“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale” di Raffaele Alberto Ventura

Nel 1605 il cattolico Guy Fawkes fu scelto tra alcuni congiurati per dare fuoco alle polveri che avrebbero dovuto fare saltare in aria la House of Lords, il Parlamento di Londra. Fu scoperto, torturato, giustiziato. Non prima, però, di aver rivelato i complici di un attentato che avrebbe voluto gettare nel caos il governo inglese, filo-anglicano e, dunque, anticattolico. Da qualche anno, Guy Fawkes gode di una rinnovata celebrità: è il volto che ha ispirato la maschera del fumetto, e poi del film, “V per vendetta”. Per alcuni, l’episodio del 1605 spinse anni più tardi Thomas Hobbes a scrivere “Il Leviatano”, testo che fonda la moderna teoria del contratto sociale: l’idea che un immaginario patto tra i cittadini tenga in piedi le istituzioni con lo scopo di evitare l’anarchia e la violenza. Hobbes e Fawkes sono due dei protagonisti del nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, “La guerra di tutti – Populismo, terrore e crisi della società liberale” (Minimum Fax, p. 309, 18 euro).

Ventura aveva esordito due anni fa con il folgorante “Teoria della classe disagiata”, un libro che – parafrasando Calvino commentatore di Fenoglio – tutti i suoi coetanei avrebbero voluto scrivere sull’argomento. Nel testo, descriveva la parabola di quei giovani, nati dopo gli anni ’80, che avevano dedicato tempo e risorse agli studi umanistici, con l’ambizione di conquistare la pregiata condizione sociale promessa dall’industria culturale. Una partita persa, con schiere di aspiranti intellettuali e artisti dirottati in mansioni, ai loro occhi, più prosaiche o, peggio, per nulla gratificanti. Con questo libro, dal sapore liberale e coraggioso, Ventura ha allargato lo sguardo, raccontando alcune sfide fondamentali dei nostri anni, che vedono contrapporsi l’urgenza di costituire un nuovo patto tra i cittadini e le forze disgregative della società. Queste sono generate da fenomeni come l’eccesso di informazione – che genera i mostri delle fake news – o dalla costante sfida per il riconoscimento (sociale) tra gli individui, merce sempre più rara e costosa in un periodo di crisi, capace appunto di scatenare la guerra di tutti e di generare, in politica, i populismi. È su uno dei fronti di questa lotta, del resto, che germogliano i semi del terrorismo: nelle periferie delle grandi città, i figli di una cultura sradicata, ma in sostanza occidentali, rispondono alle sirene del fondamentalismo che offre loro un’identità, per quanto tragica e omicida.

Ventura ha la stoffa del divulgatore e riesce a spiegare la lotta tra la purezza dei principi e la visione realistica della politica con Capitan America e Super Man. E il ricorso ad alcuni filosofi francesi, che ingarbugliano le già intricate interpretazioni del nostro tempo, è l’unico rimprovero che gli si può fare. Due sono comunque le questioni, in coda al libro, che rappresentano lo sforzo teorico più ambizioso di Ventura nell’affrontarle. La prima riguarda il rapporto tra l’Occidente e la fondante idea di tolleranza, condannata alla sconfitta di fronte alla volontà di imporre il proprio stile di vita alle comunità di immigranti sul nostro territorio. Ragionare sulla sconfitta del concetto di tolleranza, tuttavia, non vuol dire adottare un atteggiamento arrendevole: significa accettare una cultura diversa, pur difendendo quei valori irrinunciabili della convivenza civile. Pena: l’affermarsi del fondamentalismo.

Non ci sarebbe peggiore fallimento per la società liberale, d’altronde, che accettare come sola soluzione ai processi di dissimilazione la ghettizzazione dei vari gruppi sociali (…). La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire in pieno il senso di tolleranza (…). Si tratta di rifondare la sovranità nella sua funzione originaria: quella di arbitrare sui conflitti tra corpi sociali. Ma perché questa sovranità sia riconosciuta come legittima deve innanzitutto dimostrare la propria estraneità agli interessi di ogni singola fazione, per quanto maggioritaria; e perché le meta-regole comuni siano rispettate è necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e negoziabili” di cui parla Bauman. Altrimenti gli stati si ridurranno a essere, come spesso già sono e vengono percepiti, il braccio armato della minoranza più grossa.

L’altra questione è l’impossibilità per l’Occidente di dimenticare che la sua idea di pacificazione si è basata su una violenza originaria (colonialismo) e costante (neo-colonialismo), giustificata dalla promessa di portare, più che libertà, benessere nel mondo. E proprio ora, nemmeno quando riesce più a mantenere quel benessere nel suo spazio, sente bussare alla porta da chi se lo era sentito promettere, ed è costretto a usare la violenza per respingerlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così?

Cafè Golem, 11 agosto 2019

Immortale Vasco, il grande spettacolo del “Nonstop live ’19”

Alle 23.30 in punto, quando la musica finisce, si accendono le luci su San Siro e lo stadio, ordinatamente, si svuota. Ragazzi, coppie, qualche solitario; tante amiche e amici di mezza età; famiglie e qualche bambino. Certe facce sono stravolte, altre sorridenti; c’è chi canta ancora, chi se ne va in silenzio e chi intona cori; e chi proprio non ce la fa a non piangere. Quasi tutti hanno una sciarpa, una maglietta, un cappellino col suo nome. Non si potrebbe trovare un campione migliore della cosiddetta “gente”. Anche se, per una sera, quelle 60mila persone sono un’altra cosa: sono il popolo di Vasco. E lo spettacolo è anche lo stadio stracolmo fino agli ultimi anelli, i boati, il pubblico che – sulle note di “Vivere” – sembra un immenso cielo stellato, trapunto di telefonini accesi.

Sei date, tutte a San Siro e tutto esaurito. Un altro record. A due anni dal raduno di Modena Park, che ha regalato al cantante di Zocca il pubblico pagante più numeroso della storia, Vasco fa il pieno con il “Vasco non stop live 2019”: 350mila spettatori. E dopo mercoledì scorso, ultima data di Milano, sarà a Cagliari il 18 e 19. Ma torniamo a mercoledì. Il palco è enorme, le luci impazzano e sugli schermi si susseguono sfondi strepitosi. I musicisti suonano infuriati. E poi, Vasco. A cui è difficile chiedere di stare fermo per più di un secondo e sarebbe impossibile levargli quel sorriso che lo accompagna fino all’ultima canzone. Pause, Vasco, se ne concede; ma non si risparmia nel cantare a squarciagola: niente male per uno che ha l’età di chi aspirerebbe solo ad arrivare a quota 100.

Nella scaletta, che pesca da album lontani tra loro nel tempo, come è normale per chi ha da poco festeggiato i quarant’anni di carriera, stupiscono (e spiazzano) gli arrangiamenti durissimi di “Cosa succede in città”, “Fegato fegato spappolato” e “Portatemi Dio”. Ci sono pause delicate come “Domenica lunatica”, “Tango della gelosia” e “Canzone”, cantata con la nuova corista e polistrumentista, Beatrice Antolini. Il momento più trasgressivo è “Rewind” con i seni al vento ben inquadrati negli schermi. Se, come è normale, scoppia il boato quando il bassista Claudio Golinelli, detto il “il Gallo”, comincia il giro di basso di “Siamo solo noi”, o il tastierista Alberto Rocchetti dà il via a “Vita spericolata”, il vertice Vasco lo tocca con “Sally”, immerso in una luce blu, mentre canta proteso verso il pubblico; e con la voce è come se guardasse negli occhi tutti quanti.

Con “Albachiara”, come sempre, lo spettacolo finisce, tra i fuochi d’artificio. “Siete solo voi”, “Ce la farete tutti”, “Vorrei abbracciarvi tutti”; saluta così, Vasco. Sono lontani gli anni del rock sudato, delle canzoni-sberleffo che strizzavano l’occhio a una vita irregolare, alle sbornie e a qualche droga – capitolo, quello delle droghe, su cui si è inutilmente esagerato. Ad accadere, invece, è un rito collettivo, dove ciascuno rivive emozioni precise, legate a canzoni con cui è consapevole di avere un rapporto personale, unico. Tutti riescono a sentirsi speciali, ed è per questo che sono così grati a Vasco. E sono pronti, la mattina dopo, per sedersi alla scrivania e tornare al lavoro con un pizzico di speranza in più, grazie a quelle canzoni in testa che parlano proprio a loro e della loro vita.

“Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social”, di Matteo Marchesini

Dopo una vicenda editoriale un po’ travagliata, esce il libro di Matteo Marchesini Casa di carte – La letteratura italiana dal boom ai social, edito dal “Saggiatore”. Oltre alla raccolta Da Pascoli a Busi, i fan del giovane critico bolognese troveranno riuniti qui, finalmente, anche i suoi interventi giornalistici più rilevanti. Il travaglio è presto detto: Antonio Franchini, già direttore della narrativa Mondadori e ora ricoprente lo stesso ruolo presso Giunti, non poteva permettere che Bompiani (dello stesso gruppo) pubblicasse un libro con stroncature di alcuni autori della sua scuderia.

Certo: le cosiddette stroncature che tanto hanno fatto arrabbiare Franchini – ma perché non chiamarle riletture critiche?, in fondo, gli autori in questione sono già famosi e i loro libri largamente venduti – sono severe, spietate a tratti; e davvero gustose. Ma Marchesini è più ambizioso: non è un semplice bastonatore di contraffattori letterari, ed eccolo costruire con questo libro – pur senza dirlo apertamente – un nuovo canone della letteratura italiana, al di fuori dei sacri recinti della benedizione accademica ed editoriale; preferisce Domenico Rea a Pasolini, Saba a Montale; Moravia a Cassola. E, insomma, quasi tutti a Gadda. O meglio (e fuor di boutade): l’ingegnere più celebre della nostra letteratura diventa – anche per la grandezza del mestiere, si capisce – un bersaglio polemico, per lo stile barocco e la “falsa coscienza” di chi nasconde dietro il virtuosismo poco da dire. Lo stesso vale, con qualche aggravante, per la schiera di finti rivoluzionari come “l’esercito di sistemati” del “Gruppo 63” o i capziosi letterati strutturalisti, francesi di preferenza.

Leggendo il libro e, soprattutto, le pagine dedicate al poker di critici – Cesare Cases, Luigi Baldacci, Cesare Garboli e Alfonso Beradinelli – ci si rende conto quanto Marchesini abbia imparato da loro con profitto. Oltre alla libertà e al disinteresse di Berardinelli, Marchesini usa magistralmente un tessuto di «sapide metafore», tipico dell’opera di Cases. Una buona epitome del metodo usato da Marchesini sta in coda al brano dedicato ai Lettori selvaggi di Montesano: «si tratta di fare il “vuoto anagrafico” (come definì Alessio Martini il metodo del critico Baldacci) intorno alle opere e agli autori, cioè di mostrarne il valore e la singolarità irriducibile astraendo il più possibile dall’auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo, dagli ipse dixit, dalle mitizzazioni e dalle mistificazioni». La controprova arriva con la fulminante descrizione della presenza di Carmelo Bene al Costanzo Show, spettacolo pop «dell’artista trattato da essere soprannaturale e superstizioso protetto da ogni critica».

Internet? Chiudetelo. La modesta proposta di Christian Rocca

LIBRI • Il direttore di Linkiesta prende le mosse da una proposta irreale e irrealizzabile per discutere i problemi e le possibili soluzioni legate al mondo della rete

Tim Berners-Lee è un signore britannico sulla sessantina che, giusto quarant’anni fa, ebbe un’idea destinata a cambiare il mondo: trasformare uno strumento di sicurezza usato allora dal Pentagono in un sistema di scambio d’informazioni tra scienziati. Scrisse quindi il codice di una piattaforma informatica, rendendola aperta e gratuita: era nato internet. Oggi Berners-Lee, che pure ama ancora lavorare con tutto ciò che ruota intorno a internet, pensa che la sua creatura abbia “rovinato l’umanità”, producendo “un fenomeno su larga scala antiumano”; Berners-Lee è infatti la stessa persona che se ne va in giro per il mondo tenendo conferenze dove mette in guardia il pubblico dalle minacce della rete; la stessa persona che ha fondato la “World Wide Web Foundation”, con l’obiettivo di restaurare le finalità originarie della rete internet. Ma come ha potuto un progetto di libero scambio d’informazioni tra scienziati nel luogo della disinformazione per eccellenza?

È di questa contraddizione che parla il libro di Christian Rocca, direttore del quotidiano online Linkiesta, “Chiudere internet – una modesta proposta” (Marsilio, pp. 141, € 12): della contraddizione che sorge tra la potenza affrancatrice della tecnologia di internet e il suo potere manipolatorio. A Rocca, che in poche righe racconta della parabola di Berners-Lee, non sfugge che il problema non sia il web, lo spazio in sé costituito dalla rete, ma il fatto che sul suo terreno gli strumenti dei nemici della “società aperta” si rivelino i più efficaci. Sembra quasi non ci possa essere partita: le bufale proliferano a dispetto della verifica dei fatti (il debunking); il risentimento e la rabbia travolgono il riformismo; il monopolio batte il libero mercato; le bolle di opinione fagocitano ogni dialogo; l’algoritmo determina quasi ogni scelta.

A giudizio di Rocca, la crisi della società aperta affonda le sue radici in un periodo che precede l’esplosione di internet. La rete, senza dubbio, l’ha accelerata e, quel che è peggio, rischia di renderla irreversibile. Chiudere internet per risolvere il problema? Impossibile, naturalmente, come suggerisce il riferimento alla paradossale “modesta proposta” del celebre libretto polemico e satirico di Swift. Ma che qualcosa vada fatto non solo è chiaro, ma anche possibile: l’affermazione di una cultura dei diritti digitali, grazie all’Unione Europea, ha portato alla normativa sul trattamento dei dati personali (GDPR), al progressivo riconoscimento anche in rete del diritto d’autore, alle multe salate comminate ai grandi della rete e alla regolamentazione delle piattaforme di disintermediazione.

Il libro – dove forse un po’ troppo spazio è lasciato alla divagazione polemica e politica sull’attualità italiana, che tende a marcire alla svelta – tradisce un chiaro intento: fiancheggiare quel progressismo politico che, grazie a nuove regole, sa vedere per la società aperta una coesistenza futura e possibile con internet. La rivoluzione digitale, sostiene Rocca, è comparabile alla grande Rivoluzione industriale del Settecento e la società aperta si trova davanti a una sfida cruciale: dominare la forza del cambiamento per massimizzare le sue aspirazioni di benessere e libertà o farsi travolgere dai regimi populisti e autoritari. Questa è la vera sfida dell’inizio del XXI secolo. E passa soprattutto per la rete.  

Il Piccolo di Cremona, 4 maggio 2019

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

“Il paese della sceneggiata”, di Goffredo Fofi

A spingere Goffredo Fofi a scrivere “Il paese della sceneggiata”, edito nel 2017 dalla milanese Medusa, è stata – come ammette lui stesso a poche righe dall’inizio del libro – la «nostalgia di un’epoca e di un popolo definitivamente scomparsi». Di più: la nostalgia «di quando quel popolo esprimeva una propria cultura, in dialettica opposizione a quella borghese e all’industria culturale da essa voluta per condizionare coloro che voleva supini ai modelli consoni al mantenimento della sua egemonia». Nel giro di poche righe, prima ancora di fare la conoscenza della sceneggiata napoletana, siamo già immersi nella prosa tipica di Fofi, della sua militanza, della sua ideologia.

Ma superata la diffidenza suscitata dalle prime righe, che fa da sfondo al piccolo libretto – e il lettore obiettore non potrà che farne la tara anche per le restanti pagine – Fofi stupisce non solo per la conoscenza sterminata della cultura napoletana (e basterebbe leggere il primo capitolo, che arriva a lambire la musica di Pino Daniele); ma anche perché in poche pagine definisce i contorni sociali della sceneggiata, forma di intrattenimento teatrale e musicale messa in scena dal sottoproletariato urbano dei vicoli di Napoli; e del suo pubblico, poveri contadini, diremmo oggi pendolari, che prima di tornare in campagna si fermavano a vederla nelle sale allestite nelle vicinanze della Ferrovia a Porta Capuana.

La sceneggiata stessa, del resto, imponeva al suo pubblico riflessioni sociologiche, morali e perfino moralistiche, mitigate com’erano da quei lieti fine «paternalistici» con lo scopo di rinfrancare e fidelizzare il pubblico. Da una parte, i mali di quella società, dall’altra i loro rimedi, i loro antidoti benché amari: le perdizioni a cui porta il desiderio, incarnati dal maschio dominatore e dalla «guappa», categorie dello spirito o veri personaggi in carne ed ossa addomesticati dai vincoli di rispettabilità o da qualche matrimonio riparatore; la famiglia come cappa benché legame irrinunciabile, salvifico; il vicolo come mondo e come trappola; ma anche il rapporto con la Storia e la Legge (maiuscole di Fofi); in particolare lo scarto tra legge (del vicolo) e Legge (dello Stato), quelle piccole effrazioni necessarie, magari per sbarcare il lunario, che – a scanso di equivoci – nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata camorrista.

La sceneggiata, per Fofi, finisce con i Sessanta e i Settanta, con la proletarizzazione industriale del contado e l’avanzata della classe media, dunque per l’esaurimento del suo pubblico di riferimento e della dialettica vincente che l’aveva tenuta in piedi. O meglio: finisce il suo ruolo di «strumento di conoscenza», restando sommersa dalla cultura e dall’intrattenimento di massa; fatta salva una tardiva ripresa d’interesse, «neopopulista» – curioso che, pur en passant, si citi il sociologo De Masi – dalla cui tentazione, posticcia e strumentale, Fofi, tuttavia, mette in guardia.

Cafè Golem, 22 gennaio 2018

“Basta poco per sentirsi soli”, di Grazia Cherchi

L’ultima edizione di Basta poco per sentirsi soli di Grazia Cherchi risaliva al 1991, l’ultima ristampa al 1995. La raccolta di racconti è ora riedita dalla casa editrice e libreria “Papero Editore”, piacentina come l’autrice e come il sodale Piergiorgio Bellocchi con il quale, insieme a Goffredo Fofi, fu redattrice dei “Quaderni piacentini”. Ma non è della sua nativa Piacenza, né della militanza nella celebre rivista che la raccolta tratta, bensì dell’esperienza di consulente editoriale a Milano, dove Cherchi si spense nel 1995. O meglio: di piccoli fotogrammi esistenziali, personali e umorali del dietro le quinte di un’attività che l’aveva portata a essere una rispettata e temuta (molto temuta) professionista del mestiere, ma che non le aveva fatto perdere la sua profonda umanità.

Del resto, è l’autrice stessa in queste pagine a ritrarsi come una donna premurosa, ingenua, un po’ sbadata, senz’altro generosa, con tratti di una femminilità – come una certa fragilità e un bisogno d’attenzione – trascurati dai suoi interlocutori, prevalentemente maschi. Un esempio, sotto forma di conversazione telefonica:

“Grazie comunque”, aggiunge, “tutto bene anche a te?”

“Sono stata borseggiata, però… Pronto?”

“Sì ho capito. Sei stata corteggiata. E allora?”, chiede annoiato.

“No, ho detto: borseggiata.”

“A me hanno rubato quattro giorni fa la radio dell’auto.  Non te l’ho raccontato? Una jella maledetta. Stavo uscendo di casa…”

Basta poco per sentirsi soli.

Ma non bisogna fraintendere: gli apparenti accenni di vittimismo nel brano citato (il comprensibile contraccolpo provocato dalla risposta) fanno emergere soprattutto l’autismo emotivo dell’interlocutore. Il bersaglio prediletto è, infatti, il sottobosco sbruffone ed egoista dell’industria culturale degli anni del disimpegno: narcisi insicuri, forse dotati di qualche talento, ma sempre col rischio di sembrare degli inetti. Insomma: se Cherchi si trova a dover fare non solo da sponda professionale, ma anche un po’ da mamma ad alcuni poeti e scrittori in preda a crisi d’identità, il lettore non potrà che vederla come lei.

Cherchi non concede troppi sconti alle persone per le quali prova affetto e forse rispetto; figurarsi quindi per chi non le suscita nulla di tutto ciò. Si legga, allora, l’esilarante racconto sul giornalista che, riluttante (preferirebbe farlo al telefono), si reca a casa sua per un’intervista su un autore lanciato da Cherchi, di cui il giornalista non sa nulla: quando lei chiede cosa conosce dell’autore, lui risponde: “In tutta franchezza: la narrativa la pratico poco”. E che prende appunti sui mobili della casa, perché riportare il mobilio di contorno all’intervista è il suo stile. Oppure, il racconto sulla fatica di qualsiasi editor che abbia a che fare con scrittori improvvisati. Parlando dei quali inserisce, in chiusura, una frase che di per sé è anche una piccola lezione di critica letteraria:

“Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?” dico chiedendo un caffè.

Nell’ultimo mese ho letto i romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…”

“E le donne dove le metti? Io la scorsa settimana mi sono fatto una contessa, un’attrice, una psicanalista e un’assistente sociale”.

(…)

“Sarà l’influenza dei telefilm americani, ma da qualche tempo i romanzi rassomigliano a copioni cinematografici”, dico.

“C’è più plot di prima, è vero, ma l’azione non è mai mozzafiato. Ci pensa a mozzarla lo scrivente, che tra una rapina, un agguato, uno stupro infila i suoi monologhi, con rievocazione di infelicità infantili, domestiche ed esistenziali di cui non importa un accidente a nessuno”.

“Già, il vice di Le Carré cede sempre il passo alla controfigura di Molly Bloom”.

Se proprio si deve trovare un difetto in questa raccolta – che, lo avrete capito, aiuta a sentirsi un po’ meno soli – è lo sbandamento momentaneo nel sarcasmo o, come negli ultimi racconti, in alcune requisitorie contro la maleducazione, motivate, ma non all’altezza della penna degli altri racconti. Come aveva scritto, centrando il punto, Vittorio Spinazzola: “Il cipiglio che la Cerchi esibisce nel maltrattare i suoi interlocutori in realtà è la maschera di un’inquietudine malinconica. Si sente sola e fragile, questa donna all’apparenza così aggressiva (…). E proprio il bisogno di comprensività affettuosa le si estroflette in umore sarcastico”.

“Cactus. Meditazioni, satire, scherzi”, di Alfonso Berardinelli

Si potrebbe scrivere a braccio di Cactus, il libro di Alfonso Berardinelli da poco riedito, ampliato, da Castelvecchi (Cactus – meditazioni, satire e scherzi, pp. 154), una miscellanea di articoli di critica a sua firma comparsi su alcune testate, fra loro eterogenee. A braccio, però, si finirebbe per fare un lavoro da intellettuale-ruspa, imitando con trasporto le gocce più sulfuree della sua prosa, e trascurandone bensì la finezza e le sfumature. Accostarlo a Montaigne e a Molière, alle stroncature di Prezzolini, alla satira di Flaiano e Longanesi, all’epigramma di Kraus e al dictionnaire di Flaubert, beh non c’è che dire, ci farebbe subito riconoscere: banali tritacarne. Fare l’intellettuale apriscatole non avrebbe senso: il libro funziona anche da ottimo apriscatole. E il frullatore si incepperebbe subito nel tentativo di rendere fluide e dolci le contraddizioni che fa emergere. Perciò, passati in rassegna i quattro prototipi d’intellettuale coniati da Berardinelli (ruspatritacarne,apriscatole e frullatore), lasciamogli dire sul primo capitolo, macché, sulla prima frase del Pendolo di Foucault di Umberto Eco:

«Fu allora che vidi il pendolo». Mi ero sbagliato a sottovalutare quell’inizio. In verità non si può leggere una frase simile senza sfregarsi le mani, in veste di lettori. Ah, come mi sento interamente lector in fabula. Quel «fu»! Quell’«allora»! Quel «vidi»! Quel «pendolo»! Tutto è così… così remoto, così naturale, così visivo, così scientifico, così fallico.

Fu. Allora. Che. Vidi. Il. Pendolo. Il mistero e la forza evocativa del passato remoto («fu»). La perentoria determinazione dell’avverbio di tempo («allora»). La vivida presenza della rivelazione diretta in prima persona («vidi»). E infine la cosa che dà il nome al libro, quell’ineffabile oggetto sferico in oscillazione, lucente e implacabile come una legge assoluta installata nel cuore di ciò che è transitorio e relativo: il mondo terrestre. Mondo terrestre percepito nella sua collocazione celeste.

Con un’ironia strepitosa, ecco l’immagine del professor Eco che, scrivendo un romanzo, ne glossa ogni frase col suo sapere enciclopedico, quasi a voler ridurre proprio lei, la storia (“s” minuscola), a un’occasionale nota a piè di pagina, inserendo cultura di massa e teologia medievale, modernismo e romanzo giallo, cabala e geografia fisica: tutto quello che sa, che ci sta, che riesce a dire, senza mai buttare via niente.

Segue il ritratto di Pietro Citati e la galleria dei suoi scrittori, fantasmi, forme evanescenti, ectoplasmi, forse simulacri di Citati stesso. E anche qui torna Eco, ma solo per ricordare che «Non si tratta di due contrapposte visioni del mondo (il mondo non esiste, né per l’uno né per l’altro: tutto è segno o tutto è sogno), ma due tipi di salsa, la piccante e la dolce, entrambe da tenere in casa». Citati, sfacciato ma efficace, riscrivere e racconta la letteratura; soltanto, lo fa a modo suo: smussandola e frullandola – si perdoni il riferimento intertestuale –, pronta per essere digerita dai lettori di un grande quotidiano; nel giro di cinque o sei minuti; ecco a cosa si riduce, senza nessuna offesa, la critica culturale.

E poi, ancora: irrinunciabili foto segnaletiche di autori alla moda: Severino, Vattimo, Cacciari e Asor Rosa; altri bestiari di scrittori; una personale idea di scuola; riflessioni su alcuni aspetti della vita, come la fretta, la bruttezza, gli animali e il generico e astratto conversare su Dio. Cactus: per i giudizi spinosi, certo; ma forse anche per far scoppiare i palloni gonfiati; senza mai cedere alla boria, alla consapevolezza che si può fare molto di buono, in questo senso, ma che è sempre troppo poco: come Berardinelli  lascia intuire parlando del critico Giulio Ferroni che, dopo aver enumerato nel suo La Scena intellettuale 66 maschere di letterati, gli fa constatare che: «Più ne uccide con le sue definizioni e più ne rinascono, secondo la logica del trasformismo, del pentimento e del riciclaggio. Alla fine il critico è esausto, l’Idra non è stata decapitata».

Café Golem, 19 dicembre 2018

“Il vaccino non è un’opinione. Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire”, di Roberto Burioni

Bisogna ammetterlo: pur difettando della più elementare evidenza scientifica, il fronte no-vax può vantare una certa trasversalità e, naturalmente, una grande eco in campo mediatico: non solo Red Ronnie o il Beppe Grillo del 1998, ma anche il cantante Povia, l’attrice Eleonora Brigliadori, il giornalista Gianluigi Paragone. E sì, uscendo dall’Italia, anche un premio Nobel per la Medicina, Luc Montagnier. Come ricorda Roberto Burioni nel suo fondamentale “Il vaccino non è un’opinione” (Mondadori), succede anche ai migliori, del resto, di prendere cantonate: capitò a Lord Byron, che pure può vantare qualche attenuante di natura storica, di definire i vaccini una “moda passeggera”.

Guardare i corpi tremendamente sfigurati dal vaiolo o le infinite immagini di chi rimane storpiato dalla poliomelite dovrebbe togliere qualsiasi sorriso o levare l’eventuale leggerezza di chi affronta questo argomento. Eppure, nemmeno la testimonial pro-vax, suo malgrado, Bebe Vio, è riuscita a fugare i dubbi sull’utilità della prevenzione vaccinale. Del resto, dobbiamo accettarlo: i dubbi, in quanto tali, sono sempre legittimi. Perciò, per chiarire una volta per tutte le questioni relative all’efficacia dei vaccini (al netto dei rischi incredibilmente ridotti), è giusto rimandare alle riviste specializzate, agli esperti, immunologi e virologi, e agli strumenti di divulgazione come questo libro di Burioni, così come a quelli di Alberto Mantovani. La lettura è però anche un grande racconto del duello tra gli esseri umani e la morte: come non emozionarsi nel leggere che, il 12 aprile 1955, tutte le campane degli USA suonarono a festa per la scoperta del vaccino contro la polio? O che, nel 1980, l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la definitiva sconfitta del vaiolo?

A insidiare la questione ora, però, è la messa in discussione non dell’utilità, ma dell’obbligatorietà dei vaccini (perlomeno a scuola). Se questa è una democrazia, perché non convincere tutti sull’utilità dei vaccini, prima di obbligare qualcuno? Su questo punto, Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno espresso un unanime e favorevole parere. Ma allora: perché non convincere tutti riguardo all’utilità del codice della strada, prima di farlo rispettare? Perché non intavolare dei dibattiti sulla necessità che ciascuno di noi ha di non inquinare l’acqua che poi finisce nei mari, nei fiumi o che irriga i campi coltivati?

Già, perché i vaccini non garantiscono tanto o solo la salute propria e dei propri figli; e nemmeno soltanto quella degli altri e dei loro figli: garantiscono quel diritto alla salute, sancito dalla nostra Costituzione, che possiamo considerare come un bene comune essenziale, proprio come l’aria che respiriamo. I virologi lo definiscono immunità di gregge ed è un meccanismo di immunizzazione che garantisce la protezione da molte epidemie a tutti i nascituri (prima che abbiano ricevuto il vaccino, si capisce), ai molti ammalati immunodepressi e anche a chi non si sia ancora vaccinato, a patto che la percentuale sui restanti non superi una certa soglia.

Se democrazia significa libertà di scelta nel rispetto del diritto degli altri, allora i vaccini, oltre che a essere uno dei più grandi schiaffi dato dagli esseri umani alla morte, sono anche uno dei pilastri delle nostre democrazie.

Mercato dell’arte. «I pittori cremonesi? Sottovalutati»

Mentre un Modigliani a Londra si accinge a stracciare ogni record.

Se lunedì prossimo non siete stati invitati da Sotheby’s per l’asta di Nu couché (sur le côté gauche) di Amedeo Modigliani, non preoccupatevi: l’evento è tra i più esclusivi al mondo e gli invitati sono pochi e selezionati, soprattutto in base allo spessore dei portafogli. Già, perché quella che si profila lunedì prossimo potrebbe essere un’asta da record: il seducente nudo di schiena di Modigliani è stato quotato 150 milioni di dollari e potrebbe battere Les femmes d’Alger (Version ‘O’) di Pablo Picasso, battuto all’asta nel 2015 per 179milioni 365mila dollari. Si tratterebbe del prezzo record di vendita di un dipinto a un privato. Vendendo le due tele, si potrebbero comprare due aerei di linea o una flotta di ultraleggeri, aeroporto compreso.

Nulla avrebbe potuto rubare la scena all’evento e invece è successo: questa settimana, Christie’s, la grande rivale di Sotheby’s, ha liquidato la collezione di David e Peggy Rockefeller sfiorando il miliardo di dollari d’incasso – destinati in beneficienza – e registrato prezzi record per sette artisti tra cui Matisse (Odalisca sul Divano con Magnolie, pagata oltre 80 milioni di dollari) e Monet (per un esemplare della serie Ninfee in Fiore sono stati sborsati quasi 85 milioni di dollari). E dire che non ci si era ancora ripresi dal colpo dei 450 milioni, sempre targato Chriestie’s, per il Salvator Mundi, vinto dal Louvre di Abu Dabi, record di prezzo assoluto per un dipinto.

C’è poco da fare: visto da questa prospettiva, il mercato dell’arte è per la stragrande maggioranza delle persone qualcosa di irraggiungibile. Quello contemporaneo, invece, oltreché irraggiungibile, diventa incomprensibile: come può arrivare a costare 12 milioni di dollari uno squalo sotto formaldeide (opera dell’inglese Damien Hirst)? si è chiesto l’economista Donald Thomson nel suo bestseller Lo squalo da 12 milioni di dollari.

Parlare del mercato dell’arte a Cremona restituisce un po’ di senso della realtà.

«A Cremona, i collezionisti non sono più di venti o trenta persone», ci dice un esperto d’arte cremonese. L’arte cremonese è, d’altro canto, l’unico vero oggetto del mercato locale: «Si tratta prevalentemente di arte prodotta tra Otto e Novecento, su commissione della borghesia agiata: perciò si spiega l’abbondanza della ritrattistica. Il resto, che proveniva dalle collezioni nobiliari è diventato materia museale o già stato venduto».

Paolo Mascarini e il figlio Sebastiano sono senz’altro tra gli antiquari più importanti a Cremona. Dal punto di vista della pittura cremonese, praticamente gli unici sul mercato. «I maggiori rappresentanti della pittura cremonese e di cui si può dire esista un mercato sono proprio i pittori tra Otto e Novecento come Mario Biazzi, Renzo Botti, Carlo Vittori e il più tardo Alfredo Signori. In genere, sono ottimi pittori di paesaggi padani e del Po come Vittori, nonché eccellenti ritrattisti» dice indicando un quadro di Biazzi, dai tratti vagamente modernisti. «Quel che è sicuro è che hanno poco da invidiare ai loro contemporanei. D’altro canto, provenivano da scuole d’arte prestigiose come Brera o la Carrara a Bergamo».

La mancata fortuna, pare di capire da Mascarini, è imputabile all’angusto clima di provincia: «Sono pittori di grande qualità e anche piuttosto vendibili, eppure restano sottovalutati. Le loro tele sono apprezzate tra i mille e, al massimo, i 10-15mila euro». Su questo punto, Mascarini la pensa chiaro: sono sottostimati. «Con ciò, quello che ci interessa è la qualità delle opere, nient’altro. Certo, se la città proponesse un’antologica di Biazzi o Vittori, il mercato li rivaluterebbe. D’altronde, sono i collezionisti a fare il mercato. Le case d’asta, invece, fanno i prezzi».

Mentre Cremona aspetta di riscoprire i suoi pittori, le opere di artisti contemporanei come Hirst e Koons scendono di valore. New Hoover di Jeff Koons, una lavapavimenti – sì, avete capito bene: una semplice lavapavimenti – in una teca di plexiglas, quotata tra i 15 e i 10 milioni di dollari, sembra ne valga ora quasi la metà. Vuoi vedere che, a forza di scontarla, ritroverà il suo posto nel reparto degli elettrodomestici?

Il Piccolo di Cremona, 12 maggio 2018