Scatti d’autore di McCurry esposti a Parma

(Nella foto: una sala allestita con alcuni ritratti di Steve McCurry a Palazzo Pigorini a Parma.)

PARMA – Ma sì che la conoscete: Sharbat Gula era la ragazza (oggi è una donna, ormai) ritratta nella più celebre delle fotografie di Steve McCurry, “Ragazza afgana”, l’immagine di un volto che – incorniciato da un velo rosso sdrucito – incastona lo sguardo intensissimo di due occhi smeraldini. Non poteva mancare la riproduzione di questa fotografia alla mostra “Steve McCurry. Orizzonti lontani”, allestita a Palazzo Pigorini a Parma. L’esposizione, a cura di Biba Giacchetti con il Team Mostre di Orion57, è stata organizzata da Artika (col patrocinio del Comune di Parma) e sarà visitabile sino al 12 aprile dell’anno prossimo.

Oltre al celeberrimo scatto – celebratissima copertina di un National Geographic del giugno 1985 – compaiono altre foto immortali: i monaci cinesi buddisti appesi a testa in giù; un treno, due macchinisti e sullo sfondo il Taj Mahal; le raccoglitrici velate in Yemen; le rovine di Angkor in Cambogia, e molte altre (alla mostra sono dedicati due piani del Palazzo). McCurry è stato un fotografo con una forte predilezione per il sud del mondo, in particolare per l’India e il Sud Est asiatico. Altre foto memorabili, sempre dall’India, ritraggono un muro con delle impronte di mani e la figura di spalle di un bambino che sgattaiola via; il volto di un bambino interamente coperto di pigmenti rossi; un ragazzo, anche lui ricoperto di pigmenti, in questo caso verdi, che si abbandona a braccia aperte, sorretto da una schiera di compagni; il Taj Mahal riflesso nel laghetto prospiciente, con le acque mosse da un uomo alla ricerca di qualcosa. Tanti sono i volti, tra i quali quello di copertina della mostra, appartenente a un anziano mago della tribù musulmana indiana dei Rabari, con una barba arancione tinta di henné.

Nonostante qualche scatto ci risulti meno esotico – le Twin Towers appena abbattute o alcune immagini del post-tsunami del 2011 in Giappone – la mostra parla quasi sempre di mondi che ci sono lontani; perciò, le didascalie e la guida audio (gratuita e scaricabile via QR code) sono uno strumento necessario per comprendere il senso di ciò che si ammira. Se ci si sofferma a guardare, leggere e ad ascoltare, si viene a sapere come il lavoro di McCurry possa essere sia il frutto di un’attesa che dure ore, sia una fugace e fortunosa circostanza. Il compito del fotografo, del resto, non è soltanto scegliere il soggetto e il punto di vista, bensì anche trovarsi nel posto giusto e al momento giusto. Questa condizione proverbiale, nondimeno, va guadagnata con l’esercizio della pazienza e la prontezza. Nel caso dei ritratti, non può mancare inoltre l’intesa tra il soggetto e il fotografo: solo se c’è un contatto emotivo tra loro è possibile fare sì che quelle immagini, pur restando mute, ci parlino.

Il Piccolo di Cremona, 13 dicembre 2025

Fertilità in calo: la ricetta che arriva dal Giappone

(Foto di Sofia Terzoni da Pixabay)

Il sindaco di Nagareyama, periferia di Tokyo, in carica dal 2003, ha invertito la tendenza grazie a una politica pro famiglie che ha trasformato un dormitorio in luogo attrattivo.

Se si guardano le proiezioni demografiche dell’ONU, c’è di che impressionarsi: di questo passo, l’Italia potrebbe passare dai poco meno degli attuali 59 milioni di abitanti a poco più di 52 milioni nel 2050; mentre nel 2100 la popolazione potrebbe arrivare a ridursi a 35 milioni (più o meno la popolazione della Penisola a fine Ottocento). Certo, non siamo i soli. Prendiamo il caso del Giappone, che assomiglia all’Italia più di quanto si pensi: non solo l’economia stagna ormai da diversi anni, ma la popolazione nipponica si contrae rapidamente; le previsioni indicano che, dagli attuali 126 milioni, si rischia di arrivare a 105 milioni nel 2050 e a 78 milioni nel 2100. Proprio perché il Paese dell’estremo oriente ci assomiglia tanto, è interessante considerare il caso di una cittadina che è riuscita, sorprendentemente, a invertire il calo del tasso di fertilità.

Una città in Giappone dove il tasso di fertilità è tornato a crescere

Prima di cominciare, prendiamo il manuale Utet di Geografia umana e leggiamo qualche definizione preliminare: per “tasso di fecondità” o “fertilità” si intende il “numero medio annuo dei nati vivi per donna in età feconda (tra i 15 e i 50 anni)”. Quando questo tasso “ha un valore di 2,1, si dice che una popolazione ha raggiunto il livello di sostituzione delle generazioni, quello necessario per consentire a una popolazione di riprodursi senza diminuire di numero”. Quel tasso, in Giappone, è pari a 1,26. Tuttavia, esiste una città, Nagareyama, dove quel tasso – benché ancora lontano dall’agognato 2,1 – è pari a 1,5. La cittadina, del resto, può vantare il più alto tasso di fertilità registrato in Giappone per 6 anni di fila. A menzionare il caso, di recente, è stato anche l’economista Riccardo Trezzi in un intervento sul declino dell’Italia alla Fondazione De Gasperi. Come si è riusciti ad arrivare a questo risultato?

Un dormitorio per pendolari, più che una città per famiglie

Di Nagareyama si è occupata, tra gli altri, anche la sezione CityLab della rivista Bloomberg, che ha pubblicato un articolo di Mia Glass, contenente anche un’intervista al sindaco della città. Nagareyama ha una popolazione di circa 155 mila abitanti ed è inclusa nella prefettura di Tokyo. La maggior parte della popolazione residente lavora proprio nella capitale giapponese, sicché fino a poco tempo fa la loro città è stata considerata un posto dormitorio, popolato quasi soltanto da pendolari. Non certo un luogo particolarmente attrattivo per coppie con la volontà di mettere su famiglia. Anche perché il Giappone, oltre ad avere delle regole sociali piuttosto rigide, non spicca per uguaglianza di genere; al contrario, il numero di ore non pagate lavorate dagli uomini – di fatto, dedicate alla cura della famiglia – è il più basso di tutti i Paesi OCSE: 41 minuti al giorno. Gran parte del peso dell’attività genitoriale, dunque, grava sulle donne.

Stazione – asilo nido: andata e ritorno

Ora: l’aera urbana di Tokyo è tra le più densamente abitate del pianeta, talché uno dei primi problemi da risolvere è proprio quello degli spostamenti. Proprio su questo punto Yoshiharu Izaki, sindaco della città dal 2003, ha cominciato a intervenire: appoggiandosi alle due stazioni dei treni presenti, ha avviato un servizio quotidiano di accompagnamento dei bambini più piccoli verso gli asili. I bambini vengono dunque accompagnati alla stazione ogni mattina e recuperati poi, sempre lì, nel tardo pomeriggio; qualora il genitore dovesse tardare, è possibile anche prenotare per il bambino o la bambina un pasto per la sera. Questo servizio, spiega il sindaco, ha conosciuto un immediato successo: il tasso di natalità è aumentato del 40% in 15 anni; sicché è stato necessario aumentare le dimensioni e il numero degli asili.

Una città su misura per le famiglie con figli

Il risultato è che la città, nel corso degli anni, è diventata non solo richiamo per coppie desiderose di avere una famiglia, ma è stata altresì interessata dall’apertura di attività legate al welfare, come studi medici e dentistici. A rendere ancora più attrattiva la città si aggiunge poi una politica che ha privilegiato gli spazi verdi, sempre nell’intento di rendere la città ancor più a misura di famiglia. Certo, suggerisce un collega, questa misura rende più vivibili questi centri, ma sottrae famiglie ad altri. L’obiezione è condivisibile; e però, va detto che quelle stesse famiglie non farebbero probabilmente lo stesso numero di figli (forse nemmeno uno) nei luoghi d’origine; inoltre, si tratta di politiche che – previa presenza, non scontata, di risorse economiche – possono essere applicate anche in altri luoghi: anche qui da noi, in Italia. Nagareyama rischiava di trasformarsi in una residenza per pendolari verso e da Tokyo. Qui in Lombardia, su scala ridotta, c’è Milano che fa da attrattore, mentre le aree circostanti si trasformano viepiù in dormitori: da Nagareyama siamo meno distanti di quanto si potrebbe credere. Chissà se l’esempio del Giappone arriverà a ispirare anche qualche nostro amministratore locale.   

Il Piccolo di Cremona, 29 novembre 2025

In memoria di un linguista: Luciano Giannelli nel ricordo di Daniele Vitali

Pubblico di seguito un post del linguista (e amico) Daniele Vitali, che ricorda un gigante della glottologia, Luciano Giannelli, da poco scomparso. A Daniele – che ringrazio ancora per avermi concesso di pubblicare qui il suo testo – sarò sempre, infinitamente grato per avermi fatto conoscere Luciano (f.p.).

Nel 2000 andai all’università di Catania per allacciare contatti circa i dialetti gallo-italici di Sicilia. Ricevetti un volume che conteneva un articolo di Luciano Giannelli su analoghe colonie settentrionali in Toscana, di cui l’autore tracciava un profilo “con spirito di servizio” per aiutare i colleghi siciliani a gettar luce sulle proprie realtà grazie a un confronto tra esperienze diverse.

Decisi così di telefonare all’autore, che insegnava dialettologia all’Università di Siena. “Buongiorno Professor Giannelli”, esordii sbagliando tutti gli accenti, perché i nomi di certe misteriose località li avevo visti solo scritti, “ho letto il Suo articolo su Sìllano e Colognòra”. “Ah bene”, rispose lui correggendomi garbatamente, senza quasi che me ne accorgessi, “Sillàno e Cológnora sono due realtà molto interessanti, unitamente a Gombitelli. Ma, come avrà letto, sono anche diverse fra loro, a mio parere”.
Cominciò così una corrispondenza per posta elettronica che, anche se allora nessuno di noi due poteva immaginarlo, sarebbe durata 25 anni: io avevo deciso di registrare a tappeto tutta l’Emilia-Romagna e le aree circostanti, e uno dei miei interessi principali riguardava proprio le realtà di confine; lui si dichiarò subito molto interessato al mio lavoro, poiché aveva sempre ritenuto che, per capire meglio i rapporti tra Italia Settentrionale e Centrale, fosse necessario proprio studiare i dialetti del crinale appenninico che tanto m’incuriosivano. Quanto alle isole linguistiche, oltre a Gombitelli, Colognora e Sillano c’era anche da parlare di Treppio e di Torri, tutti luoghi nei quali mi sarei presto recato col mio amico Roberto Serra, per registrare gli ultimi parlanti (nel caso di Torri c’erano solo vaghi ricordi, ma avrei avuto, molti anni dopo, un clamoroso colpo di fortuna).

Ci appassionammo tanto a quella corrispondenza che decidemmo d’incontrarci di persona: io avevo un milione di domande da fargli, e lui voleva darmi un dischetto (si usavano ancora i floppy disk!) con un suo studio sintattico sulle varietà d’italiano del Veneto e dell’Emilia-Romagna in contrasto con l’italiano parlato in Toscana. Era già arrivato il 2003, e cominciavo ad avere un po’ di esperienza in più: c’incontrammo alla stazione di Firenze ed entrammo nel primo bar del piazzale antistante. Ordinammo due succhi di frutta, decidemmo di darci del tu e cominciammo a scambiare idee e domande: entrambi avevamo diversi misteri da risolvere, e continuammo a parlare finché non ci accorgemmo che avevamo fatto passare l’ora di pranzo e che era ormai pomeriggio inoltrato, e noi eravamo ancora coi nostri due succhi di frutta e coi nostri misteri ma con tante piste di ricerca che un giorno, forse, ci avrebbero portato a una soluzione.

Inutile dire che il nostro scambio proseguì anche negli anni successivi. Io continuavo le ricerche sul campo e lo aggiornavo ad ogni svolta. Lui era interessato a tutto, dalla Lunigiana a Massa con la Garfagnana, da Lucca a Pistoia, a Firenze, Prato e Siena, fino ad Arezzo e ai suoi rapporti con l’Umbria, alle Marche settentrionali. Da giovane aveva battuto in lungo e in largo tutta la Toscana come stavo facendo io con l’Emilia-Romagna: cercava di far luce sull’indebolimento consonantico, che a volte si presentava sotto forma della famosa gorgia di “amiho, ròtha, lupho”, ma nei luoghi più periferici della sua regione assumeva piuttosto le sembianze di una lenizione che lui chiamava “appenninica” e che era la stessa di Roma e del Sud. Mi diceva che secondo lui erano collegate, e che lo erano anche con la sonorizzazione settentrionale di “amìg, ròda, lóv”: sull’argomento aveva pubblicato tanti anni prima, con Leonardo Maria Savoia, due complicatissimi articoli che tanti citavano ma pochi avevano veramente letto (come lui poteva immediatamente riconoscere dal fatto che quelle citazioni affogavano in un mare di luoghi comuni sfatati proprio dal suo lavoro). Io li lessi una, due, tre volte, perché la prosa era difficile, i simboli tantissimi, le conclusioni rivoluzionarie. E intanto lo interpellavo sulle cose che avevano mosso me a fare ricerca, dalla curiosità sulle “cacuminali” di Treppio allo strano assetto di Lizzano in Belvedere e degli altri dialetti dell’alta montagna bolognese, coi loro “amigo, róda, luvo”. Quei luoghi che avevamo ormai visitato varie volte entrambi, cui lui sempre aggiungeva Baragazza dove poi volli assolutamente recarmi anch’io, divennero per me luoghi mitici, con le loro oscure vicende storiche, i loro usi e costumi un po’ strambi come i mascheroni apotropaici in pietra, le loro connessioni linguistiche impreviste dato che ad esempio tra Lizzano e Fiumalbo c’era il Monte Cimone un tempo sempre nevoso e inaccessibile. Io continuavo a interrogarmi, ma l’Appennino tosco-emiliano rimaneva per me una specie di mondo delle fiabe, che esploravo accompagnato discretamente a distanza dal mio amico Luciano, linguista conosciuto e stimato da tutti gli accademici con cui man mano entravo in contatto. “Giannelli ha ragione, come al solito”, mi disse una volta uno di loro.

Luciano mi parlava di tesi di laurea fondamentali custodite presso l’Accademia della Crusca, di ricerche inedite sotto chiave in certi armadi dimenticati di università periferiche, di fenomeni linguistici in arretramento rapidissimo ma documentati fortunosamente da lui e dai suoi colleghi quando io portavo ancora i calzoni corti. E nessuno dei due si stancava mai.
La svolta arrivò quando cominciai a scrivere un testo che doveva inizialmente essere un articolo sui dialetti della Garfagnana e che avrebbe finito per diventare un libro in quattro volumi relativo a tutta l’area di nostro comune interesse. Presi a mandargli il mio lavoro in anteprima, facendo dei pdf perché avevamo computer incompatibili, e ogni volta mi mandava risposte dettagliate e pazienti, con ulteriori piste di approfondimento.

Poi ebbi alcuni anni un po’ turbolenti, e in più la mia scrittura era necessariamente lenta causa gli impegni del lavoro ufficiale e le pubblicazioni di altro tipo (dal dialetto bolognese con Gigén Lîvra alla fonetica del russo con Luciano Canepari), ma lui non pensò mai che, in mancanza di risultati tangibili, sarebbe stato il caso di tirarsi indietro. Anzi, nel 2005 scrisse una bella e spiritosa prefazione alla mia grammatica bolognese (“Questo libro, di cui sto dilazionando la fruizione”), e non mancava mai di inviarmi i suoi libri e articoli.

Nel 2016, poi, lo trovai prontissimo per l’accelerazione finale del mio lavoro glottologico, quando cominciai a mandargli pdf sempre più dettagliati e più lunghi, prima sulla Lunigiana e Firenze e poi su tutto il resto dell’area, allargandomi fino alla Liguria e alle città emiliane di pianura. I suoi commenti si fecero sempre più dettagliati ed entusiasti, prendendo la forma di file di testo (che dovevo convertire, causa la già detta incompatibilità dei nostri computer) i quali iniziavano o finivano con commenti di questo tenore: “Passo di stupore in stupore”, “Sono perfettamente d’accordo col taglio storico ed evolutivo della trattazione”, “Complimenti, come sempre”. Se necessario, ci sentivamo per telefono, anche per ore, dopodiché avevo pagine di appunti da considerare.
Nel 2020 il lavoro era pronto: come ho detto, contava 4 volumi e 1840 pagine, che lui aveva interamente letto e glossato negli anni. Scrisse un’altra prefazione delle sue, creando il personaggio di Giano montanino, che guarda in due direzioni (la Toscana e l’Emilia-Romagna) e trova sempre soluzioni originali nel suo rimanere a cavallo dei monti. Svelò anche un fatto che non conoscevo, ossia che lui stesso aveva concepito un progetto simile al mio, molti anni prima, il quale però non si era mai concretizzato per mancato appoggio economico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’austera istituzione, infatti, riteneva impossibile che un simile lavoro potesse venire realizzato da una persona sola: “L’obiezione del CNR parve e parrebbe non irragionevole. Fatto sta che, ora e qui, un tale lavoro -senza CNR- è stato fatto, in molti anni, da Daniele Vitali, non proprio da solo, date alcune validissime collaborazioni per la raccolta di campo, ma neanche alla direzione di una qualche struttura”.

L’anno successivo si suicidò il mio migliore amico, e io sapevo che da un colpo del genere mi sarei potuto consolare solo andando a fare un ritiro in un posto straordinario che mi rimette a nuovo ogni volta. Il caso vuole che quel luogo prezioso si trovi su una collina della provincia di Siena. Pensai che fosse un’occasione per salutare Luciano, che in vent’anni di amicizia avevo visto di persona una volta sola. “Miasto?”, rispose lui, “non c’è mica bisogno di trovarci alla stazione di Siena per Miasto, perché è nel mio stesso comune! Scendi a Poggibonsi e ti vengo a prendere, poi resti ospite a casa mia per qualche giorno e dopo al tuo ritiro ti ci porto io”. Superato il primo imbarazzo per aver dimostrato al mio Virgilio gorgiante una simile ignoranza in geografia della sua regione, trovai straordinario che il luogo in cui per anni ero andato a meditare e il luogo in cui per ancora più anni avevo mandato un diluvio di pdf fossero l’uno accanto all’altro, nel comune di Casole d’Elsa, che si aggiungeva così alla lista dei miei luoghi mitici in terra d’Etruria.

Accolsi l’invito, e rivedere Luciano, conoscere la sua meravigliosa famiglia con la moglie Mady, la figlia Anna e il nipote Giorgio, fu un momento di sollievo dalle mie ambasce. Mentre pranzavo con loro, e li ascoltavo toscaneggiare in quel modo tanto flagrante quanto naturale, pensai che probabilmente a lui avrebbe fatto la medesima impressione cenare a casa mia a Bologna quando la gente non si era ancora corretta l’eloquio e dunque si poteva ancora sentir parlare di cinni e di rusco, di zavagli e di secchiai. Luciano mi mostrò la stupenda vista di casa sua, indicandomi dove nel dolce paesaggio toscano passavano certe isoglosse di cui mi parlava dopo pranzo, mentre gustavamo insieme i cioccolatini belgi che gli avevo portato.

Miasto come sempre rispose alle mie attese e, anche se la mia commozione per la perdita subita sarebbe rimasta profonda ancora per anni (in effetti fino ad oggi, e probabilmente per sempre), in cinque giorni mi ero tolto un enorme peso di dosso. Venne a riprendermi la figlia Anna e, mentre percorrevamo in auto la strada sterrata fra i boschi per tornare a casa, con mio profondo sbalordimento mi ringraziò per tutto quel che avevo fatto per suo padre: io, che avevo tanto beneficiato di quegli anni di studio e amicizia! “Gli scambi con te gli hanno permesso di continuare gli studi e coltivare i suoi interessi anche una volta andato in pensione, facendogli un gran bene”. Era il colmo, essere ringraziato quando sentivo a mia volta di avere una gratitudine immensa da esprimere!

Passai qualche altro giorno ospite della famiglia Giannelli, che mi portò a vedere tutti i dintorni, e tornai in loco l’anno successivo in occasione di un mio nuovo ritiro a Miasto (meglio ripassare quanto già imparato, il colpo era stato duro). Fu una festa, come l’anno prima, e intanto c’era stata la bella sorpresa di avere un nuovo amico in comune: Federico Pani, bravissimo giornalista pubblicista, mi aveva contattato perché voleva intervistarmi a proposito dei miei quattro volumi, e nel corso del nostro lungo colloquio si era appassionato alla toscanistica. Aveva deciso di conoscere Giannelli, così li misi in contatto e lui lo intervistò. Andò anche a trovarlo, tornando naturalmente a casa entusiasta.

Questa volta io e Luciano parlammo nuovamente di lavoro: il mio “Dialetti emiliani e dialetti toscani” gli aveva dato il destro per diversi ragionamenti sul sistema dei clitici in Emilia e in Toscana, così che lanciò l’idea di un saggio sull’argomento con me e due coautrici. Quel saggio, intitolato “Sintassi periappenninica”, vide la luce, ed entrò a far parte di un grosso volume intitolato “Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari”, una miscellanea di vari autori che Luciano regalò al mondo accademico da lui lasciato nel 2009 col suo pensionamento. Arricchì il volume con propri contributi sulle lingue amerindie, di cui si era occupato in parallelo con le ricerche toscane, e lo pubblicò presso Pendragon di Bologna, il mio storico editore.

Non fu, però, la sua ultima pubblicazione, poiché seguì un volumetto sulla bestemmia in Toscana che uscì con un editore di San Giovanni in Persiceto da me segnalato, e poi il libro “Scritti vagabondi”, coi suoi ultimi inediti che mostravano la varietà degli interessi di questo autore importantissimo, tra i fondatori dell’Atlante Lessicale Toscano, della Rivista Italiana di Dialettologia, del Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena dell’Università di Siena.

Negli ultimi tempi i suoi problemi di salute si erano intensificati. Io continuavo a farmi vivo mandandogli aggiornamenti su uno studio che ho avviato con Lorenzo Ballini circa il confine fra la Toscana e il Lazio, Luciano rispondeva con osservazioni puntuali al materiale che gli inviavo. A un certo punto si è dovuto scusare per la lapidarietà delle risposte, finché il 30 ottobre sono stato avvisato dalla famiglia che il mio amico e mentore non c’era più.
Ho voluto ricordarlo, con tutto l’affetto, la riconoscenza e la stima di cui sono capace.
Ora lascio la parola alla bella intervista che Federico gli aveva fatto nel 2022, ma non senza prima sottolineare che la cosa più bella che ho imparato da Luciano è stata, credo, l’idea che la linguistica si possa e si debba fare anche “con spirito di servizio”.

Daniele Vitali

L’arte genialmente ispirata di Escher in mostra al Mudec

(Foto di Charles da Pixabay)

Accostare l’arte islamica alle opere di Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è sì un atto filologico, ma anche un modo per capirne una cifra artistica fondamentale: proprio ammirando l’arte ornamentale musulmana – che non può rappresentare figure umane e tantomeno la divinità –  il geniale incisore olandese confermò l’idea che con la modularità, la ripetizione e la combinazione avrebbe potuto riempire artisticamente ogni spazio. La mostra “M.C. Escher. Tra arte e scienza”, al Mudec di Milano sino all’8 febbraio del 2026, ripercorre questa e altre tappe fondamentali della carriera di Escher. Il contatto con l’arte islamica avvenne per via diretta, soprattutto con le visite, nella Spagna del sud, all’Alhambra di Granada e alla Mezquita di Cordova; sono perciò proposti ai visitatori esempi di decorazioni medievali di area islamica: formelle pavimentali o parietali (e non solo) raffiguranti elaborati intrecci di scritture e disegni geometrici o fitomorfi.   

Nelle sale, si esplorano i rapporti dell’incisore con altre due fonti d’ispirazione. La prima è l’Italia, con vedute di Roma, della Costiera amalfitana, dell’Etna, della Calabria, e non solo. Escher filtra questi paesaggi col suo genio grafico da incisore: li trasforma geometrizzandoli, così da intersecare linee e piani, prevalentemente in bianco e nero. Ma il suo interesse non è la sola staticità del paesaggio, bensì il divenire, inteso come trasformazione: la progressiva astrazione mediante la tassellazione (“in geometria, configurazione costituita da poligoni che ricoprano l’intero piano, senza sovrapporsi a due a due”, Treccani.it) permette all’artista di costruire sequenze di immagini raccordate da un procedimento di scomposizione. In questo senso, “Metamorfosi II” (in mostra) è esemplare: da una scacchiera si passa alla veduta del borgo salernitano di Atrani, per poi approdare a figure di animali (pesci e rettili), insetti (delle api e un alveare), geometrie e, di nuovo, una scacchiera.

Ma la sperimentazione di Escher prosegue: la sua arte si lascia ibridare con la sua seconda fonte di ispirazione, ossia gli studi geometrico-matematici; in particolare, quelli derivanti dagli studi sulla cristallografia. La tassellazione ben si attaglia allora a raffigurare alcuni problemi e concetti delle geometrie e della matematica. Tra questi, la mostra approfondisce il tema dell’infinito, che per Escher viene rappresentato con la ripetizione e la riduzione della scala dei moduli a forme sempre più piccole: in altre parole, le sue geometrie modulari vengono riprodotte viepiù rimpicciolite; così l’artista cerca di farci provare, nella vertigine della ripetizione e della trasformazione, la sua percezione dell’infinito.

La mostra è prodotta da 24 ORE Cultura (Gruppo 24 ORE) e promossa dal Comune di Milano-Cultura, col supporto di Turisanda1924 (Alpitour World). Ha visto altresì il patrocinio dell’Ambasciata e Consolato dei Paesi Bassi; l’esposizione, infatti, non sarebbe stata possibile senza la collaborazione del Kunstmuseum Den Haag (che possiede una collezione permanente dell’artista) e della Fondazione M.C. Escher. L’idea generale dell’allestimento è di Judith Kadee; i curatori sono Claudio Bartocci, Paolo Branca, Claudio Salsi. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 ottobre 2025

“Roast in peace”: quando la satira ha il freno a mano

(Immagine: Pixabay – Fun4All)

Il “roast” è una cerimonia comica anglosassone che prevede di sbeffeggiare – loro presenti – una o più persone: una forma sui generis di omaggio. Si tratta, tipicamente, di persone celebri o apprezzate dall’uditorio. La presa in giro è altrettanto tipicamente affidata a dei comici. Proprio a loro è concesso “roastare”, cioè “arrostire”, le persone omaggiate. “Roast In Peace” (gioco di parole con R.I.P., “Rest In Peace”), prodotto e disponibile su Prime Video (Amazon Prime), ha come cornice il finto funerale di 4 celebrità, presenti in studio, naturalmente vive e vegete. Lo show è affidato alla “roastmaster” Michela Giraud, mentre i comici – è loro il compito di “arrostire”, con dei necrologi, le celebrities – sono Corrado Nuzzo, Maria Di Biase, Beatrice Arnera, Edoardo Ferrario, Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. I vip in questione sono Selvaggia Lucarelli, Elettra Lamborghini, Roberto Saviano e Francesco Totti.

Lo spettacolo comincia e procede senza grosse sorprese: qualche “arrostito” ride a denti stretti (Lucarelli e Lamborghini); qualcun altro più volentieri (Saviano). Ma nemmeno da parte dei “roastati”, che hanno una specie di diritto di replica, mancano battute puntute: dice Lucarelli: “Volevate seppellirmi con una risata, ma la buca era già occupata dalle vostre carriere”. Saviano, addirittura, li batte a duello con la loro stessa arma, la risata: “Potevo finire in quel girone dell’Inferno dove ogni minuto Rapone ti dice ‘Ho preparato una domanda per te: come stai’? La stessa domanda per l’eternità” (il riferimento è a una domanda fissa di Rapone nel podcast che conduce insieme a Daniele Tinti, “Tintoria”). Infine, Saviano – che allestisce una gag, facendo il verso al proprio, di podcast – conclude dicendo, autoironicamente: “Questa è solo una barzelletta triste, motivo per cui in vita ero spesso solo”; e afferma poi di tornare sulla sua “nuvoletta bilocale”, che alcuni politici destrorsi definiscono “un lussuoso attico con vista sull’Eden”.

Poi, arriva il turno di Francesco Totti; e qui il meccanismo dello spettacolo si inceppa: già nel corso della performance di Nuzzo e Di Biase, l’ex capitano della Roma mostra insofferenza, e per un momento fa esitare il duo. Ferrario, addirittura, si rifiuta di adempiere al suo compito – giacché, spiega, glielo impedisce la fede romanista –; se la cava “roastando” Luciano Spalletti; e, anzi, innalza una preghiera al Capitano. Ma il punto è che Totti sembra ostile all’idea che si possa scherzare malignamente su di lui; o, quantomeno, rifiuta di vestire i panni della docile autoironia: nel caso di due riferimenti ai soldi, reagisce e mette in difficoltà Arnera e Rossi, i più temerari con lui. L’ultimo è Rapone, che si profonde in scuse e prese di distanza dalle battute: la trovata fa sorridere, ma la forza di deterrenza della popolarità di Totti è inequivocabile. E pure un po’ inquietante: vaso di ferro tra vasi di coccio, la star dello sport non lascia sopravvissuti e infierisce sul finale, citando il Marchese del Grillo: “io so’ io…”.

A scanso di equivoci, e parlando di chi scrive: credo di poter essere definibile, giornalisticamente parlando, un vigliacco. Non ho mai affrontato a viso aperto né politici né tantomeno malavitosi: non ne avrei il coraggio. Tantomeno, pur amando le stroncature, quasi mai parlo male di qualcosa, figurarsi di qualcuno. Questo, sì, per mettere le mani avanti; e, dunque, lode ai comici che fanno satira, o almeno ci provano. E però una cosa va fatta notare: l’impossibilità, pur in un contesto protetto, di satireggiare davvero, fino in fondo, senza timore, il potere che incarna una figura popolarissima come Totti. Perché a portare i comici a mostrarsi intimoriti e trattenuti nei confronti di Totti è sicuramente la sua immensa popolarità, ribadita in studio dalla venerazione del pubblico (che ride per qualsiasi cosa dica il Capitano). Ora: non è questo un esempio di autocensura?

Viene spontaneo chiedersi: fare una battuta su un campione di calcio, anche se di cattivo gusto, anche se poco divertente, può a tal punto atterrire un comico (guardate le loro facce per crederci)? E poi: che cosa c’è da temere? Be’, chiaro: l’ira che i fan della star dello sport, specialmente sui social, provochino una famigerata “shit storm” (o, più elegantemente, una “lapidazione collettiva”, copyright Vera Gheno); e che dunque le loro reazioni si traducano in una cattiva reputazione del performer, la qual cosa può deprimere non poco e costare contratti. Già: e che dire quando di mezzo ci si mettono pure gli avvocati? Meglio non pensarci, data l’evidente sproporzione dei mezzi, che spesso sussiste tra chi insulta e chi è insultato. Naturalmente, non è questo il caso: come dice Michela Giraud nei contenuti extra, i partecipanti hanno (evidentemente) firmato una liberatoria. Insomma, il caso di “Roast In Peace” solleva una questione: sino a che punto si è davvero liberi di fare satira sul potere – in tutte le sue forme possibili: anche quello derivante da motivi sportivi o imprenditoriali, ecc. – oggi in Italia?  

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 ottobre 2025

Tutta la verità su Federico II di Svevia: intervista a Marco Brando

Federico II di Svevia è un personaggio storico importante per Cremona. Ma non sempre si parla in modo appropriato. Qualche anno fa il Comune di Parma – ci spiega l’esperto che abbiamo intervistato – ha dovuto correggere un refuso non da poco: una targa dedicata a un inesistente Federico di Svezia (anziché, appunto, di Svevia). Dell’argomento, parliamo con Marco Brando (nella foto), giornalista e divulgatore che ha scritto molto sull’uso e sull’abuso del Medioevo nella cultura di massa. All’imperatore, Brando ha dedicato due libri: “Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa” (Palomar, 2008) e “L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia” (Tessere, 2019).

Ha presentato le sue ricerche anche a Cremona, vero?

“Certo. Durante la presentazione a Cremona del mio primo libro su Federico II, un partecipante intervenne accusandomi di essere filo-imperiale e anti-leghista. Erano i tempi in cui (parliamo del 2010) la Lega Nord di Umberto Bossi invocava un passato mitico, nel quale tutti i comuni del Nord Italia si sarebbero confederati contro il giogo imperiale. Il discorso, per quanto riguarda Cremona, è ben diverso. La città fu acerrima avversaria di Milano che, tra il XII e il XIII secolo, tentò di imporre il proprio predominio nell’area padana. Così, quando nel 1226 fu rinnovato il giuramento della Lega Lombarda – erede della Lega che aveva sconfitto a Legnano (1176) Federico I Barbarossa, nonno di Federico II – la scelta di Cremona fu chiara: insieme a Pavia, Parma, Reggio e Modena, si schierò con gli imperiali. Non stupisce allora che, dopo la vittoria di Federico II a Cortenuova (1237), il Carroccio della Lega Lombarda fu trascinato proprio nelle vie di Cremona; il simbolico bottino fu trainato da un elefante, sul quale era legato Pietro Tiepolo, il podestà di Milano, giustiziato in Puglia tre anni dopo”.

Perché, anche nel passato recente, c’è stata una mitizzazione dell’unità dei comuni nord italiani contro l’Impero svevo?

“In primis durante il Risorgimento, nell’Ottocento, c’è stata la retorica patriottica antiaustriaca (presente tuttora persino nei libri di scuola); del resto, basta pensare che nella versione completa dell’Inno di Mameli compare un riferimento a Legnano. In seguito, in occasione della Prima guerra mondiale, la propaganda antiaustriaca si rinvigorì. Poi è stata la volta della Resistenza, durante la quale i nemici erano tornati a essere, guarda caso, i tedeschi. A tal proposito, nel mio primo libro sul mito di Federico cito il “motivo del conferimento” della medaglia d’oro al Valor militare attribuita al gonfalone di Parma nel 1947: “Fiera delle secolari tradizioni della vittoria sulle orde di Federico Imperatore, le novelle schiere partigiane rinnovavano l’epopea vincendo per la seconda volta i barbari nipoti, oppressori delle libere contrade d’Italia”.

Qui a chi si fa riferimento?

Da un lato, agli occupanti nazisti; dall’altro, all’assedio della città da parte dell’imperatore svevo (1247-48), poi sconfitto dai parmigiani. I quali però, fino a non molto prima (come detto) avevano militato a fianco degli imperiali, per poi passare nella fazione avversa; una mobilità nelle alleanze frequentissima allora. Infine, arriviamo all’epopea leghista tra XX e XXI secolo, ai tempi di Bossi: dal simbolo scelto, Alberto da Giussano (mitica figura mai esistita), alla scelta di Pontida come luogo del raduno annuale, giacché, secondo la tradizione, lì sarebbe avvenuto il famoso giuramento di Pontida del 7 aprile 1167, quello della prima Lega lombarda. Il nemico imperiale venne sostituito da “Roma ladrona”. Scelta curiosa: il papato, e dunque Roma, fu strenuo avversario degli imperiali, nonché alleato dei comuni – guelfi per definizione – della Lega Lombarda”.

Il Piccolo di Cremona, 6 settembre 2025

Marco Brando è autore anche del recente saggio Medi@Evo. L’Età di mezzo nei media italiani, edito da Salerno Editrice.

Giovanni Fattori in mostra a Piacenza all’XNL

(nella foto qui sopra, alcune opere esposte all’XNL Piacenza in occasione della mostra Giovanni Fattori 1825-1908. Il genio dei Macchiaioli)

Giovanni Fattori fu il massimo illustratore del Risorgimento militare italiano, nonché l’esponente più noto del movimento dei Macchiaioli. Una mostra a Piacenza celebra i 200 anni dalla nascita del maestro toscano (Livorno, 1925 – Firenze, 1908); a ospitarla sono le sale del Palazzo Ex-Enel, oggi XNL Piacenza, spazio espositivo e di produzione artistica, proprietà della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Il titolo completo della mostra è Giovanni Fattori 1825-1908. Il genio dei Macchiaioli ed è a cura di Fernando Mazzocca, Elisabetta Matteucci e Giorgio Marini. L’esposizione sarà visitabile sino a domenica 29 giugno 2025.

La mostra è suddivisa in due sezioni. La prima è dedicata al Risorgimento: vi compaiono sia delle grandi scene di battaglia, sia degli episodi minori e quotidiani, come gli appelli dei soldati e le letture della corrispondenza. Le grandi scene sono illustrazioni traboccanti di uomini, non di rado dai volti soltanto accennati. Queste masse, alle prese con la paura e la fatica delle battaglie, affrontano con dignità le loro imprese, spesso avvolti in grandi polveroni. Di quadro in quadro, le giubbe blu, piemontesi e francesi, si affollano in circostanze diverse: la truppa in movimento o a riposo; le grandi manovre; gli assalti concitati. Sarà solo una suggestione, ma se si aggiunge la scabra aridità dei paesaggi quasi si intravede già il realismo dei film sulla Guerra di Secessione (del resto, gli anni sono pressappoco gli stessi). Ci sono poi dipinti di soldati e cavalieri solitari, oppure a coppie o in manipoli sparuti. Suggestive sono le raffigurazioni di gruppi di vedette, che si stagliano su paesaggi scarni (un dipinto raffigura un lungo muro bianco) o su interminabili sfondi paesaggistici; sicché l’impressione è quella di una costante attesa. Interessanti sono anche le bozze preparatorie, dove si può ammirare lo studio meticoloso degli addobbi militari e delle pose dei soldati: ad es., gli studi sui soldati a cavallo.

La seconda sezione è dedicata a soggetti vari, non a carattere militare. Compare una serie di ritratti, a cui seguono quei paesaggi con figure per cui Fattori è altrettanto celebre: vi si trovano scampoli della sua Toscana, in particolare della costa e dell’entroterra livornese, ma anche della Maremma, la più brulla delle terre toscane. Spiccano i paesaggi mediterranei e acquitrinosi; i buoi maremmani, con le loro grandi corna, appesantiti dai gioghi; i butteri, sorta di cowboy maremmani, guardiani a cavallo di bestiame (anche qui, guarda caso, torna un po’ il Far West). Nei dipinti di figure umane si estrinseca una predilezione per dei soggetti appartenenti al mondo contadino e rurale, che quasi mai rivolgono lo sguardo agli spettatori; sono spesso raffigurati di spalle, intenti nelle loro attività e ignari dello sguardo nostro e dell’artista. Al fascino dei quadri concorre anche la campitura del colore: una stesura “a macchie”, funzionale a riprodurre le impressioni di uno sguardo, per così dire, annebbiato dalle sensazioni. Del resto, proprio dal modo di dare il colore “a macchia” proveniva l’epiteto – che all’inizio fu di scherno – di “macchiaioli”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 giugno 2025

I 500 anni delle «Prose della volgar lingua», l’intervista a Francesco Rustici

500 anni fa venne posta una pietra miliare nella storia della lingua italiana: furono pubblicate a Venezia le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, oggi più note come Prose della volgar lingua, a cura del cardinale e umanista Pietro Bembo; vi si fissavano due modelli per la lingua scritta che avrebbero conosciuto un successo duraturo: la prosa (di alcuni passi) del Decameron di Boccaccio e la poesia delle Rime di Petrarca. Di questo scritto e del suo autore abbiamo parlato con Francesco Rustici (nella foto), assegnista di ricerca all’Università per stranieri di Siena, nell’ambito del progetto Repertorio delle corti. Lingua, linguaggi e cultura testuale (ReCoLLeCT). 

«L’opera di Bembo ha permesso quella cristallizzazione linguistica che, ancora oggi, consente a un italofono istruito di leggere l’italiano di Dante e Petrarca e di percepire una vicinanza sorprendente tra la propria e quella lingua (per un inglese invece, ad esempio, la lingua di Geoffrey Chaucer – scrittore della seconda metà del Trecento – appare ben più distante). Va detto che l’effetto delle Prose fu, per così dire, a lento rilascio: inizialmente, riguardò una cerchia intellettuale ristretta; solo in seguito, come testimoniano le edizioni (successive) in formati più economici e maneggevoli, il libro conobbe una maggiore diffusione tra il pubblico. Resta comunque un testo difficile oggi come lo era allora: diviso in tre libri, mette in scena un dialogo tra Ercole Strozzi, Federico Fregoso, Giuliano De’ Medici e Carlo Bembo. Un modo di argomentare per iscritto all’epoca in voga, e però oggi forse più arduo da affrontare. I primi due libri delle Prose sono più teorici e discorsivi mentre nel terzo compaiono le indicazioni precettistiche grammaticali”. 

Peraltro, se si analizzano – come mi è capitato di fare – alcune editiones principes delle Prose postillate, ci si accorge di un aspetto curioso: i lettori appena successivi all’epoca di Bembo non solo manualizzarono il testo, ma si interessarono tanto alla cornice dialogica quanto alla parte precettistica. Ciò, pertanto, conferma quanto scritto da Giuseppe Patota, ossia che le Prose hanno funto anche da «grammatica silenziosa»: non solo hanno veicolato una precettistica, ma l’hanno esemplata nell’uso stesso della lingua da parte dell’autore. Dal punto di vista normativo, infatti, i dubbi grammaticali di molti lettori riguardavano incertezze grafiche (si pensi ai «dubbi grammaticali» di Guicciardini)». 

Le Prose vedono la luce in una città e in anni non casuali: la Venezia tra Quattro e Cinquecento, dove lavorava il primo editore della storia, Aldo Manuzio. 

«Il rapporto con Aldo Manuzio fu fondamentale: le Prose furono ambientate proprio a Venezia nel 1502, ossia nel periodo di pubblicazione delle edizioni aldine delle Rime di Petrarca (1501) e della Commedia di Dante (1502) curate da Bembo. Si trattava di edizioni rivoluzionarie, giacché Bembo applicò agli autori in volgare un metodo di indagine filologica fino a quel momento adoperato solo per i testi classici latini e greci. Al successo editoriale contribuirono poi il formato tascabile e il carattere corsivo, merito dell’abilità e inventiva imprenditoriali di Manuzio.  

La datazione del dialogo ha poi un’altra ragione: Bembo rivendicò sempre il primato della sua grammatica su quella pubblicata da Francesco Fortunio nel 1516. Del resto, in una celebre lettera a Bernardo Tasso (27 maggio 1529) Bembo sostiene di non avere rubato il progetto a Fortunio, bensì il contrario: sarebbe stato Fortunio che, entrato in possesso di un quaderno di Bembo, avrebbe copiato la sua idea. Ora, esistono delle testimonianze indicanti come le Prose fossero già state avviate nel 1512; mentre è improbabile – come sostiene Bembo – che fossero già del tutto ultimate nel 1516. Ma non è solo una questione di paternità o, diremmo noi, di copyright. E non è nemmeno una questione riducibile alla sola lingua: l’opera di Bembo affonda le sue radici in un più esteso discorso umanistico sulla lingua, sì, ma intesa soprattutto come letteratura; ne è dimostrazione il fatto che, difatti, non prese mai davvero parte alle propaggini polemiche della cosiddetta questione della lingua, come invece fecero, ad esempio, intellettuali come Gian Giorgio Trissino, Ludovico Castelvetro, Annibal Caro o il Castiglione». 

Dunque l’ambizione di Bembo appare ancora maggiore di quanto si potrebbe pensare: codificare dei modelli per il volgare letterario, così come era stato possibile fare con la letteratura classica; è così?  

«Si può dire che Bembo porti anche nell’ambito della produzione artistica in lingua volgare la mentalità e il metodo di chi allora si occupava di lettere classiche. Era ben consapevole, infatti, dell’esistenza di un latino aureo, tale in virtù di modelli straordinari quali Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia; allo stesso modo, riteneva che a quei grandi autori fosse succeduta una produzione meno illustre, “argentea”. Proprio questa consapevolezza lo indusse a riconoscere la diversità tra il fiorentino trecentesco scritto e quello del Quattro e Cinquecento. Com’è facile immaginare, queste considerazioni non furono particolarmente apprezzate dai fiorentini, che si consideravano ancora i depositari della lingua viva più illustre: non è un caso che le Prose a Firenze arrivarono tardi, soltanto nel 1549; si tratta dell’anno della terza edizione, peraltro postuma (la prima fu nel 1525, la seconda nel 1538)».  

Parlando sempre di lingua scritta, si può dire che Bembo abbia rilevato un parallelismo fruttuoso tra lo sviluppo del latino e quello del volgare fiorentino? 

«Non solo: Bembo si discosta dal modo di vedere i volgari italiani come una corruzione del latino. Certo, in linea con i suoi tempi, continua a riconoscere un maggiore prestigio al latino. Ma – e qui sta un punto decisivo – ragiona in termini di autori: se è vero che il latino aveva prodotto, nei secoli, un numero certamente maggiore di opere di valore, nulla vietava che anche il volgare avrebbe potuto raggiungere delle vette artistiche paragonabili; come dimostrano appunto Dante, Petrarca e Boccaccio. Ecco perché non si possono ridurre le Prose a un modello per pacificare la discussione su uno standard linguistico; piuttosto, quel che vi accade è la riapertura di una questione letteraria. Detto in altri termini: così come a suo tempo la letteratura classica aveva prodotto dei capolavori inimitabili, era tempo che anche il volgare facesse lo stesso, seguendo il modello fornito dagli autori più prestigiosi.  

Proprio questa prospettiva, rivolta al futuro, è la ragione per cui Dante resta fuori dal canone bembiano: viene considerato l’esponente di una stagione precedente, quella medievale, ormai pienamente conclusa. Inoltre, agli occhi di Bembo, Dante non si dimostra così inappuntabile nella scelta della sua materia poetica: è rimasto celebre il giudizio, nelle Prose, che vuole Dante «in opera poetica, altro che poeta». Nondimeno, sarebbe erroneo ritenere che Bembo non fosse un estimatore di Dante. Anzi: si pensi al già menzionato lavoro sull’edizione della Commedia, per il quale Bembo si servì di un codice di qualità, conosciuto oggi come Vaticano latino 3199, fino ad arrivare alla compilazione, in prima persona, di un nuovo testo, linguisticamente molto diverso (Vaticano latino 3197). È interessante aggiungere che, in risposta all’aldina di Dante (Venezia, 1502) curata da Bembo, a Firenze – che sull’argomento continuava a rivendicare una primazia – si pubblicò un’edizione “antagonista” giuntina della Commedia del 1506».  

Sarebbe meglio allora non sovrastimare l’intenzione, nelle Prose, di trovare uno standard linguistico? 

«Diciamo che la componente letteraria e quella linguistica si intrecciano, anche se, nella diffusione tra il pubblico, sorge prestissimo un interesse squisitamente rivolto alla precettistica, al Bembo grammatico. Ne consegue una corsa alla manualizzazione dell’opera; la quale, in tal senso, è di difficile consultazione: basti pensare che manca un indice. Di qui, un percorso di ricezione che individua nel libro di Bembo una specie di bibbia per lo standard della lingua letteraria».  

Qual è l’eredità più palpabile delle Prose di Bembo? 

«L’eredità dell’opera in questione è estremamente tangibile: riportando l’attenzione sui modelli, Bembo contribuì a fare sì che l’italiano in parte vi si cristallizzasse. Non penso sia utile rintracciare la fortuna di singole scelte ascrivibile alle Prose: piuttosto, come dicevo, la salvaguardia, attraverso l’esemplificazione, dei più illustri modelli letterari in volgare ha permesso che questi continuassero a essere fruibili, contribuendo a tenerli in vita nell’uso, anche comune, della lingua scritta».  

Federico Pani

Una versione ridotta dell’articolo è comparsa sul Piccolo di Cremona del 7 giugno 2025.

Una grammatica scientifica anche a scuola, l’intervista a Loredana Camizzi

Portare un po’ di chimica nelle lezioni di italiano? Sì, in particolare la metafora della valenza, ossia “la capacità degli atomi di un elemento di formare legami chimici.” (Treccani – Enciclopedia online). Da qui, l’idea di una grammatica che sviluppi questa metafora: la grammatica valenziale. Concepita dal linguista francese Lucien Tesnière a metà degli anni 50 del ‘900, questa grammatica è oggi supportata da una ricerca scientifica e da evidenze di efficacia didattica solide. Ne parliamo con Loredana Camizzi (nella foto), ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE) e curatrice del volume “Didattica della grammatica valenziale: dal modello teorico al laboratorio in classe” (Carocci).

Che cos’è la grammatica valenziale?

È una grammatica scientifica basata su un modello teorico rigoroso e verificabile nella lingua di tutti i giorni; analizza e descrive la struttura profonda delle frasi a partire dalla centralità del verbo, che, proprio come un atomo, chiama gli elementi necessari per “saturare” il suo significato e per formare la frase minima o “nucleare”. La capacità del verbo di creare, in base al suo significato, relazioni con gli altri elementi della frase è detta valenza. Alla metafora chimica si affianca quella del teatro: il verbo è il regista e chiama a sé un numero ben preciso di attori (“attanti”, nel lessico di Tesnière) per mettere in scena il suo significato. Un’immagine che può essere sfruttata efficacemente dal punto di vista didattico proponendo in classe la drammatizzazione di diversi tipi di frasi e di verbi da parte dagli stessi bambini, per comprendere anche attraverso l’uso del corpo il meccanismo di costruzione della lingua. Si supera così il concetto di frase minima formata sempre e solo dal soggetto e dal verbo, presente ancora in molti libri di testo e non verificabile con la maggior parte dei verbi e degli esempi possibili di frasi. Il verbo “raccontare”, ad esempio, ha bisogno di almeno tre attori per creare una frase di significato completo: chi racconta, cosa si racconta e a chi si racconta.

Quali altre possibilità didattiche offre la grammatica valenziale?

Dalla ricerca sono risultati molto efficaci i grafici “radiali” ideati dal linguista Francesco Sabatini, che ha adattato e perfezionato il modello valenziale per la lingua italiana: ovali concentrici che indicano la gerarchia degli elementi all’interno della frase a partire dal verbo e dai suoi argomenti, che insieme ne costituiscono il nucleo; per chiarire la natura dei legami, ci si serve di colori diversi, di linee continue e tratteggiate. Abbiamo rilevato che i grafici sono un facilitatore dell’apprendimento efficace e inclusivo proprio grazie all’uso dello spazio, dei colori e delle forme. In generale, la grammatica valenziale si presta benissimo a attività laboratoriali che sfruttano strategie, materiali e linguaggi diversi e favoriscono il ragionamento e la riflessione sulla lingua. Ad esempio, è possibile proporre attività di manipolazione della frase attraverso l’utilizzo di cartoncini che ne contengano i diversi elementi, spostando, sottraendo e aggiungendo i quali si può ragionare con gli studenti sugli elementi necessari per formare la frase e sui legami che si instaurano tra le diverse parti.

La grammatica valenziale modifica anche l’idea di insegnamento della grammatica?

Sì. I bambini non sono considerati privi di conoscenze grammaticali e vasi da riempire con regole da imparare a memoria: questo modello tiene conto della loro grammatica implicita, cioè della conoscenza spontanea della lingua, a partire dalla quale si possono aiutare a riflettere sulla sua struttura formale. Anche le parti del discorso (articolo, nome, aggettivo, verbo, ecc.) vengono affrontate nel contesto della frase, tenendo insieme morfologia e sintassi e analizzando la forma e la funzione dei diversi elementi all’interno di numerosi esempi di frasi. Si partirà sempre con il verbo, perché fornisce molte informazioni ed è il motore della frase. Ne consegue un’attività di scoperta condotta dai bambini in prima persona attraverso un procedimento di tipo scientifico (osservazione, ipotesi, sperimentazione e concettualizzazione) sui dati linguistici a loro disposizione. Certo, le attività e l’ambiente di apprendimento devono essere curati dall’insegnante, che progetta e allestisce il laboratorio di grammatica dove questa indagine può avvenire. INDIRE attraverso il sito “Il laboratorio di grammatica valenziale” offre ai docenti risorse e strumenti per portarla in classe validati dalla ricerca, un palinsesto di webinar divulgativi e attività di formazione per le scuole e gli insegnanti.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’articolo è comparsa sul Piccolo di Cremona del 25 aprile 2025

Corsica e Sardegna, Gallura, Nuorese e Logudoro

(Foto di Régis NETTERSHEIM da Pixabay)

A colloquio con Simone Pisano sulle lingue di Sardegna

In un precedente articolo abbiamo esplorato alcuni aspetti caratterizzanti delle lingue di Sardegna, relativi in particolare alle varietà del sardo propriamente detto: dalla morfosintassi al lessico, alla sociolinguistica, alle politiche linguistiche. Continua a leggere su Treccani.it.