L’epopea di Blockbuster, il cinema da portare a casa

19/10/1985 • In Texas apriva il primo negozio; oggi ne resta solo uno in Oregon

Bend è una città dell’Oregon, ai piedi della Catena delle Cascate, una catena di montagne che la separa dall’Oceano Pacifico. Conta quasi 100mila abitanti (un po’ meno di Piacenza). È una di quelle città americane che – se ho ben visto da Google Maps – si raggiunge dopo aver percorso per ore e ore una statale circondata da deserto e arbusti, con qualche conifera che segnala l’avvicinarsi dell’abitato. In città, si può fare qualche escursione e bere birra, bevanda a cui sono dedicati ben tre punti dei dieci must see nell’opuscolo turistico. Nulla di più; senonché, quasi all’incrocio tra la Route 97 e la Route 20, tra un negozio di cannabis e un crematorio per animali, c’è un negozio di noleggio di videocassette e dvd unico al mondo, che – ci scommetto – proprio in quell’opuscolo prima o poi verrà inserito. L’insegna è una grossa etichetta blu, inclinata e strappata su un lato, dentro la quale si legge, in una cornice gialla e dello stesso colore, la parola “Blockbuster”.

Blockbuster significa campione di incassi, anche se quel block (= quartiere) e buster (= distruttore) rimanda alla sua origine di sinistro ordigno bellico. Il negozio è gestito da Sandi Harding, una robusta signora di 48 anni, cresciuta a pizze surgelate e videocassette prese a noleggio, come ha raccontato al Guardian. Ci lavora dal 2004. Nell’ultimo anno, si è vista arrivare un ragazzo dalla Spagna e una coppia dall’altra parte degli USA. Il primo, che in patria lavorava proprio da Blockbuster, è scoppiato in lacrime mentre videochiamava il suo ex-capo, aggirandosi tra gli scaffali dei film. La coppia, invece, era arrivata perché il loro figlio “facesse l’esperienza di vederne uno”; hanno noleggiato un dvd, consapevoli che non avrebbero trovato un lettore di vhs; poi, in albergo, hanno scoperto che nemmeno il lettore dvd c’era e sono stati costretti a comprare uno. Il motivo della visita del ragazzo spagnolo e della coppia americana è questo: a Bend si trova l’ultimo negozio Blockbuster rimasto sulla faccia della Terra.

Ora però prendiamo il nastro, infiliamolo nello sportello del videoregistratore e riavvolgiamolo finché un suono secco e meccanico ci avvertirà di poterlo rivedere dall’inizio, dopo i primi secondi di sfarfallio. Era il 19 ottobre del 1985 e a Dallas, in Texas, apriva il primo Blockbuster. Il negozio vantava un inventario di 6mila videocassette. Andò bene fin da subito e il fondatore, David Cook, investì altri sei milioni di dollari in un altro. Nel 1987 al cofondatore Wayne Huizenga, che lo aveva inglobato nella sua società mutuandone il nome, venne l’idea del franchising e fu il boom: negli anni successivi si arrivò a un ritmo di apertura di uno ogni 24 ore. Lo stesso anno, Blockbuster vinse la causa contro Nintendo per guadagnarsi anche il noleggio dei videogiochi e cominciò ad acquisire le maggiori rivali americane, sbarcando in una trentina di paesi. Nel 1998 arrivarono i primi dvd e il nuovo CEO John Antioco non si fece trovare impreparato: acquistò dalla Warner Bros i diritti di esclusiva per il noleggio, con un anticipo di sei mesi su quelli di vendita.

Forte di questo successo – del passaggio indolore tra vhs e dvd – Antioco aveva riso in faccia a Marc Randolph, che gli aveva proposto di acquisire la sua ditta di noleggio di dvd per posta, al prezzo di 50 milioni di dollari. La ditta si chiamava Netflix. Troppo facile ripensare ora a come sarebbe potuta andare se avesse accettato. Basti dire, però, che proprio quel no convinse Randolph a puntare tutto su un’azienda di software con l’obiettivo di “distruggere Blockbuster”. A dirla tutta, possiamo scrivere tranquillamente che, anche senza Randolph, sarebbe andata allo stesso modo. L’inevitabile fine del supporto fisico nel settore avrebbe condannato comunque al fallimento un’azienda che aveva da sempre puntato su un prodotto materiale. Nel 2004, Blockbuster impegnava più di 84mila persone e aveva 9mila negozi fisici. Quindici anni dopo, di quell’impero non restava più quasi nessuna traccia.

Volendo essere un po’ enfatici, per chi è nato e vissuto tra il 1980 e il 2000, Blockbuster ha portato il cinema, d’essai o campione d’incassi, nel salotto di casa; o almeno, lo ha reso definitivamente domestico. Oltre ad aver generato un fenomeno di nostalgia precoce. Personalmente, ricordo con la giusta commozione le liti con mia sorella per i film da guardare, ma anche per i pop-corn al caramello (anziché al cioccolato, che preferiva ed allora esistenti solo da Blockbuster), così come la gara a chi avrebbe infilato nella buca del negozio di via Aselli, a Cremona, la vhs o il dvd da restituire. Ma ricordo anche la faccia di mio padre quando si accorgeva di non aver restituito in tempo i film presi la settimana prima (lo si poteva fare entro il lunedì, altrimenti si pagava una multa); oppure la tessera di plastica sottile che era sempre in bella vista nel portafoglio dei miei. E poi tanti, tantissimi sabati sera passati lì a scegliere i film che avremmo visto. Non ricordo, invece, la musica di attesa del centralino che, mi hanno detto altri nostalgici, era quella dei titoli di testa di Star Wars.

Quando la notizia della fine di Blockbuster si diffuse, in molti provarono a reagire. Lo showman John Oliver, ad esempio, cercò di salvarne uno in Alaska, regalando al negozio il sospensorio usato da Russel Crowe nel film Cinderella Man. Ricevuto il cimelio, il negozio ricominciò a funzionare, ma dopo pochi mesi fallì come gli altri. Ancora nel 2008, Blockbuster compariva in una famosa scena nel film Yesman con uno stralunato Jim Carrey al telefono. Un omaggio in anticipo alla futura scomparsa? Sarebbe stata una bella uscita di scena, quella; ma la verità è che le notizie di perdite, chiusure, liquidazioni e licenziamenti si susseguirono senza sosta fino alla bancarotta. In Italia, Blockbuster arrivò nel 1994 e fallì nel 2012. Lo stesso anno in cui molti, a Cremona, passando da viale Trento e Trieste, videro le saracinesche del negozio abbassate per sempre.

E il Blockbuster di Bend city? Se lo volete vedere, non dovete affrettarvi: l’azienda che detiene il marchio Blockbuster ha rinnovato la licenza d’uso al negozio; e il contratto d’affitto dei locali non scadrà prima di qualche anno. Sono in tanti, comunque, compreso il New York Times, a chiedersi come sia possibile che sopravviva. Qualcuno ha parlato di una zona particolarmente difficile da collegare a una rete internet veloce abbastanza per lo streaming; altri, invece, sostengono che sia dovuto al carattere cinefilo della città (dove si tengono ben due festival all’anno). Nel frattempo, il negozio vende non solo vhs e dvd ma anche magliette e merchandising nostalgici: insomma, Blockbuster sta entrando nella mitologia degli anni ’90, insieme allo skateboard e alle converse. Lo si potrebbe candidare a museo ufficiale di quegli anni e forse non passerà molto prima che lo diventi. Intanto, si sa che sarà oggetto di un documentario, che però potrà essere visto per volontà dei produttori solo su supporto fisico e a noleggio e non in streaming. No, certo che no: e se ve lo perderete al cinema, probabilmente basterà cercarlo su Netflix.

Il Piccolo di Cremona, 19 ottobre 2019

“La lingua disonesta” di Edoardo Lombardi Vallauri

Quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca? La risposta è: nessuno. Mosè non caricò nessun animale a bordo della biblica imbarcazione. A farlo fu Noè e i più attenti si saranno accorti dell’errore. Se invece siete stati ingannati dalla formulazione della domanda, a trabocchetto, non c’è da preoccuparsi: senza accorgersi dell’errore, la maggior parte degli intervistati ha risposto in un attimo
“due animali”. Si tratta di un esperimento che mostra l’efficacia di una delle molte strategie linguistiche di cui si occupa il linguista Edoardo Lombardi Vallauri nel suo libro, “La lingua disonesta– Contenuti impliciti e strategie di persuasione” (il Mulino, pp. 285, 16 euro).

Il trucco è semplice: spostare l’attenzione su un argomento preciso del discorso – il numero di animali di ciascuna specie – e farla abbassare sulla parte che contiene un errore – sostituire Mosè a Noè. Vi ricorda qualcosa? È lo stesso trucco dei prestigiatori: concentrare l’attenzione su un gesto e nel frattempo farne un altro di nascosto. L’uso di questo metodo nella pubblicità è invalso. Per esempio: se di un cibo scrivo che quest’eccellenza italiana si trova sugli scaffali di ogni supermercato (l’esempio è inventato) sposto l’attenzione sul fatto che il prodotto si trovi in un certo luogo, dando per scontato che sia un’eccellenza.

Ecco qui, invece, un esempio di strategia detta “implicatura” : nell’Ottocento si leggeva su alcuni cartelli nelle scuole della Bretagna: “Vietato sputare e parlare bretone”. Ora, i cartelli non dicevano esplicitamente che parlare bretone fosse estremamente maleducato come lo è sputare: lo lasciavano intuire. E ciò che li rendeva così sottilmente e ambiguamente efficaci è proprio questo: non erano espliciti. Lasciando a noi il compito di trarre le conclusioni, i messaggi di questo tipo ci costringono ad abbassare quella che Lombardi Vallauri chiama la “vigilanza critica”: “L’essenza persuasiva di questi impliciti sta nel fatto che il destinatario, poiché non “ vede” l’emittente asserire quel contenuto, e anzi è lui stesso a costruirlo, più difficilmente lo metterà in discussione”.

Il libro di Lombardi Vallauri è un florilegio di gustosi esempi di strategie implicite pubblicitarie e incursioni nel linguaggio allusivo dei politici. C’è poi una sezione dedicata ai meccanismi antropologici
e neuro – linguistici sottesi ai nostri modi di ragionare, più complessa senz’altro , ma fondamentale per capire le radici evolutive e fisiologiche delle nostre strategie cognitive.

Oltre al valore scientifico, il libro è percorso poi da un fine educativo preciso, di natura sociale e politica. Non si tratta di un forzoso orientamento dei gusti merceologici o delle preferenze politiche (gli esempi sono bipartisan), ma la volontà di accrescere la nostra capacità di riconoscere le strategie delle comunicazioni promozionali e propagandistiche: una fonte di guadagno per tutti coloro che si identificano nel ruolo di consumatori e cittadini consapevoli. Scrive Lombardi Vallauri: “occorre alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste anche i fenomeni linguistici. Perché dove non si può più abusare liberamente dello strumento linguistico, manipolare diventa molto più difficile”.

(Una versione ridotta della recensione è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 12 ottobre 2019)

Dido Castelli: dai “I Bastardi di Pizzofalcone 3” alla nuova opera su Alberto Sordi

Non solo gialli. Lo sceneggiatore Dido Castelli, nato a Cremona nel 1956, è noto nel mondo dello spettacolo prevalentemente per la sua carriera televisiva. E la sua carriera proprio di serie tv è fatta, perlopiù gialle: da “Un commissario a Roma” alla terza e prossima stagione dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma oltre ad aver diretto anche alcuni film, uno dei lavori che può appuntarsi con maggiore orgoglio è senz’altro il film Rai “In arte Nino”, con Elio Germano, che è il ritratto di quello che Castelli considera il suo più grande maestro: Nino Manfredi. “Tra i grandi della commedia all’italiana – dice Castelli – lui era il più tecnico, il più americano, il meno personaggio e più attore. Elio Germano, che sul set è un vero perfezionista, si fece convincere a interpretarlo proprio perché la parte sarebbe stata per lui un vero atto di prova”.

In questo periodo, Castelli sta lavorando a un analogo ritratto televisivo su Alberto Sordi. “Sono molto orgoglioso che il ritratto di Sordi, l’icona massima nel cinema della romanità, sia stato affidato a me, che sono un cremonese. A differenza di Manfredi, non l’ho mai conosciuto personalmente. A maggior ragione, quindi, mi sono dovuto documentare moltissimo, soprattutto per raccontare l’inizio della sua carriera. In generale, quando si tratta di ritratti di grandi attori, gli esordi, che sono la parte ovviamente meno conosciuta, sono per certi versi anche quella più interessante: con il successo, molti tendono ad assomigliarsi, ad assumere un po’ gli stessi difetti. Nel caso di Sordi, una delle difficoltà maggiori sta nell’interpretazione: riprodurne semplicemente la maschera significherebbe farne una caricatura”.

Cosa significa scrivere per la televisione, con le sue scadenze e i suoi tempi?

Nella mia esperienza ho lavorato prevalentemente per la Rai ma anche per un altro grande network come Mediaset: in entrambi i casi, la scrittura di una serie tv è seguita da vicino dai cosiddetti funzionari ed editors, professionisti delle reti televisive. Il loro compito non è certo modificare la volontà dell’autore, ma fare in modo che i soggetti si adattino al meglio al pubblico di destinazione. Nel caso della tv generalista, il lavoro è difficile: a differenza di piattaforme come Sky e Netflix, che possono contare su pubblici più settoriali e quindi personalizzare i loro prodotti, i network come Rai e Mediaset devono prevedere un pubblico ben più variegato. In quel caso, i giovani restano i più difficili da raggiungere. Molti autori cercano allora di produrre qualcosa di un po’ più innovativo, un po’ più internazionale: ma l’ultima parola ce l’ha sempre il network.

Per quanto riguarda invece la realizzazione vera e propria di una serie, nell’ambito televisivo il rapporto autoriale tipico del cinema si rovescia: il regista non viene considerato il maggiore responsabile del prodotto; l’intelaiatura e l’autonomia creativa è più limitata e si deve rispettare un andamento seriale; perciò, è chi scrive i soggetti a dare la linea; e il regista si occupa della messa in scena. Se mi chiede come funziona più nel dettaglio, prendiamo l’ultima serie a cui sto lavorando, “I bastardi di Pizzofalcone”. È tratta dal romanzo di Maurizio De Giovanni. I personaggi che ha inventato nei suoi romanzi sono tutti presenti anche nella trasposizione televisiva. Ma per alimentare lo svolgimento di un prodotto seriale non basterebbero: ne abbiamo aggiunti altri. E per la verità, anche un solo sceneggiatore di solito è insufficiente: in questo caso, siamo una squadra di sei persone. Altrimenti, non sarebbe possibile la realizzazione di una serie intera nel giro di un mese, un mese e mezzo. Oltre a noi, come dicevo, c’è anche il personale del network, che ci presenta delle esigenze specifiche. Una di queste, ad esempio (e giusta peraltro), è stata quella di riservare ad Alessandro Gassman la parte più rilevante (quella dell’ispettore Giuseppe Lojacono) che nei libri non sempre risultava così centrale.

Mi chiede se ci sono delle regole di scrittura per i soggetti? Be’, ne esiste una generale che è quella di seguire due linee narrative. La prima è detta verticale, cioè attraversa la singola puntata: nel caso del giallo, si tratta delle vicende che portano alla risoluzione del caso sorto all’inizio di ogni puntata e che la chiudono. La linea orizzontale, spesso di natura sentimentale ma non solo (si veda l’esplosione dell’ultimo episodio della serie), attraversa invece le puntate e le stagioni.

Posto che rivelare qualcosa Le sarà vietatissimo, ci può dire come sarà la prossima stagione dei Bastardi di Pizzofalcone?

Un po’ più noir.

Lei vive ormai da decenni a Roma: ha mantenuto un buon rapporto con la sua città natale, Cremona?

Cremona è sempre nel mio cuore: che io sia di Cremona, per dire, lo sanno bene anche i miei colleghi, e sento di rappresentare una di quelle tante provincialità che Roma ha saputo accogliere. La mia identità non può fare a meno del rapporto con la mia città natale. Purtroppo, ci vengo molto raramente, soltanto per trovare i parenti che mi rimangono. Ma Cremona, per me, resta un luogo dell’anima. La mia infanzia è fatta di nebbie, del Po e della città: sono nato in piazza Padella (una poco nota ma curiosa laterale di via Sicardo, dietro il Palazzo vescovile, ndr); poi mi sono trasferito in via Massarotti, che allora era quasi periferia. E fino ai 14-15 anni, quando ormai abitavo a Roma, ho passato diverse estati nella casa di famiglia di via Bonomelli.

Mi riprometto spesso di tornarci e confesso di avere un sogno: girare lì una fiction. Non che non ci abbia provato, ma non essendoci una film commission ci sono diversi problemi per chi si trova a deve allestire proprio lì un set. Eppure, sarebbe una location davvero bella e piena di fascino. Quindi sì, spero di tornarci ancora una volta, e di doverlo fare per motivi di lavoro.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 settembre 2019

“La mosca nella bottiglia; Lo stile dell’anatra” di Raffaele La Capria

“Poesia onesta”, diceva Umberto Saba. Nel caso di Raffaele La Capria si dovrebbe parlare di saggezza o, meglio, di saggistica onesta. Disarmante, a tratti. “La mosca nella bottiglia” e “Lo stile dell’anatra” sono due opuscoli che Mondadori ha meritoriamente ripubblicato qualche mese fa in un solo volume, che è un po’ saggio, un po’ zibaldone, tenuti insieme, concettualmente, dall’ “elogio del senso comune” (sottotitolo della prima parte).

La premessa del discorso ha un’eco cartesiana: il senso comune è una “sensibilità che, anche se distribuita in dosi diverse, è da tutti condivisa”. Per capire di che si tratta è utile una sortita nel mondo anglosassone: il senso comune di cui parla La Capria ricalca da vicino, infatti, il common sense inglese, impasto di pragmatismo e ragionevolezza, e ben distinto dal buon senso, modo di pensare che, invece, appiattisce al dettato conformista. Passando la parola al testo:

Il senso comune come io l’intendo è una sfida. Una sfida vivace e allegra, attiva ed emotiva al conformismo alto-intellettuale, al linguaggio vessatorio e inutilmente incomprensibile dei sottili, e all’intimidazione culturale, ideologica, morale, nascosta in tutte le concettosità adibite all’alterazione delle verità palesi e all’alterazione della nostra sensibilità.

Il senso comune viene quindi imboccato per lasciarsi alle spalle le insostenibili e incomprensibili mostre d’arte contemporanee; ma anche brandito per sfoltire “le superfetazioni concettuali” che trovano la forma più plastica e attualizzata nei paroloni e nei discorsoni culturali disseminati nelle pagine di giornale, nelle conferenze o nelle comparsate di presunti intellettuali in tv.

Fin qui, “La mosca nella bottiglia” (ai lettori del libro lascio il compito di decodificare la metafora).

Passiamo ora allo “Stile dell’anatra”. Non è soltanto il titolo della seconda parte, ma anche il noto marchio di fabbrica dell’autore. Consiste in una scrittura che è lo sviluppo della metafora ornitologica: semplicità apparente del nuoto a fronte di un grande sforzo delle zampette del natante; e quanto sarebbe interessante vedere questo stile in corso d’opera; per la verità, se ne volete un bell’esempio, prendete l’esercizio di Stephen King in calce a “On writing”, dove le parole superflue di un raccontino inventato da King vengono cancellate nella seconda riscrittura.

Le riflessioni sul metodo lasciano spazio anche a pagine sulla nostalgia dell’infanzia e della bellezza, nonché a una teoria del risentimento degna di un moralista; un risentimento che, con occhio lungo, La Capria fa culminare nel qualunquismo. All’interno di quella riflessione è incastonata, poi, una gemma di critica, dedicata ai grandi scrittori russi dell’Ottocento.

Ma torniamo, solo un attimo, alla nostalgia della bellezza. Fedele alla semplicità, La Capria si domanda: “è possibile separare in un’opera la bellezza dal significato che le fu attribuito dall’artista che lo creò? Io credo di sì”. E, facendo leva proprio sul senso comune, si chiede, con immacolato candore: “Ma se nonostante questo poi l’opera non appaga il mio sguardo, che devo concludere? Che sbaglia il mio sguardo o sbaglia l’artista incapace di comunicarmi l’emozione che secondo lui dovrei provare?”. L’artista dovrebbe essere naif, ingenuo, diceva Baudelaire. E, con lui, anche noi.

La cautela esitante e l’ingenuità ostinata, ravvivate da un ardimentoso linguaggio immaginifico, non tolgono l’impressione che La Capria, in questo libro, sia animato da una diffidenza istintiva più che ragionata verso una certa idea di cultura; una diffidenza che lo porta a rifiutare di vestire i panni del critico nel suo esercizio demistificante, cioè quello della sana stroncatura (pur essendo gustose, tra le altre, le pagine dedicate a Joyce, “scrittore per soli scrittori”). E difatti, c’è da ammetterlo, alcune digressioni moralistiche (in senso deleterio), proprio per l’assenza del mordente critico, più che innervate di senso comune, rasentano pericolosamente il buon senso. Non vi aspettate, dunque, il corpo a corpo con la menzogna intellettuale.

Con ciò, queste lezioni di semplicità restano insuperate nel dare a tutti un antidoto ai sortilegi provocati dalla cattiva fede culturale e dalla capacità che ha di intimidirci.

Cafè Golem, 12 settembre 2019

“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale” di Raffaele Alberto Ventura

Nel 1605 il cattolico Guy Fawkes fu scelto tra alcuni congiurati per dare fuoco alle polveri che avrebbero dovuto fare saltare in aria la House of Lords, il Parlamento di Londra. Fu scoperto, torturato, giustiziato. Non prima, però, di aver rivelato i complici di un attentato che avrebbe voluto gettare nel caos il governo inglese, filo-anglicano e, dunque, anticattolico. Da qualche anno, Guy Fawkes gode di una rinnovata celebrità: è il volto che ha ispirato la maschera del fumetto, e poi del film, “V per vendetta”. Per alcuni, l’episodio del 1605 spinse anni più tardi Thomas Hobbes a scrivere “Il Leviatano”, testo che fonda la moderna teoria del contratto sociale: l’idea che un immaginario patto tra i cittadini tenga in piedi le istituzioni con lo scopo di evitare l’anarchia e la violenza. Hobbes e Fawkes sono due dei protagonisti del nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, “La guerra di tutti – Populismo, terrore e crisi della società liberale” (Minimum Fax, p. 309, 18 euro).

Ventura aveva esordito due anni fa con il folgorante “Teoria della classe disagiata”, un libro che – parafrasando Calvino commentatore di Fenoglio – tutti i suoi coetanei avrebbero voluto scrivere sull’argomento. Nel testo, descriveva la parabola di quei giovani, nati dopo gli anni ’80, che avevano dedicato tempo e risorse agli studi umanistici, con l’ambizione di conquistare la pregiata condizione sociale promessa dall’industria culturale. Una partita persa, con schiere di aspiranti intellettuali e artisti dirottati in mansioni, ai loro occhi, più prosaiche o, peggio, per nulla gratificanti. Con questo libro, dal sapore liberale e coraggioso, Ventura ha allargato lo sguardo, raccontando alcune sfide fondamentali dei nostri anni, che vedono contrapporsi l’urgenza di costituire un nuovo patto tra i cittadini e le forze disgregative della società. Queste sono generate da fenomeni come l’eccesso di informazione – che genera i mostri delle fake news – o dalla costante sfida per il riconoscimento (sociale) tra gli individui, merce sempre più rara e costosa in un periodo di crisi, capace appunto di scatenare la guerra di tutti e di generare, in politica, i populismi. È su uno dei fronti di questa lotta, del resto, che germogliano i semi del terrorismo: nelle periferie delle grandi città, i figli di una cultura sradicata, ma in sostanza occidentali, rispondono alle sirene del fondamentalismo che offre loro un’identità, per quanto tragica e omicida.

Ventura ha la stoffa del divulgatore e riesce a spiegare la lotta tra la purezza dei principi e la visione realistica della politica con Capitan America e Super Man. E il ricorso ad alcuni filosofi francesi, che ingarbugliano le già intricate interpretazioni del nostro tempo, è l’unico rimprovero che gli si può fare. Due sono comunque le questioni, in coda al libro, che rappresentano lo sforzo teorico più ambizioso di Ventura nell’affrontarle. La prima riguarda il rapporto tra l’Occidente e la fondante idea di tolleranza, condannata alla sconfitta di fronte alla volontà di imporre il proprio stile di vita alle comunità di immigranti sul nostro territorio. Ragionare sulla sconfitta del concetto di tolleranza, tuttavia, non vuol dire adottare un atteggiamento arrendevole: significa accettare una cultura diversa, pur difendendo quei valori irrinunciabili della convivenza civile. Pena: l’affermarsi del fondamentalismo.

Non ci sarebbe peggiore fallimento per la società liberale, d’altronde, che accettare come sola soluzione ai processi di dissimilazione la ghettizzazione dei vari gruppi sociali (…). La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire in pieno il senso di tolleranza (…). Si tratta di rifondare la sovranità nella sua funzione originaria: quella di arbitrare sui conflitti tra corpi sociali. Ma perché questa sovranità sia riconosciuta come legittima deve innanzitutto dimostrare la propria estraneità agli interessi di ogni singola fazione, per quanto maggioritaria; e perché le meta-regole comuni siano rispettate è necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e negoziabili” di cui parla Bauman. Altrimenti gli stati si ridurranno a essere, come spesso già sono e vengono percepiti, il braccio armato della minoranza più grossa.

L’altra questione è l’impossibilità per l’Occidente di dimenticare che la sua idea di pacificazione si è basata su una violenza originaria (colonialismo) e costante (neo-colonialismo), giustificata dalla promessa di portare, più che libertà, benessere nel mondo. E proprio ora, nemmeno quando riesce più a mantenere quel benessere nel suo spazio, sente bussare alla porta da chi se lo era sentito promettere, ed è costretto a usare la violenza per respingerlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così?

Cafè Golem, 11 agosto 2019

Immortale Vasco, il grande spettacolo del “Nonstop live ’19”

Alle 23.30 in punto, quando la musica finisce, si accendono le luci su San Siro e lo stadio, ordinatamente, si svuota. Ragazzi, coppie, qualche solitario; tante amiche e amici di mezza età; famiglie e qualche bambino. Certe facce sono stravolte, altre sorridenti; c’è chi canta ancora, chi se ne va in silenzio e chi intona cori; e chi proprio non ce la fa a non piangere. Quasi tutti hanno una sciarpa, una maglietta, un cappellino col suo nome. Non si potrebbe trovare un campione migliore della cosiddetta “gente”. Anche se, per una sera, quelle 60mila persone sono un’altra cosa: sono il popolo di Vasco. E lo spettacolo è anche lo stadio stracolmo fino agli ultimi anelli, i boati, il pubblico che – sulle note di “Vivere” – sembra un immenso cielo stellato, trapunto di telefonini accesi.

Sei date, tutte a San Siro e tutto esaurito. Un altro record. A due anni dal raduno di Modena Park, che ha regalato al cantante di Zocca il pubblico pagante più numeroso della storia, Vasco fa il pieno con il “Vasco non stop live 2019”: 350mila spettatori. E dopo mercoledì scorso, ultima data di Milano, sarà a Cagliari il 18 e 19. Ma torniamo a mercoledì. Il palco è enorme, le luci impazzano e sugli schermi si susseguono sfondi strepitosi. I musicisti suonano infuriati. E poi, Vasco. A cui è difficile chiedere di stare fermo per più di un secondo e sarebbe impossibile levargli quel sorriso che lo accompagna fino all’ultima canzone. Pause, Vasco, se ne concede; ma non si risparmia nel cantare a squarciagola: niente male per uno che ha l’età di chi aspirerebbe solo ad arrivare a quota 100.

Nella scaletta, che pesca da album lontani tra loro nel tempo, come è normale per chi ha da poco festeggiato i quarant’anni di carriera, stupiscono (e spiazzano) gli arrangiamenti durissimi di “Cosa succede in città”, “Fegato fegato spappolato” e “Portatemi Dio”. Ci sono pause delicate come “Domenica lunatica”, “Tango della gelosia” e “Canzone”, cantata con la nuova corista e polistrumentista, Beatrice Antolini. Il momento più trasgressivo è “Rewind” con i seni al vento ben inquadrati negli schermi. Se, come è normale, scoppia il boato quando il bassista Claudio Golinelli, detto il “il Gallo”, comincia il giro di basso di “Siamo solo noi”, o il tastierista Alberto Rocchetti dà il via a “Vita spericolata”, il vertice Vasco lo tocca con “Sally”, immerso in una luce blu, mentre canta proteso verso il pubblico; e con la voce è come se guardasse negli occhi tutti quanti.

Con “Albachiara”, come sempre, lo spettacolo finisce, tra i fuochi d’artificio. “Siete solo voi”, “Ce la farete tutti”, “Vorrei abbracciarvi tutti”; saluta così, Vasco. Sono lontani gli anni del rock sudato, delle canzoni-sberleffo che strizzavano l’occhio a una vita irregolare, alle sbornie e a qualche droga – capitolo, quello delle droghe, su cui si è inutilmente esagerato. Ad accadere, invece, è un rito collettivo, dove ciascuno rivive emozioni precise, legate a canzoni con cui è consapevole di avere un rapporto personale, unico. Tutti riescono a sentirsi speciali, ed è per questo che sono così grati a Vasco. E sono pronti, la mattina dopo, per sedersi alla scrivania e tornare al lavoro con un pizzico di speranza in più, grazie a quelle canzoni in testa che parlano proprio a loro e della loro vita.

“Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social”, di Matteo Marchesini

Dopo una vicenda editoriale un po’ travagliata, esce il libro di Matteo Marchesini Casa di carte – La letteratura italiana dal boom ai social, edito dal “Saggiatore”. Oltre alla raccolta Da Pascoli a Busi, i fan del giovane critico bolognese troveranno riuniti qui, finalmente, anche i suoi interventi giornalistici più rilevanti. Il travaglio è presto detto: Antonio Franchini, già direttore della narrativa Mondadori e ora ricoprente lo stesso ruolo presso Giunti, non poteva permettere che Bompiani (dello stesso gruppo) pubblicasse un libro con stroncature di alcuni autori della sua scuderia.

Certo: le cosiddette stroncature che tanto hanno fatto arrabbiare Franchini – ma perché non chiamarle riletture critiche?, in fondo, gli autori in questione sono già famosi e i loro libri largamente venduti – sono severe, spietate a tratti; e davvero gustose. Ma Marchesini è più ambizioso: non è un semplice bastonatore di contraffattori letterari, ed eccolo costruire con questo libro – pur senza dirlo apertamente – un nuovo canone della letteratura italiana, al di fuori dei sacri recinti della benedizione accademica ed editoriale; preferisce Domenico Rea a Pasolini, Saba a Montale; Moravia a Cassola. E, insomma, quasi tutti a Gadda. O meglio (e fuor di boutade): l’ingegnere più celebre della nostra letteratura diventa – anche per la grandezza del mestiere, si capisce – un bersaglio polemico, per lo stile barocco e la “falsa coscienza” di chi nasconde dietro il virtuosismo poco da dire. Lo stesso vale, con qualche aggravante, per la schiera di finti rivoluzionari come “l’esercito di sistemati” del “Gruppo 63” o i capziosi letterati strutturalisti, francesi di preferenza.

Leggendo il libro e, soprattutto, le pagine dedicate al poker di critici – Cesare Cases, Luigi Baldacci, Cesare Garboli e Alfonso Beradinelli – ci si rende conto quanto Marchesini abbia imparato da loro con profitto. Oltre alla libertà e al disinteresse di Berardinelli, Marchesini usa magistralmente un tessuto di «sapide metafore», tipico dell’opera di Cases. Una buona epitome del metodo usato da Marchesini sta in coda al brano dedicato ai Lettori selvaggi di Montesano: «si tratta di fare il “vuoto anagrafico” (come definì Alessio Martini il metodo del critico Baldacci) intorno alle opere e agli autori, cioè di mostrarne il valore e la singolarità irriducibile astraendo il più possibile dall’auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo, dagli ipse dixit, dalle mitizzazioni e dalle mistificazioni». La controprova arriva con la fulminante descrizione della presenza di Carmelo Bene al Costanzo Show, spettacolo pop «dell’artista trattato da essere soprannaturale e superstizioso protetto da ogni critica».

Internet? Chiudetelo. La modesta proposta di Christian Rocca

LIBRI • Il direttore di Linkiesta prende le mosse da una proposta irreale e irrealizzabile per discutere i problemi e le possibili soluzioni legate al mondo della rete

Tim Berners-Lee è un signore britannico sulla sessantina che, giusto quarant’anni fa, ebbe un’idea destinata a cambiare il mondo: trasformare uno strumento di sicurezza usato allora dal Pentagono in un sistema di scambio d’informazioni tra scienziati. Scrisse quindi il codice di una piattaforma informatica, rendendola aperta e gratuita: era nato internet. Oggi Berners-Lee, che pure ama ancora lavorare con tutto ciò che ruota intorno a internet, pensa che la sua creatura abbia “rovinato l’umanità”, producendo “un fenomeno su larga scala antiumano”; Berners-Lee è infatti la stessa persona che se ne va in giro per il mondo tenendo conferenze dove mette in guardia il pubblico dalle minacce della rete; la stessa persona che ha fondato la “World Wide Web Foundation”, con l’obiettivo di restaurare le finalità originarie della rete internet. Ma come ha potuto un progetto di libero scambio d’informazioni tra scienziati nel luogo della disinformazione per eccellenza?

È di questa contraddizione che parla il libro di Christian Rocca, direttore del quotidiano online Linkiesta, “Chiudere internet – una modesta proposta” (Marsilio, pp. 141, € 12): della contraddizione che sorge tra la potenza affrancatrice della tecnologia di internet e il suo potere manipolatorio. A Rocca, che in poche righe racconta della parabola di Berners-Lee, non sfugge che il problema non sia il web, lo spazio in sé costituito dalla rete, ma il fatto che sul suo terreno gli strumenti dei nemici della “società aperta” si rivelino i più efficaci. Sembra quasi non ci possa essere partita: le bufale proliferano a dispetto della verifica dei fatti (il debunking); il risentimento e la rabbia travolgono il riformismo; il monopolio batte il libero mercato; le bolle di opinione fagocitano ogni dialogo; l’algoritmo determina quasi ogni scelta.

A giudizio di Rocca, la crisi della società aperta affonda le sue radici in un periodo che precede l’esplosione di internet. La rete, senza dubbio, l’ha accelerata e, quel che è peggio, rischia di renderla irreversibile. Chiudere internet per risolvere il problema? Impossibile, naturalmente, come suggerisce il riferimento alla paradossale “modesta proposta” del celebre libretto polemico e satirico di Swift. Ma che qualcosa vada fatto non solo è chiaro, ma anche possibile: l’affermazione di una cultura dei diritti digitali, grazie all’Unione Europea, ha portato alla normativa sul trattamento dei dati personali (GDPR), al progressivo riconoscimento anche in rete del diritto d’autore, alle multe salate comminate ai grandi della rete e alla regolamentazione delle piattaforme di disintermediazione.

Il libro – dove forse un po’ troppo spazio è lasciato alla divagazione polemica e politica sull’attualità italiana, che tende a marcire alla svelta – tradisce un chiaro intento: fiancheggiare quel progressismo politico che, grazie a nuove regole, sa vedere per la società aperta una coesistenza futura e possibile con internet. La rivoluzione digitale, sostiene Rocca, è comparabile alla grande Rivoluzione industriale del Settecento e la società aperta si trova davanti a una sfida cruciale: dominare la forza del cambiamento per massimizzare le sue aspirazioni di benessere e libertà o farsi travolgere dai regimi populisti e autoritari. Questa è la vera sfida dell’inizio del XXI secolo. E passa soprattutto per la rete.  

Il Piccolo di Cremona, 4 maggio 2019

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

“Il paese della sceneggiata”, di Goffredo Fofi

A spingere Goffredo Fofi a scrivere “Il paese della sceneggiata”, edito nel 2017 dalla milanese Medusa, è stata – come ammette lui stesso a poche righe dall’inizio del libro – la «nostalgia di un’epoca e di un popolo definitivamente scomparsi». Di più: la nostalgia «di quando quel popolo esprimeva una propria cultura, in dialettica opposizione a quella borghese e all’industria culturale da essa voluta per condizionare coloro che voleva supini ai modelli consoni al mantenimento della sua egemonia». Nel giro di poche righe, prima ancora di fare la conoscenza della sceneggiata napoletana, siamo già immersi nella prosa tipica di Fofi, della sua militanza, della sua ideologia.

Ma superata la diffidenza suscitata dalle prime righe, che fa da sfondo al piccolo libretto – e il lettore obiettore non potrà che farne la tara anche per le restanti pagine – Fofi stupisce non solo per la conoscenza sterminata della cultura napoletana (e basterebbe leggere il primo capitolo, che arriva a lambire la musica di Pino Daniele); ma anche perché in poche pagine definisce i contorni sociali della sceneggiata, forma di intrattenimento teatrale e musicale messa in scena dal sottoproletariato urbano dei vicoli di Napoli; e del suo pubblico, poveri contadini, diremmo oggi pendolari, che prima di tornare in campagna si fermavano a vederla nelle sale allestite nelle vicinanze della Ferrovia a Porta Capuana.

La sceneggiata stessa, del resto, imponeva al suo pubblico riflessioni sociologiche, morali e perfino moralistiche, mitigate com’erano da quei lieti fine «paternalistici» con lo scopo di rinfrancare e fidelizzare il pubblico. Da una parte, i mali di quella società, dall’altra i loro rimedi, i loro antidoti benché amari: le perdizioni a cui porta il desiderio, incarnati dal maschio dominatore e dalla «guappa», categorie dello spirito o veri personaggi in carne ed ossa addomesticati dai vincoli di rispettabilità o da qualche matrimonio riparatore; la famiglia come cappa benché legame irrinunciabile, salvifico; il vicolo come mondo e come trappola; ma anche il rapporto con la Storia e la Legge (maiuscole di Fofi); in particolare lo scarto tra legge (del vicolo) e Legge (dello Stato), quelle piccole effrazioni necessarie, magari per sbarcare il lunario, che – a scanso di equivoci – nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata camorrista.

La sceneggiata, per Fofi, finisce con i Sessanta e i Settanta, con la proletarizzazione industriale del contado e l’avanzata della classe media, dunque per l’esaurimento del suo pubblico di riferimento e della dialettica vincente che l’aveva tenuta in piedi. O meglio: finisce il suo ruolo di «strumento di conoscenza», restando sommersa dalla cultura e dall’intrattenimento di massa; fatta salva una tardiva ripresa d’interesse, «neopopulista» – curioso che, pur en passant, si citi il sociologo De Masi – dalla cui tentazione, posticcia e strumentale, Fofi, tuttavia, mette in guardia.

Cafè Golem, 22 gennaio 2018