I conti col toscano, l’intervista a Luciano Giannelli

«Bello, bello da rimanerci, è udire il mi’ lattaio fiorentino a discorrere: e talora lo sto ad ascoltare incantato: e mi dico “impara, impara o ciuco”. Ma una nazione non può ridursi al brio ancheggiante delle sue fanti chiantine (sic), o all’estasi delle madonnine di Valdarno: per quanto vivamente, stupendamente, o miracolosamente parlanti».

Chiunque si occupi seriamente di lingua italiana, compreso l’estensore delle righe qui sopra, Carlo Emilio Gadda, è difficile non incappi nell’aggrovigliata questione della lingua; e, nel tentativo di sbrogliare la matassa, cominci a estrarne i fili che, proseguendo un po’ incoscientemente nella metafora, si rivelano l’ordito prevalente dell’italiano: parliamo della parlata (o della lingua? oppure del dialetto?) da cui l’italiano è nato, ossia il toscano.

Per chi vuole affrontare l’argomento, è davvero difficile trovare una persona migliore con cui farlo di Luciano Giannelli (nella foto) che, tra i diversi ruoli, ha ricoperto per molti anni quello di docente di Glottologia presso l’Università di Siena ed è da molti considerato il massimo toscanologo italiano vivente. Gli ho rivolto alcune domande sul toscano per tentare, come avrebbe voluto Gadda, di chiudere i conti col toscano; posto il fatto che questi conti li si possa davvero chiudere.

A scuola, impariamo che l’italiano non è altro che una forma aggiornata del toscano trecentesco di Dante, Petrarca e Boccaccio. A conferma di ciò, sta il fatto che anche Manzoni, quando volle scrivere il primo grande romanzo in italiano, adottò come modello il fiorentino parlato dei colti. Si sarebbe portati a credere, dunque, che l’italiano sia di fatto una forma di toscano. Come mai, invece, alcuni studiosi parlano di dialetti toscani? Non è una contraddizione parlare del toscano come di un dialetto, dato che si tratta, per i dialetti, di sistemi linguistici imparentati, ma diversi dall’italiano?

La questione sollevata è sottile e riguarda l’ambiguità dell’uso della parola dialetto. In Italia, con il termine dialetto si intende un’entità linguistica ben distinguibile dall’italiano. Più che di lingue minoritarie, parlerei di lingue minorizzate; questa definizione si usa solitamente per le lingue dei nativi americani, del nord e del sud; sono lingue egemonizzate da altre, potenzialmente destinate all’estinzione. Per certi versi, potremmo parlarne anche come lingue “manchevoli”, nel senso di lingue che non si sono sviluppate in riferimento a certi ambiti d’uso.

Nello specifico, è certamente vero che l’italiano è una forma di toscano: nel corso dell’Ottocento c’è chi continuò a chiamare l’italiano semplicemente toscano, al pari di chi oggi chiama castigliano lo spagnolo. Con ciò, è anche vero che c’è una dimensione del parlato toscano che ha caratteri dialettali; è quello che, tradizionalmente, viene detto vernacolo e che, nell’accezione più diffusa, indica il carattere popolare e popolano della parlata. I caratteri dialettali, in questo caso, vanno intesi in un senso ben preciso: quello di uno scostamento dalla lingua standard, ossia di carattere differenziale; nel mondo anglosassone, dove la parola dialetto assume questo significato proprio, il toscano sarebbe tranquillamente definibile come dialect.

In Italia, però, la situazione è complicata: quasi fin dal momento in cui fu introdotto, il termine dialetto assunse, oltre al significato di una lingua distinguibile da quella standard, anche una connotazione negativa; l’etimo greco, dialektos, indicava infatti, semplicemente, le diverse varietà di greco antico. In Italia, a maggior ragione dopo l’Unità, il dialetto cominciò a essere considerato come un ostacolo all’apprendimento della lingua nazionale, uno stigma sociale che poteva accompagnare alcune persone per tutta la vita. Da questo giudizio negativo, e dall’ambiguità di fondo del termine, si spiega il perché, dalle inchieste Doxa, la Toscana risulti come la regione meno dialettalizzata d’Italia: un parlante toscano, semplicemente, non crede di possedere un dialetto e ritiene quasi offensivo rubricare la lingua che parla come un dialetto.

Studi dialettologici sulla Toscana naturalmente, invece, sono possibili: esistono delle parlate con tratti specifici e differenziali rispetto all’italiano; perché è vero che l’italiano deriva direttamente dal toscano trecentesco poi aggiornato; ma non va dimenticato che, da allora, il toscano ha imboccato delle strade proprie, arrivando in certi casi anche a esiti grammaticalmente diversi rispetto all’italiano. Eppure, nonostante questa distanza, molti parlanti non sono in grado di accorgersene. Come mai? La ragione sta nella continuità tra la lingua standard e le parlate locali: i parlanti toscani – ma con loro anche quelli di Roma – non hanno un modo univoco, basato sulla forma, per capire se una parola è dialettale o meno; questo rende la Toscana – e Roma – diverse da tutte le altre aree d’Italia.

Mi spiego. Se, facendo violenza al dialetto genovese, dico laurà, anziché travaggià, sono comunque consapevole che in entrambi i casi non si tratta di una parola italiana. A un Toscano, anche di media cultura, può capitare invece di pronunciare una frase come questo è un po’ vinco, senza rendersi conto che vinco è, di fatto, un termine dialettale (è una parola che riferita al pane significa poco cotto e riferita al legno, poco stagionato secondo il Devoto-Oli, ma anche flessibile, molle). Ma prendiamo una frase vernacolare come questa: E’ ritornan quande e’ li pare a loro; bene, su otto elementi linguistici, ben quattro sono dialettali, ma gli altri sono del tutto italiani.

Proviamo a illustrare quanto detto finora con una metafora. Eccettuando la Toscana e Roma, un parlante italiano ha comunemente due abiti linguistici: l’italiano (più o meno) regionale e il dialetto. Al contrario, un toscano ne ha uno solo, l’italiano, benché quell’abito sia, diciamo così, rattoppato: queste toppe, nella metafora, indicano la presenza di parole non italiane all’interno di un tessuto che è italiano. Prescindiamo per un momento dalla questione della pronuncia, che colpisce molto ma è il livello più superficiale di una lingua. Bene, visto a parte subiecti, il toscano è – segnatamente in molte varietà – talmente coincidente con l’italiano che per lunghi brani risulta indistinguibile dall’italiano, tanto più se non si fa ricorso a un vocabolario.

La controprova di quanto detto finora è che il parlante toscano ha, al più, la percezione di forme alte e di forme basse della propria parlata: da un lato mio padre, dall’altro mi pa’. Ora, le forme percepite come particolarmente basse sono ormai nella maggior parte dei casi censurate; nessuno, ad esempio, dice più portonno per portarono. Le categorie distintive, in Toscana, sono tra il parlar bene o il parlar male: se dico la mia mamma ho parlato bene, se dico la mi’ mamma ho parlato male. Il punto è questo: in Toscana non c’è un vero codice alternativo all’italiano.

Un’ulteriore prova? Prendiamo le opere dialettali. Se è possibile costruire un testo coerentemente in dialetto, poniamo, in genovese, in napoletano o in milanese, lo stesso non si può fare con il toscano: si potrà, al più, costruire un testo in italiano nel quale compaiono inserti o elementi dialettali.

Qualcuno ha ipotizzato che l’italiano moderno sia nato non casualmente dal toscano, dal momento che il toscano sarebbe stata la lingua col maggior grado di intercomprensibilità tra i parlanti italiani; si sarebbe trattato, infatti, di un conguaglio tra le parlate del nord e del sud. Ci può dire quanto c’è di vero in questa ricostruzione?

Non c’è nessun motivo per pensare che, in tempi remoti, il toscano dovesse risultare più comprensibile per un bolognese o per un napoletano di quanto il bolognese e il napoletano lo fossero per un toscano. Il punto è che il toscano funse per lungo tempo quasi da lingua franca, o comunque da riferimento. Ignazio Baldelli sottolineava che, dai testi della poesia siciliana, giunti tramite copie pisane, fino ai primi testi prosastici bolognesi, la letteratura italiana nacque già sotto il segno di una qualche toscanizzazione.

Detto ciò, è vero che il toscano non è una forma di parlata romanza d’Italia del tutto a sé stante, come la voleva tra gli altri Gian Battista Pellegrini; analizzandola attentamente, emerge con chiarezza la sua natura di mediazione fra le parlate del nord e del centro-sud (escludendo i dialetti meridionali estremi, che fanno gruppo a sé stante). Certo, all’apparenza, la facies è di una parlata peninsulare: la struttura delle parole è la stessa del centro Italia, ci sono le consonanti doppie, le affricate e la pronuncia rafforzata della zeta. Tuttavia, la Toscana è anche il luogo degli esiti doppi; linguisticamente, è ambigua. Vediamo, di seguito, alcuni casi di questa ambiguità.

Il nord (e non solo) è caratterizzato dalla sonorizzazione delle consonanti latine intervocaliche sorde; la Toscana, invece, talvolta sonorizza, talaltra no. In Toscana, ci sono toponimi come Fontaccia o Fontazzi, con lo sviluppo in -accio e in -azzo. Allo stesso modo, ci sono le varianti borragine e borrana, saggina e saina, calcio e caio. Ancora: si dice gente, come si direbbe al nord (che poi si è evoluto in zente), e non iente, come si dice anche a pochi chilometri da Roma; lo stesso vale per barca, che al sud diventa varca. In Toscana, poi, come al nord, c’è l’uso dei pronomi soggetto clitici: l’è lui, l’e lei, gli è che, e così via. Un tempo, tra i più anziani, però, si sentiva dire la variante del sud robba, anziché roba. C’è la conservazione delle vocali finali, che al nord cadono, è vero; eppure si dice vien bene, vin santo, bel giovane (un tratto che viene persino “esagerato”, nel romano: da torre abbiamo il troncamento tor, come in Tor Bella Monaca, Tor Pignattara e così via).

Questo fenomeno di scorrimento tra nord e sud passa anche sulla fascia adriatica, intendiamoci, sebbene quella zona sia molto ridotta rispetto alla Toscana. Detto questo, è anche vero che ci sono dei caratteri toscani esclusivi, come ad esempio il suffisso -aio, al posto del quasi pan-italiano -aro o la mancanza del fenomeno dell’apofonia, cioè l’alternanza di suoni vocalici in alcuni passaggi morfologici, come tra il singolare e il plurale, o tra il femminile e il maschile.

Anche la Toscana, poi, non è esclusa da fenomeni di variazione interna: penso all’apertura e alla chiusura di alcune vocali; si sente dire méttere o mèttere, tanto che c’è la leggenda che si distinguesse così il contado fiorentino (che apriva la vocale) dagli abitati della città (che la pronunciavano chiusa); allo stesso modo, c’è chi distingue tra la esse sonora di chie[z]e (plurale di chiesa) e quella sorda di chie[s]e (passato remoto di chiedere).

Questi inventari di parole con fonemi distinti variano in certi casi da paese a paese, sia per quanto riguarda le coppie minime con la s sorda o sonora (la coppia minima che lei citava vale solo in certe zone della Toscana), così come per l’apertura o meno delle vocali. Tra un attimo, parleremo delle differenze interne del toscano, ma vale la pena dirlo subito: il motivo del perdurare di queste divergenze fonologiche, anche nel parlato meno vernacolare, sta nel fatto che i modelli scolastici e ortografici li consentono. Nella città di Firenze si sente dire véndo, mentre nel contado si può sentire dire vèndo, ma in entrambi i casi l’errore non sarebbe segnalato a scuola (nello scritto nemmeno sarebbe percepibile). Se, invece, dico arto, anziché alto, l’errore viene immediatamente sanzionato e corretto, perché diventa un errore ortografico. Questo in linea di massima: per altro verso, chi dice perzona per persona non si corregge e non ne è solitamente consapevole

Passiamo allora alla suddivisione linguistica della Toscana. Stando alla carta di Pellegrini, la Toscana linguistica non corrisponde a quella amministrativa. C’è anzitutto la valle del Magra e il carrarese, zone nelle quali si parlano dei dialetti settentrionali. Nella zona meridionale, Pellegrini segna poi un confine linguistico arretrato rispetto al confine amministrativo col Lazio. Sul confine orientale, le parlate invece sono più sfumate, diventando quasi di transizione. C’è poi qualcuno, in rete (la pagina di Wikipedia dedicata alla lingua toscana, ad esempio), che vorrebbe che il dialetto còrso sia una lingua imparentata col toscano e persino il sardo settentrionale una lingua toscanizzata. Quanto c’è di vero in questa suddivisione?

Cominciamo col dire che non esiste toscano al di fuori della Toscana: il còrso è una parlata a sé stante e il sardo non c’entra nulla col toscano. Certo, ci sono esempi di toscanizzazioni, ma decisamente isolati: un abitante di Cagliari, in sardo Casteddu, è un casteddaiu, con il tipico suffisso toscano in -aio. Ma a questo proposito non bisogna dimenticare il ruolo che in questa città ebbe Pisa. La Toscana linguistica, con qualche variazione di cui darò subito conto, corrisponde grosso modo ai confini del Granducato di Toscana, e comunque non li oltrepassa.

Una delle zone che fanno eccezione, e che Firenze controllava dal Medioevo, è la cosiddetta Romagna toscana, entrata a far parte quasi per intero dell’Emilia Romagna per volontà degli abitanti stessi. In quest’area, si parlano dei dialetti piuttosto strani, non classificabili come toscani, più vicini al romagnolo, anche in base a ciò che ha dimostrato, con le sue ricerche sul campo, uno studioso come Daniele Vitali. Oggi, solo in un paio di comuni della provincia di Firenze si parla romagnolo; inoltre, nel comune di Firenzuola, accanto al fiorentino puro e a un toscano con tratti romagnoli, è giunto sino a noi una forma di romagnolo toscanizzato.

Le zone addizionali di maggior rilievo, rispetto al Granducato di Toscana, corrispondono grossomodo alla vecchia provincia di Massa e Carrara che difatti, nelle carte del 1861, facevano ancora parte dell’Emilia Romagna. Quest’area si componeva di tre parti: la Garfagnana, la Lunigiana e la zona attorno a Massa e Carrara. Le analizziamo ora rapidamente.

La Garfagnana, fino all’Unità d’Italia, ha fatto parte del Ducato di Modena. Tuttavia, salvo qualche area carrarese, il dialetto che si parla lì è tranquillamente classificabile come toscano; è un toscano debordante, certo, ma anche molto conservativo: lo è per ragioni storiche, dato che è sempre stato in opposizione alle lingue che si parlavano al di là dell’Appennino; del resto, i garfagnini chiamavano lombardi coloro i quali provenivano dal di là dei monti. La Garfagnana è poi tornata nel territorio lucchese. La Lunigiana, invece, è sempre stata una zona caotica; sebbene alcune sue parti siano state a lungo sotto la dominazione di Firenze. Queste zone sono in generale alloglotte rispetto al resto della regione: salvo qualche espressione, i dialetti che si parlano in quelle zone sono chiaramente alto italiani. Carrara ha, per così dire, il posto che dovrebbe avere: è una realtà di transizione, tra Emilia, Liguria e Toscana. A Massa, la parlata è mista, e mi sentirei di classificarla come una parlata toscana anomala.

Per quanto riguardo il confine meridionale, la questione è presto detta: la carta di Pellegrini recide una parte di Toscana a sud di Grosseto che invece appartiene all’area linguistica toscana, sia pure con qualche carattere debordante. Il confine linguistico, dunque, corrisponde al confine amministrativo. A est, invece, la situazione è un po’ più complessa. Sono presenti diverse varietà: l’aretina, la sansepolcrese e la cortonese, così come le parlate dell’area subito a occidente della piana della Chiana: di fatto, si tratta di forme di transizione tra il toscano senese e il perugino.

Entriamo allora nel cuore del toscano classico: che cosa distingue tra loro le diverse parlate?

Cominciamo eliminando le zone marginali: a sud, l’orbetellano e l’amiatino, che cominciano a essere dialetti di transizione; va poi esclusa anche l’isola d’Elba, dati i forti influssi còrsi, genovesi e persino napoletani; infine (come accennavo) non inserirei l’aretino nel toscano classico, dati i forti influssi che subisce dal perugino. Bene, il toscano classico si compone delle seguenti parlate: lucchese, pistoiese, fiorentino (e pratese), pisano (e livornese) e senese.

Per quanto possano essere variegate anche al loro interno, ci sono entità ben individuate, anche territorialmente, come il fiorentino, che conta circa un milione di parlanti e una vasta area di diffusione. C’è poi il toscano occidentale, all’interno del quale si possono raggruppare il pisano-livornese e il lucchese, sebbene solo in parte, dal momento che il lucchese ha dei tratti più conservativi che lo differenziano dagli altri. Il territorio del pistoiese è abbastanza ridotto e non coincide nemmeno con l’intera provincia. Anche il territorio di Siena è piuttosto ristretto, in quanto include oltre al capoluogo non più di quattro o cinque comuni. Infine, ci sono delle zone grigie, per così dire, che si distinguono più per mancanze o per caratteri conservativi, come quella grossetana, scarsamente tipizzata.

Ora, fatto salvo che il pisano-livornese si distingue dalle altre parlate soprattutto per i caratteri intonativi, direi che all’interno delle parlate toscane classiche si potrebbe anche operare una distinzione più generale che vede, da un lato, il fiorentino e, dall’altro, le restanti parlate. Il fiorentino, infatti, è una varietà che ha caratteri propri: ci sono caratterizzazioni morfologiche e sintattiche come i’ cane, d’i’ mmettere (di mettere), gli è lui, l’è lei. A fronte di questi caratteri propri, molti pensano che il toscano più simile all’italiano non possa essere il fiorentino; una certa vulgata vorrebbe, per esempio, che la parlata senese sia la più affine all’italiano. Ma non è così. L’alta frequenza delle espressioni dialettali fa apparire il fiorentino distante dall’italiano più di quanto non lo sia. Se si lo si analizza in termini quantitativi, il fiorentino è invece la parlata toscana più vicina all’italiano; negli altri casi, come il senese, l’elemento dialettale o è di minor frequenza nel discorso o è di natura meno vistosa.

Detto ciò, vorrei completare il quadro giusto accennando a un ultimo fatto: in Toscana, la differenza non è solo tra queste aree, ma anche all’interno dei territori, in particolare tra i grandi centri urbani e quelli più rurali.

Una curiosità: in Toscana, la g si pronuncia in modo fricativo; ma è davvero, come si legge anche in qualche libro, un vezzo a imitazione del francese?

Per prima cosa, va detto che con questa pronuncia il francese non c’entra nulla. È verissimo che in Toscana le consonanti intervocaliche affricate italiane c e g si realizzano con le fricative, rispettivamente sorde e sonore, [ʃ] e [ʒ], sia all’interno di parola, sia tra parole diverse, come la [ʃ]enere, la [ʒ]ente, la pa[ʒ]ina; beninteso che si tratta di fenomeni di derivazione interna, dunque non importati. La pronuncia [ʒ] deriva direttamente dal latino, dallo sviluppo della successione della consonante s e della semiconsonante j, che può avere come esito anche la pronuncia [ʃ]: dal basjum latino si ha il centro-italiano ba[ʃ]o, ma anche ba[ʒ]o, così come accade per le varianti bra[ʃ]e e bra[ʒ]a, anche toscane. Diverso, invece, è il caso di parole come re[ʒ]ina, un latinismo che presenta anche varianti con la i, come reina.

Questa pronuncia, un tempo, occupava tutta l’Italia centrale e andava dalla costa tirrenica fino a quella adriatica, dalla Garfagnana fino a Macerata. Questa continuità, però, si è interrotta, quando i perugini hanno esteso la pronuncia affricata della g a inizio assoluto di parola anche tra le vocali: Pero[ʒ]a o Pero[ʃ]a, in volgare, è diventata, da allora, Perugia [perudʒa]. Allo stesso modo, anche il fiume Chiascio, ad esempio, nel dialetto perugino diventa Chiagio.

Parlando di toscano, non si può non citare il fenomeno più caratterizzante dal punto di vista della pronuncia, la spirantizzazione, meglio noto come gorgia: ce ne può dire brevemente qualcosa?

Sulla gorgia toscana, ci sono polemiche dal XVIII secolo. Più d’uno hanno cercato di attribuirla a una pronuncia etrusca, ma si tratta di una ricostruzione poco credibile, dato che l’etrusco foneticamente distingueva tra la c velare e la ch aspirata. Ci sono zone della Toscana, peraltro, dove non si sente dire solo la hasa, ma anche la gasa, con una sonorizzazione tipica di ampie zone italiane centrali e di Roma. Il motivo della coesistenza di queste forme è che entrambe queste varietà, gorgia compresa, rispondono a una tendenza dell’italiano centromeridionale a indebolire i suoni intervocalici.

Mettiamola, in questi termini, se si vuole un po’ scherzosi, ma non troppo: l’Emilia, mi si passi l’espressione, se la prende con le vocali, salvo poi reintrodurle in modo arbitrario (dice lèder, anziché ladro); in Toscana (e nel centro-sud), ce la si prende con le consonanti, indebolendole o rafforzandole. Dal punto di vista tipologico, lo sviluppo toscano è molto specifico e piuttosto raro. Fiorentino, senese e pistoiese non conoscono vie di mezzo: o la consonante si indebolisce o si rafforza; si dice o la hasa o a ccasa. Solo se è iniziale assoluta, si riproduce il suono soggiacente: casa.

Aggiungo una constatazione rilevante per avvalorare quanto detto sulle ragioni della spirantizzazione. Spoleto, così come ci si aspetterebbe, ha una pronuncia sonorizzante tipica del centro Italia e del romanesco: la gasa (la casa), li gani (i cani), le vere (le pere); ma, sempre a Spoleto, si sente dire anche, la hasa, i hani, le phere: alla sonorizzazione si sostituisce, insomma, la spirantizzazione; altra varietà nella pronuncia, questa volta nella parola patate: da un lato le badade, dall’altro le phathathe. Bene: questa è un’abitudine fonologica che gli abitanti di Spoleto non possono certamente avere importato dalla Toscana, che è troppo lontana. Il motivo è un altro: deriva dall’abitudine a consumare quei suoni che come esito, tra i possibili, ha portato alla spirantizzazione. Quello che probabilmente è accaduto nella parte centro-settentrionale della Toscana qualche secolo fa. Il  fenomeno deve essersi cominciato a sviluppare a Firenze tra il XV e il XVI secolo, a partire da una pronuncia molto variabile indebolita; ed è proprio a partire dal Seicento che cominciano a essercene delle attestazioni. Insomma, Dante con tutta probabilità non aveva questa pronuncia.

Come si immagina il toscano futuro: quali saranno i tratti che probabilmente resteranno e quali quelli destinati a sparire?

È una domanda a cui è davvero difficile rispondere, sebbene già nel corso della mia vita abbia potuto assistere a una progressiva sdialettizzazione del toscano. Posso dire che la morfologia verbale dialettale viene sempre più decantata, dato che (come si diceva) scolasticamente è sistematicamente sanzionata: non si può scrivere anderebbono, voi avevi, portonno, e così via. A Prato, si sente ancora dire eglino, che fa’ tu?, o a Pescia e a Lucca è ‘n troppi per dire sono troppi, ma sono ormai usi sempre più limitati. Come ha scritto Daniele Vitali, si sta assistendo, insomma, alla “banalizzazione del toscano”. Non voglio però fare previsioni, anche perché un tratto davvero caratterizzante dal punto di vista regionale come la gorgia è da tempo in espansione, come già nel 1954 notava un linguista tedesco; si è affermato, per esempio, fuori di Toscana, a Città della Pieve, conquistandosi dunque lo status di pronuncia regionale di prestigio. Un linguista di origini australiane e slovene si era spinto nel prevedere il momento in cui – con una estrapolazione puramente chilometrica – la gorgia sarebbe arrivata a Bologna. Ma questo, direi, è decisamente troppo.

Federico Pani

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