1821, la Rivoluzione senza Costituzione, l’intervista a Pierangelo Gentile

Nell’estate del 1820, le truppe spagnole di stanza a Cadice, pronte a salpare per il Sudamerica, anziché compiere la loro missione, si ammutinarono, riportando in vita la carta rivoluzionaria del 1812, che prendeva il nome dalla città. L’evento generò una reazione a catena: i moti giunsero anche in Italia, prima a Napoli e poi a Torino, dove il 13 marzo 1821 il reggente Carlo Alberto giurò su un’analoga quanto effimera costituzione. Al fine di raccontare una vicenda che costituisce, per così dire, il prequel della storia dell’unificazione italiana, abbiamo intervistato Pierangelo Gentile, ricercatore di Storia contemporanea, esperto di Risorgimento, presso l’Università di Torino.

Professore, può inquadrare l’evento del 13 marzo nel quadro dei moti di quegli anni?

La storiografia tradizionale considera i moti del 1820-21 come l’origine del Risorgimento, una serie di eventi che fece tremare l’Europa disegnata da Metternich durante il Congresso di Vienna. Oggi sappiamo, invece, che questi fatti si inseriscono in una dimensione transnazionale: ciò che accadde in Piemonte è solo la coda di una serie di fenomeni che si generarono altrove; potremmo addirittura parlare di “rivoluzioni mediterranee”; più che un confine, in quegli anni, il Mediterraneo fu un vettore per quegli ideali. Tutto partì, infatti, dal pronunciamiento di Rafael del Riego, che sarebbe dovuto salpare da Cadice per stroncare quelle rivoluzioni che stavano portando all’indipendenza il Sudamerica. I moti che si diffusero in Europa erano accomunati da due concetti cardine: libertà e costituzione.

La situazione che si generò in Spagna, va detto, affondava le sue radici in fatti antecedenti, negli anni dell’occupazione francese tra il 1808 e il 1812. La Spagna non solo aveva resistito all’assimilazione francese, ma aveva combattuto per la propria libertà e per l’indipendenza. In quel 1820, nonostante l’Europa fosse profondamente cambiata con l’uscita di scena di Napoleone, gli ideali di libertà e di costituzione erano però rimasti nelle menti e nei cuori di chi per la loro difesa aveva combattuto. Nel 1820 il re di Spagna fu costretto ad accettare la costituzione di Cadice; cominciò così quello gli storici chiamano “il triennio liberale”.

 La Costituzione di Cadice prevedeva la presenza del monarca quanto un complicato sistema di nomine per il parlamento. Ma, e questa era la novità, stabiliva un’unica camera: non c’era, dunque, un sistema di bilanciamento dei suoi poteri, come, ad esempio, la presenza di un senato. Per questa ragione, veniva considerata come particolarmente rivoluzionaria ed era ben lontana dalla Charte concessa da Luigi XVIII in Francia. Quella di Luigi XVIII, infatti, restava una Costituzione molto “equilibrata” nei poteri, lasciando dunque al sovrano ampio margine di controllo.

Quale fu il percorso di quei moti, prima di arrivare a Torino?

In Italia, la rivoluzione si innescò nel Regno delle Due Sicilie; anche in quel caso furono i militari a insorgere; complice, l’attività di diffusione degli ideali costituzionali portata avanti dalla Carboneria. Cominciò allora, come lo chiamano gli storici, il “nonimestre costituzionale” del Regno napoletano, che ebbe effetti ben tangibili: primo tra tutti, la nomina di un Parlamento, il primo eletto liberamente in Italia. Questi fatti ebbero delle conseguenze anche per il Regno di Sardegna, che rafforzò la sua natura mediterranea. Il Congresso di Vienna, infatti, aveva deciso di aumentare il peso dello Stato sabaudo nell’ambito delle potenze internazionali concedendogli la Liguria.

Il Piemonte avrebbe dovuto fungere da stato cuscinetto tra due giganti: da una parte, la Francia, che si temeva potesse ridiventare un focolaio rivoluzionario; dall’altra, l’Austria che, dopo la nascita nel 1816 del Regno del Lombardo-Veneto, aveva esteso stabilmente il suo dominio nel nord della penisola. Il Regno sabaudo era sempre stato, peraltro, una specie di entità anfibia: un regno strano, se paragonato agli altri presenti nella penisola. Essendo a cavallo delle Alpi, le montagne non ne segnavano il confine: ne costituivano la parte centrale. Era composto, poi, da alcune province francofone, le quali invero erano le zone d’origine della dinastia stessa. Ed era un regno strano – se ci si pensa – nella sua dizione stessa: il Regno di Sardegna prendeva il nome dall’isola pervenuta ai Savoia nel 1720  e alla quale era legata la corona regale.

Come giunsero le idee di libertà e costituzione anche nel Regno di Sardegna?

Erano idee che, anche nel nord dell’Italia, circolavano già da tempo. Per restare alla vicina Milano, penso all’esperienza del patriota Federico Confalonieri, alla rivista milanese “Il Conciliatore”, fino alle vicende del piemontese Silvio Pellico. Certo, rispetto a Napoli, nel Regno di Sardegna non c’era quell’amalgama che legava l’amministrazione e l’esercito ai precedenti quadri di comando napoleonici del tempo di Gioacchino Murat. Con ciò, aldilà di una corte restia al cambiamento, anche in Piemonte erano in molti a voler portare un po’ di riformismo. Vittorio Emanuele I, dopo l’esilio del periodo napoleonico, aveva ristabilito la monarchia assoluta, è vero. Ma c’era chi pensava, anche a corte, che la monarchia si sarebbe potuta temperare diventando amministrativa. Un personaggio centrale, da questo punto di vista, fu Prospero Balbo. Balbo, richiamato a corte proprio in quegli anni, è un personaggio importantissimo per la storia del Piemonte. Visse a cavallo tra Sette e Ottocento; nacque durante l’ancien régime, ma collaborò poi attivamente con l’amministrazione francese durante gli anni dell’occupazione napoleonica, fino a diventare rettore dell’Università imperiale di Torino. Quando Vittorio Emanuele I fece ritorno, venne fatto allontanare dal Regno, per poi essere però ben presto richiamato: era uno dei tanti compromessi col regime napoleonico ritenuto però indispensabile per le sue capacità.

Come mai?

In primo luogo perché non si potevano cancellare vent’anni di storia. Inoltre, era chiaro che anche il Piemonte si sarebbe dovuto modernizzare. E Prospero Balbo era la persona giusta per guidare questa transizione. Dal punto di vista politico, potremmo definirlo, in senso lato, un moderato: aveva in mente di affiancare alla Corona un consiglio di stato, ponendo la basi per una monarchia amministrativa.

Come arriviamo ai giorni della Rivoluzione?

In quel periodo, il bisogno di riforme si faceva sempre più urgente: la rivoluzione era nell’aria. Il problema, tuttavia, era capire che cosa effettivamente si sarebbe dovuto fare: sarebbe bastato concedere delle riforme o era necessario fare un passo ulteriore, concedendo davvero una costituzione? Balbo lavorò a lungo per trovare una soluzione, ancor prima di sedersi al tavolo coi suoi colleghi e col sovrano. La Costituzione di Cadice poteva essere una soluzione, certo; ma era inaccettabile agli occhi della corte, se si considerava le simpatie che raccoglieva tra i rivoluzionari e  i carbonari. Una soluzione possibile sarebbe stata allora l’adozione della Charte francese; oppure, l’adozione della Carta di Sicilia del 1812 che, a suo tempo, era stata promossa dagli inglesi. Nonostante nel Regno di Sardegna ci fosse una certa ignoranza in materia di procedimenti costituzionali, Balbo si convinse che l’esempio della Carta di Sicilia avrebbe potuto funzionare. A quel punto, però, arrivò il colpo di scena: da Lubiana, dove era in atto un congresso per decidere come soffocare i movimenti rivoluzionari a Napoli (siamo già nel marzo del 1821), arrivò la notizia che l’Austria non avrebbe tollerato in Italia la concessione di alcuna costituzione.

Prima di proseguire in questa storia, e per capire appieno la situazione che si sarebbe venuta a creare, vale la pena di fare un passo indietro e analizzare un po’ più da vicino le vicende della dinastia regnante a Torino, casa Savoia. La questione dirimente di allora, a corte, era molto chiara: chi sarebbe dovuto succedere al trono? In quel periodo, infatti, non si stavano succedendo tra loro padri e figli, ma fratelli a fratelli. Una situazione che sembrava impensabile fino a poco tempo prima: Vittorio Amedeo III, che aveva regnato fino al 1796, aveva avuto numerosissimi figli. Le cose, però, cominciarono a cambiare quando il successore di Vittorio Amedeo III, Carlo Emanuele IV, abdicò senza figli e gli succedette Vittorio Emanuele I, il quale, mortogli un figlio infante, aveva avuto solo figlie femmine. E, in Piemonte, vigeva la legge salica: era dunque impossibile che una donna potesse salire al trono.

Vittorio Emanuele I aveva un altro fratello, Carlo Felice, sposatosi tardi, anch’egli senza eredi. Il potenziale erede, a quel punto, era un lontanissimo cugino, Carlo Alberto, appartenente alla famiglia dei Savoia-Carignano. Era un ramo della dinastia staccatosi molto tempo addietro da quello principale, addirittura nel 1620. Carlo Alberto era nato nell’ottobre del 1798. La madre era Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia, una donna lontana dalle posizioni assolutiste della monarchia sabauda: al contrario, aveva simpatie giacobine; e, durante l’occupazione francese di Torino, non solo non fuggì in esilio, ma insieme al marito e al figlio soggiornò per un certo periodo di tempo a Parigi. Carlo Alberto, dal canto suo, trascorse un lungo periodo anche a Ginevra, educato da un pastore protestante. Nel 1814, in seguito alla Restaurazione e con la prospettiva di garantire alla corte un erede, Vittorio Emanuele I e il fratello Carlo Felice decisero di togliere il figlio alla madre per rieducarlo, col fine di prepararlo alla successione.

Nonostante l’educazione ricevuta a corte, Carlo Alberto si era legato a una cerchia di personaggi che, a differenza degli ambienti di palazzo, credevano fermamente in quegli ideali di libertà e costituzione. Ciò spiega come mai, proprio pochi giorni prima dello scoppio dei moti, Carlo Alberto si trovasse a Palazzo Carignano, a Torino, insieme a quelli che ne sarebbero stati i protagonisti; tra di essi, spicca senza dubbio il nome di Santorre di Santarosa. Tuttora, non sappiamo come si svolse precisamente quella vicenda: Santarosa, nelle sue memorie, scrisse che Carlo Alberto non solo era consapevole, ma anche d’accordo su quanto stava accadendo. Carlo Alberto, invece, nelle varie ricostruzioni di quei fatti, anni più tardi, avrebbe smentito la ricostruzione di Santarosa. Certo è che Carlo Alberto presagì quantomeno che qualcosa stava per accadere, dato che avvisò Vittorio Emanuele di un pericolo imminente. Il sovrano, il quale credeva invece che la situazione sarebbe rimasta sotto controllo, fu smentito dai fatti: la rivoluzione scoppiò all’improvviso. 

La prima città ad insorgere nel Regno di Sardegna fu Alessandria; era una città piuttosto particolare nel panorama del Regno, l’avamposto militare orientale sabaudo, dove la componente borghese era più forte rispetto all’antica nobiltà piemontese, meglio radicata nella parte occidentale del Piemonte. Quando la notizia dell’insurrezione raggiunse Torino, anche la capitale insorse. Vittorio Emanuele I decise di abdicare. Ma non lo fece a favore di Carlo Alberto, bensì del fratello, Carlo Felice, duca del Genevese. Il quale, però, in quel momento, non si trovava a Torino ma a Modena, in visita a una nipote. La reggenza, perciò, fu lasciata a Carlo Alberto. All’epoca, aveva appena ventitre anni. Carlo Alberto si trovò, a quel punto, in balia degli eventi: i rivoluzionari volevano la costituzione e la guerra all’Austria. E la situazione era difficile: Vittorio Emanuele era partito per Nizza e tutti i suoi ministri avevano dato le dimissioni. Ne nacque, dunque, un governo provvisorio.

Il 13 marzo, di fronte alla folla riunita sotto Palazzo Carignano, Carlo Alberto si impegnava per la nuova costituzione giurata la sera del 15; era una costituzione sul modello di quella di Cadice, che però conteneva molti compromessi: oltre alla salvaguardia della legge salica e della religione cattolica, si stabiliva che tutte le modifiche avrebbero dovuto ricevere l’approvazione del Parlamento e del sovrano. Alla notizia, il legittimo re, Carlo Felice, andò su tutte le furie: disse che non avrebbe riconosciuto nulla, nemmeno l’abdicazione del fratello; pensava, anzi, che l’abdicazione gli fosse stata estorta. Al messo inviatogli da Torino disse questo: che, se a Carlo Alberto fosse rimasta almeno uno goccia di sangue di casa Savoia dentro le vene, avrebbe dovuto ritirare tutto quanto aveva detto, facendosi proteggere dai soldati rimastigli fedeli.

Carlo Alberto temporeggiò. Poi, cedette alla volontà del sovrano e abbandonò la causa. Ma ormai il disastro era fatto: fuggì a Novara, dove si erano asserragliate le truppe lealiste. A quel punto, il comando passò ai militari. Le raccogliticce truppe costituzionali decisero di marciare su Novara con l’idea di promuovere la Costituzione, convinti che avrebbero potuto unirsi all’esercito, facendo leva sugli ideali di fratellanza. Ad aspettarli, invece, trovarono una brutta sorpresa: all’inizio di aprile, infatti, le truppe austriache avevano attraversato il Ticino per porre fine ai moti, proprio come era accaduto a Napoli. La situazione si risolse dopo un rapido scontro: nel giro di poche ore, gli insurrezionali furono sconfitti e l’esperienza costituzionale ebbe fine. Si trattò di un’esperienza che definirei “rivoluzionaria e non costituzionale”: se è vero che ci fu una rivoluzione, la Costituzione, infatti, non entrò mai in vigore.

Quali furono le conseguenze di questa rivoluzione?

La rivoluzione durò solo trenta giorni, ma lasciò ferite molto profonde. Molti di coloro che avevano partecipato ai moti furono costretti a fuggire, sebbene figli di ufficiali o di maggiorenti; complessivamente, si contarono circa tremila compromessi. Il clima di fuga precipitosa è ben descritto da Lodovico Sauli d’Igliano, il quale scrisse di aver timbrato passaporti tutta la notte per permettere l’espatrio di molti dei compromessi. Tra loro c’era addirittura il figlio del ministro degli Esteri, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano. L’unico modo per fare in modo che quella generazione rimediasse all’ “errore” commesso era permettere che fuggisse. I più ricchi e protetti raggiunsero la Francia. Gli altri esuli si concentrarono a Genova, dove il governatore della città fu costretto ad affittare dei bastimenti per farli partire il più in fretta possibile; direzione: il porto di Barcellona. Anche questo avvenimento non fu privo di conseguenze: questa vera e propria diaspora contribuì alla nascita di una grande internazionale liberale europea. Così, in Spagna, molti di quegli italiani cominciarono a combattere per la causa liberale.

E proprio in Spagna restava da chiudere la partita. Oltre che in Piemonte, anche a Napoli, infatti, la rivoluzione era stata stroncata: il generale Johann Maria Philipp Frimont aveva battuto a Rieti l’esercito dei rivoluzionari napoletani guidato da Guglielmo Pepe. Risolvere la situazione in Spagna, però, sarebbe stato ben più difficile per l’esercito austriaco. Fu presa, a quel punto, una decisione importante: affidare alla Francia il compito di stroncare la rivoluzione. Si trattava, in fondo, di una situazione “familiare”, fra Borbone; alla Francia, inoltre, veniva data l’occasione di tornare a essere la paladina dell’ordine, facendosi promotrice di una guerra contro i liberali. Luigi XVIII affidò il comando della repressione al nipote Duca d’Angoulême. Al suo comando, venne approntato un contingente, il quale sarebbe passato poi alla storia come l’esercito dei Centomila figli di San Luigi e che avrebbe riportato l’ordine in Spagna, riconsegnando il trono assoluto a Ferdinando VII. Tra di essi, c’era anche Carlo Alberto.

Carlo Felice, nel frattempo, infatti, era rientrato a Torino. Rafforzò il suo potere imponendo un giuramento all’esercito, ai nobili, agli ecclesiastici, alle comunità. Carlo Felice, sulle prime, aveva fatto allontanare Carlo Alberto il quale, dopo un periodo in Toscana, aveva intrapreso l’avventura militare della Spedizione di Spagna del 1823. Era, per lui, un’occasione fondamentale: gli veniva data la possibilità di redimersi agli occhi della corte, restauratrice, schierandosi sul fronte opposto a quello liberale.

Da questo episodio nacque la leggenda nera, ispirata da Berchet, dell’ “esecrato Carignano”. Durante l’impresa militare, va detto, Carlo Alberto si distinse soprattutto durante l’assedio del forte di Trocadero, a Cadice, tanto che gli furono assegnate le spalline da caporale dai commilitoni francesi, un significativo riconoscimento per il suo impegno. C’è un celebre dipinto, custodito alla Galleria Sabauda, nel quale Carlo Alberto è ritratto proprio durante quella battaglia, mentre impugna una bandiera borbonica. Infine, a suggello di questo percorso di riabilitazione, giurò all’ambasciata piemontese in Francia di non mutare mai più la natura istituzionale del Regno di Sardegna. Eppure, nonostante tutto questo, a lungo Carlo Alberto sarebbe stato tormentato dalle vicende del 1821.

I primi anni venti, del resto, in Piemonte, furono anni difficili: in molti cercarono di ricostruire le vicende di quel marzo del 1821, pubblicarono dei veri e propri memoriali con l’obbiettivo di discolparsi o attenuare le proprie responsabilità personali. Lo stesso Carlo Alberto ne compose alcuni; provò ad accreditarsi come colui che aveva cercato di essere l’ago della bilancia tra i rivoluzionari e il sovrano, pur essendosi poi dimostrato incapace di farlo.

Col passare del tempo, il periodo delle riforme sarebbe arrivato anche per il Regno di Sardegna: nel 1837 Carlo Alberto stesso, diventato re, concedette il Codice civile. La monarchia diventava amministrativa, anche se la Costituzione non arrivò fino al 4 marzo del 1848, quando venne proclamato lo Statuto Albertino. Ma, fino all’ultimo, la volontà di Carlo Alberto fu quella di mantenere uno stato assoluto e forte: lo dimostra il fatto che ignorava molti dei suggerimenti che gli venivano dati dai suoi ministri. Nonostante il Codice civile, ad esempio, ripristinò il maggiorascato e il fedecommesso. È a questo proposito che va ricordato un personaggio come Giuseppe Barbaroux, il quale contribuì in modo determinante alla stagione delle riforme. Barbaroux, tuttavia, si sarebbe suicidato nel 1843; e uno dei motivi che contribuirono allo stato di prostrazione fu proprio l’atteggiamento del re, ondeggiante nelle riforme.

Per completare il ritratto di questo sovrano, aggiungiamo il fatto che Carlo Alberto pensava sì all’indipendenza, ma non gli venne mai in mente l’idea dell’unità del paese. Uno dei progetti di Carlo Alberto era certamente quello di estendere il regno del Piemonte anche a occidente, alla Lombardia e ai ducati padani, ma senza includere Venezia che, pensava, avrebbe poi potuto fare concorrenza a Genova; così come il controllo di Nizza e della Savoia – che, al contrario, sarebbero poi state cedute alla Francia – non fu mai messo in discussione. Quello a cui pensava, al più, era l’adesione al progetto neoguelfo di Gioberti: una federazione dei principi italiani, liberati dalla dominazione austriaca, della quale il pontefice avrebbe assunto la presidenza.

Allorché in Italia e in Europa scoppiarono i grandi moti liberali del 1848, Carlo Alberto si lasciò trascinare dagli eventi e non fu il primo a concedere una costituzione. Tra il 7-8 febbraio 1848 ci fu una lunghissima riunione, durata quasi dieci ore, per cercare di fronteggiare le richieste di costituzione che provenivano dai più parti: dalla folla, dai giornalisti (tra i quali anche Camillo Cavour), dal Consiglio comunale di Torino e perfino da una delegazione arrivata in treno da Genova. Carlo Alberto non aveva nessuna intenzione di concedere una costituzione, ma bisognava considerare quello che stava succedendo in Europa.

Come gli disse il suo ministro degli Interni Giacinto Borelli, non restavano a quel punto che due strade: o la costituzione imposta dalla piazza oppure la concessione della stessa da parte della corona. Carlo Alberto entrò in crisi: si racconta perfino dell’arrivo di un vescovo per liberarlo dal giuramento che aveva compiuto anni addietro. Era così tormentato che pensò addirittura di abdicare. Alla fine, concesse la Costituzione: una carta, va detto, piuttosto datata per l’epoca, nella quale molto del potere rimaneva nelle mani del sovrano, ma certo con una novità fondamentale: la presenza di una Camera dei deputati, ossia di una parte eletta che poteva esprimere liberamente le proprie opinioni. L’immagine di Carlo Alberto che abbiamo noi oggi, ossia quella di un re magnanimo e martire, dipende dai fatti che seguirono: non solo, come abbiamo visto, furono gli eventi a costringerlo a concedere la Costituzione, ma quegli stessi eventi lo costrinsero anche a lanciarsi nella Prima (fallimentare) Guerra d’Indipendenza, alla fine della quale abdicò in favore di Vittorio Emanuele II, il futuro primo re d’Italia; le sue campagne militari, infatti, non furono in grado di assecondare gli sforzi dei lombardi, che erano riusciti a liberarsi dagli austriaci, di fatto, da soli. Dopo le sconfitte di  Custoza e Novara, la decisione dell’esilio sarebbe quindi diventata funzionale per costruire quell’idea mitica che abbiamo oggi di Carlo Alberto. L’immagine del suo monumento a Torino, nella piazza che porta il suo nome, riassume molto bene tutto questo: il re ha la spada sguainata mentre una figura allegorica femminile porge una corona di spine, simbolo del martirio a cui il re fu sottoposto.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata su Il Piccolo di Cremona, 13 marzo 2021

Pierangelo Gentile è ricercatore di Storia contemporanea ed esperto di Risorgimento presso l’Università di Torino. Ha scritto diversi libri dedicati alla storia della dinastia sabauda, tra i quali “L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte” (2011, Carocci), “Nelle stanze del Re Vittorio. Un inventario dagli Archivi del Quirinale” (2012, Centro Studi Piemontesi edizioni), “Alla corte di Re Carlo Alberto. Personaggi, cariche e vita a palazzo nel Piemonte risorgimentale” (2013, Centro Studi Piemontesi edizioni).

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