“Il risveglio del fiume segreto. In viaggio sul Po con Paolo Rumiz” di Alessandro Scillitani

L’Italia, per il principe di Metternich, non era nient’altro che un’espressione geografica. Per noi, si potrebbe dire, lo stesso vale per il fiume Po. Di lui sappiamo che è lungo oltre 600 km, che sorge nella località di Pian del Re, nelle valli cuneesi, a due passi dalla Francia e che si immette con la sua larga foce a delta, nel Mar Adriatico. Per cambiare la nostra idea sul Po, o meglio arricchirla di immagini, racconti, volti e dialetti non bisogna lasciarsi scappare allora la proiezione che ci sarà lunedì sera 6 novembre (ore 21.00), presso il Cine Chaplin, del film di Alessandro Scillitani, che documenta il reportage attraverso il fiume del corrispondente di Repubblica, Paolo Rumiz, diventato poi un film: «Il risveglio del fiume segreto».

Il Po comincia la sua corsa come un normale torrente alpino. Dopo un inizio di percorso incerto, verso nord, che per un tratto segue il confine franco-italiano, nella provincia di Torino il Po comincia a ricevere i primi affluenti provenienti dalle valli delle Alpi Cozie, presentandosi già come un importante fiume nell’ex capitale sabauda. Il suo destino, però, è segnato: scorrendo parallelo alle due catene montuose più importanti del nord Italia, il fiume comincia a ricevere l’acqua dell’arco appenninico e alpino, diventando così, nel giro dei primi 2-300 km, l’elemento idrografico decisivo dell’intero nord Italia, il ricettore di tutte le maggiori vie d’acqua: dal Tanaro al Ticino (che offrono i maggiori contributi in termini di volume idrico) fino ai familiari Adda, Oglio, Mincio e non  solo.

Il bacino idrografico del Po è di oltre 70mila km2, e per far capire in maniere definitiva la sua importanza basterebbe ricordare che la pianura padana, in fondo, nient’altro è se non l’enorme valle del Po. E allora: come mai quando si dice Po non si pensa a tutto questo, ma al più vengono in mente ridicole ampolle leghiste o i bollettini sull’inquinamento sfidato, in maniera un po’ improvvida, da qualche sportivo?

Ma torniamo al documentario. Rumiz racconta della sua avventura nella «più lunga costa selvaggia d’Italia». «Mai avrei pensato – continua – di trovare pezzi di Danubio, di Missisipi e di Volga. Siamo partiti con delle canoe, proseguito su una piccola barca a motore e finito con una barca a vela». E a questo proposito, vale la pena continuare a leggere cosa scrive Rumiz: «Dopo Cremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto silenzio. Solo l’acqua cantava. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta».

L’opera di Alessandro Scillitani è dunque un omaggio al più grande fiume italiano che, come dice il giornalista e scrittore, «visto da dentro non sembra più neanche Italia». Un’affermazione che, racconta il regista, «trova la sua spiegazione in qualcosa che nel film non c’è. Prima delle riprese, abbiamo fatto un percorso in bicicletta dalle parti di Torino e ci siamo resi conto che in molti punti il fiume non si vede, è negato qualunque accesso, la sua presenza si avverte solo dai cartelli “Pericolo piene”. In un mondo pieno di brutture, di insediamenti aggressivi, disastri ambientali, il Po in alcuni tratti del suo corso si è negato all’uomo e dunque ha mantenuto la sua capacità di rigenerarsi malgrado lo sfruttamento e, tra i suoi grandi argini, ostenta spazi meravigliosi di bellezza segreta, selvaggia, incontaminata, trionfante».

Il viaggio comincia dalle parti di Casale Monferrato, passando per Isola Serafini (in una scena è inquadrato anche l’acquario del Po di Motta Baluffi), continua lungo le frizzanti sponde emiliane e mantovane fino al Delta, tra i pescatori di vongole, e finisce sulle coste dell’Istria, dove – si dice – arrivino le sabbie del grande fiume.  

Continua Scillitani: «Siamo partiti alla fine di aprile, il giorno della Liberazione, abbiamo “liberato” il fiume dalla diffidenza di chi ci diceva: “Ma andate sul Danubio. Sul Po non c’è niente da vedere”, e dai pregiudizi, come quello sulla gente della Bassa Padana che – io sono di Reggio – ricordo, da ragazzo, consideravamo in qualche modo gli sfigati. Abbiamo usato imbarcazioni di diverso tipo, dalla canoa alla barca a vela e in alcuni tratti abbiamo usato la gru per superare livelli del fiume troppo bassi».

I viaggiatori fissi sono il regista, Paolo Rumiz e Valentina Scaglia, giornalista e appassionata esploratrice, e durante il percorso il film si arricchisce di incontri con persone che dividono l’amore per i fiumi, come il canoista Flavio Mainardi, l’esploratore Pierluigi Bellavite, lo skipper Flavio Fiori, lo scrittore Valerio Varesi e Francesco Guccini, esperto canoista, tra l’altro. «Ho cercato di fare una maratona cinematografica, ho evitato la voce fuori campo e mi sono inserito tra i protagonisti per cancellare la distanza della macchina da presa, ho rubato i dialoghi spontanei tra Paolo, Valentina e i compagni occasionali del viaggio, cercando di trasformarli in una sceneggiatura. Si parla di tutto, cibi, libri, vini, riflessioni sul presente, soprattutto si parla delle memorie evocate dalle atmosfere magiche del Po».

«È un’iniziativa a cui tengo molto – ha detto il direttore dell’Arena Giardino, Giorgio Brugnoli – sono convinto che in un momento di difficoltà come questo bisognerebbe guardarsi indietro e rendersi conto che una delle risorse che hanno fatto grandi Cremona è stata proprio il Po. E il Po non è solo un punto di svago: potrebbe diventare un centro di rilancio socio-economico. Dico solo questo: non esiste nessuna realtà paragonabile alla nostra che non tragga un vantaggio diretto dalla presenza di un corso d’acqua così importante e così prossimo».

«Provate a pensare cosa sarebbe Cremona – continua Brugnoli –, se si sfruttassero appieno le potenzialità del grande fiume: se, faccio per dire, non fosse andato perso il progetto del grande canale navigabile che avrebbe dovuto collegare la Svizzera all’Adriatico, passando per il Ticino, Milano e anche Cremona. Nemmeno così, tra l’altro, senza fare nulla di tutto ciò, il Po si è salvato dall’inquinamento. Mentre ora le tecnologie, se sfruttate appieno, potrebbero coniugare felicemente lo sviluppo e l’ecologia».

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 novembre 2017

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