Vertigo, la forma dell’ossessione per Alfred Hitchcock

(Foto di rodrix147 da Pixabay)

Un’ossessione può farsi così potente da diventare l’unica ragione per vivere e amare. Alfred Hitchcock indagò questo lato oscuro dell’animo umano nel film “Vertigo”, in italiano “La donna che visse due volte”, proiettato pubblicamente per la prima volta negli USA il 9 maggio 1958.

John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è un poliziotto in congedo. Nel corso di un inseguimento sui tetti di San Francisco, il terrore delle altezze, l’acrofobia, l’ha paralizzato; e nel tentativo di salvarlo un collega è morto, precipitando da un palazzo; oltre al trauma per l’accaduto, Scottie ha riportato solo delle ferite. Alle soglie della guarigione, viene contattato da un suo ex-compagno di college Gavin Elster (Tom Helmore) e, dopo qualche insistenza, incaricato di seguire la moglie Madeleine (Kim Novak). La donna si comporta in modo inquietante: è come se fosse abitata dallo spirito di una sua antenata, morta alla sua stessa età, ventisei anni. Scottie la pedina e la salva da un tentato suicidio; conosciutala, finisce per innamorarsene, ricambiato. Il loro amore, però, non la salva dal peggio: Madeleine si getta dal campanile di una missione; Scottie, che è lì, non riesce a salvarla, paralizzato com’è dal terrore dell’altezza.

Ancora scosso dalla tragedia, Scottie incontra un giorno una giovane donna, Judy Barton (Novak), che è la sosia perfetta di Madeleine. Scottie la avvicina e la convince a frequentarlo; ma la sua ossessione di si fa presto chiara: riportare in vita Madeleine servendosi di Judy. Le chiede così di indossare gli stessi abiti, di tingersi i capelli e di adottare la stessa acconciatura dell’ex-amata. A quel punto, la trama del film si dipana con chiarezza: come ammette tra sé e sé (scrivendo una lettera, che Scottie non leggerà mai) Judy è Madeleine per davvero; o, meglio, ne ha interpretato il ruolo per conto del suo amante, Elster, l’ex compagno di college di Scottie, da lui assunto non casualmente. Elster, infatti, ha ordito l’inganno per assassinare e gettare dal campanile della missione la sua vera moglie. Per celare l’omicidio, la presenza di Scottie – chiamato poi a testimoniare nel processo – si è rivelata necessaria: pur avendo visto precipitare la donna da un finestrone del campanile, non è riuscito a raggiungerla sulla sommità, dalla quale si è lanciata, bloccato dall’acrofobia.

La morte di Madeleine è per il film uno spartiacque: alla suspense della prima parte segue la discesa nel corpo dell’ossessione di Scottie, che guarda Judy ma riesce a vedere soltanto Madeleine. Alternando sguardi assenti e ossessivi, gentilezze e scatti di nervi, James Stewart riesce a far percepire allo spettatore la perdita progressiva del controllo di sé da parte di Scottie, vinto dall’ossessione. Dal canto suo, Novak è impeccabile nella parte sia della fantasmatica Madeleine sia della più verace Judy, accomunate entrambe dalla bellezza abbagliante dell’attrice. Come scrive Paolo Mereghetti, Hitchcock è interessato soprattutto all’esplorazione dell’ossessione, tanto che – rispetto al romanzo “D’entre les morts” di Boileau-Narcejac, da cui è tratta la storia – “l’inganno dell’ex compagno è come ricacciato in un angolo del racconto”. Sulla scorta delle parole del regista nella sua intervista a Truffaut, si è parlato addirittura di necrofilia. Certo è che, come scrive il critico Roger Ebert, “l’uomo, preferendo i suoi sogni alla donna che ha di fronte, le [perde] entrambe”.

Il film è ricordato anche per l’innovativa tecnica che restituisce il senso di vertigine: la carrellata all’indietro combinata con uno zoom in avanti. I titoli di testa, colorati e vorticosi, furono realizzati dal grafico Saul Bass.

Il Piccolo di Cremona, 10 maggio 2026

Operazione nella notte: ucciso bin Laden

(Foto di ejbartennl da Pixabay)

Alle 23.00 (ora locale) del 1° maggio 2011 due elicotteri Black Hawk e tre Chinook da trasporto – di rinforzo – decollano da Jalalabad, in Afghanistan, diretti ad Abbottabad, Pakistan. A bordo dei Black Hawk ci sono il SEAL Team Six (23 uomini delle forze speciali), un interprete e un cane da combattimento.

Antefatto: l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantano contro le Torri Gemelle a New York, un terzo contro il Pentagono e un quarto precipita in Pennsylvania. Responsabili sono gli uomini di Al-Qaeda, organizzazione terroristica che vede nell’Occidente il proprio nemico; al vertice c’è il saudita Osama bin Laden. Al-Qaeda è protetta dal regime islamico radicale dei Talebani in Afghanistan. In alleanza con le forze locali ribelli, gli USA occupano Kabul e costringono bin Laden ad asserragliarsi nelle grotte di Tora Bora. Appoggiati dall’aviazione USA, gli afgani danno l’assalto ma non riescono a catturarlo; bin Laden scompare.

Negli anni, la lotta ad Al-Qaeda prosegue, ma bin Laden resta latitante. Nel 2010, la svolta: la CIA localizza il messaggero di bin Laden, Abu Ahmed al-Kuwaiti. Possiede un piccolo complesso residenziale in Pakistan, ad Abbottabad, località di villeggiatura e sede dell’Accademia militare pakistana. Il luogo è sospetto: muri di cinta sovrastati da un filo spinato; balconi schermati da parapetti; nessun visitatore ammesso e spazzatura bruciata nel cortile. Vi abitano le famiglie di Abu Ahmed e del fratello. Dalle immagini satellitari si scopre che una terza famiglia abita il complesso senza mai uscirne. Un uomo, soprannominato “il Camminatore”, ogni giorno passeggia in giardino: altezza e andatura corrispondono a quelle di bin Laden.

Sul tavolo del presidente Barack Obama arriva la proposta di bombardare il complesso con un drone, ma l’ipotesi è scartata: si rischiano vittime collaterali e di non avere prove dell’uccisione di bin Laden; bisogna inviare dei soldati. I 23 SEAL designati si addestrano più di cento volte su una riproduzione in scala reale del complesso di Abbottabad. C’è un rischio in più: il Pakistan, ritenuto inaffidabile, non è stato avvertito, sicché gli elicotteri devono attraversare 260 chilometri in territorio ostile. L’operazione “Lancia di Nettuno” parte comunque. Raggiunto il luogo, uno dei due elicotteri precipita nel complesso: in pochi minuti la notizia circola sui social; la missione rischia di fallire.

Nonostante lo schianto, non ci sono feriti; intanto, è arrivato il secondo elicottero. I commilitoni all’interno fanno entrare gli altri dal cancello carraio. Pochi secondi e sono nell’edificio. La corrente viene fatta saltare: un vantaggio per i soldati, dotati di visori. In 20 minuti, racconta il SEAL Robert O’Neill nel documentario Netflix “American Manhunt”, vengono uccisi Abu Ahmed, suo fratello e la moglie di quest’ultimo (frappostasi come scudo umano); al secondo piano viene ucciso Khalid, figlio di bin Laden. Al terzo, O’Neill irrompe in una stanza e si trova davanti bin Laden: “Era lui. Non dava segni di resa; era un pericolo per me e per l’intera squadra: doveva morire”. A Washington arriva il messaggio in codice: “Geronimo, EKIA (cioè, nemico ucciso in azione)”.

Arriva un terzo elicottero di rinforzo ma non c’è più tempo da perdere: due caccia pakistani si sono alzati in volo per intercettarli. Seguono 90 minuti di tensione; poi, il sollievo: gli elicotteri rientrano in Afghanistan. È ancora il 1° maggio a Washington quando, alle 23.35, Obama annuncia al mondo che bin Laden è stato ucciso: “Giustizia è stata fatta”, scandisce. Dopo le esequie musulmane sulla portaerei Carl Vinson, il corpo di bin Laden avvolto in un lenzuolo bianco viene gettato nel Mare Arabico.

Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2026

Un nuovo Stato Ue virtuale per imprese più competitive

(Foto di Ralph da Pixabay)

Bruxelles sta varando un nuovo regime semplificato per le imprese nascenti, con spese e burocrazie ridotte.

Fare impresa in Europa – a maggior ragione per chi si propone di innovare e crescere rapidamente – potrebbe diventare molto più semplice, se verrà approvato il 28° regime, un sistema normativo unificato per le imprese europee.

Ue, un gigante economico disunito

Per definire l’Ue si adopera spesso la metafora manzoniana del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Tuttavia, l’Ue è sia un gigante demografico (poco meno di 450 milioni di persone) sia economico. Sotto il profilo economico, i numeri forniti dall’Osservatorio dei conti pubblici (Università cattolica del Sacro Cuore) parlano chiaro: “Nel confronto tra Stati Uniti, Europa e Cina il Pil più grande in dollari correnti è quello statunitense: con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i 19,4 dell’UE. Il Pil dell’Ue risulta solo di poco superiore a quello cinese (18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a 23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA”. Com’è possibile che, a fronte di questi numeri, anche in Europa non si sviluppi un’industria dell’innovazione globale? Una delle ragioni sta nel fatto che l’Ue è composta da Stati sovrani che si muovono spesso in ordine sparso, vanificando il peso negoziale che avrebbero se agissero di concerto. A ciò si aggiunge un problema strutturale: la mancanza di un sistema di regole d’impresa uniformi.

Eu Inc.: la nuova sigla d’impresa europea

Pur essendo ancora lontani dalla prospettiva di un mercato dei capitali unificato, è però passata sotto traccia un’ottima notizia: la proposta della Commissione europea di introdurre un regime d’impresa unificato per le imprese nascenti e con prospettiva di rapida crescita. Il cuore della proposta della Commissione è una formula societaria nuova, la sigla Eu Inc. Registrabile in 48 ore, prevede spese massime di 100 euro e non richiede un capitale minimo, oltre al fatto di potersi presentare interamente digitale. Il vero punto di svolta è che il nuovo regime renderebbe uniformi le norme d’impresa relative a questioni importanti come la gestione del lavoro e l’accesso ai finanziamenti. L’obbiettivo principale della proposta è favorire la nascita di imprese innovative (le “start-up”) con rapide prospettive di crescita (“scale-up”). La proposta dovrà ora passare attraverso la discussione tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio dell’Ue. L’approvazione potrebbe arrivare già all’inizio del 2027.

Benvenuti nel “Delaware europeo”

Sul “Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli ha evocato un paragone usato dai sostenitori della misura per renderne la portata: un Delaware europeo, cioè un 28° Stato comunitario, virtuale, dotato di un regime normativo particolarmente favorevole alle imprese. Esattamente come accade negli Stati Uniti, dove il Delaware è capace di attrarre la sede legale di moltissime imprese in ragione della suo regime giuridico. Riprendendo il parere di un gruppo di esperti – un webinar organizzato dall’Associazione degli intermediari mercati finanziari (Amf) e dalla Rivista delle società – de Bortoli scrive che la misura prevista dall’Ue “sul piano del diritto commerciale, [è] dirompente. Si esalta l’autonomia privata. Per la prima volta l’Unione europea appare in procinto di abbandonare il mantra della armonizzazione tra le varie normative nazionali e inseguire l’obiettivo primario della competitività internazionale”.

“Più che una scelta, una necessità”

Tutto ciò servirebbe anche a frenare la fuga sia di capitali sia di imprese proprio in direzione di luoghi più favorevoli alle loro attività di business. Sempre de Bortoli ricorda che circa il 30% delle imprese europee che raggiungono una capitalizzazione di mercato di un miliardo di dollari (i cosiddetti “unicorni”) si trasferiscono negli USA. Ma la misura avrebbe anche una funzione strategica: fare riguadagnare la tanto agognata “competitività internazionale” di cui scrive de Bortoli, sottraendoci ad alcuni ricatti di prepotenti potenze internazionali. Del resto, vista l’attuale situazione internazionale, come ha spiegato all’Ansa la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, “offrire un quadro armonizzato capace di semplificare la vita delle imprese è oggi una necessità più che una scelta”.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

Metafisica e metafisiche al Palazzo Reale di Milano

(Scorcio del Palazzo della Civiltà Italiana, EUR, Roma. Foto di Alessandro Zazza da Pixabay)

Intorno a noi piazze semivuote e squadrate, manichini, statue, ombre, luce radente di un tardo pomeriggio: non c’è dubbio, siamo in un quadro di Giorgio De Chirico. Se il successo dell’arte si misura dall’impatto sull’immaginario, la corrente pittorica della Metafisica – il cui maggior esponente è appunto De Chirico – fu senz’altro un successo. In effetti, alla mostra “Metafisica/Metafisiche”, allestita al Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 21 giugno) ben si addice l’immagine adoperata dal curatore Vincenzo Trione: un raggio di luce che si rifrange in ulteriori opere e immaginari, dall’architettura al teatro, dal cinema alla pittura stessa. Si pensi, guardando alla pittura, a eredi diretti come Mario Sironi, ma anche a Salvador Dalì (con alcuni loro quadri presenti in mostra). Echi della Metafisica si colgono anche nell’architettura razionalista e fascista, tanto imponente quanto malinconica; perciò, la mostra ospita una lunga galleria di foto e riproduzioni di quegli edifici, così simili alle piazze spoglie di De Chirico. La categoria di Metafisica, del resto, fu coniata da un poeta, il francese Guillaume Apollinaire, proprio per definire i quadri di De Chirico, che tanto lo avevano colpito.

Torniamo ora alla fonte di quell’immaginario, il cui scenario simbolico è il punto di incontro di quegli artisti, la Ferrara del 1917. De Chirico, il fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi forgiarono un nuovo linguaggio pittorico: composizioni di soggetti fuori contesto, riconoscibili e realistici, ma resi anonimi e collocati in scenari sgombri da dettagli. Si lanciava una sfida all’osservatore: ricostruire il senso delle opere attingendo all’interiorità. Come scrisse Italo Calvino, in quei quadri il pensiero sosta in forma «aurorale», senza mai diventare «pensiero di qualcosa». Ardengo Soffici definì la pittura di De Chirico «una scrittura di sogni» che riesce a rappresentare gli «spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Quei sogni ricompaiono nelle tante ulteriori opere presentate in mostra: le fotografie d’autore di Gabriele Basilico e Mimmo Jodice; le architetture concettuali di Aldo Rossi, Frank Gehry e Massimiliano Fuksas; i quadri surreali di René Magritte; la pop art di Andy Warhol; i film di Tim Burton e Paolo Sorrentino; i fumetti di Marco Nizzoli (Dylan Dog); le copertine dei Pink Floyd, dei Genesis e dei nostrani Matia Bazar.

La mostra è stata prodotta dal Palazzo Reale di Milano, dal Museo del Novecento, dal complesso Grande Brera-Palazzo Citterio e dalle Gallerie d’Italia (tutti luoghi nei quali si articola per intero, e con ulteriori aggiunte a quelle viste sinora, la vastissima esposizione), insieme alla casa editrice Electa. L’iniziativa rientra nel programma culturale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Sotto il profilo scientifico, hanno collaborato alla mostra la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, il Museo Morandi, l’Archivio Alberto Savinio e l’Archivio Carlo Carrà.

Il Piccolo di Cremona, 18 aprile 2026

“All That Changes You. Metamorphosis” di Isaac Julien a Palazzo Te a Mantova

(L’installazione nella Frutteria di Palazzo Te di Mantova)

Un piccolo schermo all’ingresso indica a che punto è arrivata la riproduzione. Conviene aspettare l’inizio del cortometraggio prima di entrare nelle Fruttiere di Palazzo Te, che riaprono proprio in occasione dell’installazione di Isaac Julien “All That Changes You. Metamorphosis” (fino al 31 maggio). Grandi schermi e specchi riproducono sequenze di un film di circa 20 minuti, realizzato dal regista inglese per i 500 anni di Palazzo Te a Mantova. Ad alcuni affreschi del palazzo sono dedicate sequenze del film, che combina ambienti e presenze diversissime: la postmoderna Cosmic House di Charles Jencks a Londra; le foreste del Redwood National and State Park in California; un modello di astronave in vetro, progettata da Richard Found, nelle campagne inglesi; luminescenti animali marini; il padiglione per la Kramlich Collection di media art realizzato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. Le protagoniste sono le attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim, presenze eteree che si aggirano nei diversi ambienti. Compaiono anche riferimenti letterari: un cammeo della filosofa Donna Haraway, che legge brani dal suo Staying with the Trouble; le storie delle due protagoniste, che si rifanno a due romanzi di fantascienza, Memoirs of a Spacewoman (Naomi Mitchison) e Parable of the Sower (Octavia E. Butler).

La successione di immagini, le musiche e la soffice interpretazione delle attrici sanno farsi ipnotiche e il senso complessivo si intuisce: un richiamo alla necessità di pensarci, noi umani, come parte di un tutto, dove l’altruismo e l’ecologia sono i valori cruciali per affrontare le sfide del futuro prossimo. Il cambiamento porta con sé figure cangianti e meravigliose, temibili e angoscianti, e il passare del tempo – benché renda alcune perdite irreparabili – genera sempre qualcosa di nuovo. Si esce però frastornati da tutti questi stimoli visivi, che si rifrangono negli specchi e che costringono a fare i conti con un grande accumulo di simboli, non sempre facili da cogliere. Ci si potrebbe anche lasciare andare alla visione delle immagini; ma le voci delle attrici – in inglese, il che costringe a prestare attenzione ai sottotitoli per non perdere il filo – recitano testi insistenti, sentenziosi e rarefatti. Proprio questo incalzare verbale rende meno fluida la visione d’insieme.

L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund e University of California, Santa Cruz. Il progetto è curato da Lorenzo Giusti.

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Così i borghi caratteristici diventano parchi a tema

(Vigoleno, Piacenza – Foto di Valter Cirillo da Pixabay)

La legittima aspirazione di tutti a viaggiare si scontra con la necessità di preservare l’identità dei luoghi

Nel loro laboratorio del MIT, ricorrendo all’intelligenza artificiale, l’architetto Carlo Ratti e il sociologo Richard Florida hanno esaminato 400 mila foto di interni di Airbnb. In seguito, hanno pubblicato il lavoro sulla rivista «Nature Scientific Reports» e riportato alcune considerazioni sul quotidiano «La Repubblica». Lo scopo: misurare il grado di omologazione degli spazi domestici da imputare al turismo di massa. La ricerca rivela che alcuni elementi strutturali degli interni resistono all’omologazione: i materiali da costruzione, la disposizione delle stanze, il rapporto con l’esterno e la configurazione della cucina. Al contrario, gli arredamenti e i dispositivi elettronici si sono prevalentemente uniformati.

Le conseguenze del turismo sull’identità locale

Il turismo di massa però ha conseguenze più vaste, in specie sull’identità locale. Come scrivono Ratti e Florida, “i marchi del lusso, le catene alberghiere, i codici estetici instagrammabili (…) spingono le città a conformarsi alle aspettative internazionali”. Allo stesso tempo, molte delle mete turistiche sono chiamate ad assumere i contorni di “parchi tematici di lusso”. Ne derivano due effetti opposti, entrambi dovuti alle aspettative dei turisti (il più delle volte indotte dalle promesse pubblicitarie): da un lato, si diffondono degli standard estetici e dei servizi che fanno assomigliare molti luoghi tra loro; dall’altro, per conservare aspetti di unicità, si punta su un’ipercaratterizzazione folklorica, che induce residenti e istituzioni a recitare la parte più stereotipa di sé stessi.

La turistizzazione dell’economia

L’overturismo sposta grandi flussi di denaro, ma comporta un costo sociale per le comunità locali. Innanzitutto, le città si riconfigurano per ospitare masse di visitatori, con conseguenze fastidiose per i residenti: la mobilità si riduce, i prezzi degli immobili crescono, mentre la disponibilità di abitazioni si abbassa; in generale, il costo della vita sale. Sul piano economico, inoltre, la turistizzazione premia settori a basso valore aggiunto – impieghi stagionali e poco qualificati: camerieri, personale di servizio, ecc. – mentre va a vantaggio dei proprietari immobiliari, che affittano a prezzi superiori alla norma.

Poeti, santi, navigatori e… affittacamere

Questa discrepanza tra la rappresentazione e la realtà è stata colta appieno da Aldo Grasso sul «Corriere della Sera», in un commento alla trasmissione di Rai3 Il borgo dei borghi. Pur bellissime, le immagini di quei luoghi, osserva il critico, sono il frutto di una selezione deliberata che trasforma il Paese in un mosaico di cartoline, omettendo sistematicamente tutto ciò che è controverso, deficitario e (perché no?) brutto. La domanda che ne consegue è questa: “È vero che molti borghi sono rinati grazie a questa visibilità, resta però da capire quale futuro vogliamo per l’Italia: continuare a puntare su industria e innovazione o convertirci definitivamente alla professione di affittacamere?”.

Borghi o parchi a tema?

A molti sarà capitato di visitare dei borghi bellissimi, affollati di persone e negozietti che vendono prodotti caratteristici. Nulla di male; sennonché, al calare della notte e chiuse le serrande dei ristoranti, quei borghi sprofondano nel silenzio: pochissimi ci vivono davvero e, ben più spesso, gli esercenti fanno i pendolari. Ciò porta a chiedersi, inevitabilmente, che differenza ci sia tra quei borghi (non solo italiani, beninteso) e dei centri commerciali o dei parchi a tema. A forza poi di ipercaratterizzare un luogo, il rischio è di adulterarlo, tanto da renderlo indistinguibile da luoghi ricostruiti del tutto, come Grazzano Visconti (PC) o il Borgo medievale del Parco del Valentino a Torino.

L’insostenibilità di un lusso di massa

In un libro di qualche anno fa, Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo sottolineava il paradosso dell’overturismo. Alla lunga, il fenomeno si rivela dannoso per le comunità locali perché agisce come una monocoltura, che rende fragile l’economia (lo si è visto ai tempi del Covid). Eppure è anche il sintomo di un progresso: una larga parte del mondo può finalmente assecondare le proprie aspirazioni di viaggio. Un tempo riservato a un’infima minoranza, il viaggio è oggi lo svago preferito da miliardi di persone. La contraddizione è chiara: come rendere sostenibile questa legittima aspirazione a un lusso diventato nel frattempo di massa?

Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026

Il Vocabolario di Boccaccio (VocaBO), ora in rete e aperto a tutti

(nella foto, Cosimo Burgassi e Veronica Ricotta)

CERTALDO (Firenze) – Nel mostrare sullo schermo la pagina d’ingresso, la caporedattrice del progetto, Veronica Ricotta, tradisce l’emozione: “È come se stessimo sollevando un velo”, dice, riferendosi al momento inaugurale. A Certaldo, in via Boccaccio 18, sede della casa museo e dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio (ENGB), non è una giornata qualunque. Non solo perché siamo di Dantedì – il 28 marzo, la giornata di celebrazione nazionale di Dante Alighieri – ma anche perché si assiste al varo di un progetto ora aperto a ulteriori sviluppi e al pubblico: il VocaBO, il Vocabolario (della lingua) di Boccaccio online, è in rete (https://www.vocabo.org/#/). L’interfaccia è di cristallina essenzialità: si digita la parola (per l’occasione, Ricotta digita “selva”, in onore di Dante), si preme invio, ed ecco le forme, le attestazioni, le occorrenze delle opere del Certaldese, l’etimologia e, laddove prevista, una scheda di contestualizzazione. La squadra di Giovanna Frosini, professoressa all’Università per Stranieri di Siena e Presidente dell’ENGB, ce l’ha fatta: in meno di tre anni ha messo in piedi un’opera che unisce il massimo rigore filologico, da un lato, alla praticità e accessibilità degli esiti delle ricerche, dall’altro.

La formula di successo di Frosini e del suo gruppo sta proprio nella capacità di combinare il valore scientifico e un modo di comunicare affabile e accogliente. Come hanno sottolineato Ricotta e Cosimo Burgassi, il referente per il CNR-Istituto di Linguistica Computazionale, il VocaBO non è solo un punto di arrivo, ma anche un cantiere aperto: è l’avvio di ulteriori ricerche, alle quali anche i lettori, con le loro segnalazioni, potranno partecipare.

Il risultato è frutto di un lavoro corale. Giovanna Frosini è la coordinatrice; Veronica Ricotta la caporedattrice. Le ricercatrici impegnate nel progetto sono Ester Baldi, Leila Bencharki, Cecilia Cartoceti, Anna Aurora Clemente, Sara Di Giovannantonio, Valentina Iosco, Claudia Palmieri, Emanuela Gioia Pisco. A loro si unisce il Gruppo di ricerca KLAB composto da Burgassi, il responsabile Emiliano Giovannetti, Davide Albanesi, Andrea Bellandi, Luca Guidi, Simone Marchi e Mafalda Papini. La segreteria è gestita da Martina Dani Recchi. È incoraggiante vedere un prodotto di tale qualità nascere in Italia: insieme al Vocabolario Dantesco, è un modello di riferimento per qualunque progetto analogo dedicato ad altri grandi autori europei.

Il Piccolo di Cremona, 4 aprile 2026

Le opere di Koons sulla via Emilia, la mostra a Fiorenzuola

Superato l’Arda all’ingresso del paese ci si sente già un po’ nella mostra: uno striscione sulla soglia di Corso Garibaldi, la strada centrale di Fiorenzuola (PC) sul tracciato della Via Emilia, annuncia “Jeff Koons – Balloons & Wonders” (visitabile fino al 6 aprile). Anche diverse vetrine del centro espongono locandine e piccole sculture a richiamo dell’esposizione, che si tiene a palazzo Bertamini Lucca, sempre in Corso Garibaldi, in maestose sale affrescate. A portare le opere dell’artista newyorkese sulla Via Emilia è stata la galleria Deodato Arte, in collaborazione col Comune. Tre, le sezioni. La prima, “Antiquity”, è composta da opere in tecnica mista su carta, tele dove si stratificano immagini di statue antiche (l’“antichità” del titolo), quadri, graffiti e altre immagini. La seconda, “Gazing Ball”, è una serie di riproduzioni di quadri di artisti celeberrimi (da Giotto a Gauguin) che incastonano una sfera riflettente (“gazing ball”) blu: nell’idea dell’artista, il visitatore finisce narcisisticamente per specchiarsi anziché contemplare l’opera. Infine, si arriva al marchio di fabbrica di Koons, le sue opere più riconoscibili: i “Balloon Animals”, sculture raffiguranti degli animali fatti coi palloncini, realizzate in porcellana di Limoges.

Jeff Koons è un artista contemporaneo fortunato e controverso che non avrebbe raggiunto la fama di cui gode oggi, quotazioni astronomiche delle opere comprese, senza la vocazione di pubblicitario e venditore anche di sé stesso: nel ripercorrere la sua biografia ci si sente sempre in dovere di menzionare il suo effimero matrimonio con la pornostar Ilona Staller (un’involontaria strategia di autopromozione?). Alla base del successo, c’è invero una solida intuizione: come ha spiegato il curatore della mostra, Luca Bravo, “Jeff Koons ha scoperto che l’arte per essere potente non ha bisogno sempre di disturbare, ma forse ha bisogno anche di coccolare, rassicurare e farci sorridere”. Un artista, dunque, “organico”, come avrebbe detto Gramsci, cioè espressione di una società, quella dei consumi, che non rinnega e anzi sfrutta a proprio vantaggio. Nel susseguirsi delle sue opere, sembra di trovarsi in una versione di lusso e rutilante di quei discount non alimentari: oggettistica per la casa e il giardinaggio (le “gazing balls” sono anche un ornamento da giardino); ma anche poster, soprammobili buffi e l’occorrente per feste casalinghe, palloncini compresi. Certo alla fine ci si chiede: questo accumulo giocoso e irriverente durerà nella storia?    

Il Piccolo di Cremona, 28 marzo 2026

I maestri dell’Impressionismo in mostra a Parma

Proprio mentre la fotografia cominciava a mostrare le sue potenzialità, la pittura europea imboccò una svolta: si lasciò alle spalle i contorni ben definiti e puntò sulle sfumature, valorizzando le impressioni della luce e dei colori. Cominciava a sorgere quella sensibilità che sarebbe maturata appieno con l’Impressionismo, il cui maggiore esponente fu Claude Monet (1840-1926), di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte. Fino al 31 maggio sarà possibile ripercorrere quella storia insieme ad alcuni dei suoi protagonisti: a Palazzo Tarasconi a Parma è stata allestita la mostra 100 anni di riflessi. Gli impressionisti da Monet a Bonnard. Cento è però anche il numero di anni che, indicativamente tra il 1830 e il 1930, videro compiersi la parabola dell’Impressionismo (chiusasi idealmente proprio con la scomparsa di Monet). Negli anni Trenta dell’Ottocento, infatti, nacque in Francia un movimento pittorico, la Scuola di Barbizon, dedita soprattutto a raffigurazioni realistiche di paesaggi. La novità stilistica più rilevante, prodromo dell’Impressionismo, fu l’abbandono dello stile accademico in favore di un contatto più stretto con la realtà; ne derivò il metodo della pittura all’aperto (en plein air) e l’abbandono dei contorni netti.

La mostra si apre proprio con gli artisti della Scuola di Barbizon: Corot, Rousseau, Daubigny, Millet. Colpisce vedere come una congerie apparentemente caotica di pennellate si trasformi in figure realistiche: nuvole bordate di luce, fronde mosse dal vento, luci tremolanti sull’acqua. Tale sensibilità si sarebbe trasmessa anche a Monet. In mostra sono presenti Tempête à Sainte-Adresse(1857 ca.) e Les Pêcheurs de Poissy, a lui attribuito (1882 ca.). Rappresentano due poli della sua attività: la resa ancora naturalistica da un lato e la frammentazione del tratto a vantaggio della resa impressionistica dall’altro. Quest’evoluzione anima la seconda parte della mostra, con opere di Eugène Boudin (maestro di Monet), Alfred Sisley, Paul César Helleu, Johan Barthold Jongkind, Henri Gervex, Giovanni Boldini. Le ultime due opere esposte sono la soglia di un’epoca nuova: una piccola litografia di Van Gogh (Sulla soglia dell’eternità o, anche, Vecchio con la testa tra le mani) e una veduta di Cannet di Pierre Bonnard, in cui i colori mediterranei, poco realisticamente tenui e freddi, dicono più dello stato d’animo del pittore che della realtà davanti agli occhi.

La mostra è curata da Stefano Oliviero, prodotta da Navigare S.r.l. e realizzata col patrocinio della Provincia di Parma. Sobri i cartelli didascalici; una scelta non scontata: data la gloriosa popolarità dell’Impressionismo, la retorica avrebbe potuto abbondare.

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

Quando si parla di clima Cremona è sempre in fondo

(Foto di Joe da Pixabay)

Il Sole 24 Ore ha stilato l’apposita classifica con i dati di 3BMeteo. La città del Torrazzo occupa la 101ª posizione su 107. Negli ultimi 15 anni estati più calde e aria stagnante.

Nella classifica del clima delle città italiane c’era di aspettarsi che Cremona non si trovasse nelle prime posizioni e forse nemmeno sorprende che la città figuri tra le ultime: stando ai dati di 3BMeteo, rielaborati dal «Sole 24 Ore», su un totale di 107 città, Cremona occupa la 101° posizione, davanti ad Asti e dopo Piacenza. Vediamo più da vicino alcuni dati, compresi quelli che ci hanno condotto così in basso alla classifica. La rielaborazione dei dati è a cura di Marco Guerra dell’ufficio studi e analisi del «Sole 24 Ore» e Marina Caporlingua, ed è consultabile sulla piattaforma Lab24.

Il caldo estivo è sempre più insopportabile

Innanzitutto, l’impressione che la città sia sempre più calda è confermata dai dati: negli ultimi 15 anni la temperatura media di Cremona è aumentata di 2,6°C, in linea con le città vicine quali Brescia (+2,7°C), Mantova e Piacenza (+2,8°C). A pesare in questo senso sono certamente le giornate di caldo estremo, caratterizzate da una temperatura massima superiore ai 35°C: si passa da una media di 1,7 nel 2010 agli attuali 19,3. Passano poi da 50 a 74 le cosiddette notti tropicali (temperature notturne superiori ai 20°C). A farsi notare rispetto alla media del nord Italia sono le ondate di calore cremonesi (cioè tre giorni consecutivi con temperature superiori ai 30°C): da 13 a 21, mentre la media del Nord Italia è di 18,5. Le ondate di calore pesano non poco nel portarci in fondo alla classifica, anche perché bisogna aggiungere il basso punteggio totalizzato nel caso di una voce che è un’entità quasi mitologica per i cremonesi: la brezza estiva.

Non ci sono più gli inverni di una volta

Dall’altro lato, è impressionante constatare anche che l’incidenza delle temperature minime è molto diminuita: negli ultimi 15 anni, le giornate con una temperatura percepita inferiore ai 3°C sono passate da 37 a 5. Anche in questo caso, la percezione di inverni più miti è decisamente suffragata dai dati. Ciononostante, le giornate molto fredde hanno ancora un certo peso nel tenere Cremona in fondo alla classifica, dal momento che sono comunque più frequenti nel centro della Pianura Padana che nel resto d’Italia, Nord compreso. Il numero delle gelide giornate padane, insomma, diminuisce, e di parecchio, ma non abbastanza da farci diventare una tiepida meta invernale; anche perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire uno sconvolgimento climatico che nessuno si augura.

L’aria che non circola

Sappiamo che uno dei problemi maggiori di Cremona sta nella scarsa qualità dell’aria. In questo senso, la circolazione dell’aria non aiuta, benché la città non si trovi (come ci si potrebbe aspettare) nelle ultime posizioni: i lassi di tempo di 4 giorni caratterizzati da aria stagnante – vento inferiore ai 5 km/h, nemmeno 1 mm di pioggia e zero nebbia – sono passati da 50 a 83. Ma per contestualizzare questo dato, va precisato che nel calcolo non sono inseriti (come accennato) i giorni di nebbia: in questo caso, conosciamo ben pochi rivali, peraltro tutti localizzati alle nostre stesse latitudini; peggio di noi, infatti, fanno solo Lodi, Alessandria, Pavia, Ferrara e Rovigo. E le precipitazioni? La media dei giorni consecutivi senza pioggia è salita di circa una giornata; a calare è invece l’intensità pluviometrica, cioè la quantità di pioggia caduta in una giornata: 11,6 mm contro gli oltre 14 circa di 15 anni fa. Senza grandi sorprese, Cremona se la cava maluccio con l’umidità relativa, con 195 giorni all’anno fuori dal cosiddetto “comfort climatico” (cioè un’umidità compresa tra il 30 e il 70%).

Difetti e qualche pregio del clima cremonese

Frequenti ondate di calore, pochi agenti mitiganti d’estate, scarsa circolazione dell’aria, presenza non così infrequente della nebbia e qualche giornata ancora piuttosto fredda d’inverno: ecco le ragioni che, messe insieme, paiono rendere il clima di Cremona tra i meno attraenti d’Italia. Pur in una delle valli più fertili d’Europa, la città non gode abbastanza né del sole mediterraneo (che già spostandosi a Mantova splende giusto qualche ora in più), né della mitigazione che offrirebbe la vicinanza di qualche catena montuosa o del mare. Si tratta, comunque, più di una combinazione di fattori che di veri primati. Inoltre, bisogna riconoscere che Cremona vanta comunque una certa tranquillità sotto il profilo delle precipitazioni: sono sufficienti a scongiurare le siccità peggiori e, al tempo stesso, sono meno intense e disastrose che in altre zone d’Italia. Pur essendo una magra consolazione, anche per un aspetto relativo all’aria la città è posizionata bene: da noi, le raffiche di vento forti e pericolose sono una rarità.

Detto ciò, forse si sarà curiosi di sapere chi si posiziona ancora peggio che noi? Nelle ultime posizioni ci sono Caserta, Belluno, Terni e Carbonia (nel sud della Sardegna): tra ondate di calore e venti estremi, lì il clima e il cambiamento climatico picchiano ancora più duro.   

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026