Il martirio di Falcone e delle vittime di Capaci

(Foto di Andreas Lischka da Pixabay)

Sono le 17.58 del 23 maggio 1992: un’esplosione squarcia l’autostrada A29 in direzione Palermo, sollevando un muro di detriti che una Fiat Croma centra a 120 chilometri all’ora. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo sono estratti ancora vivi dalle lamiere. Muoiono nelle ore seguenti all’ospedale di Palermo: lui, per lo sterno fratturato dal piantone dello sterzo; lei, per l’urto della testa col parabrezza e le gambe spezzate dall’impatto col motore. I 500 chili di esplosivo avevano già ucciso sul colpo Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, gli uomini della scorta. La loro vettura, che precedeva le altre, era stata scaraventata fuori strada. Anche l’autista del giudice, Giuseppe Costanza, resta ferito: seguono giorni di agonia; ma sopravvive (una sesta bara, racconta, era stata ordinata anche per lui). Falcone era rientrato da Roma per il weekend e aveva in programma di assistere – tragica ironia – alla mattanza dei tonni a Trapani.

Il cratere dell’esplosione è largo trenta metri. L’esplosivo era stato piazzato nel cunicolo di scolo sotto l’autostrada, all’altezza dello svincolo di Capaci, fatto scivolare con degli skateboard. L’auto di Falcone, schiantatasi contro i detriti, non raggiunge il punto dell’esplosione. È Falcone a guidare, accanto alla moglie, che soffre di mal d’auto. Pochi secondi prima della tragedia, sovrappensiero sfila le chiavi dal cruscotto per passarle a Costanza; lui e Morvillo lo richiamano allarmati: “dottore, ma che fa? Così ci andiamo ad ammazzare”. Quell’attimo di decelerazione salva il poliziotto. Su una collinetta vicina, nel frattempo, Giovanni Brusca (per alcuni “u verru”, il maiale, per altri “u scannacristiani”), Antonino Gioè e altri mafiosi osservano la strada. Aspettano che le auto superino un frigorifero abbandonato sul ciglio: è il segnale. Quando le auto lo oltrepassano, Gioè grida tre volte “vai!”; Brusca aziona la levetta del radiocomando.

57 giorni dopo l’“attentatuni” (il grande attentato, come lo chiamò Cosa nostra) viene fatto saltare in aria, insieme a cinque agenti della sua scorta, anche Paolo Borsellino. La notizia della morte di Falcone lo aveva raggiunto mentre si trovava dal barbiere; precipitatosi all’ospedale, assiste impotente alla morte dell’amico. Quella stagione fu l’apice della controffensiva di Cosa nostra contro lo Stato: come scrive Giovanni Bianconi, si trattò di “un’azione punitiva e preventiva, pianificata alla fine del 1991, vigilia della decisione della Cassazione sul maxi-processo che sancì la struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra, distribuendo una pioggia di ergastoli”.

Benché i processi abbiano accertato la responsabilità di Cosa nostra, resta aperta la possibilità che non abbia agito da sola. Ne parla il podcast del Fatto Quotidiano “Mattanza”, di Giuseppe Pipitone e Marco Colombo: le stragi potrebbero far parte di una strategia eversiva più ampia. Lo suggerivano, del resto, le parole stesse di Falcone: dopo il fallito attentato all’Addaura, villa alle porte di Palermo che affittava per l’estate, rilasciò un’intervista a Saverio Lodato sull’Unità (10 luglio 1989): “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

Il Piccolo di Cremona, 23 maggio 2026

ERTÉ: quando “lo stile è tutto”

(Un angolo della mostra ©Labirinto della Masone)

Sinuoso: è una parola che deriva da “seno” e, riferita a un corpo, sta per ‘flessibile’, ‘flessuoso’ (Treccani). Forse sta proprio qui la formula fortunata e di successo del russo Roman Petrovič Tyrtov (1892-1990), noto in Francia come Romain de Tirtoff e, ancor di più, con lo pseudonimo di “Erté”: far vivere nei manichini e nei loro abiti un flessuoso alito di vita, prolungando quelle figure sinuose nei loro abbigliamenti rutilanti e ricchissimi, panoplie armate di solo splendore decorativo. Fino al 28 giugno il museo del Labirinto della Masone di Fontanellato (Parma) ospiterà la mostra “ERTÉ. Lo stile è tutto”, dedicata a questo costumista, scenografo e illustratore; la mostra dà il titolo anche a un volume edito da Franco Maria Ricci, i cui testi sono del curatore della mostra, Valerio Terraroli, e Alessandra Tiddia.

Sono oltre 150 le opere messe in mostra: disegni, bozzetti (alcuni provenienti dal Victoria & Albert Museum di Londra), litografie, stampe a stencil, documenti epistolari e videointerviste. Si ripercorre così la lunga carriera artistica di Erté: collaboratore per oltre vent’anni della rivista “Harper’s Bazaar” (le sue illustrazioni comparvero anche su “Vogue” e “Cosmopolitan”), fu impegnato nella realizzazione di costumi per il teatro, il musical e il cinema. Lo stile di Erté è innervato da un’inconfondibile cifra Art Déco. Di quel linguaggio – lo “stile” del titolo – fu colpito anche Franco Maria Ricci che, già nel 1970, dedicò all’artista un volume, i cui testi furono curati nientemeno che dal filosofo francese Roland Barthes; in quell’occasione alcune opere di Erté entrarono a far parte della collezione oggi conservata nel museo del Labirinto.

La mostra, come accennato, è curata da Valerio Terraroli; l’organizzazione è in capo a  Elisa Rizzardi e l’allestimento a Maddalena Casalis. Caterina Crepax ha realizzato invece gli abiti in carta che riproducono le fantasie artistiche di Erté. Chiudono l’allestimento le serie “Alfabeto” e “Numeri”, in cui l’artista adatta il suo sinuoso estro decorativo alla forma delle lettere e delle cifre.

Il Piccolo di Cremona, 23 maggio 2026

O⅃O: la nuova casa editrice che ripubblica i classici, e non solo

O⅃O: si scrive proprio così, con la elle al contrario, e sta per “Osare. ⅃iberi. Oltre”. L’acronimo trova la sua ragione anche in un colore – detto “olo”, appunto – recentemente scoperto o, meglio, prodotto (con tecnologia laser) dai ricercatori dell’Università della California a Berkeley. O⅃O Editore trova nel colore un simbolo fondamentale: l’obbiettivo della casa editrice, fondata da  Manuela Bertuccelli, è la ripubblicazione di classici (con traduzioni e prefazioni nuove), riscoperti sotto una nuova luce. Per questa ragione, O⅃O non si limita a singole pubblicazioni: presenta una serie di trilogie di classici, il cui accostamento costruisce anche un percorso tematico e interpretativo. A contare è altresì la veste grafica: il lavoro sulle copertine permette di riconoscere questi lavori come provenienti dalla medesima casa editrice e frutto del medesimo progetto culturale. Bertuccelli, fondatrice e direttrice editoriale, è già stata curatrice di bozze ed editor; da anni è impegnata nel lavoro culturale.

Di seguito, riportiamo i volumi (tre trilogie) finora usciti. ASSEMBLATI: “Frankenstein” (Mary Shelley), “Le avventure di Pinocchio” (Carlo Collodi) ed “Eva Futura” (Villiers de l’Isle-Adam). DERIVE: “La linea d’ombra” (Joseph Conrad), “I solitari dell’oceano” (Emilio Salgari) e “Benito Cereno” (Herman Melville). DISFATTE: “Le mie prigioni” (Silvio Pellico), “Il padrone sono me” (Alfredo Panzini) e “Una nobile follia” (Ugo Tarchetti). Contestualmente, segnaliamo anche alcuni in prossima uscita: STRANIAMORI: “Elias Portolu” (Grazia Deledda), “Sciogli la treccia, Maria Maddalena” (Guido da Verona) e “Giovanni Episcopo” (Gabriele D’Annunzio); e ANIMALIA: “La fattoria degli animali” (George Orwell), “Cuore di cane” (Michail Bulgakov) e “Con gli occhi chiusi” (Federigo Tozzi). Il progetto editoriale è interessato, in prospettiva, a sviluppare un catalogo comprendente anche la narrativa contemporanea, la saggistica e le forme ibride.

Il Piccolo di Cremona, 16 maggio 2026

Piacenza: la salita alla Cupola del Pordenone a cura di CoolTour

Tanto forte era l’eco dell’architettura lombarda che si pensò il progetto fosse di Donato Bramante: Santa Maria di Campagna a Piacenza, invece, fu realizzata su progetto dell’architetto piacentino Alessio Tramello. La posa della prima pietra, nel 1522, fu l’esito della decisione corale della comunità piacentina, che riunì le forze della Chiesa, delle fabbricerie, delle corporazioni e dell’aristocrazia locale. Sita nella zona occidentale, lungo il tracciato della via Francigena, la chiesa sorse inglobando un’antica cappella legata a una fonte miracolosa. L’imponente struttura a croce greca racchiude al suo interno una sontuosa collezione di pitture tardo rinascimentali, sulle quali spicca il contributo di Giovanni Antonio Sacchis, detto il Pordenone (dal nome della città d’origine): al suo lavoro e a quello di Bernardino Gatti, detto il Sojaro, è riconducibile l’affrescatura della cupola, oggi visitabile con tour guidati, a cura della cooperativa Cooltour Piacenza.

Gli affreschi a decorazione del vertice della chiesa fecero interrogare gli storici dell’arte sul perché della compresenza di temi religiosi e profani; si arrivò a spiegarne l’alternarsi come un ciclo dedicato alla rinascita in chiave cristiana. A segnalare l’alternanza, il colore: policromia per le scene religiose, monocromia per le pagane. Della cupola, Pordenone affrescò il lanternino con un Dio Padre, le maestose vele con profeti e sibille, i costoloni e il fregio sottostante, con eroi e dèi dell’antichità classica. Il Sojaro completò l’opera dipingendo gli Apostoli nelle lesene, le Storie della Vergine nel tamburo alla base e i quattro Evangelisti nei pennacchi inferiori. Ai colori rutilanti e alla vivacità delle scene, che già colpiscono il visitatore che le rimira dal basso, si somma la grandezza delle figure per chi si trova alla distanza ravvicinata che permette la salita: ci si trova allora faccia a faccia con l’opera di due artisti, Pordenone e il Sojaro, che hanno lasciato un’eredità pittorica fondamentale anche a Cremona, dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta alla chiesa conventuale di San Sigismondo, ma anche in chiese più appartate come San Pietro al Po, dove fa capolino – tra le cappelle laterali – una pala del Sojaro, l’Adorazione dei pastori.

Il Piccolo di Cremona, 9 maggio 2026

Vertigo, la forma dell’ossessione per Alfred Hitchcock

(Foto di rodrix147 da Pixabay)

Un’ossessione può farsi così potente da diventare l’unica ragione per vivere e amare. Alfred Hitchcock indagò questo lato oscuro dell’animo umano nel film “Vertigo”, in italiano “La donna che visse due volte”, proiettato pubblicamente per la prima volta negli USA il 9 maggio 1958.

John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è un poliziotto in congedo. Nel corso di un inseguimento sui tetti di San Francisco, il terrore delle altezze, l’acrofobia, l’ha paralizzato; e nel tentativo di salvarlo un collega è morto, precipitando da un palazzo; oltre al trauma per l’accaduto, Scottie ha riportato solo delle ferite. Alle soglie della guarigione, viene contattato da un suo ex-compagno di college Gavin Elster (Tom Helmore) e, dopo qualche insistenza, incaricato di seguire la moglie Madeleine (Kim Novak). La donna si comporta in modo inquietante: è come se fosse abitata dallo spirito di una sua antenata, morta alla sua stessa età, ventisei anni. Scottie la pedina e la salva da un tentato suicidio; conosciutala, finisce per innamorarsene, ricambiato. Il loro amore, però, non la salva dal peggio: Madeleine si getta dal campanile di una missione; Scottie, che è lì, non riesce a salvarla, paralizzato com’è dal terrore dell’altezza.

Ancora scosso dalla tragedia, Scottie incontra un giorno una giovane donna, Judy Barton (Novak), che è la sosia perfetta di Madeleine. Scottie la avvicina e la convince a frequentarlo; ma la sua ossessione di si fa presto chiara: riportare in vita Madeleine servendosi di Judy. Le chiede così di indossare gli stessi abiti, di tingersi i capelli e di adottare la stessa acconciatura dell’ex-amata. A quel punto, la trama del film si dipana con chiarezza: come ammette tra sé e sé (scrivendo una lettera, che Scottie non leggerà mai) Judy è Madeleine per davvero; o, meglio, ne ha interpretato il ruolo per conto del suo amante, Elster, l’ex compagno di college di Scottie, da lui assunto non casualmente. Elster, infatti, ha ordito l’inganno per assassinare e gettare dal campanile della missione la sua vera moglie. Per celare l’omicidio, la presenza di Scottie – chiamato poi a testimoniare nel processo – si è rivelata necessaria: pur avendo visto precipitare la donna da un finestrone del campanile, non è riuscito a raggiungerla sulla sommità, dalla quale si è lanciata, bloccato dall’acrofobia.

La morte di Madeleine è per il film uno spartiacque: alla suspense della prima parte segue la discesa nel corpo dell’ossessione di Scottie, che guarda Judy ma riesce a vedere soltanto Madeleine. Alternando sguardi assenti e ossessivi, gentilezze e scatti di nervi, James Stewart riesce a far percepire allo spettatore la perdita progressiva del controllo di sé da parte di Scottie, vinto dall’ossessione. Dal canto suo, Novak è impeccabile nella parte sia della fantasmatica Madeleine sia della più verace Judy, accomunate entrambe dalla bellezza abbagliante dell’attrice. Come scrive Paolo Mereghetti, Hitchcock è interessato soprattutto all’esplorazione dell’ossessione, tanto che – rispetto al romanzo “D’entre les morts” di Boileau-Narcejac, da cui è tratta la storia – “l’inganno dell’ex compagno è come ricacciato in un angolo del racconto”. Sulla scorta delle parole del regista nella sua intervista a Truffaut, si è parlato addirittura di necrofilia. Certo è che, come scrive il critico Roger Ebert, “l’uomo, preferendo i suoi sogni alla donna che ha di fronte, le [perde] entrambe”.

Il film è ricordato anche per l’innovativa tecnica che restituisce il senso di vertigine: la carrellata all’indietro combinata con uno zoom in avanti. I titoli di testa, colorati e vorticosi, furono realizzati dal grafico Saul Bass.

Il Piccolo di Cremona, 10 maggio 2026

Operazione nella notte: ucciso bin Laden

(Foto di ejbartennl da Pixabay)

Alle 23.00 (ora locale) del 1° maggio 2011 due elicotteri Black Hawk e tre Chinook da trasporto – di rinforzo – decollano da Jalalabad, in Afghanistan, diretti ad Abbottabad, Pakistan. A bordo dei Black Hawk ci sono il SEAL Team Six (23 uomini delle forze speciali), un interprete e un cane da combattimento.

Antefatto: l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantano contro le Torri Gemelle a New York, un terzo contro il Pentagono e un quarto precipita in Pennsylvania. Responsabili sono gli uomini di Al-Qaeda, organizzazione terroristica che vede nell’Occidente il proprio nemico; al vertice c’è il saudita Osama bin Laden. Al-Qaeda è protetta dal regime islamico radicale dei Talebani in Afghanistan. In alleanza con le forze locali ribelli, gli USA occupano Kabul e costringono bin Laden ad asserragliarsi nelle grotte di Tora Bora. Appoggiati dall’aviazione USA, gli afgani danno l’assalto ma non riescono a catturarlo; bin Laden scompare.

Negli anni, la lotta ad Al-Qaeda prosegue, ma bin Laden resta latitante. Nel 2010, la svolta: la CIA localizza il messaggero di bin Laden, Abu Ahmed al-Kuwaiti. Possiede un piccolo complesso residenziale in Pakistan, ad Abbottabad, località di villeggiatura e sede dell’Accademia militare pakistana. Il luogo è sospetto: muri di cinta sovrastati da un filo spinato; balconi schermati da parapetti; nessun visitatore ammesso e spazzatura bruciata nel cortile. Vi abitano le famiglie di Abu Ahmed e del fratello. Dalle immagini satellitari si scopre che una terza famiglia abita il complesso senza mai uscirne. Un uomo, soprannominato “il Camminatore”, ogni giorno passeggia in giardino: altezza e andatura corrispondono a quelle di bin Laden.

Sul tavolo del presidente Barack Obama arriva la proposta di bombardare il complesso con un drone, ma l’ipotesi è scartata: si rischiano vittime collaterali e di non avere prove dell’uccisione di bin Laden; bisogna inviare dei soldati. I 23 SEAL designati si addestrano più di cento volte su una riproduzione in scala reale del complesso di Abbottabad. C’è un rischio in più: il Pakistan, ritenuto inaffidabile, non è stato avvertito, sicché gli elicotteri devono attraversare 260 chilometri in territorio ostile. L’operazione “Lancia di Nettuno” parte comunque. Raggiunto il luogo, uno dei due elicotteri precipita nel complesso: in pochi minuti la notizia circola sui social; la missione rischia di fallire.

Nonostante lo schianto, non ci sono feriti; intanto, è arrivato il secondo elicottero. I commilitoni all’interno fanno entrare gli altri dal cancello carraio. Pochi secondi e sono nell’edificio. La corrente viene fatta saltare: un vantaggio per i soldati, dotati di visori. In 20 minuti, racconta il SEAL Robert O’Neill nel documentario Netflix “American Manhunt”, vengono uccisi Abu Ahmed, suo fratello e la moglie di quest’ultimo (frappostasi come scudo umano); al secondo piano viene ucciso Khalid, figlio di bin Laden. Al terzo, O’Neill irrompe in una stanza e si trova davanti bin Laden: “Era lui. Non dava segni di resa; era un pericolo per me e per l’intera squadra: doveva morire”. A Washington arriva il messaggio in codice: “Geronimo, EKIA (cioè, nemico ucciso in azione)”.

Arriva un terzo elicottero di rinforzo ma non c’è più tempo da perdere: due caccia pakistani si sono alzati in volo per intercettarli. Seguono 90 minuti di tensione; poi, il sollievo: gli elicotteri rientrano in Afghanistan. È ancora il 1° maggio a Washington quando, alle 23.35, Obama annuncia al mondo che bin Laden è stato ucciso: “Giustizia è stata fatta”, scandisce. Dopo le esequie musulmane sulla portaerei Carl Vinson, il corpo di bin Laden avvolto in un lenzuolo bianco viene gettato nel Mare Arabico.

Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2026

Un nuovo Stato Ue virtuale per imprese più competitive

(Foto di Ralph da Pixabay)

Bruxelles sta varando un nuovo regime semplificato per le imprese nascenti, con spese e burocrazie ridotte.

Fare impresa in Europa – a maggior ragione per chi si propone di innovare e crescere rapidamente – potrebbe diventare molto più semplice, se verrà approvato il 28° regime, un sistema normativo unificato per le imprese europee.

Ue, un gigante economico disunito

Per definire l’Ue si adopera spesso la metafora manzoniana del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Tuttavia, l’Ue è sia un gigante demografico (poco meno di 450 milioni di persone) sia economico. Sotto il profilo economico, i numeri forniti dall’Osservatorio dei conti pubblici (Università cattolica del Sacro Cuore) parlano chiaro: “Nel confronto tra Stati Uniti, Europa e Cina il Pil più grande in dollari correnti è quello statunitense: con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i 19,4 dell’UE. Il Pil dell’Ue risulta solo di poco superiore a quello cinese (18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a 23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA”. Com’è possibile che, a fronte di questi numeri, anche in Europa non si sviluppi un’industria dell’innovazione globale? Una delle ragioni sta nel fatto che l’Ue è composta da Stati sovrani che si muovono spesso in ordine sparso, vanificando il peso negoziale che avrebbero se agissero di concerto. A ciò si aggiunge un problema strutturale: la mancanza di un sistema di regole d’impresa uniformi.

Eu Inc.: la nuova sigla d’impresa europea

Pur essendo ancora lontani dalla prospettiva di un mercato dei capitali unificato, è però passata sotto traccia un’ottima notizia: la proposta della Commissione europea di introdurre un regime d’impresa unificato per le imprese nascenti e con prospettiva di rapida crescita. Il cuore della proposta della Commissione è una formula societaria nuova, la sigla Eu Inc. Registrabile in 48 ore, prevede spese massime di 100 euro e non richiede un capitale minimo, oltre al fatto di potersi presentare interamente digitale. Il vero punto di svolta è che il nuovo regime renderebbe uniformi le norme d’impresa relative a questioni importanti come la gestione del lavoro e l’accesso ai finanziamenti. L’obbiettivo principale della proposta è favorire la nascita di imprese innovative (le “start-up”) con rapide prospettive di crescita (“scale-up”). La proposta dovrà ora passare attraverso la discussione tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio dell’Ue. L’approvazione potrebbe arrivare già all’inizio del 2027.

Benvenuti nel “Delaware europeo”

Sul “Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli ha evocato un paragone usato dai sostenitori della misura per renderne la portata: un Delaware europeo, cioè un 28° Stato comunitario, virtuale, dotato di un regime normativo particolarmente favorevole alle imprese. Esattamente come accade negli Stati Uniti, dove il Delaware è capace di attrarre la sede legale di moltissime imprese in ragione della suo regime giuridico. Riprendendo il parere di un gruppo di esperti – un webinar organizzato dall’Associazione degli intermediari mercati finanziari (Amf) e dalla Rivista delle società – de Bortoli scrive che la misura prevista dall’Ue “sul piano del diritto commerciale, [è] dirompente. Si esalta l’autonomia privata. Per la prima volta l’Unione europea appare in procinto di abbandonare il mantra della armonizzazione tra le varie normative nazionali e inseguire l’obiettivo primario della competitività internazionale”.

“Più che una scelta, una necessità”

Tutto ciò servirebbe anche a frenare la fuga sia di capitali sia di imprese proprio in direzione di luoghi più favorevoli alle loro attività di business. Sempre de Bortoli ricorda che circa il 30% delle imprese europee che raggiungono una capitalizzazione di mercato di un miliardo di dollari (i cosiddetti “unicorni”) si trasferiscono negli USA. Ma la misura avrebbe anche una funzione strategica: fare riguadagnare la tanto agognata “competitività internazionale” di cui scrive de Bortoli, sottraendoci ad alcuni ricatti di prepotenti potenze internazionali. Del resto, vista l’attuale situazione internazionale, come ha spiegato all’Ansa la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, “offrire un quadro armonizzato capace di semplificare la vita delle imprese è oggi una necessità più che una scelta”.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

Metafisica e metafisiche al Palazzo Reale di Milano

(Scorcio del Palazzo della Civiltà Italiana, EUR, Roma. Foto di Alessandro Zazza da Pixabay)

Intorno a noi piazze semivuote e squadrate, manichini, statue, ombre, luce radente di un tardo pomeriggio: non c’è dubbio, siamo in un quadro di Giorgio De Chirico. Se il successo dell’arte si misura dall’impatto sull’immaginario, la corrente pittorica della Metafisica – il cui maggior esponente è appunto De Chirico – fu senz’altro un successo. In effetti, alla mostra “Metafisica/Metafisiche”, allestita al Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 21 giugno) ben si addice l’immagine adoperata dal curatore Vincenzo Trione: un raggio di luce che si rifrange in ulteriori opere e immaginari, dall’architettura al teatro, dal cinema alla pittura stessa. Si pensi, guardando alla pittura, a eredi diretti come Mario Sironi, ma anche a Salvador Dalì (con alcuni loro quadri presenti in mostra). Echi della Metafisica si colgono anche nell’architettura razionalista e fascista, tanto imponente quanto malinconica; perciò, la mostra ospita una lunga galleria di foto e riproduzioni di quegli edifici, così simili alle piazze spoglie di De Chirico. La categoria di Metafisica, del resto, fu coniata da un poeta, il francese Guillaume Apollinaire, proprio per definire i quadri di De Chirico, che tanto lo avevano colpito.

Torniamo ora alla fonte di quell’immaginario, il cui scenario simbolico è il punto di incontro di quegli artisti, la Ferrara del 1917. De Chirico, il fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi forgiarono un nuovo linguaggio pittorico: composizioni di soggetti fuori contesto, riconoscibili e realistici, ma resi anonimi e collocati in scenari sgombri da dettagli. Si lanciava una sfida all’osservatore: ricostruire il senso delle opere attingendo all’interiorità. Come scrisse Italo Calvino, in quei quadri il pensiero sosta in forma «aurorale», senza mai diventare «pensiero di qualcosa». Ardengo Soffici definì la pittura di De Chirico «una scrittura di sogni» che riesce a rappresentare gli «spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Quei sogni ricompaiono nelle tante ulteriori opere presentate in mostra: le fotografie d’autore di Gabriele Basilico e Mimmo Jodice; le architetture concettuali di Aldo Rossi, Frank Gehry e Massimiliano Fuksas; i quadri surreali di René Magritte; la pop art di Andy Warhol; i film di Tim Burton e Paolo Sorrentino; i fumetti di Marco Nizzoli (Dylan Dog); le copertine dei Pink Floyd, dei Genesis e dei nostrani Matia Bazar.

La mostra è stata prodotta dal Palazzo Reale di Milano, dal Museo del Novecento, dal complesso Grande Brera-Palazzo Citterio e dalle Gallerie d’Italia (tutti luoghi nei quali si articola per intero, e con ulteriori aggiunte a quelle viste sinora, la vastissima esposizione), insieme alla casa editrice Electa. L’iniziativa rientra nel programma culturale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Sotto il profilo scientifico, hanno collaborato alla mostra la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, il Museo Morandi, l’Archivio Alberto Savinio e l’Archivio Carlo Carrà.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

“All That Changes You. Metamorphosis” di Isaac Julien a Palazzo Te a Mantova

(L’installazione nella Frutteria di Palazzo Te di Mantova)

Un piccolo schermo all’ingresso indica a che punto è arrivata la riproduzione. Conviene aspettare l’inizio del cortometraggio prima di entrare nelle Fruttiere di Palazzo Te, che riaprono proprio in occasione dell’installazione di Isaac Julien “All That Changes You. Metamorphosis” (fino al 31 maggio). Grandi schermi e specchi riproducono sequenze di un film di circa 20 minuti, realizzato dal regista inglese per i 500 anni di Palazzo Te a Mantova. Ad alcuni affreschi del palazzo sono dedicate sequenze del film, che combina ambienti e presenze diversissime: la postmoderna Cosmic House di Charles Jencks a Londra; le foreste del Redwood National and State Park in California; un modello di astronave in vetro, progettata da Richard Found, nelle campagne inglesi; luminescenti animali marini; il padiglione per la Kramlich Collection di media art realizzato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. Le protagoniste sono le attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim, presenze eteree che si aggirano nei diversi ambienti. Compaiono anche riferimenti letterari: un cammeo della filosofa Donna Haraway, che legge brani dal suo Staying with the Trouble; le storie delle due protagoniste, che si rifanno a due romanzi di fantascienza, Memoirs of a Spacewoman (Naomi Mitchison) e Parable of the Sower (Octavia E. Butler).

La successione di immagini, le musiche e la soffice interpretazione delle attrici sanno farsi ipnotiche e il senso complessivo si intuisce: un richiamo alla necessità di pensarci, noi umani, come parte di un tutto, dove l’altruismo e l’ecologia sono i valori cruciali per affrontare le sfide del futuro prossimo. Il cambiamento porta con sé figure cangianti e meravigliose, temibili e angoscianti, e il passare del tempo – benché renda alcune perdite irreparabili – genera sempre qualcosa di nuovo. Si esce però frastornati da tutti questi stimoli visivi, che si rifrangono negli specchi e che costringono a fare i conti con un grande accumulo di simboli, non sempre facili da cogliere. Ci si potrebbe anche lasciare andare alla visione delle immagini; ma le voci delle attrici – in inglese, il che costringe a prestare attenzione ai sottotitoli per non perdere il filo – recitano testi insistenti, sentenziosi e rarefatti. Proprio questo incalzare verbale rende meno fluida la visione d’insieme.

L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund e University of California, Santa Cruz. Il progetto è curato da Lorenzo Giusti.

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Così i borghi caratteristici diventano parchi a tema

(Vigoleno, Piacenza – Foto di Valter Cirillo da Pixabay)

La legittima aspirazione di tutti a viaggiare si scontra con la necessità di preservare l’identità dei luoghi

Nel loro laboratorio del MIT, ricorrendo all’intelligenza artificiale, l’architetto Carlo Ratti e il sociologo Richard Florida hanno esaminato 400 mila foto di interni di Airbnb. In seguito, hanno pubblicato il lavoro sulla rivista «Nature Scientific Reports» e riportato alcune considerazioni sul quotidiano «La Repubblica». Lo scopo: misurare il grado di omologazione degli spazi domestici da imputare al turismo di massa. La ricerca rivela che alcuni elementi strutturali degli interni resistono all’omologazione: i materiali da costruzione, la disposizione delle stanze, il rapporto con l’esterno e la configurazione della cucina. Al contrario, gli arredamenti e i dispositivi elettronici si sono prevalentemente uniformati.

Le conseguenze del turismo sull’identità locale

Il turismo di massa però ha conseguenze più vaste, in specie sull’identità locale. Come scrivono Ratti e Florida, “i marchi del lusso, le catene alberghiere, i codici estetici instagrammabili (…) spingono le città a conformarsi alle aspettative internazionali”. Allo stesso tempo, molte delle mete turistiche sono chiamate ad assumere i contorni di “parchi tematici di lusso”. Ne derivano due effetti opposti, entrambi dovuti alle aspettative dei turisti (il più delle volte indotte dalle promesse pubblicitarie): da un lato, si diffondono degli standard estetici e dei servizi che fanno assomigliare molti luoghi tra loro; dall’altro, per conservare aspetti di unicità, si punta su un’ipercaratterizzazione folklorica, che induce residenti e istituzioni a recitare la parte più stereotipa di sé stessi.

La turistizzazione dell’economia

L’overturismo sposta grandi flussi di denaro, ma comporta un costo sociale per le comunità locali. Innanzitutto, le città si riconfigurano per ospitare masse di visitatori, con conseguenze fastidiose per i residenti: la mobilità si riduce, i prezzi degli immobili crescono, mentre la disponibilità di abitazioni si abbassa; in generale, il costo della vita sale. Sul piano economico, inoltre, la turistizzazione premia settori a basso valore aggiunto – impieghi stagionali e poco qualificati: camerieri, personale di servizio, ecc. – mentre va a vantaggio dei proprietari immobiliari, che affittano a prezzi superiori alla norma.

Poeti, santi, navigatori e… affittacamere

Questa discrepanza tra la rappresentazione e la realtà è stata colta appieno da Aldo Grasso sul «Corriere della Sera», in un commento alla trasmissione di Rai3 Il borgo dei borghi. Pur bellissime, le immagini di quei luoghi, osserva il critico, sono il frutto di una selezione deliberata che trasforma il Paese in un mosaico di cartoline, omettendo sistematicamente tutto ciò che è controverso, deficitario e (perché no?) brutto. La domanda che ne consegue è questa: “È vero che molti borghi sono rinati grazie a questa visibilità, resta però da capire quale futuro vogliamo per l’Italia: continuare a puntare su industria e innovazione o convertirci definitivamente alla professione di affittacamere?”.

Borghi o parchi a tema?

A molti sarà capitato di visitare dei borghi bellissimi, affollati di persone e negozietti che vendono prodotti caratteristici. Nulla di male; sennonché, al calare della notte e chiuse le serrande dei ristoranti, quei borghi sprofondano nel silenzio: pochissimi ci vivono davvero e, ben più spesso, gli esercenti fanno i pendolari. Ciò porta a chiedersi, inevitabilmente, che differenza ci sia tra quei borghi (non solo italiani, beninteso) e dei centri commerciali o dei parchi a tema. A forza poi di ipercaratterizzare un luogo, il rischio è di adulterarlo, tanto da renderlo indistinguibile da luoghi ricostruiti del tutto, come Grazzano Visconti (PC) o il Borgo medievale del Parco del Valentino a Torino.

L’insostenibilità di un lusso di massa

In un libro di qualche anno fa, Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo sottolineava il paradosso dell’overturismo. Alla lunga, il fenomeno si rivela dannoso per le comunità locali perché agisce come una monocoltura, che rende fragile l’economia (lo si è visto ai tempi del Covid). Eppure è anche il sintomo di un progresso: una larga parte del mondo può finalmente assecondare le proprie aspirazioni di viaggio. Un tempo riservato a un’infima minoranza, il viaggio è oggi lo svago preferito da miliardi di persone. La contraddizione è chiara: come rendere sostenibile questa legittima aspirazione a un lusso diventato nel frattempo di massa?

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026