Il martirio di Falcone e delle vittime di Capaci

(Foto di Andreas Lischka da Pixabay)

Sono le 17.58 del 23 maggio 1992: un’esplosione squarcia l’autostrada A29 in direzione Palermo, sollevando un muro di detriti che una Fiat Croma centra a 120 chilometri all’ora. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo sono estratti ancora vivi dalle lamiere. Muoiono nelle ore seguenti all’ospedale di Palermo: lui, per lo sterno fratturato dal piantone dello sterzo; lei, per l’urto della testa col parabrezza e le gambe spezzate dall’impatto col motore. I 500 chili di esplosivo avevano già ucciso sul colpo Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, gli uomini della scorta. La loro vettura, che precedeva le altre, era stata scaraventata fuori strada. Anche l’autista del giudice, Giuseppe Costanza, resta ferito: seguono giorni di agonia; ma sopravvive (una sesta bara, racconta, era stata ordinata anche per lui). Falcone era rientrato da Roma per il weekend e aveva in programma di assistere – tragica ironia – alla mattanza dei tonni a Trapani.

Il cratere dell’esplosione è largo trenta metri. L’esplosivo era stato piazzato nel cunicolo di scolo sotto l’autostrada, all’altezza dello svincolo di Capaci, fatto scivolare con degli skateboard. L’auto di Falcone, schiantatasi contro i detriti, non raggiunge il punto dell’esplosione. È Falcone a guidare, accanto alla moglie, che soffre di mal d’auto. Pochi secondi prima della tragedia, sovrappensiero sfila le chiavi dal cruscotto per passarle a Costanza; lui e Morvillo lo richiamano allarmati: “dottore, ma che fa? Così ci andiamo ad ammazzare”. Quell’attimo di decelerazione salva il poliziotto. Su una collinetta vicina, nel frattempo, Giovanni Brusca (per alcuni “u verru”, il maiale, per altri “u scannacristiani”), Antonino Gioè e altri mafiosi osservano la strada. Aspettano che le auto superino un frigorifero abbandonato sul ciglio: è il segnale. Quando le auto lo oltrepassano, Gioè grida tre volte “vai!”; Brusca aziona la levetta del radiocomando.

57 giorni dopo l’“attentatuni” (il grande attentato, come lo chiamò Cosa nostra) viene fatto saltare in aria, insieme a cinque agenti della sua scorta, anche Paolo Borsellino. La notizia della morte di Falcone lo aveva raggiunto mentre si trovava dal barbiere; precipitatosi all’ospedale, assiste impotente alla morte dell’amico. Quella stagione fu l’apice della controffensiva di Cosa nostra contro lo Stato: come scrive Giovanni Bianconi, si trattò di “un’azione punitiva e preventiva, pianificata alla fine del 1991, vigilia della decisione della Cassazione sul maxi-processo che sancì la struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra, distribuendo una pioggia di ergastoli”.

Benché i processi abbiano accertato la responsabilità di Cosa nostra, resta aperta la possibilità che non abbia agito da sola. Ne parla il podcast del Fatto Quotidiano “Mattanza”, di Giuseppe Pipitone e Marco Colombo: le stragi potrebbero far parte di una strategia eversiva più ampia. Lo suggerivano, del resto, le parole stesse di Falcone: dopo il fallito attentato all’Addaura, villa alle porte di Palermo che affittava per l’estate, rilasciò un’intervista a Saverio Lodato sull’Unità (10 luglio 1989): “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

Il Piccolo di Cremona, 23 maggio 2026

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