Torino sbanca: lunga vita al libro

EDITORIA • Il Salone supera le presenze del 2019, le vendite di libri segnano un +29% rispetto al 2020

Sono recintati, chiusi a quadrato come la fanteria di Wellington a Waterloo, mentre noi poveri diavoli aleggiamo loro intorno come i corazzieri di Ney: non si sono improvvidamente affidati al servizio di prenotazione, e da un paio d’ore presidiano le prime linee per vedere, coi loro occhi, Alessandro Barbero. “Scusi, io ho provato mille volte a prenotare dal sito, ma…”, “Mi dispiace, ma il server è in tilt da stamattina”, la storia che si fa beffe della tecnologia, sconfitta dalla valanga di prenotazioni per la lezione sul “Maestro e margherita”; “Che poi, nemmeno l’ha scritto lui”, sbotta un fan, disperso nelle retrovie.

“È questa la fila per Houellebecq?”, “No, è per il bagno. Per Houellebecq, di là”, dice uno steward indicando una fila che si snoda a serpentina per centinaia di metri. “Ma ci staremo tutti?”, “Ma certo, che domande!”. L’Auditorium, infatti, deve ospitare tutti noi, centinai di esperti di letteratura, critici, agenti letterari, saggisti e romanzieri; ma in fondo, lo sappiamo: presto qualcuno noterà la nostra competenza, ci allontanerà garbatamente dalla fila e, con tono deferente, ci dirà: “Scusi, ci abbiamo ripensato: possiamo premiare lei, anziché Houellebecq?”.

Dentro gli immensi hangar, giganteschi ventri di balena in acciaio tubolare che ospitano questo immenso bazar, non è facile orientarsi (appunto per l’anno prossimo: studiarsi in anticipo la mappa).

Eppure, anche solo uno sguardo furtivo sollevato dalla piantina può fare la fortuna di noi voyeur: imbattersi nel gotha della letteratura, certo, siamo lì apposta; ma anche in Walter Veltroni, Piero Fassino, Carlo Verdone, Francesco Guccini, Romano Prodi, Cesare Cremonini e, insomma, guardate il programma per farvene un’idea. Nel frattempo, negli stand, c’è chi si arrabatta come può per piazzare il suo set di pentole cartacee: “Signora, un libro così non lo trova da nessun’altra parte!”; o chi, forte dei numeri, come Giuseppe Laterza, se ne sta in panciolle accanto alla cassa, contemplando le greggi dei lettori pascersi tra i cataloghi di storia e di filosofia. Poi, c’è il dinoccolato direttore artistico, Nicola Lagioia, che dal grillo ha appreso l’arte di saltare di qua e di là sui palchi, e che ancora si starà leccando i baffi, dopo aver saputo le cifre di quest’anno: raggiunti i 150mila visitatori; anzi, duemila in più del Salone del 2019. E, per l’aggiunta, tutti mascherati e “green passati”, ci mancherebbe.

A questo punto, bisognerà pur parlare di libri. Cristina Taglietti, sul “Corriere”, parla di “un mistero tutto italiano”, un giallo merceologico e librario, non dei più avvincenti, ma che, incauti, proviamo a sfogliare. Ecco il punto: com’è che i lettori italiani affollano i saloni, i festival e, soprattutto, spingono in su le vendite per poi piazzarsi in fondo alle classifiche dei lettori? Già, perché nei primi nove mesi de 2021 l’aumento del fatturato delle vendite librarie è aumentato del 29% sul 2020 e del 16% sul 2019. La traiettoria delle vendite è altrettanto sorprendente: +18% sul 2019 e +31% sul 2020; i dati sono dell’Aie, l’Associazione italiana editori, in collaborazione con NielsenIQ. Ed è quel segno + davanti alle cifre del 2020 che sorprende: lasciare aperte le librerie, allora, deve essere servito; a pensarlo, tra gli altri, è proprio il presidente di Aie, Ricardo Franco Levi. Ma a dare un aiutino, certamente, è stata anche l’App 18, così come la vituperata rete: come dice Stefano Mauri, amministratore delegato del gruppo Gems (che di case editrici, ne possiede venti), si parla più di libri lì di quanto non se ne parli al bar.

E insomma, lunga vita al Salone di Torino e ai libri, sia che ci tengano compagnia, sia che preservino le nostre mensole dalla polvere, dando lustro all’arredamento.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 23 ottobre 2021

L’italiano in cucina, l’intervista a Caterina Canneti

Quando comincerete a leggere queste righe, non sarà certamente passato molto tempo dall’ultima volta in cui avrete parlato di cibo. All’abitudine fisiologica, in Italia più che altrove, alla cucina si accompagna infatti una dimensione familiare e culturale insostituibile, sempre in aggiornamento e soggetta alle più diverse mode. Della storia della lingua in cucina parliamo con Caterina Canneti, assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze e collaboratrice dell’Accademia della Crusca, che ha curato un bell’articolo sull’argomento comparso sull’enciclopedia online della Treccani.

Quando comincia la storia dell’italiano in cucina?

L’italiano è una lingua storicamente soggetta a molte varietà. Questo vale anche per la lingua della cucina. Proprio perciò gli studiosi sono incerti se classificarla come lingua settoriale; difatti, è ricchissima di geosinonimi, ossia di denominazioni diverse, di solito geograficamente connotate, che indicano la stessa cosa; penso, giusto per far uno dei tantissimi esempi possibili, ai tipici dolci di carnevale che in Toscana si chiamano cenci, ma che nel resto d’Italia vengono chiamati anche chiacchiere, bugie o frappe. La storia della lingua italiana in cucina comincia con il “Manoscritto 1071” della Biblioteca Riccardiana di Firenze, considerato il ricettario più antico in lingua volgare: è un manoscritto mutilo che riporta 57 ricette (ma forse, originariamente, ne doveva prevedere almeno 72), nel quale già si osserva la tipica struttura delle ricette culinarie, contenente le dosi e le indicazioni per la preparazione delle pietanze.

La lingua culinaria possiede naturalmente anche altre attestazioni nel Medioevo. Penso, ad esempio, al “Libro di spese per la mensa dei Priori di Firenze” (1344-1345): raccoglie le liste che servivano ai servi delle famiglie abbienti che servivano ai cuochi dei Priori fiorentini per le loro preparazioni. E poi c’è l’importante contesto letterario: molti termini culinari sono attestati anche nei testi di Dante e di Boccaccio e nel “Trecentonovelle” di Franco Sacchetti. Per quanto riguarda il Rinascimento, potremmo ricordare, tra le molte menzionabili, le attestazioni della lingua della cucina nel trattato di Cristoforo di Messisbugo, provveditore ducale della corte degli Estensi (che, oltre a descrivere i sontuosi banchetti, comprese le pietanze che si servivano, descrisse anche i fastosi eventi che li incorniciavano). Un’altra tappa fondamentale della lingua in cucina è il Settecento, momento in cui l’italiano entrò in stretto contatto con il francese: in quel contesto, si dice, la lingua cominciò a “infranciosarsi”. E la lingua della cucina non fece eccezione: in conseguenza di questo contatto, vennero importati moltissimi termini, alcuni passati senza essere nemmeno adattati, come entrecôte o hors d’oeuvre; altri, invece, adattati, come besciamella.

Passiamo all’Ottocento, secolo che avvia l’unificazione linguistica della Penisola. Qualcuno ha paragonato l’opera di Pellegrino Artusi, fatte le debite proporzioni, a quella di Alessandro Manzoni: è così?

In un certo senso, sì. Solo nell’Ottocento, infatti, cominciò ad affacciarsi l’ideale di un’unità linguistica anche in cucina. E proprio in questo ambito, Pellegrino Artusi, con il suo libro “La scienza in cucina”, che conta ben 14 edizioni, dal 1891 al 1911, per un totale di 790 ricette, è davvero una figura centrale. Artusi si rese conto che la lingua della cucina era un miscuglio di tecnicismi e dialettismi a cui egli in prima persona cercò di dare un assetto unitario, per quanto possibile. Per farlo, si trasferì da Forlimpopoli a Firenze e, come Manzoni, appunto, si sforzò di imparare il fiorentino dei colti; ma la sua lingua era il frutto anche dello studio degli autori del Trecento e dei vocabolari dell’epoca. Nel libro di Artusi, data la sua provenienza geografica, confluirono soprattutto le ricette della tradizione toscana e romagnola. Alla stesura collaborarono anche Marietta Sabatini e il cuoco Francesco Ruffilli, che fornirono consulenza e opera gastronomica, e, nel caso di Marietta, probabilmente anche linguistica. E così, grazie anche al loro contributo, Artusi scrisse un testo che tutt’oggi ancora molti di noi hanno in casa e consultano. Su questo testo, rimando volentieri agli studi compiuti in maniera approfondita da Giovanna Frosini e Monica Alba.

Le pubblicazioni dedicate alla cucina, va detto, proseguirono anche negli anni a seguire. Negli anni Venti, ad esempio, Petronilla pubblicò a puntate sulla “Domenica del Corriere” circa 800 ricette. Il nome era lo pseudonimo di Amalia Moretti Foggia. La donna, un medico, proprioin virtù della sua professione, era dotata di un approccio scientifico che traspare anche dai suoi testi. Moretti Foggia si rivolgeva soprattutto a un pubblico di donne, deputate allora soprattutto alla cura degli aspetti domestici dell’esistenza, cucina compresa: perciò, avendo ben chiaro le sue interlocutrici, usò sempre un linguaggio concreto e semplice, inserendo nelle sue ricette anche termini dialettali e regionali.

Arriviamo ai giorni nostri: come si presenta la lingua culinaria?

Nella seconda metà del Novecento cambiò la società e con essa anche la lingua: l’economia crebbe fortemente e nacque l’industria alimentare; al contempo, l’unificazione linguistica procedette. Così, molti termini regionali diventarono patrimonio condiviso: ad esempio, il termine piemontese grissini, o i regionalismi, come cassata, caciocavallo, cappelletti e braciola (che a Firenze è una fetta di carne, mentre a Napoli è un involtino). Al pari di quanto accadde nel Settecento, quando l’italiano si arricchì di termini francesi, anche i termini culinari di altre lingue in contatto con l’italiano continuarono a entrare nell’uso corrente.

Questo fenomeno accade anche oggi: la lingua della cucina è fortemente legata alle nostre abitudini quotidiane e da esse viene plasmata. Dunque, con l’arrivo di tante abitudini non strettamente italiane, sono arrivati altrettanti termini stranieri: giusto per arrivare agli ultimi dieci o vent’anni anni, penso a sushi, ovviamente, ma anche a poke, parola di origine hawaiana, che indica un’insalata che oggi va molto di moda. Il cibo, infatti, come tanti aspetti della nostra vita quotidiana, è soggetto alle mode; ad esempio, prendiamo l’uso del singolare per alcuni termini: dire la lasagna, anziché le lasagne o il pacchero, anziché i paccheri, oppure lo spaghetto di mezzanotte; ecco, queste variazioni servono di solito a darsi un tono o a fare sembrare il discorso più tecnico.

Le strutture delle ricette degli chef di oggi sono molto diverse da quelle che leggiamo nei manoscritti medievali?

I ricettari medioevali che ci sono giunti sono volti principalmente all’illustrazione del procedimento; si strutturano in frasi con l’imperativo: “se vuoli fare…”; insomma, ricalcano la procedura di preparazione del piatto. Nel caso delle ricette di Artusi viene svolta una narrazione, talvolta ricca di aneddoti. Le ricette di oggi sono forse un po’ più metodiche, ma dipende da chi le scrive o dalle raccolte in cui sono inserite: ci sono ricette come quelle dei libri Benedetta Parodi o dei cuochi di “MasterChef” come Carlo Cracco o Antonio Cannavacciuolo, che collocano la ricetta nel quadro più ampio della loro esperienza. Per quanto riguarda invece altri siti – e, lo sappiamo, i blog culinari sono moltissimi – la forma è più strutturata: ci sono, elencati per punti, gli ingredienti, le dosi e, all’inizio, sono di solito indicati anche gli allergeni. E ancora più sintetiche sono le ricette che compaiono nelle storie di Instagram, data la manciata di secondi a disposizione.

L’etimologia dei termini culinari porta con sé delle storie quasi sempre interessanti: ce ne regali qualcuna?

Una parola il cui etimo è interessante è arista, un taglio di carne che corrisponde alla schiena del maiale, ricordata anche nell’opera di Artusi. La storia è questa: siamo durante il Concilio di Firenze intorno al 1430; un giorno, ai vescovi riuniti in consesso per parlare di un possibile accordo tra la Chiesa romana e quella ortodossa, fu servito proprio questo piatto di carne; bene, quando il piatto fu servito, mise d’accordo tutti, almeno dal punto di vista culinario; sebbene incerta, infatti, l’etimologia deriverebbe dal greco, probabilmente dall’esclamazione “arista!”, cioè “buona!”, dei vescovi greci ortodossi. Si tratta, però, di una leggenda: l’arista di porco (cotta al forno), infatti, era già nota al tempo di Dante; la parola è probabilmente un grecismo, il cui significato originario non è chiaro. Molte parole che conosciamo anche oggi, infatti, compaiono sorprendentemente anche in testi antichi, come i maccheroni, citati da Boccaccio nel “Decamerone” o nella novella 103 di Sacchetti. Oppure, c’è il caso della Vernaccia, una varietà d’uva citata da Dante (in Toscana è famosa la Vernaccia di San Gimignano); Dante, peraltro, cita anche le anguille di Bolsena come un piatto particolarmente pregiato. Si veda, su questo punto, anche l’articolo di Giovanna Frosini uscito sempre su Treccani online.

 A riprova dell’origine popolare delle parole del cibo, si può osservare che l’etimologia della pasta deriva spesso dalla forma e fa sovente ricorso al linguaggio oscena che, più in generale, non manca nell’ambito del lessico culinario, come in questi esempi: bigoli, puttanesca, minchiareddhi, cazzimperio (il pinzimonio), tette di monaca, zizzona di Battipaglia. Una delle etimologie, invece, tuttora controverse è quella di raviolo (“un’etimologia ‘indigesta’: raviolo” titola un paragrafo di un bell’articolo di Simone Pregnolato per la Treccani, ndr), della quale cito di seguito alcune delle ipotesi più accreditate: potrebbe derivare dal mediolatino rabiola, che indicava una piccola rapa; oppure, dal genovese raviêu, ossia “punto a smerlo”, con ovvi riferimenti alla merlatura della pasta; oppure ancora da un’evoluzione dal latino medievale revolvere. Il motivo per cui questo, come molti altri termini, hanno un’etimologia oscura, è perché sono termini passati, nel corso di un tempo lunghissimo, da una lingua all’altra.

Oggi, più le parole del cibo rimandano a una tradizione locale, più sembrano alludere alla qualità, forse per distinguersi dalla produzione industriale; d’altro canto, ci troviamo con sempre più parole importate dall’estero: c’è il rischio di non capirsi più?

L’importazione delle parole straniere nell’ambito culinario è antichissima e dipende dalla fortuna o meno dei piatti. Tornando al Manoscritto 1071, penso a un piatto che proprio lì compare, il blasmangiere, calco del francese biancomangiare. Oggi, il lessico del cibo è importato molto dal Giappone, ma sempre anche dagli Stati Uniti (da cupcake a brunch). Di termini francesi, invece, ne vengono introdotti molti meno. Il fatto dipende dalle tipologie di cibo che sono in auge in un certo momento; ricordavo prima il poke, ma ci sono anche i piatti provenienti dal mondo ispanofono, come i tacos messicani o le empanadas spagnole.

Sono due, quindi, le tendenze che oggi si registrano. Da una parte, come dicevi, c’è un’attenzione alle varietà regionali. Dall’altra, c’è il ricorso a termini che fanno riferimento a specifiche tradizioni culinarie, proprio per la per la diffusione di nuove tendenze culinarie di altri paesi (con la conseguente diffusione di nuovi ristoranti), che ha inevitabilmente portato a molte possibilità di sperimentazione. Non credo, però, ci sia il rischio di capirsi di meno: le tendenze di una lingua riproducono le tendenze dei parlanti. In termini generali, anzi, direi che è un arricchimento linguistico. Ed è, peraltro, uno dei meccanismi più classici di arricchimento (detto “per via esogena”). E poi, anche volendo, sarebbe difficile spiegare cos’è il sushi a chi non l’ha mai visto, chiamandolo “rotolino di pesce crudo”, no?

Federico Pani

Una versione ridotta dell’intervista è comparsa sul Piccolo di Cremona del 23 ottobre 2021

“Persepoli, lusso nella miseria, prologo della rivoluzione”, l’intervista a Farian Sabahi

16 Ottobre 1971 • Lo Scià celebra i 2500 anni dell’Impero Persiano. L’intervista a Farian Sabahi

Il 16 ottobre di cinquant’anni fa, dove un tempo sorgeva l’antica Persepoli, terminavano le celebrazioni per i 2500 anni dell’Impero persiano, fondato da Ciro il Grande. L’evento fu un trionfo di mondanità e celebrità: venne organizzata una tendopoli di lusso, dove pernottarono re, principi e presidenti da ogni parte del mondo. Fu un tripudio di parate, inaugurazioni, discorsi rituali e, soprattutto, libagioni. A passare alla storia fu un interminabile banchetto a base di cibi e vini pregiatissimi, a cura del ristorante “Maxim de Paris”. Le divise della servitù imperiale vennero realizzate nientemeno che dallo stilista Lanvin, mentre le stoviglie in porcellana arrivarono dalla manifattura di Limoges. Ne scaturì anche un documentario, per il quale Orson Welles accettò di fare la voce narrante. L’evento, che avrebbe dovuto rilanciare l’immagine internazionale dell’Iran, fu apertamente criticato in patria e inasprì i conflitti interni di una paese che, di lì a pochi anni, avrebbe visto la detronizzazione dello Scià e l’instaurazione del regime degli ayatollah.

Partendo da questo episodio, abbiamo rivolto alcune domande a una delle massime esperte di Iran in Italia, Farian Sabahi, iranista, islamologa e giornalista.

Come mai lo Scià sentì il bisogno di celebrare i 2500 anni dell’impero persiano con questa dimostrazione di opulenza, a fronte di uno stato economicamente arretrato e socialmente ostile o, quantomeno, diviso al suo interno, come avevano dimostrato i disordini causati dal tentativo riformista di Mossadeq? 

Muhammad Reza Shah non fu il primo a usare le celebrazioni nazionali su larga scala per creare consapevolezza del passato glorioso del suo paese. Suo padre Reza Shah, il fondatore della dinastia Pahlavi, aveva già celebrato il poeta Ferdousi nel 1935 e costruito il mito ariano. Reza Shah aveva fatto del suo meglio per dimostrare che l’Iran apparteneva alle nazioni europee e non era un paese islamico. Per il figlio Muhammad Reza Pahlavi non è quindi stato complicato accettare la proposta di Shoja’ al-al-Din Shafa di onorare la memoria di Ciro il Grande per proiettare la propria identità nel passato: Ciro il Grande era amato dagli iraniani e, essendo un sovrano illuminato, piaceva anche agli occidentali. Di fatto, lo shah pensava di prendere due piccioni con una fava. In realtà le cose andarono diversamente: sul fronte interno le critiche furono feroci, mentre in ambito diplomatico quelle celebrazioni permisero di portare avanti il dialogo con una serie di paesi, tra cui la Gran Bretagna che si stava ritirando dal Golfo persico.

Che cosa ci faceva un capo così occidentale in un paese così religioso e devoto all’Islam?

Muhammad Reza Shah aveva frequentato le scuole superiori in Europa e quindi era stato contaminato dalla cultura occidentale. Ma lui stesso e il suo entourage restavano profondamente radicati alle tradizioni persiane e musulmane. Ne è prova il modo in cui trattò le sue mogli: la sua prima sposa, sorella del re d’Egitto, fu ripudiata perché gli aveva dato soltanto una figlia femmina: la stessa fine fece la principessa Soraya perché non era rimasta incinta.

Il risultato delle celebrazioni fu, a quanto sembra, l’acuirsi di una frattura già esistente tra lo Scià e il popolo iraniano, culminante nella Rivoluzione del 1979: è così?

A criticare lo shah furono in molti. Dal suo esilio in Iraq, l’Ayatollah Khomeini dichiarò: “In molte delle nostre città e nella maggior parte dei nostri villaggi non ci sono dottori e nemmeno medicine. Non c’è segno di scuole, bagni o acqua potabile. In alcuni villaggi, i bambini sono così affamati che si cibano dell’erba dei campi. Ma questo regime tirannico spende milioni di dollari in diversi festival vergognosi. Il più catastrofico di tutti, il 2500º anniversario della monarchia. Fate sapere al mondo che queste celebrazioni non hanno nulla a che vedere con le nobili genti musulmane dell’Iran. Tutti coloro che prendono parte alle celebrazioni tradiscono l’Islam e il popolo iraniano”. Oltre all’Ayatollah Khomeini, il noto scrittore iraniano Jalal Al-e Ahmad osservò l’ipocrisia nel celebrare la tradizione monarchica, mentre la povera gente faceva fatica a sopravvivere e il paese faceva troppo affidamento su capitali stranieri. Altri puntarono il dito contro la presenza eccessiva dei servizi segreti, la corruzione, le spese esagerate e l’incongruità ideologica dell’evento.

Che rapporto hanno oggi gli iraniani, se ce l’hanno, col loro passato persiano? Si vedono ancora eredi di una grande civiltà e come combinano questa eredità con la religione islamica?

Gli iraniani restano molto legati al loro passato preislamico, anche per sottolineare di essere eredi di un grande impero e di non essere arabi. Al di là delle invettive dell’ex presidente statunitense Donald Trump, la società iraniana è giovane e dinamica. Nonostante le sanzioni internazionali, e nonostante la censura di Teheran, i registi e gli scrittori iraniani continuano a proporre al pubblico, anche occidentale, opere che resisteranno alla Storia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 16 ottobre 2021

Farian Sabahi (1967) è iranista e islamologa. Si occupa di Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale con una metodologia multidisciplinare che tiene conto della storia, dell’economia, degli aspetti religiosi e culturali, con un’attenzione alle minoranze e alle problematiche di genere. È giornalista professionista iscritta all’Ordine del Piemonte e collabora con testate giornalistiche (Corriere della Sera, il manifesto, La Stampa), programmi televisivi e radiofonici italiani (Radio Popolare, Radio Rai) e stranieri (BBC Persian). Il suo ultimo libro è Storia dell’Iran 1890-2020 per Il Saggiatore.

Gruppo Messaggerie

Insegnare l’italiano agli stranieri in carcere, l’intervista a Giuseppe Caruso

Giuseppe Caruso è contrattista post-doc presso il Centro DITALS (Certificazione di Competenza in Didattica dell’Italiano a Stranieri) dell’Università per Stranieri di Siena. A lui abbiamo rivolto alcune domande sulla sua esperienza di insegnante di italiano agli stranieri in carcere.

“La prima volta è stata nell’ambito di un progetto dell’Università di Napoli “Federico II”, in collaborazione con la Regione Campania: ho insegnato alle detenute straniere della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli; cento ore dedicate alla lingua e alla cultura italiana, con l’obbiettivo della certificazione di livello A2/B1. La seconda volta è stata nell’ambito di un progetto organizzato dall’Università per Stranieri di Siena: ho tenuto un corso di lingua italiana settoriale nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere; l’obiettivo è stato fornire gli strumenti linguistici per svolgere la professione di operatore edile, dentro il carcere e auspicabilmente fuori, una volta terminata la pena”.

Che riscontro hanno avuto i corsi, dove si sono svolti e qual era il criterio di selezione per partecipare?

“C’è stato un grande entusiasmo in entrambe le occasioni: seguire le lezioni di italiano, per i detenuti, è un motivo di riscatto sociale; li fa sentire più qualificati, realizzati; ed è pur sempre un’occasione per impiegare il tempo, uscire dalla cella, incontrare connazionali. Per quanto riguarda gli spazi, le lezioni si tengono nelle aule dove di solito si fa scuola (in carcere ci si può diplomare e persino laureare). La proposta di seguire un corso di italiano L2, al pari di un corso di cucina o recitazione, viene fatta dagli educatori e i detenuti sono liberi di aderirvi o meno. La selezione dei possibili partecipanti tiene conto anche della loro condotta, che dev’essere regolare. In certi casi, sono usati alcuni accorgimenti; per esempio, non mettere nella stessa classe detenuti coinvolti nel medesimo reato o che vanno poco d’accordo. Le classi, dunque, sono miste, plurilingue, multiculturali; e una delle difficoltà maggiori è che, in classi così eterogenee, la conoscenza della lingua è molto diversa”.

Che cosa significa insegnare in carcere professionalmente e umanamente?

“Per insegnare in carcere non servono solo delle competenze didattiche specifiche – e chi non le ha acquisite rischia di abbandonare presto l’impresa –, ma anche empatia e capacità di riprogettazione della lezione. Ad esempio, può capitare che si presenti un detenuto a cui è appena stata confermata la pena o che è da tempo che non sente i suoi parenti, o che non riesce a riposare bene la notte. Di solito, questi detenuti non lo palesano: sta al docente capire se qualcosa non va e, nel caso, riprogrammare la lezione, proponendo magari qualcosa di più coinvolgente e non troppo impegnativo, che li distragga un po’. Una delle attività più gradite dai detenuti è ad esempio quella del gioco di ruolo: si presenta una situazione, si assegnano dei ruoli e si danno dei compiti. Li aiuta a far pratica con la lingua e soprattutto a essere in un altro luogo, diventando “altro da sé”, seppur per poco e con l’immaginazione.

Ha mai avuto paura?

Il carcere è un luogo sicuro, con videocamere ovunque e controlli serrati. In classe, poi, era quasi sempre presente una guardia penitenziaria. Con me i detenuti sono sempre stati tranquilli; del resto, sanno che qualsiasi azione o parola fuori luogo corrisponde a un richiamo, a un allungamento della pena, mentre loro hanno un solo obbiettivo: uscire. Certo, può capitare che all’inizio siano un po’ sospettosi, ma è anche normale: entrare in carcere è in fondo un’invasione di campo nel loro ambiente. Ma, dopo le prime lezioni, si è instaurato un clima di confidenza. Al termine dei corsi, alcuni detenuti si sono dimostrati dispiaciuti che l’esperienza fosse finita, che non ci saremmo più visti e sentiti. Paura, no, dunque. Neanche nei riguardi dei loro reati, che non ho voluto sapere. Anzi, è preferibile per il docente non conoscerli, perché, inconsciamente, scatta un meccanismo psicologico che ti fa identificare il detenuto con il reato che ha commesso. Io li ho sempre voluti considerare innanzitutto come degli studenti, anche se un po’ particolari. Devo ammettere, però, che l’impatto è forte, soprattutto la prima volta che si entra in carcere: l’odore di disinfettante, il rumore costante delle porte che scorrono e delle chiavi che girano; bisogna farci l’abitudine e avere sempre chiaro il motivo per cui si è lì.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 9 ottobre 2021

“L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” di Alessandro Marzo Magno

Partiamo dalla fine: dove forse un tempo sorgeva la stamperia di Aldo Manuzio, a Venezia, oggi c’è una pizzeria. Ed è proprio a quest’ipotesi che Alessandro Marzo Magno dedica il finale del suo ultimo libro, “L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” (Editori Laterza). Ma se la pizza è universalmente riconosciuta come uno dei prodotti più tipici dell’Italia, il libro no. Ed è un errore. 

Aldo Manuzio comincia la sua carriera come umanista e precettore specializzato in greco antico. A un certo punto della sua vita, quasi senza un motivo, gli nasce un’idea che cambia la storia della cultura: coniugare lo studio della lingua classica con una grande impresa commerciale, la produzione di libri. Insomma: fonda la prima casa editrice della storia. Tutto questo non sarebbe stato possibile, probabilmente, fuori da Venezia, nella quale Manuzio, nato a Bassiano, nel Lazio, emigra per ragioni ancora sconosciute, dopo un lungo soggiorno come precettore a Carpi. Venezia, del resto, tra Quattro e Cinquecento, è davvero la “capitale del libro” in Europa: “Dal 1465 (…) al 1525, a Venezia si stampa la metà dei libri italiani; dal 1525 al 1550 si arriva a i tre quarti, dal 1550 al 1575 ai due terzi”. 

Ripercorrere le innovazioni dovute a Manuzio è impressionante. Oltre all’invenzione del formato tascabile, di un catalogo editoriale e delle prime collane (chiamate “ghirlande” da Giolito de’ Ferrari), Manuzio lancia il “tondo romano”, carattere tipografico realizzato dall’incisore e orafo Francesco Griffo da Bologna; con qualche aggiustamento, il carattere verrà poi adottato dal “New York Times”, diventando il “Times New Roman” scelto come carattere predefinito nientemeno che da Microsoft. Ma non basta: aiutato dal grande umanista Pietro Bembo, Maunzio compie un’altra rivoluzione: introduce in modo sistematico la punteggiatura, così utile da diventare “lo standard definitivo che perdura ancora ai nostri giorni”. 

Infine, tra le tante, c’è la storia di un grande best-seller: Manuzio, affiancato anche qui da Bembo, permette al “Canzoniere” di Petrarca di raggiungere, nel corso del Cinquecento, la strabiliante cifra di centomila copie (e qualche migliaio, allora, erano già un grandissimo successo). L’importanza di questo libro? Bembo scriverà la prima grammatica dell’italiano basandosi sulla lingua di Petrarca e le sue liriche saranno lette così tanto nei secoli a venire da fare dire al critico Massimo Onofri che è Petrarca il vero inventore dell’amore moderno. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 ottobre 2021

“Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla storia” di Aleida Assman

Il libro di Aleida Assmann, “Il sogno europeo – Quattro lezioni dalla storia” (Keller Editore), si apre con un una sfida lanciata nientemeno che da Paul Valéry: “La storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, perché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi”. Il libro della vincitrice del Premio per la pace degli editori tedeschi, del 2018, è finalmente arrivato da qualche mese anche in Italia ed è una sfida allo scetticismo di Valéry.

L’impresa è difficile, dato che la storia e la memoria, in Europa, hanno di fronte a sé due nodi intricati da sciogliere. Il primo riguarda la convivenza con un passato tragico: limitandosi al Novecento, i totalitarismi, due guerre mondiali e lo sterminio di sei milioni di ebrei. Il secondo riguarda il presente e un possibile futuro, ossia il risorgere dei nazionalismi: a est, per rivendicare un’identità che l’imperialismo sovietico rischiava di cancellare; a ovest, per arginare il combinato disposto delle migrazioni e della perdurante stagnazione economica.

Assmann accompagna allora il lettore nel percorso di costruzione di una “cultura della memoria”, capace di fare dimenticare l’odio tra le nazioni senza sacrificare il ricordo delle vittime e delle violenze. Decide dunque di ripercorre dei casi esemplari, su tutti il processo di elaborazione della memoria in Germania, cominciato idealmente con il Processo di Auschwitz a Francoforte, nel 1963, e culminato con il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” a Berlino, del 2005. Il perno del libro è il concetto di “memoria dialogica”: “Un’Europa davvero unita, infatti, non ha bisogno di una visione unitaria della storia, ma di una visione europea che sia compatibile”. O, come scrive lo scrittore ungherese Gryogry Konràd: “È un bene che ci scambiamo i ricordi e che veniamo a sapere che cosa gli altri pensano della nostra storia (…). L’intera vicenda europea sta diventando patrimonio comune, accessibile a ognuno senza la pressione dei pregiudizi nazionali o di altra natura”.

Questo approdo è tutt’altro che scontato. Lo dimostra, in Polonia, il caso del Museo europeo della Seconda guerra mondiale, che sarebbe potuto diventare un faro di civiltà; accanto al martirio polacco, infatti, sarebbero dovute comparire la vicenda dei profughi tedeschi cacciati dalla Polonia, così come le violenze perpetrate dai polacchi contro gli ebrei alla fine della guerra. Ma con l’avvento della coalizione populista guidata da Jarosław Kaczyński il museo venne chiuso.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 settembre 2021

Insegnare l’italiano agli stranieri, l’intervista a Pierangela Diadori

La “didattica della lingua italiana agli stranieri” è, per certi versi, una disciplina dai contorni difficili da definire. Per capirne meglio l’affascinante mondo, abbiamo intervistato la direttrice del Centro di Ricerca e Servizio DITALS (Certificazione in Didattica dell’Italiano a Stranieri) dell’Università per Stranieri di Siena, Pierangela Diadori (nella foto), madrina dell’omonima certificazione.

Oltre ai percorsi universitari, insieme alla certificazione DITALS di Siena, in Italia la professionalizzazione dell’attività passa anche per il DILS-PG dell’Università per Stranieri di Perugia o il CEDILS dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dunque, insegnare italiano agli stranieri è un’attività che non si può improvvisare, non fosse altro perché sono richieste delle certificazioni.

Sì, anche se c’è da dire che il mercato del lavoro, anche in questo caso, è fluido: la certificazione non viene sempre richiesta e, in generale, dipende molto dal contesto nel quale si insegna. La nostra certificazione DITALS di primo livello tiene conto di questo e si distingue, a differenza delle altre, in funzione dei vari profili degli apprendenti. Ma non esistono solo gli esami di certificazione: i Master annuali post lauream, per esempio, sono altamente professionalizzanti. Il Master DITALS, per esempio, che si svolge in buona parte online, oltre a una preparazione teorica in didattica dell’italiano, offre anchela possibilità di svolgere tirocini, anche fuori dall’Italia (presso sedi in Germania, Spagna, Polonia, Cina, Vietnam, Singapore ecc.)

Perché non basta essere parlanti nativi e avere un po’ di esperienza per insegnare l’italiano agli stranieri?

Soprattutto in passato, c’è stato chi si è improvvisato e ha imparato il mestiere sulla pelle degli studenti. Un insegnante non deve conoscere per forza la lingua dell’apprendente, quanto, piuttosto, le difficoltà reali che l’apprendente deve affrontare. Nell’insegnamento dell’italiano come lingua madre, ad esempio, si insiste molto sulla differenza tra il passato prossimo e il passato remoto. Ora, per uno studente straniero la vera difficoltà è affrontare la differenza tra imperfetto e passato prossimo, cosa che per un nativo invece non crea problemi. Faccio un altro esempio, il problema degli articoli: alcune lingue nemmeno li hanno (penso al russo e al cinese), e chi insegna a parlanti stranieri non può certo pensare di soffermarsi solo sulla questione dell’apostrofo. Le differenze, poi, sussistono anche a livello pragmatico: penso alle pause o al sovrapporsi all’altro nel discorso. In italiano, l’interruzione collaborativa per una co-costruzione del senso della frase è normale; uno studente giapponese, invece, la percepisce come aggressiva.

Può parlarci di alcune delle strategia che avete messo a punto per favorire l’apprendimento?

Innanzitutto va detto che ci sono state nel tempo delle indagini per rilevare l’intenzione che portava gli stranieri allo studio dell’italiano. Nell’ultima indagine, risulta che al primo posto ci sia la cultura (nei questionari va sotto la voce “tempo libero”), seguita dallo studio, dal lavoro e dalle ragioni familiari. L’Italia ha degli aspetti culturali molto attraenti e, perciò, abbiamo scelto di approfondirne alcuni, sotto forma di seminari tematici. Ne abbiamo realizzato uno sulla musica, sia classica, sia leggera – del resto si sa che la melodia facilita l’apprendimento mnemonico. Un altro seminario ha riguardato il cinema: anche le immagini hanno un effetto virtuoso nell’insegnamento di una lingua, purché il docente sia in grado di “didattizzare” una sequenza, così come si fa con un articolo di giornale. Un terzo seminario è stato dedicato alla moda, e abbiamo invitato anche degli esperti della settore a prenderne parte. L’ultimo seminario, invece, ha riguarda la cucina: la cultura alimentare italiana è senz’altro un elemento di grande attrattività fra gli stranieri e spesso viene utilizzata proprio per avvicinare gli studenti alla lingua e alla cultura italiana in generale.

Una curiosità: qual è l’aspetto dell’italiano per uno straniero più difficile da imparare?

Posso dire che l’aspetto nel quale tutti gli apprendenti trovano difficoltà sono le doppie consonanti: anche il parlante nativo di lingue che le posseggono nella scrittura, come il francese o il tedesco, ha difficoltà a pronunciarle, a ricordarsi quando sono presenti e, naturalmente, a scriverle.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 11 settembre 2021

“Trash” di Martino Costa

Farà tappa anche a Cremona il libro “Trash” (edito dalla casa editrice romana “pessime idee”), di Martino Costa, che verrà presentato insieme all’autore, venerdì 30 luglio alle 18.00, presso il bar Campi, nel contesto del ciclo d’incontri promosso dalla libreria “Il Convegno” di Cremona. Il romanzo di Costa è ambientato nella città di O., un’immaginaria metropoli italiana del nord, e ha al suo centro uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana. Sarebbe ingiusto, però, tralasciare il fatto che attorno a questa vicenda ruota una quantità innumerevoli di personaggi che, nella loro umanità, ci mettono a confronto con argomenti importanti del nostro tempo: il lavoro, il potere, l’immigrazione di prima e di seconda generazione, la criminalità, la solitudine.

Che cosa l’ha spinta a scrivere un libro come questo?

Direi che ci sono due immagini, all’origine del libro. La prima: una persona stravaccata, con le gambe distese, su un tram di Milano, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti, che mi ha dato l’ispirazione per Maestrale, il personaggio principale del libro. La seconda: un camion della nettezza urbana, nell’entroterra ligure, con tre africani, credo senegalesi, a bordo, tutti e tre con dei bei sorrisi, nonostante il lavoro duro. Poi, anche un articolo su uno sciopero dei lavoratori della logistica, se non ricordo male, che terminò come poi ho deciso terminasse il libro. Infine, ho sentito il bisogno, tutto personale, di dare voce alla marginalità: una voce che, dato il lavoro che faccio, ho ascoltato spesso e che mi viene naturale da riprodurre.

Da cosa ha tratto l’ispirazione per una moltitudine così varia di personaggi, com’è quella che compare nel libro?

Per la stesura di questo romanzo ho lavorato molto con la mia immaginazione. L’immaginario, vale la pena ricordarlo, lo si coltiva soprattutto con la lettura, ma anche con quanto si è vissuto, ascoltato e visto, anche nelle canzoni, anche in televisione. Devo confessare che, per parlare di cultura popolare, ho tratto ispirazione perfino da alcune telenovele che avevo visto durante il mio periodo di lavoro in Ecuador. Certo, prima di scrivere il libro ho fatto anche alcune letture specifiche (alcuni reportage sulla comunità colombiana, ad esempio), ma durante la stesura ho preferito lasciare il grosso del lavoro all’immaginazione. Il mio non è un saggio sulla working class veneta e non ne ha le velleità: è un romanzo, a sfondo sociale, certo, ma un romanzo dall’inizio alla fine.

Dunque non è solo quello sociale il tema portante del libro?

Credo che la società vada sempre indagata perché, come sono convinto, viviamo in un mondo ingiusto. Detto ciò, quello che veramente mi interessava era parlare dell’essere umano. Diceva Shakespeare che, più che il potere in sé, nelle sue opere, gli interessava parlare di come gli uomini reagivano alle nevrosi che causava il potere. Ecco, in un libro come “Trash” ho provato a descrivere i comportamenti di questi esseri umani, che, nella vicenda romanzesca, sono per la maggior parte dei lavoratori.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 24 luglio 2021

La Caduta di Costantinopoli e “Bisanzio dopo Bisanzio”, l’intervista a Francesco G. Giannachi

C’è chi la propone come la data d’inizio dell’Evo moderno, chi come quella della vera caduta dell’Impero romano; fatto sta che il 29 maggio del 1453 i Turchi conquistarono Costantinopoli, mettendo fine all’Impero bizantino e avviando una nuova fase della storia. Dell’avvenimento e della cultura che in parte scomparve, ma che in parte sopravvisse, abbiamo parlato con Francesco G. Giannachi, professore associato di Civiltà bizantina presso l’Università del Salento.

Professore, guardando le mappe di quegli anni, più che chiedersi come fece a cadere la città, viene da chiedersi: come mai non cadde prima, circondata com’era dai domini ottomani?

L’assedio del 1453 fu, in effetti, quello conclusivo; altri tentativi, ce n’erano già stati: quello condotto dal padre di Maometto II, Murad II, ad esempio, oppure, quello condotto dal suo bis-nonno, Bayezid I, dal 1397 al 1402, il quale aveva dovuto togliere l’assedio per affrontare il condottiero mongolo Tamerlano. Maometto II si trovò in una situazione diversa: l’assetto finanziario dell’impero bizantino era ormai compromesso, tanto che non era stato nemmeno possibile riparare le parti danneggiate delle mura o pagare gli artiglieri ungheresi che costruirono i due giganteschi cannoni usati dai turchi nell’assedio, ma che, prima, si erano rivolti all’imperatore di Costantinopoli.

A Maometto II, del resto, non mancavano né la determinazione, né l’ardimento giovanile: l’anno prima, con la costruzione della fortezza di Rumelihisarı sul lato europeo del Bosforo, di fronte a un’altra fortezza turca, si era messo nelle condizioni di bloccare i possibili rifornimenti alla città. Inoltre, va aggiunta una serie di contingenze, tra cui il mancato arrivo delle truppe occidentali (alcune navi inviate dal Papa erano state bloccate da una tempesta, ad esempio), che permisero all’assedio di concludersi vittoriosamente. L’unico serio ostacolo per gli assedianti fu la cinta muraria, a doppia cortina, che risaliva all’imperatore romano Teodosio; e molti tentativi d’assalto, in effetti, furono fermati.

Dall’altra parte, però, c’era l’esercito turco, numeroso e agguerrito, e Maometto II: stando alle fonti, il sovrano ottomano aveva una vera ossessione per Costantinopoli. Ce lo racconta Tursun Beg, il suo biografo: Maometto pensava alla città come una sposa da conquistare, quasi la desiderasse carnalmente. C’è da credere che, in ciò, ci fosse del vero, anche perché la capitale ottomana, dopo la conquista, fu spostata proprio nella “Polis” (la “città”), come la chiamavano i Βizantini . Il nome attuale, peraltro, si è probabilmente plasmato su quello antico: dalla perifrasi greca “is tin bolin”, che significa “verso” o anche “dentro la città”.

Il grande vincitore della vicenda fu, naturalmente, Maometto II, detto da allora “fātiḥ”, ossia “il conquistatore”; tuttavia, è interessante ricordare anche l’ultima dinastia bizantina, quella dei Paleologi. Michele VIII, ad esempio, aveva rifondato l’impero (caduto nel 1204, quando i cristiani occidentali della Quarta crociata avevano saccheggiato la città e deposto l’imperatore); e poi Manuele II, Giovanni VIII, fino all’ultimo imperatore, Costantino XI; furono sovrani che cercarono disperatamente l’aiuto occidentale, anche mediante la riunificazione delle due chiese, avvenuta, in effetti, con il Concilio di Ferrara-Firenze, nel 1439, ma mai accettata dai Bizantini in patria.

Nei libri di scuola, quantomeno dopo l’epopea di Giustiniano, l’impero bizantino è rappresentato come costantemente in crisi e dominato da continue congiure: dovremmo cambiare questo modo di vedere le cose?

Rispondo innanzitutto dicendo che, se la storia del Medioevo occidentale risente di stereotipi – è un’epoca ritenuta barbara, oscura, fatta solo di sangue, streghe, analfabetismo e peste – ciò vale ancora di più per la storia del Medioevo greco. Perfino la nostra lingua veicola degli stereotipi: con il termine “bizantino” indichiamo qualcosa di intricato e farraginoso (una burocrazia “bizantina”) o una sottigliezza eccessiva (un “bizantinismo”). Molti studenti sono attratti soprattutto dallo studio della Grecia classica; eppure, è proprio grazie ai copisti bizantini se i grandi testi dell’antichità ci hanno raggiunto. La portata culturale bizantina non può essere certo ridotta agli eunuchi cubicularii (i leggendari alti funzionari di corte castrati, ndr) o agli intrighi di palazzo; vale la pena, inoltre, anche studiare “Bisanzio dopo Bisanzio”, che è il titolo di un celebre libro di Nicolae Iorga.

La cultura bizantina, infatti, restò vitale in tutti i Balcani e venne tramandata, ad esempio, dalle Accademie romene, dove si continuarono a studiare i testi greci. Anche l’Italia ha risentito della presenza dei Bizantini, fisicamente presenti nella Penisola fino al 1071: non c’è solo l’episodio materiale più evidente, ossia i mosaici di Ravenna; la stessa Venezia ebbe rapporti privilegiati con Bisanzio (e bisognerebbe anche ricordare la presenza della numerosa comunità ortodossa e la sua attività tipografica); inoltre, esistono parti d’Italia ellenofone che hanno un rapporto genetico con la storia bizantina: nell’area della Bovesìa, in Calabria, e nella cosiddetta Grecìa Salentina sono tuttora parlati dei dialetti greci. Nel Sud Italia, poi, la lingua e la cultura greca rimasero vitali almeno fino al Seicento.

Come dobbiamo immaginarci la cultura bizantina?

Quella bizantina è una civiltà millenaria, che si è evoluta nel tempo da molti punti di vista, linguistico, dei costumi, delle istituzioni. Mi vengono in mente, però, due tentativi cinematografici di ricostruzione: l’“Armata Brancaleone”, dove compare Teofilatto dei Leonzi (interpretato da Gian Maria Volonté) e “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, dove compare il duca di Ravenna. Bene: sono dei riassunti esemplari degli stereotipi sui bizantini che può possedere una persona di media cultura in Italia oggi. Il giudizio sulla decadenza perenne di Bisanzio, un altro tenace luogo comune, peraltro, è dovuto anche all’insigne storico inglese Edward Gibbon, il quale riteneva che l’Impero romano (e, con esso, Bisanzio) fosse entrato un in perenne declino perché aveva abbracciato il cristianesimo, dedicandosi più alla vita ultraterrena che a quella mondana.

Contro questi stereotipi, si potrebbero citare invece importanti periodi di rinascenza della civiltà bizantina. Citavo Michele VIII Paleologo, ad esempio, che nel 1261 restaurò l’impero: fu un periodo di rinascenza delle arti, degli studi letterari e storici. Studi che, nel passato, avevano riguardato anche la matematica e la medicina, secondo un principio di osmosi della cultura bizantina con quella araba. Del resto, ai miei studenti dico sempre questo: per capire la civiltà bizantina bisogna spostare il proprio baricentro di osservazione verso Oriente; la civiltà bizantina era profondamente influenzata dalle culture sia del Medio sia dell’Estremo Oriente. Un esempio? La “hesychia”, ossia un metodo di preghiera psicosomatico, che impegnava la mente e il corpo, molto vicino allo yoga o al sufismo.

Un altro periodo importante della storia bizantina fu l’VIII-IX secolo, durante il quale si ebbe la celebre “iconomachia” (letteralmente: “battaglia delle immagini”), ossia la disputa teologica sulla rappresentabilità del divino. Non fu un problema solo bizantino: le altre due culture monoteiste mediterranee, l’ebraismo e l’islam, sono tutt’ora caratterizzate dall’aniconismo, ossia dall’impossibilità di rappresentare il divino. In merito all’identità di quella cultura, mi viene in mente, infine, un grande testo bizantino che, insieme ai poemi omerici, è assurto a testo fondativo dell’identità greca medievale: il “Digenis Akritas”. Si tratta di un personaggio d’invenzione, un cavaliere senza legge figlio di madre cristiana e padre musulmano, guardiano dei confini dell’impero in Siria. Una figura più romanzesca che epica, predone e difensore delle cristianità, voluttuoso ed eroico al tempo stesso. E “Digenis”, in greco, significa proprio “dalla doppia stirpe”: come non coglierne il forte valore simbolico?

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 29 maggio 2021

Corsica, dalle origini italiane alla dominazione francese, l’intervista a Carlo Bitossi

La Corsica è, al tempo stesso, un’isola vicina e lontana dall’Italia: è vicina per geografia, cultura e lingua (le parlate corse sono più simili all’italiano di molti dialetti); lontana, per la sua storia: agli occhi di molti, è oggi solo un’esclusiva meta turistica in terra straniera. La cessione della Corsica alla Francia avvenne questo stesso giorno, nel 1768, con il Trattato di Versailles. Ne parliamo con Carlo Bitossi, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara, specialista della storia moderna della Corsica.

Professore, come si passò dalla presenza pisano-genovese in Corsica alla cessione alla Francia?

La presenza genovese si affermò già alla fine del Duecento, sostituendo quella pisana, di cui restano solo delle tracce artistiche e architettoniche. L’interesse di Genova per la Corsica fu sempre strategico e mai coloniale, funzionale al controllo del mar Tirreno settentrionale: i genovesi si insediarono prevalentemente nelle città costiere, fondandone di molto importanti, come Bastia e Ajaccio; l’interno dell’isola rimase, invece, sempre sotto il controllo della popolazione autoctona. La struttura sociale e politica della popolazione corsa, per capirsi, si potrebbe paragonare alla struttura clanica, litigiosa e familiare, delle Highlands scozzesi o dell’Irlanda. Questi clan, di fatto, accettarono per lungo tempo la dominazione dei genovesi, pur ribellandosi di tanto in tanto, senza però mai riuscire a cacciarli: Genova poté sempre contare, infatti, sull’alleanza e sulla faziosità dei clan dell’isola.

Dopo un primo tentativo di conquista della Corsica da parte della Francia e un’insurrezione che fu una guerra civile nella quale si contrapposero corsi ribelli e corsi lealisti, a partire dal 1569 cominciò la lunga “pace genovese”. La Corsica, durante quel periodo, fu sotto-amministrata: il numero di funzionari e soldati genovesi era molto esiguo; il buon governo, dunque, dipendeva essenzialmente dall’acquiescenza dei corsi stessi. In quegli anni, l’interesse dei genovesi restò di natura strategica: non si sviluppò in termini di investimenti, così come però nemmeno in termini di sfruttamento delle risorse naturali; lo dimostra il bilancio dell’amministrazione dell’isola, sempre in rosso, e relativamente esiguo, se confrontato con quello di parecchi ricchi banchieri privati genovesi.

La lunga pace si concluse nel 1729. Scoppiò una rivolta fiscale, conseguente a un cattivo raccolto. Data l’esigua presenza militare, i corsi ebbero facilmente ragione dei genovesi: giunsero alle porte di Bastia, i cui abitanti, però, restarono fedeli alla Repubblica. Questa lealtà a Genova rispecchiava una divisione fondamentale dell’isola: quella tra l’entroterra e le città costiere, i cui abitanti erano, del resto, o di origine ligure o corsi “genovesizzati”. Nonostante questo, reprimere la rivolta per la Repubblica era praticamente impossibile; chiese aiuto, dunque, all’imperatore Carlo VI, il cui intervento però non fu risolutivo. In seguito, Genova si rivolse alla Francia.

Quand’è che la Francia pensò di assumere il controllo dell’isola?

Dopo la decisione di intervenire in favore di Genova: gradualmente i francesi cominciarono a pensare di poter fare a meno della Repubblica. In Corsica, nel frattempo, dopo una sanguinosa vicenda legata alla ricerca di un leader, arrivò la svolta: i corsi trovarono un nuovo capo in Pasquale Paoli, figlio di uno dei capi delle prime rivolte del Settecento, esule a Napoli, e ufficiale dell’esercito delle Due Sicilie. Paoli era un uomo colto, che aveva maturato una visione da statista capace di oltrepassare i limiti della società clanica corsa, la quale però, sulle prime, gli oppose delle resistenze. Superate le difficoltà, nel 1755 Paoli fu nominato “generale della nazione”: prese il controllo dell’interno e divenne il leader degli indipendentisti. Paoli aveva in mente un’idea di Stato e, di conseguenza, cominciò a dare alla Corsica un’organizzazione basata su istituzioni proprie: una moneta e un esercito, così come dei tribunali e delle circoscrizioni amministrative e perfino una Costituzione. Fu sempre Paoli a decidere di fondare l’università di Corte, che ancora oggi porta il suo nome.

Quello di Paoli, però, restò un sogno: con l’arrivo delle guarnigioni francesi nelle città costiere, i corsi si trovavano bloccati nell’interno. Genova, a quel punto, che non poteva sostenere i costi di una guerra, prese una decisione, ancora una volta, di natura strategica: piuttosto che avere di fronte alle proprie coste uno stato di cui non si poteva fidare, un possibile covo di corsari, nell’isola preferì la presenza di una potenza amica come la Francia. L’idea della cessione acquistò più forza anche in Francia, soprattutto dopo il 1763, con la fine della Guerra dei sette anni, persa disastrosamente contro l’Inghilterra (la Francia aveva rinunciato alle sue preteste in India e in America).

Arriviamo quindi al Trattato di Versailles del 1768: la Corsica fu ceduta da Genova alla Francia come pegno per gli aiuti ricevuti, con la possibilità di riscattarla. Tutta l’Europa, però, sapeva che, al di là della formulazione giuridica, si trattava di una cessione vera e propria. Paoli si trovava perciò a dover affrontare una situazione ben diversa da prima: la Corsica diventava territorio francese e sarebbe stata soggetta alle leggi della monarchia. Dopo un primo tentativo, fallimentare, nel 1769 i francesi sbarcarono in forze, con migliaia di uomini e forzieri pieni di denaro, con i quali comprare una parte dei capi-clan, alcuni dei quali furono poi inquadrati nei ranghi militari. Dopo un piccolo fatto d’armi, Paoli capì che la partita era persa: partì per l’esilio e, dopo un tour trionfale in Europa (fu da tutti accolto da grande statista), si stabilì in Inghilterra, dove restò per vent’anni.

Come si sviluppò la dominazione francese?

La classe dirigente corsa si abituò presto alla nuova condizione; dopo il suo trascorso indipendentista, ad esempio, uno dei primi notabili ad arruolarsi tra le fila della nobiltà francese fu Carlo Buonaparte, il padre di Napoleone. Con la Rivoluzione francese, nonostante il rientro trionfale di Paoli, il fatto che la Corsica facesse parte del “dominio” francese venne ribadito con forza. Ci fu un breve episodio indipendentista (Paoli, sempre più osteggiato dai filo-francesi, riuscì a sfruttare l’aiuto degli inglesi e diede vita a un effimero regno anglo-corso); conclusosi, la Corsica tornò definitivamente a far parte della Francia.

Se Napoleone fece poco per la sua terra (promosse molti militari corsi e rese Ajaccio la nuova capitale), molto di più fece il nipote Luigi Napoleone: dall’insediamento di attività produttive, alla promozione delle acque termali, fino alla costruzione di una prima ferrovia. Molti corsi furono integrati nell’amministrazione pubblica ed è proprio a partire dalla metà dell’Ottocento che cominciò la “francesizzazione” dell’isola. L’emigrazione, del resto, cominciò a interessare esclusivamente i territori francesi, Marsiglia soprattutto, ma anche l’impero coloniale e l’Esagono. I corsi cominciarono perfino a distinguersi in alcuni campi della società francese, in particolare quello militare e, curiosamente, anche come talentuosi avvocati.

Parlando del Novecento, va ricordato che negli anni del fascismo l’Italia rivendicò l’italianità della Corsica, affiancandola a terre da considerare irredente (come Malta e Nizza). La strumentalizzazione fascista della storia ebbe due conseguenze. La prima: l’argomento venne abbandonato per decenni dalla storiografia italiana, messo in ombra dalla connotazione un po’ fascista che sembrava avesse assunto. La seconda: il movimento autonomista autoctono mise da parte ciò che era più ovvio, ossia che l’isola fosse italiana per radici e cultura. Il risultato fu la promozione della cultura e della lingua corsa in chiave localistica (nell’Università di Corte, c’è un corso di studi corsi, in corso), oltre al fatto di concepirsi, storiograficamente, come una colonia sempre dominata da potenze esterne, trascurando l’importanza fondamentale dei conflitti interni all’isola nelle vicende della mancata indipendenza.

Oggi, bisogna dire, gli storici corsi riconoscono invece tutta la complessità del passato isolano. Ma i problemi, ormai, in Corsica come in Italia, cominciano a essere altri (penso, per citarne uno, all’immigrazione). E accapigliarsi su miti storiografici del passato diventa sempre più inutile: la Corsica, ormai, ha preso la sua strada; ed è lontana da quella dell’Italia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 maggio 2021