“L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” di Alessandro Marzo Magno

Partiamo dalla fine: dove forse un tempo sorgeva la stamperia di Aldo Manuzio, a Venezia, oggi c’è una pizzeria. Ed è proprio a quest’ipotesi che Alessandro Marzo Magno dedica il finale del suo ultimo libro, “L’inventore di libri – Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo” (Editori Laterza). Ma se la pizza è universalmente riconosciuta come uno dei prodotti più tipici dell’Italia, il libro no. Ed è un errore. 

Aldo Manuzio comincia la sua carriera come umanista e precettore specializzato in greco antico. A un certo punto della sua vita, quasi senza un motivo, gli nasce un’idea che cambia la storia della cultura: coniugare lo studio della lingua classica con una grande impresa commerciale, la produzione di libri. Insomma: fonda la prima casa editrice della storia. Tutto questo non sarebbe stato possibile, probabilmente, fuori da Venezia, nella quale Manuzio, nato a Bassiano, nel Lazio, emigra per ragioni ancora sconosciute, dopo un lungo soggiorno come precettore a Carpi. Venezia, del resto, tra Quattro e Cinquecento, è davvero la “capitale del libro” in Europa: “Dal 1465 (…) al 1525, a Venezia si stampa la metà dei libri italiani; dal 1525 al 1550 si arriva a i tre quarti, dal 1550 al 1575 ai due terzi”. 

Ripercorrere le innovazioni dovute a Manuzio è impressionante. Oltre all’invenzione del formato tascabile, di un catalogo editoriale e delle prime collane (chiamate “ghirlande” da Giolito de’ Ferrari), Manuzio lancia il “tondo romano”, carattere tipografico realizzato dall’incisore e orafo Francesco Griffo da Bologna; con qualche aggiustamento, il carattere verrà poi adottato dal “New York Times”, diventando il “Times New Roman” scelto come carattere predefinito nientemeno che da Microsoft. Ma non basta: aiutato dal grande umanista Pietro Bembo, Maunzio compie un’altra rivoluzione: introduce in modo sistematico la punteggiatura, così utile da diventare “lo standard definitivo che perdura ancora ai nostri giorni”. 

Infine, tra le tante, c’è la storia di un grande best-seller: Manuzio, affiancato anche qui da Bembo, permette al “Canzoniere” di Petrarca di raggiungere, nel corso del Cinquecento, la strabiliante cifra di centomila copie (e qualche migliaio, allora, erano già un grandissimo successo). L’importanza di questo libro? Bembo scriverà la prima grammatica dell’italiano basandosi sulla lingua di Petrarca e le sue liriche saranno lette così tanto nei secoli a venire da fare dire al critico Massimo Onofri che è Petrarca il vero inventore dell’amore moderno. 

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 ottobre 2021

“Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla storia” di Aleida Assman

Il libro di Aleida Assmann, “Il sogno europeo – Quattro lezioni dalla storia” (Keller Editore), si apre con un una sfida lanciata nientemeno che da Paul Valéry: “La storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, perché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi”. Il libro della vincitrice del Premio per la pace degli editori tedeschi, del 2018, è finalmente arrivato da qualche mese anche in Italia ed è una sfida allo scetticismo di Valéry.

L’impresa è difficile, dato che la storia e la memoria, in Europa, hanno di fronte a sé due nodi intricati da sciogliere. Il primo riguarda la convivenza con un passato tragico: limitandosi al Novecento, i totalitarismi, due guerre mondiali e lo sterminio di sei milioni di ebrei. Il secondo riguarda il presente e un possibile futuro, ossia il risorgere dei nazionalismi: a est, per rivendicare un’identità che l’imperialismo sovietico rischiava di cancellare; a ovest, per arginare il combinato disposto delle migrazioni e della perdurante stagnazione economica.

Assmann accompagna allora il lettore nel percorso di costruzione di una “cultura della memoria”, capace di fare dimenticare l’odio tra le nazioni senza sacrificare il ricordo delle vittime e delle violenze. Decide dunque di ripercorre dei casi esemplari, su tutti il processo di elaborazione della memoria in Germania, cominciato idealmente con il Processo di Auschwitz a Francoforte, nel 1963, e culminato con il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” a Berlino, del 2005. Il perno del libro è il concetto di “memoria dialogica”: “Un’Europa davvero unita, infatti, non ha bisogno di una visione unitaria della storia, ma di una visione europea che sia compatibile”. O, come scrive lo scrittore ungherese Gryogry Konràd: “È un bene che ci scambiamo i ricordi e che veniamo a sapere che cosa gli altri pensano della nostra storia (…). L’intera vicenda europea sta diventando patrimonio comune, accessibile a ognuno senza la pressione dei pregiudizi nazionali o di altra natura”.

Questo approdo è tutt’altro che scontato. Lo dimostra, in Polonia, il caso del Museo europeo della Seconda guerra mondiale, che sarebbe potuto diventare un faro di civiltà; accanto al martirio polacco, infatti, sarebbero dovute comparire la vicenda dei profughi tedeschi cacciati dalla Polonia, così come le violenze perpetrate dai polacchi contro gli ebrei alla fine della guerra. Ma con l’avvento della coalizione populista guidata da Jarosław Kaczyński il museo venne chiuso.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 25 settembre 2021

Insegnare l’italiano agli stranieri, l’intervista a Pierangela Diadori

La “didattica della lingua italiana agli stranieri” è, per certi versi, una disciplina dai contorni difficili da definire. Per capirne meglio l’affascinante mondo, abbiamo intervistato la direttrice del Centro di Ricerca e Servizio DITALS (Certificazione in Didattica dell’Italiano a Stranieri) dell’Università per Stranieri di Siena, Pierangela Diadori (nella foto), madrina dell’omonima certificazione.

Oltre ai percorsi universitari, insieme alla certificazione DITALS di Siena, in Italia la professionalizzazione dell’attività passa anche per il DILS-PG dell’Università per Stranieri di Perugia o il CEDILS dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dunque, insegnare italiano agli stranieri è un’attività che non si può improvvisare, non fosse altro perché sono richieste delle certificazioni.

Sì, anche se c’è da dire che il mercato del lavoro, anche in questo caso, è fluido: la certificazione non viene sempre richiesta e, in generale, dipende molto dal contesto nel quale si insegna. La nostra certificazione DITALS di primo livello tiene conto di questo e si distingue, a differenza delle altre, in funzione dei vari profili degli apprendenti. Ma non esistono solo gli esami di certificazione: i Master annuali post lauream, per esempio, sono altamente professionalizzanti. Il Master DITALS, per esempio, che si svolge in buona parte online, oltre a una preparazione teorica in didattica dell’italiano, offre anchela possibilità di svolgere tirocini, anche fuori dall’Italia (presso sedi in Germania, Spagna, Polonia, Cina, Vietnam, Singapore ecc.)

Perché non basta essere parlanti nativi e avere un po’ di esperienza per insegnare l’italiano agli stranieri?

Soprattutto in passato, c’è stato chi si è improvvisato e ha imparato il mestiere sulla pelle degli studenti. Un insegnante non deve conoscere per forza la lingua dell’apprendente, quanto, piuttosto, le difficoltà reali che l’apprendente deve affrontare. Nell’insegnamento dell’italiano come lingua madre, ad esempio, si insiste molto sulla differenza tra il passato prossimo e il passato remoto. Ora, per uno studente straniero la vera difficoltà è affrontare la differenza tra imperfetto e passato prossimo, cosa che per un nativo invece non crea problemi. Faccio un altro esempio, il problema degli articoli: alcune lingue nemmeno li hanno (penso al russo e al cinese), e chi insegna a parlanti stranieri non può certo pensare di soffermarsi solo sulla questione dell’apostrofo. Le differenze, poi, sussistono anche a livello pragmatico: penso alle pause o al sovrapporsi all’altro nel discorso. In italiano, l’interruzione collaborativa per una co-costruzione del senso della frase è normale; uno studente giapponese, invece, la percepisce come aggressiva.

Può parlarci di alcune delle strategia che avete messo a punto per favorire l’apprendimento?

Innanzitutto va detto che ci sono state nel tempo delle indagini per rilevare l’intenzione che portava gli stranieri allo studio dell’italiano. Nell’ultima indagine, risulta che al primo posto ci sia la cultura (nei questionari va sotto la voce “tempo libero”), seguita dallo studio, dal lavoro e dalle ragioni familiari. L’Italia ha degli aspetti culturali molto attraenti e, perciò, abbiamo scelto di approfondirne alcuni, sotto forma di seminari tematici. Ne abbiamo realizzato uno sulla musica, sia classica, sia leggera – del resto si sa che la melodia facilita l’apprendimento mnemonico. Un altro seminario ha riguardato il cinema: anche le immagini hanno un effetto virtuoso nell’insegnamento di una lingua, purché il docente sia in grado di “didattizzare” una sequenza, così come si fa con un articolo di giornale. Un terzo seminario è stato dedicato alla moda, e abbiamo invitato anche degli esperti della settore a prenderne parte. L’ultimo seminario, invece, ha riguarda la cucina: la cultura alimentare italiana è senz’altro un elemento di grande attrattività fra gli stranieri e spesso viene utilizzata proprio per avvicinare gli studenti alla lingua e alla cultura italiana in generale.

Una curiosità: qual è l’aspetto dell’italiano per uno straniero più difficile da imparare?

Posso dire che l’aspetto nel quale tutti gli apprendenti trovano difficoltà sono le doppie consonanti: anche il parlante nativo di lingue che le posseggono nella scrittura, come il francese o il tedesco, ha difficoltà a pronunciarle, a ricordarsi quando sono presenti e, naturalmente, a scriverle.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 11 settembre 2021

“Trash” di Martino Costa

Farà tappa anche a Cremona il libro “Trash” (edito dalla casa editrice romana “pessime idee”), di Martino Costa, che verrà presentato insieme all’autore, venerdì 30 luglio alle 18.00, presso il bar Campi, nel contesto del ciclo d’incontri promosso dalla libreria “Il Convegno” di Cremona. Il romanzo di Costa è ambientato nella città di O., un’immaginaria metropoli italiana del nord, e ha al suo centro uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana. Sarebbe ingiusto, però, tralasciare il fatto che attorno a questa vicenda ruota una quantità innumerevoli di personaggi che, nella loro umanità, ci mettono a confronto con argomenti importanti del nostro tempo: il lavoro, il potere, l’immigrazione di prima e di seconda generazione, la criminalità, la solitudine.

Che cosa l’ha spinta a scrivere un libro come questo?

Direi che ci sono due immagini, all’origine del libro. La prima: una persona stravaccata, con le gambe distese, su un tram di Milano, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti, che mi ha dato l’ispirazione per Maestrale, il personaggio principale del libro. La seconda: un camion della nettezza urbana, nell’entroterra ligure, con tre africani, credo senegalesi, a bordo, tutti e tre con dei bei sorrisi, nonostante il lavoro duro. Poi, anche un articolo su uno sciopero dei lavoratori della logistica, se non ricordo male, che terminò come poi ho deciso terminasse il libro. Infine, ho sentito il bisogno, tutto personale, di dare voce alla marginalità: una voce che, dato il lavoro che faccio, ho ascoltato spesso e che mi viene naturale da riprodurre.

Da cosa ha tratto l’ispirazione per una moltitudine così varia di personaggi, com’è quella che compare nel libro?

Per la stesura di questo romanzo ho lavorato molto con la mia immaginazione. L’immaginario, vale la pena ricordarlo, lo si coltiva soprattutto con la lettura, ma anche con quanto si è vissuto, ascoltato e visto, anche nelle canzoni, anche in televisione. Devo confessare che, per parlare di cultura popolare, ho tratto ispirazione perfino da alcune telenovele che avevo visto durante il mio periodo di lavoro in Ecuador. Certo, prima di scrivere il libro ho fatto anche alcune letture specifiche (alcuni reportage sulla comunità colombiana, ad esempio), ma durante la stesura ho preferito lasciare il grosso del lavoro all’immaginazione. Il mio non è un saggio sulla working class veneta e non ne ha le velleità: è un romanzo, a sfondo sociale, certo, ma un romanzo dall’inizio alla fine.

Dunque non è solo quello sociale il tema portante del libro?

Credo che la società vada sempre indagata perché, come sono convinto, viviamo in un mondo ingiusto. Detto ciò, quello che veramente mi interessava era parlare dell’essere umano. Diceva Shakespeare che, più che il potere in sé, nelle sue opere, gli interessava parlare di come gli uomini reagivano alle nevrosi che causava il potere. Ecco, in un libro come “Trash” ho provato a descrivere i comportamenti di questi esseri umani, che, nella vicenda romanzesca, sono per la maggior parte dei lavoratori.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 24 luglio 2021

La Caduta di Costantinopoli e “Bisanzio dopo Bisanzio”, l’intervista a Francesco G. Giannachi

C’è chi la propone come la data d’inizio dell’Evo moderno, chi come quella della vera caduta dell’Impero romano; fatto sta che il 29 maggio del 1453 i Turchi conquistarono Costantinopoli, mettendo fine all’Impero bizantino e avviando una nuova fase della storia. Dell’avvenimento e della cultura che in parte scomparve, ma che in parte sopravvisse, abbiamo parlato con Francesco G. Giannachi, professore associato di Civiltà bizantina presso l’Università del Salento.

Professore, guardando le mappe di quegli anni, più che chiedersi come fece a cadere la città, viene da chiedersi: come mai non cadde prima, circondata com’era dai domini ottomani?

L’assedio del 1453 fu, in effetti, quello conclusivo; altri tentativi, ce n’erano già stati: quello condotto dal padre di Maometto II, Murad II, ad esempio, oppure, quello condotto dal suo bis-nonno, Bayezid I, dal 1397 al 1402, il quale aveva dovuto togliere l’assedio per affrontare il condottiero mongolo Tamerlano. Maometto II si trovò in una situazione diversa: l’assetto finanziario dell’impero bizantino era ormai compromesso, tanto che non era stato nemmeno possibile riparare le parti danneggiate delle mura o pagare gli artiglieri ungheresi che costruirono i due giganteschi cannoni usati dai turchi nell’assedio, ma che, prima, si erano rivolti all’imperatore di Costantinopoli.

A Maometto II, del resto, non mancavano né la determinazione, né l’ardimento giovanile: l’anno prima, con la costruzione della fortezza di Rumelihisarı sul lato europeo del Bosforo, di fronte a un’altra fortezza turca, si era messo nelle condizioni di bloccare i possibili rifornimenti alla città. Inoltre, va aggiunta una serie di contingenze, tra cui il mancato arrivo delle truppe occidentali (alcune navi inviate dal Papa erano state bloccate da una tempesta, ad esempio), che permisero all’assedio di concludersi vittoriosamente. L’unico serio ostacolo per gli assedianti fu la cinta muraria, a doppia cortina, che risaliva all’imperatore romano Teodosio; e molti tentativi d’assalto, in effetti, furono fermati.

Dall’altra parte, però, c’era l’esercito turco, numeroso e agguerrito, e Maometto II: stando alle fonti, il sovrano ottomano aveva una vera ossessione per Costantinopoli. Ce lo racconta Tursun Beg, il suo biografo: Maometto pensava alla città come una sposa da conquistare, quasi la desiderasse carnalmente. C’è da credere che, in ciò, ci fosse del vero, anche perché la capitale ottomana, dopo la conquista, fu spostata proprio nella “Polis” (la “città”), come la chiamavano i Βizantini . Il nome attuale, peraltro, si è probabilmente plasmato su quello antico: dalla perifrasi greca “is tin bolin”, che significa “verso” o anche “dentro la città”.

Il grande vincitore della vicenda fu, naturalmente, Maometto II, detto da allora “fātiḥ”, ossia “il conquistatore”; tuttavia, è interessante ricordare anche l’ultima dinastia bizantina, quella dei Paleologi. Michele VIII, ad esempio, aveva rifondato l’impero (caduto nel 1204, quando i cristiani occidentali della Quarta crociata avevano saccheggiato la città e deposto l’imperatore); e poi Manuele II, Giovanni VIII, fino all’ultimo imperatore, Costantino XI; furono sovrani che cercarono disperatamente l’aiuto occidentale, anche mediante la riunificazione delle due chiese, avvenuta, in effetti, con il Concilio di Ferrara-Firenze, nel 1439, ma mai accettata dai Bizantini in patria.

Nei libri di scuola, quantomeno dopo l’epopea di Giustiniano, l’impero bizantino è rappresentato come costantemente in crisi e dominato da continue congiure: dovremmo cambiare questo modo di vedere le cose?

Rispondo innanzitutto dicendo che, se la storia del Medioevo occidentale risente di stereotipi – è un’epoca ritenuta barbara, oscura, fatta solo di sangue, streghe, analfabetismo e peste – ciò vale ancora di più per la storia del Medioevo greco. Perfino la nostra lingua veicola degli stereotipi: con il termine “bizantino” indichiamo qualcosa di intricato e farraginoso (una burocrazia “bizantina”) o una sottigliezza eccessiva (un “bizantinismo”). Molti studenti sono attratti soprattutto dallo studio della Grecia classica; eppure, è proprio grazie ai copisti bizantini se i grandi testi dell’antichità ci hanno raggiunto. La portata culturale bizantina non può essere certo ridotta agli eunuchi cubicularii (i leggendari alti funzionari di corte castrati, ndr) o agli intrighi di palazzo; vale la pena, inoltre, anche studiare “Bisanzio dopo Bisanzio”, che è il titolo di un celebre libro di Nicolae Iorga.

La cultura bizantina, infatti, restò vitale in tutti i Balcani e venne tramandata, ad esempio, dalle Accademie romene, dove si continuarono a studiare i testi greci. Anche l’Italia ha risentito della presenza dei Bizantini, fisicamente presenti nella Penisola fino al 1071: non c’è solo l’episodio materiale più evidente, ossia i mosaici di Ravenna; la stessa Venezia ebbe rapporti privilegiati con Bisanzio (e bisognerebbe anche ricordare la presenza della numerosa comunità ortodossa e la sua attività tipografica); inoltre, esistono parti d’Italia ellenofone che hanno un rapporto genetico con la storia bizantina: nell’area della Bovesìa, in Calabria, e nella cosiddetta Grecìa Salentina sono tuttora parlati dei dialetti greci. Nel Sud Italia, poi, la lingua e la cultura greca rimasero vitali almeno fino al Seicento.

Come dobbiamo immaginarci la cultura bizantina?

Quella bizantina è una civiltà millenaria, che si è evoluta nel tempo da molti punti di vista, linguistico, dei costumi, delle istituzioni. Mi vengono in mente, però, due tentativi cinematografici di ricostruzione: l’“Armata Brancaleone”, dove compare Teofilatto dei Leonzi (interpretato da Gian Maria Volonté) e “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, dove compare il duca di Ravenna. Bene: sono dei riassunti esemplari degli stereotipi sui bizantini che può possedere una persona di media cultura in Italia oggi. Il giudizio sulla decadenza perenne di Bisanzio, un altro tenace luogo comune, peraltro, è dovuto anche all’insigne storico inglese Edward Gibbon, il quale riteneva che l’Impero romano (e, con esso, Bisanzio) fosse entrato un in perenne declino perché aveva abbracciato il cristianesimo, dedicandosi più alla vita ultraterrena che a quella mondana.

Contro questi stereotipi, si potrebbero citare invece importanti periodi di rinascenza della civiltà bizantina. Citavo Michele VIII Paleologo, ad esempio, che nel 1261 restaurò l’impero: fu un periodo di rinascenza delle arti, degli studi letterari e storici. Studi che, nel passato, avevano riguardato anche la matematica e la medicina, secondo un principio di osmosi della cultura bizantina con quella araba. Del resto, ai miei studenti dico sempre questo: per capire la civiltà bizantina bisogna spostare il proprio baricentro di osservazione verso Oriente; la civiltà bizantina era profondamente influenzata dalle culture sia del Medio sia dell’Estremo Oriente. Un esempio? La “hesychia”, ossia un metodo di preghiera psicosomatico, che impegnava la mente e il corpo, molto vicino allo yoga o al sufismo.

Un altro periodo importante della storia bizantina fu l’VIII-IX secolo, durante il quale si ebbe la celebre “iconomachia” (letteralmente: “battaglia delle immagini”), ossia la disputa teologica sulla rappresentabilità del divino. Non fu un problema solo bizantino: le altre due culture monoteiste mediterranee, l’ebraismo e l’islam, sono tutt’ora caratterizzate dall’aniconismo, ossia dall’impossibilità di rappresentare il divino. In merito all’identità di quella cultura, mi viene in mente, infine, un grande testo bizantino che, insieme ai poemi omerici, è assurto a testo fondativo dell’identità greca medievale: il “Digenis Akritas”. Si tratta di un personaggio d’invenzione, un cavaliere senza legge figlio di madre cristiana e padre musulmano, guardiano dei confini dell’impero in Siria. Una figura più romanzesca che epica, predone e difensore delle cristianità, voluttuoso ed eroico al tempo stesso. E “Digenis”, in greco, significa proprio “dalla doppia stirpe”: come non coglierne il forte valore simbolico?

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 29 maggio 2021

Corsica, dalle origini italiane alla dominazione francese, l’intervista a Carlo Bitossi

La Corsica è, al tempo stesso, un’isola vicina e lontana dall’Italia: è vicina per geografia, cultura e lingua (le parlate corse sono più simili all’italiano di molti dialetti); lontana, per la sua storia: agli occhi di molti, è oggi solo un’esclusiva meta turistica in terra straniera. La cessione della Corsica alla Francia avvenne questo stesso giorno, nel 1768, con il Trattato di Versailles. Ne parliamo con Carlo Bitossi, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara, specialista della storia moderna della Corsica.

Professore, come si passò dalla presenza pisano-genovese in Corsica alla cessione alla Francia?

La presenza genovese si affermò già alla fine del Duecento, sostituendo quella pisana, di cui restano solo delle tracce artistiche e architettoniche. L’interesse di Genova per la Corsica fu sempre strategico e mai coloniale, funzionale al controllo del mar Tirreno settentrionale: i genovesi si insediarono prevalentemente nelle città costiere, fondandone di molto importanti, come Bastia e Ajaccio; l’interno dell’isola rimase, invece, sempre sotto il controllo della popolazione autoctona. La struttura sociale e politica della popolazione corsa, per capirsi, si potrebbe paragonare alla struttura clanica, litigiosa e familiare, delle Highlands scozzesi o dell’Irlanda. Questi clan, di fatto, accettarono per lungo tempo la dominazione dei genovesi, pur ribellandosi di tanto in tanto, senza però mai riuscire a cacciarli: Genova poté sempre contare, infatti, sull’alleanza e sulla faziosità dei clan dell’isola.

Dopo un primo tentativo di conquista della Corsica da parte della Francia e un’insurrezione che fu una guerra civile nella quale si contrapposero corsi ribelli e corsi lealisti, a partire dal 1569 cominciò la lunga “pace genovese”. La Corsica, durante quel periodo, fu sotto-amministrata: il numero di funzionari e soldati genovesi era molto esiguo; il buon governo, dunque, dipendeva essenzialmente dall’acquiescenza dei corsi stessi. In quegli anni, l’interesse dei genovesi restò di natura strategica: non si sviluppò in termini di investimenti, così come però nemmeno in termini di sfruttamento delle risorse naturali; lo dimostra il bilancio dell’amministrazione dell’isola, sempre in rosso, e relativamente esiguo, se confrontato con quello di parecchi ricchi banchieri privati genovesi.

La lunga pace si concluse nel 1729. Scoppiò una rivolta fiscale, conseguente a un cattivo raccolto. Data l’esigua presenza militare, i corsi ebbero facilmente ragione dei genovesi: giunsero alle porte di Bastia, i cui abitanti, però, restarono fedeli alla Repubblica. Questa lealtà a Genova rispecchiava una divisione fondamentale dell’isola: quella tra l’entroterra e le città costiere, i cui abitanti erano, del resto, o di origine ligure o corsi “genovesizzati”. Nonostante questo, reprimere la rivolta per la Repubblica era praticamente impossibile; chiese aiuto, dunque, all’imperatore Carlo VI, il cui intervento però non fu risolutivo. In seguito, Genova si rivolse alla Francia.

Quand’è che la Francia pensò di assumere il controllo dell’isola?

Dopo la decisione di intervenire in favore di Genova: gradualmente i francesi cominciarono a pensare di poter fare a meno della Repubblica. In Corsica, nel frattempo, dopo una sanguinosa vicenda legata alla ricerca di un leader, arrivò la svolta: i corsi trovarono un nuovo capo in Pasquale Paoli, figlio di uno dei capi delle prime rivolte del Settecento, esule a Napoli, e ufficiale dell’esercito delle Due Sicilie. Paoli era un uomo colto, che aveva maturato una visione da statista capace di oltrepassare i limiti della società clanica corsa, la quale però, sulle prime, gli oppose delle resistenze. Superate le difficoltà, nel 1755 Paoli fu nominato “generale della nazione”: prese il controllo dell’interno e divenne il leader degli indipendentisti. Paoli aveva in mente un’idea di Stato e, di conseguenza, cominciò a dare alla Corsica un’organizzazione basata su istituzioni proprie: una moneta e un esercito, così come dei tribunali e delle circoscrizioni amministrative e perfino una Costituzione. Fu sempre Paoli a decidere di fondare l’università di Corte, che ancora oggi porta il suo nome.

Quello di Paoli, però, restò un sogno: con l’arrivo delle guarnigioni francesi nelle città costiere, i corsi si trovavano bloccati nell’interno. Genova, a quel punto, che non poteva sostenere i costi di una guerra, prese una decisione, ancora una volta, di natura strategica: piuttosto che avere di fronte alle proprie coste uno stato di cui non si poteva fidare, un possibile covo di corsari, nell’isola preferì la presenza di una potenza amica come la Francia. L’idea della cessione acquistò più forza anche in Francia, soprattutto dopo il 1763, con la fine della Guerra dei sette anni, persa disastrosamente contro l’Inghilterra (la Francia aveva rinunciato alle sue preteste in India e in America).

Arriviamo quindi al Trattato di Versailles del 1768: la Corsica fu ceduta da Genova alla Francia come pegno per gli aiuti ricevuti, con la possibilità di riscattarla. Tutta l’Europa, però, sapeva che, al di là della formulazione giuridica, si trattava di una cessione vera e propria. Paoli si trovava perciò a dover affrontare una situazione ben diversa da prima: la Corsica diventava territorio francese e sarebbe stata soggetta alle leggi della monarchia. Dopo un primo tentativo, fallimentare, nel 1769 i francesi sbarcarono in forze, con migliaia di uomini e forzieri pieni di denaro, con i quali comprare una parte dei capi-clan, alcuni dei quali furono poi inquadrati nei ranghi militari. Dopo un piccolo fatto d’armi, Paoli capì che la partita era persa: partì per l’esilio e, dopo un tour trionfale in Europa (fu da tutti accolto da grande statista), si stabilì in Inghilterra, dove restò per vent’anni.

Come si sviluppò la dominazione francese?

La classe dirigente corsa si abituò presto alla nuova condizione; dopo il suo trascorso indipendentista, ad esempio, uno dei primi notabili ad arruolarsi tra le fila della nobiltà francese fu Carlo Buonaparte, il padre di Napoleone. Con la Rivoluzione francese, nonostante il rientro trionfale di Paoli, il fatto che la Corsica facesse parte del “dominio” francese venne ribadito con forza. Ci fu un breve episodio indipendentista (Paoli, sempre più osteggiato dai filo-francesi, riuscì a sfruttare l’aiuto degli inglesi e diede vita a un effimero regno anglo-corso); conclusosi, la Corsica tornò definitivamente a far parte della Francia.

Se Napoleone fece poco per la sua terra (promosse molti militari corsi e rese Ajaccio la nuova capitale), molto di più fece il nipote Luigi Napoleone: dall’insediamento di attività produttive, alla promozione delle acque termali, fino alla costruzione di una prima ferrovia. Molti corsi furono integrati nell’amministrazione pubblica ed è proprio a partire dalla metà dell’Ottocento che cominciò la “francesizzazione” dell’isola. L’emigrazione, del resto, cominciò a interessare esclusivamente i territori francesi, Marsiglia soprattutto, ma anche l’impero coloniale e l’Esagono. I corsi cominciarono perfino a distinguersi in alcuni campi della società francese, in particolare quello militare e, curiosamente, anche come talentuosi avvocati.

Parlando del Novecento, va ricordato che negli anni del fascismo l’Italia rivendicò l’italianità della Corsica, affiancandola a terre da considerare irredente (come Malta e Nizza). La strumentalizzazione fascista della storia ebbe due conseguenze. La prima: l’argomento venne abbandonato per decenni dalla storiografia italiana, messo in ombra dalla connotazione un po’ fascista che sembrava avesse assunto. La seconda: il movimento autonomista autoctono mise da parte ciò che era più ovvio, ossia che l’isola fosse italiana per radici e cultura. Il risultato fu la promozione della cultura e della lingua corsa in chiave localistica (nell’Università di Corte, c’è un corso di studi corsi, in corso), oltre al fatto di concepirsi, storiograficamente, come una colonia sempre dominata da potenze esterne, trascurando l’importanza fondamentale dei conflitti interni all’isola nelle vicende della mancata indipendenza.

Oggi, bisogna dire, gli storici corsi riconoscono invece tutta la complessità del passato isolano. Ma i problemi, ormai, in Corsica come in Italia, cominciano a essere altri (penso, per citarne uno, all’immigrazione). E accapigliarsi su miti storiografici del passato diventa sempre più inutile: la Corsica, ormai, ha preso la sua strada; ed è lontana da quella dell’Italia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 maggio 2021

L’italiano e la rete, l’intervista a Monica Alba

Che lingua parliamo e scriviamo in rete? È possibile darle un volto? E ancora: l’italiano è in pericolo per colpa di internet? Ne abbiamo parlato con Monica Alba, docente a contratto di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Urbino e collaboratrice dell’Accademia della Crusca.

“La rivoluzione digitale ha inevitabilmente cambiato le nostre abitudini, le nostre relazioni sociali e il nostro modo di comunicare, che si è evoluto nel tempo: dagli SMS alla messaggistica istantanea, dalle chatrooms fino ai social network. Questa è l’era di internet e della comunicazione telematica, ma anche un’epoca in cui tutti scrivono, anzi digitano. Se qualche decennio fa si parlava della conquista di un italiano parlato più comunicativo (quello che Francesco Sabatini ha chiamato “italiano dell’uso medio”), oggi assistiamo alla diffusione – nella rete – di un italiano scritto più comunicativo, tendenzialmente informale, con caratteristiche molto diverse rispetto allo scritto tradizionale. Alcuni studiosi, dunque, hanno ipotizzato la nascita di una nuova varietà scritta di italiano: si tratta di una scrittura trasmessa che riprende le movenze del parlato, ibrida per eccellenza. È stata chiamata in diversi modi: dal “cyberitaliano” di Massimo Prada al’“e-taliano” di Giuseppe Antonelli (con la “e” che sta per “elettronico”). Sotto queste etichette, tuttavia, rientrano diverse e variegate tipologie testuali: si va dalle e-mail ai testi che compaiono sui social network, i quali sono, a loro volta, molto diversi tra loro”.

Questo italiano presenta delle caratteristiche comuni?

Semplificando molto, possiamo dire che queste diverse categorie testuali condividono il mezzo, la rete, ma anche il fatto di essere fruite attraverso uno schermo. Ciò comporta una diversa distribuzione delle parole, che vi si devono adattare. Si tratta di testi generalmente brevi, pensati per una lettura veloce, con una differenza importante rispetto al testo scritto tradizionale: sono destrutturati, frammentari, e si appoggiano ad altri elementi, come le immagini o i rimandi ad altri testi, via link (multimedialità e ipertestualità). In alcune forme di scrittura, l’immediatezza comporta anche una mancanza di pianificazione: nelle chat, ad esempio, sono meno presentile riletture e i controlli tipici di uno scritto tradizionale formale.

Dal punto di vista sintattico, poi, sono preferite frasi semplici e coordinate, che tendono a essere nominali. Di qui, anche una punteggiatura più snella che, più che scandire il testo, ha una funzione espressiva. In accompagnamento, come sappiamo, vengono aggiunti i cosiddetti “emoticon” ed “emoji”, che riproducono il nostro linguaggio mimico-facciale. Abbastanza tipiche sono le tachigrafie: si va dalle abbreviazioni (“cmq” per “comunque”), fino alle sigle (“pf” per “per favore”) o gli acronimi (“LOL”); importante, infine, è la presenza di anglismi. Naturalmente, le mail, che sono forme di italiano scritto-trasmesso più formali, mantengono invece un rispetto maggiore delle convenzioni previste dal genere dell’“e-pistola”.

Dobbiamo preoccuparci per l’integrità della nostra lingua?

“L’italiano della rete (ma si potrebbe dire “italiani della rete”) è semplicemente una nuova varietà della nostra lingua. Il fatto che si trovino in rete, e specie nei social, delle produzioni poco incoraggianti dal punto di vista della norma linguistica non è un problema della lingua in sé, ma degli utenti. Le deviazioni dalla norma, cioè, riflettono lo scarso livello culturale di chi scrive. Molto spesso a mancare è la consapevolezza degli ambiti d’uso: alcuni degli elementi che abbiamo elencato prima, ad esempio, funzionano benissimo in una chat, ma non sono adatti a una produzione formale, quale una comunicazione ufficiale. Bisognerebbe acquisire più confidenza con le diverse tipologie testuali e con i registri che abbiamo a disposizione: si dovrebbe leggere di più. Servirebbe, inoltre, a contrastare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, rilevato da diverse statistiche; esistono moltissime persone, infatti, che sanno leggere e scrivere, ma che non sono in grado di comprendere dei testi mediamente complessi. Anziché parlare di catastrofe dell’italiano a causa della rete, bisognerebbe dunque provare a risolvere questi problemi, che stanno a monte”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° maggio 2021

“La moda della vacanza” di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi

In un periodo nel quale viaggiare resta ancora un miraggio, un libro dove si viaggia molto, dove sono molti i luoghi in cui fare tappa, può fornire a modo suo un piccolo risarcimento. “La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939” (Einaudi, 34 euro, 353 pp.) offre infatti una bella occasione non solo per “visitare” molte località, ma anche per riscoprire l’aura di un’epoca che, per una ristrettissima classe di privilegiati, fu fatta di vestiti costosissimi, balli, terme, casinò, ristoranti e lussuosissimi hotel. A scriverlo sono stati Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, studiosi universitari ed esperti, rispettivamente, di architettura e di moda.

A leggere questo libro, viene da pensare che la Belle époque, forse, si guadagnò il suo titolo proprio perché coincise, appunto, con la moda della vacanza. Prima di allora, viaggiare e soggiornare in qualche località, lo si faceva solo in due casi: per commercio o per studio. Dai primi dell’Ottocento, invece, dopo l’esperimento delle Terme di Bath, fu chiaro a tutti che quello delle vacanze poteva trasformarsi in un business senza precedenti. Destinato a chi? A un pubblico esclusivo, composto da “famiglie imperiali e reali, principi e principesse, magnati e alto borghesi, artisti, scrittori, musicisti, poeti, giocatori d’azzardo e dandy d’ogni genere”.

Il libro è dunque un catalogo (anche illustrato) delle architetture, degli abbigliamenti e dei nomi celebri che popolarono le località più alla moda di quegli anni. Ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle terme alle località sciistiche, dalla Costa Azzurra fino al Medio ed Estremo Oriente, via Orient Express. Compresa anche qualche curiosità: ad esempio, il fatto che il Mediterraneo, d’estate, venne considerato, fino agli anni Venti del Novecento, un luogo poco salutare. È interessante notare, poi, che già allora sbandierare il soggiorno di principi, regnanti e artisti (gli influencer di allora) era un’ottima strategia di marketing. E che, in mancanza di teste coronate di passaggio, si ricorreva all’apertura di un Casinò; come capitò a quel tratto di costa “inospitale” che venne poi chiamato Monte Carlo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale quell’epoca cominciò, per diverse ragioni, a tramontare. Il fatto, però, non dovrebbe suscitare poi troppi rimpianti: era quella una società brutalmente classista, e solo un’infima minoranza poteva permettersi quel genere di vacanze. Dagli anni ’50 in poi, infatti, arrivò il turismo di massa, di cui tutti abbiamo qualche volta detto male; ora, invece, ne sentiamo semplicemente la mancanza.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 10 aprile 2021

“Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”, di Massimo Onofri

La casa editrice Inschibboleth ha fatto bene a riunire questi scritti sulla letteratura italiana contemporanea (dal Dopoguerra a oggi, a grandi linee) nel volume “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”; l’acume e la chiarezza di queste pagine, infatti, confermano Massimo Onofri come uno dei campioni della nostra critica letteraria. La sua prosa è merce rara, fatta di precisione, ragionamenti, campionature, collegamenti. E una delle cose che più colpiscono è proprio la natura di alcuni di questi collegamenti, capaci di sfoderare un metodo contrastivo che, alla stregua di un reagente chimico, fa emergere con nitidezza le figure dei libri e degli autori esaminati. A rendere questo metodo così efficace (anche evitare le sbavatura è un’arte) c’è, alla spalle, una preparazione decisiva.

Giusto per fare un esempio, ecco un passaggio da un capitolo dove questo metodo, quello contrastivo appunto, è confessato fin dal titolo, “Una finestra sulla città delle donne: Appunti su Fellini, Soldati e altro”. Onofri menziona un giudizio sbrigativo e sospetto di Soldati sui film di Fellini, a cui si aggiunge la dichiarata intenzione di rimandarne la visione per evitare l’invidia che gli provocherebbero. Scrive Onofri:

Mi chiedo: non sarà che quell’invidia dissimula altre e ben più profonde implicazioni, inconfessate complicità, insospettabili continuità?

Bene, questa domanda è la bussola interpretativa che guida il resto del discorso. In particolare, analizzando il protagonista e le donne del libro di Soldati “La finestra”, Onofri mostra che le loro sagome sono sovrapponibili ai profili di alcuni personaggi centrali dell’immaginario di Fellini. Di più: la natura del protagonista del romanzo, ascrivibile a quella di Soldati stesso (come conferma una certa critica), è individuabile nelle coordinate del “dongiovannismo”, inteso qui come categoria dello spirito, forma archetipica di una protratta immaturità. Ebbene: non è forse proprio il trionfo e la sconfitta del “dongiovannismo” l’architrave di molti film di Fellini? Conclude Onofri:

Soldati non avrebbe forse mai tollerato l’idea che quel suo desiderio di fuga – fuga di sé da se stesso e dei suoi personaggi dal mondo – potesse valere come una declinazione della puerilità monumentale, mai risolta, d’una certa Italia che profondamente detestava, l’Italia di Roma e del cinema, e che lo specchio di Fellini continuamente gli rifletteva: altro che invidia.

Quella appena menzionata è solo una delle illuminanti messe a fuoco contrastive del libro. Due altri esempi: Elsa Morante che fugge la realtà e Alberto Moravia che ne va a caccia; il piacere che si fa vita in Gabriele D’Annunzio e colpa in Grazia Deledda. Ma il ragionamento, talvolta, è più sottile e, se possibile, più penetrante: Pasolini presentato sullo sfondo di un dannunzianesimo perdurante; in altre parole, l’ipotesi che “la vicenda di Pasolini” sia “una consapevole e demistificante parodia di quella dannunziana, là dove al superomismo virilista e fascista si sostituiva, antifrasticamente, lo scandalo dell’omosessualità”. E poi ancora: una bella apologia dedicata all’opera di Cassola dove, per descriverne la forza disvelante della prosa, si citano le epifanie prosaiche di Joyce (care a Cassola), messe a confronto, al contrario, con “l’oltranza linguistica e narratologica” dell’Ulisse.

Ci sarebbe molto altro da citare, ma è il caso di fermarsi per non depredare troppo il testo e lasciare al lettore il piacere di leggerlo. Basti allora, nelle prossime righe, menzionare giusto alcuni altri autori e temi trattati: ci sono pagine dedicate ai critici Luigi Baldacci e Cesare Garboli; c’è un’incursione sul gruppo ’63 e sulle teorie della letterature di quegli anni (riverberatesi, come Onofri fa notare, nella rarefazione concettuale e verbale di Calvino); e, infine, una “fuga” – in questo caso anche dalla materia letteraria – con un breve saggio su Renato Guttuso. La vera sfida, francamente, è quella di resistere alla tentazione di passare subito alle pagine più sulfuree, ossia quelle dedicate alle “rincorse” letterarie – in particolare, quelle di Salvatore Niffoi e di Erri De Luca. Ora, con un combinato disposto di icasticità e analisi, in quelle pagine, Onofri rispedisce al mittente ogni pretesa letteraria, coniando l’efficace definizione di “retorica del sublime basso”. “Odore di carie sotto placca d’oro”: così, ed esempio, viene definita in un passaggio la prosa di De Luca; ecco cosa succede quando la stroncatura si fa arte.

Federico Pani

Café Golem, 4 aprile 2021

“La macchina della pace” di Özgür Mumcu

La condanna che sconta oggi la letteratura è dura: arriva sempre dopo qualcos’altro. Un tempo, si diceva dopo la vita o, al massimo, dopo la poesia. Ora, invece, deve accodarsi al cinema e alle serie TV, al fumetto e alla letteratura che l’ha preceduta. È l’essenza del postmoderno, si sa. Lo scrittore Giuseppe Montesano ricordava – in una delle sue lezioni tenute al laboratorio di scrittura “La linea scritta” – che ci sono acque, però, dove ancora soltanto la letteratura può arrischiarsi, e cioè quelle dell’animo e delle sue correnti.

Deve essere un’impresa a suo modo emozionante, scrivendo, scansare le insidie del buon senso o liberare le pagine da ogni personale senso di contrizione. Ma provate a dirlo a quelli che nella letteratura cercano ancora un briciolo di avventura e non un perturbante sentimento di frustrazione, manifesto magari nel difficile rapporto del protagonista con uno dei genitori. La narrativa, insomma, può essere lo specchio dell’interiorità, con tutti i rischi del caso, o un mosaico di altri generi.

La macchina della pace (Bompiani, 2016) di Özgür Mumcu, il suo primo romanzo da poco tradotto anche in italiano, sta senz’altro nella categoria del découpage artistico.

L’autore è un giovane turco dall’aspetto affascinante, una figura che non ispira solo simpatia ma anche ammirazione: suo padre, giornalista, è stato ucciso dall’esplosione di un ordigno piazzato da alcuni fondamentalisti e lui stesso ha rischiato il carcere decidendo di seguire le sue orme. Si è guadagnato il titolo di “attivista per la libertà d’espressione” in un paese dove scrivere male del presidente è pericoloso per davvero. Col libro, tuttavia, tutto questo non ha troppo a che fare.

Quello di Mumcu è infatti un romanzo d’avventura postmoderno ambientato nei primi anni del Novecento, in un’Europa con la testa ancora tutta nel secolo precedente. Il protagonista, Celal, è un autore ottomano di romanzi pornografici stampati e circolanti in Francia che, per ragioni apparentemente fortuite, scopre l’esistenza di una miracolosa “macchina della pace”, tra i cui ideatori c’è anche il defunto padre adottivo. Nel tentativo di metterla in funzione, Celal viene affiancato dagli altri personaggi della storia, tra i quali compaiono la bella illustratrice e l’editore dei suoi romanzi.

Muovendosi in uno scenario che ha anche qualche pretesa di plausibilità geopolitica, l’eterogeneo gruppo sceglie il regno di Serbia come luogo dove mettere alla prova la macchina; l’occasione è data da una pericolosa ma (ai loro occhi) fortunosa convergenza, alla corte di Belgrado, dei maggiorenti di stato e dei rappresentanti del partito dei cospiratori, pronti a rovesciare il governo. Un imprevisto porterà l’epilogo della vicenda a svolgersi altrove.

Leggendo i primi capitoli – e cedendo a un giornalistico piacere etichettatore – non si esiterebbe a definire lo stile di Mumcu “realismo magico ottomano”. Lo si direbbe per gli ornamenti onirici e le molte curvature surreali del racconto. Ecco per esempio come descrive un’invasione di tori a Istanbul:

Sollevarono tanta polvere, che la città fu invasa da una nuvola di terra. Non si vedeva niente, centinaia di tori caddero in acqua non vedendo ciò che avevano davanti. Più della metà riuscì a salire sulla riva opposta. Ogni toro che riusciva a raggiungere l’altra sponda portava sulle corna un cucciolo di gabbiano.

L’ultimo dettaglio – per ogni paio di corna un cucciolo di gabbiano – ha un sapore addirittura favolistico. Nella descrizione dell’invasione dei tori c’è, tra l’altro, anche una certa dose di crudezza, un tono che riemerge anche in molte altre scene del romanzo (“Incornavano tutto ciò che si trovavano davanti senza fare distinzioni tra santi e fanti. Prendevano e schiacciavano sotto i loro zoccoli duri le famose mute di cani randagi di Istanbul”).

Ma seguiamo più da vicino la narrazione per capire in che modo si svolge questo pastiche di generi. Dopo i primi capitoli ambientati a Istanbul (e dedicati all’introduzione del personaggio di Celal), il protagonista lascia il Bosforo per la Francia. Il romanzo si fa allora improvvisamente noir: compaiono ispettori, sigari, liquori e la femme fatale, l’illustratrice appunto. Che, per la verità, oltre a prendersi poco sul serio dato il ruolo che le tocca, si rivela piuttosto innocua. E già ci si domanda: è un primo e beffardo tradimento delle aspettative del lettore – supremo gioco postmoderno – o la semplice impossibilità di fare entrare proprio tutto nel romanzo?

È a quest’altezza che Mumcu fa entrare in scena la macchina eponima del romanzo, introducendo una pletora di dettagli e un intreccio che, oltre a dare un’ulteriore svolta alla narrazione, hanno fatto sì che la stampa anglosassone definisse il romanzo “steampunk” (una fantascienza come noi contemporanei immaginiamo la pensassero gli uomini dell’Ottocento). In questo caso, giusto per prendere le misure, siamo due passi in là rispetto a Hugo Cabret e uno indietro a Van Helsing: niente mostri o paccottiglia da videogioco, ma un’aleggiante aria surreale. Per certi versi, l’atmosfera qui può ricordare l’inserto dedicato al Tesla/Bowie in The Prestige di Nolan: la realtà disegnata coi contorni della fiaba e della fantascienza.

Se collegata a una potente fonte di energia elettrica, la macchina della pace produce infatti onde magnetiche capaci di inibire la bellicosità dell’uomo. La metafisica dell’elettromagnetismo è quindi l’orizzonte parascientifico che fa dire a uno dei personaggi:

Si può costruire una macchina in grado di stabilire legami invisibili con le onde elettromagnetiche del cervello e le vibrazioni dell’animo di ognuno. Una macchina della pace che produca onde elettromagnetiche come il cervello delle persone, come l’anima umana.

Dopo lo steampunk, si passa all’intrigo internazionale. L’epicentro delle vicende diventano i Balcani, dove i protagonisti sono portati dall’Orient Express (a cui per fortuna sono dedicate poche pagine: voler appiccicare, nel libro, anche una cartolina dal romanzo giallo sarebbe stato davvero troppo). Eccoci dunque a Belgrado. Le pagine dedicate alla città cospiratrice sono forse le più riuscite del libro; anche perché su di esse pesa, più di ogni altra cosa, il doloroso fascino dell’infinita tregenda balcanica.

L’ultima parte, infine, è un crescendo mirabolante – se non funambolico, data l’entrata in scena di un circo – di avvenimenti, rallentato soltanto da piccoli siparietti comici o surreali, come quello dove Celal legge una poesia di Alfred de Musset a un tenente serbo che si è appena ingozzato di yogurt:

Gli occhi gli erano rimasti lucidi per il dolore e per quello che aveva udito. Una lacrima che non aveva saputo trattenere servì a pulire l’ultimo residuo di yogurt rimasto sui baffi.

Eccoci finiti in un film di Kusturica.

Nessun posto per l’attualità? Non esattamente, dato che proprio sul finale compare la questione filosoficamente decisiva del libro. Usare la macchina della pace significa togliere all’uomo la libertà e perciò snaturarlo: vale la pena ottenere una comunità pacificata, ma composta da esseri viventi che non sono più umani? Questa domanda, nelle intenzioni, dovrebbe fare male come il dolore ai timpani provocato da un’esplosione, la stessa a cui va incontro la macchina. Ma arriva troppo tardi: a una questione così plumbea, a cui forse sarebbero servite pagine con una narrazione lucida e seriosa, male si attaglia la giostra tragica e giocosa del romanzo.

Quello di Mumcu è un romanzo, ma ci si vede ben chiaramente all’interno anche la poesia religiosa, la fiaba, il fumetto, il cinema di genere, il teatro e il saggio. È troppo intarsiato per fare pensare a un prodotto d’intrattenimento, ma troppo vorticoso perché ci si fermi davvero a riflettere su qualcosa. Sembra un po’ uno di quei prodotti che confezionava il nostro Umberto Eco, scritti a quattro mani, due apocalittiche e due integrate. Rispetto a Eco, Mumcu ha uno stile più giornalisticamente stentoreo e pigia più volentieri sul pedale dell’estro surreale, provando a tenere insieme il tutto con un manierismo che certo avvince, se ci si lascia trasportare. Ma se si resta fermi, osservandolo, lascia un po’ perplessi.

Federico Pani

Supplemento di Inutile, 26 marzo 2021