Insegnare la lingua della lirica in Cina, l’intervista a Beatrice Fanetti

La musica e, in particolare, l’opera lirica spingono ancora oggi molti stranieri a intraprendere lo studio dell’italiano. Lo sa bene Beatrice Fanetti, mezzo soprano, maestro di canto e docente presso l’Università di Nantong, vicino a Shanghai, inviata dall’Istituto Superiore di Studi MusicaliRinaldo Franci” di Siena, nell’ambito di un doppio titolo tra le due città.

Come si è intrecciata la carriera musicale con l’insegnamento della lingua dell’opera agli stranieri?

Ho iniziato con i corsi di musica da piccolissima; poi è arrivato il canto pop e, infine, l’approdo al Conservatorio. Quando ormai avevo capito che il Canto era la mia strada, ho deciso di studiare anche il cinese durante la laurea magistrale. Il motivo è proprio legato all’opera: infatti, già da allora risultava chiaro come la Cina si stesse aprendo e interessando sempre più al Belcanto. Conoscerne lingua e la cultura, quindi, mi era sembrato utile per il mio futuro eventuale su quei palchi. Che dire: avevo ragione. Nel tempo, ho partecipato a tante masterclass di perfezionamento e ho notato che, spesso, i cantanti stranieri avevano una tecnica straordinaria, ma che perdevano gran parte del loro valore con una pronuncia terribile o un’interpretazione che mostrava come non sapessero che cosa stavano cantando.

Sul momento, mi sono limitata ad aiutare i miei colleghi come potevo, ma poi ho pensato: perché non propormi per insegnare ai cantanti stranieri del Conservatorio per renderlo un corso più regolare? Nel frattempo, ho conseguito la certificazione Ditals “cantanti d’opera” e ho capito che, per insegnare ai cantanti stranieri, non basta conoscere la didattica della lingua, non basta avere qualche concetto base delle trame delle opere: ci vuole una certa consapevolezza della storia della lingua (i libretti sono spesso molto lontani dalla lingua parlata oggi!), della storia dell’opera, della cultura italiana e anche un’idea del canto in quanto tale. Infatti, una delle difficoltà maggiori dei molti coach improvvisati è dovuta al fatto che non si rendono conto che l’italiano parlato e quello cantato (per motivi a volte puramente fonatori, a volte diacronici) possono differire ampiamente. Chi può farlo meglio di una cantante con una specializzazione in didattica dell’italiano come lingua straniera?

Ci puoi fare entrare virtualmente in una tua lezione e dirci un po’ come si svolge?

Bisogna distinguere tra due tipi di lezione per cantanti d’opera: la lezione di gruppo in Conservatorio (quindi in ambiente istituzionale e spesso in classe eterogenea per livello e provenienza) e la lezione privata uno a uno (dal vivo o online). Nel primo caso, preferisco dedicare la prima parte della lezione al corso di lingua vero e proprio, seguendo un sillabo ben definito e usando materiali raccolti da me o un manuale didattico (io, per esempio, uso “L’italiano nell’aria” di Brioschi e Martini-Merschmann, perché affronta gli argomenti grammaticali e comunicativi usando situazioni e testi che risultano familiari a un generico studente di Canto lirico in Italia o a un cantante straniero che frequenti masterclass e faccia concerti in Italia).

Questi studenti partono spesso da conoscenze pressoché nulle ed è quindi necessario fornire loro una base stabile su cui costruire il resto, anche in considerazione del fatto che in una classe eterogenea non si può tenere conto dello studio pregresso di ognuno. La seconda parte della lezione, invece, è dedicata alla pronuncia e all’approfondimento di un’aria di studio, ed è quindi di solito un momento di lavoro uno a uno oppure, quando possibile, diviso per registri vocali. Nel caso invece delle lezioni private, l’attenzione sarà in gran parte diretta alla lettura e all’interpretazione delle arie, da cui poi prendere spunto per approfondimenti grammaticali, fonetici e fonatori. Dato che questo secondo tipo di lezione è malleabile a seconda dei bisogni specifici dello studente, può comprendere anche attività situazionali (“alle prove in teatro”, “in segreteria del Conservatorio”, “all’audizione” e così via) o la preparazione in dettaglio di monologhi di presentazione, colloqui motivazionali e interazioni in ambito musicale.

Un appunto da fare sull’insegnamento della pronuncia è che, nella mia esperienza, la pronuncia del Canto si discosta quasi sempre da quella del parlato, quindi dopo un intenso lavoro nella lettura ad alta voce, le stesse arie vanno ripetute nel canto e corrette nuovamente a seconda delle particolarità dell’emissione vocale (un esempio tra tanti, il fono –i non può essere espresso con chiarezza sulle note acute perché chiuderebbe eccessivamente la gola, e deve quindi essere modificato in modo che la voce esca libera e sana… a scapito della pronuncia!).

Chi è che partecipa alle lezioni e che opere sono quelle più richieste? 

Nelle mie attuali lezioni insegno soprattutto canto; la parte che concerne l’italiano riguarda quindi esclusivamente la pronuncia dei brani di studio. I miei studenti sono iscritti ai primi 3 anni di università, nella quale hanno scelto il Canto come materia principale. Per questo il mio insegnamento, oltre alla pronuncia, prende in considerazione i vocaboli più strettamente musicali (“legato”, “forte” “nota”, “ritmo”), legati sia alla sfera dell’opera (“aria”, “spartito”, “personaggio”, “recitativo”) che a quella del corpo e dell’emissione vocale (“respiro”, “diaframma”, “sostegno”, “abbassare la lingua”). In passato, però, quando insegnavo al Conservatorio o durante le lezioni private, i miei allievi erano sia studenti che cantanti in carriera e, spesso, volevano fare un’analisi del libretto o seguire un vero e proprio corso di lingua (seppur usando materiali specifici per cantanti d’opera).

In entrambi i casi, le arie più richieste sono quelle di Mozart, Verdi o Puccini, in quanto conosciutissime in tutto il mondo e quelle di Pergolesi e Scarlatti, perché considerate più semplici musicalmente. C’è da sottolineare però che, seppure queste ultime vengano scelte per lo studio dai principianti, in quanto più facili da cantare, sono quasi sempre scritte in un italiano antico e poetico, e creano non pochi problemi di comprensione e interpretazione agli studenti che non possiedano già almeno una conoscenza di base della lingua.

Progetti per il futuro?

Per il momento resterò ad insegnare canto all’università qui in Cina e preparerò gli studenti che verranno in Italia a studiare il prossimo anno. Non sono sicura di cosa mi aspetta nel futuro immediato, dato che la mia carriera di cantante solista ha subito un brusco reindirizzamento a causa della pandemia. Di sicuro non abbandono l’idea di cantare, ma chissà se come piano A o nelle pause dall’insegnamento. Purtroppo, al momento, le prospettive lavorative che ho incontrato in Cina sono difficili da trovare in Italia, quindi non escludo di rimanere ancora qualche tempo in terra sinofona, complice il fatto che ne apprezzo molto anche la lingua e cultura. Certo è che se trovassi un’offerta in Europa altrettanto interessante e fonte di crescita, non esiterei a prenderla al volo!

Federico Pani

Una versione ridotta dell’intervista è comparsa sul Piccolo di Cremona del 6 novembre 2021

Un commento

  1. Attirava molto anche me il Ditals per cantanti d’opera… poi ho virato su adolescenti e adulti perché lo ritenevo più confacente ai miei potenziali studenti. Rimane comunque il sogno di insegnare ai cantanti 🙂 che a quanto pare può non essere solo un sogno

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