(Foto di Zuzana Klimecka da Pixabay)
In ragione del loro successo, alcuni programmi televisivi continuano ad avere un ruolo nel segnalare o addirittura diffondere delle tendenze linguistiche. Continua a leggere su Treccani.it.
(Foto di Zuzana Klimecka da Pixabay)
In ragione del loro successo, alcuni programmi televisivi continuano ad avere un ruolo nel segnalare o addirittura diffondere delle tendenze linguistiche. Continua a leggere su Treccani.it.
Il 29 agosto di 35 anni fa, a Palermo, quattro colpi di pistola uccisero Libero Grassi, imprenditore tessile; la sua azienda “Sigma” produceva biancheria intima e pigiami da uomo e contava un centinaio di operai. Grassi fu assassinato perché aveva compiuto un affronto imperdonabile al clan mafioso dei Madonia, rifiutandosi di pagare il pizzo.
La denuncia pubblica in televisione
L’imprenditore siciliano era diventato un volto conosciuto dopo la partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro, Samarcanda, andata in onda su Rai3 l’11 aprile del 1991, pochi mesi prima dell’omicidio. Nel suo intervento, Grassi rivendicò la sua dignità di imprenditore e la ferrea volontà di non condividere gli affari con la malavita. Citava inoltre una sentenza emessa pochi giorni prima (4 aprile) dal giudice istruttore di Catania, Luigi Russo. Quella sentenza, in sostanza, riconosceva che pagare il pizzo (ossia la “protezione” dei boss mafiosi) non fosse un reato.
Grassi riportava il senso di alcune parole di Russo: se tutti si fossero rifiutati di pagare, sarebbero sparite migliaia di piccole imprese. Ma l’imprenditore siciliano ribatteva che, se tutti si fossero comportati come lui, non si sarebbero neutralizzate le industrie: si sarebbero neutralizzati gli estorsori. A Santoro, che faceva notava come il giudice di Catania avesse avuto il merito di fare una “fotografia della realtà”, Grassi disse che non sempre erano presenti quelle “necessità” di cui parlava la sentenza, portando sé stesso come esempio: molti, anziché rivolgersi alla malavita per ottenerne i servigi, avrebbero potuto rinunciare all’affare.
L’impegno civile
A Palermo, la voce di Libero Grassi non mancò di farsi sentire: scrisse al “Giornale di Sicilia” e consegnò simbolicamente le chiavi del suo stabilimento al questore per chiedere protezione per la sua azienda e i suoi operai. Per tutta risposta, fu accusato di protagonismo: Salvatore Cozzo, presidente degli industriali di Palermo, disse che stava gettando discredito sull’imprenditoria siciliana e parlò di una “tammurriata” (un gran chiasso). Pochi mesi dopo la sua morte, il 26 settembre 1991, Michele Santoro dal Teatro Biondo di Palermo e Maurizio Costanzo dal suo studio gli dedicarono una serata speciale a reti unificate, seguita da quasi dieci milioni di telespettatori. Salvino Madonia, figlio del boss della Resuttana, fu identificato come il responsabile dell’omicidio e condannato all’ergastolo.
Un’eredità ancora viva
Il valore di quel sacrificio riluce ancora oggi: nel 2004 Palermo fu tappezzata da foglietti anonimi che recitavano: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. I giovani dietro l’iniziativa si sarebbero poi presentati alla vedova di Grassi, Pina Maisano, diventando – come disse lei – suoi “nipoti adottivi”; quei ragazzi avrebbero altresì creato l’associazione Addiopizzo, chiedendo ai consumatori di sostenerli acquistando dai commercianti e industriali che, certificati da un bollino dell’associazione, si erano rifiutati di pagare il pizzo.
Il Piccolo di Cremona, 29 agosto 2026
(Alcune opere in mostra di ®Matteo Lupatelli)
Il Museo di Storia Naturale di Cremona ospita sino a sabato 29 agosto la mostra Un oscuro scrutare, personale di Matteo Lupatelli, con una selezione di lavori degli ultimi dieci anni. Cremonese, formatosi all’Accademia di Brera, Lupatelli è figlio d’arte: il padre, Antonio, era il leggendario illustratore Tony Wolf. Dal canto suo, Matteo può vantare una lunga carriera nell’illustrazione per case editrici italiane e internazionali (alla mostra sono in vetrina anche alcuni suoi disegni, più tradizionali). Ma veniamo all’esposizione: tema è la natura morta (di qui, l’idea di esporre nel museo naturalistico). Lupatelli ripercorre un classico della pittura cinquecentesca e barocca, citando la tradizione fiamminga più immaginifica: in alcune opere sono ben riconoscibili le creature di Hieronymus Bosch (1450 ca.-1516) e dei Bruegel (Pieter e i due figli, Pieter il Giovane e Jan, attivi tra la metà del Cinquecento e i primi decenni del Seicento). Nelle opere più realistiche ci sono reminiscenze anche di pittori italiani, ad esempio delle nature morte d’area partenopea, così generose nel ritrarre pesci e conchiglie; ma piace pensare, tornando invece a prodotti più terragni (cacciagione, frutti e verdure), che Lupatelli abbia considerato, come suggestione, anche le nature morte del suo concittadino Vincenzo Campi (1536-1591). Detto ciò, alla fascinazione per le nature morte si aggiunge lo scompaginamento della modernità, su tutti l’espressionismo deformante – nei colori e nei contorni – che fa pensare a Francis Bacon (1909-1992) e a Lucian Freud (1922-2011). Ne conseguono esiti anche molto personali, come l’intrusione delle posate nelle raffigurazioni di volatili in tavola, oppure figure animali più libere su campiture dai toni irrealistici. Il titolo è un omaggio al romanzo omonimo di Philip K. Dick (A Scanner Darkly) del 1977. Ad accompagnare l’esposizione sono stati pensati dei laboratori per bambini, Piccoli erbari immaginari, curati da Sonia Secchi; si terranno sabato 18 luglio (4-6 anni) e sabato 8 agosto (7-10 anni), alle 10.30 (gratuiti e su prenotazione: prenotazioni.pb@comune.cremona.it).
Il Piccolo di Cremona, 12 luglio 2026
Foto di Monica Subietas da Pixabay
Facciamo così: mettiamo da parte le discussioni sulla moralità del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll, intorno alla cui memoria aleggia l’accusa di pedofilia. Andiamo invece alla nascita del capolavoro Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland). È il 4 luglio del 1862 e il reverendo sta compiendo un giro in barca sul Tamigi, a Oxford, con Lorina, Alice e Edith Liddell, figlie di Henry George Liddell, lessicografo e decano di Christ Church, il college dove Carroll insegna matematica. Le storie che improvvisa coinvolgono così tanto le bambine che una di loro, Alice, lo prega di metterle per iscritto. Carroll consegna il manoscritto ad Alice nel 1864. A convincerlo a pubblicarlo, però, è lo scrittore e amico George MacDonald. L’anno successivo, usando lo pseudonimo per provare a tenere distinte le due identità (letteraria e accademica) il romanzo esce per l’editore londinese Macmillan. Le illustrazioni sono del già celebre John Tenniel e resteranno immortali quasi quanto i personaggi in sé. Ogni 4 luglio, a Oxford si festeggia l’Alice’s Day, con centinaia di persone vestite a tema per le strade cittadine.
Ma dove sta il segreto di tanto successo? Come scrive la curatrice della voce su Britannica, Carroll riuscì come nessun altro a riprodurre il modo fantasioso con cui i bambini deformano la realtà e il linguaggio, ridendone. Quella stessa ingenuità è una lente per ingrandire le contraddizioni del mondo adulto: le ipocrisie, la razionalità pericolante e l’uso opportunistico del linguaggio. Non a caso il libro di Carroll è diventato oggetto di studio dei linguisti: nel volume Che cos’è la pragmatica linguistica (Carocci), Cecilia Adorno usa Carroll proprio per illustrare le potenzialità pratiche del linguaggio: si va dal gioco prodotto dai bisticci di suoni e di significato, fino al celebre scambio di battute (nel volume successivo ad Alice, Attraverso lo specchio – Through the Looking-Glass, and What Alice Found There) tra la protagonista e Bindolo Rondolo (Humpty Dumpty): “Bisognerebbe sapere se voi potete dare alle parole molti significati diversi”, “Bisognerebbe sapere – rispose Bindolo Rondolo – chi ha da essere il padrone… ecco tutto” («‘The question is,’ said Alice, ‘whether you can make words mean so many different things.’ ‘The question is,’ said Humpty Dumpty, ‘which is to be
master – – that’s all’»).
Le traduzioni italiane del libro sono sfide che aprono praterie di riflessioni sui rapporti interculturali. Lo mostra Elisa Bastianello in un articolo su Engramma. Allorché Carroll inserisce la parodia di una poesiola inglese diffusa nelle scuole (Against Idleness and Mischief, ‘Contro l’ozio e le marachelle’), già nel 1908 la traduttrice Emma Cagli la sostituisce con una parodia della Vispa Teresa. Analoghi problemi pongono i nomi e i giochi di parole. Spesso, le soluzioni dei traduttori sono un esempio di inventiva: Aldo Busi – qui in veste di traduttore – rende la Mock Turtle (‘Tartaruga Finta’) come Tartaruga d’Egitto, usando una locuzione che indica qualcosa di improbabile. A volte, le traduzioni non possono fare a meno di perdere qualcosa: nella conversazione col Topo, Alice confonde tale (‘storia’) con tail (‘coda’), dato che in inglese le parole si pronunciano allo stesso modo; altre volte, invece, la traduzione si fa persino più inventiva: nel cartone Disney (1951), il Bruco (the Caterpillar) diventa il Brucaliffo, per via dell’orientaleggiante presenza del narghilè e del fare altezzoso.
Il Piccolo di Cremona – 4 luglio 2026
(Foto di Andreas Lischka da Pixabay)
Sono le 17.58 del 23 maggio 1992: un’esplosione squarcia l’autostrada A29 in direzione Palermo, sollevando un muro di detriti che una Fiat Croma centra a 120 chilometri all’ora. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo sono estratti ancora vivi dalle lamiere. Muoiono nelle ore seguenti all’ospedale di Palermo: lui, per lo sterno fratturato dal piantone dello sterzo; lei, per l’urto della testa col parabrezza e le gambe spezzate dall’impatto col motore. I 500 chili di esplosivo avevano già ucciso sul colpo Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, gli uomini della scorta. La loro vettura, che precedeva le altre, era stata scaraventata fuori strada. Anche l’autista del giudice, Giuseppe Costanza, resta ferito: seguono giorni di agonia; ma sopravvive (una sesta bara, racconta, era stata ordinata anche per lui). Falcone era rientrato da Roma per il weekend e aveva in programma di assistere – tragica ironia – alla mattanza dei tonni a Trapani.
Il cratere dell’esplosione è largo trenta metri. L’esplosivo era stato piazzato nel cunicolo di scolo sotto l’autostrada, all’altezza dello svincolo di Capaci, fatto scivolare con degli skateboard. L’auto di Falcone, schiantatasi contro i detriti, non raggiunge il punto dell’esplosione. È Falcone a guidare, accanto alla moglie, che soffre di mal d’auto. Pochi secondi prima della tragedia, sovrappensiero sfila le chiavi dal cruscotto per passarle a Costanza; lui e Morvillo lo richiamano allarmati: “dottore, ma che fa? Così ci andiamo ad ammazzare”. Quell’attimo di decelerazione salva il poliziotto. Su una collinetta vicina, nel frattempo, Giovanni Brusca (per alcuni “u verru”, il maiale, per altri “u scannacristiani”), Antonino Gioè e altri mafiosi osservano la strada. Aspettano che le auto superino un frigorifero abbandonato sul ciglio: è il segnale. Quando le auto lo oltrepassano, Gioè grida tre volte “vai!”; Brusca aziona la levetta del radiocomando.
57 giorni dopo l’“attentatuni” (il grande attentato, come lo chiamò Cosa nostra) viene fatto saltare in aria, insieme a cinque agenti della sua scorta, anche Paolo Borsellino. La notizia della morte di Falcone lo aveva raggiunto mentre si trovava dal barbiere; precipitatosi all’ospedale, assiste impotente alla morte dell’amico. Quella stagione fu l’apice della controffensiva di Cosa nostra contro lo Stato: come scrive Giovanni Bianconi, si trattò di “un’azione punitiva e preventiva, pianificata alla fine del 1991, vigilia della decisione della Cassazione sul maxi-processo che sancì la struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra, distribuendo una pioggia di ergastoli”.
Benché i processi abbiano accertato la responsabilità di Cosa nostra, resta aperta la possibilità che non abbia agito da sola. Ne parla il podcast del Fatto Quotidiano “Mattanza”, di Giuseppe Pipitone e Marco Colombo: le stragi potrebbero far parte di una strategia eversiva più ampia. Lo suggerivano, del resto, le parole stesse di Falcone: dopo il fallito attentato all’Addaura, villa alle porte di Palermo che affittava per l’estate, rilasciò un’intervista a Saverio Lodato sull’Unità (10 luglio 1989): “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Il Piccolo di Cremona, 23 maggio 2026
(Un angolo della mostra ©Labirinto della Masone)
Sinuoso: è una parola che deriva da “seno” e, riferita a un corpo, sta per ‘flessibile’, ‘flessuoso’ (Treccani). Forse sta proprio qui la formula fortunata e di successo del russo Roman Petrovič Tyrtov (1892-1990), noto in Francia come Romain de Tirtoff e, ancor di più, con lo pseudonimo di “Erté”: far vivere nei manichini e nei loro abiti un flessuoso alito di vita, prolungando quelle figure sinuose nei loro abbigliamenti rutilanti e ricchissimi, panoplie armate di solo splendore decorativo. Fino al 28 giugno il museo del Labirinto della Masone di Fontanellato (Parma) ospiterà la mostra “ERTÉ. Lo stile è tutto”, dedicata a questo costumista, scenografo e illustratore; la mostra dà il titolo anche a un volume edito da Franco Maria Ricci, i cui testi sono del curatore della mostra, Valerio Terraroli, e Alessandra Tiddia.
Sono oltre 150 le opere messe in mostra: disegni, bozzetti (alcuni provenienti dal Victoria & Albert Museum di Londra), litografie, stampe a stencil, documenti epistolari e videointerviste. Si ripercorre così la lunga carriera artistica di Erté: collaboratore per oltre vent’anni della rivista “Harper’s Bazaar” (le sue illustrazioni comparvero anche su “Vogue” e “Cosmopolitan”), fu impegnato nella realizzazione di costumi per il teatro, il musical e il cinema. Lo stile di Erté è innervato da un’inconfondibile cifra Art Déco. Di quel linguaggio – lo “stile” del titolo – fu colpito anche Franco Maria Ricci che, già nel 1970, dedicò all’artista un volume, i cui testi furono curati nientemeno che dal filosofo francese Roland Barthes; in quell’occasione alcune opere di Erté entrarono a far parte della collezione oggi conservata nel museo del Labirinto.
La mostra, come accennato, è curata da Valerio Terraroli; l’organizzazione è in capo a Elisa Rizzardi e l’allestimento a Maddalena Casalis. Caterina Crepax ha realizzato invece gli abiti in carta che riproducono le fantasie artistiche di Erté. Chiudono l’allestimento le serie “Alfabeto” e “Numeri”, in cui l’artista adatta il suo sinuoso estro decorativo alla forma delle lettere e delle cifre.
Il Piccolo di Cremona, 23 maggio 2026
O⅃O: si scrive proprio così, con la elle al contrario, e sta per “Osare. ⅃iberi. Oltre”. L’acronimo trova la sua ragione anche in un colore – detto “olo”, appunto – recentemente scoperto o, meglio, prodotto (con tecnologia laser) dai ricercatori dell’Università della California a Berkeley. O⅃O Editore trova nel colore un simbolo fondamentale: l’obbiettivo della casa editrice, fondata da Manuela Bertuccelli, è la ripubblicazione di classici (con traduzioni e prefazioni nuove), riscoperti sotto una nuova luce. Per questa ragione, O⅃O non si limita a singole pubblicazioni: presenta una serie di trilogie di classici, il cui accostamento costruisce anche un percorso tematico e interpretativo. A contare è altresì la veste grafica: il lavoro sulle copertine permette di riconoscere questi lavori come provenienti dalla medesima casa editrice e frutto del medesimo progetto culturale. Bertuccelli, fondatrice e direttrice editoriale, è già stata curatrice di bozze ed editor; da anni è impegnata nel lavoro culturale.
Di seguito, riportiamo i volumi (tre trilogie) finora usciti. ASSEMBLATI: “Frankenstein” (Mary Shelley), “Le avventure di Pinocchio” (Carlo Collodi) ed “Eva Futura” (Villiers de l’Isle-Adam). DERIVE: “La linea d’ombra” (Joseph Conrad), “I solitari dell’oceano” (Emilio Salgari) e “Benito Cereno” (Herman Melville). DISFATTE: “Le mie prigioni” (Silvio Pellico), “Il padrone sono me” (Alfredo Panzini) e “Una nobile follia” (Ugo Tarchetti). Contestualmente, segnaliamo anche alcuni in prossima uscita: STRANIAMORI: “Elias Portolu” (Grazia Deledda), “Sciogli la treccia, Maria Maddalena” (Guido da Verona) e “Giovanni Episcopo” (Gabriele D’Annunzio); e ANIMALIA: “La fattoria degli animali” (George Orwell), “Cuore di cane” (Michail Bulgakov) e “Con gli occhi chiusi” (Federigo Tozzi). Il progetto editoriale è interessato, in prospettiva, a sviluppare un catalogo comprendente anche la narrativa contemporanea, la saggistica e le forme ibride.
Il Piccolo di Cremona, 16 maggio 2026
Tanto forte era l’eco dell’architettura lombarda che si pensò il progetto fosse di Donato Bramante: Santa Maria di Campagna a Piacenza, invece, fu realizzata su progetto dell’architetto piacentino Alessio Tramello. La posa della prima pietra, nel 1522, fu l’esito della decisione corale della comunità piacentina, che riunì le forze della Chiesa, delle fabbricerie, delle corporazioni e dell’aristocrazia locale. Sita nella zona occidentale, lungo il tracciato della via Francigena, la chiesa sorse inglobando un’antica cappella legata a una fonte miracolosa. L’imponente struttura a croce greca racchiude al suo interno una sontuosa collezione di pitture tardo rinascimentali, sulle quali spicca il contributo di Giovanni Antonio Sacchis, detto il Pordenone (dal nome della città d’origine): al suo lavoro e a quello di Bernardino Gatti, detto il Sojaro, è riconducibile l’affrescatura della cupola, oggi visitabile con tour guidati, a cura della cooperativa Cooltour Piacenza.
Gli affreschi a decorazione del vertice della chiesa fecero interrogare gli storici dell’arte sul perché della compresenza di temi religiosi e profani; si arrivò a spiegarne l’alternarsi come un ciclo dedicato alla rinascita in chiave cristiana. A segnalare l’alternanza, il colore: policromia per le scene religiose, monocromia per le pagane. Della cupola, Pordenone affrescò il lanternino con un Dio Padre, le maestose vele con profeti e sibille, i costoloni e il fregio sottostante, con eroi e dèi dell’antichità classica. Il Sojaro completò l’opera dipingendo gli Apostoli nelle lesene, le Storie della Vergine nel tamburo alla base e i quattro Evangelisti nei pennacchi inferiori. Ai colori rutilanti e alla vivacità delle scene, che già colpiscono il visitatore che le rimira dal basso, si somma la grandezza delle figure per chi si trova alla distanza ravvicinata che permette la salita: ci si trova allora faccia a faccia con l’opera di due artisti, Pordenone e il Sojaro, che hanno lasciato un’eredità pittorica fondamentale anche a Cremona, dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta alla chiesa conventuale di San Sigismondo, ma anche in chiese più appartate come San Pietro al Po, dove fa capolino – tra le cappelle laterali – una pala del Sojaro, l’Adorazione dei pastori.
Il Piccolo di Cremona, 9 maggio 2026
(Foto di rodrix147 da Pixabay)
Un’ossessione può farsi così potente da diventare l’unica ragione per vivere e amare. Alfred Hitchcock indagò questo lato oscuro dell’animo umano nel film “Vertigo”, in italiano “La donna che visse due volte”, proiettato pubblicamente per la prima volta negli USA il 9 maggio 1958.
John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è un poliziotto in congedo. Nel corso di un inseguimento sui tetti di San Francisco, il terrore delle altezze, l’acrofobia, l’ha paralizzato; e nel tentativo di salvarlo un collega è morto, precipitando da un palazzo; oltre al trauma per l’accaduto, Scottie ha riportato solo delle ferite. Alle soglie della guarigione, viene contattato da un suo ex-compagno di college Gavin Elster (Tom Helmore) e, dopo qualche insistenza, incaricato di seguire la moglie Madeleine (Kim Novak). La donna si comporta in modo inquietante: è come se fosse abitata dallo spirito di una sua antenata, morta alla sua stessa età, ventisei anni. Scottie la pedina e la salva da un tentato suicidio; conosciutala, finisce per innamorarsene, ricambiato. Il loro amore, però, non la salva dal peggio: Madeleine si getta dal campanile di una missione; Scottie, che è lì, non riesce a salvarla, paralizzato com’è dal terrore dell’altezza.
Ancora scosso dalla tragedia, Scottie incontra un giorno una giovane donna, Judy Barton (Novak), che è la sosia perfetta di Madeleine. Scottie la avvicina e la convince a frequentarlo; ma la sua ossessione di si fa presto chiara: riportare in vita Madeleine servendosi di Judy. Le chiede così di indossare gli stessi abiti, di tingersi i capelli e di adottare la stessa acconciatura dell’ex-amata. A quel punto, la trama del film si dipana con chiarezza: come ammette tra sé e sé (scrivendo una lettera, che Scottie non leggerà mai) Judy è Madeleine per davvero; o, meglio, ne ha interpretato il ruolo per conto del suo amante, Elster, l’ex compagno di college di Scottie, da lui assunto non casualmente. Elster, infatti, ha ordito l’inganno per assassinare e gettare dal campanile della missione la sua vera moglie. Per celare l’omicidio, la presenza di Scottie – chiamato poi a testimoniare nel processo – si è rivelata necessaria: pur avendo visto precipitare la donna da un finestrone del campanile, non è riuscito a raggiungerla sulla sommità, dalla quale si è lanciata, bloccato dall’acrofobia.
La morte di Madeleine è per il film uno spartiacque: alla suspense della prima parte segue la discesa nel corpo dell’ossessione di Scottie, che guarda Judy ma riesce a vedere soltanto Madeleine. Alternando sguardi assenti e ossessivi, gentilezze e scatti di nervi, James Stewart riesce a far percepire allo spettatore la perdita progressiva del controllo di sé da parte di Scottie, vinto dall’ossessione. Dal canto suo, Novak è impeccabile nella parte sia della fantasmatica Madeleine sia della più verace Judy, accomunate entrambe dalla bellezza abbagliante dell’attrice. Come scrive Paolo Mereghetti, Hitchcock è interessato soprattutto all’esplorazione dell’ossessione, tanto che – rispetto al romanzo “D’entre les morts” di Boileau-Narcejac, da cui è tratta la storia – “l’inganno dell’ex compagno è come ricacciato in un angolo del racconto”. Sulla scorta delle parole del regista nella sua intervista a Truffaut, si è parlato addirittura di necrofilia. Certo è che, come scrive il critico Roger Ebert, “l’uomo, preferendo i suoi sogni alla donna che ha di fronte, le [perde] entrambe”.
Il film è ricordato anche per l’innovativa tecnica che restituisce il senso di vertigine: la carrellata all’indietro combinata con uno zoom in avanti. I titoli di testa, colorati e vorticosi, furono realizzati dal grafico Saul Bass.
Il Piccolo di Cremona, 10 maggio 2026
(Foto di ejbartennl da Pixabay)
Alle 23.00 (ora locale) del 1° maggio 2011 due elicotteri Black Hawk e tre Chinook da trasporto – di rinforzo – decollano da Jalalabad, in Afghanistan, diretti ad Abbottabad, Pakistan. A bordo dei Black Hawk ci sono il SEAL Team Six (23 uomini delle forze speciali), un interprete e un cane da combattimento.
Antefatto: l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantano contro le Torri Gemelle a New York, un terzo contro il Pentagono e un quarto precipita in Pennsylvania. Responsabili sono gli uomini di Al-Qaeda, organizzazione terroristica che vede nell’Occidente il proprio nemico; al vertice c’è il saudita Osama bin Laden. Al-Qaeda è protetta dal regime islamico radicale dei Talebani in Afghanistan. In alleanza con le forze locali ribelli, gli USA occupano Kabul e costringono bin Laden ad asserragliarsi nelle grotte di Tora Bora. Appoggiati dall’aviazione USA, gli afgani danno l’assalto ma non riescono a catturarlo; bin Laden scompare.
Negli anni, la lotta ad Al-Qaeda prosegue, ma bin Laden resta latitante. Nel 2010, la svolta: la CIA localizza il messaggero di bin Laden, Abu Ahmed al-Kuwaiti. Possiede un piccolo complesso residenziale in Pakistan, ad Abbottabad, località di villeggiatura e sede dell’Accademia militare pakistana. Il luogo è sospetto: muri di cinta sovrastati da un filo spinato; balconi schermati da parapetti; nessun visitatore ammesso e spazzatura bruciata nel cortile. Vi abitano le famiglie di Abu Ahmed e del fratello. Dalle immagini satellitari si scopre che una terza famiglia abita il complesso senza mai uscirne. Un uomo, soprannominato “il Camminatore”, ogni giorno passeggia in giardino: altezza e andatura corrispondono a quelle di bin Laden.
Sul tavolo del presidente Barack Obama arriva la proposta di bombardare il complesso con un drone, ma l’ipotesi è scartata: si rischiano vittime collaterali e di non avere prove dell’uccisione di bin Laden; bisogna inviare dei soldati. I 23 SEAL designati si addestrano più di cento volte su una riproduzione in scala reale del complesso di Abbottabad. C’è un rischio in più: il Pakistan, ritenuto inaffidabile, non è stato avvertito, sicché gli elicotteri devono attraversare 260 chilometri in territorio ostile. L’operazione “Lancia di Nettuno” parte comunque. Raggiunto il luogo, uno dei due elicotteri precipita nel complesso: in pochi minuti la notizia circola sui social; la missione rischia di fallire.
Nonostante lo schianto, non ci sono feriti; intanto, è arrivato il secondo elicottero. I commilitoni all’interno fanno entrare gli altri dal cancello carraio. Pochi secondi e sono nell’edificio. La corrente viene fatta saltare: un vantaggio per i soldati, dotati di visori. In 20 minuti, racconta il SEAL Robert O’Neill nel documentario Netflix “American Manhunt”, vengono uccisi Abu Ahmed, suo fratello e la moglie di quest’ultimo (frappostasi come scudo umano); al secondo piano viene ucciso Khalid, figlio di bin Laden. Al terzo, O’Neill irrompe in una stanza e si trova davanti bin Laden: “Era lui. Non dava segni di resa; era un pericolo per me e per l’intera squadra: doveva morire”. A Washington arriva il messaggio in codice: “Geronimo, EKIA (cioè, nemico ucciso in azione)”.
Arriva un terzo elicottero di rinforzo ma non c’è più tempo da perdere: due caccia pakistani si sono alzati in volo per intercettarli. Seguono 90 minuti di tensione; poi, il sollievo: gli elicotteri rientrano in Afghanistan. È ancora il 1° maggio a Washington quando, alle 23.35, Obama annuncia al mondo che bin Laden è stato ucciso: “Giustizia è stata fatta”, scandisce. Dopo le esequie musulmane sulla portaerei Carl Vinson, il corpo di bin Laden avvolto in un lenzuolo bianco viene gettato nel Mare Arabico.
Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2026