Il jukebox compie 130 anni

23/11/1889 • La prima apparizione nel 1889, l’anno d’inaugurazione della Tour Eiffel

Si dice che la prima frase registrata nella storia, quella che Edison recitò nel 1877 al suo fonografo, fu “Mary had a little lamb”, la strofa di una filastrocca. Non passò molto tempo da quella originaria incisione al momento in cui l’invenzione venne monetizzata. In ogni senso. Il 23 novembre del 1889 (ma per alcuni si tratta dell’anno successivo) nel Saloon Palays Royal di San Francisco fu messo a disposizione del pubblico una cassa in legno di quercia contenente un fonografo Edison classe M. Lo strumento era in grado di riprodurre musica. Alla cassa erano attaccati quattro stetoscopi da cui era possibile ascoltare alcune registrazioni, inserendo una monetina o, meglio, un nichelino. Si scrisse che l’apparecchio era riuscito a far guadagnare, nei soli primi sei mesi dalla messa in funzione, ben mille dollari al Saloon. A realizzarlo era stato Louis Glass insieme a William S. Arnold della Pacific Phonograph Company i quali, da allora, sarebbero stati considerati gli inventori del jukebox.

Lo strumento era certamente passibile di qualche miglioria, come il ricorso allo stetoscopio, per esempio; agli ascoltatori infatti veniva fornito, nei primi tempi, un asciugamano per pulire gli antenati dei nostri auricolari, ad ascolto terminato. Nel giro di una manciata d’anni, gli altoparlanti a corno li sostituirono e nel 1906 arrivò la funzione di selezione musicale dei pezzi, nella forma di dischi da grammofono: merito della John Gabel Company, che presentò un giradischi a moneta, il Gabel Automatic Entertainer, con cambiadischi automatico. Il tutto da caricare, però, ancora a manovella. Solo nel 1920 il jukebox raggiunse pressappoco la sua foggia moderna, con l’arrivo dei dischi registrati e riprodotti con la corrente elettrica.

Da allora, le maggiori case produttrici americane fecero a gara per adottare e copiare, di volta in volta, i migliori sistemi di cambio dei dischi. Ma anche le novità estetiche predilette dagli acquirenti. La Wurlitzer rimase l’indiscussa padrona del mercato fino agli anni ’60, rendendosi protagonista di un’imponente campagna pubblicitaria, che accostava lo svago e il divertimento dei giovani al jukebox. Anzi, che lo rendeva indispensabile. Il suo prodotto di punta, il 1015 Wurlitzer, riempì riviste e spot pubblicitari, tanto da imporsi nella memoria collettiva come uno dei simbolo di quegli anni ruggenti. Ne furono costruiti ben 50.000 esemplari. Vi starete chiedendo, forse, se uno di quelli è lo stesso che duetta con Fonzi. No: quello di Happy Days è un  Seeburg HF100G che, a dispetto della probabilità inferiore che avreste avuto in quegli anni di incontrarne uno, si è imposto nell’immaginario collettivo come il jukebox per eccellenza dei “fifties”. Certo, in quanto a funzionalità rimase imbattibile: fu il primo, e rimase il solo, a contenere 100 dischi a fronte dei 24 degli altri esemplari.

Ma che significa la parola jukebox? Forse nulla, o meglio: del significato originario si è persa l’origine precisa. La parola, secondo alcuni, deriverebbe dalle “juke houses”, cioè i postriboli dell’anteguerra, all’interno dei quali veniva spesso suonata musica senza sosta. Altre versioni lo vorrebbero derivare dalla corruzione della parola “jook”, un termine che nello slang dei neri americani significava danzare. Il termine sarebbe comunque diventato invalso solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Il jukebox, che aveva brillantemente superato la sfida lanciata dalla radio, nonché la terribile crisi del 1929, sembrava destinato a superare, come in effetti fece, le tumultuose rivoluzioni tecnologiche che si susseguirono dopo il 1945, adeguandosi prima ai dischi, passati dai 78 a 45 giri, poi all’hi-fi, al disco microsolco e, infine, allo stereo. Godendo di una diffusione pressoché ubiqua fino alle soglie degli anni Ottanta. I primi segni di cedimento del mercato arrivarono proprio allora. Nel 1982 il New York Times riportava un articolo dal titolo già nostalgico: “Il jukeboxe, una hit del passato, a quanto pare”. Il numero di esemplari presenti negli Stati Uniti si era più che dimezzato, nel giro di pochi anni, passando dai 700mila degli anni ’50 ai meno dei 300mila di quegli anni, rimpiazzati negli angoli dei locali dai flipper e dai videogiochi, ma anche dalle musiche di sottofondo. Nonché dalle discoteche, fonti di musica già allora molto affollate.

Non solo la TV ma anche il cinema ha flirtato molto con i jukebox, dalla scena del ballo di “Giungla d’asfalto” di John Huston (1950) a quella di “V per vendetta” di James McTeigue (2005) con Natalie Portman, passando per “Grease” (1978). Ma basterebbe fare un piccolo esperimento e vedere nei prossimi 5 film che vedrete se ne compare uno. Per un censimento sorprendente – con link analogo a piè di pagina sui flipper – rimandiamo alla teutonica precisione del sito tedesco jukebox-world.de, che ai film associa i modelli che compaiono, e in molti casi anche i fotogrammi, in una specie di pornografico modernariato. C’è qualche mancanza, è vero: come il modello che compare nel film di Martin Scorsese “Mean Streets” (1973), epico perché riproduce allo stesso tempo i Rolling Stones (erano gli anni ’70) e il tenore Giuseppe Di Stefano. Ma anche, per esempio, quello di “Mystic river” (2003), come ha notato casualmente chi scrive, riguardando il film su Netflix qualche sera fa.

Con la scomparsa dei jukebox, rimasti in qualche bar molto nostalgico o nei mercatini di antiquariato, finiva più che un epoca un costume: quello di partecipare alle colonne sonore delle serate, battagliando o convergendo sui brani da riprodurre. Un tempo in cui la competenza musicale non era facoltativa ma necessaria: come selezionare i brani se si ignorava l’artista e il titolo? Ora nei bar è possibile fare al massimo qualche richiesta, spesso accolta di malavoglia dai gestori, perché non in linea con la play-list preparata su Spotify. Ma ora che ci pensiamo, ci sono ancora apparecchi che riproducono musica in molti bar quando si inseriscono delle monetine: i video slot. Anche se, in quel caso, la musica è sempre, tristemente, la stessa.

Il Piccolo di Cremona, 23 novembre 2019

Europa, prodotto scadente della Germania unificata

01/11/2019 • Entrava in vigore 26 anni fa il Trattato di Maastricht. Tra il sarcasmo dei britannici

“Nessun taglio del nastro o sventolare di bandiere. L’era dell’Europa comincia con un silenzio assordante”, scriveva quel 1° novembre del 1993 un quotidiano inglese. E infatti il giorno in cui entrò in vigore il Trattato di Maastricht, cessò di esistere la Comunità Economica Europea (CEE) e nacque l’Unione Europea, non ci furono celebrazioni ufficiali. Anche gli uffici erano deserti: gli impiegati erano in vacanza per Ognissanti. “Oggi è il giorno – si leggeva sempre nell’articolo del Guardian – in cui i cittadini inglesi si sono trasformati in un essere umano nuovo e più nobile: sono diventati cittadini dell’Unione Europea”. Retorica? No, sarcasmo. Preso di mira, nello specifico, era il concetto di “cittadinanza europea” introdotto dal Trattato, garante di diritti, libertà di movimento e accesso ai servizi; concetto contro il quale proprio gli inglesi, 23 anni più tardi, si sarebbero battuti fino a uscire dall’UE.

Quel 1° novembre non ci furono celebrazioni perché la firma del trattato era avvenuta a una distanza politicamente siderale: il 7 febbraio dell’anno precedente, un anno e mezzo prima, in quel caso sì tra qualche festeggiamento. Tre, i punti programmatici o “pilastri” fissati: l’accorpamento delle tre forme di unione comunitaria (CEE, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio – CECA ed Euratom) nella sola UE; una politica estera di sicurezza comune; la cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Era nata l’Unione, ma cominciava anche a profilarsi l’architettura che oggi conosciamo: maggiori poteri legislativi al Parlamento, per esempio, nonché la nascita del Consiglio dell’Unione Europea, che avrebbe riunito i ministri dei governi di ciascun paese (la sua formazione più nota è senz’altro l’Ecofin, che riunisce i ministri di economia e finanza dei paesi membri).

Si potrebbero citare anche l’istituzione della Commissione delle Regioni o gli altri punti programmatici (la rete di trasporti pan-europei, le politiche industriali, culturali o quelle a difesa del consumatore), ma il vero protagonista del trattato di Maastricht fu la moneta unica. Il trattato pose infatti le basi per l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2002 e istituì la Banca Centrale Europea. A garanzia della stabilità della futura moneta, furono fissati anche i cinque parametri per poter entrare a far parte dell’accordo monetario. Riguardavano: l’inflazione, i livelli del debito pubblico, i tassi di interesse, il tasso di cambio.

Dopo la firma del febbraio ’92, furono quindi indetti i referendum nei singoli paesi: vinsero di misura o per un pelo (in Francia si disse favorevole solo il 51% dei votanti), tranne che in Danimarca, dove la sconfitta degli europeisti, oltre a far traballare l’intero accordo, fu seguita dalla concessione di alcune deroghe. Non da ultimo, ci fu il problema dell’Inghilterra che si sfilò dall’accordo monetario e fece giungere il Trattato sull’orlo del fallimento. Nei paesi aderenti, poi, le dure manovre economiche per rispettare i parametri crearono tensioni sociali (in Italia si ricorda quella “lacrime e sangue”). Ma fino al 2007, anno della crisi dei debiti, l’Europa sembrò andare nella direzione sperata: aumentò il benessere e riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi membri.

Maastricht fu però anche un simbolo del cambiamento di rotta dell’idea di Unione. Con la ratifica di un patto che avrebbe legato in maniera inscindibile le economie europee, il progetto federalista politico di Altiero Spinelli veniva ribaltato. Anziché lottare per un’unificazione politica sempre più accentuata (nella forma di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa), ci si impegnava nella direzione della cooperazione economica e del benessere. L’unione politica sarebbe seguita spontaneamente. Si arrivava, del resto, da un periodo di “euro sclerosi”, tra i Settanta e gli Ottanta, periodo dal quale l’Europa era riuscita a disincagliarsi proprio grazie a una schiera di politici e pensatori pragmatici, il cui capofila divenne l’economista francese e presidente della Commissione europea Jacques Delors. La loro idea era chiara: perseguire l’assestamento degli interessi economico dei paesi membri. E la chiave sarebbe stata l’unificazione monetaria.

In rete, sul trattato di Maastricht, si trovano molti contributi dietrologici che ridurrebbero l’Europa a un comitato d’affari di banchieri senza scrupoli. Si tratta perlopiù di ciarpame, è chiaro, per quanto Maastricht fu un avvenimento geopoliticamente più complesso di come viene spesso presentato dalla retorica europeista. Una narrazione disincantata, cinica e plausibile dell’approdo alla ratifica porta il nome di Gianni De Michelis, l’allora Ministro degli Affari esteri del Governo Andreotti. La ricostruzione di quel che accadde allora fu pubblicata già nel 1996 sulla rivista Limes.

L’evento scatenante della fisionomia finale del Trattato fu infatti la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl negoziò infatti la riunificazione della Germania, a patto che si fosse accelerato il progresso di integrazione, come fu richiesto soprattutto della Francia. Le paure della Francia erano quelle che la Germania avrebbe potuto, come si diceva allora, federarsi non solo con la DDR, ma confederare l’intero blocco ex-sovietico (Russia esclusa, naturalmente). Il già allora potente marco sarebbe dovuto allora diventata la valuta su cui modellare l’euro, così come la Bundesbank avrebbe fatto da modello alla Banca Centrale Europea (BCE). Kohl accettò e la Repubblica Federale di Bonn spostò finalmente la sua sede al Reichstag di Berlino.

Ma il Guardian quel giorno non disse nulla di tutto questo. Si limitò a constatare un altro aspetto che riguardava la cittadinanza europea: che sarebbe bastata la residenza in qualunque paese europeo per votare o candidarsi alle elezioni in loco. E non trovò di meglio da dire che dunque ci si sarebbe potuti aspettare che anche la pornostar Cicciolina, allora parlamentare italiana, si sarebbe potuta candidare sul suolo inglese. Una dichiarazione fatta da una distanza politica siderale, quando ancora l’Inghilterra godeva di quel prestigio che le permetteva frasi snob del genere.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° novembre 2019

L’epopea di Blockbuster, il cinema da portare a casa

19/10/1985 • In Texas apriva il primo negozio; oggi ne resta solo uno in Oregon

Bend è una città dell’Oregon, ai piedi della Catena delle Cascate, una catena di montagne che la separa dall’Oceano Pacifico. Conta quasi 100mila abitanti (un po’ meno di Piacenza). È una di quelle città americane che – se ho ben visto da Google Maps – si raggiunge dopo aver percorso per ore e ore una statale circondata da deserto e arbusti, con qualche conifera che segnala l’avvicinarsi dell’abitato. In città, si può fare qualche escursione e bere birra, bevanda a cui sono dedicati ben tre punti dei dieci must see nell’opuscolo turistico. Nulla di più; senonché, quasi all’incrocio tra la Route 97 e la Route 20, tra un negozio di cannabis e un crematorio per animali, c’è un negozio di noleggio di videocassette e dvd unico al mondo, che – ci scommetto – proprio in quell’opuscolo prima o poi verrà inserito. L’insegna è una grossa etichetta blu, inclinata e strappata su un lato, dentro la quale si legge, in una cornice gialla e dello stesso colore, la parola “Blockbuster”.

Blockbuster significa campione di incassi, anche se quel block (= quartiere) e buster (= distruttore) rimanda alla sua origine di sinistro ordigno bellico. Il negozio è gestito da Sandi Harding, una robusta signora di 48 anni, cresciuta a pizze surgelate e videocassette prese a noleggio, come ha raccontato al Guardian. Ci lavora dal 2004. Nell’ultimo anno, si è vista arrivare un ragazzo dalla Spagna e una coppia dall’altra parte degli USA. Il primo, che in patria lavorava proprio da Blockbuster, è scoppiato in lacrime mentre videochiamava il suo ex-capo, aggirandosi tra gli scaffali dei film. La coppia, invece, era arrivata perché il loro figlio “facesse l’esperienza di vederne uno”; hanno noleggiato un dvd, consapevoli che non avrebbero trovato un lettore di vhs; poi, in albergo, hanno scoperto che nemmeno il lettore dvd c’era e sono stati costretti a comprare uno. Il motivo della visita del ragazzo spagnolo e della coppia americana è questo: a Bend si trova l’ultimo negozio Blockbuster rimasto sulla faccia della Terra.

Ora però prendiamo il nastro, infiliamolo nello sportello del videoregistratore e riavvolgiamolo finché un suono secco e meccanico ci avvertirà di poterlo rivedere dall’inizio, dopo i primi secondi di sfarfallio. Era il 19 ottobre del 1985 e a Dallas, in Texas, apriva il primo Blockbuster. Il negozio vantava un inventario di 6mila videocassette. Andò bene fin da subito e il fondatore, David Cook, investì altri sei milioni di dollari in un altro. Nel 1987 al cofondatore Wayne Huizenga, che lo aveva inglobato nella sua società mutuandone il nome, venne l’idea del franchising e fu il boom: negli anni successivi si arrivò a un ritmo di apertura di uno ogni 24 ore. Lo stesso anno, Blockbuster vinse la causa contro Nintendo per guadagnarsi anche il noleggio dei videogiochi e cominciò ad acquisire le maggiori rivali americane, sbarcando in una trentina di paesi. Nel 1998 arrivarono i primi dvd e il nuovo CEO John Antioco non si fece trovare impreparato: acquistò dalla Warner Bros i diritti di esclusiva per il noleggio, con un anticipo di sei mesi su quelli di vendita.

Forte di questo successo – del passaggio indolore tra vhs e dvd – Antioco aveva riso in faccia a Marc Randolph, che gli aveva proposto di acquisire la sua ditta di noleggio di dvd per posta, al prezzo di 50 milioni di dollari. La ditta si chiamava Netflix. Troppo facile ripensare ora a come sarebbe potuta andare se avesse accettato. Basti dire, però, che proprio quel no convinse Randolph a puntare tutto su un’azienda di software con l’obiettivo di “distruggere Blockbuster”. A dirla tutta, possiamo scrivere tranquillamente che, anche senza Randolph, sarebbe andata allo stesso modo. L’inevitabile fine del supporto fisico nel settore avrebbe condannato comunque al fallimento un’azienda che aveva da sempre puntato su un prodotto materiale. Nel 2004, Blockbuster impegnava più di 84mila persone e aveva 9mila negozi fisici. Quindici anni dopo, di quell’impero non restava più quasi nessuna traccia.

Volendo essere un po’ enfatici, per chi è nato e vissuto tra il 1980 e il 2000, Blockbuster ha portato il cinema, d’essai o campione d’incassi, nel salotto di casa; o almeno, lo ha reso definitivamente domestico. Oltre ad aver generato un fenomeno di nostalgia precoce. Personalmente, ricordo con la giusta commozione le liti con mia sorella per i film da guardare, ma anche per i pop-corn al caramello (anziché al cioccolato, che preferiva ed allora esistenti solo da Blockbuster), così come la gara a chi avrebbe infilato nella buca del negozio di via Aselli, a Cremona, la vhs o il dvd da restituire. Ma ricordo anche la faccia di mio padre quando si accorgeva di non aver restituito in tempo i film presi la settimana prima (lo si poteva fare entro il lunedì, altrimenti si pagava una multa); oppure la tessera di plastica sottile che era sempre in bella vista nel portafoglio dei miei. E poi tanti, tantissimi sabati sera passati lì a scegliere i film che avremmo visto. Non ricordo, invece, la musica di attesa del centralino che, mi hanno detto altri nostalgici, era quella dei titoli di testa di Star Wars.

Quando la notizia della fine di Blockbuster si diffuse, in molti provarono a reagire. Lo showman John Oliver, ad esempio, cercò di salvarne uno in Alaska, regalando al negozio il sospensorio usato da Russel Crowe nel film Cinderella Man. Ricevuto il cimelio, il negozio ricominciò a funzionare, ma dopo pochi mesi fallì come gli altri. Ancora nel 2008, Blockbuster compariva in una famosa scena nel film Yesman con uno stralunato Jim Carrey al telefono. Un omaggio in anticipo alla futura scomparsa? Sarebbe stata una bella uscita di scena, quella; ma la verità è che le notizie di perdite, chiusure, liquidazioni e licenziamenti si susseguirono senza sosta fino alla bancarotta. In Italia, Blockbuster arrivò nel 1994 e fallì nel 2012. Lo stesso anno in cui molti, a Cremona, passando da viale Trento e Trieste, videro le saracinesche del negozio abbassate per sempre.

E il Blockbuster di Bend city? Se lo volete vedere, non dovete affrettarvi: l’azienda che detiene il marchio Blockbuster ha rinnovato la licenza d’uso al negozio; e il contratto d’affitto dei locali non scadrà prima di qualche anno. Sono in tanti, comunque, compreso il New York Times, a chiedersi come sia possibile che sopravviva. Qualcuno ha parlato di una zona particolarmente difficile da collegare a una rete internet veloce abbastanza per lo streaming; altri, invece, sostengono che sia dovuto al carattere cinefilo della città (dove si tengono ben due festival all’anno). Nel frattempo, il negozio vende non solo vhs e dvd ma anche magliette e merchandising nostalgici: insomma, Blockbuster sta entrando nella mitologia degli anni ’90, insieme allo skateboard e alle converse. Lo si potrebbe candidare a museo ufficiale di quegli anni e forse non passerà molto prima che lo diventi. Intanto, si sa che sarà oggetto di un documentario, che però potrà essere visto per volontà dei produttori solo su supporto fisico e a noleggio e non in streaming. No, certo che no: e se ve lo perderete al cinema, probabilmente basterà cercarlo su Netflix.

Il Piccolo di Cremona, 19 ottobre 2019

Dido Castelli: dai “I Bastardi di Pizzofalcone 3” alla nuova opera su Alberto Sordi

Non solo gialli. Lo sceneggiatore Dido Castelli, nato a Cremona nel 1956, è noto nel mondo dello spettacolo prevalentemente per la sua carriera televisiva. E la sua carriera proprio di serie tv è fatta, perlopiù gialle: da “Un commissario a Roma” alla terza e prossima stagione dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma oltre ad aver diretto anche alcuni film, uno dei lavori che può appuntarsi con maggiore orgoglio è senz’altro il film Rai “In arte Nino”, con Elio Germano, che è il ritratto di quello che Castelli considera il suo più grande maestro: Nino Manfredi. “Tra i grandi della commedia all’italiana – dice Castelli – lui era il più tecnico, il più americano, il meno personaggio e più attore. Elio Germano, che sul set è un vero perfezionista, si fece convincere a interpretarlo proprio perché la parte sarebbe stata per lui un vero atto di prova”.

In questo periodo, Castelli sta lavorando a un analogo ritratto televisivo su Alberto Sordi. “Sono molto orgoglioso che il ritratto di Sordi, l’icona massima nel cinema della romanità, sia stato affidato a me, che sono un cremonese. A differenza di Manfredi, non l’ho mai conosciuto personalmente. A maggior ragione, quindi, mi sono dovuto documentare moltissimo, soprattutto per raccontare l’inizio della sua carriera. In generale, quando si tratta di ritratti di grandi attori, gli esordi, che sono la parte ovviamente meno conosciuta, sono per certi versi anche quella più interessante: con il successo, molti tendono ad assomigliarsi, ad assumere un po’ gli stessi difetti. Nel caso di Sordi, una delle difficoltà maggiori sta nell’interpretazione: riprodurne semplicemente la maschera significherebbe farne una caricatura”.

Cosa significa scrivere per la televisione, con le sue scadenze e i suoi tempi?

Nella mia esperienza ho lavorato prevalentemente per la Rai ma anche per un altro grande network come Mediaset: in entrambi i casi, la scrittura di una serie tv è seguita da vicino dai cosiddetti funzionari ed editors, professionisti delle reti televisive. Il loro compito non è certo modificare la volontà dell’autore, ma fare in modo che i soggetti si adattino al meglio al pubblico di destinazione. Nel caso della tv generalista, il lavoro è difficile: a differenza di piattaforme come Sky e Netflix, che possono contare su pubblici più settoriali e quindi personalizzare i loro prodotti, i network come Rai e Mediaset devono prevedere un pubblico ben più variegato. In quel caso, i giovani restano i più difficili da raggiungere. Molti autori cercano allora di produrre qualcosa di un po’ più innovativo, un po’ più internazionale: ma l’ultima parola ce l’ha sempre il network.

Per quanto riguarda invece la realizzazione vera e propria di una serie, nell’ambito televisivo il rapporto autoriale tipico del cinema si rovescia: il regista non viene considerato il maggiore responsabile del prodotto; l’intelaiatura e l’autonomia creativa è più limitata e si deve rispettare un andamento seriale; perciò, è chi scrive i soggetti a dare la linea; e il regista si occupa della messa in scena. Se mi chiede come funziona più nel dettaglio, prendiamo l’ultima serie a cui sto lavorando, “I bastardi di Pizzofalcone”. È tratta dal romanzo di Maurizio De Giovanni. I personaggi che ha inventato nei suoi romanzi sono tutti presenti anche nella trasposizione televisiva. Ma per alimentare lo svolgimento di un prodotto seriale non basterebbero: ne abbiamo aggiunti altri. E per la verità, anche un solo sceneggiatore di solito è insufficiente: in questo caso, siamo una squadra di sei persone. Altrimenti, non sarebbe possibile la realizzazione di una serie intera nel giro di un mese, un mese e mezzo. Oltre a noi, come dicevo, c’è anche il personale del network, che ci presenta delle esigenze specifiche. Una di queste, ad esempio (e giusta peraltro), è stata quella di riservare ad Alessandro Gassman la parte più rilevante (quella dell’ispettore Giuseppe Lojacono) che nei libri non sempre risultava così centrale.

Mi chiede se ci sono delle regole di scrittura per i soggetti? Be’, ne esiste una generale che è quella di seguire due linee narrative. La prima è detta verticale, cioè attraversa la singola puntata: nel caso del giallo, si tratta delle vicende che portano alla risoluzione del caso sorto all’inizio di ogni puntata e che la chiudono. La linea orizzontale, spesso di natura sentimentale ma non solo (si veda l’esplosione dell’ultimo episodio della serie), attraversa invece le puntate e le stagioni.

Posto che rivelare qualcosa Le sarà vietatissimo, ci può dire come sarà la prossima stagione dei Bastardi di Pizzofalcone?

Un po’ più noir.

Lei vive ormai da decenni a Roma: ha mantenuto un buon rapporto con la sua città natale, Cremona?

Cremona è sempre nel mio cuore: che io sia di Cremona, per dire, lo sanno bene anche i miei colleghi, e sento di rappresentare una di quelle tante provincialità che Roma ha saputo accogliere. La mia identità non può fare a meno del rapporto con la mia città natale. Purtroppo, ci vengo molto raramente, soltanto per trovare i parenti che mi rimangono. Ma Cremona, per me, resta un luogo dell’anima. La mia infanzia è fatta di nebbie, del Po e della città: sono nato in piazza Padella (una poco nota ma curiosa laterale di via Sicardo, dietro il Palazzo vescovile, ndr); poi mi sono trasferito in via Massarotti, che allora era quasi periferia. E fino ai 14-15 anni, quando ormai abitavo a Roma, ho passato diverse estati nella casa di famiglia di via Bonomelli.

Mi riprometto spesso di tornarci e confesso di avere un sogno: girare lì una fiction. Non che non ci abbia provato, ma non essendoci una film commission ci sono diversi problemi per chi si trova a deve allestire proprio lì un set. Eppure, sarebbe una location davvero bella e piena di fascino. Quindi sì, spero di tornarci ancora una volta, e di doverlo fare per motivi di lavoro.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 settembre 2019

Immortale Vasco, il grande spettacolo del “Nonstop live ’19”

Alle 23.30 in punto, quando la musica finisce, si accendono le luci su San Siro e lo stadio, ordinatamente, si svuota. Ragazzi, coppie, qualche solitario; tante amiche e amici di mezza età; famiglie e qualche bambino. Certe facce sono stravolte, altre sorridenti; c’è chi canta ancora, chi se ne va in silenzio e chi intona cori; e chi proprio non ce la fa a non piangere. Quasi tutti hanno una sciarpa, una maglietta, un cappellino col suo nome. Non si potrebbe trovare un campione migliore della cosiddetta “gente”. Anche se, per una sera, quelle 60mila persone sono un’altra cosa: sono il popolo di Vasco. E lo spettacolo è anche lo stadio stracolmo fino agli ultimi anelli, i boati, il pubblico che – sulle note di “Vivere” – sembra un immenso cielo stellato, trapunto di telefonini accesi.

Sei date, tutte a San Siro e tutto esaurito. Un altro record. A due anni dal raduno di Modena Park, che ha regalato al cantante di Zocca il pubblico pagante più numeroso della storia, Vasco fa il pieno con il “Vasco non stop live 2019”: 350mila spettatori. E dopo mercoledì scorso, ultima data di Milano, sarà a Cagliari il 18 e 19. Ma torniamo a mercoledì. Il palco è enorme, le luci impazzano e sugli schermi si susseguono sfondi strepitosi. I musicisti suonano infuriati. E poi, Vasco. A cui è difficile chiedere di stare fermo per più di un secondo e sarebbe impossibile levargli quel sorriso che lo accompagna fino all’ultima canzone. Pause, Vasco, se ne concede; ma non si risparmia nel cantare a squarciagola: niente male per uno che ha l’età di chi aspirerebbe solo ad arrivare a quota 100.

Nella scaletta, che pesca da album lontani tra loro nel tempo, come è normale per chi ha da poco festeggiato i quarant’anni di carriera, stupiscono (e spiazzano) gli arrangiamenti durissimi di “Cosa succede in città”, “Fegato fegato spappolato” e “Portatemi Dio”. Ci sono pause delicate come “Domenica lunatica”, “Tango della gelosia” e “Canzone”, cantata con la nuova corista e polistrumentista, Beatrice Antolini. Il momento più trasgressivo è “Rewind” con i seni al vento ben inquadrati negli schermi. Se, come è normale, scoppia il boato quando il bassista Claudio Golinelli, detto il “il Gallo”, comincia il giro di basso di “Siamo solo noi”, o il tastierista Alberto Rocchetti dà il via a “Vita spericolata”, il vertice Vasco lo tocca con “Sally”, immerso in una luce blu, mentre canta proteso verso il pubblico; e con la voce è come se guardasse negli occhi tutti quanti.

Con “Albachiara”, come sempre, lo spettacolo finisce, tra i fuochi d’artificio. “Siete solo voi”, “Ce la farete tutti”, “Vorrei abbracciarvi tutti”; saluta così, Vasco. Sono lontani gli anni del rock sudato, delle canzoni-sberleffo che strizzavano l’occhio a una vita irregolare, alle sbornie e a qualche droga – capitolo, quello delle droghe, su cui si è inutilmente esagerato. Ad accadere, invece, è un rito collettivo, dove ciascuno rivive emozioni precise, legate a canzoni con cui è consapevole di avere un rapporto personale, unico. Tutti riescono a sentirsi speciali, ed è per questo che sono così grati a Vasco. E sono pronti, la mattina dopo, per sedersi alla scrivania e tornare al lavoro con un pizzico di speranza in più, grazie a quelle canzoni in testa che parlano proprio a loro e della loro vita.

Mercato dell’arte. «I pittori cremonesi? Sottovalutati»

Mentre un Modigliani a Londra si accinge a stracciare ogni record.

Se lunedì prossimo non siete stati invitati da Sotheby’s per l’asta di Nu couché (sur le côté gauche) di Amedeo Modigliani, non preoccupatevi: l’evento è tra i più esclusivi al mondo e gli invitati sono pochi e selezionati, soprattutto in base allo spessore dei portafogli. Già, perché quella che si profila lunedì prossimo potrebbe essere un’asta da record: il seducente nudo di schiena di Modigliani è stato quotato 150 milioni di dollari e potrebbe battere Les femmes d’Alger (Version ‘O’) di Pablo Picasso, battuto all’asta nel 2015 per 179milioni 365mila dollari. Si tratterebbe del prezzo record di vendita di un dipinto a un privato. Vendendo le due tele, si potrebbero comprare due aerei di linea o una flotta di ultraleggeri, aeroporto compreso.

Nulla avrebbe potuto rubare la scena all’evento e invece è successo: questa settimana, Christie’s, la grande rivale di Sotheby’s, ha liquidato la collezione di David e Peggy Rockefeller sfiorando il miliardo di dollari d’incasso – destinati in beneficienza – e registrato prezzi record per sette artisti tra cui Matisse (Odalisca sul Divano con Magnolie, pagata oltre 80 milioni di dollari) e Monet (per un esemplare della serie Ninfee in Fiore sono stati sborsati quasi 85 milioni di dollari). E dire che non ci si era ancora ripresi dal colpo dei 450 milioni, sempre targato Chriestie’s, per il Salvator Mundi, vinto dal Louvre di Abu Dabi, record di prezzo assoluto per un dipinto.

C’è poco da fare: visto da questa prospettiva, il mercato dell’arte è per la stragrande maggioranza delle persone qualcosa di irraggiungibile. Quello contemporaneo, invece, oltreché irraggiungibile, diventa incomprensibile: come può arrivare a costare 12 milioni di dollari uno squalo sotto formaldeide (opera dell’inglese Damien Hirst)? si è chiesto l’economista Donald Thomson nel suo bestseller Lo squalo da 12 milioni di dollari.

Parlare del mercato dell’arte a Cremona restituisce un po’ di senso della realtà.

«A Cremona, i collezionisti non sono più di venti o trenta persone», ci dice un esperto d’arte cremonese. L’arte cremonese è, d’altro canto, l’unico vero oggetto del mercato locale: «Si tratta prevalentemente di arte prodotta tra Otto e Novecento, su commissione della borghesia agiata: perciò si spiega l’abbondanza della ritrattistica. Il resto, che proveniva dalle collezioni nobiliari è diventato materia museale o già stato venduto».

Paolo Mascarini e il figlio Sebastiano sono senz’altro tra gli antiquari più importanti a Cremona. Dal punto di vista della pittura cremonese, praticamente gli unici sul mercato. «I maggiori rappresentanti della pittura cremonese e di cui si può dire esista un mercato sono proprio i pittori tra Otto e Novecento come Mario Biazzi, Renzo Botti, Carlo Vittori e il più tardo Alfredo Signori. In genere, sono ottimi pittori di paesaggi padani e del Po come Vittori, nonché eccellenti ritrattisti» dice indicando un quadro di Biazzi, dai tratti vagamente modernisti. «Quel che è sicuro è che hanno poco da invidiare ai loro contemporanei. D’altro canto, provenivano da scuole d’arte prestigiose come Brera o la Carrara a Bergamo».

La mancata fortuna, pare di capire da Mascarini, è imputabile all’angusto clima di provincia: «Sono pittori di grande qualità e anche piuttosto vendibili, eppure restano sottovalutati. Le loro tele sono apprezzate tra i mille e, al massimo, i 10-15mila euro». Su questo punto, Mascarini la pensa chiaro: sono sottostimati. «Con ciò, quello che ci interessa è la qualità delle opere, nient’altro. Certo, se la città proponesse un’antologica di Biazzi o Vittori, il mercato li rivaluterebbe. D’altronde, sono i collezionisti a fare il mercato. Le case d’asta, invece, fanno i prezzi».

Mentre Cremona aspetta di riscoprire i suoi pittori, le opere di artisti contemporanei come Hirst e Koons scendono di valore. New Hoover di Jeff Koons, una lavapavimenti – sì, avete capito bene: una semplice lavapavimenti – in una teca di plexiglas, quotata tra i 15 e i 10 milioni di dollari, sembra ne valga ora quasi la metà. Vuoi vedere che, a forza di scontarla, ritroverà il suo posto nel reparto degli elettrodomestici?

Il Piccolo di Cremona, 12 maggio 2018

“Il risveglio del fiume segreto. In viaggio sul Po con Paolo Rumiz” di Alessandro Scillitani

Per il principe di Metternich, l’Italia non era nient’altro che un’espressione geografica. Per noi, si potrebbe dire, lo stesso vale per il fiume Po. Di lui sappiamo che è lungo oltre 600 km, che sorge nella località di Pian del Re, nelle valli cuneesi, a due passi dalla Francia e che si immette con la sua larga foce a delta, nel Mar Adriatico. Per cambiare la nostra idea sul Po, o meglio arricchirla di immagini, racconti, volti e dialetti non bisogna lasciarsi scappare allora la proiezione che ci sarà lunedì sera 6 novembre (ore 21.00), presso il Cine Chaplin, del film di Alessandro Scillitani, che documenta il reportage attraverso il fiume del corrispondente di Repubblica, Paolo Rumiz, diventato poi un film: «Il risveglio del fiume segreto».

Il Po comincia la sua corsa come un normale torrente alpino. Dopo un inizio di percorso incerto, verso nord, che per un tratto segue il confine franco-italiano, nella provincia di Torino il Po comincia a ricevere i primi affluenti provenienti dalle valli delle Alpi Cozie, presentandosi già come un importante fiume nell’ex capitale sabauda. Il suo destino, però, è segnato: scorrendo parallelo alle due catene montuose più importanti del nord Italia, il fiume comincia a ricevere l’acqua dell’arco appenninico e alpino, diventando così, nel giro dei primi 2-300 km, l’elemento idrografico decisivo dell’intero nord Italia, il ricettore di tutte le maggiori vie d’acqua: dal Tanaro al Ticino (che offrono i maggiori contributi in termini di volume idrico) fino ai familiari Adda, Oglio, Mincio e non  solo.

Il bacino idrografico del Po è di oltre 70mila km2, e per far capire in maniere definitiva la sua importanza basterebbe ricordare che la pianura padana, in fondo, nient’altro è se non l’enorme valle del Po. E allora: come mai quando si dice Po non si pensa a tutto questo, ma al più vengono in mente ridicole ampolle leghiste o i bollettini sull’inquinamento sfidato, in maniera un po’ improvvida, da qualche sportivo?

Ma torniamo al documentario. Rumiz racconta della sua avventura nella «più lunga costa selvaggia d’Italia». «Mai avrei pensato – continua – di trovare pezzi di Danubio, di Missisipi e di Volga. Siamo partiti con delle canoe, proseguito su una piccola barca a motore e finito con una barca a vela». E a questo proposito, vale la pena continuare a leggere cosa scrive Rumiz: «Dopo Cremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto silenzio. Solo l’acqua cantava. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta».

L’opera di Alessandro Scillitani è dunque un omaggio al più grande fiume italiano che, come dice il giornalista e scrittore, «visto da dentro non sembra più neanche Italia». Un’affermazione che, racconta il regista, «trova la sua spiegazione in qualcosa che nel film non c’è. Prima delle riprese, abbiamo fatto un percorso in bicicletta dalle parti di Torino e ci siamo resi conto che in molti punti il fiume non si vede, è negato qualunque accesso, la sua presenza si avverte solo dai cartelli “Pericolo piene”. In un mondo pieno di brutture, di insediamenti aggressivi, disastri ambientali, il Po in alcuni tratti del suo corso si è negato all’uomo e dunque ha mantenuto la sua capacità di rigenerarsi malgrado lo sfruttamento e, tra i suoi grandi argini, ostenta spazi meravigliosi di bellezza segreta, selvaggia, incontaminata, trionfante».

Il viaggio comincia dalle parti di Casale Monferrato, passando per Isola Serafini (in una scena è inquadrato anche l’acquario del Po di Motta Baluffi), continua lungo le frizzanti sponde emiliane e mantovane fino al Delta, tra i pescatori di vongole, e finisce sulle coste dell’Istria, dove – si dice – arrivino le sabbie del grande fiume.  

Continua Scillitani: «Siamo partiti alla fine di aprile, il giorno della Liberazione, abbiamo “liberato” il fiume dalla diffidenza di chi ci diceva: “Ma andate sul Danubio. Sul Po non c’è niente da vedere”, e dai pregiudizi, come quello sulla gente della Bassa Padana che – io sono di Reggio – ricordo, da ragazzo, consideravamo in qualche modo gli sfigati. Abbiamo usato imbarcazioni di diverso tipo, dalla canoa alla barca a vela e in alcuni tratti abbiamo usato la gru per superare livelli del fiume troppo bassi».

I viaggiatori fissi sono il regista, Paolo Rumiz e Valentina Scaglia, giornalista e appassionata esploratrice, e durante il percorso il film si arricchisce di incontri con persone che dividono l’amore per i fiumi, come il canoista Flavio Mainardi, l’esploratore Pierluigi Bellavite, lo skipper Flavio Fiori, lo scrittore Valerio Varesi e Francesco Guccini, esperto canoista, tra l’altro. «Ho cercato di fare una maratona cinematografica, ho evitato la voce fuori campo e mi sono inserito tra i protagonisti per cancellare la distanza della macchina da presa, ho rubato i dialoghi spontanei tra Paolo, Valentina e i compagni occasionali del viaggio, cercando di trasformarli in una sceneggiatura. Si parla di tutto, cibi, libri, vini, riflessioni sul presente, soprattutto si parla delle memorie evocate dalle atmosfere magiche del Po».

«È un’iniziativa a cui tengo molto – ha detto il direttore dell’Arena Giardino, Giorgio Brugnoli – sono convinto che in un momento di difficoltà come questo bisognerebbe guardarsi indietro e rendersi conto che una delle risorse che hanno fatto grandi Cremona è stata proprio il Po. E il Po non è solo un punto di svago: potrebbe diventare un centro di rilancio socio-economico. Dico solo questo: non esiste nessuna realtà paragonabile alla nostra che non tragga un vantaggio diretto dalla presenza di un corso d’acqua così importante e così prossimo».

«Provate a pensare cosa sarebbe Cremona – continua Brugnoli –, se si sfruttassero appieno le potenzialità del grande fiume: se, faccio per dire, non fosse andato perso il progetto del grande canale navigabile che avrebbe dovuto collegare la Svizzera all’Adriatico, passando per il Ticino, Milano e anche Cremona. Nemmeno così, tra l’altro, senza fare nulla di tutto ciò, il Po si è salvato dall’inquinamento. Mentre ora le tecnologie, se sfruttate appieno, potrebbero coniugare felicemente lo sviluppo e l’ecologia».

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 novembre 2017

“Life e Magnum, il fotogiornalismo che ha fatto la storia”, in mostra a Cremona

Se volete saperne di più su cos’è stato il Novecento, la mostra “Magnum-Life, il fotogiornalismo che ha fatto la storia” fa per voi. La mostra fa parte di un progetto più ampio riguardante la nota agenzia fotografica Magnum, fondata nel 1947, tra gli altri, da Henri Cartier-Bresson; siamo, infatti, quest’anno, al suo 70° anniversario e l’allestimento organizzato al Museo del Violino a Cremona è solo una delle iniziative pensate, qui in Italia, per l’occasione. Le altre esposizioni coinvolgono Brescia, con Magnum First, e Torino, che con ospita i più importanti fotoreportage di Magnum in Italia; il titolo: L’Italia di Magnum: da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin. A Cremona, la mostra è dedicata al sodalizio tra la notissima rivista americana Life e i reportage fotografici forniti dall’agenzia.

Veniamo all’esposizione. Ad accogliere il visitatore, ci sono le copertine di Life realizzate da Philippe Halsman, e alcuni dei suoi pezzi più famosi, legati a personaggi celebri: Alfred Hitckok, Salvador Dalì, il pugile Muhammad Alì e Marlyn Monroe. Oltre a farci ricordare la curiosa idea, avuta molto probabilmente da Halsman per primo, di ritrarre i propri soggetti intenti a saltare, gli scatti, frutto di composizione molto laboriose, restituiscono bene l’aura di divismo che attornia le celebrità.

Con Werner Bishoff si cambia decisamente passo: i reportage della carestia in India e dei campi di rieducazione durante la Guerra in Corea sono foto dure, ritratti di un’autentica disperazione. Molto dure sono anche le immagini di Bruno Bardeby sulla Guerra in Vietnam. Curiosamente, la maggior parte della sezione è dedicata al drammatico dietro le quinte della guerra, in particolare alla tossicodipendenza provocata all’uso di eroina che colpì, come una piaga, l’esercito americano e ne contribuì a spezzare il morale. Eroina che gli stessi Vietcong – vale la pena ricordare – facevano arrivare nei campi americani a prezzi bassissimi.

Il reportage bellico per eccellenza, però, è legato al nome di Robert Capa, che proprio in Vietnam, fu ucciso dall’esplosione di una mina. Di Capa, è riportato, naturalmente, lo scatto del miliziano morente, uno scatto contraddittorio – fu Capa a realizzarlo o, come alcuni sostengono, una sua collaboratrice? – che resta la testimonianza più impressionante della Guerra Civile spagnola. Ancora più impressionanti, forse, sono le foto del D-Day, lo sbarco in Normandia. Furono scattate ad Omaha Beach, spiaggia dove gli americani restarono, per ore, inchiodati dal fuoco tedesco sulla battigia, rischiando di compromettere l’intera operazione. Lo spavento e l’incubo della carneficina si trasmettono anche nella mano di Capa, tremante nelle fredde acque normanne. Capa definì quelle fotografie “leggermente fuori fuoco” e la definizione divenne poi il titolo di una sua biografia.

A Dennis Stock è legato il più bel servizio fotografico probabilmente mai realizzato su Jeames Dean, che qui viene giustamente riproposto. Tra le foto più belle, c’è lo scatto che lo ritrae sotto la pioggia, a Times Square, e che resta una silloge del suo mito, la rappresentazione migliore di una generazione, la sua, tormentata e ambiziosa. Ma Stock non si ferma qui: il reportage sul protagonista di Gioventù bruciata lo portò nel paese natale e rurale di Dean: le immagini sono quelle di un’America fatta di fattorie e campi arati a perdita d’occhio, quell’America destinata – proprio come Dean – a perdere la propria innocenza, venendo a contatto con la società di Hollywood e dello spettacolo. La morte dell’attore, a bordo della sua auto da corsa, fece il resto per costruirne il mito.

Il culmine della mostra, però, è la sessione di foto scattate da Henri Cartier Bresson e Eve Arnold durante le riprese del film “Gli spostati”, di John Huston, del 1961. Gli scatti del set non sono solo una testimonianza di una gestazione filmica difficile – nella foto di gruppo, suggeriscono gli organizzatori, ognuno posa per sé –, ma costituiscono, in qualche modo, il presagio di qualcosa di ben più tragico: sul film aleggia, infatti, il tramonto delle due stelle protagoniste del film, Clark Gable e Marilyn Monroe, il primo ucciso da un infarto il giorno dopo la fine delle riprese e la seconda, al suo ultimo film.

 Le immagini ritraggono una Marilyn nervosa, stralunata alle prese con un copione che non sembra entrarle in testa e un matrimonio al suo capolinea: quello con Arthur Miller che, guarda caso, proprio con John Huston firma la sceneggiatura del film. Ma oltre a riprendere uno dei momenti più cupi della carriera di Marilyn, finita in tragedia l’anno successivo, a restare impresso c’è il sorriso rassegnato di Gable, già incrinato – inevitabilmente, se lo si guarda con gli occhi di chi già sa – dalla morte imminente. Per chi vuole, si può già intravedere la fine di quella Golden Age, terminata in modo traumatica con l’assassinio di Kennedy.

Uscendo dalla mostra, ci si lasciano alle spalle immagini tra loro diversissime, tutte accomunate da uno sguardo che è capace di restituire, più che dei soggetti, un’immagine complessiva del Novecento: un secolo mai così violento e spettacolare, dove i sogni della più grande fama – che, se si vuole, in fondo, è desiderio di immortalità – coabitano e si avvicinano pericolosamente con il fantasma della morte. Davanti all’obiettivo è ritratta, insomma, una società di massa inchiodata alle proprie paure, ai propri miti, ai propri orrori, ai propri sogni.

Intervista a Cristiano Zanetti, curatore della mostra “Janello Torriani, genio del Rinascimento”

Superati i 20mila visitatori, la mostra «JanelloTorriani, genio del Rinascimento» si avvia al rush finale: domani, domenica 29, la mostra darà l’ultima opportunità ai visitatori di essere guidati tra le meraviglie prodotte da un uomo, JanelloTorriani, e da un’epoca, quella dell’Evo Moderno. E chi sa che, a breve, grazie a Torriani, nella vulgata, si aggiunga una nuova “T” alle quattro di Cremona.

Ma qual è stato il senso profondo della riscoperta di una figura così eclettica come Torriani, oltre all’evidente lustro che un personaggio simile continua a dare a Cremona? Cristiano Zanetti, classe 1975, curatore della mostra, è senz’altro la persona giusta con cui parlarne.

Zanetti si è laureato in Storia Medievale a Bologna ed è stato archeologo. Nel 2007 ha dedicato uno studio alla Cattedrale di Cremona, o meglio all’edificio preesistente alla distruzione, causata da un terremoto, nel 1117. Poi, è approdato con una borsa di studio all’EuropeanUniversityInstitute, a Firenze, dove il ricercatore cremonese si è specializzato in storia della scienza e della tecnica in epoca moderna.

Come non imbattersi, visto l’ambito dei suoi studi, nella figura di Torriani? «Eppure – racconta – a farmi per primo il nome di un certo Torriani da Cremona era stato un amico danese, studente di storia dell’anatomia spagnola nel Cinquecento, conosciuto durante l’Erasmus». Non c’è da stupirsi: quasi dimenticato nel suo paese d’origine, Janello detiene ancora una certa fama in Spagna, dove soggiornò a lungo, apprezzatissimo come ingegnere e non solo, presso i due monarchi più potenti della cristianità di allora: Carlo V e Filippo II di Spagna.

E qui comincia la storia della mostra: «Feci tradurre parte della mia tesi di dottorato su Janello in spagnolo e ciò mi permise di vincere ilpremiointernazionale Garcia Diego in storia della tecnologia a Madrid. Infine, lo scorso anno è arrivata la chiamata da parte di Unomedia e del Comune di Cremona per curare una mostra dedicata al nostro concittadino».

Che cosa significa realizzare una mostra del genere?

Per me, questa mostra ha voluto dire, prima di tutto, flessibilità: diciamo che solo il 20% dei pezzi presenti sono quelli ipotizzati fin da subito. Eppure, io e Cinzia Galli (conservatore del Museo di Storia Naturale, ndr) ce l’abbiamo fatta: siamo riusciti a recuperare dei pezzi altrettanto importanti e a disporli in modo da garantire al percorso una continuità narrativa e una leggibilità su più livelli. La suddivisione è avvenuta per aree tematiche: Torriani tra mito e storia, i Viaggi e vita di Janello, l’Età del Nuovo, l’Educazione cremonese, Potere e Sapere, Milano capitale delle meccaniche, la Micromeccanica, gli Automi, la Macro-meccanica, la Virtù come fonte di nobiltà».

Come mai tanta attenzione al contesto storico in cui si è formato e ha operato Torriani?

Torriani è figlio di quella che io chiamo l’«Età del Nuovo» e, come ogni genio, lo si può apprezzare solo all’interno di una tradizione. La Storia del pensiero fa proprio questo: ricrea reti e contesti. E ci porta ad ascrivere Janello in quella tradizione delle botteghe rinascimentali che lo portò, in vita, ad essere ancora più celebrato di Leonardo. Lui che era stato in grado di contare su una cosa soltanto: la virtus, le proprie capacità diciamo, un concetto che gli umanisti recuperavano direttamente dai classici e a cui gli uomini di allora davano valore civico e politico; in buona sostanza: alla comunità non poteva che convenire investire nella formazione di figure di talento. E a proposito di classici, due sono stati i grandi modelli di Torriani: Archimede e Vitruvio, i più grandi “scienziati” meccanici dell’antichità greca e romana. Vitruvio soprattutto, con il suo ideale di sapere misto, allo stesso tempo pratico e teorico. Ma se per i pensatori medievali si poteva essere, al più, «nani sulle spalle dei giganti», personaggi come Janello e Brunelleschi si spinsero oltre e, usando la matematica, varcarono le soglie della scienza moderna, arrivando a dominare con essa la natura.

Che fine ha fatto la scuola di una volta? L’intervista ad Anna Marcocchi

Perfino l’Ocse si è spinto a dirlo: bocciare è inutile. Tutti promossi, allora? Sì: ma nel mare magnum della scuola e delle normative che la riguardano, per ora, sono le opinioni a dominare. Meno, i fatti. Meglio fermarsi a riflettere. Per farlo, chiediamo un parere alla professoressa Anna Marcocchi, docente in pensione di greco, latino e italiano. Per chi ha frequentato il Liceo Classico Daniele Manin” a Cremona, la figura della professoressa, incredibilmente preparata, molto esigente e giusta, ha lasciato un ricordo indelebile. Agli altri si può citare la sua competenza straordinaria e una carriera quarantennale nell’insegnamento.

Professoressa, che è successo alla scuola? Come ha fatto a perdere la sua autorevolezza?

Sarò chiara fin da subito: sono gli insegnanti ad aver perso autorevolezza. Devono studiare, devono tornare a essere in grado di fare quello che è richiesto loro facciano in classe. E che cosa fanno invece di impegnarsi e tenersi aggiornati? Assecondano la direzione in cui va la società: quella della comodità. La difficoltà viene vista con diffidenza. Prendiamo il caso del liceo classico: ecco, togliere la traduzione (dal latino o dal greco, ndr.) durante l’esame di maturità significa togliere l’unica vera difficoltà cui si va incontro. Detto ciò, gli insegnanti bravissimi e preparati non mancano.

Come mai succede?

Succede perché la maggioranza è spaventata dalle cose difficili. La volontà di lavorare è l’unica forza che permette di superare le difficoltà. Se si è in pochi a possederla, si resta indietro. Ad aggravare il fenomeno c’è il fatto che, con la rete, agli studenti è accessibile tutto in poco tempo. Le ricerche che fanno i ragazzi non saranno perfette, ma sul web si riescono a trovare informazioni rapidamente e non per forza sbagliate. Nella mia carriera, devo dire la verità, mi sono imbattuta in traduzioni copiate dal web abbastanza buone.

Che ne pensa della questione dell’abolizione delle bocciature?

Se pensiamo che la promozione sia un diritto ci sbagliamo: è una conquista. Così funzione quella che chiamano la meritocrazia. Qui a Cremona, poi, mi è capitato di vedere un fenomeno particolare: il nome conta più dei buoni risultati quando c’è da decidere una promozione. Non nel senso che i genitori, per quanto influenti siano, non esercitano poi direttamente pressioni sui docenti: basta il nome.

Colpa dell’Italia?

Può darsi. Anche se a Milano, dove ho studiato, nessuno si scandalizzò quando bocciarono due miei compagni di scuola, figli di importanti politici (la professoressa cita i nomi, ndr.). Più in generale, all’estero, le cose vanno molto diversamente. Faccio un esempio. Una mia alunna viene presa a Cambridge. All’aeroporto trova ad aspettarla nientemeno che il suo docente. Con lei, però, è venuta anche la famiglia. Il professore non si lascia sorprendere: dice che se non sanno dove alloggiare, per qualche giorno, possono contare sulla sua ospitalità. Ma non ce n’è bisogno. Poi, prima di salutarli, il professore tira fuori un plico di fogli scritti fitti fitti in latino. Glieli dà e dice: “Vanno tradotti entro venerdì. Se non ce la dovesse fare, e quindi rifiutasse il posto, vi posso riaccompagnare io in aeroporto”.

Nella sua carriera ha notato un calo nell’impegno scolastico in generale?

Sì, ed è una tendenza che si è affermata soprattutto negli ultimi anni. L’aspetto educativo della conquista dei voti, della promozione e del diploma sta svanendo. La colpa è anche degli insegnanti: promuovere anziché bocciare è meno faticoso. Secondo voi cosa sta dietro l’atteggiamento da “amiconi” che hanno ultimamente certi professori? Di sicuro niente di educativo.

E per quanto riguarda l’educazione intesa come buone maniere?

Anche in quel caso si è andati in peggio. Un giorno, un alunno della mia scuola insulta volgarmente una collega. Lei non reagisce. Noi insegnanti sì: convochiamo tutti i genitori, gli spieghiamo quello che è successo e loro che fanno? Ridono. Sì, ridono. Se considero l’insulto di quel ragazzo un gesto grave, la risata di quei genitori mi spaventa e basta.

Cosa si può fare?

Bisogna intervenire in anticipo. Permettetemi un altro aneddoto. Un’insegnante delle scuole elementari che conosco decide di cambiare metodo di insegnamento: legge tutti i giorni ad alta voce delle storie, usa parole difficili per bambini di quell’età, ma gliele spiega con pazienza e precisione. Risultato: dopo due anni i bambini sanno leggere benissimo. Sapete che succede? Riceve una nota di demerito: troppa lettura e troppi pochi giochi in classe. Ecco, se non si interviene fin da subito, poi non si riesce più a fare molto. Io dico: agiamo sulle elementari. Le medie sono caotiche. E nei licei e nelle scuole professionali è già troppo tardi.

Professoressa, Lei per molti è il volto che il latino e il greco hanno avuto durante il ginnasio al liceo Manin. E questo per molti anni. Per chi però non l’ha avuta come insegnante di italiano, un rimpianto: non aver assistito alle sue lezioni sui Promessi Sposi. La cattedra su cui sedeva era il palcoscenico, i timbri di voce prestati ai personaggi, gli attori in scena e gli alunni, un pubblico incantato. Come ci riusciva?

Merito del testo: è tradotto e studiato in tutto il mondo. E poi, diciamo la verità, bisogna essere innamorati di quello che si fa: di quello che si è studiato e di quello che si riesce davvero a trasmettere. Bisogna continuare a studiare. E bisogna anche avere coraggio. Insegnare non può essere un lavoro riempitivo. Bisogna avere coraggio, e volontà di impegnarsi e di lavorare bene.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 1° ottobre 2016