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Un’ossessione può farsi così potente da diventare l’unica ragione per vivere e amare. Alfred Hitchcock indagò questo lato oscuro dell’animo umano nel film “Vertigo”, in italiano “La donna che visse due volte”, proiettato pubblicamente per la prima volta negli USA il 9 maggio 1958.
John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è un poliziotto in congedo. Nel corso di un inseguimento sui tetti di San Francisco, il terrore delle altezze, l’acrofobia, l’ha paralizzato; e nel tentativo di salvarlo un collega è morto, precipitando da un palazzo; oltre al trauma per l’accaduto, Scottie ha riportato solo delle ferite. Alle soglie della guarigione, viene contattato da un suo ex-compagno di college Gavin Elster (Tom Helmore) e, dopo qualche insistenza, incaricato di seguire la moglie Madeleine (Kim Novak). La donna si comporta in modo inquietante: è come se fosse abitata dallo spirito di una sua antenata, morta alla sua stessa età, ventisei anni. Scottie la pedina e la salva da un tentato suicidio; conosciutala, finisce per innamorarsene, ricambiato. Il loro amore, però, non la salva dal peggio: Madeleine si getta dal campanile di una missione; Scottie, che è lì, non riesce a salvarla, paralizzato com’è dal terrore dell’altezza.
Ancora scosso dalla tragedia, Scottie incontra un giorno una giovane donna, Judy Barton (Novak), che è la sosia perfetta di Madeleine. Scottie la avvicina e la convince a frequentarlo; ma la sua ossessione di si fa presto chiara: riportare in vita Madeleine servendosi di Judy. Le chiede così di indossare gli stessi abiti, di tingersi i capelli e di adottare la stessa acconciatura dell’ex-amata. A quel punto, la trama del film si dipana con chiarezza: come ammette tra sé e sé (scrivendo una lettera, che Scottie non leggerà mai) Judy è Madeleine per davvero; o, meglio, ne ha interpretato il ruolo per conto del suo amante, Elster, l’ex compagno di college di Scottie, da lui assunto non casualmente. Elster, infatti, ha ordito l’inganno per assassinare e gettare dal campanile della missione la sua vera moglie. Per celare l’omicidio, la presenza di Scottie – chiamato poi a testimoniare nel processo – si è rivelata necessaria: pur avendo visto precipitare la donna da un finestrone del campanile, non è riuscito a raggiungerla sulla sommità, dalla quale si è lanciata, bloccato dall’acrofobia.
La morte di Madeleine è per il film uno spartiacque: alla suspense della prima parte segue la discesa nel corpo dell’ossessione di Scottie, che guarda Judy ma riesce a vedere soltanto Madeleine. Alternando sguardi assenti e ossessivi, gentilezze e scatti di nervi, James Stewart riesce a far percepire allo spettatore la perdita progressiva del controllo di sé da parte di Scottie, vinto dall’ossessione. Dal canto suo, Novak è impeccabile nella parte sia della fantasmatica Madeleine sia della più verace Judy, accomunate entrambe dalla bellezza abbagliante dell’attrice. Come scrive Paolo Mereghetti, Hitchcock è interessato soprattutto all’esplorazione dell’ossessione, tanto che – rispetto al romanzo “D’entre les morts” di Boileau-Narcejac, da cui è tratta la storia – “l’inganno dell’ex compagno è come ricacciato in un angolo del racconto”. Sulla scorta delle parole del regista nella sua intervista a Truffaut, si è parlato addirittura di necrofilia. Certo è che, come scrive il critico Roger Ebert, “l’uomo, preferendo i suoi sogni alla donna che ha di fronte, le [perde] entrambe”.
Il film è ricordato anche per l’innovativa tecnica che restituisce il senso di vertigine: la carrellata all’indietro combinata con uno zoom in avanti. I titoli di testa, colorati e vorticosi, furono realizzati dal grafico Saul Bass.
Il Piccolo di Cremona, 10 maggio 2026