Un nuovo Stato Ue virtuale per imprese più competitive

(Foto di Ralph da Pixabay)

Bruxelles sta varando un nuovo regime semplificato per le imprese nascenti, con spese e burocrazie ridotte.

Fare impresa in Europa – a maggior ragione per chi si propone di innovare e crescere rapidamente – potrebbe diventare molto più semplice, se verrà approvato il 28° regime, un sistema normativo unificato per le imprese europee.

Ue, un gigante economico disunito

Per definire l’Ue si adopera spesso la metafora manzoniana del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Tuttavia, l’Ue è sia un gigante demografico (poco meno di 450 milioni di persone) sia economico. Sotto il profilo economico, i numeri forniti dall’Osservatorio dei conti pubblici (Università cattolica del Sacro Cuore) parlano chiaro: “Nel confronto tra Stati Uniti, Europa e Cina il Pil più grande in dollari correnti è quello statunitense: con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i 19,4 dell’UE. Il Pil dell’Ue risulta solo di poco superiore a quello cinese (18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a 23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA”. Com’è possibile che, a fronte di questi numeri, anche in Europa non si sviluppi un’industria dell’innovazione globale? Una delle ragioni sta nel fatto che l’Ue è composta da Stati sovrani che si muovono spesso in ordine sparso, vanificando il peso negoziale che avrebbero se agissero di concerto. A ciò si aggiunge un problema strutturale: la mancanza di un sistema di regole d’impresa uniformi.

Eu Inc.: la nuova sigla d’impresa europea

Pur essendo ancora lontani dalla prospettiva di un mercato dei capitali unificato, è però passata sotto traccia un’ottima notizia: la proposta della Commissione europea di introdurre un regime d’impresa unificato per le imprese nascenti e con prospettiva di rapida crescita. Il cuore della proposta della Commissione è una formula societaria nuova, la sigla Eu Inc. Registrabile in 48 ore, prevede spese massime di 100 euro e non richiede un capitale minimo, oltre al fatto di potersi presentare interamente digitale. Il vero punto di svolta è che il nuovo regime renderebbe uniformi le norme d’impresa relative a questioni importanti come la gestione del lavoro e l’accesso ai finanziamenti. L’obbiettivo principale della proposta è favorire la nascita di imprese innovative (le “start-up”) con rapide prospettive di crescita (“scale-up”). La proposta dovrà ora passare attraverso la discussione tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio dell’Ue. L’approvazione potrebbe arrivare già all’inizio del 2027.

Benvenuti nel “Delaware europeo”

Sul “Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli ha evocato un paragone usato dai sostenitori della misura per renderne la portata: un Delaware europeo, cioè un 28° Stato comunitario, virtuale, dotato di un regime normativo particolarmente favorevole alle imprese. Esattamente come accade negli Stati Uniti, dove il Delaware è capace di attrarre la sede legale di moltissime imprese in ragione della suo regime giuridico. Riprendendo il parere di un gruppo di esperti – un webinar organizzato dall’Associazione degli intermediari mercati finanziari (Amf) e dalla Rivista delle società – de Bortoli scrive che la misura prevista dall’Ue “sul piano del diritto commerciale, [è] dirompente. Si esalta l’autonomia privata. Per la prima volta l’Unione europea appare in procinto di abbandonare il mantra della armonizzazione tra le varie normative nazionali e inseguire l’obiettivo primario della competitività internazionale”.

“Più che una scelta, una necessità”

Tutto ciò servirebbe anche a frenare la fuga sia di capitali sia di imprese proprio in direzione di luoghi più favorevoli alle loro attività di business. Sempre de Bortoli ricorda che circa il 30% delle imprese europee che raggiungono una capitalizzazione di mercato di un miliardo di dollari (i cosiddetti “unicorni”) si trasferiscono negli USA. Ma la misura avrebbe anche una funzione strategica: fare riguadagnare la tanto agognata “competitività internazionale” di cui scrive de Bortoli, sottraendoci ad alcuni ricatti di prepotenti potenze internazionali. Del resto, vista l’attuale situazione internazionale, come ha spiegato all’Ansa la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, “offrire un quadro armonizzato capace di semplificare la vita delle imprese è oggi una necessità più che una scelta”.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

Metafisica e metafisiche al Palazzo Reale di Milano

(Scorcio del Palazzo della Civiltà Italiana, EUR, Roma. Foto di Alessandro Zazza da Pixabay)

Intorno a noi piazze semivuote e squadrate, manichini, statue, ombre, luce radente di un tardo pomeriggio: non c’è dubbio, siamo in un quadro di Giorgio De Chirico. Se il successo dell’arte si misura dall’impatto sull’immaginario, la corrente pittorica della Metafisica – il cui maggior esponente è appunto De Chirico – fu senz’altro un successo. In effetti, alla mostra “Metafisica/Metafisiche”, allestita al Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 21 giugno) ben si addice l’immagine adoperata dal curatore Vincenzo Trione: un raggio di luce che si rifrange in ulteriori opere e immaginari, dall’architettura al teatro, dal cinema alla pittura stessa. Si pensi, guardando alla pittura, a eredi diretti come Mario Sironi, ma anche a Salvador Dalì (con alcuni loro quadri presenti in mostra). Echi della Metafisica si colgono anche nell’architettura razionalista e fascista, tanto imponente quanto malinconica; perciò, la mostra ospita una lunga galleria di foto e riproduzioni di quegli edifici, così simili alle piazze spoglie di De Chirico. La categoria di Metafisica, del resto, fu coniata da un poeta, il francese Guillaume Apollinaire, proprio per definire i quadri di De Chirico, che tanto lo avevano colpito.

Torniamo ora alla fonte di quell’immaginario, il cui scenario simbolico è il punto di incontro di quegli artisti, la Ferrara del 1917. De Chirico, il fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi forgiarono un nuovo linguaggio pittorico: composizioni di soggetti fuori contesto, riconoscibili e realistici, ma resi anonimi e collocati in scenari sgombri da dettagli. Si lanciava una sfida all’osservatore: ricostruire il senso delle opere attingendo all’interiorità. Come scrisse Italo Calvino, in quei quadri il pensiero sosta in forma «aurorale», senza mai diventare «pensiero di qualcosa». Ardengo Soffici definì la pittura di De Chirico «una scrittura di sogni» che riesce a rappresentare gli «spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Quei sogni ricompaiono nelle tante ulteriori opere presentate in mostra: le fotografie d’autore di Gabriele Basilico e Mimmo Jodice; le architetture concettuali di Aldo Rossi, Frank Gehry e Massimiliano Fuksas; i quadri surreali di René Magritte; la pop art di Andy Warhol; i film di Tim Burton e Paolo Sorrentino; i fumetti di Marco Nizzoli (Dylan Dog); le copertine dei Pink Floyd, dei Genesis e dei nostrani Matia Bazar.

La mostra è stata prodotta dal Palazzo Reale di Milano, dal Museo del Novecento, dal complesso Grande Brera-Palazzo Citterio e dalle Gallerie d’Italia (tutti luoghi nei quali si articola per intero, e con ulteriori aggiunte a quelle viste sinora, la vastissima esposizione), insieme alla casa editrice Electa. L’iniziativa rientra nel programma culturale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Sotto il profilo scientifico, hanno collaborato alla mostra la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, il Museo Morandi, l’Archivio Alberto Savinio e l’Archivio Carlo Carrà.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

“All That Changes You. Metamorphosis” di Isaac Julien a Palazzo Te a Mantova

(L’installazione nella Frutteria di Palazzo Te di Mantova)

Un piccolo schermo all’ingresso indica a che punto è arrivata la riproduzione. Conviene aspettare l’inizio del cortometraggio prima di entrare nelle Fruttiere di Palazzo Te, che riaprono proprio in occasione dell’installazione di Isaac Julien “All That Changes You. Metamorphosis” (fino al 31 maggio). Grandi schermi e specchi riproducono sequenze di un film di circa 20 minuti, realizzato dal regista inglese per i 500 anni di Palazzo Te a Mantova. Ad alcuni affreschi del palazzo sono dedicate sequenze del film, che combina ambienti e presenze diversissime: la postmoderna Cosmic House di Charles Jencks a Londra; le foreste del Redwood National and State Park in California; un modello di astronave in vetro, progettata da Richard Found, nelle campagne inglesi; luminescenti animali marini; il padiglione per la Kramlich Collection di media art realizzato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. Le protagoniste sono le attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim, presenze eteree che si aggirano nei diversi ambienti. Compaiono anche riferimenti letterari: un cammeo della filosofa Donna Haraway, che legge brani dal suo Staying with the Trouble; le storie delle due protagoniste, che si rifanno a due romanzi di fantascienza, Memoirs of a Spacewoman (Naomi Mitchison) e Parable of the Sower (Octavia E. Butler).

La successione di immagini, le musiche e la soffice interpretazione delle attrici sanno farsi ipnotiche e il senso complessivo si intuisce: un richiamo alla necessità di pensarci, noi umani, come parte di un tutto, dove l’altruismo e l’ecologia sono i valori cruciali per affrontare le sfide del futuro prossimo. Il cambiamento porta con sé figure cangianti e meravigliose, temibili e angoscianti, e il passare del tempo – benché renda alcune perdite irreparabili – genera sempre qualcosa di nuovo. Si esce però frastornati da tutti questi stimoli visivi, che si rifrangono negli specchi e che costringono a fare i conti con un grande accumulo di simboli, non sempre facili da cogliere. Ci si potrebbe anche lasciare andare alla visione delle immagini; ma le voci delle attrici – in inglese, il che costringe a prestare attenzione ai sottotitoli per non perdere il filo – recitano testi insistenti, sentenziosi e rarefatti. Proprio questo incalzare verbale rende meno fluida la visione d’insieme.

L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund e University of California, Santa Cruz. Il progetto è curato da Lorenzo Giusti.

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Così i borghi caratteristici diventano parchi a tema

(Vigoleno, Piacenza – Foto di Valter Cirillo da Pixabay)

La legittima aspirazione di tutti a viaggiare si scontra con la necessità di preservare l’identità dei luoghi

Nel loro laboratorio del MIT, ricorrendo all’intelligenza artificiale, l’architetto Carlo Ratti e il sociologo Richard Florida hanno esaminato 400 mila foto di interni di Airbnb. In seguito, hanno pubblicato il lavoro sulla rivista «Nature Scientific Reports» e riportato alcune considerazioni sul quotidiano «La Repubblica». Lo scopo: misurare il grado di omologazione degli spazi domestici da imputare al turismo di massa. La ricerca rivela che alcuni elementi strutturali degli interni resistono all’omologazione: i materiali da costruzione, la disposizione delle stanze, il rapporto con l’esterno e la configurazione della cucina. Al contrario, gli arredamenti e i dispositivi elettronici si sono prevalentemente uniformati.

Le conseguenze del turismo sull’identità locale

Il turismo di massa però ha conseguenze più vaste, in specie sull’identità locale. Come scrivono Ratti e Florida, “i marchi del lusso, le catene alberghiere, i codici estetici instagrammabili (…) spingono le città a conformarsi alle aspettative internazionali”. Allo stesso tempo, molte delle mete turistiche sono chiamate ad assumere i contorni di “parchi tematici di lusso”. Ne derivano due effetti opposti, entrambi dovuti alle aspettative dei turisti (il più delle volte indotte dalle promesse pubblicitarie): da un lato, si diffondono degli standard estetici e dei servizi che fanno assomigliare molti luoghi tra loro; dall’altro, per conservare aspetti di unicità, si punta su un’ipercaratterizzazione folklorica, che induce residenti e istituzioni a recitare la parte più stereotipa di sé stessi.

La turistizzazione dell’economia

L’overturismo sposta grandi flussi di denaro, ma comporta un costo sociale per le comunità locali. Innanzitutto, le città si riconfigurano per ospitare masse di visitatori, con conseguenze fastidiose per i residenti: la mobilità si riduce, i prezzi degli immobili crescono, mentre la disponibilità di abitazioni si abbassa; in generale, il costo della vita sale. Sul piano economico, inoltre, la turistizzazione premia settori a basso valore aggiunto – impieghi stagionali e poco qualificati: camerieri, personale di servizio, ecc. – mentre va a vantaggio dei proprietari immobiliari, che affittano a prezzi superiori alla norma.

Poeti, santi, navigatori e… affittacamere

Questa discrepanza tra la rappresentazione e la realtà è stata colta appieno da Aldo Grasso sul «Corriere della Sera», in un commento alla trasmissione di Rai3 Il borgo dei borghi. Pur bellissime, le immagini di quei luoghi, osserva il critico, sono il frutto di una selezione deliberata che trasforma il Paese in un mosaico di cartoline, omettendo sistematicamente tutto ciò che è controverso, deficitario e (perché no?) brutto. La domanda che ne consegue è questa: “È vero che molti borghi sono rinati grazie a questa visibilità, resta però da capire quale futuro vogliamo per l’Italia: continuare a puntare su industria e innovazione o convertirci definitivamente alla professione di affittacamere?”.

Borghi o parchi a tema?

A molti sarà capitato di visitare dei borghi bellissimi, affollati di persone e negozietti che vendono prodotti caratteristici. Nulla di male; sennonché, al calare della notte e chiuse le serrande dei ristoranti, quei borghi sprofondano nel silenzio: pochissimi ci vivono davvero e, ben più spesso, gli esercenti fanno i pendolari. Ciò porta a chiedersi, inevitabilmente, che differenza ci sia tra quei borghi (non solo italiani, beninteso) e dei centri commerciali o dei parchi a tema. A forza poi di ipercaratterizzare un luogo, il rischio è di adulterarlo, tanto da renderlo indistinguibile da luoghi ricostruiti del tutto, come Grazzano Visconti (PC) o il Borgo medievale del Parco del Valentino a Torino.

L’insostenibilità di un lusso di massa

In un libro di qualche anno fa, Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo sottolineava il paradosso dell’overturismo. Alla lunga, il fenomeno si rivela dannoso per le comunità locali perché agisce come una monocoltura, che rende fragile l’economia (lo si è visto ai tempi del Covid). Eppure è anche il sintomo di un progresso: una larga parte del mondo può finalmente assecondare le proprie aspirazioni di viaggio. Un tempo riservato a un’infima minoranza, il viaggio è oggi lo svago preferito da miliardi di persone. La contraddizione è chiara: come rendere sostenibile questa legittima aspirazione a un lusso diventato nel frattempo di massa?

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Il Vocabolario di Boccaccio (VocaBO), ora in rete e aperto a tutti

(nella foto, Cosimo Burgassi e Veronica Ricotta)

CERTALDO (Firenze) – Nel mostrare sullo schermo la pagina d’ingresso, la caporedattrice del progetto, Veronica Ricotta, tradisce l’emozione: “È come se stessimo sollevando un velo”, dice, riferendosi al momento inaugurale. A Certaldo, in via Boccaccio 18, sede della casa museo e dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio (ENGB), non è una giornata qualunque. Non solo perché siamo di Dantedì – il 28 marzo, la giornata di celebrazione nazionale di Dante Alighieri – ma anche perché si assiste al varo di un progetto ora aperto a ulteriori sviluppi e al pubblico: il VocaBO, il Vocabolario (della lingua) di Boccaccio online, è in rete (https://www.vocabo.org/#/). L’interfaccia è di cristallina essenzialità: si digita la parola (per l’occasione, Ricotta digita “selva”, in onore di Dante), si preme invio, ed ecco le forme, le attestazioni, le occorrenze delle opere del Certaldese, l’etimologia e, laddove prevista, una scheda di contestualizzazione. La squadra di Giovanna Frosini, professoressa all’Università per Stranieri di Siena e Presidente dell’ENGB, ce l’ha fatta: in meno di tre anni ha messo in piedi un’opera che unisce il massimo rigore filologico, da un lato, alla praticità e accessibilità degli esiti delle ricerche, dall’altro.

La formula di successo di Frosini e del suo gruppo sta proprio nella capacità di combinare il valore scientifico e un modo di comunicare affabile e accogliente. Come hanno sottolineato Ricotta e Cosimo Burgassi, il referente per il CNR-Istituto di Linguistica Computazionale, il VocaBO non è solo un punto di arrivo, ma anche un cantiere aperto: è l’avvio di ulteriori ricerche, alle quali anche i lettori, con le loro segnalazioni, potranno partecipare.

Il risultato è frutto di un lavoro corale. Giovanna Frosini è la coordinatrice; Veronica Ricotta la caporedattrice. Le ricercatrici impegnate nel progetto sono Ester Baldi, Leila Bencharki, Cecilia Cartoceti, Anna Aurora Clemente, Sara Di Giovannantonio, Valentina Iosco, Claudia Palmieri, Emanuela Gioia Pisco. A loro si unisce il Gruppo di ricerca KLAB composto da Burgassi, il responsabile Emiliano Giovannetti, Davide Albanesi, Andrea Bellandi, Luca Guidi, Simone Marchi e Mafalda Papini. La segreteria è gestita da Martina Dani Recchi. È incoraggiante vedere un prodotto di tale qualità nascere in Italia: insieme al Vocabolario Dantesco, è un modello di riferimento per qualunque progetto analogo dedicato ad altri grandi autori europei.

Il Piccolo di Cremona, 4 aprile 2026

Le opere di Koons sulla via Emilia, la mostra a Fiorenzuola

Superato l’Arda all’ingresso del paese ci si sente già un po’ nella mostra: uno striscione sulla soglia di Corso Garibaldi, la strada centrale di Fiorenzuola (PC) sul tracciato della Via Emilia, annuncia “Jeff Koons – Balloons & Wonders” (visitabile fino al 6 aprile). Anche diverse vetrine del centro espongono locandine e piccole sculture a richiamo dell’esposizione, che si tiene a palazzo Bertamini Lucca, sempre in Corso Garibaldi, in maestose sale affrescate. A portare le opere dell’artista newyorkese sulla Via Emilia è stata la galleria Deodato Arte, in collaborazione col Comune. Tre, le sezioni. La prima, “Antiquity”, è composta da opere in tecnica mista su carta, tele dove si stratificano immagini di statue antiche (l’“antichità” del titolo), quadri, graffiti e altre immagini. La seconda, “Gazing Ball”, è una serie di riproduzioni di quadri di artisti celeberrimi (da Giotto a Gauguin) che incastonano una sfera riflettente (“gazing ball”) blu: nell’idea dell’artista, il visitatore finisce narcisisticamente per specchiarsi anziché contemplare l’opera. Infine, si arriva al marchio di fabbrica di Koons, le sue opere più riconoscibili: i “Balloon Animals”, sculture raffiguranti degli animali fatti coi palloncini, realizzate in porcellana di Limoges.

Jeff Koons è un artista contemporaneo fortunato e controverso che non avrebbe raggiunto la fama di cui gode oggi, quotazioni astronomiche delle opere comprese, senza la vocazione di pubblicitario e venditore anche di sé stesso: nel ripercorrere la sua biografia ci si sente sempre in dovere di menzionare il suo effimero matrimonio con la pornostar Ilona Staller (un’involontaria strategia di autopromozione?). Alla base del successo, c’è invero una solida intuizione: come ha spiegato il curatore della mostra, Luca Bravo, “Jeff Koons ha scoperto che l’arte per essere potente non ha bisogno sempre di disturbare, ma forse ha bisogno anche di coccolare, rassicurare e farci sorridere”. Un artista, dunque, “organico”, come avrebbe detto Gramsci, cioè espressione di una società, quella dei consumi, che non rinnega e anzi sfrutta a proprio vantaggio. Nel susseguirsi delle sue opere, sembra di trovarsi in una versione di lusso e rutilante di quei discount non alimentari: oggettistica per la casa e il giardinaggio (le “gazing balls” sono anche un ornamento da giardino); ma anche poster, soprammobili buffi e l’occorrente per feste casalinghe, palloncini compresi. Certo alla fine ci si chiede: questo accumulo giocoso e irriverente durerà nella storia?    

Il Piccolo di Cremona, 28 marzo 2026

I maestri dell’Impressionismo in mostra a Parma

Proprio mentre la fotografia cominciava a mostrare le sue potenzialità, la pittura europea imboccò una svolta: si lasciò alle spalle i contorni ben definiti e puntò sulle sfumature, valorizzando le impressioni della luce e dei colori. Cominciava a sorgere quella sensibilità che sarebbe maturata appieno con l’Impressionismo, il cui maggiore esponente fu Claude Monet (1840-1926), di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte. Fino al 31 maggio sarà possibile ripercorrere quella storia insieme ad alcuni dei suoi protagonisti: a Palazzo Tarasconi a Parma è stata allestita la mostra 100 anni di riflessi. Gli impressionisti da Monet a Bonnard. Cento è però anche il numero di anni che, indicativamente tra il 1830 e il 1930, videro compiersi la parabola dell’Impressionismo (chiusasi idealmente proprio con la scomparsa di Monet). Negli anni Trenta dell’Ottocento, infatti, nacque in Francia un movimento pittorico, la Scuola di Barbizon, dedita soprattutto a raffigurazioni realistiche di paesaggi. La novità stilistica più rilevante, prodromo dell’Impressionismo, fu l’abbandono dello stile accademico in favore di un contatto più stretto con la realtà; ne derivò il metodo della pittura all’aperto (en plein air) e l’abbandono dei contorni netti.

La mostra si apre proprio con gli artisti della Scuola di Barbizon: Corot, Rousseau, Daubigny, Millet. Colpisce vedere come una congerie apparentemente caotica di pennellate si trasformi in figure realistiche: nuvole bordate di luce, fronde mosse dal vento, luci tremolanti sull’acqua. Tale sensibilità si sarebbe trasmessa anche a Monet. In mostra sono presenti Tempête à Sainte-Adresse(1857 ca.) e Les Pêcheurs de Poissy, a lui attribuito (1882 ca.). Rappresentano due poli della sua attività: la resa ancora naturalistica da un lato e la frammentazione del tratto a vantaggio della resa impressionistica dall’altro. Quest’evoluzione anima la seconda parte della mostra, con opere di Eugène Boudin (maestro di Monet), Alfred Sisley, Paul César Helleu, Johan Barthold Jongkind, Henri Gervex, Giovanni Boldini. Le ultime due opere esposte sono la soglia di un’epoca nuova: una piccola litografia di Van Gogh (Sulla soglia dell’eternità o, anche, Vecchio con la testa tra le mani) e una veduta di Cannet di Pierre Bonnard, in cui i colori mediterranei, poco realisticamente tenui e freddi, dicono più dello stato d’animo del pittore che della realtà davanti agli occhi.

La mostra è curata da Stefano Oliviero, prodotta da Navigare S.r.l. e realizzata col patrocinio della Provincia di Parma. Sobri i cartelli didascalici; una scelta non scontata: data la gloriosa popolarità dell’Impressionismo, la retorica avrebbe potuto abbondare.

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

Quando si parla di clima Cremona è sempre in fondo

(Foto di Joe da Pixabay)

Il Sole 24 Ore ha stilato l’apposita classifica con i dati di 3BMeteo. La città del Torrazzo occupa la 101ª posizione su 107. Negli ultimi 15 anni estati più calde e aria stagnante.

Nella classifica del clima delle città italiane c’era di aspettarsi che Cremona non si trovasse nelle prime posizioni e forse nemmeno sorprende che la città figuri tra le ultime: stando ai dati di 3BMeteo, rielaborati dal «Sole 24 Ore», su un totale di 107 città, Cremona occupa la 101° posizione, davanti ad Asti e dopo Piacenza. Vediamo più da vicino alcuni dati, compresi quelli che ci hanno condotto così in basso alla classifica. La rielaborazione dei dati è a cura di Marco Guerra dell’ufficio studi e analisi del «Sole 24 Ore» e Marina Caporlingua, ed è consultabile sulla piattaforma Lab24.

Il caldo estivo è sempre più insopportabile

Innanzitutto, l’impressione che la città sia sempre più calda è confermata dai dati: negli ultimi 15 anni la temperatura media di Cremona è aumentata di 2,6°C, in linea con le città vicine quali Brescia (+2,7°C), Mantova e Piacenza (+2,8°C). A pesare in questo senso sono certamente le giornate di caldo estremo, caratterizzate da una temperatura massima superiore ai 35°C: si passa da una media di 1,7 nel 2010 agli attuali 19,3. Passano poi da 50 a 74 le cosiddette notti tropicali (temperature notturne superiori ai 20°C). A farsi notare rispetto alla media del nord Italia sono le ondate di calore cremonesi (cioè tre giorni consecutivi con temperature superiori ai 30°C): da 13 a 21, mentre la media del Nord Italia è di 18,5. Le ondate di calore pesano non poco nel portarci in fondo alla classifica, anche perché bisogna aggiungere il basso punteggio totalizzato nel caso di una voce che è un’entità quasi mitologica per i cremonesi: la brezza estiva.

Non ci sono più gli inverni di una volta

Dall’altro lato, è impressionante constatare anche che l’incidenza delle temperature minime è molto diminuita: negli ultimi 15 anni, le giornate con una temperatura percepita inferiore ai 3°C sono passate da 37 a 5. Anche in questo caso, la percezione di inverni più miti è decisamente suffragata dai dati. Ciononostante, le giornate molto fredde hanno ancora un certo peso nel tenere Cremona in fondo alla classifica, dal momento che sono comunque più frequenti nel centro della Pianura Padana che nel resto d’Italia, Nord compreso. Il numero delle gelide giornate padane, insomma, diminuisce, e di parecchio, ma non abbastanza da farci diventare una tiepida meta invernale; anche perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire uno sconvolgimento climatico che nessuno si augura.

L’aria che non circola

Sappiamo che uno dei problemi maggiori di Cremona sta nella scarsa qualità dell’aria. In questo senso, la circolazione dell’aria non aiuta, benché la città non si trovi (come ci si potrebbe aspettare) nelle ultime posizioni: i lassi di tempo di 4 giorni caratterizzati da aria stagnante – vento inferiore ai 5 km/h, nemmeno 1 mm di pioggia e zero nebbia – sono passati da 50 a 83. Ma per contestualizzare questo dato, va precisato che nel calcolo non sono inseriti (come accennato) i giorni di nebbia: in questo caso, conosciamo ben pochi rivali, peraltro tutti localizzati alle nostre stesse latitudini; peggio di noi, infatti, fanno solo Lodi, Alessandria, Pavia, Ferrara e Rovigo. E le precipitazioni? La media dei giorni consecutivi senza pioggia è salita di circa una giornata; a calare è invece l’intensità pluviometrica, cioè la quantità di pioggia caduta in una giornata: 11,6 mm contro gli oltre 14 circa di 15 anni fa. Senza grandi sorprese, Cremona se la cava maluccio con l’umidità relativa, con 195 giorni all’anno fuori dal cosiddetto “comfort climatico” (cioè un’umidità compresa tra il 30 e il 70%).

Difetti e qualche pregio del clima cremonese

Frequenti ondate di calore, pochi agenti mitiganti d’estate, scarsa circolazione dell’aria, presenza non così infrequente della nebbia e qualche giornata ancora piuttosto fredda d’inverno: ecco le ragioni che, messe insieme, paiono rendere il clima di Cremona tra i meno attraenti d’Italia. Pur in una delle valli più fertili d’Europa, la città non gode abbastanza né del sole mediterraneo (che già spostandosi a Mantova splende giusto qualche ora in più), né della mitigazione che offrirebbe la vicinanza di qualche catena montuosa o del mare. Si tratta, comunque, più di una combinazione di fattori che di veri primati. Inoltre, bisogna riconoscere che Cremona vanta comunque una certa tranquillità sotto il profilo delle precipitazioni: sono sufficienti a scongiurare le siccità peggiori e, al tempo stesso, sono meno intense e disastrose che in altre zone d’Italia. Pur essendo una magra consolazione, anche per un aspetto relativo all’aria la città è posizionata bene: da noi, le raffiche di vento forti e pericolose sono una rarità.

Detto ciò, forse si sarà curiosi di sapere chi si posiziona ancora peggio che noi? Nelle ultime posizioni ci sono Caserta, Belluno, Terni e Carbonia (nel sud della Sardegna): tra ondate di calore e venti estremi, lì il clima e il cambiamento climatico picchiano ancora più duro.   

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

La piaga delle frodi online. I casi si moltiplicano

(foto di Mohamed-Ben-Ammar da Pixabay)

Anche Sanremo è diventata l’occasione per parlare di cybersicurezza: Casa Sanremo ha ospitato la Polizia Postale, con la sua campagna di prevenzione contro truffe e frodi online “InsospettABILI: sviluppiamo abilità contro le frodi online” (in collaborazione con Giffoni Film Festival e Generazioni Connesse, e il contributo della Federazione BCC Campania e Calabria e di Fondo Sviluppo). La scelta del canale nazionalpopolare del Festival è un’ulteriore conferma di come le questioni di sicurezza informatica non si limitino agli esperti e agli smanettoni digitali: riguardano tutti.

Link, messaggi sospetti e password poco efficaci

Nemmeno il tempo di dare conto della truffa della ballerina online (sul “Piccolo” del 21 febbraio), e già ne spuntano altre: negli ultimi giorni la Polizia Postale ha segnalato altre due comunicazioni false, riguardanti il mancato pagamento di prenotazioni per le vacanze e il rinnovo della tessera sanitaria. Serve stare all’erta: queste comunicazioni, che servono a derubarci, adottano spesso un tono allarmistico, ingiungendoci di inserire con urgenza le nostre credenziali e password per ripristinare un servizio; o di scaricare documenti, oppure ancora di cliccare su un link per tracciare un pacco, e così via. Sono tutti, questi, casi di phishing, spesso non facilmente smascherabili dalle pur presenti incongruenze tra gli indirizzi del mittente ufficiale e quello criminale (il più delle volte, minime: questioni, spesso, di una sola lettera). Bisogna allora ricordare che le comunicazioni di cambio password avvengono sempre dopo essere entrati nelle proprie pagine personali, non prima. Inoltre, adottarne una sola per tutti i login è un’abitudine rischiosa, che spiana la strada ai criminali. Certo, anche usarne di clamorosamente inefficaci è rischioso: ricordate il caso del Louvre, dove la password della videosorveglianza era… “Louvre”? Pertanto, è utile seguire gli inviti dei fornitori dei servizi, che suggeriscono di cambiare regolarmente le password.

Alcune frodi digitali molto frequenti

Informazioni importanti per riconoscere i malviventi digitali sono messe a disposizione dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn); in particolare, segnaliamo una serie di video  molto utili (nella pagina “E-Academy”) curati da Francesco Buccafurri e Sara Lazzaro dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Tra le frodi online più diffuse ci sono le pagine di pagamento e quelle di e-commerce false, infide perché imitano molto da vicino le originali e, nel caso dell’e-commerce, attraggono gli utenti con promozioni e sconti al limite dell’incredibile. Non mancano poi le app scaricate da fonti non sicure che chiedono di inserire dei dati di pagamento. Ma le truffe passano anche dai QR code, che ci fanno atterrare su pagine fraudolente. Davvero subdoli sono poi i messaggi che arrivano da contatti noti, i cui account sono stati evidentemente compromessi, e che invitano a cliccare su dei link o a inviare somme di denaro. In questi casi, se si sospetta di essere vittime di una frode – a maggior ragione se si sono cliccati quei link o, peggio ancora, sono stati inseriti dati sensibili – è importante usare il prima possibile i canali ufficiali di segnalazione del servizio.

Doppia autenticazione, notifiche e reti pubbliche

Un sistema per rafforzare la sicurezza agli accessi ai servizi informatici sensibili (home banking, cartelle sanitarie, profili fiscali, ecc) è usare il sistema della doppia autenticazione, a cui associare l’invio di notifiche. In primo luogo, dunque, per accedere a un servizio è opportuno usare oltre all’username e alla password, anche un altro dato: in particolare, un codice temporaneo ricevuto via sms o generato da una app, oppure servirsi dell’impronta digitale o del riconoscimento facciale. In secondo luogo, è altrettanto opportuno ricevere delle notifiche di accesso per tenere monitorato l’eventuale utilizzo da parte di malintenzionati. Per fortuna, alcuni servizi già prevedono queste forme di protezione. C’è però anche un altro rischio, spesso sottovalutato, ed è quello delle reti pubbliche: gli esperti di sicurezza informatica diffidano gli utenti dall’usare reti pubbliche (dai wi-fi pubblici a quelli degli hotel), se non con dispositivi appositi (le password di accesso possono essere recuperate facilmente); nel caso che lo si faccia comunque, è importante cancellare le memorizzazioni per il login automatico, onde evitare agganci automatici a quelle o a reti duplicate.

L’IA peggiora la situazione della cybersicurezza

In questo scenario, l’intelligenza artificiale (IA) si presenta purtroppo più come un’ulteriore fattore di rischio che un’opportunità. Lo ha spiegato Ranieri Razzante, docente di Cybercrime e Homeland Security presso l’Università di Perugia, nel corso della trasmissione “24 minuti” di Cremona1 (a cura di Simone Bacchetta). Razzante afferma che, grazie all’IA, gli attacchi dei criminali informatici sono di fatto quasi raddoppiati. Non solo: oggi i programmi di IA permettono di confezionare degli attacchi informatici “fatti in casa” – spiega Razzante – anche soltanto da chi abbia un minimo di dimestichezza col linguaggio di programmazione. E poi, si pensi ai video o agli audio realizzati con l’IA, che possono dare ulteriore credibilità alle già scaltre truffe online.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026