Foto di Monica Subietas da Pixabay
Facciamo così: mettiamo da parte le discussioni sulla moralità del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll, intorno alla cui memoria aleggia l’accusa di pedofilia. Andiamo invece alla nascita del capolavoro Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland). È il 4 luglio del 1862 e il reverendo sta compiendo un giro in barca sul Tamigi, a Oxford, con Lorina, Alice e Edith Liddell, figlie di Henry George Liddell, lessicografo e decano di Christ Church, il college dove Carroll insegna matematica. Le storie che improvvisa coinvolgono così tanto le bambine che una di loro, Alice, lo prega di metterle per iscritto. Carroll consegna il manoscritto ad Alice nel 1864. A convincerlo a pubblicarlo, però, è lo scrittore e amico George MacDonald. L’anno successivo, usando lo pseudonimo per provare a tenere distinte le due identità (letteraria e accademica) il romanzo esce per l’editore londinese Macmillan. Le illustrazioni sono del già celebre John Tenniel e resteranno immortali quasi quanto i personaggi in sé. Ogni 4 luglio, a Oxford si festeggia l’Alice’s Day, con centinaia di persone vestite a tema per le strade cittadine.
Ma dove sta il segreto di tanto successo? Come scrive la curatrice della voce su Britannica, Carroll riuscì come nessun altro a riprodurre il modo fantasioso con cui i bambini deformano la realtà e il linguaggio, ridendone. Quella stessa ingenuità è una lente per ingrandire le contraddizioni del mondo adulto: le ipocrisie, la razionalità pericolante e l’uso opportunistico del linguaggio. Non a caso il libro di Carroll è diventato oggetto di studio dei linguisti: nel volume Che cos’è la pragmatica linguistica (Carocci), Cecilia Adorno usa Carroll proprio per illustrare le potenzialità pratiche del linguaggio: si va dal gioco prodotto dai bisticci di suoni e di significato, fino al celebre scambio di battute (nel volume successivo ad Alice, Attraverso lo specchio – Through the Looking-Glass, and What Alice Found There) tra la protagonista e Bindolo Rondolo (Humpty Dumpty): “Bisognerebbe sapere se voi potete dare alle parole molti significati diversi”, “Bisognerebbe sapere – rispose Bindolo Rondolo – chi ha da essere il padrone… ecco tutto” («‘The question is,’ said Alice, ‘whether you can make words mean so many different things.’ ‘The question is,’ said Humpty Dumpty, ‘which is to be
master – – that’s all’»).
Le traduzioni italiane del libro sono sfide che aprono praterie di riflessioni sui rapporti interculturali. Lo mostra Elisa Bastianello in un articolo su Engramma. Allorché Carroll inserisce la parodia di una poesiola inglese diffusa nelle scuole (Against Idleness and Mischief, ‘Contro l’ozio e le marachelle’), già nel 1908 la traduttrice Emma Cagli la sostituisce con una parodia della Vispa Teresa. Analoghi problemi pongono i nomi e i giochi di parole. Spesso, le soluzioni dei traduttori sono un esempio di inventiva: Aldo Busi – qui in veste di traduttore – rende la Mock Turtle (‘Tartaruga Finta’) come Tartaruga d’Egitto, usando una locuzione che indica qualcosa di improbabile. A volte, le traduzioni non possono fare a meno di perdere qualcosa: nella conversazione col Topo, Alice confonde tale (‘storia’) con tail (‘coda’), dato che in inglese le parole si pronunciano allo stesso modo; altre volte, invece, la traduzione si fa persino più inventiva: nel cartone Disney (1951), il Bruco (the Caterpillar) diventa il Brucaliffo, per via dell’orientaleggiante presenza del narghilè e del fare altezzoso.
Il Piccolo di Cremona – 4 luglio 2026