Un nuovo Stato Ue virtuale per imprese più competitive

(Foto di Ralph da Pixabay)

Bruxelles sta varando un nuovo regime semplificato per le imprese nascenti, con spese e burocrazie ridotte.

Fare impresa in Europa – a maggior ragione per chi si propone di innovare e crescere rapidamente – potrebbe diventare molto più semplice, se verrà approvato il 28° regime, un sistema normativo unificato per le imprese europee.

Ue, un gigante economico disunito

Per definire l’Ue si adopera spesso la metafora manzoniana del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Tuttavia, l’Ue è sia un gigante demografico (poco meno di 450 milioni di persone) sia economico. Sotto il profilo economico, i numeri forniti dall’Osservatorio dei conti pubblici (Università cattolica del Sacro Cuore) parlano chiaro: “Nel confronto tra Stati Uniti, Europa e Cina il Pil più grande in dollari correnti è quello statunitense: con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i 19,4 dell’UE. Il Pil dell’Ue risulta solo di poco superiore a quello cinese (18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a 23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA”. Com’è possibile che, a fronte di questi numeri, anche in Europa non si sviluppi un’industria dell’innovazione globale? Una delle ragioni sta nel fatto che l’Ue è composta da Stati sovrani che si muovono spesso in ordine sparso, vanificando il peso negoziale che avrebbero se agissero di concerto. A ciò si aggiunge un problema strutturale: la mancanza di un sistema di regole d’impresa uniformi.

Eu Inc.: la nuova sigla d’impresa europea

Pur essendo ancora lontani dalla prospettiva di un mercato dei capitali unificato, è però passata sotto traccia un’ottima notizia: la proposta della Commissione europea di introdurre un regime d’impresa unificato per le imprese nascenti e con prospettiva di rapida crescita. Il cuore della proposta della Commissione è una formula societaria nuova, la sigla Eu Inc. Registrabile in 48 ore, prevede spese massime di 100 euro e non richiede un capitale minimo, oltre al fatto di potersi presentare interamente digitale. Il vero punto di svolta è che il nuovo regime renderebbe uniformi le norme d’impresa relative a questioni importanti come la gestione del lavoro e l’accesso ai finanziamenti. L’obbiettivo principale della proposta è favorire la nascita di imprese innovative (le “start-up”) con rapide prospettive di crescita (“scale-up”). La proposta dovrà ora passare attraverso la discussione tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio dell’Ue. L’approvazione potrebbe arrivare già all’inizio del 2027.

Benvenuti nel “Delaware europeo”

Sul “Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli ha evocato un paragone usato dai sostenitori della misura per renderne la portata: un Delaware europeo, cioè un 28° Stato comunitario, virtuale, dotato di un regime normativo particolarmente favorevole alle imprese. Esattamente come accade negli Stati Uniti, dove il Delaware è capace di attrarre la sede legale di moltissime imprese in ragione della suo regime giuridico. Riprendendo il parere di un gruppo di esperti – un webinar organizzato dall’Associazione degli intermediari mercati finanziari (Amf) e dalla Rivista delle società – de Bortoli scrive che la misura prevista dall’Ue “sul piano del diritto commerciale, [è] dirompente. Si esalta l’autonomia privata. Per la prima volta l’Unione europea appare in procinto di abbandonare il mantra della armonizzazione tra le varie normative nazionali e inseguire l’obiettivo primario della competitività internazionale”.

“Più che una scelta, una necessità”

Tutto ciò servirebbe anche a frenare la fuga sia di capitali sia di imprese proprio in direzione di luoghi più favorevoli alle loro attività di business. Sempre de Bortoli ricorda che circa il 30% delle imprese europee che raggiungono una capitalizzazione di mercato di un miliardo di dollari (i cosiddetti “unicorni”) si trasferiscono negli USA. Ma la misura avrebbe anche una funzione strategica: fare riguadagnare la tanto agognata “competitività internazionale” di cui scrive de Bortoli, sottraendoci ad alcuni ricatti di prepotenti potenze internazionali. Del resto, vista l’attuale situazione internazionale, come ha spiegato all’Ansa la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, “offrire un quadro armonizzato capace di semplificare la vita delle imprese è oggi una necessità più che una scelta”.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

Metafisica e metafisiche al Palazzo Reale di Milano

(Scorcio del Palazzo della Civiltà Italiana, EUR, Roma. Foto di Alessandro Zazza da Pixabay)

Intorno a noi piazze semivuote e squadrate, manichini, statue, ombre, luce radente di un tardo pomeriggio: non c’è dubbio, siamo in un quadro di Giorgio De Chirico. Se il successo dell’arte si misura dall’impatto sull’immaginario, la corrente pittorica della Metafisica – il cui maggior esponente è appunto De Chirico – fu senz’altro un successo. In effetti, alla mostra “Metafisica/Metafisiche”, allestita al Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 21 giugno) ben si addice l’immagine adoperata dal curatore Vincenzo Trione: un raggio di luce che si rifrange in ulteriori opere e immaginari, dall’architettura al teatro, dal cinema alla pittura stessa. Si pensi, guardando alla pittura, a eredi diretti come Mario Sironi, ma anche a Salvador Dalì (con alcuni loro quadri presenti in mostra). Echi della Metafisica si colgono anche nell’architettura razionalista e fascista, tanto imponente quanto malinconica; perciò, la mostra ospita una lunga galleria di foto e riproduzioni di quegli edifici, così simili alle piazze spoglie di De Chirico. La categoria di Metafisica, del resto, fu coniata da un poeta, il francese Guillaume Apollinaire, proprio per definire i quadri di De Chirico, che tanto lo avevano colpito.

Torniamo ora alla fonte di quell’immaginario, il cui scenario simbolico è il punto di incontro di quegli artisti, la Ferrara del 1917. De Chirico, il fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi forgiarono un nuovo linguaggio pittorico: composizioni di soggetti fuori contesto, riconoscibili e realistici, ma resi anonimi e collocati in scenari sgombri da dettagli. Si lanciava una sfida all’osservatore: ricostruire il senso delle opere attingendo all’interiorità. Come scrisse Italo Calvino, in quei quadri il pensiero sosta in forma «aurorale», senza mai diventare «pensiero di qualcosa». Ardengo Soffici definì la pittura di De Chirico «una scrittura di sogni» che riesce a rappresentare gli «spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Quei sogni ricompaiono nelle tante ulteriori opere presentate in mostra: le fotografie d’autore di Gabriele Basilico e Mimmo Jodice; le architetture concettuali di Aldo Rossi, Frank Gehry e Massimiliano Fuksas; i quadri surreali di René Magritte; la pop art di Andy Warhol; i film di Tim Burton e Paolo Sorrentino; i fumetti di Marco Nizzoli (Dylan Dog); le copertine dei Pink Floyd, dei Genesis e dei nostrani Matia Bazar.

La mostra è stata prodotta dal Palazzo Reale di Milano, dal Museo del Novecento, dal complesso Grande Brera-Palazzo Citterio e dalle Gallerie d’Italia (tutti luoghi nei quali si articola per intero, e con ulteriori aggiunte a quelle viste sinora, la vastissima esposizione), insieme alla casa editrice Electa. L’iniziativa rientra nel programma culturale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Sotto il profilo scientifico, hanno collaborato alla mostra la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, il Museo Morandi, l’Archivio Alberto Savinio e l’Archivio Carlo Carrà.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

“All That Changes You. Metamorphosis” di Isaac Julien a Palazzo Te a Mantova

(L’installazione nella Frutteria di Palazzo Te di Mantova)

Un piccolo schermo all’ingresso indica a che punto è arrivata la riproduzione. Conviene aspettare l’inizio del cortometraggio prima di entrare nelle Fruttiere di Palazzo Te, che riaprono proprio in occasione dell’installazione di Isaac Julien “All That Changes You. Metamorphosis” (fino al 31 maggio). Grandi schermi e specchi riproducono sequenze di un film di circa 20 minuti, realizzato dal regista inglese per i 500 anni di Palazzo Te a Mantova. Ad alcuni affreschi del palazzo sono dedicate sequenze del film, che combina ambienti e presenze diversissime: la postmoderna Cosmic House di Charles Jencks a Londra; le foreste del Redwood National and State Park in California; un modello di astronave in vetro, progettata da Richard Found, nelle campagne inglesi; luminescenti animali marini; il padiglione per la Kramlich Collection di media art realizzato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. Le protagoniste sono le attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim, presenze eteree che si aggirano nei diversi ambienti. Compaiono anche riferimenti letterari: un cammeo della filosofa Donna Haraway, che legge brani dal suo Staying with the Trouble; le storie delle due protagoniste, che si rifanno a due romanzi di fantascienza, Memoirs of a Spacewoman (Naomi Mitchison) e Parable of the Sower (Octavia E. Butler).

La successione di immagini, le musiche e la soffice interpretazione delle attrici sanno farsi ipnotiche e il senso complessivo si intuisce: un richiamo alla necessità di pensarci, noi umani, come parte di un tutto, dove l’altruismo e l’ecologia sono i valori cruciali per affrontare le sfide del futuro prossimo. Il cambiamento porta con sé figure cangianti e meravigliose, temibili e angoscianti, e il passare del tempo – benché renda alcune perdite irreparabili – genera sempre qualcosa di nuovo. Si esce però frastornati da tutti questi stimoli visivi, che si rifrangono negli specchi e che costringono a fare i conti con un grande accumulo di simboli, non sempre facili da cogliere. Ci si potrebbe anche lasciare andare alla visione delle immagini; ma le voci delle attrici – in inglese, il che costringe a prestare attenzione ai sottotitoli per non perdere il filo – recitano testi insistenti, sentenziosi e rarefatti. Proprio questo incalzare verbale rende meno fluida la visione d’insieme.

L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund e University of California, Santa Cruz. Il progetto è curato da Lorenzo Giusti.

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Così i borghi caratteristici diventano parchi a tema

(Vigoleno, Piacenza – Foto di Valter Cirillo da Pixabay)

La legittima aspirazione di tutti a viaggiare si scontra con la necessità di preservare l’identità dei luoghi

Nel loro laboratorio del MIT, ricorrendo all’intelligenza artificiale, l’architetto Carlo Ratti e il sociologo Richard Florida hanno esaminato 400 mila foto di interni di Airbnb. In seguito, hanno pubblicato il lavoro sulla rivista «Nature Scientific Reports» e riportato alcune considerazioni sul quotidiano «La Repubblica». Lo scopo: misurare il grado di omologazione degli spazi domestici da imputare al turismo di massa. La ricerca rivela che alcuni elementi strutturali degli interni resistono all’omologazione: i materiali da costruzione, la disposizione delle stanze, il rapporto con l’esterno e la configurazione della cucina. Al contrario, gli arredamenti e i dispositivi elettronici si sono prevalentemente uniformati.

Le conseguenze del turismo sull’identità locale

Il turismo di massa però ha conseguenze più vaste, in specie sull’identità locale. Come scrivono Ratti e Florida, “i marchi del lusso, le catene alberghiere, i codici estetici instagrammabili (…) spingono le città a conformarsi alle aspettative internazionali”. Allo stesso tempo, molte delle mete turistiche sono chiamate ad assumere i contorni di “parchi tematici di lusso”. Ne derivano due effetti opposti, entrambi dovuti alle aspettative dei turisti (il più delle volte indotte dalle promesse pubblicitarie): da un lato, si diffondono degli standard estetici e dei servizi che fanno assomigliare molti luoghi tra loro; dall’altro, per conservare aspetti di unicità, si punta su un’ipercaratterizzazione folklorica, che induce residenti e istituzioni a recitare la parte più stereotipa di sé stessi.

La turistizzazione dell’economia

L’overturismo sposta grandi flussi di denaro, ma comporta un costo sociale per le comunità locali. Innanzitutto, le città si riconfigurano per ospitare masse di visitatori, con conseguenze fastidiose per i residenti: la mobilità si riduce, i prezzi degli immobili crescono, mentre la disponibilità di abitazioni si abbassa; in generale, il costo della vita sale. Sul piano economico, inoltre, la turistizzazione premia settori a basso valore aggiunto – impieghi stagionali e poco qualificati: camerieri, personale di servizio, ecc. – mentre va a vantaggio dei proprietari immobiliari, che affittano a prezzi superiori alla norma.

Poeti, santi, navigatori e… affittacamere

Questa discrepanza tra la rappresentazione e la realtà è stata colta appieno da Aldo Grasso sul «Corriere della Sera», in un commento alla trasmissione di Rai3 Il borgo dei borghi. Pur bellissime, le immagini di quei luoghi, osserva il critico, sono il frutto di una selezione deliberata che trasforma il Paese in un mosaico di cartoline, omettendo sistematicamente tutto ciò che è controverso, deficitario e (perché no?) brutto. La domanda che ne consegue è questa: “È vero che molti borghi sono rinati grazie a questa visibilità, resta però da capire quale futuro vogliamo per l’Italia: continuare a puntare su industria e innovazione o convertirci definitivamente alla professione di affittacamere?”.

Borghi o parchi a tema?

A molti sarà capitato di visitare dei borghi bellissimi, affollati di persone e negozietti che vendono prodotti caratteristici. Nulla di male; sennonché, al calare della notte e chiuse le serrande dei ristoranti, quei borghi sprofondano nel silenzio: pochissimi ci vivono davvero e, ben più spesso, gli esercenti fanno i pendolari. Ciò porta a chiedersi, inevitabilmente, che differenza ci sia tra quei borghi (non solo italiani, beninteso) e dei centri commerciali o dei parchi a tema. A forza poi di ipercaratterizzare un luogo, il rischio è di adulterarlo, tanto da renderlo indistinguibile da luoghi ricostruiti del tutto, come Grazzano Visconti (PC) o il Borgo medievale del Parco del Valentino a Torino.

L’insostenibilità di un lusso di massa

In un libro di qualche anno fa, Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo sottolineava il paradosso dell’overturismo. Alla lunga, il fenomeno si rivela dannoso per le comunità locali perché agisce come una monocoltura, che rende fragile l’economia (lo si è visto ai tempi del Covid). Eppure è anche il sintomo di un progresso: una larga parte del mondo può finalmente assecondare le proprie aspirazioni di viaggio. Un tempo riservato a un’infima minoranza, il viaggio è oggi lo svago preferito da miliardi di persone. La contraddizione è chiara: come rendere sostenibile questa legittima aspirazione a un lusso diventato nel frattempo di massa?

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Il Vocabolario di Boccaccio (VocaBO), ora in rete e aperto a tutti

(nella foto, Cosimo Burgassi e Veronica Ricotta)

CERTALDO (Firenze) – Nel mostrare sullo schermo la pagina d’ingresso, la caporedattrice del progetto, Veronica Ricotta, tradisce l’emozione: “È come se stessimo sollevando un velo”, dice, riferendosi al momento inaugurale. A Certaldo, in via Boccaccio 18, sede della casa museo e dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio (ENGB), non è una giornata qualunque. Non solo perché siamo di Dantedì – il 28 marzo, la giornata di celebrazione nazionale di Dante Alighieri – ma anche perché si assiste al varo di un progetto ora aperto a ulteriori sviluppi e al pubblico: il VocaBO, il Vocabolario (della lingua) di Boccaccio online, è in rete (https://www.vocabo.org/#/). L’interfaccia è di cristallina essenzialità: si digita la parola (per l’occasione, Ricotta digita “selva”, in onore di Dante), si preme invio, ed ecco le forme, le attestazioni, le occorrenze delle opere del Certaldese, l’etimologia e, laddove prevista, una scheda di contestualizzazione. La squadra di Giovanna Frosini, professoressa all’Università per Stranieri di Siena e Presidente dell’ENGB, ce l’ha fatta: in meno di tre anni ha messo in piedi un’opera che unisce il massimo rigore filologico, da un lato, alla praticità e accessibilità degli esiti delle ricerche, dall’altro.

La formula di successo di Frosini e del suo gruppo sta proprio nella capacità di combinare il valore scientifico e un modo di comunicare affabile e accogliente. Come hanno sottolineato Ricotta e Cosimo Burgassi, il referente per il CNR-Istituto di Linguistica Computazionale, il VocaBO non è solo un punto di arrivo, ma anche un cantiere aperto: è l’avvio di ulteriori ricerche, alle quali anche i lettori, con le loro segnalazioni, potranno partecipare.

Il risultato è frutto di un lavoro corale. Giovanna Frosini è la coordinatrice; Veronica Ricotta la caporedattrice. Le ricercatrici impegnate nel progetto sono Ester Baldi, Leila Bencharki, Cecilia Cartoceti, Anna Aurora Clemente, Sara Di Giovannantonio, Valentina Iosco, Claudia Palmieri, Emanuela Gioia Pisco. A loro si unisce il Gruppo di ricerca KLAB composto da Burgassi, il responsabile Emiliano Giovannetti, Davide Albanesi, Andrea Bellandi, Luca Guidi, Simone Marchi e Mafalda Papini. La segreteria è gestita da Martina Dani Recchi. È incoraggiante vedere un prodotto di tale qualità nascere in Italia: insieme al Vocabolario Dantesco, è un modello di riferimento per qualunque progetto analogo dedicato ad altri grandi autori europei.

Il Piccolo di Cremona, 4 aprile 2026

Le opere di Koons sulla via Emilia, la mostra a Fiorenzuola

Superato l’Arda all’ingresso del paese ci si sente già un po’ nella mostra: uno striscione sulla soglia di Corso Garibaldi, la strada centrale di Fiorenzuola (PC) sul tracciato della Via Emilia, annuncia “Jeff Koons – Balloons & Wonders” (visitabile fino al 6 aprile). Anche diverse vetrine del centro espongono locandine e piccole sculture a richiamo dell’esposizione, che si tiene a palazzo Bertamini Lucca, sempre in Corso Garibaldi, in maestose sale affrescate. A portare le opere dell’artista newyorkese sulla Via Emilia è stata la galleria Deodato Arte, in collaborazione col Comune. Tre, le sezioni. La prima, “Antiquity”, è composta da opere in tecnica mista su carta, tele dove si stratificano immagini di statue antiche (l’“antichità” del titolo), quadri, graffiti e altre immagini. La seconda, “Gazing Ball”, è una serie di riproduzioni di quadri di artisti celeberrimi (da Giotto a Gauguin) che incastonano una sfera riflettente (“gazing ball”) blu: nell’idea dell’artista, il visitatore finisce narcisisticamente per specchiarsi anziché contemplare l’opera. Infine, si arriva al marchio di fabbrica di Koons, le sue opere più riconoscibili: i “Balloon Animals”, sculture raffiguranti degli animali fatti coi palloncini, realizzate in porcellana di Limoges.

Jeff Koons è un artista contemporaneo fortunato e controverso che non avrebbe raggiunto la fama di cui gode oggi, quotazioni astronomiche delle opere comprese, senza la vocazione di pubblicitario e venditore anche di sé stesso: nel ripercorrere la sua biografia ci si sente sempre in dovere di menzionare il suo effimero matrimonio con la pornostar Ilona Staller (un’involontaria strategia di autopromozione?). Alla base del successo, c’è invero una solida intuizione: come ha spiegato il curatore della mostra, Luca Bravo, “Jeff Koons ha scoperto che l’arte per essere potente non ha bisogno sempre di disturbare, ma forse ha bisogno anche di coccolare, rassicurare e farci sorridere”. Un artista, dunque, “organico”, come avrebbe detto Gramsci, cioè espressione di una società, quella dei consumi, che non rinnega e anzi sfrutta a proprio vantaggio. Nel susseguirsi delle sue opere, sembra di trovarsi in una versione di lusso e rutilante di quei discount non alimentari: oggettistica per la casa e il giardinaggio (le “gazing balls” sono anche un ornamento da giardino); ma anche poster, soprammobili buffi e l’occorrente per feste casalinghe, palloncini compresi. Certo alla fine ci si chiede: questo accumulo giocoso e irriverente durerà nella storia?    

Il Piccolo di Cremona, 28 marzo 2026

Si scrivono sempre più libri e se ne leggono sempre meno

(Foto di Pexels da Pixabay)

I libri sono un classico regalo di Natale, versatile anche per il resto dell’anno. Ma i libri sono anche un business: sapreste quantificarne le dimensioni?

Quanto vale il mercato librario italiano?

L’AIE (Associazione Italiana Editori) dà dei numeri precisi: nel 2024 il settore ha fatturato un totale di 3,234 miliardi di euro. Il grosso delle vendite, pari a 1,735 miliardi di euro, sono dovuti alle vendite dei prodotti generalisti (non destinati cioè a un pubblico specifico) attraverso i più vari canali di vendita: le librerie, i supermercati, le fiere e gli store online (e-book compresi); questo segmento di mercato è detto trade. Un contributo tutt’altro che da sottostimare arriva dall’editoria scolastica: 790 milioni di euro. Segue poi l’editoria professionale, 557 milioni, e quella universitaria, 155 milioni. A completare il quadro ci sono le vendite alle biblioteche (63 milioni) e all’estero (53 milioni). Rispetto al 2023, il fatturato del 2024 è in calo dell’1,4%. Questa traiettoria sembra confermarsi anche per quest’anno: sempre l’AIE, riprendendo i dati del NielsenIQ BookData Panel Market Libri Italia, parla di una contrazione del mercato del 2% sui primi dieci mesi del 2025.

Si scrivono e pubblicano sempre più libri

Se state leggendo queste righe non è così improbabile che nel prossimo conteggio sia incluso anche il vostro, di libro. Nel 2024 sono stati pubblicati 85.872 titoli a stampa; la maggiore concentrazione è nel mercato trade (80%), cui segue il self-publishing (16%) e l’editoria scolastica (4%). A questi numeri, però, vanno aggiunti 37.659 e-book. Per i lettori italiani, l’offerta di libri non è mai stata così ricca: stando all’AIE, il “catalogo vivo” al quale possono attingere è arrivato alla cifra di 1,53 milioni di titoli. Tornando invece al numero di nuove pubblicazioni all’anno, un numero così elevato non deve stupire: già nel 2022, l’ISTAT ne conteggiava 102.987, comprendendo le auto-pubblicazioni. Solo quell’anno, ad aver scritto un libro erano state 17 persone ogni 10mila abitanti. Questo boom di pubblicazioni, però, avviene in un paese dove la lettura non è così popolare: sempre nel 2022 meno del 40% degli italiani con più di 6 anni aveva letto almeno un libro per ragioni non strettamente scolastiche o professionali.

La maggior parte degli italiani è composta da lettori “deboli”

Il dato diventa un po’ più confortante, benché non esaltante, se torniamo al report dell’AIE, in particolare all’Osservatorio AIE sulla lettura: gli italiani tra i 15 e i 74 anni che hanno letto un libro (“anche solo in parte”) sono il 73% della popolazione. Si considerino però due aspetti: nel conteggio è inserito, evidentemente, anche chi è costretto a farlo (dalla scuola alla formazione professionale); e comunque resta quel 27% della popolazione che non solo non legge, ma nemmeno apre un libro. Si ripropone anche qui, peraltro, l’ennesima divisione tra il Nord e il Sud della Penisola: nel Centro Nord ha letto almeno un libro l’anno il 77% della popolazione; nel Sud e nelle Isole si scende al 62%. Tornando ai dati ISTAT del 2022, si può constatare come l’hobby della lettura occupi un posto residuale nelle giornate degli italiani: “Il 17,4% delle persone di 6 anni e più sono lettori “deboli” (leggono al massimo 3 libri in un anno), il 15,4% lettori “medi” (3-11 libri in un anno). Solo il 6,4% sono, infine, lettori “forti” (almeno 12 libri nell’ultimo anno)”.  

Una minoranza di titoli domina il mercato

Se è vero che il numero di libri pubblicati ogni anno in Italia è gigantesco, il mercato però ha la forma di un collo di bottiglia che si restringe parecchio. Come fa notare il “Post” – che utilizza i dati dell’AIE, incrociandoli con quelli di vendita certificati dall’istituto GFK – solo 3.254 titoli hanno superato le 2mila copie. In altri termini, arrotondando un po’ le cifre per dare un ordine di grandezza, nel 2024 “oltre 80 degli 85 mila libri pubblicati [avrebbero venduto] meno di 2mila copie”. Se guardiamo ai bestseller, il collo si restringe inesorabilmente: nel 2024 solo tre autori col loro libro hanno superato le 200 mila copie (Aldo Cazzullo, Joël Dicker e Valérie Perrin). Sopra le 100 mila copie sono andati solo 13 titoli (tra quelli citati dal “Post”, gli autori sono bestselleristi ben noti come Donato Carrisi, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, Zerocalcare e Fabio Volo). Quelli che poi vendono tra le 50 e le 100 mila copie sono invece circa 30 autori. In Italia, il club di chi campa solo scrivendo libri – proviamo a ipotizzare – potrebbe stare seduto comodamente in un’aula da meno di 100 posti.    

Il Piccolo di Cremona, 24 dicembre 2025

Il “Terzo Paradiso” abbraccia Kharkiv

Foto di Alessandro Alliaudi, ambasciatore del Terzo Paradiso

C’è stato un abbraccio, simbolico e concreto, tra l’Ucraina e l’Italia all’insegna dell’arte, di cui poco si è parlato e che vale la pena rievocare. Il luogo dove è avvenuto, Kharkiv, è vicino alla linea del fronte: è la seconda città dell’Ucraina (poco più di 1,5 milioni di persone), occupata nelle prime settimane dell’“Operazione speciale” e poi riconquistata dall’esercito ucraino. A ottobre l’Università Beketov di Economia Urbana è stata testimone di un evento artistico ideato da Paolo Naldini, direttore della onlus Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, e il Mean (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), fondato da Riccardo Bonacina, Angelo Moretti, Marianella Sclavi e Marco Bentivogli. Titolo dell’iniziativa: Terzo Paradiso, opera grafico-concettuale che rilegge il simbolo matematico dell’infinito (∞) e inserisce tra i due cerchi (simboli di natura e artificio) un terzo, che rappresenta una rinascita. L’opera è liberamente riproducibile e interpretabile, previa autorizzazione del creatore, Michelangelo Pistoletto.

Gli studenti e i docenti dell’università di Kharkiv, insieme a una delegazione di volontari italiani, hanno realizzato un murale ispirato alla creazione dell’artista sulla parete di un corridoio dal valore simbolico: come scrive Doriano Zurlo, autore per Vita di un articolo sull’evento e referente per la comunicazione del progetto Giubileo in Ucraina, quel corridoio “collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte rimasta illesa”. L’evento si è poi trasformato in una mostra: gli studenti di arte hanno reinterpretato l’opera con materiali, soggetti e sensibilità diverse. Allo stesso tempo, veniva proiettato un video dell’artista – realizzato per l’iniziativa e indirizzato agli studenti ucraini – nel quale Pistoletto ricordava l’importanza della creatività per quella “pace preventiva” che impedisce agli uomini “di mangiare altri uomini”. 

Come ci racconta Doriano Zurlo, testimone diretto, “L’evento è stato molto sentito: ha coinvolto i docenti, il rettore e gli studenti della parte artistica (l’università si occupa di urbanistica anche sul versante estetico). L’opera di Pistoletto è un’opera studiata per essere riprodotta: ce ne sono esempi ad Assisi, New York e in giro per il mondo (alcuni realizzati con la land art)”. Zurlo ci parla poi del coinvolgimento, commovente, degli studenti: “Dell’attenzione di un grande artista si sono sentiti onorati. La sensibilità artistica degli ucraini, del resto, è profonda: alcuni artisti hanno decorato persino i bossoli e le ogive dei proiettili sparati. Gli ucraini possiedono poi una grande forza reattiva: l’università è stata bombardata più volte e, nonostante ciò, la struttura è stata ricostruita immediatamente. C’è un fortissimo senso di dignità e di appartenenza all’Ucraina, in una città, Kharkiv, dove gli abitanti peraltro parlano il russo”.

Il Piccolo di Cremona, 20 dicembre 2025