Insegnare l’italiano agli stranieri in carcere, l’intervista a Giuseppe Caruso

Giuseppe Caruso è contrattista post-doc presso il Centro DITALS (Certificazione di Competenza in Didattica dell’Italiano a Stranieri) dell’Università per Stranieri di Siena. A lui abbiamo rivolto alcune domande sulla sua esperienza di insegnante di italiano agli stranieri in carcere.

“La prima volta è stata nell’ambito di un progetto dell’Università di Napoli “Federico II”, in collaborazione con la Regione Campania: ho insegnato alle detenute straniere della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli; cento ore dedicate alla lingua e alla cultura italiana, con l’obbiettivo della certificazione di livello A2/B1. La seconda volta è stata nell’ambito di un progetto organizzato dall’Università per Stranieri di Siena: ho tenuto un corso di lingua italiana settoriale nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere; l’obiettivo è stato fornire gli strumenti linguistici per svolgere la professione di operatore edile, dentro il carcere e auspicabilmente fuori, una volta terminata la pena”.

Che riscontro hanno avuto i corsi, dove si sono svolti e qual era il criterio di selezione per partecipare?

“C’è stato un grande entusiasmo in entrambe le occasioni: seguire le lezioni di italiano, per i detenuti, è un motivo di riscatto sociale; li fa sentire più qualificati, realizzati; ed è pur sempre un’occasione per impiegare il tempo, uscire dalla cella, incontrare connazionali. Per quanto riguarda gli spazi, le lezioni si tengono nelle aule dove di solito si fa scuola (in carcere ci si può diplomare e persino laureare). La proposta di seguire un corso di italiano L2, al pari di un corso di cucina o recitazione, viene fatta dagli educatori e i detenuti sono liberi di aderirvi o meno. La selezione dei possibili partecipanti tiene conto anche della loro condotta, che dev’essere regolare. In certi casi, sono usati alcuni accorgimenti; per esempio, non mettere nella stessa classe detenuti coinvolti nel medesimo reato o che vanno poco d’accordo. Le classi, dunque, sono miste, plurilingue, multiculturali; e una delle difficoltà maggiori è che, in classi così eterogenee, la conoscenza della lingua è molto diversa”.

Che cosa significa insegnare in carcere professionalmente e umanamente?

“Per insegnare in carcere non servono solo delle competenze didattiche specifiche – e chi non le ha acquisite rischia di abbandonare presto l’impresa –, ma anche empatia e capacità di riprogettazione della lezione. Ad esempio, può capitare che si presenti un detenuto a cui è appena stata confermata la pena o che è da tempo che non sente i suoi parenti, o che non riesce a riposare bene la notte. Di solito, questi detenuti non lo palesano: sta al docente capire se qualcosa non va e, nel caso, riprogrammare la lezione, proponendo magari qualcosa di più coinvolgente e non troppo impegnativo, che li distragga un po’. Una delle attività più gradite dai detenuti è ad esempio quella del gioco di ruolo: si presenta una situazione, si assegnano dei ruoli e si danno dei compiti. Li aiuta a far pratica con la lingua e soprattutto a essere in un altro luogo, diventando “altro da sé”, seppur per poco e con l’immaginazione.

Ha mai avuto paura?

Il carcere è un luogo sicuro, con videocamere ovunque e controlli serrati. In classe, poi, era quasi sempre presente una guardia penitenziaria. Con me i detenuti sono sempre stati tranquilli; del resto, sanno che qualsiasi azione o parola fuori luogo corrisponde a un richiamo, a un allungamento della pena, mentre loro hanno un solo obbiettivo: uscire. Certo, può capitare che all’inizio siano un po’ sospettosi, ma è anche normale: entrare in carcere è in fondo un’invasione di campo nel loro ambiente. Ma, dopo le prime lezioni, si è instaurato un clima di confidenza. Al termine dei corsi, alcuni detenuti si sono dimostrati dispiaciuti che l’esperienza fosse finita, che non ci saremmo più visti e sentiti. Paura, no, dunque. Neanche nei riguardi dei loro reati, che non ho voluto sapere. Anzi, è preferibile per il docente non conoscerli, perché, inconsciamente, scatta un meccanismo psicologico che ti fa identificare il detenuto con il reato che ha commesso. Io li ho sempre voluti considerare innanzitutto come degli studenti, anche se un po’ particolari. Devo ammettere, però, che l’impatto è forte, soprattutto la prima volta che si entra in carcere: l’odore di disinfettante, il rumore costante delle porte che scorrono e delle chiavi che girano; bisogna farci l’abitudine e avere sempre chiaro il motivo per cui si è lì.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 9 ottobre 2021

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