“Il vaccino non è un’opinione. Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire”, di Roberto Burioni

Bisogna ammetterlo: pur difettando della più elementare evidenza scientifica, il fronte no-vax può vantare una certa trasversalità e, naturalmente, una grande eco in campo mediatico: non solo Red Ronnie o il Beppe Grillo del 1998, ma anche il cantante Povia, l’attrice Eleonora Brigliadori, il giornalista Gianluigi Paragone. E sì, uscendo dall’Italia, anche un premio Nobel per la Medicina, Luc Montagnier. Come ricorda Roberto Burioni nel suo fondamentale “Il vaccino non è un’opinione” (Mondadori), succede anche ai migliori, del resto, di prendere cantonate: capitò a Lord Byron, che pure può vantare qualche attenuante di natura storica, di definire i vaccini una “moda passeggera”.

Guardare i corpi tremendamente sfigurati dal vaiolo o le infinite immagini di chi rimane storpiato dalla poliomelite dovrebbe togliere qualsiasi sorriso o levare l’eventuale leggerezza di chi affronta questo argomento. Eppure, nemmeno la testimonial pro-vax, suo malgrado, Bebe Vio, è riuscita a fugare i dubbi sull’utilità della prevenzione vaccinale. Del resto, dobbiamo accettarlo: i dubbi, in quanto tali, sono sempre legittimi. Perciò, per chiarire una volta per tutte le questioni relative all’efficacia dei vaccini (al netto dei rischi incredibilmente ridotti), è giusto rimandare alle riviste specializzate, agli esperti, immunologi e virologi, e agli strumenti di divulgazione come questo libro di Burioni, così come a quelli di Alberto Mantovani. La lettura è però anche un grande racconto del duello tra gli esseri umani e la morte: come non emozionarsi nel leggere che, il 12 aprile 1955, tutte le campane degli USA suonarono a festa per la scoperta del vaccino contro la polio? O che, nel 1980, l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la definitiva sconfitta del vaiolo?

A insidiare la questione ora, però, è la messa in discussione non dell’utilità, ma dell’obbligatorietà dei vaccini (perlomeno a scuola). Se questa è una democrazia, perché non convincere tutti sull’utilità dei vaccini, prima di obbligare qualcuno? Su questo punto, Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno espresso un unanime e favorevole parere. Ma allora: perché non convincere tutti riguardo all’utilità del codice della strada, prima di farlo rispettare? Perché non intavolare dei dibattiti sulla necessità che ciascuno di noi ha di non inquinare l’acqua che poi finisce nei mari, nei fiumi o che irriga i campi coltivati?

Già, perché i vaccini non garantiscono tanto o solo la salute propria e dei propri figli; e nemmeno soltanto quella degli altri e dei loro figli: garantiscono quel diritto alla salute, sancito dalla nostra Costituzione, che possiamo considerare come un bene comune essenziale, proprio come l’aria che respiriamo. I virologi lo definiscono immunità di gregge ed è un meccanismo di immunizzazione che garantisce la protezione da molte epidemie a tutti i nascituri (prima che abbiano ricevuto il vaccino, si capisce), ai molti ammalati immunodepressi e anche a chi non si sia ancora vaccinato, a patto che la percentuale sui restanti non superi una certa soglia.

Se democrazia significa libertà di scelta nel rispetto del diritto degli altri, allora i vaccini, oltre che a essere uno dei più grandi schiaffi dato dagli esseri umani alla morte, sono anche uno dei pilastri delle nostre democrazie.

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