Corsica, dalle origini italiane alla dominazione francese, l’intervista a Carlo Bitossi

La Corsica è, al tempo stesso, un’isola vicina e lontana dall’Italia: è vicina per geografia, cultura e lingua (le parlate corse sono più simili all’italiano di molti dialetti); lontana, per la sua storia: agli occhi di molti, è oggi solo un’esclusiva meta turistica in terra straniera. La cessione della Corsica alla Francia avvenne questo stesso giorno, nel 1768, con il Trattato di Versailles. Ne parliamo con Carlo Bitossi, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara, specialista della storia moderna della Corsica.

Professore, come si passò dalla presenza pisano-genovese in Corsica alla cessione alla Francia?

La presenza genovese si affermò già alla fine del Duecento, sostituendo quella pisana, di cui restano solo delle tracce artistiche e architettoniche. L’interesse di Genova per la Corsica fu sempre strategico e mai coloniale, funzionale al controllo del mar Tirreno settentrionale: i genovesi si insediarono prevalentemente nelle città costiere, fondandone di molto importanti, come Bastia e Ajaccio; l’interno dell’isola rimase, invece, sempre sotto il controllo della popolazione autoctona. La struttura sociale e politica della popolazione corsa, per capirsi, si potrebbe paragonare alla struttura clanica, litigiosa e familiare, delle Highlands scozzesi o dell’Irlanda. Questi clan, di fatto, accettarono per lungo tempo la dominazione dei genovesi, pur ribellandosi di tanto in tanto, senza però mai riuscire a cacciarli: Genova poté sempre contare, infatti, sull’alleanza e sulla faziosità dei clan dell’isola.

Dopo un primo tentativo di conquista della Corsica da parte della Francia e un’insurrezione che fu una guerra civile nella quale si contrapposero corsi ribelli e corsi lealisti, a partire dal 1569 cominciò la lunga “pace genovese”. La Corsica, durante quel periodo, fu sotto-amministrata: il numero di funzionari e soldati genovesi era molto esiguo; il buon governo, dunque, dipendeva essenzialmente dall’acquiescenza dei corsi stessi. In quegli anni, l’interesse dei genovesi restò di natura strategica: non si sviluppò in termini di investimenti, così come però nemmeno in termini di sfruttamento delle risorse naturali; lo dimostra il bilancio dell’amministrazione dell’isola, sempre in rosso, e relativamente esiguo, se confrontato con quello di parecchi ricchi banchieri privati genovesi.

La lunga pace si concluse nel 1729. Scoppiò una rivolta fiscale, conseguente a un cattivo raccolto. Data l’esigua presenza militare, i corsi ebbero facilmente ragione dei genovesi: giunsero alle porte di Bastia, i cui abitanti, però, restarono fedeli alla Repubblica. Questa lealtà a Genova rispecchiava una divisione fondamentale dell’isola: quella tra l’entroterra e le città costiere, i cui abitanti erano, del resto, o di origine ligure o corsi “genovesizzati”. Nonostante questo, reprimere la rivolta per la Repubblica era praticamente impossibile; chiese aiuto, dunque, all’imperatore Carlo VI, il cui intervento però non fu risolutivo. In seguito, Genova si rivolse alla Francia.

Quand’è che la Francia pensò di assumere il controllo dell’isola?

Dopo la decisione di intervenire in favore di Genova: gradualmente i francesi cominciarono a pensare di poter fare a meno della Repubblica. In Corsica, nel frattempo, dopo una sanguinosa vicenda legata alla ricerca di un leader, arrivò la svolta: i corsi trovarono un nuovo capo in Pasquale Paoli, figlio di uno dei capi delle prime rivolte del Settecento, esule a Napoli, e ufficiale dell’esercito delle Due Sicilie. Paoli era un uomo colto, che aveva maturato una visione da statista capace di oltrepassare i limiti della società clanica corsa, la quale però, sulle prime, gli oppose delle resistenze. Superate le difficoltà, nel 1755 Paoli fu nominato “generale della nazione”: prese il controllo dell’interno e divenne il leader degli indipendentisti. Paoli aveva in mente un’idea di Stato e, di conseguenza, cominciò a dare alla Corsica un’organizzazione basata su istituzioni proprie: una moneta e un esercito, così come dei tribunali e delle circoscrizioni amministrative e perfino una Costituzione. Fu sempre Paoli a decidere di fondare l’università di Corte, che ancora oggi porta il suo nome.

Quello di Paoli, però, restò un sogno: con l’arrivo delle guarnigioni francesi nelle città costiere, i corsi si trovavano bloccati nell’interno. Genova, a quel punto, che non poteva sostenere i costi di una guerra, prese una decisione, ancora una volta, di natura strategica: piuttosto che avere di fronte alle proprie coste uno stato di cui non si poteva fidare, un possibile covo di corsari, nell’isola preferì la presenza di una potenza amica come la Francia. L’idea della cessione acquistò più forza anche in Francia, soprattutto dopo il 1763, con la fine della Guerra dei sette anni, persa disastrosamente contro l’Inghilterra (la Francia aveva rinunciato alle sue preteste in India e in America).

Arriviamo quindi al Trattato di Versailles del 1768: la Corsica fu ceduta da Genova alla Francia come pegno per gli aiuti ricevuti, con la possibilità di riscattarla. Tutta l’Europa, però, sapeva che, al di là della formulazione giuridica, si trattava di una cessione vera e propria. Paoli si trovava perciò a dover affrontare una situazione ben diversa da prima: la Corsica diventava territorio francese e sarebbe stata soggetta alle leggi della monarchia. Dopo un primo tentativo, fallimentare, nel 1769 i francesi sbarcarono in forze, con migliaia di uomini e forzieri pieni di denaro, con i quali comprare una parte dei capi-clan, alcuni dei quali furono poi inquadrati nei ranghi militari. Dopo un piccolo fatto d’armi, Paoli capì che la partita era persa: partì per l’esilio e, dopo un tour trionfale in Europa (fu da tutti accolto da grande statista), si stabilì in Inghilterra, dove restò per vent’anni.

Come si sviluppò la dominazione francese?

La classe dirigente corsa si abituò presto alla nuova condizione; dopo il suo trascorso indipendentista, ad esempio, uno dei primi notabili ad arruolarsi tra le fila della nobiltà francese fu Carlo Buonaparte, il padre di Napoleone. Con la Rivoluzione francese, nonostante il rientro trionfale di Paoli, il fatto che la Corsica facesse parte del “dominio” francese venne ribadito con forza. Ci fu un breve episodio indipendentista (Paoli, sempre più osteggiato dai filo-francesi, riuscì a sfruttare l’aiuto degli inglesi e diede vita a un effimero regno anglo-corso); conclusosi, la Corsica tornò definitivamente a far parte della Francia.

Se Napoleone fece poco per la sua terra (promosse molti militari corsi e rese Ajaccio la nuova capitale), molto di più fece il nipote Luigi Napoleone: dall’insediamento di attività produttive, alla promozione delle acque termali, fino alla costruzione di una prima ferrovia. Molti corsi furono integrati nell’amministrazione pubblica ed è proprio a partire dalla metà dell’Ottocento che cominciò la “francesizzazione” dell’isola. L’emigrazione, del resto, cominciò a interessare esclusivamente i territori francesi, Marsiglia soprattutto, ma anche l’impero coloniale e l’Esagono. I corsi cominciarono perfino a distinguersi in alcuni campi della società francese, in particolare quello militare e, curiosamente, anche come talentuosi avvocati.

Parlando del Novecento, va ricordato che negli anni del fascismo l’Italia rivendicò l’italianità della Corsica, affiancandola a terre da considerare irredente (come Malta e Nizza). La strumentalizzazione fascista della storia ebbe due conseguenze. La prima: l’argomento venne abbandonato per decenni dalla storiografia italiana, messo in ombra dalla connotazione un po’ fascista che sembrava avesse assunto. La seconda: il movimento autonomista autoctono mise da parte ciò che era più ovvio, ossia che l’isola fosse italiana per radici e cultura. Il risultato fu la promozione della cultura e della lingua corsa in chiave localistica (nell’Università di Corte, c’è un corso di studi corsi, in corso), oltre al fatto di concepirsi, storiograficamente, come una colonia sempre dominata da potenze esterne, trascurando l’importanza fondamentale dei conflitti interni all’isola nelle vicende della mancata indipendenza.

Oggi, bisogna dire, gli storici corsi riconoscono invece tutta la complessità del passato isolano. Ma i problemi, ormai, in Corsica come in Italia, cominciano a essere altri (penso, per citarne uno, all’immigrazione). E accapigliarsi su miti storiografici del passato diventa sempre più inutile: la Corsica, ormai, ha preso la sua strada; ed è lontana da quella dell’Italia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 maggio 2021

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