“Cactus. Meditazioni, satire, scherzi”, di Alfonso Berardinelli

Si potrebbe scrivere a braccio di Cactus, il libro di Alfonso Berardinelli da poco riedito, ampliato, da Castelvecchi (Cactus – meditazioni, satire e scherzi, pp. 154), una miscellanea di articoli di critica a sua firma comparsi su alcune testate, fra loro eterogenee. A braccio, però, si finirebbe per fare un lavoro da intellettuale-ruspa, imitando con trasporto le gocce più sulfuree della sua prosa, e trascurandone bensì la finezza e le sfumature. Accostarlo a Montaigne e a Molière, alle stroncature di Prezzolini, alla satira di Flaiano e Longanesi, all’epigramma di Kraus e al dictionnaire di Flaubert, beh non c’è che dire, ci farebbe subito riconoscere: banali tritacarne. Fare l’intellettuale apriscatole non avrebbe senso: il libro funziona anche da ottimo apriscatole. E il frullatore si incepperebbe subito nel tentativo di rendere fluide e dolci le contraddizioni che fa emergere. Perciò, passati in rassegna i quattro prototipi d’intellettuale coniati da Berardinelli (ruspatritacarne,apriscatole e frullatore), lasciamogli dire sul primo capitolo, macché, sulla prima frase del Pendolo di Foucault di Umberto Eco:

«Fu allora che vidi il pendolo». Mi ero sbagliato a sottovalutare quell’inizio. In verità non si può leggere una frase simile senza sfregarsi le mani, in veste di lettori. Ah, come mi sento interamente lector in fabula. Quel «fu»! Quell’«allora»! Quel «vidi»! Quel «pendolo»! Tutto è così… così remoto, così naturale, così visivo, così scientifico, così fallico.

Fu. Allora. Che. Vidi. Il. Pendolo. Il mistero e la forza evocativa del passato remoto («fu»). La perentoria determinazione dell’avverbio di tempo («allora»). La vivida presenza della rivelazione diretta in prima persona («vidi»). E infine la cosa che dà il nome al libro, quell’ineffabile oggetto sferico in oscillazione, lucente e implacabile come una legge assoluta installata nel cuore di ciò che è transitorio e relativo: il mondo terrestre. Mondo terrestre percepito nella sua collocazione celeste.

Con un’ironia strepitosa, ecco l’immagine del professor Eco che, scrivendo un romanzo, ne glossa ogni frase col suo sapere enciclopedico, quasi a voler ridurre proprio lei, la storia (“s” minuscola), a un’occasionale nota a piè di pagina, inserendo cultura di massa e teologia medievale, modernismo e romanzo giallo, cabala e geografia fisica: tutto quello che sa, che ci sta, che riesce a dire, senza mai buttare via niente.

Segue il ritratto di Pietro Citati e la galleria dei suoi scrittori, fantasmi, forme evanescenti, ectoplasmi, forse simulacri di Citati stesso. E anche qui torna Eco, ma solo per ricordare che «Non si tratta di due contrapposte visioni del mondo (il mondo non esiste, né per l’uno né per l’altro: tutto è segno o tutto è sogno), ma due tipi di salsa, la piccante e la dolce, entrambe da tenere in casa». Citati, sfacciato ma efficace, riscrivere e racconta la letteratura; soltanto, lo fa a modo suo: smussandola e frullandola – si perdoni il riferimento intertestuale –, pronta per essere digerita dai lettori di un grande quotidiano; nel giro di cinque o sei minuti; ecco a cosa si riduce, senza nessuna offesa, la critica culturale.

E poi, ancora: irrinunciabili foto segnaletiche di autori alla moda: Severino, Vattimo, Cacciari e Asor Rosa; altri bestiari di scrittori; una personale idea di scuola; riflessioni su alcuni aspetti della vita, come la fretta, la bruttezza, gli animali e il generico e astratto conversare su Dio. Cactus: per i giudizi spinosi, certo; ma forse anche per far scoppiare i palloni gonfiati; senza mai cedere alla boria, alla consapevolezza che si può fare molto di buono, in questo senso, ma che è sempre troppo poco: come Berardinelli  lascia intuire parlando del critico Giulio Ferroni che, dopo aver enumerato nel suo La Scena intellettuale 66 maschere di letterati, gli fa constatare che: «Più ne uccide con le sue definizioni e più ne rinascono, secondo la logica del trasformismo, del pentimento e del riciclaggio. Alla fine il critico è esausto, l’Idra non è stata decapitata».

Café Golem, 19 dicembre 2018

“Il vaccino non è un’opinione. Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire”, di Roberto Burioni

Bisogna ammetterlo: pur difettando della più elementare evidenza scientifica, il fronte no-vax può vantare una certa trasversalità e, naturalmente, una grande eco in campo mediatico: non solo Red Ronnie o il Beppe Grillo del 1998, ma anche il cantante Povia, l’attrice Eleonora Brigliadori, il giornalista Gianluigi Paragone. E sì, uscendo dall’Italia, anche un premio Nobel per la Medicina, Luc Montagnier. Come ricorda Roberto Burioni nel suo fondamentale “Il vaccino non è un’opinione” (Mondadori), succede anche ai migliori, del resto, di prendere cantonate: capitò a Lord Byron, che pure può vantare qualche attenuante di natura storica, di definire i vaccini una “moda passeggera”.

Guardare i corpi tremendamente sfigurati dal vaiolo o le infinite immagini di chi rimane storpiato dalla poliomelite dovrebbe togliere qualsiasi sorriso o levare l’eventuale leggerezza di chi affronta questo argomento. Eppure, nemmeno la testimonial pro-vax, suo malgrado, Bebe Vio, è riuscita a fugare i dubbi sull’utilità della prevenzione vaccinale. Del resto, dobbiamo accettarlo: i dubbi, in quanto tali, sono sempre legittimi. Perciò, per chiarire una volta per tutte le questioni relative all’efficacia dei vaccini (al netto dei rischi incredibilmente ridotti), è giusto rimandare alle riviste specializzate, agli esperti, immunologi e virologi, e agli strumenti di divulgazione come questo libro di Burioni, così come a quelli di Alberto Mantovani. La lettura è però anche un grande racconto del duello tra gli esseri umani e la morte: come non emozionarsi nel leggere che, il 12 aprile 1955, tutte le campane degli USA suonarono a festa per la scoperta del vaccino contro la polio? O che, nel 1980, l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la definitiva sconfitta del vaiolo?

A insidiare la questione ora, però, è la messa in discussione non dell’utilità, ma dell’obbligatorietà dei vaccini (perlomeno a scuola). Se questa è una democrazia, perché non convincere tutti sull’utilità dei vaccini, prima di obbligare qualcuno? Su questo punto, Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno espresso un unanime e favorevole parere. Ma allora: perché non convincere tutti riguardo all’utilità del codice della strada, prima di farlo rispettare? Perché non intavolare dei dibattiti sulla necessità che ciascuno di noi ha di non inquinare l’acqua che poi finisce nei mari, nei fiumi o che irriga i campi coltivati?

Già, perché i vaccini non garantiscono tanto o solo la salute propria e dei propri figli; e nemmeno soltanto quella degli altri e dei loro figli: garantiscono quel diritto alla salute, sancito dalla nostra Costituzione, che possiamo considerare come un bene comune essenziale, proprio come l’aria che respiriamo. I virologi lo definiscono immunità di gregge ed è un meccanismo di immunizzazione che garantisce la protezione da molte epidemie a tutti i nascituri (prima che abbiano ricevuto il vaccino, si capisce), ai molti ammalati immunodepressi e anche a chi non si sia ancora vaccinato, a patto che la percentuale sui restanti non superi una certa soglia.

Se democrazia significa libertà di scelta nel rispetto del diritto degli altri, allora i vaccini, oltre che a essere uno dei più grandi schiaffi dato dagli esseri umani alla morte, sono anche uno dei pilastri delle nostre democrazie.

Mercato dell’arte. «I pittori cremonesi? Sottovalutati»

Mentre un Modigliani a Londra si accinge a stracciare ogni record.

Se lunedì prossimo non siete stati invitati da Sotheby’s per l’asta di Nu couché (sur le côté gauche) di Amedeo Modigliani, non preoccupatevi: l’evento è tra i più esclusivi al mondo e gli invitati sono pochi e selezionati, soprattutto in base allo spessore dei portafogli. Già, perché quella che si profila lunedì prossimo potrebbe essere un’asta da record: il seducente nudo di schiena di Modigliani è stato quotato 150 milioni di dollari e potrebbe battere Les femmes d’Alger (Version ‘O’) di Pablo Picasso, battuto all’asta nel 2015 per 179milioni 365mila dollari. Si tratterebbe del prezzo record di vendita di un dipinto a un privato. Vendendo le due tele, si potrebbero comprare due aerei di linea o una flotta di ultraleggeri, aeroporto compreso.

Nulla avrebbe potuto rubare la scena all’evento e invece è successo: questa settimana, Christie’s, la grande rivale di Sotheby’s, ha liquidato la collezione di David e Peggy Rockefeller sfiorando il miliardo di dollari d’incasso – destinati in beneficienza – e registrato prezzi record per sette artisti tra cui Matisse (Odalisca sul Divano con Magnolie, pagata oltre 80 milioni di dollari) e Monet (per un esemplare della serie Ninfee in Fiore sono stati sborsati quasi 85 milioni di dollari). E dire che non ci si era ancora ripresi dal colpo dei 450 milioni, sempre targato Chriestie’s, per il Salvator Mundi, vinto dal Louvre di Abu Dabi, record di prezzo assoluto per un dipinto.

C’è poco da fare: visto da questa prospettiva, il mercato dell’arte è per la stragrande maggioranza delle persone qualcosa di irraggiungibile. Quello contemporaneo, invece, oltreché irraggiungibile, diventa incomprensibile: come può arrivare a costare 12 milioni di dollari uno squalo sotto formaldeide (opera dell’inglese Damien Hirst)? si è chiesto l’economista Donald Thomson nel suo bestseller Lo squalo da 12 milioni di dollari.

Parlare del mercato dell’arte a Cremona restituisce un po’ di senso della realtà.

«A Cremona, i collezionisti non sono più di venti o trenta persone», ci dice un esperto d’arte cremonese. L’arte cremonese è, d’altro canto, l’unico vero oggetto del mercato locale: «Si tratta prevalentemente di arte prodotta tra Otto e Novecento, su commissione della borghesia agiata: perciò si spiega l’abbondanza della ritrattistica. Il resto, che proveniva dalle collezioni nobiliari è diventato materia museale o già stato venduto».

Paolo Mascarini e il figlio Sebastiano sono senz’altro tra gli antiquari più importanti a Cremona. Dal punto di vista della pittura cremonese, praticamente gli unici sul mercato. «I maggiori rappresentanti della pittura cremonese e di cui si può dire esista un mercato sono proprio i pittori tra Otto e Novecento come Mario Biazzi, Renzo Botti, Carlo Vittori e il più tardo Alfredo Signori. In genere, sono ottimi pittori di paesaggi padani e del Po come Vittori, nonché eccellenti ritrattisti» dice indicando un quadro di Biazzi, dai tratti vagamente modernisti. «Quel che è sicuro è che hanno poco da invidiare ai loro contemporanei. D’altro canto, provenivano da scuole d’arte prestigiose come Brera o la Carrara a Bergamo».

La mancata fortuna, pare di capire da Mascarini, è imputabile all’angusto clima di provincia: «Sono pittori di grande qualità e anche piuttosto vendibili, eppure restano sottovalutati. Le loro tele sono apprezzate tra i mille e, al massimo, i 10-15mila euro». Su questo punto, Mascarini la pensa chiaro: sono sottostimati. «Con ciò, quello che ci interessa è la qualità delle opere, nient’altro. Certo, se la città proponesse un’antologica di Biazzi o Vittori, il mercato li rivaluterebbe. D’altronde, sono i collezionisti a fare il mercato. Le case d’asta, invece, fanno i prezzi».

Mentre Cremona aspetta di riscoprire i suoi pittori, le opere di artisti contemporanei come Hirst e Koons scendono di valore. New Hoover di Jeff Koons, una lavapavimenti – sì, avete capito bene: una semplice lavapavimenti – in una teca di plexiglas, quotata tra i 15 e i 10 milioni di dollari, sembra ne valga ora quasi la metà. Vuoi vedere che, a forza di scontarla, ritroverà il suo posto nel reparto degli elettrodomestici?

Il Piccolo di Cremona, 12 maggio 2018

“Il risveglio del fiume segreto. In viaggio sul Po con Paolo Rumiz” di Alessandro Scillitani

Per il principe di Metternich, l’Italia non era nient’altro che un’espressione geografica. Per noi, si potrebbe dire, lo stesso vale per il fiume Po. Di lui sappiamo che è lungo oltre 600 km, che sorge nella località di Pian del Re, nelle valli cuneesi, a due passi dalla Francia e che si immette con la sua larga foce a delta, nel Mar Adriatico. Per cambiare la nostra idea sul Po, o meglio arricchirla di immagini, racconti, volti e dialetti non bisogna lasciarsi scappare allora la proiezione che ci sarà lunedì sera 6 novembre (ore 21.00), presso il Cine Chaplin, del film di Alessandro Scillitani, che documenta il reportage attraverso il fiume del corrispondente di Repubblica, Paolo Rumiz, diventato poi un film: «Il risveglio del fiume segreto».

Il Po comincia la sua corsa come un normale torrente alpino. Dopo un inizio di percorso incerto, verso nord, che per un tratto segue il confine franco-italiano, nella provincia di Torino il Po comincia a ricevere i primi affluenti provenienti dalle valli delle Alpi Cozie, presentandosi già come un importante fiume nell’ex capitale sabauda. Il suo destino, però, è segnato: scorrendo parallelo alle due catene montuose più importanti del nord Italia, il fiume comincia a ricevere l’acqua dell’arco appenninico e alpino, diventando così, nel giro dei primi 2-300 km, l’elemento idrografico decisivo dell’intero nord Italia, il ricettore di tutte le maggiori vie d’acqua: dal Tanaro al Ticino (che offrono i maggiori contributi in termini di volume idrico) fino ai familiari Adda, Oglio, Mincio e non  solo.

Il bacino idrografico del Po è di oltre 70mila km2, e per far capire in maniere definitiva la sua importanza basterebbe ricordare che la pianura padana, in fondo, nient’altro è se non l’enorme valle del Po. E allora: come mai quando si dice Po non si pensa a tutto questo, ma al più vengono in mente ridicole ampolle leghiste o i bollettini sull’inquinamento sfidato, in maniera un po’ improvvida, da qualche sportivo?

Ma torniamo al documentario. Rumiz racconta della sua avventura nella «più lunga costa selvaggia d’Italia». «Mai avrei pensato – continua – di trovare pezzi di Danubio, di Missisipi e di Volga. Siamo partiti con delle canoe, proseguito su una piccola barca a motore e finito con una barca a vela». E a questo proposito, vale la pena continuare a leggere cosa scrive Rumiz: «Dopo Cremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto silenzio. Solo l’acqua cantava. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta».

L’opera di Alessandro Scillitani è dunque un omaggio al più grande fiume italiano che, come dice il giornalista e scrittore, «visto da dentro non sembra più neanche Italia». Un’affermazione che, racconta il regista, «trova la sua spiegazione in qualcosa che nel film non c’è. Prima delle riprese, abbiamo fatto un percorso in bicicletta dalle parti di Torino e ci siamo resi conto che in molti punti il fiume non si vede, è negato qualunque accesso, la sua presenza si avverte solo dai cartelli “Pericolo piene”. In un mondo pieno di brutture, di insediamenti aggressivi, disastri ambientali, il Po in alcuni tratti del suo corso si è negato all’uomo e dunque ha mantenuto la sua capacità di rigenerarsi malgrado lo sfruttamento e, tra i suoi grandi argini, ostenta spazi meravigliosi di bellezza segreta, selvaggia, incontaminata, trionfante».

Il viaggio comincia dalle parti di Casale Monferrato, passando per Isola Serafini (in una scena è inquadrato anche l’acquario del Po di Motta Baluffi), continua lungo le frizzanti sponde emiliane e mantovane fino al Delta, tra i pescatori di vongole, e finisce sulle coste dell’Istria, dove – si dice – arrivino le sabbie del grande fiume.  

Continua Scillitani: «Siamo partiti alla fine di aprile, il giorno della Liberazione, abbiamo “liberato” il fiume dalla diffidenza di chi ci diceva: “Ma andate sul Danubio. Sul Po non c’è niente da vedere”, e dai pregiudizi, come quello sulla gente della Bassa Padana che – io sono di Reggio – ricordo, da ragazzo, consideravamo in qualche modo gli sfigati. Abbiamo usato imbarcazioni di diverso tipo, dalla canoa alla barca a vela e in alcuni tratti abbiamo usato la gru per superare livelli del fiume troppo bassi».

I viaggiatori fissi sono il regista, Paolo Rumiz e Valentina Scaglia, giornalista e appassionata esploratrice, e durante il percorso il film si arricchisce di incontri con persone che dividono l’amore per i fiumi, come il canoista Flavio Mainardi, l’esploratore Pierluigi Bellavite, lo skipper Flavio Fiori, lo scrittore Valerio Varesi e Francesco Guccini, esperto canoista, tra l’altro. «Ho cercato di fare una maratona cinematografica, ho evitato la voce fuori campo e mi sono inserito tra i protagonisti per cancellare la distanza della macchina da presa, ho rubato i dialoghi spontanei tra Paolo, Valentina e i compagni occasionali del viaggio, cercando di trasformarli in una sceneggiatura. Si parla di tutto, cibi, libri, vini, riflessioni sul presente, soprattutto si parla delle memorie evocate dalle atmosfere magiche del Po».

«È un’iniziativa a cui tengo molto – ha detto il direttore dell’Arena Giardino, Giorgio Brugnoli – sono convinto che in un momento di difficoltà come questo bisognerebbe guardarsi indietro e rendersi conto che una delle risorse che hanno fatto grandi Cremona è stata proprio il Po. E il Po non è solo un punto di svago: potrebbe diventare un centro di rilancio socio-economico. Dico solo questo: non esiste nessuna realtà paragonabile alla nostra che non tragga un vantaggio diretto dalla presenza di un corso d’acqua così importante e così prossimo».

«Provate a pensare cosa sarebbe Cremona – continua Brugnoli –, se si sfruttassero appieno le potenzialità del grande fiume: se, faccio per dire, non fosse andato perso il progetto del grande canale navigabile che avrebbe dovuto collegare la Svizzera all’Adriatico, passando per il Ticino, Milano e anche Cremona. Nemmeno così, tra l’altro, senza fare nulla di tutto ciò, il Po si è salvato dall’inquinamento. Mentre ora le tecnologie, se sfruttate appieno, potrebbero coniugare felicemente lo sviluppo e l’ecologia».

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 novembre 2017

“Life e Magnum, il fotogiornalismo che ha fatto la storia”, in mostra a Cremona

Se volete saperne di più su cos’è stato il Novecento, la mostra “Magnum-Life, il fotogiornalismo che ha fatto la storia” fa per voi. La mostra fa parte di un progetto più ampio riguardante la nota agenzia fotografica Magnum, fondata nel 1947, tra gli altri, da Henri Cartier-Bresson; siamo, infatti, quest’anno, al suo 70° anniversario e l’allestimento organizzato al Museo del Violino a Cremona è solo una delle iniziative pensate, qui in Italia, per l’occasione. Le altre esposizioni coinvolgono Brescia, con Magnum First, e Torino, che con ospita i più importanti fotoreportage di Magnum in Italia; il titolo: L’Italia di Magnum: da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin. A Cremona, la mostra è dedicata al sodalizio tra la notissima rivista americana Life e i reportage fotografici forniti dall’agenzia.

Veniamo all’esposizione. Ad accogliere il visitatore, ci sono le copertine di Life realizzate da Philippe Halsman, e alcuni dei suoi pezzi più famosi, legati a personaggi celebri: Alfred Hitckok, Salvador Dalì, il pugile Muhammad Alì e Marlyn Monroe. Oltre a farci ricordare la curiosa idea, avuta molto probabilmente da Halsman per primo, di ritrarre i propri soggetti intenti a saltare, gli scatti, frutto di composizione molto laboriose, restituiscono bene l’aura di divismo che attornia le celebrità.

Con Werner Bishoff si cambia decisamente passo: i reportage della carestia in India e dei campi di rieducazione durante la Guerra in Corea sono foto dure, ritratti di un’autentica disperazione. Molto dure sono anche le immagini di Bruno Bardeby sulla Guerra in Vietnam. Curiosamente, la maggior parte della sezione è dedicata al drammatico dietro le quinte della guerra, in particolare alla tossicodipendenza provocata all’uso di eroina che colpì, come una piaga, l’esercito americano e ne contribuì a spezzare il morale. Eroina che gli stessi Vietcong – vale la pena ricordare – facevano arrivare nei campi americani a prezzi bassissimi.

Il reportage bellico per eccellenza, però, è legato al nome di Robert Capa, che proprio in Vietnam, fu ucciso dall’esplosione di una mina. Di Capa, è riportato, naturalmente, lo scatto del miliziano morente, uno scatto contraddittorio – fu Capa a realizzarlo o, come alcuni sostengono, una sua collaboratrice? – che resta la testimonianza più impressionante della Guerra Civile spagnola. Ancora più impressionanti, forse, sono le foto del D-Day, lo sbarco in Normandia. Furono scattate ad Omaha Beach, spiaggia dove gli americani restarono, per ore, inchiodati dal fuoco tedesco sulla battigia, rischiando di compromettere l’intera operazione. Lo spavento e l’incubo della carneficina si trasmettono anche nella mano di Capa, tremante nelle fredde acque normanne. Capa definì quelle fotografie “leggermente fuori fuoco” e la definizione divenne poi il titolo di una sua biografia.

A Dennis Stock è legato il più bel servizio fotografico probabilmente mai realizzato su Jeames Dean, che qui viene giustamente riproposto. Tra le foto più belle, c’è lo scatto che lo ritrae sotto la pioggia, a Times Square, e che resta una silloge del suo mito, la rappresentazione migliore di una generazione, la sua, tormentata e ambiziosa. Ma Stock non si ferma qui: il reportage sul protagonista di Gioventù bruciata lo portò nel paese natale e rurale di Dean: le immagini sono quelle di un’America fatta di fattorie e campi arati a perdita d’occhio, quell’America destinata – proprio come Dean – a perdere la propria innocenza, venendo a contatto con la società di Hollywood e dello spettacolo. La morte dell’attore, a bordo della sua auto da corsa, fece il resto per costruirne il mito.

Il culmine della mostra, però, è la sessione di foto scattate da Henri Cartier Bresson e Eve Arnold durante le riprese del film “Gli spostati”, di John Huston, del 1961. Gli scatti del set non sono solo una testimonianza di una gestazione filmica difficile – nella foto di gruppo, suggeriscono gli organizzatori, ognuno posa per sé –, ma costituiscono, in qualche modo, il presagio di qualcosa di ben più tragico: sul film aleggia, infatti, il tramonto delle due stelle protagoniste del film, Clark Gable e Marilyn Monroe, il primo ucciso da un infarto il giorno dopo la fine delle riprese e la seconda, al suo ultimo film.

 Le immagini ritraggono una Marilyn nervosa, stralunata alle prese con un copione che non sembra entrarle in testa e un matrimonio al suo capolinea: quello con Arthur Miller che, guarda caso, proprio con John Huston firma la sceneggiatura del film. Ma oltre a riprendere uno dei momenti più cupi della carriera di Marilyn, finita in tragedia l’anno successivo, a restare impresso c’è il sorriso rassegnato di Gable, già incrinato – inevitabilmente, se lo si guarda con gli occhi di chi già sa – dalla morte imminente. Per chi vuole, si può già intravedere la fine di quella Golden Age, terminata in modo traumatica con l’assassinio di Kennedy.

Uscendo dalla mostra, ci si lasciano alle spalle immagini tra loro diversissime, tutte accomunate da uno sguardo che è capace di restituire, più che dei soggetti, un’immagine complessiva del Novecento: un secolo mai così violento e spettacolare, dove i sogni della più grande fama – che, se si vuole, in fondo, è desiderio di immortalità – coabitano e si avvicinano pericolosamente con il fantasma della morte. Davanti all’obiettivo è ritratta, insomma, una società di massa inchiodata alle proprie paure, ai propri miti, ai propri orrori, ai propri sogni.

Intervista a Cristiano Zanetti, curatore della mostra “Janello Torriani, genio del Rinascimento”

Superati i 20mila visitatori, la mostra «JanelloTorriani, genio del Rinascimento» si avvia al rush finale: domani, domenica 29, la mostra darà l’ultima opportunità ai visitatori di essere guidati tra le meraviglie prodotte da un uomo, JanelloTorriani, e da un’epoca, quella dell’Evo Moderno. E chi sa che, a breve, grazie a Torriani, nella vulgata, si aggiunga una nuova “T” alle quattro di Cremona.

Ma qual è stato il senso profondo della riscoperta di una figura così eclettica come Torriani, oltre all’evidente lustro che un personaggio simile continua a dare a Cremona? Cristiano Zanetti, classe 1975, curatore della mostra, è senz’altro la persona giusta con cui parlarne.

Zanetti si è laureato in Storia Medievale a Bologna ed è stato archeologo. Nel 2007 ha dedicato uno studio alla Cattedrale di Cremona, o meglio all’edificio preesistente alla distruzione, causata da un terremoto, nel 1117. Poi, è approdato con una borsa di studio all’EuropeanUniversityInstitute, a Firenze, dove il ricercatore cremonese si è specializzato in storia della scienza e della tecnica in epoca moderna.

Come non imbattersi, visto l’ambito dei suoi studi, nella figura di Torriani? «Eppure – racconta – a farmi per primo il nome di un certo Torriani da Cremona era stato un amico danese, studente di storia dell’anatomia spagnola nel Cinquecento, conosciuto durante l’Erasmus». Non c’è da stupirsi: quasi dimenticato nel suo paese d’origine, Janello detiene ancora una certa fama in Spagna, dove soggiornò a lungo, apprezzatissimo come ingegnere e non solo, presso i due monarchi più potenti della cristianità di allora: Carlo V e Filippo II di Spagna.

E qui comincia la storia della mostra: «Feci tradurre parte della mia tesi di dottorato su Janello in spagnolo e ciò mi permise di vincere ilpremiointernazionale Garcia Diego in storia della tecnologia a Madrid. Infine, lo scorso anno è arrivata la chiamata da parte di Unomedia e del Comune di Cremona per curare una mostra dedicata al nostro concittadino».

Che cosa significa realizzare una mostra del genere?

Per me, questa mostra ha voluto dire, prima di tutto, flessibilità: diciamo che solo il 20% dei pezzi presenti sono quelli ipotizzati fin da subito. Eppure, io e Cinzia Galli (conservatore del Museo di Storia Naturale, ndr) ce l’abbiamo fatta: siamo riusciti a recuperare dei pezzi altrettanto importanti e a disporli in modo da garantire al percorso una continuità narrativa e una leggibilità su più livelli. La suddivisione è avvenuta per aree tematiche: Torriani tra mito e storia, i Viaggi e vita di Janello, l’Età del Nuovo, l’Educazione cremonese, Potere e Sapere, Milano capitale delle meccaniche, la Micromeccanica, gli Automi, la Macro-meccanica, la Virtù come fonte di nobiltà».

Come mai tanta attenzione al contesto storico in cui si è formato e ha operato Torriani?

Torriani è figlio di quella che io chiamo l’«Età del Nuovo» e, come ogni genio, lo si può apprezzare solo all’interno di una tradizione. La Storia del pensiero fa proprio questo: ricrea reti e contesti. E ci porta ad ascrivere Janello in quella tradizione delle botteghe rinascimentali che lo portò, in vita, ad essere ancora più celebrato di Leonardo. Lui che era stato in grado di contare su una cosa soltanto: la virtus, le proprie capacità diciamo, un concetto che gli umanisti recuperavano direttamente dai classici e a cui gli uomini di allora davano valore civico e politico; in buona sostanza: alla comunità non poteva che convenire investire nella formazione di figure di talento. E a proposito di classici, due sono stati i grandi modelli di Torriani: Archimede e Vitruvio, i più grandi “scienziati” meccanici dell’antichità greca e romana. Vitruvio soprattutto, con il suo ideale di sapere misto, allo stesso tempo pratico e teorico. Ma se per i pensatori medievali si poteva essere, al più, «nani sulle spalle dei giganti», personaggi come Janello e Brunelleschi si spinsero oltre e, usando la matematica, varcarono le soglie della scienza moderna, arrivando a dominare con essa la natura.

Che fine ha fatto la scuola di una volta? L’intervista ad Anna Marcocchi

Perfino l’Ocse si è spinto a dirlo: bocciare è inutile. Tutti promossi, allora? Sì: ma nel mare magnum della scuola e delle normative che la riguardano, per ora, sono le opinioni a dominare. Meno, i fatti. Meglio fermarsi a riflettere. Per farlo, chiediamo un parere alla professoressa Anna Marcocchi, docente in pensione di greco, latino e italiano. Per chi ha frequentato il Liceo Classico Daniele Manin” a Cremona, la figura della professoressa, incredibilmente preparata, molto esigente e giusta, ha lasciato un ricordo indelebile. Agli altri si può citare la sua competenza straordinaria e una carriera quarantennale nell’insegnamento.

Professoressa, che è successo alla scuola? Come ha fatto a perdere la sua autorevolezza?

Sarò chiara fin da subito: sono gli insegnanti ad aver perso autorevolezza. Devono studiare, devono tornare a essere in grado di fare quello che è richiesto loro facciano in classe. E che cosa fanno invece di impegnarsi e tenersi aggiornati? Assecondano la direzione in cui va la società: quella della comodità. La difficoltà viene vista con diffidenza. Prendiamo il caso del liceo classico: ecco, togliere la traduzione (dal latino o dal greco, ndr.) durante l’esame di maturità significa togliere l’unica vera difficoltà cui si va incontro. Detto ciò, gli insegnanti bravissimi e preparati non mancano.

Come mai succede?

Succede perché la maggioranza è spaventata dalle cose difficili. La volontà di lavorare è l’unica forza che permette di superare le difficoltà. Se si è in pochi a possederla, si resta indietro. Ad aggravare il fenomeno c’è il fatto che, con la rete, agli studenti è accessibile tutto in poco tempo. Le ricerche che fanno i ragazzi non saranno perfette, ma sul web si riescono a trovare informazioni rapidamente e non per forza sbagliate. Nella mia carriera, devo dire la verità, mi sono imbattuta in traduzioni copiate dal web abbastanza buone.

Che ne pensa della questione dell’abolizione delle bocciature?

Se pensiamo che la promozione sia un diritto ci sbagliamo: è una conquista. Così funzione quella che chiamano la meritocrazia. Qui a Cremona, poi, mi è capitato di vedere un fenomeno particolare: il nome conta più dei buoni risultati quando c’è da decidere una promozione. Non nel senso che i genitori, per quanto influenti siano, non esercitano poi direttamente pressioni sui docenti: basta il nome.

Colpa dell’Italia?

Può darsi. Anche se a Milano, dove ho studiato, nessuno si scandalizzò quando bocciarono due miei compagni di scuola, figli di importanti politici (la professoressa cita i nomi, ndr.). Più in generale, all’estero, le cose vanno molto diversamente. Faccio un esempio. Una mia alunna viene presa a Cambridge. All’aeroporto trova ad aspettarla nientemeno che il suo docente. Con lei, però, è venuta anche la famiglia. Il professore non si lascia sorprendere: dice che se non sanno dove alloggiare, per qualche giorno, possono contare sulla sua ospitalità. Ma non ce n’è bisogno. Poi, prima di salutarli, il professore tira fuori un plico di fogli scritti fitti fitti in latino. Glieli dà e dice: “Vanno tradotti entro venerdì. Se non ce la dovesse fare, e quindi rifiutasse il posto, vi posso riaccompagnare io in aeroporto”.

Nella sua carriera ha notato un calo nell’impegno scolastico in generale?

Sì, ed è una tendenza che si è affermata soprattutto negli ultimi anni. L’aspetto educativo della conquista dei voti, della promozione e del diploma sta svanendo. La colpa è anche degli insegnanti: promuovere anziché bocciare è meno faticoso. Secondo voi cosa sta dietro l’atteggiamento da “amiconi” che hanno ultimamente certi professori? Di sicuro niente di educativo.

E per quanto riguarda l’educazione intesa come buone maniere?

Anche in quel caso si è andati in peggio. Un giorno, un alunno della mia scuola insulta volgarmente una collega. Lei non reagisce. Noi insegnanti sì: convochiamo tutti i genitori, gli spieghiamo quello che è successo e loro che fanno? Ridono. Sì, ridono. Se considero l’insulto di quel ragazzo un gesto grave, la risata di quei genitori mi spaventa e basta.

Cosa si può fare?

Bisogna intervenire in anticipo. Permettetemi un altro aneddoto. Un’insegnante delle scuole elementari che conosco decide di cambiare metodo di insegnamento: legge tutti i giorni ad alta voce delle storie, usa parole difficili per bambini di quell’età, ma gliele spiega con pazienza e precisione. Risultato: dopo due anni i bambini sanno leggere benissimo. Sapete che succede? Riceve una nota di demerito: troppa lettura e troppi pochi giochi in classe. Ecco, se non si interviene fin da subito, poi non si riesce più a fare molto. Io dico: agiamo sulle elementari. Le medie sono caotiche. E nei licei e nelle scuole professionali è già troppo tardi.

Professoressa, Lei per molti è il volto che il latino e il greco hanno avuto durante il ginnasio al liceo Manin. E questo per molti anni. Per chi però non l’ha avuta come insegnante di italiano, un rimpianto: non aver assistito alle sue lezioni sui Promessi Sposi. La cattedra su cui sedeva era il palcoscenico, i timbri di voce prestati ai personaggi, gli attori in scena e gli alunni, un pubblico incantato. Come ci riusciva?

Merito del testo: è tradotto e studiato in tutto il mondo. E poi, diciamo la verità, bisogna essere innamorati di quello che si fa: di quello che si è studiato e di quello che si riesce davvero a trasmettere. Bisogna continuare a studiare. E bisogna anche avere coraggio. Insegnare non può essere un lavoro riempitivo. Bisogna avere coraggio, e volontà di impegnarsi e di lavorare bene.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° ottobre 2016

“La vera seconda Repubblica” per Nadia Urbinati

Prepariamoci: ad ottobre, se il sì vincerà, entreremo a tutti gli effetti nella «vera Seconda Repubblica»  (titolo del libro). Eccola qua, la chiave di lettura del libro presentato ieri da Nadia Urbinati, filosofa e presidente di Giustizia e Libertà, nella sala della chiesa di San Vitale, affollata nonostante il caldo. Ad organizzare l’incontro l’associazione 25 Aprile Cremona. Il volume, scritto a quattro mani insieme a David Ragazzone, è stato presentato, insieme al coautore, dal cremonese Ernesto Bettinelli, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Pavia.

Veniamo al libro. Il libro di Nadia Urbinati ha un merito: fa chiarezza su cosa si debba intendere con l’espressione Seconda Repubblica. Innanzitutto una questione formale: per parlare di una nuova repubblica servirebbe una modifica dell’assetto costituzionale che ancora non c’è stata. Dunque, normalmente, viene usato in modo scorretto. Il discorso, però, non si ferma qui: senza insterilirsinella polemica lessicale, il libro prende sul serio il termine e lo ricolloca all’interno di un nuovo contesto di significato.

L’espressione Seconda Repubblica, infatti, non è semplicemente un termine della vulgata giornalistica; e non è nemmeno soltanto – come ha fatto notare Ernesto Bettinelli – un omaggio a forme di neo gollismo all’italiana,malcelata tentazione del caudillo di turno di fregiarsi del titolo di fondatore di una nuova repubblica.

C’è di più: la Seconda Repubblica è l’espressione di un’ideologia, di un desiderio strisciante di anti-pluralismo parlamentare. In altre parole: la voglia di semplificare, di scavalcare e oltrepassare il dibattito in parlamento. In nome di una struttura più funzionale ed efficiente, si invoca allorail vero passaggio cruciale della nostra storia costituzionale, lo si voglia chiamare Seconda Repubblica o meno, come per primo fece Giorgio Almirante, pensando proprio a De Gaulle: l’adozione di una forma di democrazia diretta, presidenzialista e plebiscitaria, il cui margine di scelta si esaurisce nei termini del bipolarismo tra leader. O con me o con chi sta contro di me: è qui che, ridotta all’osso, si giocherebbe la partita della politica; un comitato elettorale permanente, per dirla in una battuta.

Se le cose stanno così, a voler ricostruire una genealogia dell’idea di Seconda Repubblica, Almirante a parte, i precedentinella storia italiana non mancano. Non solo Berlusconi e Renzi, ma – primo fra tutti – Alcide de Gasperi: proprio lui, il mite leader della Democrazia Cristiana, sarebbe stato il primo ad immaginare, con la Legge Truffa,un’investitura plebiscitaria, sotto l’egida del suo partito. Poi ci sono state le ambizioni represse di Fanfani, sono emerse personalitàcome Craxi,Cossiga e D’Alema. Tutti quanti accomunati da tentazioni di presidenzialismo. A sfiorarlo più di tutti è statoBerlusconi, la cui capacità di spaccare il paese in due è provata, tra le tante cose, dall’effimera ascesa diWalter Veltroni: un rivale uguale e contrario, sorto in perfetta antitesi al leader del Centrodestra.

Potremmo dire allora cheil ventennio appena passato, di fatto, ci ha reso più familiare la politica dei leader di partito, sostituendosi alla politica dei partiti. La legge Renzi-Boschi sarebbe dunquesolo un atto formale per sancirne il passaggio. Ma per gli autori del libro –  che costituisce un sostanziale endorsement al «no» al referendum di ottobre – bisogna tener ben presente almeno due questioni. Primo: quali sono le forze che hanno spinto finora nella direzione della Seconda Repubblica? E ancora: è proprio vero che l’avvento di un modello bipolare e presidenzialista si convertirà in una salutare forma di decisionismo?

Su questo punto i tre relatori sono d’accordo: il modello consociativo – quando non soffocato dal clientelismo e dalla corruzione – era in grado di mettere a frutto l’arte del compromesso. E non si può dire che la cosiddetta Prima Repubblica non abbia portato grandi risultati. Gli esempi non mancano: lo Statuto dei lavoratori, l’obbligo scolastico fino ai 14 anni e il sistema sanitario gratuito, per citare soloalcuni dei grandi risultati delturbolento periodo degli anni ’70. Il bipartitismo imperfetto, insomma, sapeva funzionare.

La forza di questo modello ha un nome ed è pluralismo, cioè la capacità non di far lottare le idee in maniera esclusiva, ma di sommarle in modo virtuoso.Certo non si può negare che la contrattazione, o meglio la costruzione di uno spazio politico condiviso costi fatica e dibattiti estenuanti. Ma per il mantenimento del sistema parlamentarista non ci sono alternative: è nel dialogo – qualche professore direbbe: nella dialettica parlamentare – che la democrazia trae la sua linfa.

E poi c’è la vera forza, sotterranea e decisiva, che per Nadia Urbinati spinge nella direzione di un presidenzialismo senza contraltari:l’ideologia neoliberista. Il criterio efficientista vince sulla rappresentanza, vince sulla seconda parte della Costituzione – quella che si vuole modificare –  e che rappresenta il potere politico dei cittadini. Quasi a voler dire che trattare uno Stato come un’azienda massimizzerebbe il benessere e la libertà dei cittadini. Per la Urbinati, invece, si tratta di una forma di semplificazione brutale e anti-democratica.

Se poi si esaminano con attenzione i risultati dei «governi del fare» – e non ci si riferisce soltanto a quello in carica – viene meno anche la forza degli argomenti a favore dei sostenitori della Seconda Repubblica; le idee e i proponimenti della nuova classe dirigente, infatti, si sfarinano e non trovano terreno nei risultati concreti. In fondo, sostiene la presidentessa di Libertà e Giustizia, è il Parlamento che gestisce ancora con vitalità ed efficacia le sorti del paese, piaccia o meno. Anche se lo fa con ben maggiore modestia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 giugno 2016

Marino presenta a Cremona il suo libro, “Un marziano a Roma”

Un marziano a Roma”: se a scomodare Flaiano ci avevano già pensato i giornalisti, la posa alla Steve Jobs con cui l’ex sindaco di Roma si fa ritrarre nella copertina del suo nuovo libro è senz’altro una soluzione inedita; con ciò, durante la presentazione del volume, avvenuta nella sala convegni del circolo Filodrammatici di Cremona, Ignazio Marino ha tenuto fede ai panni di outsider della politica cui allude il titolo. Su quei panni, del resto, si è sempre basata la riconoscibilità del personaggio. Nella conversazione col direttore de La Provincia, Vittoriano Zanolli, “il marziano a Roma” (presentato dall’amico e collega Mario Riccio) ha recitato dunque un copione noto: quello che, oltreché la riconoscibilità, a voler essere maliziosi, ha fondato anche la sua fortuna politica. Fortuna che qualche mese fa, come tutti sanno, lo ha abbandonato, costringendolo dopo solo due anni e mezzo a rimettere il mandato affidatogli dai cittadini di Roma. Marino, comunque, alla parte che si è ritagliato, quella di un ragionevole professionista prestato alla politica, sembra crederci. Forse perché, in fondo, appare per quello che è: un chirurgo di fama internazionale animato da buona volontà, buon senso e una certa dose di ambizione politica. E niente di più.

Sono qualità che, nel panorama politico italiano, lo hanno premiato fino a un certo punto. Mancanza di carattere o eccesso di aplomb, capacità professionale sprecata o la scelta caduta su un mestiere sbagliato (quello di sindaco), fatto sta che la situazione che Marino si è trovato ad affrontare, una volta eletto primo cittadino della Capitale, fa venire i brividi: 24 miliardi di debiti, tra cui quelli contratti nell’acquisto dei terreni per la costruzione del Villaggio Olimpico del 1960; la bomba ecologica della discarica di Malagrotta; l’assenteismo selvaggio dei dipendenti Atac, l’azienda municipale dei trasporti (700 ore annue lavorative pro-capite contro le più di mille dei colleghi milanesi dell’Atm); i rapporti clientelari, una burocrazia di 60 mila anime, il calderone del malaffare scoperchiato dall’inchiesta Mafia Capitale. Roma ha costituito dunque la sfida finale di una carriera politica cominciata con le elezioni a senatore del 2006, fino alle primarie del PD, nel 2009, perse contro Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (anche se, dell’esperienza delle primarie, l’ex senatore ha rivendicato con un certo orgoglio il risultato ottenuto di 500 mila voti).

Viene da chiederselo, però, chi l’abbia fatto fare a Ignazio Marino, brillante chirurgo diventato capo di dipartimento della Pittsburgh Transplantation Institute dell’Università di Pittsburgh, di tornare in Italia per darsi alla politica. Un nome della chirurgia che, bisogna dirlo, nel suo campo ha prova di grande professionalità e, in certi casi, di profondo coraggio: per dirne una, nel 2001 effettuò il primo trapianto su un paziente sieropositivo in Italia, sfidando il rischio di contagio e la censura scritta dell’allora ministro della salute Girolamo Sirchia.

Sono molti gli sforzi che Marino si attribuisce nell’ambito dei diritti civili e vanno dalla chiusura dei manicomi criminali, al testamento sul fine vita, al riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali; memorabile, a proposito, resta la trascrizione sui registri de Campidoglio delle unioni celebrate all’estero tra coppie dello stesso sesso; nel libro, tra l’altro, non risparmia di raccontare la reprimenda di Bergoglio su questo punto.

Nel 2013 è arrivata la sfida di Roma, raccolta, vinta e naufragata nel giro di due anni e mezzo. Marino racconta la sua versione e lancia alcune provocazioni. Perché prendere di mira il sindaco di Roma, se le spese di rappresentanza (poi pagate di tasca propria) sono state di 19 mila euro in 28 mesi, mentre quelle dell’ex sindaco di Firenzesi aggirano sui 600 mila euro in un solo anno? O ancora: perché cercare nel Campidoglio l’unico responsabile dello squallido spettacolo del funerale del clan dei Casamonica (su tutti: l’elicottero che sorvola Roma per cospargere la funzione con petali di rose) e non prendersela col ministro degli interni?

La risposta è semplice: perché l’ex coinquilino del Campidoglio, proprio in quanto outsider della politica romana, portatore di valori civici e legalitari, ha costituito un corpo estraneo nella politica della capitale. La sua fede nella legalità dei conti e del bilancio, il piglio aziendalistico nella gestione delle imprese pubbliche e l’apertura a forme di privatizzazione si sono scontrate con blocchi d’interesse consolidati.

E qui viene il tasto dolente: l’impresa cominciata da Marino, a suo giudizio, sarebbe potuta anche andare a buon fine se non fosse stata interrotta da un vero e proprio tradimento; «Ventisei coltellate e un solo mandante», così recita, infatti, il titolo (fin eccessivo) di un capitolo del libro. L’episodio è cronaca degli ultimi mesi: di fronte a un notaio, ventisei consiglieri firmano un atto con cui si impegnano a sciogliere il comune di Roma. Dietro, la lunga mano di Matteo Renzi. Ma ormai, con le elezioni che incombono, per molti è già acqua passata.

Sul futuro prossimo, Marino ha qualche riserva, ma confessa che si impegnerà a contrastare la nuova riforma costituzionale. In tutto ciò, emerge comunque l’amarezza di non essere riusciti a fare di Roma una città maggiormente “europea” nella gestione della cosa pubblica, più vicina per dire alla dinamicissima Milano. Perché è vero: resta mozzafiato lasciarsi alle spalle il Colosseo e percorrere via dei Fori Imperiali (pedonalizzata proprio dall’ex sindaco), magari la sera, quando le luci di Vittorio Storaro dànno il meglio. Ma se la nuova amministrazione non troverà il coraggio di percorrere quella strada che, con tutti i suoi limiti, Ignazio Marino ha saputo indicare, Roma resterà la testimone di un passato folgorante, ma per sempre andato.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 giugno 2016

La voglia matta. Il cinema di Ugo Tognazzi in mostra a Cremona

«Amo Cremona. La amo anche se, ogni qualvolta ci torno, mi trattano come se fossi l’ultimo della cordata (…). Tremenda, la provincia». Proprio così, diceva Tognazzi. Forse, oggi più di ieri, si sarebbe ricreduto: magari, vedendo la mostra a lui dedicata nel Museo del Violino, La voglia matta. Il cinema di Ugo Tognazzi, o 33t d’autore, o le altre numerose iniziative proposte del comune di Cremona per ricordarlo – tra cui l’esposizione di gigantografie di suoi film, qui e là per le vetrine della città, serate a tema e cicli di retrospettive.

Cremona sembra averlo capito: venticinque anni fa, se ne andava uno dei suoi figli più illustri. E da una presenza quasi ingombrante, si è passati a un crescendo di riconoscimenti e gratitudine, culminate poco dopo la sua scomparsa: nel 1993, a tre anni dalla morte, gli viene dedicato il cinema di via Verdi, poi chiuso nel 2013. Così, alle tre T della città, se ne è aggiunta per sempre una quarta, la sua.

La mostra del Museo del Violino La voglia matta si divide in tre parti: una galleria di locandine, una fotografica, e materiale multimediale dove si trasmette materiale inedito – interviste o retroscena dei festival, così come cammei televisivi, o interpretazione più o meno celebri. 33t d’autore invece è una rivisitazione contemporanea dei cartelloni dei suoi film più celebri. Passeggiare tra le immagini dei film di Tognazzi è molto più di una panoramica sulle avventure di un artista d’avanspettacolo diventato una stella della commedia italiana.

Ma andiamo con ordine.

Ugo Tognazzi nasce a Cremona nel 1922. Figlio di un assicuratore, dopo aver trascorso la giovinezze a seguito del padre per la Lombardia, torna da adolescente nella sua città. Trova un lavoro: impiegato nel salumificio Negroni. A tempo perso, ancora giovanissimo, recita nel teatro del Dopolavoro ferroviario. Poi, la guerra: si trasferisce a Milano, dove viene notato dalle compagnie d’avanspettacolo per l’intrattenimento delle forze armate. Arriva il 25 Aprile, la Liberazione, e l’Italia ha voglia di dimenticarsi dei traumi della guerra; è il successo delle compagnie teatrali di rivista. Con un discreto successo di pubblico, Ugo partecipa alle tournée d’avanspettacolo; e con mezzi di fortuna (per raggiungere la Puglia si imbarca su un carro bestiame) gira un po’ in tutta Italia.

Finalmente, arriva il cinema: notato durante uno spettacolo a Roma, viene chiamato per interpretare “L’inafferrabile 12”, il suo primo film, insieme a Water Chari. Come ricorda Tognazzi, il film, però, dei due lancia solo Chiari. Poi, lo stesso anno (1950), è la volta dei “Cadetti di Guascogna”. Ci sono tutti insieme a Ugo: Walter Chiari, Mario Riva, Carlo Campanini, Riccardo Billi. Il successo è grande, eppure, nel sequel, il suo nome è sparito: «questo Tognazzi, al cinema, – ricorda – sembrava non funzionare».

Nel 1954 la Rai comincia la programmazione ufficiale. Fra i programmi d’intrattenimento c’è “Un, due, tre”, condotto dai collaudati (e, per qualcuno, un po’ dozzinali) Billi, Carotenuto e Riva. Per qualche ragione, i tre lasciano il programma. Al loro posto, vengono chiamati Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi. Il successo della coppia non è immediato, ma cresce senza sosta nel corso delle dodici programmazioni che si tengono ogni anno; e grazie a loro, si sarebbe detto poi, il programma dura più di cinque anni. La coppia supera ogni aspettativa: costruisce sketch solidi, buffi, capaci di cogliere e ironizzare sui tic dell’Italia alla vigilia del «miracolo economico». Certe volte l’ironia si fa pungente. Sicuramente, troppo per l’Italia di allora: l’allusione a una caduta accidentali del presidente di allora Giovanni Gronchi e lo spettacolo viene sospeso.

Il successo della televisione non tarda a trasmettersi anche al cinema; a dieci anni dal suo esordio, Tognazzi è già protagonista di oltre quaranta film. L’attore è uscito in maniera definitiva dall’anonimato. Eppure, la sua carriera non sembra progredire. L’acume nel riconoscere la mediocrità negli altri, la parodia del reale in qualche gesto, la brillantezza dell’intuizione comica di Ugo vengono sfruttati, piuttosto che valorizzati: in un periodo dove Totò gira tra i sette e gli otto film ogni anno, Tognazzi sembra doversi accontentare della risata facile, di un macchiettiamo improvvisato – e lo si nota nei toni poco seri di certi manifesti di alcuni film di allora.

La svolta arriva nel 1961, quando Luciano Salce gli affida ne “Il federale” il ruolo di graduato fascista; è il suo primo ruolo “drammatico”. Dalle piatte interpretazioni imposte dall’industria cinematografica di allora, Tognazzi fuoriesce con il suo «primo personaggio a tutto tondo» (Morandini). Da questo momento in poi, cominciava a dischiudersi il personaggio Tognazzi, il più difficile da classificare tra i grandi della commedia italiana. Eppure, a ripercorrere la galleria delle locandine del Museo del Violino, le idee si fanno più chiare. La sua straordinaria capacità espressiva si stampa sempre, infatti, sul suo riconoscibilissimo «volto padano»; e senza mai farsi macchietta, ripercorre il passaggio cruciale dell’Italia prima e dopo il «Boom» economico.

C’è un filo conduttore, infatti, che lega i suoi film maggiori: a Tognazzi è affidato il compito di ritrarre la parabola di una generazione arricchita dal miracolo economico e le sue contraddizioni, un’Italia traffichina e godereccia, perbenista e immorale, goliardica e spaventata dalla morte – basti pensare all’industriale de “La voglia matta”, al personaggio-satiro di “Venga a prendere il caffè da noi”, al conte Mascetti di “Amici miei”. Di più; Tognazzi è chiamato a farsi carico del lato sociologicamente meno pregevole dell’arricchimento nostro paese: dall’istinto di sopravvivenza di una civiltà contadina e arcaica, divenuta troppo presto urbana – fanno scuola, insieme a “I mostri” con Gassman, i film di Marco Ferreri e il ritratto di un’umanità sincera quanto sgradevole (l’impresario di “La donna scimmia”, che espone i corpi impagliati dei suoi familiari) – fino all’esplosione bulimica e fatale della società intera nella “Grande abbuffata”.

Mai macchietta, la maschera dell’attore è molto spesso riconducibile alle sue origini «settentrionali»: per certi versi rappresenta quella tensione, che nella sua città, Cremona, rimane però inespressa, a cavallo tra la Lombardia e l’Emilia. Qui, come notano Vittorio Attolini e Guido Fava, si concentra la riconoscibilità del personaggio: cinico, furbo, sornione, piccolo borghese, da una parte; istintivo, sensuale, quasi volgare contadino dall’altra. Tutte caratterizzazioni che vengono restituite sempre con la plasticità del performer d’avanspettacolo che era stato.

E poi esiste l’uomo Ugo Tognazzi, la sua celeberrima passione per la cucina e per le donne, la sua umanità e l’insofferenza per un certo tipo di normalità – basti pensare alla sua numerosa e allargata famiglia. Da questo punto di vista, l’esposizione non restituisce la complessità dell’uomo: la galleria fotografica è, piuttosto, un piccolo e affettuoso sopralluogo dietro le quinte del cinema di Tognazzi. Forse, però, è giusto così: meglio concentrarsi sulla sua grande carriera di attore, guardando per così dire di sottecchi il resto.

Usciti dalle mostre o dalle sale del cinema, viene da pensare a Tognazzi con gratitudine: alla bravura con cui, in bilico tra le sue radici regionali e il respiro di un’intera generazione, ha dato corpo ai difetti dell’Italia intera. A ciò, subentra, poi, una specie di amarezza: si pensa alla parabola discendente dell’attore – culminata nell’interpretazione «stralunata» di “La tragedia di un uomo ridicolo” – alla sua difficoltà nel trovare posto nel cinema di un’Italia che cambiava. Anche l’attore, tornando al teatro negli ultimi anni della sua carriera, sembrò averlo compreso: non avrebbe più potuto dare voce alla generazione che sarebbe venuta. Così, la generazione che è arrivata dopo di lui si è sentita orfana. Quella attuale, invece, se lo è proprio dimenticato.

Il Piccolo di Cremona, 31 ottobre 2015