggiornamenti dei nuovi emoji, già durante la prima revisione ci siamo confrontati con un sistema che era stava cambiando; basti pensare che allora non c’erano né la faccina col naso lungo e nemmeno il grillo. Per questo, ho voluto che il lavoro fosse stampato su carta: perché fosse un punto di riferimento anche per il futuro. Come ha affermato Noam Chomsky, le lingue hanno un livello superficiale e un livello profondo: bene, a noi interessava fissare la struttura profonda di quella lingua, la quale, come poi è accaduto, è stata in grado di accogliere dei nuovi simboli.

Dopo l’avventura con Pinocchio, l’Infinito di Leopardi e la partecipazione al progetto di traduzione di alcune parti della Divina Commedia nelle diverse varietà dell’italiano (Emojitaliano compreso), ha aggiunto che si sarebbe occupata della traduzione di celebri incipit della letteratura italiana, tra i quali quello dei Promessi sposi; in queste traduzioni ha dunque aggiunto anche quei nuovi simboli che potremmo definire dei neologismi? 

Sì, nelle nuove traduzioni abbiamo accolto i nuovi simboli che a tutti gli effetti possono essere definiti come dei neologismi. La traduzione dei Promessi Sposi deve ancora arrivare (ed è in programma anche la traduzione del Cantico delle creature). Quest’anno abbiamo tradotto la favola della Tramontana e il sole, un testo di riferimento per la linguistica, in particolare per i metodi della fonetica. Esistono infatti registrazioni di questa favola in tutte le lingue del mondo e nei dialetti italiani.

Ecco, in anteprima, la traduzione in Emojitaliano della favola di Esopo La tramontana e il sole, realizzata dalla prof.ssa Francesca Chiusaroli nell’ambito del corso di Storia della traduzione, a.a. 2021-22, Università di Macerata.

Il lavoro che abbiamo fatto sui termini non si limita solo all’accoglimento dei neologismi. Prendiamo il caso dell’Infinito: nella traduzione in Emojitaliano abbiamo fatto in modo che l’impatto visivo desse anche un senso di evocazione, tipico della lirica. Insomma, l’Emojitaliano non è una lingua algebrica, ma viva, capace di restituire anche sfumature diverse e accogliere i nuovi segni che il Consorzio Unicode decide con regolarità di aggiungere (e che, coi progressivi aggiornamenti dei sistemi operativi, finiscono nelle nostre tastiere). L’accoglimento di nuovi termini non prevede l’aggiornamento della grammatica, bensì l’ampliamento delle voci nel bot dedicato, @emojitalianobot (su Telegram e su Twitter), realizzato per il progetto da Federico Sangati, di fatto un sistema che automatizza la traduzione.

L’uso dei pittogrammi è certamente una scorciatoia per colorire la comunicazione telematica quotidiana. Secondo lei, il ricorso sistematico alle scritture brevi e alle emoji per esprimere sfumature intenzionali ed emotive non impoverisce il lessico di chi ne fa uso, soprattutto dei ragazzi? 

Mettiamola in questi termini: l’esercizio della traduzione in Emojitaliano è una sperimentazione e non parte certo dall’idea sostituire quella naturale. Tuttavia, non impoverisce certo l’uso della lingua; al contrario, è un esercizio che obbliga a leggere i testi. Ci si allena, perciò, in un’attività intersemiotica, ossia in un’attività che fa riflettere sull’uso di codici diversi tra loro. Un esempio che cito sempre è il passo di Pinocchio nel quale sta scritto che Mastro Geppetto e Mastro Ciliegia “se ne dettero un sacco e una sporta”: bene, per tradurlo avrei potuto raffigurare Geppetto nell’atto di dare un sacchetto a Mastro Ciliegia, ma questo avrebbe voluto dire non fare capire nulla del significato; perciò, ho raffigurato la scena con un pugno, la cui traduzione è “picchiare”, ma anche “darne un sacco e una sporta”. Direi quindi che l’Emojitaliano è un modo per conoscere ancora meglio la lingua che si trova scritta nei grandi testi della nostra letteratura.

Passiamo per un momento all’uso che i “digitanti” fanno degli emoji. Dall’osservazione empirica si può notare che l’uso dei pittogrammi si sta evolvendo: alla faccina con le lacrime che rappresenta le risate, ad esempio, molti giovani preferiscono l’immagine del teschio, che rappresenta la frase “mi fa morire dal ridere”. Ha rilevato anche lei questi cambiamenti?

Mi è capitato di leggere più volte in rete dell’opposizione generazionale sulla base dell’uso che si fa degli emoji; parlo della distinzione tra i più giovani e i cosiddetti boomer. Un fenomeno simile era accaduto col sistema di messaggistica Windows Live Messenger (MSN); cliccando su più tasti, era possibile dare vita a pittogrammi digitali (anche in movimento). A un certo punto, questi pittogrammi, così come anche le abbreviazioni (grz per grazie, cmq per comunque e così via), cominciarono a essere abbandonate, in favore di una scrittura per esteso; gli utenti che continuavano a scrivere con le abbreviazioni, peraltro, venivano apostrofati con l’espressione non certo lusinghiera di bimbiminkia.

Oggi, il pregiudizio nei confronti delle abbreviazioni resta forte e credo che sia stia verificando qualcosa di analogo anche nel caso di un certo uso degli emoji. Quando si parla del loro uso reale, però, ci si allontana notevolmente dalla definizione linguaggio universale: si torna a parlare, al contrario, di gerghi e microgerghi che sorgono anche sulla base dell’età e delle caratteristiche sociali di chi li usa. In questo senso, però, ci sono anche degli interessanti casi di normativizzazione interna. Accade, per esempio, nei social network meno popolari, al cui interno si diffondono segni propri e specifici. Personalmente, da linguista, non giudico niente di tutto ciò: al contrario, lo guardo e lo analizzo con grande interesse.

L’evoluzione si vede anche dal punto di vista dell’inclusività, con l’aggiunta di emoji ad hoc.

Sì, anche negli emoji è stato compiuto un percorso d’inclusione. Per esempio, dal punto di vista del genere, il medico non è più soltanto maschio e la ballerina soltanto femmina; si potrebbero poi citare i diversi gradi di colorazione dell’incarnato; ma si è intervenuti anche nell’ambito della disabilità, con l’aggiunta, per fare un altro esempio, degli arti bionici. Nel caso della traduzione della Tramontana e il sole, peraltro, abbiamo usato il braccio bionico per tradurre il concetto di forza. Mi piace ripetere che il linguaggio degli emoji è uno specchio della società. Uno specchio, tuttavia, nel quale però manca sempre qualcosa che invece c’è nel mondo reale. Più che dagli astratti, infatti, il vero problema è costituito dalla traduzione dei termini concreti: non ci sono problemi nella traduzione di parole come volare (si può anche usare, per dire, il pittogramma dell’aereo). Ma quando abbiamo tradotto Pinocchio non c’erano parole come farfalla e in quel caso si riscontravano i più acuti problemi di traduzione.

Il rischio dunque è dover includere idealmente tutti gli oggetti presenti nel mondo, o quasi, rendendo questo linguaggio praticamente inservibile?

Sì, e la storia delle traduzioni, del resto, ci insegna che proprio per questo motivo i sistemi pittografici sono stati sostituiti dall’alfabeto, per la difficoltà a dotarsi di segni sempre più specifici, per cui il repertorio risultava sempre inadeguato rispetto alle esigenze concettuali. Oggi, si è arriva all’avatar di sé stessi, che di fatto rappresenta una deriva di questo linguaggio, dal momento che rappresenta un individuo (il sé stesso) nella sua singolarità. Paradossalmente, la faccina gialla sorridente o triste resta tra i simboli più universali, e dunque più perfetti, di questo codice.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 9 aprile 2022

“Replay”, di Marco Gelmetti

Che cosa si intende per stile “post-moderno”? Eco, col suo saggio in calce al “Nome della rosa”, se ne intestò il titolo, mentre al libro di Marco Gelmetti (nella foto, di Cosetta Frosi), “Replay” (Bookabook), il titolo è stato assegnato dalla giuria del premio “Calvino”. Citazionista, ironico e ricco di deformazioni iperboliche, “Replay” è un’incursione nell’immaginario di chi, come l’autore, ha passato la giovinezza tra gli anni ’80 e ’90. La storia, un allungato fine settimana di crescita interiore, infatti, è quasi un pretesto per l’intreccio di fascinazioni musicali, fumettistiche, filmiche e videoludiche, dal quale traspare in ogni riga un forte senso di umanità.  

Qualche parola sulla pubblicazione del libro, avvenuta tramite una raccolta fondi?  

La mia esperienza con Bookabook la riassumerei in tre parole: sorprendente, faticosa e decisiva. Decisiva perché senza di loro il mio romanzo probabilmente non sarebbe mai esistito, faticosa perché fare crowdpublishing significa trasformarsi per tre mesi in social media manager del proprio progetto editoriale, e sorprendente perché mi sono trovato spiazzato più di una volta, e intendo sia positivamente sia negativamente. La consiglio quindi a chi non ha problemi con fatica e sorprese e che non è a digiuno dai meccanismi di comunicazione social. 

Passiamo alla scrittura: che tipi di lavoro ha comportato? 

Scrivere “Replay” è stato un lavoro impegnativo sul fronte psicologico, perché il romanzo è un confronto divertente ma per me anche molto toccante col mio passato. Non è stato però complicato dal punto di vista della scrittura, perché essendo narrato in prima persona mi ha permesso di uscire con la mia voce più naturale. È una voce che tende continuamente all’alternarsi di dramma e sdrammatizzazione, raccontando con ironia, tante iperboli e un po’ di cinismo. Chi lo definisce romanzo post-moderno non credo sbagli di molto, soprattutto perché nello scrivere non ho mai avuto riferimenti esclusivamente letterari e non mi sono mai posto il problema della realtà delle cose. Penso di essermi inconsciamente rifatto a una vecchia regola imparata a scuola di pittura: “Non dipingere ciò che vedi, dipingi ciò che sta bene”. 

Qual è il ruolo della letteratura, oggi? 

Non so quale ruolo debba avere, però so che da qualche decennio ci sono in giro tre media fortissimi dal punto di vista narrativo, il cinema, i fumetti e i videogames, che si citano e si alimentano splendidamente a vicenda. Hanno sfornato opere che fanno parte dell’immaginario pop di ormai svariate generazioni e credo che la letteratura, qualunque sia il suo ruolo, debba trovarsi lì, dove sta l’immaginario della gente. Deve essere seduta attorno a quel fuoco, come un vecchio affabulatore pieno di storie da raccontare ai bambini. Non farlo significa che la letteratura vuole rinunciare ad incantare le persone. 

Qualche anticipazione sul prossimo romanzo? 

Il prossimo romanzo avrà ancora come protagonista J e sarà un seguito-non-seguito di “Replay”. Metterò da parte la mia tendenza a guardare al passato e racconterò un presente che conosco molto bene: la vita in un’azienda del digitale. Non posso dire molto di più, non tanto perché non voglia fare spoiler, ma perché anche se ho una scaletta precisa di quanto dovrei scrivere, sono abbastanza certo che i miei personaggi faranno come sempre di testa loro. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 26 marzo 2022

L’uscita dalle officine Lumière, il primo film della storia

19 Marzo 1895 • I fratelli Auguste e Louis riprendono gli operai della fabbrica del padre. Ha inizio la grande storia del cinema

A Lione, esisteva un tempo una via dal nome rue Saint Victor. Oggi, quella via si chiama rue du Premier Film ed è a due passi dalla fermata della metropolitana Monplaisir-Lumière; in rue du Premier Film ha la sua sede anche l’Institut Lumière. Se si prosegue, si trova un muro tappezzato di targhe, Le Mur des Cinéastes. E insomma, forse non serve nemmeno aggiungere che nella stessa via c’è un museo, il Musée Lumière, e nel medesimo isolato una scuola superiore, il Lycée professionnel du Premier Film, per capire di trovarsi nel luogo dov’è cominciata l’epopea del cinema.

Ma torniamo indietro di qualche anno, alle soglie della primavera del 1895. Rue Saint Victor, allora, si trovava nella periferia della città e ospitava la villa e la fabbrica di Antoine Lumière, padre dei fratelli Auguste e Louis. Più che una fabbrica, era un’officina manifatturiera, indovinate un po’, di fotografia; o meglio, di “piatti fotografici”, gli antesignani delle pellicole (i “film”, appunto). Quel marzo del 1895, il tempo era brutto. Il 19 si presentò però un’inopinata giornata di sole; il termometro segnava, a mezzogiorno (una coincidenza che i fratelli non mancarono di notare), 19 gradi all’ombra. Fu allora che venne girato il primo film della storia, 800 immagini per 50 secondi di ripresa: Auguste e Louis lo girarono al pianterreno della casa di fronte all’uscita dell’officina. Il titolo fu “L’uscita dalle officine Lumière” e riproduceva l’uscita degli operai, donne il larga parte. L’unico “oggetto di scena” visibile ancora oggi è il capannone sullo sfondo.

Per capire come si arrivò, quel giorno, a dare inizio alla storia del cinema, va fatta prima una piccola premessa. L’illusione di realtà del cinema si basa su due fenomeni ottici. Il primo è la persistenza della visione; il cervello trattiene infatti per qualche frazione di secondo l’immagine che si proietta sulla retina. Il secondo è il fenomeno phi, un effetto dell’attività del cervello che conferisce alle immagini riprodotte in sequenza, e con una certa rapidità, l’illusione della continuità del movimento. Questi fenomeni, noti da tempi immemori, erano già stati sfruttati in alcuni congegni dai nomi impronunciabili: il fenachistoscopio o lo zootropio, ad esempio; in pratica, dispositivi rotanti che riproducevano brevi scenette, grazie a una serie di disegni fatti scorrere molto rapidamente.

Tutte le storie del cinema sono concordi nel porre i fratelli Lumière non solo all’inizio di una grande epopea, ma anche al termine di una serie di brillanti inventori, tecnici e scienziati. Si comincia da Louis Daguerre e il dagherrotipo, ossia l’antesignano della fotografia moderna, perfezionato dall’inglese William Talbot. Il primo a mettere in movimento delle immagini fotografiche fu però l’americano Eadweard Muybridge: la sfida che raccolse fu dimostrare che i cavalli, per un lasso di tempo impercettibile, sollevano tutte e quattro le zampe quando sono al galoppo. Muybridge piazzò allora dodici macchine fotografiche (azionate da fili che l’animale tirò durante la corsa), grazie alle quali scattò altrettante foto, che poi ebbe l’intuizione di riprodurre velocemente in sequenza su uno schermo.

Muybridge riprodusse le immagini applicandole all’interno di un disco rotante, a sua volta inserito in una lanterna magica, una scatola in grado di proiettare immagini ingrandite grazie a un sistema di lenti. Insomma, alla riproduzione cinematografica davvero poco ci mancava. Le immagini, però, erano pur sempre state realizzate da strumenti diversi (le dodici macchine fotografiche). Fu Étienne-Jules Marey a riuscire con un solo strumento, il cronofotografo, a produrre ben dodici immagini in sequenza di uno stesso soggetto, nel giro di un secondo soltanto. Ma Marey era interessato non tanto alla riproduzione del movimento, quanto alla sua scomposizione. Si era dunque trovato di fronte a quasi tutto il necessario per inventare il cinema; ma aveva poi imboccato, praticamente, la strada opposta.

Chi si avvicinò di più all’invenzione del cinematografo fu Thomas Edison. Già creatore del fonografo, Edison si impose di realizzare un “fonografo delle immagini”: un apparecchio in grado di riprodurre delle immagini in sequenza. Commissionò allora al suo assistente William Dickson una macchina fotografica per immagini in movimento; quelle immagini sarebbero state poi impresse su celluloide, servendosi di un sistema inventato da poco, che aveva reso obsolete le vecchie piastre fotografiche. Questa pellicola di immagini sarebbe stata infine riprodotta nel kinetoscopio, una specie di piccolo mobile che, grazie a un sistema di bobine e cinghie interne, avrebbe sincronizzato lo scorrimento delle immagini con l’apertura e la chiusura di un otturatore. Era davvero la cosa più simile a un cinematografo che si fosse mai vista, ma con una sola e decisiva differenza: era fruibile individualmente; si guardava, infatti, attraverso una fessura, ruotando nel frattempo una manovella posizionata sul lato.

Per completare il quadro non solo bisognerebbe citare molti altri nomi, ma anche tenere presente che ci sono testimonianza di coevi sistemi di riproduzione delle immagini in movimento, anche se meno sofisticati del cinematografo dei Lumière. Se si aggiunge che Edison decise di non depositare un brevetto internazionale per la sua invenzione è facile constatare che l’invenzione del cinema era solo una questione di tempo. È però un fatto che i fratelli Lumière, venuti a conoscenza del kinetoscopio durante un’esposizione parigina, ne perfezionarono il funzionamento e abbinarono all’invenzione l’idea di riprodurre le immagini con una versione moderna della lanterna magica. Solo allora il cinema poté dirsi nato.

Per quanto riguarda le invenzioni coeve, la storia forse più curiosa è quella dei Fratelli Skladanowsky, creatori di una versione meno sofisticata ma paragonabile al cinematografo dei Lumière. I due fratelli erano addirittura riusciti a ottenere una serie di contratti per la proiezione dei loro film a Parigi nel 1896; ma dopo l’exploit dei Lumière, le loro performance vennero addirittura cancellate. A loro, ha dedicato un documentario il regista Wim Wenders, “I Fratelli Skladanowsky”.

La critica cinematografica ha da tempo superato la convinzione che i Lumiére siano stati solo gli ideatori tecnici del cinema. Si potrebbe dimostrare il loro ruolo di registi ante litteram, menzionando le molteplici versioni degli stessi film (compreso il primo), i giochi di montaggio e di recitazione, così come l’appellativo dato ai soggetti rappresentati, chiamati “figurants”, “comparse”. Sono tutti film in piano sequenza e la durata delle riprese corrisponde alla proiezione del film, certo; nondimeno, il loro film più famoso, “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, scrive Paolo Mereghetti, “offrì per la prima volta allo spettatore la possibilità di emozionarsi davvero di fronte allo schermo”. Per non parlare poi di “L’innaffiatore innaffiato”, un cortometraggio in cui un dipendente dei Lumiére e il figlio si prestano a interpretare una piccola gag.

Altri titoli famosi sono “Una partita a carte” e “Demolizione di un muro”, che di fatto contiene il primo effetto speciale della storia: la pellicola, montata al contrario, dà agli spettatori l’illusione che il muro venga ricostruito. Le proiezioni di questi e altri film, vale la pena ricordarlo, avvenne il 28 dicembre 1895 al Salon indien du Grand Café del Boulevard des Capucins a Parigi, alla presenza di Georges Méliès. Jean-Luc Godard scrisse che Méliès fu senza dubbio il primo grande genio del cinema; ma che, senza i Lumière, sarebbe “rimasto al buio”. E tuttavia, i due fratelli, dopo avere inventato il cinema, passarono ad altro: troppo eclettici e curiosi, non ne videro l’incalcolabile potenzialità.

In Italia, esiste un luogo dove poter ripercorrere questa storia, con cimeli, pezzi d’epoca e ricostruzioni illuminanti: è naturalmente il Museo del Cinema di Torino, all’interno della Mole Antonelliana. Da non perdere: proprio come si direbbe di un film.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 19 marzo 2022

L’italiano e lo sport, l’intervista a Rocco Luigi Nichil

Rocco Luigi Nichil (a destra, nella foto) è uno dei massimi esperti di lingua italiana legata allo sport: docente all’Università del Salento, collabora con la Treccani e ha dedicato al tema alcuni libri; il suo ultimo, scritto insieme a Pierpaolo Lala (a sinistra, nella foto), si intitola Invasione di campo. Il gioco del calcio nel linguaggio e nel racconto della politica. Gli ho rivolto alcune domande sull’uso quotidiano della lingua dello sport e, in particolare, del calcio.

Quasi ogni giorno, ci capita di fare gol a porta vuota, giocare di sponda, restare in panchina, partire in quarta, fare tappa o uno sprint. Che tipo di linguaggio è questo e, soprattutto, come mai facciamo così tanto ricorso alle metafore sportive, segnatamente a quelle riferite al calcio?

I traslati sportivi che si incontrano nella conversazione di tutti i giorni sono parte del cosiddetto linguaggio idiomatico, fatto di modi di dire e frasi fatte, con cui “coloriamo” i nostri discorsi. Oltre allo sport non è difficile scorgere in questo campo espressioni che provengono dal linguaggio della cucina, da quello del cinema e da altri ancora. Lo sport fa certo parte della nostra vita quotidiana, ma il calcio in particolare, nella società contemporanea, è diventato qualcosa di più di una semplice attività sportiva,  assumendo i caratteri dello spettacolo, tanto da essere oggi più “visto” e “discusso” che praticato.

Non è sempre stato così: nel corso del Novecento, il calcio ha sostituito nel cuore degli italiani quello che era in passato lo sport nazionale per eccellenza, il ciclismo. Che quest’ultimo fosse il vero sport nazionale, allora, lo dimostra, tra le tante cose, un episodio sospeso tra realtà e leggenda: nel 1948, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, secondo l’opinione comune sarebbe stata l’attenzione rivolta alla vittoria di Gino Bartali al Tour de France a scongiurare la guerra civile.

Le cose cominciarono a cambiare dopo la metà del secolo, soprattutto negli anni Sessanta, grazie alla vittoria dell’Italia agli Europei del’ 68 e dopo il celeberrimo 4-3 contro la Germania nei Mondiali del 1970. Il successo crescente del calcio è stato accompagnato, sotto il profilo linguistico, dalla diffusione di metafore ad esso legate: espressioni come essere di serie A o B, fare gol a porta vuota, zona Cesarini, e molte altre ancora, sono la conseguenze dello straordinario successo del calcio nella società italiana.

Alcuni cronisti sportivi hanno fatto notare che il vocabolario del calcio è più italianizzato di quello di altri sport, come il basket o il tennis: è così? E, se sì, perché?

È vero, e le ragioni per cui il vocabolario del calcio risulta italianizzato sono soprattutto storiche. Il calcio ha una data di nascita ben precisa: il 26 ottobre del 1863, infatti, a Londra i rappresentanti di alcune squadre di football si incontrarono per stilare un regolamento che potesse essere condiviso. Nacque così la prima federazione nazionale, la Football association. Ne ho scritto nel libro Il secolo dei palloni. Storia linguistica del calcio, del rugby e degli altri sport con la palla nella prima metà del Novecento, accostando il calcio al rugby, proprio perché i due sport furono praticamente la stessa cosa fino a quel momento: il football, appunto.

Di più: ogni college, allora, praticava la sua variante di gioco col pallone. Il nuovo regolamento consentiva quindi il superamento delle diverse interpretazioni locali. Va detto, tuttavia, che il calcio, a quell’epoca, era abbastanza diverso da quello a cui siamo abituati oggi: non c’era la traversa e il fuorigioco era per così dire totale, un po’ come l’in avanti nel rugby, perché tutti i giocatori di una squadra dovevano partire dietro la linea della palla; per un certo periodo fu persino consentito fermare la palla con le mani in tutte le zone del campo. Il calcio che fu poi esportato dall’Inghilterra nel resto del mondo era quello della Football association, ispirato peraltro al modo con cui si giocava a Cambridge già in precedenza: non a caso, il nome del nuovo sport fu un po’ ovunque, e anche in Italia, football association, proprio come il nome della prima federazione nazionale; di qui nasce anche la parola inglese soccer, dall’abbreviazione di association (soc-) con -er.

Ma veniamo all’Italia. La culla del calcio nel nostro paese, diversamente da come si crede non fu Genova, bensì Torino; da lì proveniva Edoardo Bosio, il vero pioniere italiano del calcio. Bosio era un industriale che aveva lavorato per qualche anno in Inghilterra e lì aveva conosciuto il nuovo sport: non a caso, fu proprio lui a portare in Italia i primi palloni di cuoio. Oltre al calcio, Bosio praticò anche con buoni risultati il canottaggio, e non è rara la combinazione in alcune polisportive dei due sport per potersi allenare tutto l’anno: il canottaggio d’estate e il calcio, per antonomasia, lo sport d’inverno.

Per i giornali, come abbiamo già detto, il primo nome del calcio fu football association. E anche il dizionario del nuovo sport era tutto inglese: l’arbitro era il referee, il portiere goal-keeper, l’attaccante forward, il centrocampista half, il difensore back. Nel percorso di italianizzazione del vocabolario del calcio, contò molto l’interpretazione (metaforica, ma fino a un certo punto!) della partita di calcio come una allegoria della guerra: due compagini che si affrontavano, l’una contro l’altra. Quelli che oggi chiamiamo attaccanti, centrocampisti e difensori, perciò, furono inizialmente chiamati prima, seconda e terza linea, come se fossero i reparti di un esercito al fronte. Solo più tardi, il calciatore di seconda linea divenne sostegno, poi mediano e infine, grazie probabilmente alla penna Gianni Brera, centrocampista (per influenza dell’inglese mid-fielder o center-fielder).

Alcuni termini, va detto, sono legati a cambiamenti di natura tecnica avvenuti nel corso del tempo: penso ad esempio alle numerose modifiche che hanno interessato la regola del fuorigioco. Può capitare, però, che non si conoscano o si perdano le tracce dell’origine di una nuova parola: è il caso di battitore libero, locuzione nata con l’evoluzione tattica dei primi anni Cinquanta e il progressivo abbandono del Sistema o Modulo WM a favore del catenaccio. Io e Pierpaolo Lala abbiamo parlato di questa espressione in Invasione di Campo, spiegando come il nuovo ruolo venne chiamato così proprio perché il calciatore non giocava in linea con la difesa, ma leggermente arretrato; oggi invece non esiste più nel linguaggio del calcio battitore libero, e neanche libero, come fu detto per anni, proprio perché l’evoluzione tattica seguita alla rivoluzione sacchiana ha portato ad abbandonare quel ruolo (con il ritorno della difesa in linea, si parla infatti di difensori centrali o centrali di difesa o solo centrali).

Nel corso del tempo, dunque, molte parole inglesi furono tradotte in italiano: penalty divenne (calcio di) rigore; goalkeeper si modificò in portiere, ma passando per una fase nella quale veniva chiamato guardiano (di porta); e i supporter divennero, naturalmente, i tifosi, ma soltanto però negli anni Trenta.

Uno dei protagonisti di questo processo di italianizzazione fu Luigi Bosisio, segretario della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) che allora ancora si chiamava Federazione Italiana del Football (FIF). Nel 1907, fu proprio lui a chiedere alla Gazzetta dello Sport di cambiare il nome della rubrica dedicata al football, sostituendo a questo anglicismo la parola italiana calcio. Uno dei motivi che fu addotto allora era che si vantava un’origine tutta italiana dello sport, sebbene infondata, che affondava le sue radici nella tradizione del calcio fiorentino (o calcio in livrea) praticato fin dal Cinquecento nel capoluogo toscano. In realtà, si trattava di un’appropriazione impropria, visto anche che il calcio fiorentino, dal Seicento all’Ottocento, venne praticato soltanto in rare occasioni: non uno sport vero e proprio, quindi, ma una manifestazione spettacolare a carattere occasionale e celebrativo.

Sarebbe come dire che le corse dei cavalli che si svolgono oggi negli ippodromi derivino dal Palio di Siena.

Se possibile, ancora di più, dato che si arrivò persino a tracciare una storia tutta nostrana del nuovo sport, che, esulando dalle sue origini inglesi, riportava direttamente il calcio fiorentino all’arpasto (o harpastum) romano e all’episkyros greco, gli antenati più remoti del gioco del calcio. Né l’uno né l’altro, tuttavia, erano degli sport nel senso moderno, né tantomeno è possibile ipotizzare, almeno per l’Italia, una tradizione ininterrotta che dall’antichità arriva fino ai giorni nostri. Da un lato, più che di sport infatti, si trattava di forme di allenamento dei soldati e ci sono delle testimonianze della pratica dell’arpasto anche da parte delle truppe di Giulio Cesare stanziate nelle Gallie. Dall’altro lato, il calcio fiorentino probabilmente non è altro che un recupero tardo-rinascimentale dell’arpasto romano, di cui nel frattempo si era persa memoria; una riscoperta del mondo antico per certi versi analoga a tante altre che caratterizzano la cultura umanistica e rinascimentale. Nel nord della Francia, invece, l’arpasto continuò forse a essere praticato a lungo, ispirando poi attività molto simili, come la soule e la barrette, di cui si trova traccia anche nel medioevo. Un gioco simile a questi attraversò la Manica, passando nelle isole britanniche e, più tardi, diventò lo sport praticato nei college inglesi con il nome di football («You base football player» si legge già nel Re Lear di Shakespeare, risalente ai primi anni del Seicento). Tornando alla domanda sulla differenza tra il vocabolario del calcio e quello di altri sport, vorrei precisare che la ragione risiede, appunto, nel suo percorso lunghissimo, che dalla fine dell’Ottocento lo ha portato sino a noi.

E poi, naturalmente, ci si è messo di mezzo anche il successo crescente dello sport, diventando un fenomeno di massa.

Il successo di uno sport – come anche la diffusione di una moda o di una certa abitudine – ha un ruolo fondamentale nella promozione di alcune espressioni linguistiche. Si pensi, ad esempio, all’uso metaforico nella comunicazione politica della parola skipper o del verbo strambare, ossia cambiare velocemente posizione, che non è rimasto circoscritto solo a un noto appassionato di vela come Massimo D’Alema: si tratta infatti di espressioni utilizzate spesso anche da altri politici, ma non prima della regate di Coppa America che all’inizio degli anni Novanta portarono il Moro di Venezia di Raoul Gardini a vincere – primo sindacato italiano – la Louis Vuitton Cup. Aspettiamoci, a questo punto, un profluvio di metafore tennistiche, dopo i recenti successi di Matteo Berrettini ai campionati Open d’Australia.

Torniamo a Invasione di campo e al linguaggio sportivo usato in politica: quali sono le metafore che avete rilevato fossero usate più frequentemente?

Oggi, la maggior parte dei traslati di origine sportiva utilizzati nella comunicazione politica è senz’altro legato al calcio. Tuttavia, la metafora probabilmente più ricorrente in politica, soprattutto quando si parla di avversari, è rappresentata dalla coppia maratonetavelocista (o centometrista). Già negli anni Ottanta, in un articolo per La Stampa, Frane Barbieri aveva definito Reagan velocista e Andropov maratoneta, paragonando il primo a Jesse Owens, il trionfatore dei Giochi olimpici di Berlino nel 1936, il secondo a Paavo Nurmi, famoso mezzofondista. Si tratta davvero di una metafora di grande fortuna e di lunga durata. Pensiamo alla prima candidatura di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico, quando venne poi sconfitto da Pierluigi Bersani. Durante un’intervista, chiesero ai contendenti a quale sportivo si sarebbero paragonati: Bersani fece il nome del saltatore con l’asta Serhij Bubka (che chiamò, con un lapsus, Burka); Renzi paragonò sé stesso a Carl Lewis, plurivincitore alle Olimpiadi del 1984, e pensò per Bersani a Dorando Pietri, vincitore della Maratona di Londra del 1908. Quest’ultima comparazione non era però esente da una certa malizia: Pietri era stato infatti squalificato, in quanto aiutato dal pubblico, che lo sorresse negli ultimi metri della gara e lo accompagnò al traguardo (era infatti entrato in crisi a pochi metri dal compiere l’impresa e tra coloro che lo aiutarono, si disse, c’era anche Arthur Conan Doyle). Quando poi Renzi diventò segretario del Partito Democratico (e poco dopo presidente del consiglio), molti commentatori politici cominciarono a descriverlo come un ottimo centometrista, ma che andava valutato sulla lunga distanza; già nel 2014 Giorgio Guazzaloca aveva vaticinato: «Bravo come centometrista, però bisognerà vederlo all’opera come maratoneta» (Andrea Chiarini, la Repubblica, 24 gennaio 2014).

Se si vuole parlare dell’intreccio tra il linguaggio della politica e quello dello sport, segnatamente del calcio, bisogna però senza dubbio ripercorrere una fase decisiva per la storia del Paese, che coincide con l’inizio della Seconda Repubblica. Parliamo, da un lato, della discesa in campo (metafora calcistica!) di Silvio Berlusconi nel 1994; dall’altro, dell’intervento in politica di Romano Prodi, l’anno successivo. Nel febbraio del 1995, Indro Montanelli, in quel momento in rotta con Berlusconi, avvertì in un articolo su La Voce che Prodi non aveva le doti del velocista utili per vincere le elezioni, ma semmai quelle del maratoneta (per quanto tutti sapessero che Prodi fosse un grande appassionato di ciclismo). Ad ogni modo, il professore bolognese rispose riprendendo la medesima metafora: ammise di non possedere le doti del velocista, ma disse anche che all’Italia in quel momento servivano la resistenza e la perseveranza proprie di un maratoneta. E quando dieci anni dopo, in procinto di ricandidarsi alle politiche del 2006, qualcuno cercherà di attribuirgli doti da velocista, Prodi risponderà ironicamente: «Mi chiedete di cominciare adesso lo sprint? Se lo facessi tradirei la mia indole di maratoneta» (dal Corriere della Sera e da la Repubblica del 26 gennaio 2006).

Dunque è da allora che cominciarono a essere usate le metafore sportive con sempre maggiore frequenza nella comunicazione politica?

Sì, e anche qui le ragioni sono in larga parte storiche: negli anni Novanta, con la crisi delle ideologie, avvenne un cambiamento epocale; la politica italiana, in particolare, perse i due suoi maggiori punti di riferimento, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista; gli anni della politicizzazione, i Sessanta e i Settanta, erano orami lontani. Finiti gli entusiasmi e dismessi gli slogan legati alle grandi ideologie del Novecento, la politica si servì allora del calcio e del suo vocabolario per riaccendere quegli entusiasmi e, soprattutto, ricreare un senso di appartenenza.

Il cambiamento certo si rese manifesto proprio quando Berlusconi annunciò la propria discesa in campo, una metafora che peraltro nemmeno inventò: era stato infatti Paolo Valenti, storico conduttore di 90° minuto ad averla usata per la prima volta, in occasione della sua candidatura alle elezioni politiche del 1987. Non a caso, Berlusconi scelse anche il nome di azzurri per indicare gli appartenenti al partito e nacque poi la squadra di governo. Metafore di grande successo, si direbbe, tanto che lo storico capitano del Milan Franco Baresi, quando nel dicembre del ’94 il governo Berlusconi entrò in crisi, lamentò il fatto che non si poteva allontanare un allenatore prima della fine del campionato.

A forza di usare le metafore calcistiche sembra quasi che i politici abbiano cominciato a confondere la forma con la sostanza, un cambiamento del clima che si cominciava a respirare anche nelle contese tra i politici e nei loro botta e risposta. È così?

Sì, e che il clima di allora fosse cambiato, lo dimostrano tanti esempi. Giusto per citarne uno, prendo in considerazione un famoso confronto televisivo tra Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, avversari nelle elezioni a sindaco di Roma. Bene, durante il dibattito, Rutelli ammise di essere tifoso della Lazio, un’affermazione che un politico della Prima Repubblica difficilmente avrebbe fatto. Fini invece disse di tifare per il Bologna e di avere anche una simpatia per la Lazio. Tra i candidati al primo turno, però, ci fu anche chi cercò ipocritamente di ingraziarsi le due tifoserie affermando di tifare sia per la Lazio sia per la Roma, e compiendo così, agli occhi di molti, una gaffe imperdonabile. E sul suo nome cadde la damnatio memoriae.

Un altro esempio: in un dibattito con l’economista Luigi Spaventa, suo avversario nel collegio uninominale del 1994, Berlusconi chiese all’interlocutore quante Coppe Campioni avesse vinto, forte di quelle che lui si era aggiudicato negli anni precedenti con il Milan («Provi Spaventa a vincere due Coppe Campioni!»). O ancora si pensi a quando lo stesso Berlusconi chiese la fiducia programmatica al Senato, nel 1994, poche ore prima che la squadra affrontasse il Barcellona di Cruijff nella finale di Champions League; dai banchi dell’opposizione qualcuno interruppe il discorso gridando «Auguri anche al Milan per questa sera», e il premier imperturbabile replicò «Siamo là a difendere i colori del Milan, di Milano ma anche dell’Italia».

Del resto, come non ricordare che proprio da allora nelle trasmissioni dedicate al calcio, come quella di Biscardi (di fatto, il vero inventore del talk show in Italia), cominciarono a essere invitati sempre più ospiti politici.

Ci sono delle espressioni che pensi siano usate scorrettamente o delle espressioni che proprio non tolleri, anche dal punto di vista idiosincratico?

Non sono contrario a priori all’uso di metafore calcistiche e sportive, nemmeno nella comunicazione politica. Se è un modo per semplificare un linguaggio, che un tempo era ben più oscuro (chi non ricorda le “convergenze parallele” di Aldo Moro?), direi che va benissimo.

Il problema è quando questo modo di esprimersi diventa sistematico. Ad esempio, se un politico come Renzi, poco dopo essere diventato per la prima volta segretario del PD, dice «lotterò su ogni pallone per onorare questa maglia», mi viene da pensare che non ci sarebbe bisogno di un ricorso così massiccio alle metafore calcistiche per spiegare quello che si intende. Insomma, se quell’uso serve per semplificare il discorso, è benvenuto. Se invece si cristallizza in una forma fissa, allora, diventa anch’esso, sebbene in forme diverse, un’espressione del politichese.

Ancor peggio è il ricorso a metafore calcistiche come forma di rispecchiamento nei propri elettori: è il modo che molti politici hanno per avvicinarsi alle persone comuni. Si pensi ad esempio all’uso delle felpe personalizzate e delle maglie calcistiche da parte di Matteo Salvini. Credo che non sia particolarmente interessante sapere se un politico tifa una squadra piuttosto che un’altra; al pari, per dire, della sua dieta alimentare. In questi casi, l’utilizzo di traslati sportivi appare persino una presa in giro degli elettori.

Per il resto, invece, mi ritengo abbastanza flessibile quando si tratta di questioni legate alla lingua: non credo nelle forme dirigistiche. Personalmente, anzi, sostengo che qualche problema possa prodursi nel caso di calchi da altre lingue, piuttosto che di prestiti. Non in tutti, naturalmente: grattacielo (skyscraper) non crea problemi, ad esempio, ma lo stesso non si può dire per jihad, che viene reso con guerra santa, ma significa semplicemente ‘lotta, combattimento’. Il calco, dunque, è ben più pericoloso di un semplice prestito. Poi, sul fatto che l’italiano sia una lingua influenzata dall’inglese e dall’angloamericano non c’è dubbio: non solo prendiamo in prestito delle parole, ma le inventiamo persino, come sono gli pseudo-anglicismi click day, smart working o smoking (parola che in inglese non designa l’abito da sera!). Se però, come dicevo, tutto ciò può migliorare il grado di intercomprensibilità o, semplicemente, se la maggior parte delle persone usa quelle parole, trovo che se ne debba pacificamente prendere atto. È l’uso che fa la lingua, non altro.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 5 febbraio 2022

Invasione Di Campo è un libro di Lala PierpaoloNichil Rocco Luigi edito da Manni a giugno 2021

La Caduta di Costantinopoli e “Bisanzio dopo Bisanzio”, l’intervista a Francesco G. Giannachi

C’è chi la propone come la data d’inizio dell’Evo moderno, chi come quella della vera caduta dell’Impero romano; fatto sta che il 29 maggio del 1453 i Turchi conquistarono Costantinopoli, mettendo fine all’Impero bizantino e avviando una nuova fase della storia. Dell’avvenimento e della cultura che in parte scomparve, ma che in parte sopravvisse, abbiamo parlato con Francesco G. Giannachi, professore associato di Civiltà bizantina presso l’Università del Salento.

Professore, guardando le mappe di quegli anni, più che chiedersi come fece a cadere la città, viene da chiedersi: come mai non cadde prima, circondata com’era dai domini ottomani?

L’assedio del 1453 fu, in effetti, quello conclusivo; altri tentativi, ce n’erano già stati: quello condotto dal padre di Maometto II, Murad II, ad esempio, oppure, quello condotto dal suo bis-nonno, Bayezid I, dal 1397 al 1402, il quale aveva dovuto togliere l’assedio per affrontare il condottiero mongolo Tamerlano. Maometto II si trovò in una situazione diversa: l’assetto finanziario dell’impero bizantino era ormai compromesso, tanto che non era stato nemmeno possibile riparare le parti danneggiate delle mura o pagare gli artiglieri ungheresi che costruirono i due giganteschi cannoni usati dai turchi nell’assedio, ma che, prima, si erano rivolti all’imperatore di Costantinopoli.

A Maometto II, del resto, non mancavano né la determinazione, né l’ardimento giovanile: l’anno prima, con la costruzione della fortezza di Rumelihisarı sul lato europeo del Bosforo, di fronte a un’altra fortezza turca, si era messo nelle condizioni di bloccare i possibili rifornimenti alla città. Inoltre, va aggiunta una serie di contingenze, tra cui il mancato arrivo delle truppe occidentali (alcune navi inviate dal Papa erano state bloccate da una tempesta, ad esempio), che permisero all’assedio di concludersi vittoriosamente. L’unico serio ostacolo per gli assedianti fu la cinta muraria, a doppia cortina, che risaliva all’imperatore romano Teodosio; e molti tentativi d’assalto, in effetti, furono fermati.

Dall’altra parte, però, c’era l’esercito turco, numeroso e agguerrito, e Maometto II: stando alle fonti, il sovrano ottomano aveva una vera ossessione per Costantinopoli. Ce lo racconta Tursun Beg, il suo biografo: Maometto pensava alla città come una sposa da conquistare, quasi la desiderasse carnalmente. C’è da credere che, in ciò, ci fosse del vero, anche perché la capitale ottomana, dopo la conquista, fu spostata proprio nella “Polis” (la “città”), come la chiamavano i Βizantini . Il nome attuale, peraltro, si è probabilmente plasmato su quello antico: dalla perifrasi greca “is tin bolin”, che significa “verso” o anche “dentro la città”.

Il grande vincitore della vicenda fu, naturalmente, Maometto II, detto da allora “fātiḥ”, ossia “il conquistatore”; tuttavia, è interessante ricordare anche l’ultima dinastia bizantina, quella dei Paleologi. Michele VIII, ad esempio, aveva rifondato l’impero (caduto nel 1204, quando i cristiani occidentali della Quarta crociata avevano saccheggiato la città e deposto l’imperatore); e poi Manuele II, Giovanni VIII, fino all’ultimo imperatore, Costantino XI; furono sovrani che cercarono disperatamente l’aiuto occidentale, anche mediante la riunificazione delle due chiese, avvenuta, in effetti, con il Concilio di Ferrara-Firenze, nel 1439, ma mai accettata dai Bizantini in patria.

Nei libri di scuola, quantomeno dopo l’epopea di Giustiniano, l’impero bizantino è rappresentato come costantemente in crisi e dominato da continue congiure: dovremmo cambiare questo modo di vedere le cose?

Rispondo innanzitutto dicendo che, se la storia del Medioevo occidentale risente di stereotipi – è un’epoca ritenuta barbara, oscura, fatta solo di sangue, streghe, analfabetismo e peste – ciò vale ancora di più per la storia del Medioevo greco. Perfino la nostra lingua veicola degli stereotipi: con il termine “bizantino” indichiamo qualcosa di intricato e farraginoso (una burocrazia “bizantina”) o una sottigliezza eccessiva (un “bizantinismo”). Molti studenti sono attratti soprattutto dallo studio della Grecia classica; eppure, è proprio grazie ai copisti bizantini se i grandi testi dell’antichità ci hanno raggiunto. La portata culturale bizantina non può essere certo ridotta agli eunuchi cubicularii (i leggendari alti funzionari di corte castrati, ndr) o agli intrighi di palazzo; vale la pena, inoltre, anche studiare “Bisanzio dopo Bisanzio”, che è il titolo di un celebre libro di Nicolae Iorga.

La cultura bizantina, infatti, restò vitale in tutti i Balcani e venne tramandata, ad esempio, dalle Accademie romene, dove si continuarono a studiare i testi greci. Anche l’Italia ha risentito della presenza dei Bizantini, fisicamente presenti nella Penisola fino al 1071: non c’è solo l’episodio materiale più evidente, ossia i mosaici di Ravenna; la stessa Venezia ebbe rapporti privilegiati con Bisanzio (e bisognerebbe anche ricordare la presenza della numerosa comunità ortodossa e la sua attività tipografica); inoltre, esistono parti d’Italia ellenofone che hanno un rapporto genetico con la storia bizantina: nell’area della Bovesìa, in Calabria, e nella cosiddetta Grecìa Salentina sono tuttora parlati dei dialetti greci. Nel Sud Italia, poi, la lingua e la cultura greca rimasero vitali almeno fino al Seicento.

Come dobbiamo immaginarci la cultura bizantina?

Quella bizantina è una civiltà millenaria, che si è evoluta nel tempo da molti punti di vista, linguistico, dei costumi, delle istituzioni. Mi vengono in mente, però, due tentativi cinematografici di ricostruzione: l’“Armata Brancaleone”, dove compare Teofilatto dei Leonzi (interpretato da Gian Maria Volonté) e “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, dove compare il duca di Ravenna. Bene: sono dei riassunti esemplari degli stereotipi sui bizantini che può possedere una persona di media cultura in Italia oggi. Il giudizio sulla decadenza perenne di Bisanzio, un altro tenace luogo comune, peraltro, è dovuto anche all’insigne storico inglese Edward Gibbon, il quale riteneva che l’Impero romano (e, con esso, Bisanzio) fosse entrato un in perenne declino perché aveva abbracciato il cristianesimo, dedicandosi più alla vita ultraterrena che a quella mondana.

Contro questi stereotipi, si potrebbero citare invece importanti periodi di rinascenza della civiltà bizantina. Citavo Michele VIII Paleologo, ad esempio, che nel 1261 restaurò l’impero: fu un periodo di rinascenza delle arti, degli studi letterari e storici. Studi che, nel passato, avevano riguardato anche la matematica e la medicina, secondo un principio di osmosi della cultura bizantina con quella araba. Del resto, ai miei studenti dico sempre questo: per capire la civiltà bizantina bisogna spostare il proprio baricentro di osservazione verso Oriente; la civiltà bizantina era profondamente influenzata dalle culture sia del Medio sia dell’Estremo Oriente. Un esempio? La “hesychia”, ossia un metodo di preghiera psicosomatico, che impegnava la mente e il corpo, molto vicino allo yoga o al sufismo.

Un altro periodo importante della storia bizantina fu l’VIII-IX secolo, durante il quale si ebbe la celebre “iconomachia” (letteralmente: “battaglia delle immagini”), ossia la disputa teologica sulla rappresentabilità del divino. Non fu un problema solo bizantino: le altre due culture monoteiste mediterranee, l’ebraismo e l’islam, sono tutt’ora caratterizzate dall’aniconismo, ossia dall’impossibilità di rappresentare il divino. In merito all’identità di quella cultura, mi viene in mente, infine, un grande testo bizantino che, insieme ai poemi omerici, è assurto a testo fondativo dell’identità greca medievale: il “Digenis Akritas”. Si tratta di un personaggio d’invenzione, un cavaliere senza legge figlio di madre cristiana e padre musulmano, guardiano dei confini dell’impero in Siria. Una figura più romanzesca che epica, predone e difensore delle cristianità, voluttuoso ed eroico al tempo stesso. E “Digenis”, in greco, significa proprio “dalla doppia stirpe”: come non coglierne il forte valore simbolico?

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 29 maggio 2021

Come se la cavano i dialetti in Italia? L’intervista a Paolo D’Achille

Il dialetto è morto? Tutto il contrario. Da tempo, i dialetti non godevano di tanta salute: le serie tv come Gomorra, L’amica geniale, Zero Zero Zero, Romanzo Criminale e Suburra, le pagine Wikipedia in genovese, lumbaard, siciliano, gli infiniti gruppi Facebook. La rete, soprattutto, ha fatto molto bene ai dialetti. Ma cosa sono questi benedetti dialetti, da dove arrivano e in che rapporto stanno con l’italiano? E’ giusto recuperarli e, se sì, come? Lo chiediamo al professor Paolo D’Achille (nella foto), uno dei maggiori dialettologi e storici della lingua italiani.


Professore, come mai in Italia ci sono così tanti dialetti?


«Il motivo della presenza di così tanti e differenti dialetti è che sul nostro territorio, ancor prima dell’unificazione linguistica latina, erano stanziate popolazioni di origini molto diverse. La Alpi costituiscono da sempre un confine valicabile, così come gli Appennini; per non parlare, poi, delle lunghe coste, dei fiumi navigabili e del clima favorevole. Dopo la conquista romana, questi popoli hanno accettato come lingua il latino, dandogli però specifici tratti di pronuncia. Queste tendenze sono riemerse con le invasioni barbariche e hanno intrapreso percorsi distinti, seguendo anche le vicende di frammentarietà politica e amministrativa (si pensi ai comuni e alle diocesi). Infine, nei secoli, si è assistito anche una variazione lessicale, che deriva dal tradizionale campanilismo italiano e dalla volontà delle comunità cittadine di differenziarsi tra loro. Bisogna ricordare, poi, che la nostra penisola è attraversata da una frattura linguistica importante, la linea “Rimini-La Spezia”. I dialetti parlati a Nord, rispetto a quelli del Sud, hanno caratteristiche strutturali diverse che li avvicinano più alle altre lingue romanze, come lo spagnolo e il francese».

Non c’è il rischio che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, mettendo in bocca agli italiani un indigesto composto di lingua e dialetto?


«Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano, che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento (più pericoloso degli anglicismi). Il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica».


Il recupero dei dialetti è solo folklore o qualcosa di più serio? E poi: come se la cava l’italiano colloquiale nella convivenza col dialetto?

«In molte fasi della nostra storia, il dialetto è stato visto come un ostacolo all’italianizzazione e le istituzioni scolastiche lo hanno considerato a lungo solo come una fonte d’errore. Oggi, quindi, è giusto che si rivendichi la possibilità di adoperarlo nelle conversazioni, nell’arte o a teatro, perché è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Ma la pretesa di far diventare il dialetto una lingua di cultura e delle leggi sarebbe contro la storia. Sono proprio i parlanti dialettali, del resto, ad aver sempre riconosciuto l’Italiano come lingua tetto (cioè come la lingua di riferimento per gli usi di maggior prestigio, ndr). Ricordiamo che – fatta eccezione per la temporanea dialettofobia scolastica – l’italiano non si è mai imposto con la forza. Certo, qualche volta, la lingua della burocrazia è apparsa lontana dall’uso quotidiano. Ma l’italiano parlato rappresenta un patrimonio ormai condiviso dai più, sviluppatosi proprio dal basso, al quale non dovremmo rinunciare, anche nella convivenza col dialetto».

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

Marino presenta a Cremona il suo libro, “Un marziano a Roma”

Un marziano a Roma”: se a scomodare Flaiano ci avevano già pensato i giornalisti, la posa alla Steve Jobs con cui l’ex sindaco di Roma si fa ritrarre nella copertina del suo nuovo libro è senz’altro una soluzione inedita; con ciò, durante la presentazione del volume, avvenuta nella sala convegni del circolo Filodrammatici di Cremona, Ignazio Marino ha tenuto fede ai panni di outsider della politica cui allude il titolo. Su quei panni, del resto, si è sempre basata la riconoscibilità del personaggio. Nella conversazione col direttore de La Provincia, Vittoriano Zanolli, “il marziano a Roma” (presentato dall’amico e collega Mario Riccio) ha recitato dunque un copione noto: quello che, oltreché la riconoscibilità, a voler essere maliziosi, ha fondato anche la sua fortuna politica. Fortuna che qualche mese fa, come tutti sanno, lo ha abbandonato, costringendolo dopo solo due anni e mezzo a rimettere il mandato affidatogli dai cittadini di Roma. Marino, comunque, alla parte che si è ritagliato, quella di un ragionevole professionista prestato alla politica, sembra crederci. Forse perché, in fondo, appare per quello che è: un chirurgo di fama internazionale animato da buona volontà, buon senso e una certa dose di ambizione politica. E niente di più.

Sono qualità che, nel panorama politico italiano, lo hanno premiato fino a un certo punto. Mancanza di carattere o eccesso di aplomb, capacità professionale sprecata o la scelta caduta su un mestiere sbagliato (quello di sindaco), fatto sta che la situazione che Marino si è trovato ad affrontare, una volta eletto primo cittadino della Capitale, fa venire i brividi: 24 miliardi di debiti, tra cui quelli contratti nell’acquisto dei terreni per la costruzione del Villaggio Olimpico del 1960; la bomba ecologica della discarica di Malagrotta; l’assenteismo selvaggio dei dipendenti Atac, l’azienda municipale dei trasporti (700 ore annue lavorative pro-capite contro le più di mille dei colleghi milanesi dell’Atm); i rapporti clientelari, una burocrazia di 60 mila anime, il calderone del malaffare scoperchiato dall’inchiesta Mafia Capitale. Roma ha costituito dunque la sfida finale di una carriera politica cominciata con le elezioni a senatore del 2006, fino alle primarie del PD, nel 2009, perse contro Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (anche se, dell’esperienza delle primarie, l’ex senatore ha rivendicato con un certo orgoglio il risultato ottenuto di 500 mila voti).

Viene da chiederselo, però, chi l’abbia fatto fare a Ignazio Marino, brillante chirurgo diventato capo di dipartimento della Pittsburgh Transplantation Institute dell’Università di Pittsburgh, di tornare in Italia per darsi alla politica. Un nome della chirurgia che, bisogna dirlo, nel suo campo ha prova di grande professionalità e, in certi casi, di profondo coraggio: per dirne una, nel 2001 effettuò il primo trapianto su un paziente sieropositivo in Italia, sfidando il rischio di contagio e la censura scritta dell’allora ministro della salute Girolamo Sirchia.

Sono molti gli sforzi che Marino si attribuisce nell’ambito dei diritti civili e vanno dalla chiusura dei manicomi criminali, al testamento sul fine vita, al riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali; memorabile, a proposito, resta la trascrizione sui registri de Campidoglio delle unioni celebrate all’estero tra coppie dello stesso sesso; nel libro, tra l’altro, non risparmia di raccontare la reprimenda di Bergoglio su questo punto.

Nel 2013 è arrivata la sfida di Roma, raccolta, vinta e naufragata nel giro di due anni e mezzo. Marino racconta la sua versione e lancia alcune provocazioni. Perché prendere di mira il sindaco di Roma, se le spese di rappresentanza (poi pagate di tasca propria) sono state di 19 mila euro in 28 mesi, mentre quelle dell’ex sindaco di Firenzesi aggirano sui 600 mila euro in un solo anno? O ancora: perché cercare nel Campidoglio l’unico responsabile dello squallido spettacolo del funerale del clan dei Casamonica (su tutti: l’elicottero che sorvola Roma per cospargere la funzione con petali di rose) e non prendersela col ministro degli interni?

La risposta è semplice: perché l’ex coinquilino del Campidoglio, proprio in quanto outsider della politica romana, portatore di valori civici e legalitari, ha costituito un corpo estraneo nella politica della capitale. La sua fede nella legalità dei conti e del bilancio, il piglio aziendalistico nella gestione delle imprese pubbliche e l’apertura a forme di privatizzazione si sono scontrate con blocchi d’interesse consolidati.

E qui viene il tasto dolente: l’impresa cominciata da Marino, a suo giudizio, sarebbe potuta anche andare a buon fine se non fosse stata interrotta da un vero e proprio tradimento; «Ventisei coltellate e un solo mandante», così recita, infatti, il titolo (fin eccessivo) di un capitolo del libro. L’episodio è cronaca degli ultimi mesi: di fronte a un notaio, ventisei consiglieri firmano un atto con cui si impegnano a sciogliere il comune di Roma. Dietro, la lunga mano di Matteo Renzi. Ma ormai, con le elezioni che incombono, per molti è già acqua passata.

Sul futuro prossimo, Marino ha qualche riserva, ma confessa che si impegnerà a contrastare la nuova riforma costituzionale. In tutto ciò, emerge comunque l’amarezza di non essere riusciti a fare di Roma una città maggiormente “europea” nella gestione della cosa pubblica, più vicina per dire alla dinamicissima Milano. Perché è vero: resta mozzafiato lasciarsi alle spalle il Colosseo e percorrere via dei Fori Imperiali (pedonalizzata proprio dall’ex sindaco), magari la sera, quando le luci di Vittorio Storaro dànno il meglio. Ma se la nuova amministrazione non troverà il coraggio di percorrere quella strada che, con tutti i suoi limiti, Ignazio Marino ha saputo indicare, Roma resterà la testimone di un passato folgorante, ma per sempre andato.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 giugno 2016