(Foto di ejbartennl da Pixabay)
Alle 23.00 (ora locale) del 1° maggio 2011 due elicotteri Black Hawk e tre Chinook da trasporto – di rinforzo – decollano da Jalalabad, in Afghanistan, diretti ad Abbottabad, Pakistan. A bordo dei Black Hawk ci sono il SEAL Team Six (23 uomini delle forze speciali), un interprete e un cane da combattimento.
Antefatto: l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantano contro le Torri Gemelle a New York, un terzo contro il Pentagono e un quarto precipita in Pennsylvania. Responsabili sono gli uomini di Al-Qaeda, organizzazione terroristica che vede nell’Occidente il proprio nemico; al vertice c’è il saudita Osama bin Laden. Al-Qaeda è protetta dal regime islamico radicale dei Talebani in Afghanistan. In alleanza con le forze locali ribelli, gli USA occupano Kabul e costringono bin Laden ad asserragliarsi nelle grotte di Tora Bora. Appoggiati dall’aviazione USA, gli afgani danno l’assalto ma non riescono a catturarlo; bin Laden scompare.
Negli anni, la lotta ad Al-Qaeda prosegue, ma bin Laden resta latitante. Nel 2010, la svolta: la CIA localizza il messaggero di bin Laden, Abu Ahmed al-Kuwaiti. Possiede un piccolo complesso residenziale in Pakistan, ad Abbottabad, località di villeggiatura e sede dell’Accademia militare pakistana. Il luogo è sospetto: muri di cinta sovrastati da un filo spinato; balconi schermati da parapetti; nessun visitatore ammesso e spazzatura bruciata nel cortile. Vi abitano le famiglie di Abu Ahmed e del fratello. Dalle immagini satellitari si scopre che una terza famiglia abita il complesso senza mai uscirne. Un uomo, soprannominato “il Camminatore”, ogni giorno passeggia in giardino: altezza e andatura corrispondono a quelle di bin Laden.
Sul tavolo del presidente Barack Obama arriva la proposta di bombardare il complesso con un drone, ma l’ipotesi è scartata: si rischiano vittime collaterali e di non avere prove dell’uccisione di bin Laden; bisogna inviare dei soldati. I 23 SEAL designati si addestrano più di cento volte su una riproduzione in scala reale del complesso di Abbottabad. C’è un rischio in più: il Pakistan, ritenuto inaffidabile, non è stato avvertito, sicché gli elicotteri devono attraversare 260 chilometri in territorio ostile. L’operazione “Lancia di Nettuno” parte comunque. Raggiunto il luogo, uno dei due elicotteri precipita nel complesso: in pochi minuti la notizia circola sui social; la missione rischia di fallire.
Nonostante lo schianto, non ci sono feriti; intanto, è arrivato il secondo elicottero. I commilitoni all’interno fanno entrare gli altri dal cancello carraio. Pochi secondi e sono nell’edificio. La corrente viene fatta saltare: un vantaggio per i soldati, dotati di visori. In 20 minuti, racconta il SEAL Robert O’Neill nel documentario Netflix “American Manhunt”, vengono uccisi Abu Ahmed, suo fratello e la moglie di quest’ultimo (frappostasi come scudo umano); al secondo piano viene ucciso Khalid, figlio di bin Laden. Al terzo, O’Neill irrompe in una stanza e si trova davanti bin Laden: “Era lui. Non dava segni di resa; era un pericolo per me e per l’intera squadra: doveva morire”. A Washington arriva il messaggio in codice: “Geronimo, EKIA (cioè, nemico ucciso in azione)”.
Arriva un terzo elicottero di rinforzo ma non c’è più tempo da perdere: due caccia pakistani si sono alzati in volo per intercettarli. Seguono 90 minuti di tensione; poi, il sollievo: gli elicotteri rientrano in Afghanistan. È ancora il 1° maggio a Washington quando, alle 23.35, Obama annuncia al mondo che bin Laden è stato ucciso: “Giustizia è stata fatta”, scandisce. Dopo le esequie musulmane sulla portaerei Carl Vinson, il corpo di bin Laden avvolto in un lenzuolo bianco viene gettato nel Mare Arabico.
Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2026