La salita alla Cupola per ammirare gli affreschi di Guercino

Le salita alla cupola del Duomo di Santa Maria Assunta di Piacenza era una pratica che ogni tanto veniva concessa agli studenti d’arte: solo da vicino si possono ammirare i dettagli della maestosa opera del Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666), pittore che invero si era soprattutto formato nell’arte figurativa su tela. Il suo lavoro seguì quello del collega Morazzone, morto prima di aver terminato l’opera. Ne risulta una calotta scandita da otto spicchi (sei realizzati da Guercino, due da Morazzone), ciascuno dei quali ospita un profeta troneggiante. Al di sotto delle lunette segnate dagli spicchi, sempre Guercino dipinse scene bibliche e raffigurò otto sibille. I maestosi affreschi possono essere ancora oggi contemplati da vicino: il sabato e la domenica, e anche gli altri giorni ma solo su prenotazione, è possibile prendere parte alle salite alla Cupola del Guercino. L’iniziativa (che durerà sino al 31 agosto prossimo) è frutto della collaborazione di tre enti: Comune di Piacenza, Banca di Piacenza e Diocesi di Piacenza e Bobbio; le visite, invece, sono a cura della cooperativa piacentina Cooltour.

La salita non è troppo faticosa dal punto di vista fisico, benché si proceda attraverso passaggi talora stretti, compresa la galleria colonnata dalla quale si ammirano gli affreschi. Nel corso della visita, si può apprezzare anche il panorama sulla città, così come i lavori lignei di rifacimento del tetto. Un’eventuale gita a Piacenza potrebbe completarsi con altre due tappe. La prima è al Museo della Cattedrale di Piacenza (“Kronos”), da cui partono le salite alla Cupola: vi si può ammirare, tra le altre cose, il “Libro del maestro” o “Codice 65”, un libro di circa 450 pagine – di fatto, un atlante liturgico e del sapere – realizzato intorno alla metà del XII secolo. Interessanti sono anche le riproduzioni digitali animate delle formelle del Duomo, raffiguranti alcuni dei mestieri più tipici di allora. Inoltre, analogamente a quella del Guercino, sostenuta sempre dagli enti di cui sopra, Cooltour organizza delle salite a un’altra cupola affrescata, cioè quella del Pordenone, sita nella basilica piacentina di Santa Maria di Campagna. Infine, al Museo della Cattedrale, ci fanno sapere, dovrebbe cominciare a breve un nuovo ciclo di salite al campanile di Santa Maria Assunta.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026

Un thriller ai confini con l’horror: 35 anni del “Silenzio degli innocenti”

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

14 Febbraio 1991: esce nelle sale “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme

Vedere al cinema un thriller ai confini dell’horror fu per molti un modo certamente originale per festeggiare il San Valentino di 35 anni fa: proprio il 14 febbraio del 1991 usciva nelle sale americane “Il silenzio degli innocenti” (“The Silence of the Lambs”). Diretto dal regista Jonathan Demme, il film è tratto da un omonimo romanzo di Thomas Harris, sèguito di “Il delitto della terza luna” (“Red Dragon”), già alla base di un film, ma di scarso successo (“Manhunter”, 1986, di Michael Mann). La storia è nota: la recluta dell’FBI Clarice Starling (Jodie Foster) viene coinvolta nelle indagini su un serial killer (Ted Levine) che uccide e scuoia le sue vittime. Starling ha il compito di convincere a far collaborare al caso uno psichiatra e criminologo da anni chiuso in carcere: è il pluriomicida e cannibale dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) che, pur a carissimo prezzo, mette la polizia sulla buona strada.

Il film si è rivelato fondativo per il suo genere. Sul “Guardian”, Scott Tobias cita le luci di Tak Fujimoto, le musiche di Howard Shore e la scelta registica di adottare il punto di vista di Starling/Foster; donna caparbia, intelligente e attraente, rovescia lo stereotipo della vittima: a dare la caccia all’assassino è lei, pur essendo alle prese con un mondo maschilista e un lavoro raccapricciante. E proprio nei momenti di difficoltà, “mentre brancola, figurativamente e letteralmente, nel buio” (Tobias), sentiamo l’intensa umanità del personaggio. Rimasto impresso nell’immaginario collettivo, pur comparendo nel film per nemmeno 25 minuti, è però soprattutto Hannibal Lecter, con la sua elegante e spietata capacità di analisi, lo sguardo intenso e folle, e la tenuta in camicia di forza e museruola (molto parodiata, proprio perché impressionante).

Sul “Corriere della Sera”, Arianna Ascione ha raccolto alcune curiosità: Hopkins improvvisò durante la scena del primo incontro tra Starling e Lecter; in particolare, lo fece quanto giudica sprezzantemente l’aspetto e l’accento dell’agente, e quando riproduce il sorseggio del Chianti col quale dice di aver accompagnato un pasto a base di carne umana. Si spiega anche così l’autentico spiazzamento di Foster che, come Hopkins, dialogando guarda in camera: una delle idee innovative del regista, spiega il critico Gabriele Niola; che racconta anche che il ruolo di Lecter venne offerto a Sean Connery e rifiutato sdegnosamente. Hopkins, attore perlopiù teatrale, invece, ci si buttò a capofitto, guadagnandosi un meritatissimo Oscar, il quinto dei cinque vinti dal film (miglior film, attrice protagonista, regista e sceneggiatura): la sua recitazione, controllatissima, fece di Hannibal Lecter un archetipo dei serial killer di finzione.

Sia l’assassino ricercato da Starling sia Lecter furono ideati ispirandosi a serial killer reali, soprattutto a Ed Gein, modello anche per il Norman Bates di “Psycho” e per il Leatherface della saga di “Non aprite quella porta”. Sull’omicida interpretato da Ted Levine, soprannominato Buffalo Bill, mostrarono già allora delle rimostranze le associazioni LGBT, in quanto il personaggio dichiara di voler intraprendere un percorso di transizione sessuale. Invece, sempre tra le curiosità (citate da Ascione e Niola), ce ne sono almeno tre che riportiamo volentieri: sul dorso della falena della locandina compare la foto di Philippe Halsman e Salvador Dalí “In Voluptas Mors”; il suono del sorseggio del Chianti (di cui sopra) è stato ispirato a Hopkins da un vecchio film su Dracula; la distribuzione delle videocassette del film sostituì la promozione del film, dato che la casa produttrice (Orion Pictures) non poteva permettersi di allestire le proiezioni.   

Il Piccolo di Cremona, 14 febbraio 2026

Lingue e dialetti in Italia: i nuovi dati dell’Istat

(Foto di RyanMcGuire da Pixabay)

Ragionare di lingue significa sempre ragionare anche sulle persone che le adoperano. Perciò, è doppiamente interessante l’ultimo rapporto Istat sull’“Uso della lingua italiana dei dialetti e delle lingue straniere”.

L’uso esclusivo dell’italiano avanza

Il primo dato interessante è che in un decennio (2014-2024) l’uso esclusivo o prevalente dell’italiano è cresciuto parecchio: dal 40 al 48%. Ciò sorprende perché, nei 20 anni precedenti (grossomodo dagli anni ‘90 al primo decennio del 2000), la quota era rimasta stabile. Si conferma comunque il fatto che l’uso del solo italiano domina soprattutto tra i giovani e giovanissimi: 67,3% tra chi ha tra i 6 e i 24 anni; mentre l’uso esclusivo del dialetto in famiglia ormai riguarda solo il 2,7% per quella fascia d’età. In tal senso – ma anche per spiegare l’accelerazione del fenomeno – possiamo addurre almeno quattro ragioni: 1) l’intenzione dei genitori di facilitare l’apprendimento della lingua (sicché chi cresce in una famiglia coi genitori che parlano tra loro l’italiano lo parlerà nel 96% dei casi); 2) lo scarso prestigio del dialetto, da molti considerato un modo un po’ rozzo di esprimersi; 3) l’azione della scolarizzazione in un’età cruciale per lo sviluppo; 4) la situazione multiculturale nelle scuole, con quote crescenti di studenti di origine straniera.

Il dialetto resta vivo, ma accanto all’italiano

Come se la cava il dialetto? Considerando un arco di tempo più ampio, dal 1988 al 2024, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è progressivamente sceso: dal 32 al 6,9%. Anche questo è un dato significativo, giacché la famiglia è il luogo per eccellenza dove si parla il dialetto. L’uso esclusivo della parlata locale è sceso notevolmente anche nel contesto amicale (dal 26,6 all’8%) e con gli estranei (dal 13,9 al 2,6%). Meglio però non affrettarsi a dichiarare il dialetto in via d’estinzione: il suo uso è ancora diffusissimo nelle famiglie, nel 42% dei casi, benché lo si alterni con l’italiano. Questa coabitazione non deve stupire: oltreché nell’istruzione, la lingua nazionale è presente ovunque, dagli uffici pubblici ai luoghi di lavoro, ed è la lingua sia dei media sia della maggioranza delle opere scritte. Gli italiani allora, quando lo conoscono, continuano volentieri a usare il dialetto; ma non possono fare a meno di affiancargli l’indispensabile conoscenza dell’italiano.

Cresce il numero di parlanti madrelingua stranieri

L’arrivo di un numero crescente di stranieri spiega la quota crescente dell’uso di lingue diverse dall’italiano e dai dialetti in ambito familiare: nel periodo 2014-2024 si è passati dal 6,9 al 7,7%. Che dei genitori stranieri decidano di trasmettere la loro lingua ai figli parlandola in casa è un diritto sacrosanto e, infatti, avviene nel 61,5% dei casi. Inoltre, quasi il 40% dei non madrelingua italiani parla soltanto la propria lingua anche con gli amici; e nel 18% dei casi anche con gli estranei. E però, come si legge nel rapporto dell’Istat, questi comportamenti linguistici (in particolare il secondo) “rappresentano un ostacolo rilevante alla piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono”. Tuttavia, a livello aggregato, l’uso di una lingua straniera in tutti gli ambiti della comunicazione riguarda solo l’1,5% della popolazione. Anche questo dato non va sottovalutato: dal 2006 al 2024 il numero di madrelingua stranieri è passato dal 4,1 al 10,7%; nonostante ciò, in moltissimi casi l’italiano diventa poi una lingua usata sia con gli estranei sia con gli amici. Insomma, almeno in parte l’integrazione linguistica funziona.

Differenze sociali e territoriali

Torniamo ora al rapporto tra l’italiano e i dialetti. Il modo di parlare degli italiani cambia notevolmente in base al livello di studio, alla condizione sociale e alla zona geografica. In famiglia il 20% di chi ha una licenza media o un titolo inferiore parla solo dialetto; la quota scende al 2,7% nel caso dei laureati. Inoltre, l’italiano come sola lingua parlata a casa è molto più frequente tra chi è dirigente, imprenditore e libero professionista (67,9%), piuttosto che tra chi è operaio (43%). Un’altra prevedibile frattura riguarda il Nord e il Sud: nel Nord e nel Centro in famiglia prevale l’italiano esclusivo, che cede però il passo a una combinazione col dialetto in Veneto, nella provincia di Trento e nelle Marche; va detto che la Toscana e il Lazio fanno caso a parte, data la vicinanza tra le parlate locali e l’italiano. Nel Sud, a casa, prevale il dialetto in alternanza con l’italiano, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania. Nondimeno, il ricorso esclusivo all’italiano nel Mezzogiorno è cresciuto molto più rapidamente che altrove: +11,8% in dieci anni.  

Il Piccolo di Cremona, 7 febbraio 2026

Si scrivono sempre più libri e se ne leggono sempre meno

(Foto di Pexels da Pixabay)

I libri sono un classico regalo di Natale, versatile anche per il resto dell’anno. Ma i libri sono anche un business: sapreste quantificarne le dimensioni?

Quanto vale il mercato librario italiano?

L’AIE (Associazione Italiana Editori) dà dei numeri precisi: nel 2024 il settore ha fatturato un totale di 3,234 miliardi di euro. Il grosso delle vendite, pari a 1,735 miliardi di euro, sono dovuti alle vendite dei prodotti generalisti (non destinati cioè a un pubblico specifico) attraverso i più vari canali di vendita: le librerie, i supermercati, le fiere e gli store online (e-book compresi); questo segmento di mercato è detto trade. Un contributo tutt’altro che da sottostimare arriva dall’editoria scolastica: 790 milioni di euro. Segue poi l’editoria professionale, 557 milioni, e quella universitaria, 155 milioni. A completare il quadro ci sono le vendite alle biblioteche (63 milioni) e all’estero (53 milioni). Rispetto al 2023, il fatturato del 2024 è in calo dell’1,4%. Questa traiettoria sembra confermarsi anche per quest’anno: sempre l’AIE, riprendendo i dati del NielsenIQ BookData Panel Market Libri Italia, parla di una contrazione del mercato del 2% sui primi dieci mesi del 2025.

Si scrivono e pubblicano sempre più libri

Se state leggendo queste righe non è così improbabile che nel prossimo conteggio sia incluso anche il vostro, di libro. Nel 2024 sono stati pubblicati 85.872 titoli a stampa; la maggiore concentrazione è nel mercato trade (80%), cui segue il self-publishing (16%) e l’editoria scolastica (4%). A questi numeri, però, vanno aggiunti 37.659 e-book. Per i lettori italiani, l’offerta di libri non è mai stata così ricca: stando all’AIE, il “catalogo vivo” al quale possono attingere è arrivato alla cifra di 1,53 milioni di titoli. Tornando invece al numero di nuove pubblicazioni all’anno, un numero così elevato non deve stupire: già nel 2022, l’ISTAT ne conteggiava 102.987, comprendendo le auto-pubblicazioni. Solo quell’anno, ad aver scritto un libro erano state 17 persone ogni 10mila abitanti. Questo boom di pubblicazioni, però, avviene in un paese dove la lettura non è così popolare: sempre nel 2022 meno del 40% degli italiani con più di 6 anni aveva letto almeno un libro per ragioni non strettamente scolastiche o professionali.

La maggior parte degli italiani è composta da lettori “deboli”

Il dato diventa un po’ più confortante, benché non esaltante, se torniamo al report dell’AIE, in particolare all’Osservatorio AIE sulla lettura: gli italiani tra i 15 e i 74 anni che hanno letto un libro (“anche solo in parte”) sono il 73% della popolazione. Si considerino però due aspetti: nel conteggio è inserito, evidentemente, anche chi è costretto a farlo (dalla scuola alla formazione professionale); e comunque resta quel 27% della popolazione che non solo non legge, ma nemmeno apre un libro. Si ripropone anche qui, peraltro, l’ennesima divisione tra il Nord e il Sud della Penisola: nel Centro Nord ha letto almeno un libro l’anno il 77% della popolazione; nel Sud e nelle Isole si scende al 62%. Tornando ai dati ISTAT del 2022, si può constatare come l’hobby della lettura occupi un posto residuale nelle giornate degli italiani: “Il 17,4% delle persone di 6 anni e più sono lettori “deboli” (leggono al massimo 3 libri in un anno), il 15,4% lettori “medi” (3-11 libri in un anno). Solo il 6,4% sono, infine, lettori “forti” (almeno 12 libri nell’ultimo anno)”.  

Una minoranza di titoli domina il mercato

Se è vero che il numero di libri pubblicati ogni anno in Italia è gigantesco, il mercato però ha la forma di un collo di bottiglia che si restringe parecchio. Come fa notare il “Post” – che utilizza i dati dell’AIE, incrociandoli con quelli di vendita certificati dall’istituto GFK – solo 3.254 titoli hanno superato le 2mila copie. In altri termini, arrotondando un po’ le cifre per dare un ordine di grandezza, nel 2024 “oltre 80 degli 85 mila libri pubblicati [avrebbero venduto] meno di 2mila copie”. Se guardiamo ai bestseller, il collo si restringe inesorabilmente: nel 2024 solo tre autori col loro libro hanno superato le 200 mila copie (Aldo Cazzullo, Joël Dicker e Valérie Perrin). Sopra le 100 mila copie sono andati solo 13 titoli (tra quelli citati dal “Post”, gli autori sono bestselleristi ben noti come Donato Carrisi, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, Zerocalcare e Fabio Volo). Quelli che poi vendono tra le 50 e le 100 mila copie sono invece circa 30 autori. In Italia, il club di chi campa solo scrivendo libri – proviamo a ipotizzare – potrebbe stare seduto comodamente in un’aula da meno di 100 posti.    

Il Piccolo di Cremona, 24 dicembre 2025

Il “Terzo Paradiso” abbraccia Kharkiv

Foto di Alessandro Alliaudi, ambasciatore del Terzo Paradiso

C’è stato un abbraccio, simbolico e concreto, tra l’Ucraina e l’Italia all’insegna dell’arte, di cui poco si è parlato e che vale la pena rievocare. Il luogo dove è avvenuto, Kharkiv, è vicino alla linea del fronte: è la seconda città dell’Ucraina (poco più di 1,5 milioni di persone), occupata nelle prime settimane dell’“Operazione speciale” e poi riconquistata dall’esercito ucraino. A ottobre l’Università Beketov di Economia Urbana è stata testimone di un evento artistico ideato da Paolo Naldini, direttore della onlus Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, e il Mean (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), fondato da Riccardo Bonacina, Angelo Moretti, Marianella Sclavi e Marco Bentivogli. Titolo dell’iniziativa: Terzo Paradiso, opera grafico-concettuale che rilegge il simbolo matematico dell’infinito (∞) e inserisce tra i due cerchi (simboli di natura e artificio) un terzo, che rappresenta una rinascita. L’opera è liberamente riproducibile e interpretabile, previa autorizzazione del creatore, Michelangelo Pistoletto.

Gli studenti e i docenti dell’università di Kharkiv, insieme a una delegazione di volontari italiani, hanno realizzato un murale ispirato alla creazione dell’artista sulla parete di un corridoio dal valore simbolico: come scrive Doriano Zurlo, autore per Vita di un articolo sull’evento e referente per la comunicazione del progetto Giubileo in Ucraina, quel corridoio “collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte rimasta illesa”. L’evento si è poi trasformato in una mostra: gli studenti di arte hanno reinterpretato l’opera con materiali, soggetti e sensibilità diverse. Allo stesso tempo, veniva proiettato un video dell’artista – realizzato per l’iniziativa e indirizzato agli studenti ucraini – nel quale Pistoletto ricordava l’importanza della creatività per quella “pace preventiva” che impedisce agli uomini “di mangiare altri uomini”. 

Come ci racconta Doriano Zurlo, testimone diretto, “L’evento è stato molto sentito: ha coinvolto i docenti, il rettore e gli studenti della parte artistica (l’università si occupa di urbanistica anche sul versante estetico). L’opera di Pistoletto è un’opera studiata per essere riprodotta: ce ne sono esempi ad Assisi, New York e in giro per il mondo (alcuni realizzati con la land art)”. Zurlo ci parla poi del coinvolgimento, commovente, degli studenti: “Dell’attenzione di un grande artista si sono sentiti onorati. La sensibilità artistica degli ucraini, del resto, è profonda: alcuni artisti hanno decorato persino i bossoli e le ogive dei proiettili sparati. Gli ucraini possiedono poi una grande forza reattiva: l’università è stata bombardata più volte e, nonostante ciò, la struttura è stata ricostruita immediatamente. C’è un fortissimo senso di dignità e di appartenenza all’Ucraina, in una città, Kharkiv, dove gli abitanti peraltro parlano il russo”.

Il Piccolo di Cremona, 20 dicembre 2025

Scatti d’autore di McCurry esposti a Parma

(Nella foto: una sala allestita con alcuni ritratti di Steve McCurry a Palazzo Pigorini a Parma.)

PARMA – Ma sì che la conoscete: Sharbat Gula era la ragazza (oggi è una donna, ormai) ritratta nella più celebre delle fotografie di Steve McCurry, “Ragazza afgana”, l’immagine di un volto che – incorniciato da un velo rosso sdrucito – incastona lo sguardo intensissimo di due occhi smeraldini. Non poteva mancare la riproduzione di questa fotografia alla mostra “Steve McCurry. Orizzonti lontani”, allestita a Palazzo Pigorini a Parma. L’esposizione, a cura di Biba Giacchetti con il Team Mostre di Orion57, è stata organizzata da Artika (col patrocinio del Comune di Parma) e sarà visitabile sino al 12 aprile dell’anno prossimo.

Oltre al celeberrimo scatto – celebratissima copertina di un National Geographic del giugno 1985 – compaiono altre foto immortali: i monaci cinesi buddisti appesi a testa in giù; un treno, due macchinisti e sullo sfondo il Taj Mahal; le raccoglitrici velate in Yemen; le rovine di Angkor in Cambogia, e molte altre (alla mostra sono dedicati due piani del Palazzo). McCurry è stato un fotografo con una forte predilezione per il sud del mondo, in particolare per l’India e il Sud Est asiatico. Altre foto memorabili, sempre dall’India, ritraggono un muro con delle impronte di mani e la figura di spalle di un bambino che sgattaiola via; il volto di un bambino interamente coperto di pigmenti rossi; un ragazzo, anche lui ricoperto di pigmenti, in questo caso verdi, che si abbandona a braccia aperte, sorretto da una schiera di compagni; il Taj Mahal riflesso nel laghetto prospiciente, con le acque mosse da un uomo alla ricerca di qualcosa. Tanti sono i volti, tra i quali quello di copertina della mostra, appartenente a un anziano mago della tribù musulmana indiana dei Rabari, con una barba arancione tinta di henné.

Nonostante qualche scatto ci risulti meno esotico – le Twin Towers appena abbattute o alcune immagini del post-tsunami del 2011 in Giappone – la mostra parla quasi sempre di mondi che ci sono lontani; perciò, le didascalie e la guida audio (gratuita e scaricabile via QR code) sono uno strumento necessario per comprendere il senso di ciò che si ammira. Se ci si sofferma a guardare, leggere e ad ascoltare, si viene a sapere come il lavoro di McCurry possa essere sia il frutto di un’attesa che dure ore, sia una fugace e fortunosa circostanza. Il compito del fotografo, del resto, non è soltanto scegliere il soggetto e il punto di vista, bensì anche trovarsi nel posto giusto e al momento giusto. Questa condizione proverbiale, nondimeno, va guadagnata con l’esercizio della pazienza e la prontezza. Nel caso dei ritratti, non può mancare inoltre l’intesa tra il soggetto e il fotografo: solo se c’è un contatto emotivo tra loro è possibile fare sì che quelle immagini, pur restando mute, ci parlino.

Il Piccolo di Cremona, 13 dicembre 2025

Quando tra i dialetti padani non c’erano confini

La storia dei dialetti italiani è affascinante e piena di interrogativi. È difficile sapere quale lingua effettivamente parlassero i nostri avi e anche le classificazioni sono ingarbugliate; per dire: quando finisce un dialetto e ne comincia un altro? Da 25 anni il glottologo Daniele Vitali gira in lungo e in largo l’Emilia e le regioni limitrofe, portando con sé un questionario e un registratore, due ferri del mestiere fondamentali del dialettologo. Tra le sue pubblicazioni – frutto di questo indefesso lavoro teorico e sul campo – compaiono ben 4 volumi dedicati alle interazioni dei dialetti emiliani con le parlate di Liguria, Toscana, Umbria e Marche. Di recente, Vitali è tornato in una zona importante per le sue ricerche: l’area di Casalmaggiore (guarda caso, una zona di confine). Già nel 2003, Vitali aveva studiato il dialetto maggiorino e casalasco, intervistando alcuni parlanti; qualche mese fa ha realizzato delle nuove interviste, interpellando alcuni “informatori” dialettofoni: Giacomo Marchetti (Torricella del Pizzo); Paolo Zani (Casalmaggiore); Claudio Chiesa (Vicobellignano); Argia Gorla e Teresina Benazzi (Gussola). I risultati che sono emersi potrebbero riscrivere un pezzo della storia dialettologica del Nord Italia.

Torniamo ora indietro di molti secoli. Come spiega Vitali, “è probabile esistesse un antico modo di parlare della Pianura padana, nel quale (come accade anche oggi in inglese) si distinguevano le vocali lunghe da quelle brevi”. “In Emilia-Romagna – prosegue – il sistema si è evoluto: in bolognese, ad esempio, la “a” lunga accentata in sillaba aperta latina (sillaba dove la vocale era seguita da una sola consonante) ha assunto un suono simile a quella di una “e” aperta. In Romagna, invece, la medesima vocale ha dato come esito dei dittonghi (cioè due vocali, ndr)”. Questo fenomeno si pensa che abbia avuto origine a Ravenna – già capitale imperiale e poi caposaldo bizantino in Italia – per poi diffondersi nel resto della regione. Tuttavia, la diffusione non si era limitata all’Emilia: “Anche a Viadana avevo avuto modo di ascoltare pronunciare la “a” più simile a una “e” (dunque, una palatalizzazione della vocale). Si poteva pensare fosse un’influenza emiliana; sennonché il fenomeno si riscontra anche a Gussola, fatto strano giacché nel mezzo c’è Casalmaggiore, dove questo fenomeno si verifica in modo residuale. L’influenza emiliana, poi, è difficile da dimostrare: a differenza di Casalmaggiore, Gussola non è direttamente collegata all’Emilia”.

Per cercare di far tornare i conti, Vitali propone allora questa ricostruzione: “Credo che quel modo singolare di pronunciare la “a” come “e” aperta fosse probabilmente l’antico modo di parlare di Casalmaggiore, poi arretrato un po’ dovunque. Quel modo, però, non solo ha lasciato alcuni segni nella parlata maggiorina e viadanese: nel dialetto di Gussola è stato conservato in pieno, sicché oggi lo si considera un segno identitario”. Fin qui, siamo rimasti all’ambito locale; arriviamo perciò ora all’intuizione che porta a estendere il raggio dell’analisi ben oltre: “Non ho la pretesa di avere una riposta definitiva – afferma Vitali – ma è possibile fare un’ipotesi. Partiamo da un dato di fatto: l’avanzamento della “a” (pronunciata più similmente a una “e”) è presente anche in altre province lombarde; in particolare in alcune frazioni della Val Chiavenna (Sondrio) e nel Canton Ticino. È un fenomeno in regressione, va detto, ma si collega a un’altra lingua dell’arco alpino, cioè il romancio”. Questo fenomeno non ha lasciato tracce solo nello spazio, bensì anche nel tempo: “Senza scendere troppo nei dettagli, se ne rilevano delle tracce anche in certi testi della letteratura milanese del Seicento”. Ecco allora che proprio il caso di Gussola è un indizio che porta a formulare un’ipotesi riguardante l’intera area emiliano-lombarda: “Potremmo essere davanti a un importante indizio: ossia che anche in Lombardia fosse cominciato questo fenomeno, che si è sviluppato in Emilia e che in Lombardia invece non ha avuto la medesima fortuna”.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

“Il Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”, la mostra al Museo Diocesano di Cremona

(nella doto, da destra: don Gianluca Gaiardi, Francesco Ceretti e Filippo Piazza)

Nacque a Ferrara intorno al 1466 (la data non è sicura) e lì crebbe. Tuttavia, si sentì sempre cremonese: lo dimostra il fatto che Boccaccio Boccaccino si firmò tale (“cremonensis”) fin dalla sua prima opera; e proprio a Cremona fu attivo per lunghi periodi, soprattutto dal 1506 al 1525, data della sua morte. Di questo e molto altro si è parlato durante la conferenza “Dentro Boccaccino: riflessioni in margine alla mostra”, tenutasi nella Sala Bolognini del Palazzo della Diocesi (area da poco ristrutturata nell’ambito dei lavori legati al Museo Diocesano). A tenere la conferenza sono stati Francesco Ceretti (Università degli Studi di Pavia) e Filippo Piazza (Soprintendenza ABAP Brescia e Bergamo), presentati dal rettore della Cattedrale, don Gianluca Gaiardi. I due studiosi, Ceretti e Piazza, sono altresì i due curatori della mostra allestita al Museo Diocesano di CremonaIl Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”. Visitabile fino all’11 gennaio, accoglie opere di Boccaccino provenienti sia dalla collezione del Museo stesso, sia da altri prestigiosi musei, come gli Uffizi e Capodimonte. Nell’esposizione, compare anche uno degli acquisti più recenti del Museo: un ampio frammento di una pala d’altare, custodita un tempo nella chiesa cremonese di San Pietro al Po; dopo l’acquisto il frammento, peraltro, è stato sottoposto a un importante restauro.

Nella relazione dei curatori sono stati illustrati due aspetti dell’opera di Boccaccino: da un lato la sua biografia artistica, dall’altro il lavoro di interpretazione, attribuzione e restauro delle sue opere. La vita di Boccaccino si svolse prevalentemente nel Nord Italia, tra Cremona, Ferrara e Venezia. Artista conteso dalle corti rinascimentali, si macchiò però dell’assassinio della sua compagna (ci sono dubbi, infatti, che si trattasse della moglie); fu questo il più probabile motivo che lo spinse a riparare a Venezia, dove ebbe modo di confrontarsi con la scuola pittorica veneta, di cui facevano parte artisti come Bellini e Giorgione (a cui si sarebbe poi aggiunto Tiziano). Tra i molti argomenti introdotti dai curatori, le questioni interpretative sono le più avvincenti. Ad esempio, la celeberrima Zingarella (in mostra) non raffigura certamente una gitana: il nome viene dal fatto che così era stata inventariata nel tardo 1600, in ragione degli abiti “alla turca”; l’ipotesi avanzata dai curatori è che potrebbe trattarsi di una Maria Maddalena, viste alcune analogie col modo di raffigurare lo stesso soggetto in quegli anni. Altro caso difficile riguarda il San Matteo (in mostra): data la foggia orientaleggiante degli abiti, nonché una misteriosa figura che fa capolino dallo sfondo, potrebbe trattarsi dell’antico profeta Sofonia.

Come hanno spiegato i curatori, la mostra è stata anche un’occasione per una ricerca approfondita e inedita sull’artista; una ricerca che non finisce qui: alcune delle scoperte sono così recenti da non essere state ancora registrate nel catalogo (lo strumento comunque migliore per orientarsi nel lavoro dietro l’esposizione). Questa mostra, dunque, potrebbe diventare memorabile. In primo luogo, grazie all’ultima acquisizione – operazione da cui è nata l’idea della mostra – il Museo Diocesano è diventato la collezione più ricca di opere di Boccaccio Boccaccino. In secondo luogo, l’evento contribuisce a rinnovare l’interesse per la ricerca sull’artista, sul quale resta ancora parecchio da scoprire.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

Fertilità in calo: la ricetta che arriva dal Giappone

(Foto di Sofia Terzoni da Pixabay)

Il sindaco di Nagareyama, periferia di Tokyo, in carica dal 2003, ha invertito la tendenza grazie a una politica pro famiglie che ha trasformato un dormitorio in luogo attrattivo.

Se si guardano le proiezioni demografiche dell’ONU, c’è di che impressionarsi: di questo passo, l’Italia potrebbe passare dai poco meno degli attuali 59 milioni di abitanti a poco più di 52 milioni nel 2050; mentre nel 2100 la popolazione potrebbe arrivare a ridursi a 35 milioni (più o meno la popolazione della Penisola a fine Ottocento). Certo, non siamo i soli. Prendiamo il caso del Giappone, che assomiglia all’Italia più di quanto si pensi: non solo l’economia stagna ormai da diversi anni, ma la popolazione nipponica si contrae rapidamente; le previsioni indicano che, dagli attuali 126 milioni, si rischia di arrivare a 105 milioni nel 2050 e a 78 milioni nel 2100. Proprio perché il Paese dell’estremo oriente ci assomiglia tanto, è interessante considerare il caso di una cittadina che è riuscita, sorprendentemente, a invertire il calo del tasso di fertilità.

Una città in Giappone dove il tasso di fertilità è tornato a crescere

Prima di cominciare, prendiamo il manuale Utet di Geografia umana e leggiamo qualche definizione preliminare: per “tasso di fecondità” o “fertilità” si intende il “numero medio annuo dei nati vivi per donna in età feconda (tra i 15 e i 50 anni)”. Quando questo tasso “ha un valore di 2,1, si dice che una popolazione ha raggiunto il livello di sostituzione delle generazioni, quello necessario per consentire a una popolazione di riprodursi senza diminuire di numero”. Quel tasso, in Giappone, è pari a 1,26. Tuttavia, esiste una città, Nagareyama, dove quel tasso – benché ancora lontano dall’agognato 2,1 – è pari a 1,5. La cittadina, del resto, può vantare il più alto tasso di fertilità registrato in Giappone per 6 anni di fila. A menzionare il caso, di recente, è stato anche l’economista Riccardo Trezzi in un intervento sul declino dell’Italia alla Fondazione De Gasperi. Come si è riusciti ad arrivare a questo risultato?

Un dormitorio per pendolari, più che una città per famiglie

Di Nagareyama si è occupata, tra gli altri, anche la sezione CityLab della rivista Bloomberg, che ha pubblicato un articolo di Mia Glass, contenente anche un’intervista al sindaco della città. Nagareyama ha una popolazione di circa 155 mila abitanti ed è inclusa nella prefettura di Tokyo. La maggior parte della popolazione residente lavora proprio nella capitale giapponese, sicché fino a poco tempo fa la loro città è stata considerata un posto dormitorio, popolato quasi soltanto da pendolari. Non certo un luogo particolarmente attrattivo per coppie con la volontà di mettere su famiglia. Anche perché il Giappone, oltre ad avere delle regole sociali piuttosto rigide, non spicca per uguaglianza di genere; al contrario, il numero di ore non pagate lavorate dagli uomini – di fatto, dedicate alla cura della famiglia – è il più basso di tutti i Paesi OCSE: 41 minuti al giorno. Gran parte del peso dell’attività genitoriale, dunque, grava sulle donne.

Stazione – asilo nido: andata e ritorno

Ora: l’aera urbana di Tokyo è tra le più densamente abitate del pianeta, talché uno dei primi problemi da risolvere è proprio quello degli spostamenti. Proprio su questo punto Yoshiharu Izaki, sindaco della città dal 2003, ha cominciato a intervenire: appoggiandosi alle due stazioni dei treni presenti, ha avviato un servizio quotidiano di accompagnamento dei bambini più piccoli verso gli asili. I bambini vengono dunque accompagnati alla stazione ogni mattina e recuperati poi, sempre lì, nel tardo pomeriggio; qualora il genitore dovesse tardare, è possibile anche prenotare per il bambino o la bambina un pasto per la sera. Questo servizio, spiega il sindaco, ha conosciuto un immediato successo: il tasso di natalità è aumentato del 40% in 15 anni; sicché è stato necessario aumentare le dimensioni e il numero degli asili.

Una città su misura per le famiglie con figli

Il risultato è che la città, nel corso degli anni, è diventata non solo richiamo per coppie desiderose di avere una famiglia, ma è stata altresì interessata dall’apertura di attività legate al welfare, come studi medici e dentistici. A rendere ancora più attrattiva la città si aggiunge poi una politica che ha privilegiato gli spazi verdi, sempre nell’intento di rendere la città ancor più a misura di famiglia. Certo, suggerisce un collega, questa misura rende più vivibili questi centri, ma sottrae famiglie ad altri. L’obiezione è condivisibile; e però, va detto che quelle stesse famiglie non farebbero probabilmente lo stesso numero di figli (forse nemmeno uno) nei luoghi d’origine; inoltre, si tratta di politiche che – previa presenza, non scontata, di risorse economiche – possono essere applicate anche in altri luoghi: anche qui da noi, in Italia. Nagareyama rischiava di trasformarsi in una residenza per pendolari verso e da Tokyo. Qui in Lombardia, su scala ridotta, c’è Milano che fa da attrattore, mentre le aree circostanti si trasformano viepiù in dormitori: da Nagareyama siamo meno distanti di quanto si potrebbe credere. Chissà se l’esempio del Giappone arriverà a ispirare anche qualche nostro amministratore locale.   

Il Piccolo di Cremona, 29 novembre 2025