John Ford: e la storia americana divenne mito

1/2/1894 • Oggi è l’anniversario della nascita del grande regista americano che pose le basi per il genere western

Se l’America è il suo cinema e il western, il cinema americano per eccellenza, allora John Ford è l’America. Eppure, il regista da quel nome fin troppo americano, si chiamava in verità Sean Aloysius O’Feeney ed era nato da una famiglia irlandese a Cape Elizabeth nel Main, sulla East Coast, il 1° febbraio del 1895. Delle sue origini John Ford non solo parlava spesso, ma erano per lui motivo di orgoglio. Del resto, alla patria dei suoi antenati dedicò alcuni film, come Il traditore (1935) e Un uomo tranquillo (1952), e nel 1921 venne perfino coinvolto nella ribellione irlandese, procurando finanziamenti al partito ribelle Sinn Féin. Ma cosa ci poteva essere di più americano di un figlio di immigrati, diviso negli affetti tra la patria d’adozione e quella di origine, partito per il West per fare fortuna? Il West, per Ford, si chiamava Hollywood.

Sean O’Feeney divenne John Ford, dopo essere stato Jack Ford (come continuarono a chiamalo solo gli amici), al suo arrivo California, nemmeno ventenne, seguendo il fratello Francis, di una dozzina d’anni più anziano di lui, che proprio a Hollywood lavorava. Negli anni Dieci il cinema americano, attirato dai grandi spazi, ma spinto anche dall’assenza dei sindacati, si era trasferito da New York a Los Angeles, dalla East alla West Coast. Ford cominciò come tuttofare, ma si dimostrò subito un abile direttore di scene d’azione. Un noto attore di allora, Harry Carey, propose quindi a Ford di dirigerlo nel primo lungometraggio della storia del genere e di proporre il film alla Universal Pictures. Fino ad allora, il genere consisteva in brevi storie di non più di venti minuti. Il film piacque. Furono scritturati e il sodalizio continuò fino al 1923, quando Ford decise di abbandonare Carey e la Universal per la Fox Film Corporation. Con uno stipendio di 600 dollari alla settimana, divenne il regista più giovane e meglio pagato di tutti gli Stati Uniti.

Da quel momento, la carriera di Ford cominciò a decollare e diresse il suo primo film di successo, Il cavaliere d’acciaio (1924). Ma fu Ombre Rosse (1939) a cambiare tutto. Se dopo Stagecoah (in italiano, “diligenza”) Ford fosse improvvisamente morto, ci si sarebbe comunque ricordati per sempre di lui. Il film pone le basi di quasi tutto il western, fino almeno alla metà degli anni ’60. C’è John Wayne, pilastro iconico del genere; compare per la prima volta la Monument Valley, la quinta scenografica che da allora fu il west; ci sono gli indiani e i loro agguati; c’è un campionario di protagonisti, non proprio senza peccato, ma dal grande cuore: la prostituta, il medico ubriacone, il giocatore d’azzardo e il fuorilegge. E l’assalto alla diligenza, scena che nessun serio manuale di regia può dimenticarsi di citare. Di film, ne sarebbero seguiti altri, certo non tutti all’altezza di quel capolavoro, ma molti memorabili. Tra questi, vale la pena di citare la “trilogia della cavalleria”, girata tra il 1948 e il 1950, che comprende: Il massacro di Fort ApacheI cavalieri del Nord-Ovest e Rio Bravo. Tutti e tre interpretati da John Wayne.

Si dice che Ford, dopo aver visto il film Il fiume rosso (1948) del collega e rivale nel genere Howard Hawks, avesse esclamato: “Quindi John Wayne sa anche recitare!”. In realtà, aveva ragione, almeno in parte. Wayne, il cui vero nome era Marion Robert Morrison, aveva come Ford origini irlandesi. Era stato un giocatore di football di qualche successo, che aveva cominciato a lavorare a Hollywood come cascatore, l’antenato degli stunt man. Fu proprio Ford a proporlo e ad affidargli parti sempre più rilevanti. Sul set con lui – raccontano – Ford era severo e in privato, a volte, perfino sprezzante. Quando gli chiedevano che regalo fare a Wayne, rispondeva: “Non regalategli un libro, ne ha già uno”. Ma la verità è che, come ammise l’attore, per lui, fu quasi un padre. L’altro attore prediletto da Ford fu Henry Fonda. Lo scelse per ruoli più politici, retorici, come nel caso del Lincoln in Alba di gloria (1939), ma anche epici, come in Furore (1940), facendogli interpretare il protagonista del romanzo Tom Joad.

Goffredo Fofi, nel suo libro sulla storia del cinema ha scritto: “Ford canta gli umili costruttori dell’America – contadini, soldati, artigiani – nel momento dell’edificazione. Elabora e definisce figure “classiche” di pionieri, caratterizzati da una gentile propensione all’autoironia. Essi incarnano funzioni, sanno il loro compito e come svolgerlo. Più spesso sono sceriffi non per scelta, medici ubriaconi o sfortunati, soldati (a difesa della fragile e nuova nazione). Dentro un ordine comunitario, anche gerarchico (la  gerarchia è stabilita dalla necessità, è prodotto della priorità, volta a volta, di una funzione), che va fondato, coordinato, difeso, e del quale il focolare domestico è il nucleo prioritario”. 

Ford: regista ma non artista? Be’, pensate alle sequenze iniziali e finali di Sentieri selvaggi (1956): una porta si apre e la macchina da presa, dall’interno di una casa di legno, pian piano esce, inquadrando la sagoma lontana di un cavaliere solitario, sullo sfondo della Monument Valley. È John Wayne, naturalmente. Violini e fiati in sottofondo; ad aspettarlo, dalla veranda, una famiglia e un’avventura, che si concluderà proprio con la sua sagoma solitaria che si allontana e una porta che su di lei si richiude. 

Ford non girò solo western e nemmeno western tutti uguali; sul finire di carriera, imboccò addirittura la strada del revisionismo nei confronti degli indiani, ancor prima di Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn. Ma il destino che gli era spettato si era compiuto: la storia americana, dietro la sua macchina da presa, era diventa mito, leggenda. I suoi campi, profondi come gli spazi sconfinati d’America e i suoi attori, peccatori destinati mai a vincere del tutto, ma a far trionfare il bene: ecco l’America che forgiava il suo mito, mentre il mondo restava a sognarlo.

“Quali sono i miei registi di riferimento? Beh, direi John Ford… John Ford e John Ford”, disse a Peter Bogdanovich Orson Welles. Ma anche il regista Akira Kurosawa si lasciò scappare che non era stata l’arte giapponese a ispirare i suoi film: disse che John Ford era stato il suo più grande punto di riferimento. E come non pensare a Sergio Leone, che sognava il far west nelle calde estati romane e che sta a Clint Eastwood come Ford sta a Wayne. When the truth becomes legend, print the legend, quando la verità diventa leggenda, tu stampa la leggenda, si dice alla fine di L’uomo che uccise Liberty Valance (1960). Ben fatto, John.  

Il Piccolo di Cremona, 1° febbraio 2020

1919 e 1994: le due vite del Partito Popolare

La doppia ricorrenza • In entrambi i casi fu fondato il 18 gennaio: il successo della futura Dc e lo sfortunato ritorno alle origini

I rapporti tra i cattolici e il Regno unitario erano partiti con il piede sbagliato. La breccia di Porta Pia (1870) non solo aveva interrotto i lavori del Concilio Vaticano: aveva fatto cessare il millenario potere temporale della Chiesa. Pio IX, che durante il suo pontificato aveva visto ridursi il suo regno fino alla cancellazione, proclamò nel 1875 il “Non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni. Nonostante quasi tutti lo osservarono, dato il numero ristrettissimo degli aventi diritto al voto (il 2% della popolazione), sarebbe stato assurdo pensare di poter escludere per sempre la quasi totalità degli italiani dalla vita pubblica. E così, sospinti dal nuovo pontefice Leone XIII, i cattolici si organizzarono nell’Opera dei congressi, una lobby ante litteram per portare avanti i diritti della Chiesa e dei fedeli.

La prima fase del movimentismo cattolico fu guidata da Romolo Murri, un sacerdote marchigiano con in testa l’idea di fondare un partito. Il gruppo attorno al sacerdote fu chiamato “democrazia cristiana”. Nel 1904 Pio X, nella prospettiva dell’ulteriore allargamento del suffragio – dal 1882 gli aventi diritto al voto erano passati al 6% e nel 1912 sarebbero stati il 23% – concesse ai cattolici il permesso di votare e la possibilità di presentarsi alle elezioni, ma solo a titolo personale: “cattolici deputati e non deputati cattolici”, fu detto. Nel 1905, sull’onda dell’entusiasmo e tendendo la mano ai socialisti di Filippo Turati, Murri fondava a Bologna la “Lega Democratica Nazionale”. Fu un fiasco. L’alleanza fallita con il partito socialista e l’aperta ostilità del pontefice, che culminò con la scomunica di Murri (1909), fecero naufragare il progetto.

La mobilitazione di massa degli italiani dovuta alla guerra (1915-1918) e l’ascesa del partito socialista, che rischiava di conquistare la maggioranza in Parlamento, rese urgente anche agli occhi della Chiesa la costituzione di un partito di massa cattolico. Ecco quindi comparire sulla scena il sacerdote siciliano Luigi Sturzo e il suo ambizioso progetto: un partito equidistante da socialisti, liberali e fascisti. Nacque allora il Partito Popolare Italiano (PPI), fondato il 18 gennaio 1919, che nelle elezioni dello stesso anno ottenne il 20,6% dei voti. La vita del PPI fu breve. Nel 1922 proprio Sturzo sbarrò la strada a un nuovo governo di Giovanni Giolitti, facilitando involontariamente l’ascesa di Mussolini. L’anno seguente, Sturzo si dimise dalla carica, che fu assunta dal deputato trentino Alcide De Gasperi. Nel 1926, il regime fascista mise fine al partito e costrinse Sturzo all’esilio.

Ma quel 18 gennaio del 1919 e l’esperienza politica popolare di don Sturzo non passarono invano. Anzi: a distanza esatta di 75 anni, il 18 gennaio del 1994, il Partito Popolare Italiano fu ricostituito. La cerimonia avvenne proprio nell’Istituto don Sturzo di Roma e fu ratificata dall’assemblea costituente (22 gennaio), presieduta da Mino Martinazzoli, già deputato e ministro nell’Italia repubblicana. Anche in questo caso, però, la vita del partito fu breve: sei anni, proprio come il partito fondato da Sturzo. Dopo un modesto successo alle elezioni del 1994 (11% dei voti) il partito confluì in una coalizione di centro-sinistra e si scisse: una parte diede vita all’Unione Di Centro (UDC), alleata del centro-desta berlusconiano e, nel 2002, l’altra confluì nella Margherita di Francesco Rutelli.

Tutto qui? Sì. Se si eccettua che, nel 1943, un altro partito aveva provato a fare rinascere il PPI di Sturzo, dandosi un altro nome: Democrazia cristiana.

L’ironia della storia volle che il nome che De Gasperi, già presidente del PPI, scelse per il suo nuovo partito fosse quello legato al movimentismo perdente di Murri. Il progetto di De Gasperi fu, invece, un progetto di enorme successo. La storia della Dc, dei suoi avversari e dei suoi alleati fu la storia della Prima repubblica italiana. In qualità di componente del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nella guerra partigiana ed essendo stato uno dei partiti più votati nelle elezioni della Costituente del 1946, la Democrazia cristiana (Dc) si aggiudicò da subito un ruolo primario. La redazione della Costituzione fu l’occasione in cui i giovani esponenti del defunto partito di Sturzo poterono gettare le basi del nuovo Stato repubblicano. Si basarono sul Codice di Camaldoli, trascrizione degli atti di un convegno tenutosi nel luglio del 1943 nell’eremo omonimo. Vi parteciparono De Gasperi, Piccioni, Spataro, Scelba, Campilli, La Pira, Dossetti, Moro, Fanfani, Andreotti.

Nel 1948 la Democrazia cristiana, a 5 anni dalla sua nascita in clandestinità (a Milano nella primavera del 1943), raggiunse un risultato spettacolare: 48,5% dei voti, sbaragliando le sinistre. Le ragioni del successo? Certamente, lo scoppio della Guerra fredda e l’alleanza con gli Stati Uniti; ma non va dimenticato il sentimento religioso popolare e l’attenzione della Dc per la dottrina sociale della Chiesa, specchio di un socialismo moderato di stampo cattolico che gettò le basi dello stato sociale italiano: e basta pensare – restando nei ’50 – all’IRI, all’Eni, ai finanziamenti per la ricostruzione e alla Cassa per il Mezzogiorno. Un simile successo le permise di governare praticamente indisturbata fino al 1953. In quell’anno, il miracolo del 1948 non si ripeté e, da quel momento, la Dc inaugurò un sistema di governo del Paese che aggregava di volta in volta forze eterogenee, con un obiettivo: sbarrare la strada al Partito comunista italiano (Pci).

Durante gli anni di governo della Dc, l’Italia cambiò. Quando nel 1974 la Dc si lanciò in una battaglia suicida (persa, difatti) per l’abrogazione del divorzio si erano succedute coalizioni con gli azionisti, i liberali, i socialisti moderati, i monarchici e, nel 1960, perfino con i neofascisti del Movimento sociale italiano (Msi). C’era stato il boom economico e gli italiani erano cambiati, cominciando a vestirsi all’americana, a possedere elettrodomestici, la televisione, la macchina; i contadini erano praticamente spariti; c’era stato, poi, il 1968, le lotte operaie, lo Statuto dei lavoratori, lo stragismo e già cominciava la lotta armata della sinistra estrema. Eppure, nonostante nel 1976 il Pci avesse raggiunto il 34,4% la Dc gli oppose un 38,7%. A quel punto, cominciò il lavoro di Aldo Moro per trattare. Fu proprio l’omicidio di Moro (1978) ad avviare la Prima repubblica alla sua ultima stagione.

Nemmeno il gollismo del socialista Bettino Craxi nei suoi anni di governo (1983-1987) riuscì a sbloccare quello che il politologo Giorgio Galli aveva definito il “bipartitismo imperfetto”. La società civile e l’opinione pubblica, pur dando chiari segni di disimpegno e di progressiva disaffezione alla politica (gli anni del “riflusso”), rimasero quiete: agli anni ’70, percepiti come traumatici non solo per il terrorismo, ma anche per le crisi energetiche, l’inflazione e la disoccupazione, seguì un periodo di relativo benessere economico per tutti gli anni ’80.

Negli anni ’90, però, fu il mondo a cambiare. Con la fine del sistema di potere sovietico e della Guerra fredda, le stragi di Mafia e le nuove turbolenze economiche, le nuove generazioni di italiani cominciarono a trasformare la disaffezione in ostilità. Il fuoco alle polveri venne dato nel febbraio del 1992 dalla scoperta di una tangente, un semplice fatto di cronaca se fosse accaduto qualche anno prima. Non fu così: la spettacolarizzazione del processo alla classe dirigente, la Tangentopoli di Mani Pulite (1992-1994) fu la rivincita da parte di una società civile e un’opinione pubblica che non riusciva più a riconoscersi nei partiti, in una democrazia ai loro occhi bloccata, il cui perno era proprio la Dc. Così, quando Martinazzoli quel 18 gennaio 1994 rifondò il Partito popolare, sperando di fare rinascere la Dc, si limitò soltanto a riporla nella soffitta della storia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 gennaio 2020

“Meglio star zitti? Scritti militanti su letteratura, cinema e teatro”, di Giovanni Raboni

Peccato per le virgolette, disseminate un po’ in tutto il libro: sono tra le poche cose, forse le uniche, che si possono rimproverare alla prosa di Giovanni Raboni (1932-2004), poeta della scuola lombarda, traduttore di Proust e, in questo libro, critico militante. Parliamo della raccolta edita da Mondadori “Meglio star zitti?” (15 euro, pp. 480). Ecco, provate a togliere le virgolette e la sua scrittura non perderà nulla. Nemmeno quel tratto esitante, frutto (a detta del curatore Luca Daino) degli studi filosofici in fenomenologia, di cui per fortuna non rimane nessun’altra traccia. Più che recensioni, sono stroncature. Di libri, di film e di spettacoli di teatro. Ma sarebbe stato riduttivo chiamarle così.

Ogni articolo, in effetti, dosa le ragioni di approvazione e di disappunto; qualche volta anzi capita che la partita finisca alla pari. In molte di esse, comunque, la scelta delle parole è tale da farci percepire, oltre all’esercizio di equilibrio, la professione di Raboni, cioè quella di poeta: “Ogni morte è una sorta di profezia a rovescio, ci mette sulle tracce di quello che è già successo (di una parola che è già stata detta) e che di colpo diventa, ai nostri occhi, un segno, un segnale”. Come è accaduto, per esempio, ai versi di Alexandros Panagulis, il poeta e rivoluzionario greco compagno di Oriana Fallaci: “poveri versi impacciati e retorici” a cui “la morte ha restituito lo spessore della realtà (la realtà delle celle d’isolamento, degli scioperi della fame, delle torture) perforando lo specchio cieco o deformante degli ingenui artifici stilistici”.

Il libro, che è di rara scorrevolezza, può essere letto di seguito o spigolato all’occorrenza. E, c’è da confessarlo, in alcune pagine si prova tutto il piacere liberatorio della stroncatura. Una delle migliori riguarda Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro:

Che può mai fare una rosa in giardino? È chiaro: spiccare “con il suo color porpora, solitaria ed arrogante, sul resto della vegetazione”. E un cane quando vede comparire la padrona? Non c’è il minimo dubbio: “mettersi a correre in tondo come un pazzo”. Quanto alle cose, va da sé, che “non sono mai state così semplici, non sono mai o nere o bianche” (…). Nessuno è disposto a sorbirsi 165 pagine di fatterelli minutamente prevedibili per poi sentirsi dire come premio finale, che “se la vita è un percorso, è un percorso che si svolge sempre in salita” e che “l’unico maestro che esiste, l’unico vero e credibile è la propria coscienza”.

In generale, intessendo il suo discorso di citazioni e riferimenti, Raboni dà sì un’idea generale delle opere che recensisce; ma soprattutto si sforza di giustificarne il giudizio. Come lui stesso pensava, infatti, è proprio del giudizio che ogni recensore deve rendere conto al lettore. Pur negli spazi angusti che ha. E va detto: siamo ancora molti a dover imparare che nessuna saccenteria, anche involontaria, rende un giudizio più autorevole – la pur grande Grazia Cherchi scriveva: “Leggete questo, fidatevi di me”, anche se, almeno, offriva sul piatto il suo gusto critico. “Meglio star zitti?” serve a impararlo. Perché, pur essendo anche lui in qualche caso sbrigativo (sarà vero, come dice, che Pasolini è poeta solo quando scrive in prosa?), Raboni dimostra di saperlo fare.

Cafè Golem, 8 gennaio 2020

“Camus deve morire” di Giovanni Catelli

Il 4 gennaio 1960, sulla strada statale 4 che da Sens, Francia, porta a Parigi, l’editore francese Michel Gallimard perdeva il controllo della sua Facel Vega e si schiantava contro uno dei platani che ancora oggi costeggiano quel rettilineo di strada. Sarebbe morto una decina di giorni più tardi per le ferite riportate; lo scrittore e premio Nobel Albert Camus, compagno di viaggio di Gallimard in quella fatale circostanza, invece, morì sul colpo di frattura cranica. La circostanza sembrò del tutto casuale. Ma dietro quell’incidente d’auto potrebbe esserci di più. A sostenerlo, è un libro del poeta e scrittore cremonese Giovanni Catelli, “Camus deve morire”, uscito nel 2013, ma tornato oggi al centro della scena, in occasione della pubblicazione in Francia, arricchita di un nuovo capitolo contenente una preziosa testimonianza. L’edizione francese  – di cui già il Guardina e i media francesi hanno trattato – vanta, tra l’altro, una quarta di copertina firmata dallo scrittore Paul Auster.

Tutto nasce in un pomeriggio vagabondo per le librerie di Praga. Catelli scova un voluminoso libro bianco, il diario postumo dello scrittore ceco Jan Zàbrana. Sarebbe stato impossibile immaginarsi di leggere, in quelle oltre 2mila pagine e in quel momento, queste righe: “Hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato la gomma (…). Ci sono riusciti, e in modo così perfetto che il mondo fino a oggi ha creduto che Camus sia morto a causa di un banale incidente stradale, come può succedere a chiunque”. C’è di più: “L’ordine di liquidazione è stato dato personalmente dal ministro degli esteri Šepilov, come “ricompensa” per l’articolo pubblicato sul Franc-Tireur nel marzo 1957 nel quale Camus, in relazione ai fatti di Ungheria, ha attaccato il ministro, nominandolo pubblicamente”. Parole di seconda mano, confessate da una fonte molto vicina ai servizi segreti russi, il famoso KGB.

Da queste righe avrebbero preso avvio le ricerche di Catelli, aiutato dalla solerte vedova dello scrittore; ricerche tradotte poi in una narrazione che intreccia le vicende personali di Camus e di Zàbrana – ma anche di Pasternak, di cui il ceco era stato traduttore – sullo sfondo della Guerra Fredda. Nel 2014, il secondo avvenimento, a metà tra l’indizio e la prova: durante la presentazione del libro, interviene l’avvocato Giuliano Spazzali, il quale riferisce di una conversazione avuta con il collega Jacques Vergès, militante contro il terrorismo durante la Guerra d’Algeria. La sua versione combacia con quella di Zàbrana: per Vergès, Camus è stato ucciso dal KGB. E, aggiunge, l’omicidio ha avuto il benestare dei servizi segreti francesi. Camus era di certo inviso al potere di Mosca: per restaurare la monocrazia comunista in Ungheria, nel 1956 l’Armata Rossa aveva scatenato una guerra contro la quale Camus aveva firmato un appello, rivolto alle Nazioni Unite, ripetendo i suoi attacchi contro il governo sovietico. Che anche i servizi segreti francesi fossero conniventi è reso plausibile dalla porosità della loro struttura d’intelligence, che Catelli descrive permeata di ingerenze sovietiche.

Cosa significa scrivere oggi di questa storia?

Nonostante il tempo, resta una vicenda suggestiva ancorché tragica. Del resto, ho sempre avuto il sospetto che la morte di Camus non fosse stata un incidente. Ma, come diceva Pasolini, pur sapendo, non avevo le prove. Era altresì impossibile per me identificare qualsiasi potenziale sospetto, perché Camus aveva nemici feroci in molti ambienti: i rivoluzionari algerini, l’Unione Sovietica, i comunisti francesi, i reazionari e l’OAS (l’organizzazione francese paramilitare antialgerina): tutti avevano dei motivi per volergli fare la pelle. Poi, è arrivato il libro di Zàbrana. Da allora, ho solo voluto cercare la verità. Camus era odiato nell’URSS per i suoi discorsi pubblici, così come non va dimenticata l’opera di pressione che gli rese possibile fare assegnare a Pasternak il Nobel; ma anche l’intellighenzia francese di allora, composta perlopiù dal sistema di potere attorno a Jean-Paul Sartre, non lo aveva per nulla in simpatia, non perdonandogli il suo anti-stalinismo. In pochi si rendevano conto di quanto le posizioni di Camus, vicine all’anarchismo, fossero ben più di sinistra delle loro.

Parlare di queste cose resta anche oggi pericoloso?

Spero di no: del resto, sono fatti lontani nel tempo. Certo molti francesi faticano a fare i conti col loro passato. La morte di Camus è avvenuta in un periodo di palese avvicinamento della Francia all’URSS. Guarda caso, proprio quel fatidico 1960 fu l’anno della visita a Parigi e nel resto di Paese di Krusciov. Camus avrebbe senz’altro rilanciato le sue accuse. Per quanto riguarda la questione dello spionaggio, nel 1962 perfino Kennedy avvisò De Gaulle: i servizi segreti francesi erano zeppi di infiltrati. Nel 1966 il processo di avvicinamento coi sovietici toccò poi il suo vertice; De Gaulle, infatti, fece uscire il suo Paese dalla Nato.    

Nel libro, Catelli alterna una prosa poetica al resoconto giornalistico, ricostruendo la plumbea atmosfera della cortina di ferro. Varrebbe la pena leggerlo solo per immergersi in quell’epoca, dove gli omicidi – e qui lo stile è quello di Jan Fleming – avvenivano coi spray velenosi che non lasciavano tracce, o con microproiettili letali sparati da manici di ombrelli. L’alone di mistero, però, non avvolge solo il passato: “La vedova Zàbrana – dice Catelli – ha ricominciato a sentire degli strani scatti e rumori durante le telefonate, proprio come quando venivano intercettati dalla polizia. Suggestioni? Può darsi, ma potrebbe anche darsi che il governo attuale stia di nuovo allungando la sua ombra sui cittadini”. “Camus deve morire” non offre una prova definitiva: offre piuttosto il ritratto di un’epoca dove sembra del tutto plausibile che un intellettuale potesse venire ucciso per le sue idee. Ma offre anche il ritratto di un uomo, Camus, che amava la libertà e che anteponeva gli uomini alle loro ideologie.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 dicembre 2019

Il jukebox compie 130 anni

23/11/1889 • La prima apparizione nel 1889, l’anno d’inaugurazione della Tour Eiffel

Si dice che la prima frase registrata nella storia, quella che Edison recitò nel 1877 al suo fonografo, fu “Mary had a little lamb”, la strofa di una filastrocca. Non passò molto tempo da quella originaria incisione al momento in cui l’invenzione venne monetizzata. In ogni senso. Il 23 novembre del 1889 (ma per alcuni si tratta dell’anno successivo) nel Saloon Palays Royal di San Francisco fu messo a disposizione del pubblico una cassa in legno di quercia contenente un fonografo Edison classe M. Lo strumento era in grado di riprodurre musica. Alla cassa erano attaccati quattro stetoscopi da cui era possibile ascoltare alcune registrazioni, inserendo una monetina o, meglio, un nichelino. Si scrisse che l’apparecchio era riuscito a far guadagnare, nei soli primi sei mesi dalla messa in funzione, ben mille dollari al Saloon. A realizzarlo era stato Louis Glass insieme a William S. Arnold della Pacific Phonograph Company i quali, da allora, sarebbero stati considerati gli inventori del jukebox.

Lo strumento era certamente passibile di qualche miglioria, come il ricorso allo stetoscopio, per esempio; agli ascoltatori infatti veniva fornito, nei primi tempi, un asciugamano per pulire gli antenati dei nostri auricolari, ad ascolto terminato. Nel giro di una manciata d’anni, gli altoparlanti a corno li sostituirono e nel 1906 arrivò la funzione di selezione musicale dei pezzi, nella forma di dischi da grammofono: merito della John Gabel Company, che presentò un giradischi a moneta, il Gabel Automatic Entertainer, con cambiadischi automatico. Il tutto da caricare, però, ancora a manovella. Solo nel 1920 il jukebox raggiunse pressappoco la sua foggia moderna, con l’arrivo dei dischi registrati e riprodotti con la corrente elettrica.

Da allora, le maggiori case produttrici americane fecero a gara per adottare e copiare, di volta in volta, i migliori sistemi di cambio dei dischi. Ma anche le novità estetiche predilette dagli acquirenti. La Wurlitzer rimase l’indiscussa padrona del mercato fino agli anni ’60, rendendosi protagonista di un’imponente campagna pubblicitaria, che accostava lo svago e il divertimento dei giovani al jukebox. Anzi, che lo rendeva indispensabile. Il suo prodotto di punta, il 1015 Wurlitzer, riempì riviste e spot pubblicitari, tanto da imporsi nella memoria collettiva come uno dei simbolo di quegli anni ruggenti. Ne furono costruiti ben 50.000 esemplari. Vi starete chiedendo, forse, se uno di quelli è lo stesso che duetta con Fonzi. No: quello di Happy Days è un  Seeburg HF100G che, a dispetto della probabilità inferiore che avreste avuto in quegli anni di incontrarne uno, si è imposto nell’immaginario collettivo come il jukebox per eccellenza dei “fifties”. Certo, in quanto a funzionalità rimase imbattibile: fu il primo, e rimase il solo, a contenere 100 dischi a fronte dei 24 degli altri esemplari.

Ma che significa la parola jukebox? Forse nulla, o meglio: del significato originario si è persa l’origine precisa. La parola, secondo alcuni, deriverebbe dalle “juke houses”, cioè i postriboli dell’anteguerra, all’interno dei quali veniva spesso suonata musica senza sosta. Altre versioni lo vorrebbero derivare dalla corruzione della parola “jook”, un termine che nello slang dei neri americani significava danzare. Il termine sarebbe comunque diventato invalso solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Il jukebox, che aveva brillantemente superato la sfida lanciata dalla radio, nonché la terribile crisi del 1929, sembrava destinato a superare, come in effetti fece, le tumultuose rivoluzioni tecnologiche che si susseguirono dopo il 1945, adeguandosi prima ai dischi, passati dai 78 a 45 giri, poi all’hi-fi, al disco microsolco e, infine, allo stereo. Godendo di una diffusione pressoché ubiqua fino alle soglie degli anni Ottanta. I primi segni di cedimento del mercato arrivarono proprio allora. Nel 1982 il New York Times riportava un articolo dal titolo già nostalgico: “Il jukeboxe, una hit del passato, a quanto pare”. Il numero di esemplari presenti negli Stati Uniti si era più che dimezzato, nel giro di pochi anni, passando dai 700mila degli anni ’50 ai meno dei 300mila di quegli anni, rimpiazzati negli angoli dei locali dai flipper e dai videogiochi, ma anche dalle musiche di sottofondo. Nonché dalle discoteche, fonti di musica già allora molto affollate.

Non solo la TV ma anche il cinema ha flirtato molto con i jukebox, dalla scena del ballo di “Giungla d’asfalto” di John Huston (1950) a quella di “V per vendetta” di James McTeigue (2005) con Natalie Portman, passando per “Grease” (1978). Ma basterebbe fare un piccolo esperimento e vedere nei prossimi 5 film che vedrete se ne compare uno. Per un censimento sorprendente – con link analogo a piè di pagina sui flipper – rimandiamo alla teutonica precisione del sito tedesco jukebox-world.de, che ai film associa i modelli che compaiono, e in molti casi anche i fotogrammi, in una specie di pornografico modernariato. C’è qualche mancanza, è vero: come il modello che compare nel film di Martin Scorsese “Mean Streets” (1973), epico perché riproduce allo stesso tempo i Rolling Stones (erano gli anni ’70) e il tenore Giuseppe Di Stefano. Ma anche, per esempio, quello di “Mystic river” (2003), come ha notato casualmente chi scrive, riguardando il film su Netflix qualche sera fa.

Con la scomparsa dei jukebox, rimasti in qualche bar molto nostalgico o nei mercatini di antiquariato, finiva più che un epoca un costume: quello di partecipare alle colonne sonore delle serate, battagliando o convergendo sui brani da riprodurre. Un tempo in cui la competenza musicale non era facoltativa ma necessaria: come selezionare i brani se si ignorava l’artista e il titolo? Ora nei bar è possibile fare al massimo qualche richiesta, spesso accolta di malavoglia dai gestori, perché non in linea con la play-list preparata su Spotify. Ma ora che ci pensiamo, ci sono ancora apparecchi che riproducono musica in molti bar quando si inseriscono delle monetine: i video slot. Anche se, in quel caso, la musica è sempre, tristemente, la stessa.

Il Piccolo di Cremona, 23 novembre 2019

“Lezioni di felicità”, di Ilaria Gaspari

Accostare le esperienze di vita ai classici può rivelarsi un esercizio scivoloso sia dal punto di vista narrativo sia teorico. Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita, di Ilaria Gaspari edito da Einaudi (145 pp. € 13,00) ha superato l’insidia ed è diventato un successo di pubblico che sta portando l’autrice un po’ in tutta Italia a presentarlo.

La protagonista è una donna che si guadagna da vivere scrivendo. È, come l’autrice, laureata in filosofia. Vive una crisi personale dovuta alla rottura di una lunga relazione e a un trasloco, che le consente però di rispolverare – letteralmente e letterariamente – alcuni libri dell’università. In particolare, quelli dedicati alle scuole filosofiche dell’antichità.

Comincia allora un percorso di rimonta personale: dalla scuola pitagorica, imparerà a vincere la pigrizia con il rispetto di alcune regole, per quanto assurde; da quella eleatica, a non creder che la vita vada sempre in una direzione necessaria; dalla scuola scettica a diffidare delle convinzioni subitanee; dagli stoici e dagli epicurei a ridimensionare le aspettative e a troncare ogni radicalismo; dai cinici, a bastare a sé stessa.

Per farsi un’idea dell’incedere del libro, si prenda la settimana eleatica, dedicata alla scuola omonima, la più difficile perché la più astratta. Dopo aver introdotto Parmenide all’ombra del tema del parricidio – letterario – operato da Platone, Gaspari si concede un intermezzo narrativo, passando in rassegna  gli oggetti domestici pronti per il trasloco, constatando:

Tutto questo, anche se non sembra, ha molto a che fare con Parmenide e la mia iscrizione alla scuola eleatica. È stato quando il trasbordo era ormai quasi finito, e il camioncino era già partito, quando mi pareva che in casa non ci fosse quasi più niente… è stato allora che ho scoperto che in certe circostanze particolari come quella del trasloco, un numero finito di oggetti si può suddividere in una quantità pressoché infinita di contenitori, scatoloni, valigie e – soprattutto – viaggi alla casa nuova. Non avevo mai guardato così da vicino una dicotomia all’infinito; mai mi era sembrato più reale, più tragico e più assurdo, il famoso paradosso di Achille e della Tartaruga.

Come si può notare, lo stratagemma è ironico e ben narrato.

Si passa poi con agilità agli altri paradossi di Zenone, non dopo aver descritto il personaggio, litigioso e belloccio discepolo di Parmenide, forse suo amante; tra i paradossi, viene scelto quello della freccia. La protagonista si rende conto che, come la freccia di Zenone, la sua vita si è composta di stadi successivi di immobilità apparentemente in movimento. O meglio: di istanti a sé stanti erroneamente creduti orientati verso qualcosa. Di qui, la necessità di vivere ogni momento per quello che è, e non in una prospettiva teleologica.

In questo libro, Ilaria Gaspari combina l’aneddoto (la burrascosa esistenza di Zenone, per esempio) con l’osservanza ai testi (il riferimento a Diels-Kranz), rivitalizzando le personalità dei filosofi presentandone il carattere. Scrive in modo chiaro e si aggrappa alla lucida concretezza di chi, come la protagonista, lotta con la depressione; concretezza che avvolge anche le metafore (come frecce, “pensiamo… di dover conficcarci nel bersaglio, tremante intorno alla punta affilata che ha colpito…”). Fa sbocciare  insomma i frutti dell’amalgama tra il pensiero e la vita della protagonista più per associazione di idee che per un forzoso gioco a incastro; e se qualche volta l’episodio narrato tradisce il fatto di essere orchestrato per attagliarsi al momento, lo fa per esigenze narrative. Insomma: la formula, a metà tra romanzo e saggistica, regge.

Cafè Golem, 11 novembre 2019

Europa, prodotto scadente della Germania unificata

01/11/2019 • Entrava in vigore 26 anni fa il Trattato di Maastricht. Tra il sarcasmo dei britannici

“Nessun taglio del nastro o sventolare di bandiere. L’era dell’Europa comincia con un silenzio assordante”, scriveva quel 1° novembre del 1993 un quotidiano inglese. E infatti il giorno in cui entrò in vigore il Trattato di Maastricht, cessò di esistere la Comunità Economica Europea (CEE) e nacque l’Unione Europea, non ci furono celebrazioni ufficiali. Anche gli uffici erano deserti: gli impiegati erano in vacanza per Ognissanti. “Oggi è il giorno – si leggeva sempre nell’articolo del Guardian – in cui i cittadini inglesi si sono trasformati in un essere umano nuovo e più nobile: sono diventati cittadini dell’Unione Europea”. Retorica? No, sarcasmo. Preso di mira, nello specifico, era il concetto di “cittadinanza europea” introdotto dal Trattato, garante di diritti, libertà di movimento e accesso ai servizi; concetto contro il quale proprio gli inglesi, 23 anni più tardi, si sarebbero battuti fino a uscire dall’UE.

Quel 1° novembre non ci furono celebrazioni perché la firma del trattato era avvenuta a una distanza politicamente siderale: il 7 febbraio dell’anno precedente, un anno e mezzo prima, in quel caso sì tra qualche festeggiamento. Tre, i punti programmatici o “pilastri” fissati: l’accorpamento delle tre forme di unione comunitaria (CEE, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio – CECA ed Euratom) nella sola UE; una politica estera di sicurezza comune; la cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Era nata l’Unione, ma cominciava anche a profilarsi l’architettura che oggi conosciamo: maggiori poteri legislativi al Parlamento, per esempio, nonché la nascita del Consiglio dell’Unione Europea, che avrebbe riunito i ministri dei governi di ciascun paese (la sua formazione più nota è senz’altro l’Ecofin, che riunisce i ministri di economia e finanza dei paesi membri).

Si potrebbero citare anche l’istituzione della Commissione delle Regioni o gli altri punti programmatici (la rete di trasporti pan-europei, le politiche industriali, culturali o quelle a difesa del consumatore), ma il vero protagonista del trattato di Maastricht fu la moneta unica. Il trattato pose infatti le basi per l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2002 e istituì la Banca Centrale Europea. A garanzia della stabilità della futura moneta, furono fissati anche i cinque parametri per poter entrare a far parte dell’accordo monetario. Riguardavano: l’inflazione, i livelli del debito pubblico, i tassi di interesse, il tasso di cambio.

Dopo la firma del febbraio ’92, furono quindi indetti i referendum nei singoli paesi: vinsero di misura o per un pelo (in Francia si disse favorevole solo il 51% dei votanti), tranne che in Danimarca, dove la sconfitta degli europeisti, oltre a far traballare l’intero accordo, fu seguita dalla concessione di alcune deroghe. Non da ultimo, ci fu il problema dell’Inghilterra che si sfilò dall’accordo monetario e fece giungere il Trattato sull’orlo del fallimento. Nei paesi aderenti, poi, le dure manovre economiche per rispettare i parametri crearono tensioni sociali (in Italia si ricorda quella “lacrime e sangue”). Ma fino al 2007, anno della crisi dei debiti, l’Europa sembrò andare nella direzione sperata: aumentò il benessere e riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi membri.

Maastricht fu però anche un simbolo del cambiamento di rotta dell’idea di Unione. Con la ratifica di un patto che avrebbe legato in maniera inscindibile le economie europee, il progetto federalista politico di Altiero Spinelli veniva ribaltato. Anziché lottare per un’unificazione politica sempre più accentuata (nella forma di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa), ci si impegnava nella direzione della cooperazione economica e del benessere. L’unione politica sarebbe seguita spontaneamente. Si arrivava, del resto, da un periodo di “euro sclerosi”, tra i Settanta e gli Ottanta, periodo dal quale l’Europa era riuscita a disincagliarsi proprio grazie a una schiera di politici e pensatori pragmatici, il cui capofila divenne l’economista francese e presidente della Commissione europea Jacques Delors. La loro idea era chiara: perseguire l’assestamento degli interessi economico dei paesi membri. E la chiave sarebbe stata l’unificazione monetaria.

In rete, sul trattato di Maastricht, si trovano molti contributi dietrologici che ridurrebbero l’Europa a un comitato d’affari di banchieri senza scrupoli. Si tratta perlopiù di ciarpame, è chiaro, per quanto Maastricht fu un avvenimento geopoliticamente più complesso di come viene spesso presentato dalla retorica europeista. Una narrazione disincantata, cinica e plausibile dell’approdo alla ratifica porta il nome di Gianni De Michelis, l’allora Ministro degli Affari esteri del Governo Andreotti. La ricostruzione di quel che accadde allora fu pubblicata già nel 1996 sulla rivista Limes.

L’evento scatenante della fisionomia finale del Trattato fu infatti la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl negoziò infatti la riunificazione della Germania, a patto che si fosse accelerato il progresso di integrazione, come fu richiesto soprattutto della Francia. Le paure della Francia erano quelle che la Germania avrebbe potuto, come si diceva allora, federarsi non solo con la DDR, ma confederare l’intero blocco ex-sovietico (Russia esclusa, naturalmente). Il già allora potente marco sarebbe dovuto allora diventata la valuta su cui modellare l’euro, così come la Bundesbank avrebbe fatto da modello alla Banca Centrale Europea (BCE). Kohl accettò e la Repubblica Federale di Bonn spostò finalmente la sua sede al Reichstag di Berlino.

Ma il Guardian quel giorno non disse nulla di tutto questo. Si limitò a constatare un altro aspetto che riguardava la cittadinanza europea: che sarebbe bastata la residenza in qualunque paese europeo per votare o candidarsi alle elezioni in loco. E non trovò di meglio da dire che dunque ci si sarebbe potuti aspettare che anche la pornostar Cicciolina, allora parlamentare italiana, si sarebbe potuta candidare sul suolo inglese. Una dichiarazione fatta da una distanza politica siderale, quando ancora l’Inghilterra godeva di quel prestigio che le permetteva frasi snob del genere.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° novembre 2019

L’epopea di Blockbuster, il cinema da portare a casa

19/10/1985 • In Texas apriva il primo negozio; oggi ne resta solo uno in Oregon

Bend è una città dell’Oregon, ai piedi della Catena delle Cascate, una catena di montagne che la separa dall’Oceano Pacifico. Conta quasi 100mila abitanti (un po’ meno di Piacenza). È una di quelle città americane che – se ho ben visto da Google Maps – si raggiunge dopo aver percorso per ore e ore una statale circondata da deserto e arbusti, con qualche conifera che segnala l’avvicinarsi dell’abitato. In città, si può fare qualche escursione e bere birra, bevanda a cui sono dedicati ben tre punti dei dieci must see nell’opuscolo turistico. Nulla di più; senonché, quasi all’incrocio tra la Route 97 e la Route 20, tra un negozio di cannabis e un crematorio per animali, c’è un negozio di noleggio di videocassette e dvd unico al mondo, che – ci scommetto – proprio in quell’opuscolo prima o poi verrà inserito. L’insegna è una grossa etichetta blu, inclinata e strappata su un lato, dentro la quale si legge, in una cornice gialla e dello stesso colore, la parola “Blockbuster”.

Blockbuster significa campione di incassi, anche se quel block (= quartiere) e buster (= distruttore) rimanda alla sua origine di sinistro ordigno bellico. Il negozio è gestito da Sandi Harding, una robusta signora di 48 anni, cresciuta a pizze surgelate e videocassette prese a noleggio, come ha raccontato al Guardian. Ci lavora dal 2004. Nell’ultimo anno, si è vista arrivare un ragazzo dalla Spagna e una coppia dall’altra parte degli USA. Il primo, che in patria lavorava proprio da Blockbuster, è scoppiato in lacrime mentre videochiamava il suo ex-capo, aggirandosi tra gli scaffali dei film. La coppia, invece, era arrivata perché il loro figlio “facesse l’esperienza di vederne uno”; hanno noleggiato un dvd, consapevoli che non avrebbero trovato un lettore di vhs; poi, in albergo, hanno scoperto che nemmeno il lettore dvd c’era e sono stati costretti a comprare uno. Il motivo della visita del ragazzo spagnolo e della coppia americana è questo: a Bend si trova l’ultimo negozio Blockbuster rimasto sulla faccia della Terra.

Ora però prendiamo il nastro, infiliamolo nello sportello del videoregistratore e riavvolgiamolo finché un suono secco e meccanico ci avvertirà di poterlo rivedere dall’inizio, dopo i primi secondi di sfarfallio. Era il 19 ottobre del 1985 e a Dallas, in Texas, apriva il primo Blockbuster. Il negozio vantava un inventario di 6mila videocassette. Andò bene fin da subito e il fondatore, David Cook, investì altri sei milioni di dollari in un altro. Nel 1987 al cofondatore Wayne Huizenga, che lo aveva inglobato nella sua società mutuandone il nome, venne l’idea del franchising e fu il boom: negli anni successivi si arrivò a un ritmo di apertura di uno ogni 24 ore. Lo stesso anno, Blockbuster vinse la causa contro Nintendo per guadagnarsi anche il noleggio dei videogiochi e cominciò ad acquisire le maggiori rivali americane, sbarcando in una trentina di paesi. Nel 1998 arrivarono i primi dvd e il nuovo CEO John Antioco non si fece trovare impreparato: acquistò dalla Warner Bros i diritti di esclusiva per il noleggio, con un anticipo di sei mesi su quelli di vendita.

Forte di questo successo – del passaggio indolore tra vhs e dvd – Antioco aveva riso in faccia a Marc Randolph, che gli aveva proposto di acquisire la sua ditta di noleggio di dvd per posta, al prezzo di 50 milioni di dollari. La ditta si chiamava Netflix. Troppo facile ripensare ora a come sarebbe potuta andare se avesse accettato. Basti dire, però, che proprio quel no convinse Randolph a puntare tutto su un’azienda di software con l’obiettivo di “distruggere Blockbuster”. A dirla tutta, possiamo scrivere tranquillamente che, anche senza Randolph, sarebbe andata allo stesso modo. L’inevitabile fine del supporto fisico nel settore avrebbe condannato comunque al fallimento un’azienda che aveva da sempre puntato su un prodotto materiale. Nel 2004, Blockbuster impegnava più di 84mila persone e aveva 9mila negozi fisici. Quindici anni dopo, di quell’impero non restava più quasi nessuna traccia.

Volendo essere un po’ enfatici, per chi è nato e vissuto tra il 1980 e il 2000, Blockbuster ha portato il cinema, d’essai o campione d’incassi, nel salotto di casa; o almeno, lo ha reso definitivamente domestico. Oltre ad aver generato un fenomeno di nostalgia precoce. Personalmente, ricordo con la giusta commozione le liti con mia sorella per i film da guardare, ma anche per i pop-corn al caramello (anziché al cioccolato, che preferiva ed allora esistenti solo da Blockbuster), così come la gara a chi avrebbe infilato nella buca del negozio di via Aselli, a Cremona, la vhs o il dvd da restituire. Ma ricordo anche la faccia di mio padre quando si accorgeva di non aver restituito in tempo i film presi la settimana prima (lo si poteva fare entro il lunedì, altrimenti si pagava una multa); oppure la tessera di plastica sottile che era sempre in bella vista nel portafoglio dei miei. E poi tanti, tantissimi sabati sera passati lì a scegliere i film che avremmo visto. Non ricordo, invece, la musica di attesa del centralino che, mi hanno detto altri nostalgici, era quella dei titoli di testa di Star Wars.

Quando la notizia della fine di Blockbuster si diffuse, in molti provarono a reagire. Lo showman John Oliver, ad esempio, cercò di salvarne uno in Alaska, regalando al negozio il sospensorio usato da Russel Crowe nel film Cinderella Man. Ricevuto il cimelio, il negozio ricominciò a funzionare, ma dopo pochi mesi fallì come gli altri. Ancora nel 2008, Blockbuster compariva in una famosa scena nel film Yesman con uno stralunato Jim Carrey al telefono. Un omaggio in anticipo alla futura scomparsa? Sarebbe stata una bella uscita di scena, quella; ma la verità è che le notizie di perdite, chiusure, liquidazioni e licenziamenti si susseguirono senza sosta fino alla bancarotta. In Italia, Blockbuster arrivò nel 1994 e fallì nel 2012. Lo stesso anno in cui molti, a Cremona, passando da viale Trento e Trieste, videro le saracinesche del negozio abbassate per sempre.

E il Blockbuster di Bend city? Se lo volete vedere, non dovete affrettarvi: l’azienda che detiene il marchio Blockbuster ha rinnovato la licenza d’uso al negozio; e il contratto d’affitto dei locali non scadrà prima di qualche anno. Sono in tanti, comunque, compreso il New York Times, a chiedersi come sia possibile che sopravviva. Qualcuno ha parlato di una zona particolarmente difficile da collegare a una rete internet veloce abbastanza per lo streaming; altri, invece, sostengono che sia dovuto al carattere cinefilo della città (dove si tengono ben due festival all’anno). Nel frattempo, il negozio vende non solo vhs e dvd ma anche magliette e merchandising nostalgici: insomma, Blockbuster sta entrando nella mitologia degli anni ’90, insieme allo skateboard e alle converse. Lo si potrebbe candidare a museo ufficiale di quegli anni e forse non passerà molto prima che lo diventi. Intanto, si sa che sarà oggetto di un documentario, che però potrà essere visto per volontà dei produttori solo su supporto fisico e a noleggio e non in streaming. No, certo che no: e se ve lo perderete al cinema, probabilmente basterà cercarlo su Netflix.

Il Piccolo di Cremona, 19 ottobre 2019

“La lingua disonesta” di Edoardo Lombardi Vallauri

Quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca? La risposta è: nessuno. Mosè non caricò nessun animale a bordo della biblica imbarcazione. A farlo fu Noè e i più attenti si saranno accorti dell’errore. Se invece siete stati ingannati dalla formulazione della domanda, a trabocchetto, non c’è da preoccuparsi: senza accorgersi dell’errore, la maggior parte degli intervistati ha risposto in un attimo
“due animali”. Si tratta di un esperimento che mostra l’efficacia di una delle molte strategie linguistiche di cui si occupa il linguista Edoardo Lombardi Vallauri nel suo libro, “La lingua disonesta– Contenuti impliciti e strategie di persuasione” (il Mulino, pp. 285, 16 euro).

Il trucco è semplice: spostare l’attenzione su un argomento preciso del discorso – il numero di animali di ciascuna specie – e farla abbassare sulla parte che contiene un errore – sostituire Mosè a Noè. Vi ricorda qualcosa? È lo stesso trucco dei prestigiatori: concentrare l’attenzione su un gesto e nel frattempo farne un altro di nascosto. L’uso di questo metodo nella pubblicità è invalso. Per esempio: se di un cibo scrivo che quest’eccellenza italiana si trova sugli scaffali di ogni supermercato (l’esempio è inventato) sposto l’attenzione sul fatto che il prodotto si trovi in un certo luogo, dando per scontato che sia un’eccellenza.

Ecco qui, invece, un esempio di strategia detta “implicatura” : nell’Ottocento si leggeva su alcuni cartelli nelle scuole della Bretagna: “Vietato sputare e parlare bretone”. Ora, i cartelli non dicevano esplicitamente che parlare bretone fosse estremamente maleducato come lo è sputare: lo lasciavano intuire. E ciò che li rendeva così sottilmente e ambiguamente efficaci è proprio questo: non erano espliciti. Lasciando a noi il compito di trarre le conclusioni, i messaggi di questo tipo ci costringono ad abbassare quella che Lombardi Vallauri chiama la “vigilanza critica”: “L’essenza persuasiva di questi impliciti sta nel fatto che il destinatario, poiché non “ vede” l’emittente asserire quel contenuto, e anzi è lui stesso a costruirlo, più difficilmente lo metterà in discussione”.

Il libro di Lombardi Vallauri è un florilegio di gustosi esempi di strategie implicite pubblicitarie e incursioni nel linguaggio allusivo dei politici. C’è poi una sezione dedicata ai meccanismi antropologici
e neuro – linguistici sottesi ai nostri modi di ragionare, più complessa senz’altro , ma fondamentale per capire le radici evolutive e fisiologiche delle nostre strategie cognitive.

Oltre al valore scientifico, il libro è percorso poi da un fine educativo preciso, di natura sociale e politica. Non si tratta di un forzoso orientamento dei gusti merceologici o delle preferenze politiche (gli esempi sono bipartisan), ma la volontà di accrescere la nostra capacità di riconoscere le strategie delle comunicazioni promozionali e propagandistiche: una fonte di guadagno per tutti coloro che si identificano nel ruolo di consumatori e cittadini consapevoli. Scrive Lombardi Vallauri: “occorre alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste anche i fenomeni linguistici. Perché dove non si può più abusare liberamente dello strumento linguistico, manipolare diventa molto più difficile”.

(Una versione ridotta della recensione è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 12 ottobre 2019)

Dido Castelli: dai “I Bastardi di Pizzofalcone 3” alla nuova opera su Alberto Sordi

Non solo gialli. Lo sceneggiatore Dido Castelli, nato a Cremona nel 1956, è noto nel mondo dello spettacolo prevalentemente per la sua carriera televisiva. E la sua carriera proprio di serie tv è fatta, perlopiù gialle: da “Un commissario a Roma” alla terza e prossima stagione dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma oltre ad aver diretto anche alcuni film, uno dei lavori che può appuntarsi con maggiore orgoglio è senz’altro il film Rai “In arte Nino”, con Elio Germano, che è il ritratto di quello che Castelli considera il suo più grande maestro: Nino Manfredi. “Tra i grandi della commedia all’italiana – dice Castelli – lui era il più tecnico, il più americano, il meno personaggio e più attore. Elio Germano, che sul set è un vero perfezionista, si fece convincere a interpretarlo proprio perché la parte sarebbe stata per lui un vero atto di prova”.

In questo periodo, Castelli sta lavorando a un analogo ritratto televisivo su Alberto Sordi. “Sono molto orgoglioso che il ritratto di Sordi, l’icona massima nel cinema della romanità, sia stato affidato a me, che sono un cremonese. A differenza di Manfredi, non l’ho mai conosciuto personalmente. A maggior ragione, quindi, mi sono dovuto documentare moltissimo, soprattutto per raccontare l’inizio della sua carriera. In generale, quando si tratta di ritratti di grandi attori, gli esordi, che sono la parte ovviamente meno conosciuta, sono per certi versi anche quella più interessante: con il successo, molti tendono ad assomigliarsi, ad assumere un po’ gli stessi difetti. Nel caso di Sordi, una delle difficoltà maggiori sta nell’interpretazione: riprodurne semplicemente la maschera significherebbe farne una caricatura”.

Cosa significa scrivere per la televisione, con le sue scadenze e i suoi tempi?

Nella mia esperienza ho lavorato prevalentemente per la Rai ma anche per un altro grande network come Mediaset: in entrambi i casi, la scrittura di una serie tv è seguita da vicino dai cosiddetti funzionari ed editors, professionisti delle reti televisive. Il loro compito non è certo modificare la volontà dell’autore, ma fare in modo che i soggetti si adattino al meglio al pubblico di destinazione. Nel caso della tv generalista, il lavoro è difficile: a differenza di piattaforme come Sky e Netflix, che possono contare su pubblici più settoriali e quindi personalizzare i loro prodotti, i network come Rai e Mediaset devono prevedere un pubblico ben più variegato. In quel caso, i giovani restano i più difficili da raggiungere. Molti autori cercano allora di produrre qualcosa di un po’ più innovativo, un po’ più internazionale: ma l’ultima parola ce l’ha sempre il network.

Per quanto riguarda invece la realizzazione vera e propria di una serie, nell’ambito televisivo il rapporto autoriale tipico del cinema si rovescia: il regista non viene considerato il maggiore responsabile del prodotto; l’intelaiatura e l’autonomia creativa è più limitata e si deve rispettare un andamento seriale; perciò, è chi scrive i soggetti a dare la linea; e il regista si occupa della messa in scena. Se mi chiede come funziona più nel dettaglio, prendiamo l’ultima serie a cui sto lavorando, “I bastardi di Pizzofalcone”. È tratta dal romanzo di Maurizio De Giovanni. I personaggi che ha inventato nei suoi romanzi sono tutti presenti anche nella trasposizione televisiva. Ma per alimentare lo svolgimento di un prodotto seriale non basterebbero: ne abbiamo aggiunti altri. E per la verità, anche un solo sceneggiatore di solito è insufficiente: in questo caso, siamo una squadra di sei persone. Altrimenti, non sarebbe possibile la realizzazione di una serie intera nel giro di un mese, un mese e mezzo. Oltre a noi, come dicevo, c’è anche il personale del network, che ci presenta delle esigenze specifiche. Una di queste, ad esempio (e giusta peraltro), è stata quella di riservare ad Alessandro Gassman la parte più rilevante (quella dell’ispettore Giuseppe Lojacono) che nei libri non sempre risultava così centrale.

Mi chiede se ci sono delle regole di scrittura per i soggetti? Be’, ne esiste una generale che è quella di seguire due linee narrative. La prima è detta verticale, cioè attraversa la singola puntata: nel caso del giallo, si tratta delle vicende che portano alla risoluzione del caso sorto all’inizio di ogni puntata e che la chiudono. La linea orizzontale, spesso di natura sentimentale ma non solo (si veda l’esplosione dell’ultimo episodio della serie), attraversa invece le puntate e le stagioni.

Posto che rivelare qualcosa Le sarà vietatissimo, ci può dire come sarà la prossima stagione dei Bastardi di Pizzofalcone?

Un po’ più noir.

Lei vive ormai da decenni a Roma: ha mantenuto un buon rapporto con la sua città natale, Cremona?

Cremona è sempre nel mio cuore: che io sia di Cremona, per dire, lo sanno bene anche i miei colleghi, e sento di rappresentare una di quelle tante provincialità che Roma ha saputo accogliere. La mia identità non può fare a meno del rapporto con la mia città natale. Purtroppo, ci vengo molto raramente, soltanto per trovare i parenti che mi rimangono. Ma Cremona, per me, resta un luogo dell’anima. La mia infanzia è fatta di nebbie, del Po e della città: sono nato in piazza Padella (una poco nota ma curiosa laterale di via Sicardo, dietro il Palazzo vescovile, ndr); poi mi sono trasferito in via Massarotti, che allora era quasi periferia. E fino ai 14-15 anni, quando ormai abitavo a Roma, ho passato diverse estati nella casa di famiglia di via Bonomelli.

Mi riprometto spesso di tornarci e confesso di avere un sogno: girare lì una fiction. Non che non ci abbia provato, ma non essendoci una film commission ci sono diversi problemi per chi si trova a deve allestire proprio lì un set. Eppure, sarebbe una location davvero bella e piena di fascino. Quindi sì, spero di tornarci ancora una volta, e di doverlo fare per motivi di lavoro.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 settembre 2019