“La macchina della pace” di Özgür Mumcu

La condanna che sconta oggi la letteratura è dura: arriva sempre dopo qualcos’altro. Un tempo, si diceva dopo la vita o, al massimo, dopo la poesia. Ora, invece, deve accodarsi al cinema e alle serie TV, al fumetto e alla letteratura che l’ha preceduta. È l’essenza del postmoderno, si sa. Lo scrittore Giuseppe Montesano ricordava – in una delle sue lezioni tenute al laboratorio di scrittura “La linea scritta” – che ci sono acque, però, dove ancora soltanto la letteratura può arrischiarsi, e cioè quelle dell’animo e delle sue correnti.

Deve essere un’impresa a suo modo emozionante, scrivendo, scansare le insidie del buon senso o liberare le pagine da ogni personale senso di contrizione. Ma provate a dirlo a quelli che nella letteratura cercano ancora un briciolo di avventura e non un perturbante sentimento di frustrazione, manifesto magari nel difficile rapporto del protagonista con uno dei genitori. La narrativa, insomma, può essere lo specchio dell’interiorità, con tutti i rischi del caso, o un mosaico di altri generi.

La macchina della pace (Bompiani, 2016) di Özgür Mumcu, il suo primo romanzo da poco tradotto anche in italiano, sta senz’altro nella categoria del découpage artistico.

L’autore è un giovane turco dall’aspetto affascinante, una figura che non ispira solo simpatia ma anche ammirazione: suo padre, giornalista, è stato ucciso dall’esplosione di un ordigno piazzato da alcuni fondamentalisti e lui stesso ha rischiato il carcere decidendo di seguire le sue orme. Si è guadagnato il titolo di “attivista per la libertà d’espressione” in un paese dove scrivere male del presidente è pericoloso per davvero. Col libro, tuttavia, tutto questo non ha troppo a che fare.

Quello di Mumcu è infatti un romanzo d’avventura postmoderno ambientato nei primi anni del Novecento, in un’Europa con la testa ancora tutta nel secolo precedente. Il protagonista, Celal, è un autore ottomano di romanzi pornografici stampati e circolanti in Francia che, per ragioni apparentemente fortuite, scopre l’esistenza di una miracolosa “macchina della pace”, tra i cui ideatori c’è anche il defunto padre adottivo. Nel tentativo di metterla in funzione, Celal viene affiancato dagli altri personaggi della storia, tra i quali compaiono la bella illustratrice e l’editore dei suoi romanzi.

Muovendosi in uno scenario che ha anche qualche pretesa di plausibilità geopolitica, l’eterogeneo gruppo sceglie il regno di Serbia come luogo dove mettere alla prova la macchina; l’occasione è data da una pericolosa ma (ai loro occhi) fortunosa convergenza, alla corte di Belgrado, dei maggiorenti di stato e dei rappresentanti del partito dei cospiratori, pronti a rovesciare il governo. Un imprevisto porterà l’epilogo della vicenda a svolgersi altrove.

Leggendo i primi capitoli – e cedendo a un giornalistico piacere etichettatore – non si esiterebbe a definire lo stile di Mumcu “realismo magico ottomano”. Lo si direbbe per gli ornamenti onirici e le molte curvature surreali del racconto. Ecco per esempio come descrive un’invasione di tori a Istanbul:

Sollevarono tanta polvere, che la città fu invasa da una nuvola di terra. Non si vedeva niente, centinaia di tori caddero in acqua non vedendo ciò che avevano davanti. Più della metà riuscì a salire sulla riva opposta. Ogni toro che riusciva a raggiungere l’altra sponda portava sulle corna un cucciolo di gabbiano.

L’ultimo dettaglio – per ogni paio di corna un cucciolo di gabbiano – ha un sapore addirittura favolistico. Nella descrizione dell’invasione dei tori c’è, tra l’altro, anche una certa dose di crudezza, un tono che riemerge anche in molte altre scene del romanzo (“Incornavano tutto ciò che si trovavano davanti senza fare distinzioni tra santi e fanti. Prendevano e schiacciavano sotto i loro zoccoli duri le famose mute di cani randagi di Istanbul”).

Ma seguiamo più da vicino la narrazione per capire in che modo si svolge questo pastiche di generi. Dopo i primi capitoli ambientati a Istanbul (e dedicati all’introduzione del personaggio di Celal), il protagonista lascia il Bosforo per la Francia. Il romanzo si fa allora improvvisamente noir: compaiono ispettori, sigari, liquori e la femme fatale, l’illustratrice appunto. Che, per la verità, oltre a prendersi poco sul serio dato il ruolo che le tocca, si rivela piuttosto innocua. E già ci si domanda: è un primo e beffardo tradimento delle aspettative del lettore – supremo gioco postmoderno – o la semplice impossibilità di fare entrare proprio tutto nel romanzo?

È a quest’altezza che Mumcu fa entrare in scena la macchina eponima del romanzo, introducendo una pletora di dettagli e un intreccio che, oltre a dare un’ulteriore svolta alla narrazione, hanno fatto sì che la stampa anglosassone definisse il romanzo “steampunk” (una fantascienza come noi contemporanei immaginiamo la pensassero gli uomini dell’Ottocento). In questo caso, giusto per prendere le misure, siamo due passi in là rispetto a Hugo Cabret e uno indietro a Van Helsing: niente mostri o paccottiglia da videogioco, ma un’aleggiante aria surreale. Per certi versi, l’atmosfera qui può ricordare l’inserto dedicato al Tesla/Bowie in The Prestige di Nolan: la realtà disegnata coi contorni della fiaba e della fantascienza.

Se collegata a una potente fonte di energia elettrica, la macchina della pace produce infatti onde magnetiche capaci di inibire la bellicosità dell’uomo. La metafisica dell’elettromagnetismo è quindi l’orizzonte parascientifico che fa dire a uno dei personaggi:

Si può costruire una macchina in grado di stabilire legami invisibili con le onde elettromagnetiche del cervello e le vibrazioni dell’animo di ognuno. Una macchina della pace che produca onde elettromagnetiche come il cervello delle persone, come l’anima umana.

Dopo lo steampunk, si passa all’intrigo internazionale. L’epicentro delle vicende diventano i Balcani, dove i protagonisti sono portati dall’Orient Express (a cui per fortuna sono dedicate poche pagine: voler appiccicare, nel libro, anche una cartolina dal romanzo giallo sarebbe stato davvero troppo). Eccoci dunque a Belgrado. Le pagine dedicate alla città cospiratrice sono forse le più riuscite del libro; anche perché su di esse pesa, più di ogni altra cosa, il doloroso fascino dell’infinita tregenda balcanica.

L’ultima parte, infine, è un crescendo mirabolante – se non funambolico, data l’entrata in scena di un circo – di avvenimenti, rallentato soltanto da piccoli siparietti comici o surreali, come quello dove Celal legge una poesia di Alfred de Musset a un tenente serbo che si è appena ingozzato di yogurt:

Gli occhi gli erano rimasti lucidi per il dolore e per quello che aveva udito. Una lacrima che non aveva saputo trattenere servì a pulire l’ultimo residuo di yogurt rimasto sui baffi.

Eccoci finiti in un film di Kusturica.

Nessun posto per l’attualità? Non esattamente, dato che proprio sul finale compare la questione filosoficamente decisiva del libro. Usare la macchina della pace significa togliere all’uomo la libertà e perciò snaturarlo: vale la pena ottenere una comunità pacificata, ma composta da esseri viventi che non sono più umani? Questa domanda, nelle intenzioni, dovrebbe fare male come il dolore ai timpani provocato da un’esplosione, la stessa a cui va incontro la macchina. Ma arriva troppo tardi: a una questione così plumbea, a cui forse sarebbero servite pagine con una narrazione lucida e seriosa, male si attaglia la giostra tragica e giocosa del romanzo.

Quello di Mumcu è un romanzo, ma ci si vede ben chiaramente all’interno anche la poesia religiosa, la fiaba, il fumetto, il cinema di genere, il teatro e il saggio. È troppo intarsiato per fare pensare a un prodotto d’intrattenimento, ma troppo vorticoso perché ci si fermi davvero a riflettere su qualcosa. Sembra un po’ uno di quei prodotti che confezionava il nostro Umberto Eco, scritti a quattro mani, due apocalittiche e due integrate. Rispetto a Eco, Mumcu ha uno stile più giornalisticamente stentoreo e pigia più volentieri sul pedale dell’estro surreale, provando a tenere insieme il tutto con un manierismo che certo avvince, se ci si lascia trasportare. Ma se si resta fermi, osservandolo, lascia un po’ perplessi.

Federico Pani

Supplemento di Inutile, 26 marzo 2021

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