L’italiano e la scrittura amministrativa, l’intervista ad Antonio Montinaro

Circolari amministrative, note ministeriali, contravvenzioni, regolamenti: a tutti è capitato di entrare in contatto con la cosiddetta scrittura amministrativa. La linguistica la classifica come un linguaggio settoriale: si riferisce cioè a un sottocodice della lingua con esigenze espressive specifiche. Ne ho parlato con Antonio Montinaro (nella foto), professore di Linguistica italiana e docente di Scrittura amministrativa e istituzionale presso l’Università degli Studi del Molise.

«Esiste un dibattito sulla categoria in cui inserire il linguaggio amministrativo (all’interno della quale è compresa anche la scrittura amministrativa): meglio definirlo settoriale o specialistico? Per alcuni, infatti, il linguaggio specialistico dovrebbe riferirsi soltanto alle cosiddette scienze dure, come la matematica, la fisica o la chimica. Il linguaggio amministrativo ha certamente un punto in comune coi linguaggi settoriali: possiede un lessico proprio e una serie di tecnicismi, che trae per buona parte dal diritto. Direi, dunque, che si tratta di un linguaggio settoriale, caratterizzato sì da un lessico particolare, per quanto meno definito rispetto a quello di scienze come la fisica o la medicina».

«L’espressione linguaggio amministrativo è peraltro una definizione neutra, ossia puramente denotativa. Altre definizioni, come burocratese o burolingua, ma anche l’antilingua coniata da Italo Calvino, sono invece di carattere connotativo, nel senso che forniscono un giudizio di valore. Dal punto di vista sociolinguistico, la scrittura amministrativa è una varietà dell’italiano marcata nell’asse di variazione diafasico, dal momento che è il contesto che ne innesca alcuni meccanismi tipici. Nel caso della scrittura amministrativa, essendo un codice scritto, l’altro asse di variazione marcato è l’asse della diamesia. Questa distinzione serve a sottolineare che il linguaggio amministrativo può manifestarsi anche attraverso i cosiddetti canali trasmessi: una comunicazione nata e fatta per la rete, ad esempio, deve sottostare a delle caratteristiche diverse rispetto a una circolare amministrativa o a una nota ministeriale. La categoria del linguaggio amministrativo, dunque, è più ampia e include al suo interno diverse tipologie testuali».

Alla scrittura amministrativa viene spesso imputata l’accusa di immotivata complessità. Ci può indicare come si manifesta e darci qualche suggerimento per affrontarla?

Innanzitutto, è interessante fare notare che il linguaggio amministrativo è visualizzabile come il lato di una triangolazione che, accanto ad esso, vede le norme giuridiche da una parte e i gruppi di cittadini che ne sono di volta in volta interessati dall’altra. Bene, spesso la complessità della scrittura e del linguaggio amministrativo sono tali da impedire che si raggiunga la cosiddetta felicità comunicativa, ossia l’efficacia della triangolazione tra le norme e i cittadini, che passa appunto attraverso il linguaggio amministrativo. Le ragioni di questo mancato obbiettivo, al netto delle eventuali complessità dell’argomento, vanno ricercate proprio nei caratteri formali della scrittura amministrativa.

Detto ciò, penso che in questo campo uno dei problemi maggiori sia la scrittura tout court. Nei corsi che teniamo, io e i miei colleghi rileviamo che il problema interessa sia gli studenti sia molti professionisti. Faccio l’esempio della gestione errata degli incisi, una categoria tipica del linguaggio del diritto mutuata largamente da quello amministrativo: bene, dal momento che si aprono spesso molti incisi, l’uso della virgola è fondamentale; se lo si sbaglia, si cambia il significato di ciò che si vuole dire. Ciò avviene, peraltro, per un problema di formazione al livello primario: quasi nessuno ha ricevuto una formazione specifica sull’uso della punteggiatura. A questo punto bisogna però distinguere tra tre piani diversi del testo. Innanzitutto, c’è il livello lessicale. Questo comprende il livello ortografico, che è il più evidente: tutti si accorgono di una parola scritta nel modo sbagliato. Poi, invece, ci si addentra nelle strutture più profonde della lingua, che sono il secondo e il terzo piano del testo: la morfosintassi e la testualità; in questi ultimi due casi, diventa sempre più difficile accorgersi che c’è qualcosa che non va. Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista lessicale, la raccomandazione è quella di non esagerare coi tecnicismi collaterali, termini usati solamente a fini stilistici e che rendono opaca l’informazione: tra la frase il proiettile ha attinto la vittima e il proiettile ha colpito la vittima non solo non c’è alcuna differenza di significato, ma la versione più colloquiale risulta più chiara. Si potrebbero fare numerosi esempi: compiegare per allegare, declinare le proprie generalità per dichiarare, trattamento di quiescenza per pensione. Certo, alcuni tecnicismi sono ineliminabili, ma gli altri non sono giustificabili se il destinatario del messaggio è il grande pubblico. Per molti dei destinatari, infatti, potrebbe risultare davvero complicato capire che cosa si intende nel testo. È chiara la dimensione del problema se si pensa che la comprensione dei testi pubblici dovrebbe essere garantita come un diritto.

Tutto ciò risulta ancora più evidente nel caso dei forestierismi: la nozione di stepchild adoption, ad esempio, è risultata poco chiara a molti fin da subito. Il numero di forestierismi, peraltro, è aumentato da quando l’Italia è entrata a fare parte del diritto amministrativo comunitario. Di qui, l’arrivo sempre maggiore di anglicismi, che andrebbero quantomeno tradotti all’inizio del testo o in nota, oppure ancora corredando il testo con un glossario. Un altro elemento che rende il testo molto opaco sono le sigle: se non vengono sciolte fin da subito, creano una grande difficoltà nella comprensione del testo. Poi, ci sono elementi di natura più stilistica, che possono essere superati sostituendo le locuzioni più pesanti con delle parole più dirette: dare comunicazione con comunicare, effettuare o procedere a una verifica con verificare, e così via.

Dal punto di vista morfosintattico, nella scrittura amministrativa si riscontra spesso l’uso di participi presenti usati in modo poco usuale: la circolare avente per oggetto; oppure l’uso del gerundio o del participio passato –viste le risultanze, avendo trasmesso la pratica, e così via. Bene, molte persone potrebbero trovarsi spiazzate di fronte a un uso simile della lingua. Tra le difficoltà in cui si può incorrere c’è anche l’uso dei costrutti passivi, molto spesso meno trasparenti rispetto ai costrutti attivi. Inoltre, bisogna anche fare attenzione all’uso marcato della punteggiatura, che in altri contesti viene usata per fini espressivi o per riprodurre il linguaggio marcato del parlato, ma nel linguaggio amministrativo provoca solo errori o ulteriore confusione.

Nei testi amministrativi si rileva anche l’uso poco accorto dei rimandi, ossia l’uso poco avveduto delle espressioni anaforiche e cataforiche: spesso queste espressioni rimandano a cose scritte anche pagine e pagine prima, difficili o complicate da recuperare. Entriamo, a questo punto, nel terzo livello dell’analisi, che è quello della testualità, il più complesso dato che in esso si assommano le diverse competenze. Prendiamo l’uso dei due punti: dalla nostra esperienza, io e molti miei colleghi abbiamo notato che la didattica scolastica associa l’uso dei due punti quasi esclusivamente al discorso diretto e indiretto, mentre non ne esplicita una funzione importante, ossia il fatto che possano essere usati per chiarire qualcosa che è stato appena affermato. Infine, ma si potrebbe continuare, bisognerebbe lavorare attentamente anche sull’organizzazione  complessiva del testo: le molte formule come visto e considerato potrebbero tranquillamente essere spostate dopo il contenuto informativo, che è il più rilevante del testo.

A fronte di tutto quel che abbiamo detto finora, dunque, va rilevato che purtroppo la maggior parte dei problemi della scrittura stanno non solo e non tanto nella complessità di quello che si deve dire (complessità che, ripeto, non deve essere certo banalizzata), quanto piuttosto nella complessità stilistiche del modo di comunicare. C’è da dire, volendo introdurre nel discorso una nota positiva, che oggi i modelli virtuosi non mancano. In un volume del linguista dell’Università di Padova Michele Cortelazzo recentemente pubblicato, Il linguaggio amministrativo, si parla delle buone pratiche della scrittura che si stanno affermando: giusto per fare un esempio, in caso di testi complessi e articolati, si può menzionare l’abitudine di spacchettarli in piccoli paragrafi o di ricorrere a delle tabelle, evitando che il lettore si trovi difronte a un muro di parole.

C’è chi sostiene che la scrittura giuridico-amministrativa abbia una funzione a modo suo virtuosa: penso alla tenuta in vita degli arcaismi e alle molte dizioni colte e, fino a poco tempo fa, alla sistematica traduzione in italiano delle espressioni straniere. Si può provare ad andare controcorrente e parlare bene della scrittura amministrativa?

Penso che il linguaggio amministrativo abbia avuto una funzione virtuosa soprattutto nel periodo di scarsa scolarizzazione degli italiani, ossia fino agli anni ’50-’60 del Novecento. Molti dei modelli della scrittura amministrativa, allora, erano letterari. Una volta raggiunta la piena scolarizzazione, quella amministrativa si è invece caratterizzata come una scrittura pesante e sempre più incline a delle devianze. Oggi, ci sono forme di scritture più utili a fungere da modello, come quella divulgativa, soprattutto di taglio scientifico. Va detto però che riscontro tra molti di coloro che lavorano nell’amministrazione un certo fermento, in taluni casi anche dell’entusiasmo, quando si parla di produrre una scrittura amministrativa più comprensibile. Una possibile soluzione al problema, a mio avviso, dovrebbe essere la formazione continua. Lo ripeto, non si posso banalizzare informazioni complesse, ma si possono veicolare in modo più chiaro: perché costruire una frase di 150 parole, quando la potrei suddividere in più periodi di 30-40 parole ciascuno? Perché, poi, non andare a capo ogni volta che c’è uno snodo logico? Insomma: perché non prendere per mano il lettore e accompagnarlo nel percorso di comprensione del testo?

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 30 aprile 2022

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