La Caduta di Costantinopoli e “Bisanzio dopo Bisanzio”, l’intervista a Francesco G. Giannachi

C’è chi la propone come la data d’inizio dell’Evo moderno, chi come quella della vera caduta dell’Impero romano; fatto sta che il 29 maggio del 1453 i Turchi conquistarono Costantinopoli, mettendo fine all’Impero bizantino e avviando una nuova fase della storia. Dell’avvenimento e della cultura che in parte scomparve, ma che in parte sopravvisse, abbiamo parlato con Francesco G. Giannachi, professore associato di Civiltà bizantina presso l’Università del Salento.

Professore, guardando le mappe di quegli anni, più che chiedersi come fece a cadere la città, viene da chiedersi: come mai non cadde prima, circondata com’era dai domini ottomani?

L’assedio del 1453 fu, in effetti, quello conclusivo; altri tentativi, ce n’erano già stati: quello condotto dal padre di Maometto II, Murad II, ad esempio, oppure, quello condotto dal suo bis-nonno, Bayezid I, dal 1397 al 1402, il quale aveva dovuto togliere l’assedio per affrontare il condottiero mongolo Tamerlano. Maometto II si trovò in una situazione diversa: l’assetto finanziario dell’impero bizantino era ormai compromesso, tanto che non era stato nemmeno possibile riparare le parti danneggiate delle mura o pagare gli artiglieri ungheresi che costruirono i due giganteschi cannoni usati dai turchi nell’assedio, ma che, prima, si erano rivolti all’imperatore di Costantinopoli.

A Maometto II, del resto, non mancavano né la determinazione, né l’ardimento giovanile: l’anno prima, con la costruzione della fortezza di Rumelihisarı sul lato europeo del Bosforo, di fronte a un’altra fortezza turca, si era messo nelle condizioni di bloccare i possibili rifornimenti alla città. Inoltre, va aggiunta una serie di contingenze, tra cui il mancato arrivo delle truppe occidentali (alcune navi inviate dal Papa erano state bloccate da una tempesta, ad esempio), che permisero all’assedio di concludersi vittoriosamente. L’unico serio ostacolo per gli assedianti fu la cinta muraria, a doppia cortina, che risaliva all’imperatore romano Teodosio; e molti tentativi d’assalto, in effetti, furono fermati.

Dall’altra parte, però, c’era l’esercito turco, numeroso e agguerrito, e Maometto II: stando alle fonti, il sovrano ottomano aveva una vera ossessione per Costantinopoli. Ce lo racconta Tursun Beg, il suo biografo: Maometto pensava alla città come una sposa da conquistare, quasi la desiderasse carnalmente. C’è da credere che, in ciò, ci fosse del vero, anche perché la capitale ottomana, dopo la conquista, fu spostata proprio nella “Polis” (la “città”), come la chiamavano i Βizantini . Il nome attuale, peraltro, si è probabilmente plasmato su quello antico: dalla perifrasi greca “is tin bolin”, che significa “verso” o anche “dentro la città”.

Il grande vincitore della vicenda fu, naturalmente, Maometto II, detto da allora “fātiḥ”, ossia “il conquistatore”; tuttavia, è interessante ricordare anche l’ultima dinastia bizantina, quella dei Paleologi. Michele VIII, ad esempio, aveva rifondato l’impero (caduto nel 1204, quando i cristiani occidentali della Quarta crociata avevano saccheggiato la città e deposto l’imperatore); e poi Manuele II, Giovanni VIII, fino all’ultimo imperatore, Costantino XI; furono sovrani che cercarono disperatamente l’aiuto occidentale, anche mediante la riunificazione delle due chiese, avvenuta, in effetti, con il Concilio di Ferrara-Firenze, nel 1439, ma mai accettata dai Bizantini in patria.

Nei libri di scuola, quantomeno dopo l’epopea di Giustiniano, l’impero bizantino è rappresentato come costantemente in crisi e dominato da continue congiure: dovremmo cambiare questo modo di vedere le cose?

Rispondo innanzitutto dicendo che, se la storia del Medioevo occidentale risente di stereotipi – è un’epoca ritenuta barbara, oscura, fatta solo di sangue, streghe, analfabetismo e peste – ciò vale ancora di più per la storia del Medioevo greco. Perfino la nostra lingua veicola degli stereotipi: con il termine “bizantino” indichiamo qualcosa di intricato e farraginoso (una burocrazia “bizantina”) o una sottigliezza eccessiva (un “bizantinismo”). Molti studenti sono attratti soprattutto dallo studio della Grecia classica; eppure, è proprio grazie ai copisti bizantini se i grandi testi dell’antichità ci hanno raggiunto. La portata culturale bizantina non può essere certo ridotta agli eunuchi cubicularii (i leggendari alti funzionari di corte castrati, ndr) o agli intrighi di palazzo; vale la pena, inoltre, anche studiare “Bisanzio dopo Bisanzio”, che è il titolo di un celebre libro di Nicolae Iorga.

La cultura bizantina, infatti, restò vitale in tutti i Balcani e venne tramandata, ad esempio, dalle Accademie romene, dove si continuarono a studiare i testi greci. Anche l’Italia ha risentito della presenza dei Bizantini, fisicamente presenti nella Penisola fino al 1071: non c’è solo l’episodio materiale più evidente, ossia i mosaici di Ravenna; la stessa Venezia ebbe rapporti privilegiati con Bisanzio (e bisognerebbe anche ricordare la presenza della numerosa comunità ortodossa e la sua attività tipografica); inoltre, esistono parti d’Italia ellenofone che hanno un rapporto genetico con la storia bizantina: nell’area della Bovesìa, in Calabria, e nella cosiddetta Grecìa Salentina sono tuttora parlati dei dialetti greci. Nel Sud Italia, poi, la lingua e la cultura greca rimasero vitali almeno fino al Seicento.

Come dobbiamo immaginarci la cultura bizantina?

Quella bizantina è una civiltà millenaria, che si è evoluta nel tempo da molti punti di vista, linguistico, dei costumi, delle istituzioni. Mi vengono in mente, però, due tentativi cinematografici di ricostruzione: l’“Armata Brancaleone”, dove compare Teofilatto dei Leonzi (interpretato da Gian Maria Volonté) e “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, dove compare il duca di Ravenna. Bene: sono dei riassunti esemplari degli stereotipi sui bizantini che può possedere una persona di media cultura in Italia oggi. Il giudizio sulla decadenza perenne di Bisanzio, un altro tenace luogo comune, peraltro, è dovuto anche all’insigne storico inglese Edward Gibbon, il quale riteneva che l’Impero romano (e, con esso, Bisanzio) fosse entrato un in perenne declino perché aveva abbracciato il cristianesimo, dedicandosi più alla vita ultraterrena che a quella mondana.

Contro questi stereotipi, si potrebbero citare invece importanti periodi di rinascenza della civiltà bizantina. Citavo Michele VIII Paleologo, ad esempio, che nel 1261 restaurò l’impero: fu un periodo di rinascenza delle arti, degli studi letterari e storici. Studi che, nel passato, avevano riguardato anche la matematica e la medicina, secondo un principio di osmosi della cultura bizantina con quella araba. Del resto, ai miei studenti dico sempre questo: per capire la civiltà bizantina bisogna spostare il proprio baricentro di osservazione verso Oriente; la civiltà bizantina era profondamente influenzata dalle culture sia del Medio sia dell’Estremo Oriente. Un esempio? La “hesychia”, ossia un metodo di preghiera psicosomatico, che impegnava la mente e il corpo, molto vicino allo yoga o al sufismo.

Un altro periodo importante della storia bizantina fu l’VIII-IX secolo, durante il quale si ebbe la celebre “iconomachia” (letteralmente: “battaglia delle immagini”), ossia la disputa teologica sulla rappresentabilità del divino. Non fu un problema solo bizantino: le altre due culture monoteiste mediterranee, l’ebraismo e l’islam, sono tutt’ora caratterizzate dall’aniconismo, ossia dall’impossibilità di rappresentare il divino. In merito all’identità di quella cultura, mi viene in mente, infine, un grande testo bizantino che, insieme ai poemi omerici, è assurto a testo fondativo dell’identità greca medievale: il “Digenis Akritas”. Si tratta di un personaggio d’invenzione, un cavaliere senza legge figlio di madre cristiana e padre musulmano, guardiano dei confini dell’impero in Siria. Una figura più romanzesca che epica, predone e difensore delle cristianità, voluttuoso ed eroico al tempo stesso. E “Digenis”, in greco, significa proprio “dalla doppia stirpe”: come non coglierne il forte valore simbolico?

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 29 maggio 2021

Come se la cavano i dialetti in Italia? L’intervista a Paolo D’Achille

Il dialetto è morto? Tutto il contrario. Da tempo, i dialetti non godevano di tanta salute: le serie tv come Gomorra, L’amica geniale, Zero Zero Zero, Romanzo Criminale e Suburra, le pagine Wikipedia in genovese, lumbaard, siciliano, gli infiniti gruppi Facebook. La rete, soprattutto, ha fatto molto bene ai dialetti. Ma cosa sono questi benedetti dialetti, da dove arrivano e in che rapporto stanno con l’italiano? E’ giusto recuperarli e, se sì, come? Lo chiediamo al professor Paolo D’Achille (nella foto), uno dei maggiori dialettologi e storici della lingua italiani.


Professore, come mai in Italia ci sono così tanti dialetti?


«Il motivo della presenza di così tanti e differenti dialetti è che sul nostro territorio, ancor prima dell’unificazione linguistica latina, erano stanziate popolazioni di origini molto diverse. La Alpi costituiscono da sempre un confine valicabile, così come gli Appennini; per non parlare, poi, delle lunghe coste, dei fiumi navigabili e del clima favorevole. Dopo la conquista romana, questi popoli hanno accettato come lingua il latino, dandogli però specifici tratti di pronuncia. Queste tendenze sono riemerse con le invasioni barbariche e hanno intrapreso percorsi distinti, seguendo anche le vicende di frammentarietà politica e amministrativa (si pensi ai comuni e alle diocesi). Infine, nei secoli, si è assistito anche una variazione lessicale, che deriva dal tradizionale campanilismo italiano e dalla volontà delle comunità cittadine di differenziarsi tra loro. Bisogna ricordare, poi, che la nostra penisola è attraversata da una frattura linguistica importante, la linea “Rimini-La Spezia”. I dialetti parlati a Nord, rispetto a quelli del Sud, hanno caratteristiche strutturali diverse che li avvicinano più alle altre lingue romanze, come lo spagnolo e il francese».

Non c’è il rischio che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, mettendo in bocca agli italiani un indigesto composto di lingua e dialetto?


«Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano, che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento (più pericoloso degli anglicismi). Il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica».


Il recupero dei dialetti è solo folklore o qualcosa di più serio? E poi: come se la cava l’italiano colloquiale nella convivenza col dialetto?

«In molte fasi della nostra storia, il dialetto è stato visto come un ostacolo all’italianizzazione e le istituzioni scolastiche lo hanno considerato a lungo solo come una fonte d’errore. Oggi, quindi, è giusto che si rivendichi la possibilità di adoperarlo nelle conversazioni, nell’arte o a teatro, perché è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Ma la pretesa di far diventare il dialetto una lingua di cultura e delle leggi sarebbe contro la storia. Sono proprio i parlanti dialettali, del resto, ad aver sempre riconosciuto l’Italiano come lingua tetto (cioè come la lingua di riferimento per gli usi di maggior prestigio, ndr). Ricordiamo che – fatta eccezione per la temporanea dialettofobia scolastica – l’italiano non si è mai imposto con la forza. Certo, qualche volta, la lingua della burocrazia è apparsa lontana dall’uso quotidiano. Ma l’italiano parlato rappresenta un patrimonio ormai condiviso dai più, sviluppatosi proprio dal basso, al quale non dovremmo rinunciare, anche nella convivenza col dialetto».

Marino presenta a Cremona il suo libro, “Un marziano a Roma”

Un marziano a Roma”: se a scomodare Flaiano ci avevano già pensato i giornalisti, la posa alla Steve Jobs con cui l’ex sindaco di Roma si fa ritrarre nella copertina del suo nuovo libro è senz’altro una soluzione inedita; con ciò, durante la presentazione del volume, avvenuta nella sala convegni del circolo Filodrammatici di Cremona, Ignazio Marino ha tenuto fede ai panni di outsider della politica cui allude il titolo. Su quei panni, del resto, si è sempre basata la riconoscibilità del personaggio. Nella conversazione col direttore de La Provincia, Vittoriano Zanolli, “il marziano a Roma” (presentato dall’amico e collega Mario Riccio) ha recitato dunque un copione noto: quello che, oltreché la riconoscibilità, a voler essere maliziosi, ha fondato anche la sua fortuna politica. Fortuna che qualche mese fa, come tutti sanno, lo ha abbandonato, costringendolo dopo solo due anni e mezzo a rimettere il mandato affidatogli dai cittadini di Roma. Marino, comunque, alla parte che si è ritagliato, quella di un ragionevole professionista prestato alla politica, sembra crederci. Forse perché, in fondo, appare per quello che è: un chirurgo di fama internazionale animato da buona volontà, buon senso e una certa dose di ambizione politica. E niente di più.

Sono qualità che, nel panorama politico italiano, lo hanno premiato fino a un certo punto. Mancanza di carattere o eccesso di aplomb, capacità professionale sprecata o la scelta caduta su un mestiere sbagliato (quello di sindaco), fatto sta che la situazione che Marino si è trovato ad affrontare, una volta eletto primo cittadino della Capitale, fa venire i brividi: 24 miliardi di debiti, tra cui quelli contratti nell’acquisto dei terreni per la costruzione del Villaggio Olimpico del 1960; la bomba ecologica della discarica di Malagrotta; l’assenteismo selvaggio dei dipendenti Atac, l’azienda municipale dei trasporti (700 ore annue lavorative pro-capite contro le più di mille dei colleghi milanesi dell’Atm); i rapporti clientelari, una burocrazia di 60 mila anime, il calderone del malaffare scoperchiato dall’inchiesta Mafia Capitale. Roma ha costituito dunque la sfida finale di una carriera politica cominciata con le elezioni a senatore del 2006, fino alle primarie del PD, nel 2009, perse contro Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (anche se, dell’esperienza delle primarie, l’ex senatore ha rivendicato con un certo orgoglio il risultato ottenuto di 500 mila voti).

Viene da chiederselo, però, chi l’abbia fatto fare a Ignazio Marino, brillante chirurgo diventato capo di dipartimento della Pittsburgh Transplantation Institute dell’Università di Pittsburgh, di tornare in Italia per darsi alla politica. Un nome della chirurgia che, bisogna dirlo, nel suo campo ha prova di grande professionalità e, in certi casi, di profondo coraggio: per dirne una, nel 2001 effettuò il primo trapianto su un paziente sieropositivo in Italia, sfidando il rischio di contagio e la censura scritta dell’allora ministro della salute Girolamo Sirchia.

Sono molti gli sforzi che Marino si attribuisce nell’ambito dei diritti civili e vanno dalla chiusura dei manicomi criminali, al testamento sul fine vita, al riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali; memorabile, a proposito, resta la trascrizione sui registri de Campidoglio delle unioni celebrate all’estero tra coppie dello stesso sesso; nel libro, tra l’altro, non risparmia di raccontare la reprimenda di Bergoglio su questo punto.

Nel 2013 è arrivata la sfida di Roma, raccolta, vinta e naufragata nel giro di due anni e mezzo. Marino racconta la sua versione e lancia alcune provocazioni. Perché prendere di mira il sindaco di Roma, se le spese di rappresentanza (poi pagate di tasca propria) sono state di 19 mila euro in 28 mesi, mentre quelle dell’ex sindaco di Firenzesi aggirano sui 600 mila euro in un solo anno? O ancora: perché cercare nel Campidoglio l’unico responsabile dello squallido spettacolo del funerale del clan dei Casamonica (su tutti: l’elicottero che sorvola Roma per cospargere la funzione con petali di rose) e non prendersela col ministro degli interni?

La risposta è semplice: perché l’ex coinquilino del Campidoglio, proprio in quanto outsider della politica romana, portatore di valori civici e legalitari, ha costituito un corpo estraneo nella politica della capitale. La sua fede nella legalità dei conti e del bilancio, il piglio aziendalistico nella gestione delle imprese pubbliche e l’apertura a forme di privatizzazione si sono scontrate con blocchi d’interesse consolidati.

E qui viene il tasto dolente: l’impresa cominciata da Marino, a suo giudizio, sarebbe potuta anche andare a buon fine se non fosse stata interrotta da un vero e proprio tradimento; «Ventisei coltellate e un solo mandante», così recita, infatti, il titolo (fin eccessivo) di un capitolo del libro. L’episodio è cronaca degli ultimi mesi: di fronte a un notaio, ventisei consiglieri firmano un atto con cui si impegnano a sciogliere il comune di Roma. Dietro, la lunga mano di Matteo Renzi. Ma ormai, con le elezioni che incombono, per molti è già acqua passata.

Sul futuro prossimo, Marino ha qualche riserva, ma confessa che si impegnerà a contrastare la nuova riforma costituzionale. In tutto ciò, emerge comunque l’amarezza di non essere riusciti a fare di Roma una città maggiormente “europea” nella gestione della cosa pubblica, più vicina per dire alla dinamicissima Milano. Perché è vero: resta mozzafiato lasciarsi alle spalle il Colosseo e percorrere via dei Fori Imperiali (pedonalizzata proprio dall’ex sindaco), magari la sera, quando le luci di Vittorio Storaro dànno il meglio. Ma se la nuova amministrazione non troverà il coraggio di percorrere quella strada che, con tutti i suoi limiti, Ignazio Marino ha saputo indicare, Roma resterà la testimone di un passato folgorante, ma per sempre andato.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 giugno 2016