“Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura”, di Walter Siti

Se “resistere non serve a niente”, figurarsi provare a “riparare il mondo”, “Réparer le monde”, come recita il libello di Alexandre Gefen, uno dei bersagli polemici, ancorché molto garbatamente discussi, di “Contro l’impegno” di Walter Siti. Il libro di Siti, notevolissimo per chiarezza e mole di riferimenti, tra i molti, ha il pregio di abbozzare (fare di più, del resto, vorrebbe dire taccia di tracotanza) un’intelligente riposta a questa domanda: qual è il criterio per cui un certo numero di parole, messe in fila, diventa letteratura? La risposta arriva da un contrappunto o, meglio, dal rimbalzo del linguaggio letterario contro il muro troppo solido (e a scrivere stolido ci vuole un attimo) dell’impegno: la letteratura, infatti, è “un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza”.

L’idea di Siti avvicina la figura dello scrittore a quella del ricercatore puro che, pur essendo potenzialmente mosso da tutti gli idealismi o i poteri forti che si vogliono, per arrivare a un risultato deve rispettare la sola logica della scoperta, senza curarsi degli effetti collaterali o degli insuccessi della ricerca. Nella fisica, significa arrivare a trovare la fonte di energia che potrebbe, al contempo, illuminare o distruggere una città. Nella letteratura, significa fare emergere delle contraddizioni. Qualche esempio: inscenare “quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”; condannare a morte, sul patibolo di una rotaia, una donna fedifraga e, al contempo, costruire un monumento alla passione che l’ha spinta a esserlo; oppure ancora, essere il quarto dei Karamazov e scrivere con il sangue del padre la storia di un amore mai corrisposto. Lasciamo la parola a Siti:

Il maggiore obiettivo della letteratura non è la testimonianza ma l’avventura conoscitiva. E non è un problema di “purezza” ma quasi il contrario, di ambiguità: soltanto la letteratura, tra i vari usi della parola, può affermare una cosa e contemporaneamente negarla; perché ambigua è la nostra psiche, ambiguo il nostro corpo – le ambiguità rimosse possono portare a esiti controproducenti, a false euforie. L’ambiguità, lo spessore, la polisemia fanno emergere quel che non si sa ancora; per questo la letteratura non può prestarsi a fare da altoparlante a quel che già si crede giusto.

Affinché il ragionamento di Siti regga, serve accogliere una premessa: gli esseri umani sono contraddittori. Ora, fare letteratura significa sempre, anche indirettamente, parlare proprio di esseri umani; e la realtà di cui parla ogni libro non dovrebbe mai dimenticarsi di essere umana. Che ce li si raffiguri come animali o forme geometriche, poco importa: i personaggi saranno credibili solo a patto che nel loro cuore metafisico o – se si vuole – nella loro psiche, alla radice del loro modo di agire e di pensare, insomma, ci sia qualcosa che genera una contraddizione, anche solo in potenza. La letterarietà, la si percepisce solo se è presente questa intuizione, la stessa che fa apprezzare a un certo pubblico il tentennamento dell’eroe, così come l’eroismo del debole, il moto di cuore del cattivo e la meschinità sotto mentite spoglie del buono; tutto, molto semplicemente, è più credibile.

L’aggregatore tematico, il tag insomma di questo discorso (e di fatto è Siti a suggerirlo in continuazione) è la parola “inconscio”: la letteratura è la riscrittura – si tratta pur sempre di un oggetto che mira al bello – della stenografia di una seduta di psicanalisi, sia che a sedersi sul lettino sia un uomo qualunque, sia una civiltà intera. In un’intervista, Siti si è spinto ancora oltre: ha affermato che, idealmente, vorrebbe poter assegnare alla letteratura uno speciale diritto di parola; conferirle cioè una libertà assoluta nel parlare della realtà umana. Il giudizio, allora, non potrebbe che vertere solo su quanto la letteratura rispetti ogni volta la sua promessa di verità e di bellezza.

Recensendo “Contro l’impegno”, Claudio Giunta ha scritto che ci si sarebbe potuti aspettare uno stile più caustico, capace di trasformare le perplessità di Siti in autentiche e, in certi casi, doverose stroncature: “Ho come l’impressione, infatti, – scrive Giunta – che, capovolgendo la regola, il Siti saggista alla verità preferisca la gentilezza. Lo capisco, e in parte lo approvo: perché essere sgradevoli, perché litigare in un ambiente in cui già tutti litigano?”. C’è però anche un’altra ragione che deve aver spinto Siti a usare un tono argomentativo disteso: l’urgenza di non farsi fraintendere; la necessità, insomma, di non distrarre i lettori, né tantomeno di intorbidare le acque sollevando, da un lato, le idiosincrasie di chi legge e, dall’altro, le fatue polemiche a cui allude Giunta.

Che l’atteggiamento di Siti dia i suoi frutti, lo si vede soprattutto quando sottrae dalla polemica giornalistica alcuni autori, tra i quali spicca – anche per il numero di pagine che gli sono dedicate – Roberto Saviano, che in questo libro viene preso sul serio come scrittore come forse mai prima. La vicenda biografica di Saviano tradisce, peraltro, un alto tasso di contraddizione e, dunque, di letterarietà (intesa alla Siti): il cantore affascinato dalla carnalità del male, costretto a negare alla propria carne tutta la realtà e la vita che disperatamente ricerca nello stile; servirebbe un bravo romanziere per occuparsene.

Oltre a segnalare la bella contrapposizione tra la favola didascaliche e per nulla credibile di Alessandro D’Avenia alle ben più dure e vive di Carla Melazzini, entrambe dedicate al mondo della scuola, si conceda qui solo un cenno al capitolo “Le vittime hanno sempre ragione?”: sono pagine che costituiscono una lezione importante, utile a non dare troppo credito ai giornalisti, agli scrittori, e ai video-opinionisti di Instagram, che pigiano sul pedale del vittimismo:

Semplificando la complessità dei rapporti di potere nella coppia spettacolare vittima/carnefice, la compassione prende il posto della responsabilità e della lucidità razionale; la vittima mitologica è privata della propria interezza, del diritto all’errore e all’odio e (perché no?) alla mediocrità.

Chiudendo il libro, viene la tentazione di chiamarlo “metodo Siti”, questo schema che, rilevando le contraddizioni, misura anche la temperatura del potenziale narrativo, ossia letterario, di ogni storia. Un esempio suggestivamente pop lo offre il paragrafo “Rocco Siffredi narratore”: Siffredi è ospite da Barbara D’Urso e racconta che, dopo il funerale della madre, un’amica di famiglia che lo conosce fin dall’infanzia lo invita a prendere un caffè a casa e un abbraccio all’apparenza affettuoso e consolante per la disperazione del momento termina invece con del sesso orale. Giustamente, Siti scrive: “Un racconto che sarebbe piaciuto a Petronio e a Philip Roth, il sesso come vendetta contro la morte”. E, infatti, il fatto che Siffredi abbia toccato un nervo scoperto, “l’unico frammento non pornografico e non porcellonesco-goliardico”, “l’unico spunto potenzialmente romanzesco”, è confermato dal fatto che l’episodio finisca con una reprimenda di Barbara D’Urso e degli ospiti. Siffredi si era fatto, per un momento, l’incauto Stalker nella zona dell’inconscio, in diretta su Canale 5.

Federico Pani

Cafè Golem, 12 maggio 2022

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...