Enrico VIII, da difensore della fede a fautore dello scisma

7/3/1530 • Papa Clemente VII conferma la validità del primo matrimonio del sovrano, che sposa comunque Anna Bolena. La storia cambia

“The King’s great matter”, la “Gran Questione del re” (d’Inghilterra, naturalmente) fu ben più di un semplice divorzio. Anche perché il matrimonio in questione, quello tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona, non era nato sotto i migliori auspici. “Se uno prende la moglie di suo fratello, è un’impurità, egli ha scoperto la nudità di suo fratello; non avranno figliuoli”. Così, il Levitico. E questo era il caso di Enrico: all’età di 23 anni, sposando Caterina, si era legato alla vedova del fratello Arturo, primogenito di Enrico VII di York. Il matrimonio era stato benedetto nel 1513 dalla bolla papale dall’energico Giulio II: un personaggio ben diverso da Clemente VII, il papa che quel 7 marzo 1530 prese una decisione destinata a cambiare la storia d’Europa: negare a Enrico l’annullamento della dispensa papale che lo aveva sposato.

Nonostante la benedizione divina, del resto, il matrimonio sembrava sul serio segnato dalla maledizione biblica: ai coniugi aveva portato solo figli morti e un’erede, Maria, con il difetto di essere donna. Un clima opprimente cominciava a serpeggiare a corte, sostituendosi a un periodo di grandi speranze. Per molti inglesi fu un gran sollievo vedere il nuovo re, appena diciassettenne, succedere nel 1509 al padre. Con l’appoggio dei suoi cancellieri, Enrico aveva tolto molte restrizioni che erano state imposte alla nobiltà e si era liberato di collaboratori impopolari. Era, del resto, il re, un uomo raffinato, che fin da bambino era stato preparato alla carriera ecclesiastica e, poi, a quella di regnante. Alto e robusto, solo verso i 40-50 anni avrebbe ceduto all’obesità. Danzatore, cacciatore, fu anche compositore di un certo talento: scrisse una celebre canzone (“Pastime with good company”), una vera hit di allora, che circolò come “La ballata del re”.

Pur non essendo un grande uomo d’armi, seppe scegliere con cura i suoi luogotenenti. Nel 1513 delegò al conte di Surrey il contrattacco all’invasione scozzese, il quale batté i nemici, uccidendo re Giacomo sul campo. Seguì il suocero, Ferdinando II D’Aragona, nella guerra contro la Francia e affidò a Thomas Wosley una campagna militare che fruttò popolarità a Enrico e soprattutto a Wolsey, nominato arcivescovo e lord cancelliere. La carriera di Wolsey, collaboratore e amico di Enrico, sembrò così brillante da fargli arrivare ad ambire il soglio pontificio. Del resto, lo stesso Enrico intratteneva ottimi rapporti con Roma. A parte la benedizione del matrimonio, quando nel 1519 l’Europa cominciò a essere percorsa dalla Riforma protestante, il re scrisse insieme a Wolsey e al suo cancelliere Thomas Moore (Tommaso Moro) un libello che affermava con forza il primato del Papa e il valore dei sette sacramenti, alcuni dei quali negati da Martin Lutero. Lo stesso Moore si mostrò sorpreso dell’intransigenza del sovrano, che in virtù del suo zelo venne nominato dal pontefice “Difensore della fede”.

Nel 1519 un avvenimento cambiò le sorti d’Europa: grazie a un’irripetibile politica matrimoniale, il Regno di Spagna, quello di Borgogna, e l’Austria furono concentrati nelle mani di un solo sovrano, Carlo V d’Asburgo. Nel 1521 il re divenne imperatore del Sacro Romano Impero e nel 1525, durante la battaglia di Pavia, la fanteria spagnola annientò l’esercito francese, catturando il re. L’equilibrio di forze era definitivamente cambiato e l’Inghilterra tolse il suo appoggio alla Spagna. Ma anche la politica interna stava mutando: in peggio. Nel 1523, Wolsey fu costretto a convocare il Parlamento per imporre ai nobili il pagamento delle tasse necessarie a scongiurare la bancarotta sfidandoli in un fallimentare braccio di ferro. Tutte le responsabilità del disastro – alcune tasse non solo non furono pagate ma vennero addirittura abolite – ricadde su Wolsey. Il re, del resto, sembrava assorto in tutt’altre questioni. Il problema del divorzio dominava incontrastato, almeno da quando Enrico aveva cominciato una relazione con la più famosa delle sue amanti, Anna Bolena.

Anna Bolena resta un personaggio leggendario: figlia di un nobile inglese, cresciuta in Francia, con un misto di arroganza ed eleganza seppe farsi largo tra le ammiratrici e le amanti del re, fino a conquistarne il cuore e diventare regina. Il matrimonio fu celebrato nel gennaio del 1533 e tenuto segreto fino al giorno di Pasqua, quando l’arcivescovo di Canterbury dichiarò annullato il matrimonio precedente. A nulla erano servire le pressione su Clemente VII, che si era rifiutato di acconsentire all’annullamento. Comprensibile: di mezzo, ci si era messo nientemeno che Carlo V, il nipote di quella Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico. Nel 1527, colpevole di aver ordito una lega antispagnola, del resto, il Papa era stato punito da Carlo con il Sacco di Roma e fatto prigioniero.

Le vicenda che portò alla definitiva rottura con la Chiesa cattolica fu costellata di episodi drammatici come l’esecuzione dei cancellieri Wolsey e Moore, sostituiti da Thomas Cromwell, duca di Essex, che ne guidò il compimento. Preso il controllo del concilio dei vescovi, Cromwell propose al sovrano la soluzione radicale dello scisma, che avrebbe permesso al re di prendere in sposa Anna Bolena, ma anche di riunire nelle sue mani un potere e ricchezze mai viste. La misura convinse il re, che pensò di poter disinnescare così in anticipo la Riforma protestante e risolvere i problemi delle disastrate finanze inglesi. La decisione del re venne così ratificata anche dal Parlamento con l’“Atto di supremazia” (1534). Facendo del re il vicario di Cristo sul suolo inglese, si consumava lo scisma anglicano. E a nulla valse la scomunica di Clemente VII.

Il terremoto scismatico ebbe immediate ripercussioni pratiche, tra cui l’annullamento del matrimonio. Ma la maturazione teologica richiese tempo: Enrico rimase convinto avversario di Lutero e ancora oggi la Chiesa anglicana porta le tracce del pensiero personale del sovrano inglese, fatta com’è di celibato e transustanziazione, ma anche del principio per cui l’uomo può salvarsi senza l’aiuto della Chiesa. Dal punto di vista economico, i vantaggi furono enormi: vennero smantellati gli oltre 800 monasteri e ne furono incamerate le ricchezze. Furono anni difficili, sia per la resistenza da parte del clero che per una politica crudele di Enrico nei confronti della nobiltà più riottosa. Perfino Cromwell, l’artefice dello scisma, venne imprigionato e giustiziato e si contano almeno altre 50 esecuzioni, compresa quella di Anna Bolena che, dopo la prima figlia Elisabetta, non diede alcun erede al re. Imprigionata nella torre di Londra con l’accusa di cospirazione, fu decapitata nel 1536.

Negli anni che seguirono Enrico si sposò altre quattro volte. Prima con una nobildonna inglese, Jane Seymour, dal cui matrimonio nacque il futuro Edoardo VI, ma che costò la vita a Jane subito dopo il parto. Poi ci fu un matrimonio d’interesse con una nobildonna tedesca protestante, Anna di Clèves, che non durò a lungo: Enrico si era già invaghito di una sua dama di compagnia, Caterina Howard, donna chiacchierata che intratteneva probabilmente già diverse relazioni quando convolò a nozze con re. Intemperanze che costarono la vita a lei e al suo amante. La sesta moglie fu Caterina Parr, una ricca vedova che, nonostante i dissapori con il re, riuscì a sopravvivergli. Alla morte del re, diventato mostruosamente sospettoso e obeso, si succedettero il figlio, una sorellastra e la figlia Maria che, fervente cattolica, abolì l’Atto di supremazia, facendo vacillare la riforma anglicana. La svolta arrivò nel 1558, quando salì al trono Elisabetta I, la figlia di Enrico e Anna Bolena. La regina non solo inaugurò una stagione mirabile per il suo Paese – l’età di Shakespeare, per capirci – ma ristabilì l’eredità religiosa del padre: sotto il suo regno, fu riaffermato l’“Atto di supremazia” (1563) e, nonostante i ciclici sussulti cattolici, l’isola assunse in modo definitivo la fisionomia religiosa che ancor’oggi conosciamo.

“Alte tirature” e “Tirature ‘91” di Vittorio Spinazzola

Sembra quasi impossibile leggere di una figura retorica come l’ipotiposi in una recensione dedicata a Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, romanzo giovanilista, provocatorio e in parte pornografico uscito qualche anno fa a firma della catanese Melissa Panarello. Eppure, tra le righe del testo in questione (“Le spazzole di Melissa P.”), ci sono affondi critici degni di un libro capolavoro letterario: “i riecheggiamenti di una letterarietà poeticistica orecchiata a lezione”; “una campionatura di rappresentanti del sesso maschile variata con estrosità policroma”; “un grossolano armamentario goticheggiante”.

Se ne è andato da poco l’autore di queste righe, Vittorio Spinazzola (Milano 1930-2020). Di origini venete e siciliane, Spinazzola era nato e cresciuto a Milano, insegnava da sempre all’Università Statale, il suo cavallo di battaglia accademico era Antonio Gramsci e aveva avuto il merito impareggiabile di aver fatto riscoprire all’Italia I Viceré di De Roberto. Lo si ricorda ora però per il suo estro critico rivolto non solo ai libri entrati nel canone letterario italiano, ma anche a quelli premiati dal successo di vendite. Troppo tecnicamente preciso, teorico, per un pubblico vasto ed eccessivamente modesto l’oggetto del suo interesse per un pubblico snob, Spinazzola non ha goduto del successo ancora più ampio che avrebbe meritato.

La recensione citata prima fa parte di un saggio memorabile (Alte tirature) che si apriva con delle pagine dedicate ai libri su Fantozzi di Paolo Villaggio e prendeva in esame, poi, i successi di Susanna Tamaro, Giorgio Faletti e Federico Moccia, ma anche di Roberto Saviano e altri bestsellers. Nella raccolta di scritti “Tirature ‘91”, Spinazzola dava l’avvio a un percorso editoriale sulla letteratura del presente che conobbe alterne fortune. Il libro resta mirabile, almeno per i suoi due pezzi programmatici, dove scrive:

Naturalmente, parlare di questi libri non significa affatto parlarne senz’altro bene. Ci mancherebbe. Vuol dire soltanto discuterli con attenzione, nel merito, senza pregiudizi, proprio come si fa con quelli destinati all’uso esclusivo dei lettori più esigenti. Ci sono due presupposti, però. Occorre essere d’accordo che la letteratura non è fatta soltanto delle opere che ottengono il consenso delle persone smaliziate ma anche di quelle che vengono preferite dalle persone ingenue: la funzione che assolvono è la stessa, cioè di appagare a livelli diversi i bisogni dell’immaginazione.

Ma c’è un altro presupposto che, sempre nel giro di quelle poche righe, Spinazzola invitava ad accettare: e cioè le regole del mercato applicate ai libri. “Notoriamente l’editore non è un benefattore: è un imprenditore, che giustamente persegue il suo vantaggio economico, per il buon motivo che altrimenti fallisce”. Non certo il mondo ideale, ma il migliore tra quelli possibili. È qui che Spinazzola inseriva il lavoro cruciale del critico, volto a limitare gli effetti negativi dell’industria culturale, il cui interesse non poteva coincidere – come lui stesso ammetteva – con “lo sviluppo culturale collettivo”. La critica, dunque, come quarto potere culturale dopo l’accademia, l’editoria e le vendite. E, come ha ricordato Stefano Salis, con un fine preciso: mettersi al servizio del lettore.

Come controllare un popolo, la buia epopea della Stasi

8/2/1950 • 70 anni fa nasceva la polizia segreta della Germania Est: schedato un cittadino su quattro

Il 10 novembre 1989, una lunga fila di macchine intasava la Friedrichstraße di Berlino: decine di Trabant, le rumorose macchine della Repubblica Democratica Tedesca (RDT), erano incolonnate di fronte al Check Point Charlie, per ricevere e spendere i 100 marchi che avrebbero ricevuto una volta entrati a Berlino Ovest. Il giorno prima, il 9 novembre, le autorità della RDT avevano dichiarato oltrepassabile il confine che, da 28 anni, nella forma di un lungo muro, separava le due Germanie. Nelle settimane che seguirono, i berlinesi dell’Est affluirono in massa nei negozi occidentali per acquistare tutto quello che avevano sognato di avere. Tra gli acuisti più stani, figuravano decine di tritadocumenti. A cosa dovevano servire, fu chiaro la mattina del 4 dicembre, quando una folla di protestanti fece irruzione in un palazzo nella Normannenstraße e trovò montagne di strisce di carta accatastate e sacchi riempiti da frammenti di documenti. Il palazzo era quello del Ministero della Sicurezza di Stato (in tedesco: “Ministerium für das Staatssicherheit”), conosciuto da tutti con il nome di “Stasi”.

Oltre alle montagne di documenti fatti a pezzi, agli occhi dei manifestanti si aprì uno scenario inquietante: nei sotterranei del palazzo c’erano 170 chilometri di scaffali contenenti documenti che schedavano 6 milioni di persone di cui 4 milioni, cittadini tedeschi orientali. La popolazione della RDT contava allora 17 milioni di abitanti: quasi 1 abitante su 4, quel giorno, avrebbe potuto trovare un dossier su se stesso. In totale, i registri riportavano 180mila agenti ufficiali e 120mila “inoffizieller Mitarbeitern”, ovvero “collaboratori non ufficiali”. In altre parole, spie sotto copertura. Risultava, quindi, in rapporto al totale della popolazione, 1 ufficiale della Stasi ogni 120 abitanti; includendo i collaboratori non ufficiali, il numero saliva a 1 ogni 56. Numeri sproporzionati rispetto a qualsiasi altro servizio di sicurezza e spionaggio del mondo, compresi i paesi del blocco socialista. In URSS, i numeri erano di 1 ogni 600; in Repubblica Ceca, 1 ogni 900; e in Polonia 1 ogni 1.500. Com’era stato possibile creare un simile mostro?

La storia della Stasi comincia l’8 febbraio 1950, quando il neonato ministero prende il posto del “Kommissariat 5”, la struttura sovietica di sorveglianza istituita alla fine della Seconda guerra mondiale. I compiti della Stasi erano di sorveglianza interna e spionaggio estero, unificando di fatto le funzioni esercitate dal Ministero degli Interni sovietico e dal KGB, la rete spionistica del Cremlino. Con un organico di 1.000 dipendenti e la funzione iniziale di prevenzione nei confronti di eventuali risorgenze naziste, la Stasi cominciò ad allargare il suo raggio d’azione anche nei confronti dei dissidenti interni del regime. Quando il suo capo più longevo, Erich Mielke, prese il comando nel 1957, il numero di dipendenti era già arrivato a 14.000. La Stasi di Mielke divenne una rete di controllo onnipresente: in qualsiasi ufficio pubblico, nelle scuole, nelle università, nei consigli di fabbrica, nei sindacati, nello sport, perfino nei movimenti e nei gruppi di opposizione, poteva annidarsi un collaboratore.

Che la Stasi potesse contare, tra le proprie fila, nomi di insospettabili, lo dimostrano almeno due casi di eminenti politici, simboli dell’opposizione al regime, rivelatisi poi dei “collaboratori non ufficiali”: Ibrahim Böhme e Wolfgang Schnur. Böhme era stato un avvocato per i diritti civili e uno dei maggiori rappresentanti dell’IFM, movimento di protesta pacifico della RDT nei tardi anni ‘80, diventando poi il capo del partito socialdemocratico nelle uniche elezioni libere della Germania Est. Nel 1990 a pochi mesi dalle elezioni, si scoprì invece della sua collusione con la Stasi. Schnur, anch’egli avvocato per i diritti civili e rappresentante di “Alleanza per la Germania”, fu colpito da un infarto poco dopo che, ancora nel 1990, la stampa rivelò la sua iscrizione nei registri della Stasi. “Alleanza per la Germania “era stato il partito uscito vincente dalle elezioni nella RTD e proprio Schnur sarebbe dovuto diventarne il primo presidente liberamente eletto.

Paolo Soldini, corrispondente dell’Unità, in un programma radio andato in onda qualche anno fa su Radio 2 (“La Stasi sopra Berlino”, a cui la rievocazione che state leggendo deve molto) raccontava, oltre agli episodi dei collaboratori celebri, anche quelli dei celebri perseguitati. Un caso estremo riguardò lo scrittore dissidente Jürgen Fuchs, che dichiarò di essere stato esposto, nel periodo di detenzione, a radiazioni perché gli fosse indotta la leucemia. Un altro caso interessante, dal momento che la donna ne fece un caso di studio, riguardò due noti attivisti: Ulriche Poppe e suo marito Gerd. Ulriche ricostruì le forme di controllo messe in atto dalla Stasi. Si andava dai prevedibili controlli della posta, alle più inquietanti raccolte di informazione scucite ai conoscenti e agli amici, fino ai temibili protocolli di ascolto ambientale e di osservazione diretta. Poppe ha pubblicato molti dei documenti che la riguardavano, alcuni dei quali, per inconsistenza, sono al limite del ridicolo: “I soggetti si riuniscono in soggiorno e posano sul tavolo dei recipienti che contengono, verosimilmente, caffè”; oppure “il soggetto entra in un negozio di alimentari ed esce con un sacchetto il cui contenuto non è stato possibile identificare”.

I coniugi Poppe raccontavano, tra l’altro, di un misterioso agente K, omonimo di un attuale investigatore privato berlinese, messo alle calcagna della coppia. Che si tratti della stessa persona è molto probabile. Ma perché, si chiedeva Soldini, i due coniugi non hanno provveduto a denunciarlo? Perché sarebbe stato inutile. In base a una sentenza della Corte di Karlsruhe (l’omologa tedesca della nostra Corte Costituzionale), gli ex agenti della Stasi sono punibili per reati specifici, ma non per il lavoro di spionaggio. 

Per farsi un’idea di cosa fu la Stasi, c’è un film di Florian Henckel che può aiutare molto in questo senso: “Le vite degli altri”, uscito nel 2006. Il film mostra bene l’insostenibile clima di sospetto e di oppressione, nonché la scia di inimicizie, dolori e lutti che accompagnava l’attività di controllo della polizia segreta. Vale la pena vederlo, senza dubbio; così come vale la pena raccontare un ultimo aneddoto, e cioè quello che coinvolgeva gli agenti soprannominati “Romeo” e “Giulietta”. Non erano agenti specifici ma ruoli che giovani avvenenti ricoprivano e che consistevano nel sedurre le vittime dello spionaggio per carpire informazioni nel segreto dell’intimità. Se pensate che la parte di maggior rilievo venisse ricoperta dalle Giuliette, vi sbagliate: erano i Romeo inviati nelle amministrazioni della Germania Ovest a essere i più temuti. A pensarci, sembra operetta. Allora, invece, il sapore era molto amaro.

Il Piccolo di Cremona, 8 febbraio 2020

John Ford: e la storia americana divenne mito

1/2/1894 • Oggi è l’anniversario della nascita del grande regista americano che pose le basi per il genere western

Se l’America è il suo cinema e il western, il cinema americano per eccellenza, allora John Ford è l’America. Eppure, il regista da quel nome fin troppo americano, si chiamava in verità Sean Aloysius O’Feeney ed era nato da una famiglia irlandese a Cape Elizabeth nel Main, sulla East Coast, il 1° febbraio del 1895. Delle sue origini John Ford non solo parlava spesso, ma erano per lui motivo di orgoglio. Del resto, alla patria dei suoi antenati dedicò alcuni film, come Il traditore (1935) e Un uomo tranquillo (1952), e nel 1921 venne perfino coinvolto nella ribellione irlandese, procurando finanziamenti al partito ribelle Sinn Féin. Ma cosa ci poteva essere di più americano di un figlio di immigrati, diviso negli affetti tra la patria d’adozione e quella di origine, partito per il West per fare fortuna? Il West, per Ford, si chiamava Hollywood.

Sean O’Feeney divenne John Ford, dopo essere stato Jack Ford (come continuarono a chiamalo solo gli amici), al suo arrivo California, nemmeno ventenne, seguendo il fratello Francis, di una dozzina d’anni più anziano di lui, che proprio a Hollywood lavorava. Negli anni Dieci il cinema americano, attirato dai grandi spazi, ma spinto anche dall’assenza dei sindacati, si era trasferito da New York a Los Angeles, dalla East alla West Coast. Ford cominciò come tuttofare, ma si dimostrò subito un abile direttore di scene d’azione. Un noto attore di allora, Harry Carey, propose quindi a Ford di dirigerlo nel primo lungometraggio della storia del genere e di proporre il film alla Universal Pictures. Fino ad allora, il genere consisteva in brevi storie di non più di venti minuti. Il film piacque. Furono scritturati e il sodalizio continuò fino al 1923, quando Ford decise di abbandonare Carey e la Universal per la Fox Film Corporation. Con uno stipendio di 600 dollari alla settimana, divenne il regista più giovane e meglio pagato di tutti gli Stati Uniti.

Da quel momento, la carriera di Ford cominciò a decollare e diresse il suo primo film di successo, Il cavaliere d’acciaio (1924). Ma fu Ombre Rosse (1939) a cambiare tutto. Se dopo Stagecoah (in italiano, “diligenza”) Ford fosse improvvisamente morto, ci si sarebbe comunque ricordati per sempre di lui. Il film pone le basi di quasi tutto il western, fino almeno alla metà degli anni ’60. C’è John Wayne, pilastro iconico del genere; compare per la prima volta la Monument Valley, la quinta scenografica che da allora fu il west; ci sono gli indiani e i loro agguati; c’è un campionario di protagonisti, non proprio senza peccato, ma dal grande cuore: la prostituta, il medico ubriacone, il giocatore d’azzardo e il fuorilegge. E l’assalto alla diligenza, scena che nessun serio manuale di regia può dimenticarsi di citare. Di film, ne sarebbero seguiti altri, certo non tutti all’altezza di quel capolavoro, ma molti memorabili. Tra questi, vale la pena di citare la “trilogia della cavalleria”, girata tra il 1948 e il 1950, che comprende: Il massacro di Fort ApacheI cavalieri del Nord-Ovest e Rio Bravo. Tutti e tre interpretati da John Wayne.

Si dice che Ford, dopo aver visto il film Il fiume rosso (1948) del collega e rivale nel genere Howard Hawks, avesse esclamato: “Quindi John Wayne sa anche recitare!”. In realtà, aveva ragione, almeno in parte. Wayne, il cui vero nome era Marion Robert Morrison, aveva come Ford origini irlandesi. Era stato un giocatore di football di qualche successo, che aveva cominciato a lavorare a Hollywood come cascatore, l’antenato degli stunt man. Fu proprio Ford a proporlo e ad affidargli parti sempre più rilevanti. Sul set con lui – raccontano – Ford era severo e in privato, a volte, perfino sprezzante. Quando gli chiedevano che regalo fare a Wayne, rispondeva: “Non regalategli un libro, ne ha già uno”. Ma la verità è che, come ammise l’attore, per lui, fu quasi un padre. L’altro attore prediletto da Ford fu Henry Fonda. Lo scelse per ruoli più politici, retorici, come nel caso del Lincoln in Alba di gloria (1939), ma anche epici, come in Furore (1940), facendogli interpretare il protagonista del romanzo Tom Joad.

Goffredo Fofi, nel suo libro sulla storia del cinema ha scritto: “Ford canta gli umili costruttori dell’America – contadini, soldati, artigiani – nel momento dell’edificazione. Elabora e definisce figure “classiche” di pionieri, caratterizzati da una gentile propensione all’autoironia. Essi incarnano funzioni, sanno il loro compito e come svolgerlo. Più spesso sono sceriffi non per scelta, medici ubriaconi o sfortunati, soldati (a difesa della fragile e nuova nazione). Dentro un ordine comunitario, anche gerarchico (la  gerarchia è stabilita dalla necessità, è prodotto della priorità, volta a volta, di una funzione), che va fondato, coordinato, difeso, e del quale il focolare domestico è il nucleo prioritario”. 

Ford: regista ma non artista? Be’, pensate alle sequenze iniziali e finali di Sentieri selvaggi (1956): una porta si apre e la macchina da presa, dall’interno di una casa di legno, pian piano esce, inquadrando la sagoma lontana di un cavaliere solitario, sullo sfondo della Monument Valley. È John Wayne, naturalmente. Violini e fiati in sottofondo; ad aspettarlo, dalla veranda, una famiglia e un’avventura, che si concluderà proprio con la sua sagoma solitaria che si allontana e una porta che su di lei si richiude. 

Ford non girò solo western e nemmeno western tutti uguali; sul finire di carriera, imboccò addirittura la strada del revisionismo nei confronti degli indiani, ancor prima di Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn. Ma il destino che gli era spettato si era compiuto: la storia americana, dietro la sua macchina da presa, era diventa mito, leggenda. I suoi campi, profondi come gli spazi sconfinati d’America e i suoi attori, peccatori destinati mai a vincere del tutto, ma a far trionfare il bene: ecco l’America che forgiava il suo mito, mentre il mondo restava a sognarlo.

“Quali sono i miei registi di riferimento? Beh, direi John Ford… John Ford e John Ford”, disse a Peter Bogdanovich Orson Welles. Ma anche il regista Akira Kurosawa si lasciò scappare che non era stata l’arte giapponese a ispirare i suoi film: disse che John Ford era stato il suo più grande punto di riferimento. E come non pensare a Sergio Leone, che sognava il far west nelle calde estati romane e che sta a Clint Eastwood come Ford sta a Wayne. When the truth becomes legend, print the legend, quando la verità diventa leggenda, tu stampa la leggenda, si dice alla fine di L’uomo che uccise Liberty Valance (1960). Ben fatto, John.  

Il Piccolo di Cremona, 1° febbraio 2020

1919 e 1994: le due vite del Partito Popolare

La doppia ricorrenza • In entrambi i casi fu fondato il 18 gennaio: il successo della futura Dc e lo sfortunato ritorno alle origini

I rapporti tra i cattolici e il Regno unitario erano partiti con il piede sbagliato. La breccia di Porta Pia (1870) non solo aveva interrotto i lavori del Concilio Vaticano: aveva fatto cessare il millenario potere temporale della Chiesa. Pio IX, che durante il suo pontificato aveva visto ridursi il suo regno fino alla cancellazione, proclamò nel 1875 il “Non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni. Nonostante quasi tutti lo osservarono, dato il numero ristrettissimo degli aventi diritto al voto (il 2% della popolazione), sarebbe stato assurdo pensare di poter escludere per sempre la quasi totalità degli italiani dalla vita pubblica. E così, sospinti dal nuovo pontefice Leone XIII, i cattolici si organizzarono nell’Opera dei congressi, una lobby ante litteram per portare avanti i diritti della Chiesa e dei fedeli.

La prima fase del movimentismo cattolico fu guidata da Romolo Murri, un sacerdote marchigiano con in testa l’idea di fondare un partito. Il gruppo attorno al sacerdote fu chiamato “democrazia cristiana”. Nel 1904 Pio X, nella prospettiva dell’ulteriore allargamento del suffragio – dal 1882 gli aventi diritto al voto erano passati al 6% e nel 1912 sarebbero stati il 23% – concesse ai cattolici il permesso di votare e la possibilità di presentarsi alle elezioni, ma solo a titolo personale: “cattolici deputati e non deputati cattolici”, fu detto. Nel 1905, sull’onda dell’entusiasmo e tendendo la mano ai socialisti di Filippo Turati, Murri fondava a Bologna la “Lega Democratica Nazionale”. Fu un fiasco. L’alleanza fallita con il partito socialista e l’aperta ostilità del pontefice, che culminò con la scomunica di Murri (1909), fecero naufragare il progetto.

La mobilitazione di massa degli italiani dovuta alla guerra (1915-1918) e l’ascesa del partito socialista, che rischiava di conquistare la maggioranza in Parlamento, rese urgente anche agli occhi della Chiesa la costituzione di un partito di massa cattolico. Ecco quindi comparire sulla scena il sacerdote siciliano Luigi Sturzo e il suo ambizioso progetto: un partito equidistante da socialisti, liberali e fascisti. Nacque allora il Partito Popolare Italiano (PPI), fondato il 18 gennaio 1919, che nelle elezioni dello stesso anno ottenne il 20,6% dei voti. La vita del PPI fu breve. Nel 1922 proprio Sturzo sbarrò la strada a un nuovo governo di Giovanni Giolitti, facilitando involontariamente l’ascesa di Mussolini. L’anno seguente, Sturzo si dimise dalla carica, che fu assunta dal deputato trentino Alcide De Gasperi. Nel 1926, il regime fascista mise fine al partito e costrinse Sturzo all’esilio.

Ma quel 18 gennaio del 1919 e l’esperienza politica popolare di don Sturzo non passarono invano. Anzi: a distanza esatta di 75 anni, il 18 gennaio del 1994, il Partito Popolare Italiano fu ricostituito. La cerimonia avvenne proprio nell’Istituto don Sturzo di Roma e fu ratificata dall’assemblea costituente (22 gennaio), presieduta da Mino Martinazzoli, già deputato e ministro nell’Italia repubblicana. Anche in questo caso, però, la vita del partito fu breve: sei anni, proprio come il partito fondato da Sturzo. Dopo un modesto successo alle elezioni del 1994 (11% dei voti) il partito confluì in una coalizione di centro-sinistra e si scisse: una parte diede vita all’Unione Di Centro (UDC), alleata del centro-desta berlusconiano e, nel 2002, l’altra confluì nella Margherita di Francesco Rutelli.

Tutto qui? Sì. Se si eccettua che, nel 1943, un altro partito aveva provato a fare rinascere il PPI di Sturzo, dandosi un altro nome: Democrazia cristiana.

L’ironia della storia volle che il nome che De Gasperi, già presidente del PPI, scelse per il suo nuovo partito fosse quello legato al movimentismo perdente di Murri. Il progetto di De Gasperi fu, invece, un progetto di enorme successo. La storia della Dc, dei suoi avversari e dei suoi alleati fu la storia della Prima repubblica italiana. In qualità di componente del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nella guerra partigiana ed essendo stato uno dei partiti più votati nelle elezioni della Costituente del 1946, la Democrazia cristiana (Dc) si aggiudicò da subito un ruolo primario. La redazione della Costituzione fu l’occasione in cui i giovani esponenti del defunto partito di Sturzo poterono gettare le basi del nuovo Stato repubblicano. Si basarono sul Codice di Camaldoli, trascrizione degli atti di un convegno tenutosi nel luglio del 1943 nell’eremo omonimo. Vi parteciparono De Gasperi, Piccioni, Spataro, Scelba, Campilli, La Pira, Dossetti, Moro, Fanfani, Andreotti.

Nel 1948 la Democrazia cristiana, a 5 anni dalla sua nascita in clandestinità (a Milano nella primavera del 1943), raggiunse un risultato spettacolare: 48,5% dei voti, sbaragliando le sinistre. Le ragioni del successo? Certamente, lo scoppio della Guerra fredda e l’alleanza con gli Stati Uniti; ma non va dimenticato il sentimento religioso popolare e l’attenzione della Dc per la dottrina sociale della Chiesa, specchio di un socialismo moderato di stampo cattolico che gettò le basi dello stato sociale italiano: e basta pensare – restando nei ’50 – all’IRI, all’Eni, ai finanziamenti per la ricostruzione e alla Cassa per il Mezzogiorno. Un simile successo le permise di governare praticamente indisturbata fino al 1953. In quell’anno, il miracolo del 1948 non si ripeté e, da quel momento, la Dc inaugurò un sistema di governo del Paese che aggregava di volta in volta forze eterogenee, con un obiettivo: sbarrare la strada al Partito comunista italiano (Pci).

Durante gli anni di governo della Dc, l’Italia cambiò. Quando nel 1974 la Dc si lanciò in una battaglia suicida (persa, difatti) per l’abrogazione del divorzio si erano succedute coalizioni con gli azionisti, i liberali, i socialisti moderati, i monarchici e, nel 1960, perfino con i neofascisti del Movimento sociale italiano (Msi). C’era stato il boom economico e gli italiani erano cambiati, cominciando a vestirsi all’americana, a possedere elettrodomestici, la televisione, la macchina; i contadini erano praticamente spariti; c’era stato, poi, il 1968, le lotte operaie, lo Statuto dei lavoratori, lo stragismo e già cominciava la lotta armata della sinistra estrema. Eppure, nonostante nel 1976 il Pci avesse raggiunto il 34,4% la Dc gli oppose un 38,7%. A quel punto, cominciò il lavoro di Aldo Moro per trattare. Fu proprio l’omicidio di Moro (1978) ad avviare la Prima repubblica alla sua ultima stagione.

Nemmeno il gollismo del socialista Bettino Craxi nei suoi anni di governo (1983-1987) riuscì a sbloccare quello che il politologo Giorgio Galli aveva definito il “bipartitismo imperfetto”. La società civile e l’opinione pubblica, pur dando chiari segni di disimpegno e di progressiva disaffezione alla politica (gli anni del “riflusso”), rimasero quiete: agli anni ’70, percepiti come traumatici non solo per il terrorismo, ma anche per le crisi energetiche, l’inflazione e la disoccupazione, seguì un periodo di relativo benessere economico per tutti gli anni ’80.

Negli anni ’90, però, fu il mondo a cambiare. Con la fine del sistema di potere sovietico e della Guerra fredda, le stragi di Mafia e le nuove turbolenze economiche, le nuove generazioni di italiani cominciarono a trasformare la disaffezione in ostilità. Il fuoco alle polveri venne dato nel febbraio del 1992 dalla scoperta di una tangente, un semplice fatto di cronaca se fosse accaduto qualche anno prima. Non fu così: la spettacolarizzazione del processo alla classe dirigente, la Tangentopoli di Mani Pulite (1992-1994) fu la rivincita da parte di una società civile e un’opinione pubblica che non riusciva più a riconoscersi nei partiti, in una democrazia ai loro occhi bloccata, il cui perno era proprio la Dc. Così, quando Martinazzoli quel 18 gennaio 1994 rifondò il Partito popolare, sperando di fare rinascere la Dc, si limitò soltanto a riporla nella soffitta della storia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 gennaio 2020

“Meglio star zitti? Scritti militanti su letteratura, cinema e teatro”, di Giovanni Raboni

Peccato per le virgolette, disseminate un po’ in tutto il libro: sono tra le poche cose, forse le uniche, che si possono rimproverare alla prosa di Giovanni Raboni (1932-2004), poeta della scuola lombarda, traduttore di Proust e, in questo libro, critico militante. Parliamo della raccolta edita da Mondadori “Meglio star zitti?” (15 euro, pp. 480). Ecco, provate a togliere le virgolette e la sua scrittura non perderà nulla. Nemmeno quel tratto esitante, frutto (a detta del curatore Luca Daino) degli studi filosofici in fenomenologia, di cui per fortuna non rimane nessun’altra traccia. Più che recensioni, sono stroncature. Di libri, di film e di spettacoli di teatro. Ma sarebbe stato riduttivo chiamarle così.

Ogni articolo, in effetti, dosa le ragioni di approvazione e di disappunto; qualche volta anzi capita che la partita finisca alla pari. In molte di esse, comunque, la scelta delle parole è tale da farci percepire, oltre all’esercizio di equilibrio, la professione di Raboni, cioè quella di poeta: “Ogni morte è una sorta di profezia a rovescio, ci mette sulle tracce di quello che è già successo (di una parola che è già stata detta) e che di colpo diventa, ai nostri occhi, un segno, un segnale”. Come è accaduto, per esempio, ai versi di Alexandros Panagulis, il poeta e rivoluzionario greco compagno di Oriana Fallaci: “poveri versi impacciati e retorici” a cui “la morte ha restituito lo spessore della realtà (la realtà delle celle d’isolamento, degli scioperi della fame, delle torture) perforando lo specchio cieco o deformante degli ingenui artifici stilistici”.

Il libro, che è di rara scorrevolezza, può essere letto di seguito o spigolato all’occorrenza. E, c’è da confessarlo, in alcune pagine si prova tutto il piacere liberatorio della stroncatura. Una delle migliori riguarda Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro:

Che può mai fare una rosa in giardino? È chiaro: spiccare “con il suo color porpora, solitaria ed arrogante, sul resto della vegetazione”. E un cane quando vede comparire la padrona? Non c’è il minimo dubbio: “mettersi a correre in tondo come un pazzo”. Quanto alle cose, va da sé, che “non sono mai state così semplici, non sono mai o nere o bianche” (…). Nessuno è disposto a sorbirsi 165 pagine di fatterelli minutamente prevedibili per poi sentirsi dire come premio finale, che “se la vita è un percorso, è un percorso che si svolge sempre in salita” e che “l’unico maestro che esiste, l’unico vero e credibile è la propria coscienza”.

In generale, intessendo il suo discorso di citazioni e riferimenti, Raboni dà sì un’idea generale delle opere che recensisce; ma soprattutto si sforza di giustificarne il giudizio. Come lui stesso pensava, infatti, è proprio del giudizio che ogni recensore deve rendere conto al lettore. Pur negli spazi angusti che ha. E va detto: siamo ancora molti a dover imparare che nessuna saccenteria, anche involontaria, rende un giudizio più autorevole – la pur grande Grazia Cherchi scriveva: “Leggete questo, fidatevi di me”, anche se, almeno, offriva sul piatto il suo gusto critico. “Meglio star zitti?” serve a impararlo. Perché, pur essendo anche lui in qualche caso sbrigativo (sarà vero, come dice, che Pasolini è poeta solo quando scrive in prosa?), Raboni dimostra di saperlo fare.

Cafè Golem, 8 gennaio 2020

“Camus deve morire” di Giovanni Catelli

Il 4 gennaio 1960, sulla strada statale 4 che da Sens, Francia, porta a Parigi, l’editore francese Michel Gallimard perdeva il controllo della sua Facel Vega e si schiantava contro uno dei platani che ancora oggi costeggiano quel rettilineo di strada. Sarebbe morto una decina di giorni più tardi per le ferite riportate; lo scrittore e premio Nobel Albert Camus, compagno di viaggio di Gallimard in quella fatale circostanza, invece, morì sul colpo di frattura cranica. La circostanza sembrò del tutto casuale. Ma dietro quell’incidente d’auto potrebbe esserci di più. A sostenerlo, è un libro del poeta e scrittore cremonese Giovanni Catelli, “Camus deve morire”, uscito nel 2013, ma tornato oggi al centro della scena, in occasione della pubblicazione in Francia, arricchita di un nuovo capitolo contenente una preziosa testimonianza. L’edizione francese  – di cui già il Guardina e i media francesi hanno trattato – vanta, tra l’altro, una quarta di copertina firmata dallo scrittore Paul Auster.

Tutto nasce in un pomeriggio vagabondo per le librerie di Praga. Catelli scova un voluminoso libro bianco, il diario postumo dello scrittore ceco Jan Zàbrana. Sarebbe stato impossibile immaginarsi di leggere, in quelle oltre 2mila pagine e in quel momento, queste righe: “Hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato la gomma (…). Ci sono riusciti, e in modo così perfetto che il mondo fino a oggi ha creduto che Camus sia morto a causa di un banale incidente stradale, come può succedere a chiunque”. C’è di più: “L’ordine di liquidazione è stato dato personalmente dal ministro degli esteri Šepilov, come “ricompensa” per l’articolo pubblicato sul Franc-Tireur nel marzo 1957 nel quale Camus, in relazione ai fatti di Ungheria, ha attaccato il ministro, nominandolo pubblicamente”. Parole di seconda mano, confessate da una fonte molto vicina ai servizi segreti russi, il famoso KGB.

Da queste righe avrebbero preso avvio le ricerche di Catelli, aiutato dalla solerte vedova dello scrittore; ricerche tradotte poi in una narrazione che intreccia le vicende personali di Camus e di Zàbrana – ma anche di Pasternak, di cui il ceco era stato traduttore – sullo sfondo della Guerra Fredda. Nel 2014, il secondo avvenimento, a metà tra l’indizio e la prova: durante la presentazione del libro, interviene l’avvocato Giuliano Spazzali, il quale riferisce di una conversazione avuta con il collega Jacques Vergès, militante contro il terrorismo durante la Guerra d’Algeria. La sua versione combacia con quella di Zàbrana: per Vergès, Camus è stato ucciso dal KGB. E, aggiunge, l’omicidio ha avuto il benestare dei servizi segreti francesi. Camus era di certo inviso al potere di Mosca: per restaurare la monocrazia comunista in Ungheria, nel 1956 l’Armata Rossa aveva scatenato una guerra contro la quale Camus aveva firmato un appello, rivolto alle Nazioni Unite, ripetendo i suoi attacchi contro il governo sovietico. Che anche i servizi segreti francesi fossero conniventi è reso plausibile dalla porosità della loro struttura d’intelligence, che Catelli descrive permeata di ingerenze sovietiche.

Cosa significa scrivere oggi di questa storia?

Nonostante il tempo, resta una vicenda suggestiva ancorché tragica. Del resto, ho sempre avuto il sospetto che la morte di Camus non fosse stata un incidente. Ma, come diceva Pasolini, pur sapendo, non avevo le prove. Era altresì impossibile per me identificare qualsiasi potenziale sospetto, perché Camus aveva nemici feroci in molti ambienti: i rivoluzionari algerini, l’Unione Sovietica, i comunisti francesi, i reazionari e l’OAS (l’organizzazione francese paramilitare antialgerina): tutti avevano dei motivi per volergli fare la pelle. Poi, è arrivato il libro di Zàbrana. Da allora, ho solo voluto cercare la verità. Camus era odiato nell’URSS per i suoi discorsi pubblici, così come non va dimenticata l’opera di pressione che gli rese possibile fare assegnare a Pasternak il Nobel; ma anche l’intellighenzia francese di allora, composta perlopiù dal sistema di potere attorno a Jean-Paul Sartre, non lo aveva per nulla in simpatia, non perdonandogli il suo anti-stalinismo. In pochi si rendevano conto di quanto le posizioni di Camus, vicine all’anarchismo, fossero ben più di sinistra delle loro.

Parlare di queste cose resta anche oggi pericoloso?

Spero di no: del resto, sono fatti lontani nel tempo. Certo molti francesi faticano a fare i conti col loro passato. La morte di Camus è avvenuta in un periodo di palese avvicinamento della Francia all’URSS. Guarda caso, proprio quel fatidico 1960 fu l’anno della visita a Parigi e nel resto di Paese di Krusciov. Camus avrebbe senz’altro rilanciato le sue accuse. Per quanto riguarda la questione dello spionaggio, nel 1962 perfino Kennedy avvisò De Gaulle: i servizi segreti francesi erano zeppi di infiltrati. Nel 1966 il processo di avvicinamento coi sovietici toccò poi il suo vertice; De Gaulle, infatti, fece uscire il suo Paese dalla Nato.    

Nel libro, Catelli alterna una prosa poetica al resoconto giornalistico, ricostruendo la plumbea atmosfera della cortina di ferro. Varrebbe la pena leggerlo solo per immergersi in quell’epoca, dove gli omicidi – e qui lo stile è quello di Jan Fleming – avvenivano coi spray velenosi che non lasciavano tracce, o con microproiettili letali sparati da manici di ombrelli. L’alone di mistero, però, non avvolge solo il passato: “La vedova Zàbrana – dice Catelli – ha ricominciato a sentire degli strani scatti e rumori durante le telefonate, proprio come quando venivano intercettati dalla polizia. Suggestioni? Può darsi, ma potrebbe anche darsi che il governo attuale stia di nuovo allungando la sua ombra sui cittadini”. “Camus deve morire” non offre una prova definitiva: offre piuttosto il ritratto di un’epoca dove sembra del tutto plausibile che un intellettuale potesse venire ucciso per le sue idee. Ma offre anche il ritratto di un uomo, Camus, che amava la libertà e che anteponeva gli uomini alle loro ideologie.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 dicembre 2019

Il jukebox compie 130 anni

23/11/1889 • La prima apparizione nel 1889, l’anno d’inaugurazione della Tour Eiffel

Si dice che la prima frase registrata nella storia, quella che Edison recitò nel 1877 al suo fonografo, fu “Mary had a little lamb”, la strofa di una filastrocca. Non passò molto tempo da quella originaria incisione al momento in cui l’invenzione venne monetizzata. In ogni senso. Il 23 novembre del 1889 (ma per alcuni si tratta dell’anno successivo) nel Saloon Palays Royal di San Francisco fu messo a disposizione del pubblico una cassa in legno di quercia contenente un fonografo Edison classe M. Lo strumento era in grado di riprodurre musica. Alla cassa erano attaccati quattro stetoscopi da cui era possibile ascoltare alcune registrazioni, inserendo una monetina o, meglio, un nichelino. Si scrisse che l’apparecchio era riuscito a far guadagnare, nei soli primi sei mesi dalla messa in funzione, ben mille dollari al Saloon. A realizzarlo era stato Louis Glass insieme a William S. Arnold della Pacific Phonograph Company i quali, da allora, sarebbero stati considerati gli inventori del jukebox.

Lo strumento era certamente passibile di qualche miglioria, come il ricorso allo stetoscopio, per esempio; agli ascoltatori infatti veniva fornito, nei primi tempi, un asciugamano per pulire gli antenati dei nostri auricolari, ad ascolto terminato. Nel giro di una manciata d’anni, gli altoparlanti a corno li sostituirono e nel 1906 arrivò la funzione di selezione musicale dei pezzi, nella forma di dischi da grammofono: merito della John Gabel Company, che presentò un giradischi a moneta, il Gabel Automatic Entertainer, con cambiadischi automatico. Il tutto da caricare, però, ancora a manovella. Solo nel 1920 il jukebox raggiunse pressappoco la sua foggia moderna, con l’arrivo dei dischi registrati e riprodotti con la corrente elettrica.

Da allora, le maggiori case produttrici americane fecero a gara per adottare e copiare, di volta in volta, i migliori sistemi di cambio dei dischi. Ma anche le novità estetiche predilette dagli acquirenti. La Wurlitzer rimase l’indiscussa padrona del mercato fino agli anni ’60, rendendosi protagonista di un’imponente campagna pubblicitaria, che accostava lo svago e il divertimento dei giovani al jukebox. Anzi, che lo rendeva indispensabile. Il suo prodotto di punta, il 1015 Wurlitzer, riempì riviste e spot pubblicitari, tanto da imporsi nella memoria collettiva come uno dei simbolo di quegli anni ruggenti. Ne furono costruiti ben 50.000 esemplari. Vi starete chiedendo, forse, se uno di quelli è lo stesso che duetta con Fonzi. No: quello di Happy Days è un  Seeburg HF100G che, a dispetto della probabilità inferiore che avreste avuto in quegli anni di incontrarne uno, si è imposto nell’immaginario collettivo come il jukebox per eccellenza dei “fifties”. Certo, in quanto a funzionalità rimase imbattibile: fu il primo, e rimase il solo, a contenere 100 dischi a fronte dei 24 degli altri esemplari.

Ma che significa la parola jukebox? Forse nulla, o meglio: del significato originario si è persa l’origine precisa. La parola, secondo alcuni, deriverebbe dalle “juke houses”, cioè i postriboli dell’anteguerra, all’interno dei quali veniva spesso suonata musica senza sosta. Altre versioni lo vorrebbero derivare dalla corruzione della parola “jook”, un termine che nello slang dei neri americani significava danzare. Il termine sarebbe comunque diventato invalso solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Il jukebox, che aveva brillantemente superato la sfida lanciata dalla radio, nonché la terribile crisi del 1929, sembrava destinato a superare, come in effetti fece, le tumultuose rivoluzioni tecnologiche che si susseguirono dopo il 1945, adeguandosi prima ai dischi, passati dai 78 a 45 giri, poi all’hi-fi, al disco microsolco e, infine, allo stereo. Godendo di una diffusione pressoché ubiqua fino alle soglie degli anni Ottanta. I primi segni di cedimento del mercato arrivarono proprio allora. Nel 1982 il New York Times riportava un articolo dal titolo già nostalgico: “Il jukeboxe, una hit del passato, a quanto pare”. Il numero di esemplari presenti negli Stati Uniti si era più che dimezzato, nel giro di pochi anni, passando dai 700mila degli anni ’50 ai meno dei 300mila di quegli anni, rimpiazzati negli angoli dei locali dai flipper e dai videogiochi, ma anche dalle musiche di sottofondo. Nonché dalle discoteche, fonti di musica già allora molto affollate.

Non solo la TV ma anche il cinema ha flirtato molto con i jukebox, dalla scena del ballo di “Giungla d’asfalto” di John Huston (1950) a quella di “V per vendetta” di James McTeigue (2005) con Natalie Portman, passando per “Grease” (1978). Ma basterebbe fare un piccolo esperimento e vedere nei prossimi 5 film che vedrete se ne compare uno. Per un censimento sorprendente – con link analogo a piè di pagina sui flipper – rimandiamo alla teutonica precisione del sito tedesco jukebox-world.de, che ai film associa i modelli che compaiono, e in molti casi anche i fotogrammi, in una specie di pornografico modernariato. C’è qualche mancanza, è vero: come il modello che compare nel film di Martin Scorsese “Mean Streets” (1973), epico perché riproduce allo stesso tempo i Rolling Stones (erano gli anni ’70) e il tenore Giuseppe Di Stefano. Ma anche, per esempio, quello di “Mystic river” (2003), come ha notato casualmente chi scrive, riguardando il film su Netflix qualche sera fa.

Con la scomparsa dei jukebox, rimasti in qualche bar molto nostalgico o nei mercatini di antiquariato, finiva più che un epoca un costume: quello di partecipare alle colonne sonore delle serate, battagliando o convergendo sui brani da riprodurre. Un tempo in cui la competenza musicale non era facoltativa ma necessaria: come selezionare i brani se si ignorava l’artista e il titolo? Ora nei bar è possibile fare al massimo qualche richiesta, spesso accolta di malavoglia dai gestori, perché non in linea con la play-list preparata su Spotify. Ma ora che ci pensiamo, ci sono ancora apparecchi che riproducono musica in molti bar quando si inseriscono delle monetine: i video slot. Anche se, in quel caso, la musica è sempre, tristemente, la stessa.

Il Piccolo di Cremona, 23 novembre 2019

“Lezioni di felicità”, di Ilaria Gaspari

Accostare le esperienze di vita ai classici può rivelarsi un esercizio scivoloso sia dal punto di vista narrativo sia teorico. Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita, di Ilaria Gaspari edito da Einaudi (145 pp. € 13,00) ha superato l’insidia ed è diventato un successo di pubblico che sta portando l’autrice un po’ in tutta Italia a presentarlo.

La protagonista è una donna che si guadagna da vivere scrivendo. È, come l’autrice, laureata in filosofia. Vive una crisi personale dovuta alla rottura di una lunga relazione e a un trasloco, che le consente però di rispolverare – letteralmente e letterariamente – alcuni libri dell’università. In particolare, quelli dedicati alle scuole filosofiche dell’antichità.

Comincia allora un percorso di rimonta personale: dalla scuola pitagorica, imparerà a vincere la pigrizia con il rispetto di alcune regole, per quanto assurde; da quella eleatica, a non creder che la vita vada sempre in una direzione necessaria; dalla scuola scettica a diffidare delle convinzioni subitanee; dagli stoici e dagli epicurei a ridimensionare le aspettative e a troncare ogni radicalismo; dai cinici, a bastare a sé stessa.

Per farsi un’idea dell’incedere del libro, si prenda la settimana eleatica, dedicata alla scuola omonima, la più difficile perché la più astratta. Dopo aver introdotto Parmenide all’ombra del tema del parricidio – letterario – operato da Platone, Gaspari si concede un intermezzo narrativo, passando in rassegna  gli oggetti domestici pronti per il trasloco, constatando:

Tutto questo, anche se non sembra, ha molto a che fare con Parmenide e la mia iscrizione alla scuola eleatica. È stato quando il trasbordo era ormai quasi finito, e il camioncino era già partito, quando mi pareva che in casa non ci fosse quasi più niente… è stato allora che ho scoperto che in certe circostanze particolari come quella del trasloco, un numero finito di oggetti si può suddividere in una quantità pressoché infinita di contenitori, scatoloni, valigie e – soprattutto – viaggi alla casa nuova. Non avevo mai guardato così da vicino una dicotomia all’infinito; mai mi era sembrato più reale, più tragico e più assurdo, il famoso paradosso di Achille e della Tartaruga.

Come si può notare, lo stratagemma è ironico e ben narrato.

Si passa poi con agilità agli altri paradossi di Zenone, non dopo aver descritto il personaggio, litigioso e belloccio discepolo di Parmenide, forse suo amante; tra i paradossi, viene scelto quello della freccia. La protagonista si rende conto che, come la freccia di Zenone, la sua vita si è composta di stadi successivi di immobilità apparentemente in movimento. O meglio: di istanti a sé stanti erroneamente creduti orientati verso qualcosa. Di qui, la necessità di vivere ogni momento per quello che è, e non in una prospettiva teleologica.

In questo libro, Ilaria Gaspari combina l’aneddoto (la burrascosa esistenza di Zenone, per esempio) con l’osservanza ai testi (il riferimento a Diels-Kranz), rivitalizzando le personalità dei filosofi presentandone il carattere. Scrive in modo chiaro e si aggrappa alla lucida concretezza di chi, come la protagonista, lotta con la depressione; concretezza che avvolge anche le metafore (come frecce, “pensiamo… di dover conficcarci nel bersaglio, tremante intorno alla punta affilata che ha colpito…”). Fa sbocciare  insomma i frutti dell’amalgama tra il pensiero e la vita della protagonista più per associazione di idee che per un forzoso gioco a incastro; e se qualche volta l’episodio narrato tradisce il fatto di essere orchestrato per attagliarsi al momento, lo fa per esigenze narrative. Insomma: la formula, a metà tra romanzo e saggistica, regge.

Cafè Golem, 11 novembre 2019

Europa, prodotto scadente della Germania unificata

01/11/2019 • Entrava in vigore 26 anni fa il Trattato di Maastricht. Tra il sarcasmo dei britannici

“Nessun taglio del nastro o sventolare di bandiere. L’era dell’Europa comincia con un silenzio assordante”, scriveva quel 1° novembre del 1993 un quotidiano inglese. E infatti il giorno in cui entrò in vigore il Trattato di Maastricht, cessò di esistere la Comunità Economica Europea (CEE) e nacque l’Unione Europea, non ci furono celebrazioni ufficiali. Anche gli uffici erano deserti: gli impiegati erano in vacanza per Ognissanti. “Oggi è il giorno – si leggeva sempre nell’articolo del Guardian – in cui i cittadini inglesi si sono trasformati in un essere umano nuovo e più nobile: sono diventati cittadini dell’Unione Europea”. Retorica? No, sarcasmo. Preso di mira, nello specifico, era il concetto di “cittadinanza europea” introdotto dal Trattato, garante di diritti, libertà di movimento e accesso ai servizi; concetto contro il quale proprio gli inglesi, 23 anni più tardi, si sarebbero battuti fino a uscire dall’UE.

Quel 1° novembre non ci furono celebrazioni perché la firma del trattato era avvenuta a una distanza politicamente siderale: il 7 febbraio dell’anno precedente, un anno e mezzo prima, in quel caso sì tra qualche festeggiamento. Tre, i punti programmatici o “pilastri” fissati: l’accorpamento delle tre forme di unione comunitaria (CEE, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio – CECA ed Euratom) nella sola UE; una politica estera di sicurezza comune; la cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Era nata l’Unione, ma cominciava anche a profilarsi l’architettura che oggi conosciamo: maggiori poteri legislativi al Parlamento, per esempio, nonché la nascita del Consiglio dell’Unione Europea, che avrebbe riunito i ministri dei governi di ciascun paese (la sua formazione più nota è senz’altro l’Ecofin, che riunisce i ministri di economia e finanza dei paesi membri).

Si potrebbero citare anche l’istituzione della Commissione delle Regioni o gli altri punti programmatici (la rete di trasporti pan-europei, le politiche industriali, culturali o quelle a difesa del consumatore), ma il vero protagonista del trattato di Maastricht fu la moneta unica. Il trattato pose infatti le basi per l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2002 e istituì la Banca Centrale Europea. A garanzia della stabilità della futura moneta, furono fissati anche i cinque parametri per poter entrare a far parte dell’accordo monetario. Riguardavano: l’inflazione, i livelli del debito pubblico, i tassi di interesse, il tasso di cambio.

Dopo la firma del febbraio ’92, furono quindi indetti i referendum nei singoli paesi: vinsero di misura o per un pelo (in Francia si disse favorevole solo il 51% dei votanti), tranne che in Danimarca, dove la sconfitta degli europeisti, oltre a far traballare l’intero accordo, fu seguita dalla concessione di alcune deroghe. Non da ultimo, ci fu il problema dell’Inghilterra che si sfilò dall’accordo monetario e fece giungere il Trattato sull’orlo del fallimento. Nei paesi aderenti, poi, le dure manovre economiche per rispettare i parametri crearono tensioni sociali (in Italia si ricorda quella “lacrime e sangue”). Ma fino al 2007, anno della crisi dei debiti, l’Europa sembrò andare nella direzione sperata: aumentò il benessere e riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi membri.

Maastricht fu però anche un simbolo del cambiamento di rotta dell’idea di Unione. Con la ratifica di un patto che avrebbe legato in maniera inscindibile le economie europee, il progetto federalista politico di Altiero Spinelli veniva ribaltato. Anziché lottare per un’unificazione politica sempre più accentuata (nella forma di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa), ci si impegnava nella direzione della cooperazione economica e del benessere. L’unione politica sarebbe seguita spontaneamente. Si arrivava, del resto, da un periodo di “euro sclerosi”, tra i Settanta e gli Ottanta, periodo dal quale l’Europa era riuscita a disincagliarsi proprio grazie a una schiera di politici e pensatori pragmatici, il cui capofila divenne l’economista francese e presidente della Commissione europea Jacques Delors. La loro idea era chiara: perseguire l’assestamento degli interessi economico dei paesi membri. E la chiave sarebbe stata l’unificazione monetaria.

In rete, sul trattato di Maastricht, si trovano molti contributi dietrologici che ridurrebbero l’Europa a un comitato d’affari di banchieri senza scrupoli. Si tratta perlopiù di ciarpame, è chiaro, per quanto Maastricht fu un avvenimento geopoliticamente più complesso di come viene spesso presentato dalla retorica europeista. Una narrazione disincantata, cinica e plausibile dell’approdo alla ratifica porta il nome di Gianni De Michelis, l’allora Ministro degli Affari esteri del Governo Andreotti. La ricostruzione di quel che accadde allora fu pubblicata già nel 1996 sulla rivista Limes.

L’evento scatenante della fisionomia finale del Trattato fu infatti la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl negoziò infatti la riunificazione della Germania, a patto che si fosse accelerato il progresso di integrazione, come fu richiesto soprattutto della Francia. Le paure della Francia erano quelle che la Germania avrebbe potuto, come si diceva allora, federarsi non solo con la DDR, ma confederare l’intero blocco ex-sovietico (Russia esclusa, naturalmente). Il già allora potente marco sarebbe dovuto allora diventata la valuta su cui modellare l’euro, così come la Bundesbank avrebbe fatto da modello alla Banca Centrale Europea (BCE). Kohl accettò e la Repubblica Federale di Bonn spostò finalmente la sua sede al Reichstag di Berlino.

Ma il Guardian quel giorno non disse nulla di tutto questo. Si limitò a constatare un altro aspetto che riguardava la cittadinanza europea: che sarebbe bastata la residenza in qualunque paese europeo per votare o candidarsi alle elezioni in loco. E non trovò di meglio da dire che dunque ci si sarebbe potuti aspettare che anche la pornostar Cicciolina, allora parlamentare italiana, si sarebbe potuta candidare sul suolo inglese. Una dichiarazione fatta da una distanza politica siderale, quando ancora l’Inghilterra godeva di quel prestigio che le permetteva frasi snob del genere.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° novembre 2019