Una Parigi che non c’è più, raccontata da Giovanni Catelli

LIBRI • E’ da poco uscito il nuovo libro del poeta cremonese corredato da foto in bianco e nero

“Parigi, e un padre” è il nuovo libro del poeta cremonese Giovanni Catelli, appena uscito per la casa editrice Inschibboleth nella collana “Margini”. È del narratore il padre di cui si racconta, uno studente di medicina nella Parigi del secondo dopoguerra, infaticabile frequentatore della città anche nel resto della vita, famiglia al seguito. Ma sono la memoria, il ricordo e quella nostalgia metafisica (quella che non si è vissuta, per forza, in prima persona) i veri protagonisti: «Ciò che si conserva, del tempo, degli anni fuggiti – scrive Catelli – è solo la minima parte, di un’ignota nervatura degli eventi, sparse luci nello sguardo, una scintillazione di fibrille nella memoria, rari oggetti, libri, fotografie, fogli sperduti». Lo sfondo è una Parigi che non c’è più, affollata e deserta, assolata e piovosa, euforica e uggiosa, in un’epoca che faceva toccare il ricordo dell’orrore e la speranza per l’avvenire.

La scrittura di Catelli, forse un unicum tra le cose in circolazione, tiene insieme i tasselli del racconto grazie a un caratteristico timbro poetico: evoca gli stati d’animo con precisione, ma ne sfuma i contorni; rarefa la narrazione, ma isola con chiarezza gli snodi necessari.

«Il libro – dice l’autore – è una meditazione sul tempo, sul ricordo, su ciò che sta scomparendo e, allo stesso tempo, un tentativo di fermarlo, quel tempo. Per me, la letteratura ha come scopo proprio quello di opporsi al tempo: è un tentativo di salvare delle cose, delle situazioni, delle persone. Mi premeva ricordare certi fatti, certe visioni e atmosfere. Quello che mi stava più a cuore, insomma, era ricostruire un’epoca, e delle persone: diverse da quelle che siamo abituati a conoscere e che rappresentano mondi ormai scomparsi».

Nel libro ci sono anche delle foto, in bianco e nero, che guidano il lettore nella rievocazione. Ma non ci sono didascalie, né le immagini hanno un ordine preciso. E questo le fa parlare ancora di più.

L’impresa di Magellano che unì due oceani

28/11/1520 • Oggi 500° anniversario di un’avventura lunga tre anni raccontata dall’italiano Antonio Pigafetta, che fu tra i pochi sopravvissuti

“Mercore a 28 de novembre 1520 ne disbucassemo da questo stretto s’ingolfandone [nel] mar Pacifico”. Con queste parole, Antonio Pigafetta descrive l’inizio del viaggio nel “mare” Pacifico, una delle tappe che lo avrebbero condotto al primo giro intorno al globo compiuto dall’umanità. Ma a smorzare quest’atmosfera da sogno, fatta di vento e salsedine, è lo stesso Pigafetta: “Stessemo tre mesi e venti giorni senza pigliare refrigerio di sorta alcuna. Mangiavamo biscotto, non più biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate, perché essi avevano mangiato il buono: puzzava grandemente de orina de sorci, e bevevamo acqua gialla già putrefatta per molti giorni, e mangiavamo certe pelle de bove (…) durissime per il sole, pioggia e vento”.

La vita in mare doveva essere qualcosa di spaventosamente difficile, allora. Ma ciò non aveva dissuaso il vicentino Antonio Pigafetta dall’imbarcarsi in quel viaggio. Era partito dal porto fluviale di Siviglia il 10 agosto del 1519 in qualità di aiutante di bordo del capitano portoghese Ferdinando Magellano. Ma cosa ci facevano un portoghese e un italiano a bordo di una flotta di cinque navi battenti bandiera spagnola?
Ferdinando Magellano era un nobile portoghese, datosi alla carriera marittima per cercare gloria e ricchezze, cresciuto nel mito delle imprese di Vasco de Gama, l’ammiraglio che, per primo, aveva raggiunto l’India (1497-98), doppiando il Capo di Buona Speranza. Enormi ricchezze attendevano chi si fosse spinto in quegli angoli remoti del mondo, dove i portoghesi già cominciavano a disseminare i loro empori commerciali. Reduce di molti viaggi (uno dei quali perfino in Malesia), dopo un’impresa militare condotta in Marocco (la presa di Azemmour), Magellano era però caduto in disgrazia: accusato di furto, era stato allontanato dalla corte lusitana.

Antonio Pigafetta era invece un nobile vicentino, finito nella Spagna del tempo al seguito di una delegazione pontificia. Cavaliere dell’Ordine di Rodi, doveva forse a questo la propria esperienza navale. A bordo della flotta di Magellano vi finì un po’ per caso: era stata una soluzione di compromesso tra la richiesta del capitano di poter essere affiancato da un aiutante di campo portoghese e il rifiuto da parte degli spagnoli.

Magellano si era presentato alla corte di Carlo re di Spagna con una proposta straordinaria ma non certo originale: raggiungere le Indie passando da ovest. “Buscar el Levante por el Poniente” (raggiungere l’Oriente passando per l’Occidente), proprio come si era messo in testa di fare un altro capitano, genovese, nemmeno trent’anni prima. Ma dai tempi di Cristoforo Colombo, di mezzo ci si erano messi un continente intero e un nuovo mare. Le promesse di Magellano rasentavano l’incredibile: impadronirsi delle Molucche, isole di favolosa ricchezza assegnate al Portogallo. In che modo? Dimostrando che le isole si trovavano nella parte di mondo spettante alla Spagna, secondo gli accordi internazionali stipulati qualche anno prima.

Ma qual era la ricchezza tanto promessa? Non oro, né argento, bensì spezie: pepe, chiodi di garofano, noce moscata.

Per noi contemporanei resta inspiegabile il fatto che si intraprendessero viaggi così pericolosi per beni dei quali, spesso e volentieri, oggi facciamo benissimo a meno. Come ha spiegato Alessandro Barbero: “La civiltà tardo medievale era una civiltà senza tè, caffè, tabacco, liquori: le spezie erano l’unica cosa che potevano dare un sapore piccante alla vita. Poter accompagnare i cibi con le spezie (usate peraltro anche nella medicina e nel settore tessile come coloranti) conferiva immediatamente un rango più elevato. E, del resto, se si guarda il peso al chilo, anche oggi valgono più dell’oro. Una sola nave carica di spezie poteva fare la fortuna di un’intera compagnia commerciale”.

Nonostante ciò, l’impresa di Magellano rasentava l’incoscienza. Il continente americano era stato esplorato solo in minima parte (il conquistador Hernán Cortés era partito alla volta del Messico, giusto pochi mesi prima di Magellano). Si sapeva che il continente proseguiva verso sud, ma non c’era prova che i due mari fossero tra loro comunicanti. Il navigatore italiano Amerigo Vespucci, che battezzò il continente con il suo nome e pubblicò nel 1503 la migliore carta in circolazione del Nuovo Mondo, aveva raggiunto i confini settentrionali dell’attuale Argentina, senza però essersi spinto oltre.

Il viaggio di Magellano trovò le prime difficoltà dopo pochi mesi. Oltre le coste del Brasile, nessuno sapeva cosa aspettarsi. Ogni insenatura poteva rivelarsi l’agognato passaggio verso l’oriente. Fu così per il Río de la Plata e infinite altre foci di fiumi, scambiati per stretti. La frustrazione degli equipaggi culminò in un ammutinamento, sedato a fatica da Magellano, che abbandonò il capitano in seconda, Juan de Cartagena, sulle rive della Patagonia, come esempio per tutta la ciurma. Le cose, tuttavia, peggiorarono ancora: una nave fu persa durante l’esplorazione della costa; un’altra, col favore della notte, girò le vele e se tornò in Spagna.

Poi, arrivò la svolta: un golfo nel quale si apriva un’insenatura, un’altra ancora e così via. E l’acqua continuava a essere salata. Magellano imboccò con decisione quello stretto, che prese poi il suo nome, e che lo condusse quel 28 novembre di 500 anni fa ad avvistare il “mare” Pacifico. Le difficoltà non finirono. Davanti alle navi si aprì la distesa immensa e interminabile dell’Oceano. Sinistre malattie avanzavano nell’equipaggio, facendone strage: “Crescevano le gengive ad alcuni sopra li denti così de sotto come de sovra, che per modo alcuno non potevano mangiare, e così morivano dieci per questa infermità”.

Passavano le settimane e nulla accadeva, mentre le provviste e l’equipaggio si assottigliavano inesorabilmente. Scrive Pigafetta: “In questi tre mesi e venti giorni andassemo circa de quattro mila leghe per questo mar Pacifico (in vero è bene pacifico, perché in questo tempo non avessimo fortuna) senza vedere terra alcuna, se non due isolotte disabitate. (…) E se Iddio e la sua Madre benedetta non ne dava così buon tempo, morivamo tutti de fame in questo mare grandissimo”.

Finalmente, la flotta raggiunse le isole dell’Indo pacifico, approdando nelle attuali Filippine. Magellano aveva raggiunto il suo primo obiettivo. Cominciò allora a elaborare il suo piano di conquista, cercando di convertire a forza i nativi e stringendo alleanze con alcuni regni locali. L’intrusione non piacque a molti di quei sovrani, che si organizzarono per sbarazzarsi degli intrusi. Nella battaglia di Mactan, centinaia di locali si avventarono sulle poche decine di europei. La resistenza fu disperata e lo stesso Magellano cadde. Così Pigafetta: “Uno Indio li lanciò una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò e lasciagliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non poté cavarla, se non mezza per una ferita de canna [che] aveva nel brazzo. Quando visteno questo tutti andarono addosso a lui: uno con un gran terciado (che è como una scimitarra, ma più grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale cascò col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono”.

Scossi dall’avvenimento, ma non piegati, i superstiti proseguirono fino alle Molucche, dove riuscirono a fare rifornimento di spezie. Delle tre navi rimaste, una fu abbandonata, perché l’equipaggio era ormai troppo ridotto per potersene occupare. Le due rimanenti si divisero e cominciarono a fare vela verso la Spagna. Le insidie, però, non erano finite: il re del Portogallo aveva ordinato alla sua flotta di intercettare le navi spagnole, essendo venuto a conoscenza del loro arrivo. Una delle due navi venne catturata. L’altra, la Victoria, guidata da Juan Sebastián Elcano raggiunse finalmente la Spagna: “Sabato, a sei de settembre 1522, intrassemo nella baia de San Lucar, se non disdotto uomini e la maggior parte infermi”. Diciotto sugli oltre duecentosessanta che erano partiti più di tre anni prima.

Il resoconto di quel viaggio, “Il primo viaggio intorno al globo”, venne scritto da Pigafetta solo qualche anno dopo e pubblicato postumo. Monumento eccezionale della letteratura marinara, nonostante l’italiano incerto e arcaico, vi coabitano la narrazione avventurosa ma sincera di quei giorni e preziose testimonianze sugli usi e costumi delle popolazioni incontrate, corredate perfino da piccoli vocabolari. È lui, Pigafetta, con il suo resoconto, in fondo, l’eroe di questa spedizione, per molti versi fallimentare: dimostrò che la via più sicura per le Indie restava quella passante dal Capo di Buona Speranza, ben rodata dai portoghesi; e che rompere il loro monopolio sarebbe stato eccezionalmente difficile (ci riuscirono gli olandesi, ma quasi cent’anni dopo). Resta però il fatto che quel viaggio fu epocale: rappresentò uno dei gradi passi che gli europei fecero nella modernità e che li destinarono alla conquista di buona parte del mondo.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 28 novembre 2020

Dal Bloody Sunday all’Irlanda post Brexit, l’intervista a Riccardo Michelucci

21/11/1920 • Cent’anni fa l’azione dell’Ira e la reazione inglese a Croke Park.

di Federico Pani

Il 21 novembre di 100 anni fa, a Dublino, si verificò uno degli eventi di maggior rilievo della guerra anglo-irlandese: la prima “domenica di sangue”. No, non si tratta della celebre “Bloody Sunday” cantata dagli U2, avvenuta a Darry, in Irlanda del Nord, poco meno di cinquant’anni dopo. Le due stragi, oltre al nome e all’efferatezza, condividono un altro aspetto fondamentale: le profonde radici storiche. Per dipanare la complicata matassa che le avvolge, abbiamo chiesto di farci da guida a Riccardo Michelucci che, giornalista, è in Italia uno dei maggiori esperti d’Irlanda.


La storia dell’Irlanda sembra consista in un continuo tentativo di dominazione da parte inglese, spesso riuscito: dal 1177, quando Enrico II nominò suo figlio signore dell’isola, fino l’Union Act del 1800, che ne decretò l’annessione all’Inghilterra. Il lungo processo d’indipendenza dell’Irlanda, svoltosi tra Otto e Novecento, trovò sempre molti ostacoli sul suo cammino.

«Alle tappe ricordate aggiungerei che all’inizio del ‘600 entrarono in Irlanda anche gli eserciti di Elisabetta I, seguiti tempo dopo da quelli di Oliver Cromwell, che misero a ferro e fuoco mezza isola. Soprattutto, però, va ricordato che negli stessi anni avvenne la cosiddetta “Plantation of Ireland”, la colonizzazione del nord da parte di coloni inglesi e scozzesi di fede presbiteriana e anglicana: un ponte che, nonostante i tre secoli, ci porta direttamente alla dolorosa divisione dell’isola del 1921. Costretta ad abbandonare l’Irlanda, l’Inghilterra riuscì tuttavia a mantenere un troncone della sua dominazione, creando una maggioranza artificiale protestante nel nord del paese. Nei primi anni del Novecento, il grande impero britannico era entrato infatti in una fase di decadenza inarrestabile e l’Irlanda fu la prima a cercare l’emancipazione. L’anno della svolta fu il 1916, quando si consumò la Rivolta di Pasqua: un episodio fallimentare, che innescò però una reazione a catena, sfociata nella guerra d’indipendenza, di cui la domenica di sangue è uno degli eventi più rappresentativi».


Arriviamo quindi a quel giorno, il 21 novembre 1920: da una parte, le forze dell’Ira (l’esercito repubblicano irlandese), guidate da Michael Collins; dall’altra, i gruppi militari inglesi. 

Fu una giornata luttuosa per Dublino. La mattina si svolse un’operazione coordinata da Michael Collins che portò all’uccisione di quindici uomini della famigerata “Cairo Gang” (Cairo era il nome del pub in cui erano soliti ritrovarsi), il cuore dell’intelligence e dello spionaggio britannico nella capitale irlandese. La rappresaglia inglese arrivò nel pomeriggio a Croke Park, il principale stadio dublinese di allora. L’esercito irruppe in armi durante una partita di football gaelico, cominciando a sparare sulla folla e sul campo; le vittime furono quattordici, tra cui due giocatori.

Più che la reazione inglese in sé – che va inserita in una logica di rappresaglie reciproche – ciò che colpisce di quei giorni drammatici è questo: mentre l’Ira cercava di colpire i gruppi militari e di polizia, il fronte inglese era rivolto a colpire perlopiù la popolazione civile. Del resto, questo metodo di repressione era stato adottato dai britannici soltanto un anno prima ad Amritsar, in India, quando l’esercito aveva sparato sulla folla, provocando quasi 400 morti.

Il culmine del conflitto anglo-irlandese fu raggiunto a dicembre con l’attacco dei mercenari britannici del “Black and tan” alla città di Cork. L’anno dopo, si giunse a un accordo, il “Govenrment of Ireland Act”, che sancì la divisione artificiale dell’Irlanda: sei delle nove contee del nord vennero staccate dall’unità insulare, con l’obiettivo di creare uno stato a maggioranza protestante (e settario), nonché un mostro geopolitico».


La soluzione di dividere in due l’Irlanda generò quindi un nuovo problema.

«E’ così. Del resto, la politica del “divide et impera” fu messa in atto dall’impero britannico anche altrove. Basti pensare ai confini tracciati in Medio Oriente, o al caso dell’India, dalla quale fu separato il Pakistan, generando caos e devastazione. L’Irlanda, tra l’altro, fu per gli inglesi il luogo dove sperimentare le forme di repressione del dissenso (controllo, violenze, torture), anche in epoca recente. È passata alla storia la Bloody Sunday, ma andrebbe ricordata anche la strage di Ballymurphy, avvenuta nello stesso anno e in piena notte, senza che nemmeno, come accadde a Derry, si stesse svolgendo una manifestazione non autorizzata per i diritti civili. I responsabili della strage, tra l’altro, appartenevano allo stesso battaglione della domenica di sangue, il 1° paracadutisti».


Superiamo i tragici eventi del 1972 e arriviamo all’accordo del 1998 con la cessazione delle ostilità. Brexit ora può riaprire il conflitto?

«Escludo la possibilità del ritorno di un conflitto aperto. Non ci sono più le condizioni internazionali per consentire uno scontro nel cuore dell’Europa. Lo sviluppo più plausibile, ancorché non immediato, è quello dell’unità. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 arrivò dopo un percorso quasi ventennale verso la pace, cominciato nel 1981 con la morte di Bobbie Sands (attivista politico e martire dell’unità irlandese, ndr), eletto simbolicamente al Parlamento di Westminster. Quello fu un momento decisivo, perché fu chiaro agli irlandesi che avrebbero potuto raggiungere i loro obbiettivi servendosi della scheda elettorale anziché delle armi.

Nonostante la Brexit, penso che si troverà una soluzione senza ledere il nervo scoperto dell’“ex border”. Del resto, parliamo di 500 chilometri che si snodano lungo corsi d’acqua e brughiera: un confine perlopiù evanescente e incontrollabile. I check point che lo controllavano non esistono più dagli anni ’90, smobilitati dopo il trattato di Maastricht e con la progressiva liberalizzazione dei movimenti delle persone e delle merci. Per quanto ci siano stati, in tempi anche recenti, episodi violenti legati alla nuova Ira, escludo il ritorno a forme di conflitto più dure.

Insomma: la divisione dell’isola, ormai, non ha più senso; un tempo, divideva una regione industrializzata da una rurale, una regione ricca (anche se connotata da feroci discriminazioni interne) da una contadina. Bene: ciò che era industriale ora non lo è quasi più, mentre la Repubblica d’Irlanda è ora, forse, la parte più ricca del paese. Per farsi un’idea, al tempo della riunificazione tedesca, esisteva un divario maggiore tra la Germania dell’Est e quella dell’Ovest. Gli unionisti del nord, che si sentono così visceralmente inglesi, non solo non vengono considerati tali da Londra ma costituiscono più un problema che altro. Certo, bisognerà pensare a un’unificazione che preveda una qualche autonomia locale, un po’ com’è avvenuto in Italia con i südtirolesi».


E’ notevole come un’isola così piccola e così a lungo sottoposta alla prepotenza di un paese vicino abbia saputo tenere salda la propria identità e la volontà d’indipendenza.

«C’è un adagio, in Irlanda, che mostra come questo popolo sia orgoglioso della propria cultura: gli inglesi li hanno colonizzati per secoli, è vero, ma gli irlandesi sostengono di aver a loro volta colonizzato gli inglesi attraverso la cultura. E in effetti, dopo Shakespeare, quasi tutti i grandi scrittori di lingua inglese sono stati irlandesi: Laurence Sterne, Bram Stoker, Oscar Wilde, James Joyce, e i Premi Nobel Samuel Beckett, William Butler Yeats, George Bernard Shaw e Seamus Heaney; ben quattro, in un paese che non conta nemmeno sei milioni di abitanti e che, eppure, è tanto ricco e vario nella sua storia e nella sua cultura».

Il Piccolo di Cremona, 21 novembre 2020

Come se la cavano i dialetti in Italia? L’intervista a Paolo D’Achille

Il dialetto è morto? Tutto il contrario. Da tempo, i dialetti non godevano di tanta salute: le serie tv come Gomorra, L’amica geniale, Zero Zero Zero, Romanzo Criminale e Suburra, le pagine Wikipedia in genovese, lumbaard, siciliano, gli infiniti gruppi Facebook. La rete, soprattutto, ha fatto molto bene ai dialetti. Ma cosa sono questi benedetti dialetti, da dove arrivano e in che rapporto stanno con l’italiano? E’ giusto recuperarli e, se sì, come? Lo chiediamo al professor Paolo D’Achille (nella foto), uno dei maggiori dialettologi e storici della lingua italiani.


Professore, come mai in Italia ci sono così tanti dialetti?


«Il motivo della presenza di così tanti e differenti dialetti è che sul nostro territorio, ancor prima dell’unificazione linguistica latina, erano stanziate popolazioni di origini molto diverse. La Alpi costituiscono da sempre un confine valicabile, così come gli Appennini; per non parlare, poi, delle lunghe coste, dei fiumi navigabili e del clima favorevole. Dopo la conquista romana, questi popoli hanno accettato come lingua il latino, dandogli però specifici tratti di pronuncia. Queste tendenze sono riemerse con le invasioni barbariche e hanno intrapreso percorsi distinti, seguendo anche le vicende di frammentarietà politica e amministrativa (si pensi ai comuni e alle diocesi). Infine, nei secoli, si è assistito anche una variazione lessicale, che deriva dal tradizionale campanilismo italiano e dalla volontà delle comunità cittadine di differenziarsi tra loro. Bisogna ricordare, poi, che la nostra penisola è attraversata da una frattura linguistica importante, la linea “Rimini-La Spezia”. I dialetti parlati a Nord, rispetto a quelli del Sud, hanno caratteristiche strutturali diverse che li avvicinano più alle altre lingue romanze, come lo spagnolo e il francese».

Non c’è il rischio che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, mettendo in bocca agli italiani un indigesto composto di lingua e dialetto?


«Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano, che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento (più pericoloso degli anglicismi). Il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica».


Il recupero dei dialetti è solo folklore o qualcosa di più serio? E poi: come se la cava l’italiano colloquiale nella convivenza col dialetto?

«In molte fasi della nostra storia, il dialetto è stato visto come un ostacolo all’italianizzazione e le istituzioni scolastiche lo hanno considerato a lungo solo come una fonte d’errore. Oggi, quindi, è giusto che si rivendichi la possibilità di adoperarlo nelle conversazioni, nell’arte o a teatro, perché è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Ma la pretesa di far diventare il dialetto una lingua di cultura e delle leggi sarebbe contro la storia. Sono proprio i parlanti dialettali, del resto, ad aver sempre riconosciuto l’Italiano come lingua tetto (cioè come la lingua di riferimento per gli usi di maggior prestigio, ndr). Ricordiamo che – fatta eccezione per la temporanea dialettofobia scolastica – l’italiano non si è mai imposto con la forza. Certo, qualche volta, la lingua della burocrazia è apparsa lontana dall’uso quotidiano. Ma l’italiano parlato rappresenta un patrimonio ormai condiviso dai più, sviluppatosi proprio dal basso, al quale non dovremmo rinunciare, anche nella convivenza col dialetto».

Eduardo De Filippo, voce, cuore e anima di Napoli

31/10/1984 • Moriva 36 anni fa un gigante del teatro. Dagli esordi alla rottura con Peppino al patrimonio lasciato alla tv

“Puó’ dí ch’ ’e strade ’e Napule cheste só’: nu palcoscenico”, cantava Sergio Bruni, “A voce ’e Napule”. La teatralità dei napoletani, si sa, è un luogo comune non lontano dal vero. Loro stessi ce lo ricordano: a gesti, a parole e con l’inconfondibile inflessione della voce. Se da Port’Alba, poi, s’imbocca lo stretto vicolo dei librai, ci si perde tra le montagne di volumi sul teatro, tantissimi dedicati proprio a chi scrisse che Bruni era la voce di Napoli e – riportando quel che si diceva, beninteso! – aggiungeva: “’A ggente sà che dice? (…) Ca Napule songh’io!”. No, non è Maradona, di cui comunque esistono murales, reliquiari ed edicole sparsi per la città. È Eduardo de Filippo, che non a Napoli ma a Roma morì un mercoledì di 36 anni fa.

Eduardo, però, in un certo senso, vive ancora. Vive nel teatro che fece ricostruire, il San Ferdinando; vive nelle rassegne che lo ricordano; nelle teche Rai e su Rai-Play; vive in molti rifacimenti filmici delle sue commedie, come “Il sindaco del rione Sanità” (2019), diretto da Mario Martone. Se, dopo la morte, si pensava che il suo teatro si sarebbe appannato, così non è stato: Eduardo de Filippo resta non solo il santo laico del teatro napoletano, ma un’icona irrinunciabile e riconoscibile – smilzo, con le sue guance scavate e spigolose – del Novecento italiano.

Eduardo nacque nel 1900, a Napoli, nel quartiere di Chiaia. Era figlio illegittimo dell’attore e commediografo Eduardo Scarpetta, divo del teatro napoletano, ma anche interprete della doppia morale delle classi agiate di allora: manteneva ben tre, forse quattro famiglie. Una di queste era quella dei De Filippo, composta dalla madre di Eduardo, Luisa, e dai suoi due fratelli, Annunziata e Giuseppe, ribattezzati Titina e Peppino. “Una famiglia difficile”, ebbe a scrivere Peppino, alla quale, nonostante tutto, Scarpetta diede un futuro. Per i tre fratelli il teatro fu una scelta obbligata: entrarono piccolissimi nella compagnia del padre, passata poi sotto la direzione del fratellastro, Vincenzo. Eduardo esordì sul palcoscenico all’età di soli quattro anni, portato in braccio da un attore.

I tre De Filippo si dimostrarono attori capaci. A vent’anni, già vantavano delle “serate d’onore”, rassegne antologiche dei loro personaggi più apprezzati. Decisero quindi di mettersi in proprio. Esordirono con “SikSik, l’artefice magico” (Peppino apostrofava così il fratello: “sicc sicc”, cioè “secco secco”, magro); un successo, ma nulla di paragonabile a quanto accadde dopo quel 25 dicembre 1931, quando al Teatro Kursaal di Napoli andò in scena “Natale in casa Cupiello”. La commedia, che sarebbe dovuta restare in cartellone nove giorni, ci restò per nove mesi. Ora: a Napoli, il Natale ma, soprattutto, il presepe (un protagonista della storia) è una cosa molto seria, nel quale i personaggi – come accade per la smorfia – costituiscono un sistema intricato di simboli. Ma, evidentemente, dietro il folklore c’era di più: i De Filippo avevano toccato le corde di una città intera. “Te piace ’o presepe?”, chiede Luca Cupiello al figlio. E lui gli risponde, sempre, invece: “No, nun me piace!”.

Il successo di “Natale in casa Cupiello” fece conoscere i De Filippo all’Italia intera, conquistando perfino le simpatie di Mussolini. È in quegli anni che Eduardo cominciò a maturare l’ambizione di diventare un grande autore. Sono gli anni, infatti, della collaborazione con Silvio D’Amico, fondatore dell’Accademia nazionale d’arte drammatica e col maggiore drammaturgo italiano di allora, Luigi Pirandello, senza che però ne uscisse nulla di significativo. Anzi: “L’abito nuovo”, scritto a quattro mani, fu giudicato dallo scrittore Corrado Alvaro non all’altezza dei due autori. E ancora oggi, un critico contemporaneo come Maurizio Giammusso la definisce “l’opera più brutta di entrambi”. Quando arrivò la guerra, Eduardo si era già da qualche anno trasferito a Roma.

Dopo la liberazione, decise di tornare a Napoli. Alla città che era eroicamente insorta contro i tedeschi, però, se n’era sostituita un’altra, piena di rovine e fame, dominata dal mercato nero e dalla prostituzione. C’è un episodio mitologico, a questo punto, un incontro tra Eduardo e lo scrittore Curzio Malaparte, in quella Napoli disastrata. La leggenda vuole che da quell’incontro nacquero due capolavori. Malaparte cominciò a scrivere “La pelle”. Eduardo, invece, andò in scena il 15 marzo del 1945 al San Carlo, con uno spettacolo in favore della Croce Rossa. Era “Napoli milionaria!”. La commedia è il racconto di un reduce che, tornato dalla guerra, trova una situazione familiare disastrosa: una moglie dedita al mercato nero e fedifraga; una figlia incinta di un soldato americano; un figlio delinquente. La sgangherata famiglia riesce a trovare unità solo quando la figlia più piccola si ammala; ma la cura è affidata a una medicina che non si sa se la salverà. Come recita l’ultima, leggendaria battuta “Ha da passà ’a nuttata” (scritta così nel copione, ma che a tutti suona come “Adda passà ’a nuttata”). Di quella prima rappresentazione, scrisse Eduardo: “Arrivai al terzo atto con sgomento. Recitavo e sentivo attorno a me un silenzio assoluto, terribile. Quando dissi l’ultima battuta finale e scese il pesante velario, ci fu silenzio per otto, dieci secondi. Poi, scoppiò un applauso furioso e anche un pianto irrefrenabile. Tutti avevano in mano un fazzoletto: gli orchestrali che si erano alzati in piedi, i macchinisti che avevano invaso la scena e il pubblico, che era salito sul palco. Tutti piangevano, e anch’io piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”.

Appena un anno dopo, Eduardo scrisse “Filumena Marturano”, pensata su misura per la sorella Titina. Le battute recitate dalla sorella – “I figli so’ figli” o “Quant’è bello chiagnere” – le sognò di pronunciare, tra le tante, senza mai riuscirci, anche una super diva come Anna Magnani. Quando morì Titina, uno dei primi ad arrivare al capezzale fu il fratello Peppino, che nel frattempo aveva lasciato la compagnia ed era assurto alla fama come la migliore delle spalle di Totò. Ma i due fratelli già da tempo non si parlavano: i rapporti si erano rotti irreparabilmente nel 1944 e, da allora, si scrivevano solo per lettera.

La famiglia, già: un chiodo fisso di Eduardo, a cui dedicò un trittico culminato con un altro capolavoro, “Sabato, domenica e lunedì”, sfiorando – qualcuno scrisse – Anton Čechov. La vita di Eduardo fu lunga, costellata di molti successi professionali, perfino all’estero (a Londra e in Russia) e, in fondo, da pochi scivoloni, spesso fuori dal suo controllo, come un film mancato con Fellini e un fiasco negli Usa, imputabile per molti alla regia affidata a Franco Zeffirelli. Il lutto più duro che dovette affrontare fu la morte improvvisa della figlia Luisella, di quattro anni, per un aneurisma, mentre giocava col fratello Luca.

Con l’arrivo della televisione, Eduardo registrò una gran quantità di commedie, lasciandoci un patrimonio inestimabile. Senza dubbio, lo fece anche per apporvi, con la sua interpretazione, il proprio sigillo. Menzioniamo, su due piedi, almeno due cose da rivedere: il film che Zeffirelli dedicò a Pulcinella, dove Eduardo, dietro la maschera, sa trasmettere un’incredibile gamma di emozioni; ma anche la scena di “Questi fantasmi”, dove racconta dal balcone la ricetta perfetta del caffè napoletano.

«È stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo: così si fa il teatro. Così ho fatto. Ma il cuore ha tremato sempre, tutte le sere, tutte le prime rappresentazioni. E l’ho pagato. Anche stasera batte. E continuerà a battere, anche quando si sarà fermato», disse così a Taormina, ritirando un premio, poco prima di morire. Ma non dopo aver ringraziato, pubblicamente e con parole commoventi, il figlio Luca, che lo aveva accompagnato negli ultimi anni della sua vita professionale. Nel cuore, in questo momento, ci resta forse più di tutte quella battuta di “Napoli milionaria!”, “Adda passà ’a nuttata”.

Ma Eduardo sembra ci parli ancora, forse più di prima e forse proprio a noi. In una delle ultime rappresentazioni, infatti, decise di cambiarla, quella battuta. E, dunque, prima che il sipario cali, non dice di dover aspettare che passi la notte, “Adda passà ’a nuttata”, ma “’A guerra nun è fernuta”: “La guerra non è finita”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 31 ottobre 2020

“Eccessi d’autore. Retoriche della voce nel romanzo italiano di oggi”, di Filippo Pennacchio

LIBRI • S’intitola “Eccessi d’autore – Retoriche della voce nel romanzo italiano di oggi” ed è firmato dal cremonese Filippo Pennacchio, assegnista di ricerca in letteratura italiana contemporanea all’Università Iulm di Milano. Pubblicati dalla casa editrice “Mimesis”, il volume è dedicato alla narrativa italiana contemporanea.

Pennacchio, lasciandosi meritoriamente alle spalle ogni dibattito giornalistico e mondano, va diritto al nocciolo della questione: è possibile trovare un tratto che accomuni la nostra narrativa degli ultimi vent’anni? La risposta è sì ed è il frutto di una ragionata campionatura di testi.

«L’idea che c’è dietro – dice l’autore – è un tentativo di verifica di un’impressione nata dall’esperienza di lettore. Ci sono modi di raccontare che si assomigliano. In particolare: capita di trovarsi sempre più spesso di fronte a narratori loquaci che si mettono in scena e ci intrattengono».

Nel libro, una delle ipotesi è che l’assertiva presenza dell’autore sia una forma di reazione alla perdita di centralità della letteratura.

«Sì, è possibile che l’atteggiamento degli autori sia una reazione, diciamo pure simbolica, alla marginalizzazione della letteratura nella nostra società. Ma non è l’unica spiegazione. Oggi si possono fare molte esperienze narrative al di fuori della letteratura. Basti pensare ai format degli influencer, che mettono costantemente in scena la loro vita. O a quella di noi utenti, a cui è data la possibilità di commentare quasi ogni cosa in rete. La letteratura potrebbe quindi inserirsi in questo clima, provando a intercettarlo, e uscirne trasfigurata. Un autore che ha segnato una svolta in questo senso, che ha metabolizzato i modi di comunicare di media diversi, è stato senz’altro Roberto Saviano con Gomorra».

Nel libro c’è una discussione sulla canonica distinzione tra autore e narratore.

«È un caposaldo negli studi di letteratura. Il narratore è l’istanza fittizia da cui proviene il narrato. Ma l’idea che lo studio di un testo, come si credeva, possa prescindere dallo studio dell’autore è sempre più messa in discussione. Anche tra gli specialisti».

Se è vero che i veri romanzi della nostra epoca sarebbero le serie TV, dovremmo preoccuparcene?

«Diciamo così: sono sempre stato sospettoso di chi rivendicava il primato della lettura sulle altre forme di intrattenimento. Esistono film, serie tv e videogiochi che, per intreccio narrativo e complessità, non hanno nulla da invidiare ai romanzi. Credo che ci si possa arricchire anche facendo esperienza di questi prodotti. Personalmente, non critico i miei studenti per il semplice fatto che passano più tempo guardando serie tv anziché sui libri». 

The Blues Brothers, film cult per eccellenza

20/6/1980 • Esattamente 40 anni fa usciva nelle sale l’opera che consacrò il mito di John Belushi e dei fratelli Blues

Centro correzionale “Joliet” dell’Illinois. Un ufficiale giudiziario elenca gli oggetti da restituire all’ex-detenuto che ha di fronte: “Un orologio digitale Timex, rotto. Un profilattico non usato. Uno… usato. Un paio di scarpe nere. Una giacca di un abito nero. Un paio di pantaloni di un abito nero. Un cappello, nero. Un paio di occhiali neri. 23 dollari e 12 cents. Firma qua”. Gli occhiali in dotazione al completo sono Ray-Ban Wayfarer. Fuori dal penitenziario si ferma una Dodge Monaco Sedan della polizia. Dalla macchina scende un uomo vestito con lo stesso completo e gli stessi occhiali da sole. Le porte del carcere si aprono e compare il profilo di un ometto tarchiato. Le prime note di una canzone blues e i due si vengono incontro, rigidi come manichini, neanche fosse un duello western; si abbracciano. Con questa prima, immortale scena comincia il film “The Blues Brothers”, uscito negli Stati Uniti il 20 giugno del 1980.
La storia la conoscono tutti. L’appena uscito di galera Jake Joliet Blues e il fratello Elwood tornano nell’orfanotrofio dove sono cresciuti e scoprono che sta per chiudere i battenti a causa di 5mila dollari di tasse in arretrato; decidono di rimettere in piedi la loro band e guadagnare abbastanza per pagarne i debiti. Nonostante le mille disavventure, ce la faranno.
La band eponima nacque prima della pellicola. John Belushi (Jake) aveva conosciuto Dan Aykroyd (Elwood) che, oltre a lavorare a un programma TV per bambini, era proprietario di un club. Dan fece conoscere a John il blues. Fu amore. I due cominciarono a mettere in piedi un supergruppo musicale che avrebbe avuto come repertorio i classici del blues. Mancava solo una divisa riconoscibile. Si ispirarono all’abbigliamento del musicista John Lee Hooker (nel film appare in una scena, dove canta “Boom boom”): un completo serioso, stemperato dagli occhiali da sole, che serviva in origine ai musicisti afroamericani a combattere i pregiudizi dei bianchi. Nel 1978 i Blues Brothers si esibirono al Saturday Night Live col brano “Soul Man”.
Il Saturday Night Live è un leggendario varietà americano della NBC. Nacque nel 1975 per rinfrescare la TV americana. Condotto da giovani, apertamente anti-nixoniano, si racconta che negli studi aleggiasse un perenne odore di marijuana. Sul suo palco si esibirono comici come George Carlin o giganti della musica come James Brown, Aretha Franklin, Elvis Costello, Bruce Springsteen, Joe Coker, moltissimi altri ancora e, naturalmente, anche John Belushi, che fu prima di tutto un comico. Si contarono, in totale, 83 sue partecipazioni e, tra tutti, lo sketch più fenomenale fu l’imitazione di Joe Cocker. Si dice che Paul McCartney gli avesse chiesto di esibirsi privatamente al suo compleanno per una cifra astronomica, tanto lo faceva ridere quando si contorceva a terra cercando di rialzarsi mentre imitava il cantante britannico.
Belushi era nato a Chicago da genitori albanesi. A 29 anni, nel 1978, si era già conquistato un posto d’onore nel cinema americano, con la commedia “Animal House”, record di sempre d’incassi per il suo genere, nonché un posto di tutto rispetto nella musica, con un disco di platino per il primo album dei Blues Brothers: due milioni e 800mila copie vendute in pochi mesi. Un talento ciclonico, merito non solo delle sue forze. Bob Woodward, il giornalista del Watergate, che gli dedicò un libro d’inchiesta, “Wired”, “fulminato” (in italiano: “Chi tocca muore”), raccontò bene della smodata passione di John per la droga: gli permetteva di scatenarsi per ore ed eseguire numeri acrobatici, come i salti che si vedono nel film. Dato il peso, quasi un quintale, per 1,75 d’altezza, si trattava di performance al limite del possibile.
Anche The Blues Brothers fu una tempesta di droga, concentrata per lo più nel corpo di Belushi (e gli occhiali, vuole la leggenda, servivano proprio a mascherarla): la stessa droga che avrebbe lasciato orfano Elwood, il vero fratello Jim e un numero incalcolabile di fan. Morì in una stanza d’albergo il 5 marzo 1982 a Los Angeles. L’ultima sera della sua vita, la trascorse insieme a Robert De Niro e Robin Williams in uno dei soliti bagordi. Quella notte spese ben 5mila dollari in cocaina, dopo esserseli fatti anticipare dal suo agente, dicendogli che ci avrebbe comprato una chitarra. La dose letale, mista di eroina, gli venne iniettata dalla groupie Cathy Smith. Aveva 33 anni.
“Va disintossicato”, diceva il medico di scena durante le riprese, “altrimenti fategli fare più film possibili, perché non gli resta che qualche anno”. La morte di Belushi fu una fatalità, ma non casuale ed eternò la sua stella per sempre. Disse Dan Aykroyd, in un’intervista: «Il mio atteggiamento verso la cosa è duplice. Da una parte, penso: mi dispiace, amico, non ce l’hai fatta e non posso farci niente. Dall’altra, mi manca e soffro. Di recente, ho sentito una canzone che diceva “coraggio Jonny, ce la puoi fare / ancora un miglio, Jonny” e ho pianto». Se vogliamo essere onesti, il segreto fascino del film sta proprio nel mito del simpatico, brutto e dannato John Belushi.
The Blues Brothers è uno di quei film che spiegano bene l’espressione “di culto”. A metà tra una commedia demenziale e un musical, sviluppa degli sketch lungo un asse narrativo preciso. Da molti punti di vista, resta un film memorabile. Per la comicità, la musica, i cammei, la quantità di comparse, il numero di auto fatte a pezzi (un record che detiene tuttora). Il regista, John Landis, confezionò un film che non si prendeva sul serio dalla prima all’ultima scena, antesignano della comicità demenziale e, se ci pensate, riassuntivo allo stesso tempo dei generi precedenti, che mescola e deforma.
Landis era un democratico e non è un caso che il film si svolga sullo sfondo di una Chicago brutta e sporca, già sull’orlo della deindustrializzazione, dove l’unica comunità piena di vita è quella afroamericana. I bianchi sono al massimo degli zotici: ricordate il locale dove la band si esibisce per la prima volta ed Elwood chiede “Che genere di musica fate di solito?”. Risposta: “Facciamo tutti e due i generi: il country e il western”. Ecco: gli avventori del locale, tutti bianchi, sono dei bifolchi e i gestori dei mezzi imbecilli. D’altro canto, è un film che non mistifica nulla, nemmeno il potere salvifico della musica. Nessuno della band ha fatto fortuna: c’è chi cucina hamburger (Guitar Murphy e Lou “Blue” Marini), chi fa il cameriere (“Mr. Fabulous”) e chi suona davanti a dieci persone cover di pezzi inascoltabili (“Murph and Magic Tones”).
The Blues Brothers è uno di quei film di cui viene voglia di citare quasi ogni scena. La Cadillac scambiata per un microfono; Aretha Franklin che canta in ciabatte e indossa un grembiule macchiato e unto; Ray Charles che, cieco, spara con la precisione di un cecchino; la rete da pollaio dietro cui canta la band e contro cui si infrange una marea di bottiglie di birra; tutte le scene con i nazisti dell’Illinois; le ripetute aggressioni, con armi sempre più esplosive, della mancata sposa di Jake, interpretata da Carry Fisher. E, naturalmente, le scuse dell’ex galeotto, in un climax che termina con l’ormai mitologico ricorso alle cavallette.
Tra le scene da citare ci sono senz’altro anche l’inseguimento per le strade di Chicago e la caccia ai fratelli da parte di tutti i reparti dell’esercito, dalla cavalleria alla marina. E poi ancora: la cattura e il finale in prigione, con la canzone “Jailhouse Rock”. Ma il punto più celebre resta il concerto. Cab Calloway scalda il pubblico; parte la musica del Saturday Night Live; arrivano Jake ed Elwood, e nella sala cala il gelo. Belushi, attonito, dà il via: “uno, due… uno due tre”. Ed è il momento di “Everybody needs somebody to love”. Buon compleanno, fratelli Blues. E tu Jake, beh, manchi tanto anche a noi.

L’unica cosa certa è l’assenza di Dio, l’assurdità del mondo. “L’impostura” di Georges Bernanos, un libro che fa ancora male

Solo chi conosce Dio può credere all’assurdità del mondo e a raccontarlo è Georges Bernanos nel suo secondo romanzo, L’Impostura (1927), pubblicato dalla casa editrice GOG. Ma cominciamo con il compito più agile: riassumere la trama. L’abate e intellettuale Cénabre si accorge, ormai maturo, di non avere mai creduto davvero in Dio e lo confida al collega Chevance non prima di aver sbattuto in faccia al suo protetto Pernichon quanto lo ritenga un mediocre. Sul docile collega e sull’arrivista protetto si abbatteranno due diverse tragedie, forse affrettate dalla confessione dell’abate. Oltre al dramma dei tre personaggi, il resto di quel che accade si riduce a non molto.

Bene, ora comincia il difficile: perché le scene, per quanto limitate, sono dense di gesti, parole, simboli. Non solo: più di quel che accade esteriormente, sono le vicende interiori a costituire l’effettiva nervatura del racconto, fatto da uno scorrere ora tumultuoso ora lutulento dei pensieri. È la vita interiore a imprimere le svolte decisive e a far raggiungere al romanzo la massima concitazione. Ma quando pensavamo di aver raggiunto l’eterea sfera dei sentimenti e dei pensieri, eccoci piombati di nuovo sulla terra: quei pensieri che guidano lo scorrere delle vicende si conficcano nella carne e provocano nei personaggi un dolore sempre e soltanto fisico. E Bernanos, che era stato nelle trincee, sa di cosa parla. Del resto, proprio nel descrivere il dolore impresso nelle carni, la sua prosa raggiunge i toni più espressivi. Per capirci:

E percepì la propria risata. (…) Un sollievo immenso, un immenso alleggerimento furono l’immediata ricompensa, e nulla potrebbe rendere meglio l’idea di quell’inattesa liberazione che lo scoppiare di un ascesso. 

Tentò inutilmente di inghiottire la saliva. La gola gli si era stretta come in una convulsione tetanica e vi sentiva martellare il cuore. Finalmente le parole trovarono una via d’uscita, e la sua collera sgorgò come un fiotto di sangue. 

Si interruppe per un attimo, passò un fazzolettino sulla fronte pallida. Nel silenzio si sentì il respiro breve dei suoi polmoni rosi dalla tisi, che ricordava il crepitio di un foglio di carta velina sgualcito.

L’Impostura è un romanzo disperato, dove anche l’innocenza un po’ tonta e benedetta dalla grazia che potrebbe sopravvivere è insidiata: sulla piccola Chantal (uno degli ultimi personaggi a comparire), il cui silenzio è scambiato per acume, si staglia nel finale l’ombra di Cénabre.

Impietosa è anche la restituzione dell’annaspare inutile della – chiamiamola così, per comodità – ragione che, al servizio della mediocrità, produce piccole astuzie e meschinità e, al massimo della sua forza, si dispiega in ragionamenti mirabili quanto inservibili o, peggio, perniciosi. Tommaso d’Aquino pensava che la ragione fosse la strada per arrivare alla porta della fede; Cénabre ci mette di fronte agli occhi quanto possa essere disperante, o pericoloso, continuare a percorrere quella strada, se quella porta resta sempre chiusa. Anche questa volta la ragione, per un po’ vacillante e come colta alla sprovvista, si sforza di riallacciare la catena, edifica la sua ipotesi rassicurante, come un ragno tesse la tela intorno alla preda sospetta. Dall’altra parte, c’è il dibattersi della vita, altrettanto inutile, ma dotato di una forza polimorfa che gli permette di farsi dramma.

Perché una natura potente, esclusa dalla grazia, va in cerca del proprio equilibrio molto al di là della soddisfazione di sé, sola serenità terrena. E nel furore apparentemente assurdo, che la volge contro se stessa, non si deve vedere altro che le prime avvisaglie della terribile ebbrezza, la cui perfezione è l’inferno, nel suo silenzio assoluto. I dialoghi e i pochi episodi del libro sono allora il momento in cui si getta luce su quel dramma, la sua trascrizione espressiva e fedele.

C’è da dire che, accanto all’innegabile potenza di molti passaggi, ce ne sono altri in cui i pensieri si aggrovigliavano così tanto da rendere la complessità quasi intollerabile. Lo stesso vale anche per alcuni dialoghi, che si trasformano in surreali monologhi, implausibili: forse un tributo alla temperie culturale di allora, sia stilistica che intellettuale, ma che, letti ora, depotenziano il dramma. Detto questo, si tratta – per dirla in gergo filosofico – di una contro-apologia a una teodicea umanistica ancora fumigante a quasi cent’anni dalla pubblicazione, una parabola che racconta come l’uomo non possa salvarsi da solo. E che presuppone che sia ancora una volta Dio, pur nella completa assenza, a svelare l’assurdità del mondo.

Federico Pani

Pangea News, 9 giugno 2020

“Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello

Prendetelo come un saggio, un catalogo d’arte e una raccolta di mirabilia insieme: giustificherete il formato e il prezzo di “Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello (Adelphi, 38 euro, pp. 251). Il libro è una visita nelle stanze del motel dove si svolge il celeberrimo Psycho (1960) di Alfred Hitchcock: un’autentica “Camera delle meraviglie”, uno di quei “gabinetti delle curiosità”, tipici delle abitazioni aristocratiche europee, stracolmi di oggetti straordinari a beneficio della meraviglia dei visitatori. E il libro è, a sua volta, una Wunderkammer, degna delle originali. Grazie a un’analisi che ha condotto fotogramma per fotogramma, Vitiello si sofferma su un catalogo di oggetti che mai avremmo potuto notare da soli: quadri e sculture, soprattutto, che fanno tendere il braccio della pellicola fino al mito greco.

L’idea di portare gli spettatori virtualmente in gita sul set, ancorché a scopo promozionale, era venuta, del resto, al regista stesso; così come alcuni commentatori avevano già inventariato le opere di cui si sapeva che il film era disseminato. Ma oltre a reperire qualcosa che era sfuggito anche agli inventari più solertemente compilati, Vitiello fa di più. Per prima cosa, riporta la falsa notizia secondo cui il film si sarebbe intitolato “Psyché”, un refuso divulgato a mezzo stampa e mai smentito. Di qui, svolge un’interpretazione del film che fa ruotare il discorso su un perno preciso: il “sesso metafisico”, indicato dal regista in un’intervista come il tema portante, ma considerato allora, come oggi, poco più di una freddura.

Quest’acribia filologica e la precisa chiave interpretativa del sesso metafisico fanno sì che “Una visita al Bates Motel” superi il saggio compilativo e diventi vera opera esegetica che ha la forma di una visita guidata: un libro dove i tableaux vivants e l’agalmatofilia – la passione morbosa per le statue, confessata curiosamente tra l’altro anche da Flaubert – sono solo le prime tappe del viaggio.

A impreziosire il libro, oltre alla galleria di fotografie che si snoda a corredo tra le pagine, c’è poi lo stile estroso di Vitiello, funambolico nel tenere in equilibrio l’erudizione e il tono scherzoso. Nel passo dove compaiono sul set “Amore e Psiche giacenti” di Antonio Canova c’è un bell’esempio di descrizione erudita e minuziosa; mentre un esempio di ironia (preso davvero a caso, sfogliando il libro) è la descrizione del regista in apertura del trailer di “Psycho”, a metà tra il sacerdote rituale e il cicerone: “sullo spiazzo in terra battuta davanti al Bates Motel, con le mani in tasca e l’aria di cortese impazienza di chi sia in attesa del pullman di un gruppo turistico”.

Ecco, invece, un passo in cui Vitiello parla del rapporto tra “Psycho” e il film precedente girato da Hitchcock, “La donna che visse due volte”:

Appena due anni prima [Hitchcock] era sgattaiolato fuori da quella toletta neoplatonica dove l’amata era l’immagine, ricreata per virtù di cosmesi, di una morta che a sua volta era la copia vivente del ritratto di un’altra donna sua antenata – mise en abyme vertiginosa, degna di quel passo di Ficino a commento delle Enneadi dove è detto che l’artista è lontano dalla realtà quanto un uomo che fa la statua di sé stesso, la dipinge e poi cattura il riflesso del quadro in uno specchio.

Vitiello prende la rincorsa dall’interpretazione del primo dei due film di Hitchcock e, grazie al trampolino offerto da un’arte visiva, la mise en abyme, spicca un balzo vertiginoso e atterra sulle pagine di un umanista del Quattrocento, commentatore dell’opera di Plotino.

Federico Pani

Café Golem, 20 aprile 2020

Dalla Repubblica Cisalpina all’Italia: la storia Tricolore

14/3/1861 • Il Regno d’Italia adotta ufficialmente la bandiera con tre strisce: verde, bianca e rossa

Quando nel 1796 il generale Bonaparte arrivò a Nizza, già annessa alla Francia, per prendere il comando dell’Armata d’Italia, le notizie della Rivoluzione di Parigi avevano già da tempo infiammato la penisola; si erano rincorse concitate, spesso contraddittorie. Per esempio: si sapeva che il simbolo dei rivoluzionari era una coccarda tricolore; ma per alcuni era rossa bianca e blu; per altri, rossa bianca e verde. Poco importava; il significato era uno solo: Rivoluzione. Così, già nell’autunno del 1794, prima di tentare l’insurrezione a Bologna, allora dominio pontificio, il bolognese Luigi Zamboni e l’astigiano Giovanni Battista de Rolandis, studenti universitari, avevano deciso di farne il simbolo della rivolta. Scelsero la variante cromatica verde, simbolo di speranza. Il rosso e il bianco, invece, richiamavano i gonfaloni delle rispettive città d’origine, con il riferimento al periodo della gloriosa indipendenza comunale. Altri, invece, sostengono che dietro la scelta dei colori ci fossero ragioni massoniche; fatto sta che quanto il moto di Zamboni e De Rolandis fu un disastro – vennero incarcerati e uccisi – tanto invece il tricolore cominciò ad avere successo. Le milizie rivoluzionarie milanesi ne fecero presto la loro insegna. Il rosso e il bianco, infatti, simboleggiavano anche il Comune di Milano e l’aggiunta del verde non poteva essere più azzeccata: era il colore delle casacche dei miliziani lombardi.

La bandiera italiana ricalcava quindi da vicino sia il significato rivoluzionario sia la genesi del vessillo francese: il rosso e il blu erano i simboli del Comune di Parigi. Ma l’Italia non era la Francia e senza i cannoni e le baionette di Bonaparte la Rivoluzione non sarebbe nemmeno potuta cominciare. Dopo che i francesi ebbero battuto gli eserciti austriaci russi e piemontesi, ai rivoluzionari italiani fu concesso di instaurare delle Repubbliche giacobine, scalzando i vecchi Stati regionali. Tra le fila dell’esercito napoleonico, nel frattempo, erano cominciate a confluire anche le truppe repubblicane italiane. Assodata la tricromia ufficiale della bandiera francese, per farsi riconoscere, i miliziani concordarono con Napoleone la variante cromatica verde. Così, quando una delle repubbliche giacobine italiane, in cui poi sarebbero confluite anche le altre, quella Cispadana – divenuta poi Cisalpina – scelse il suo vessillo, la proposta di Giuseppe Compagnoni sembrò d’obbligo: durante una delle sedute nel Parlamento di Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797, fu adottato il tricolore. In un primo momento, le tre righe furono sovrapposte e, al centro, fu stampigliata una faretra con quattro frecce, simbolo delle repubbliche sorelle. Qualche mese dopo, la bandiera venne ruotata di novanta gradi.

Il contrattacco dei nemici di Napoleone, impegnato altrove, spazzò via le repubbliche. Seguì la riconquista francese, la costituzione di un’unica repubblica e poi un regno, d’Italia (in pratica una protettorato francese) la cui bandiera, pur di fogge diverse, rimase dei tre colori. Con la sconfitta di Bonaparte e il Congresso di Vienna, il tricolore sembrò destinato a essere archiviato. Così non fu e al significato di libertà e uguaglianza si aggiunse quello dell’unità nazionale. I moti della prima metà dell’Ottocento, difatti, furono costellati dal tricolore: sventolò durante l’insurrezione di Alessandria guidata da Santorre di Santa Rosa, fu impugnata da patrioti come Ciro Menotti, Teresa Cattani e dai fratelli Bandiera, seguaci della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Nel 1848, l’insurrezione generale delle grandi città d’Italia fu un altro tripudio di tricolori: sventolò anche durante le Cinque giornate di Milano e divenne la bandiera della Repubblica di San Marco di Daniele Manin, di quella Romana guidata da Goffredo Mameli e Mazzini, ma anche del rivoluzionario Regno di Sicilia. Pensando che fosse arrivato il momento giusto per cacciare gli austriaci, anche il sovrano sabaudo Carlo Alberto di Savoia decise di impugnare la bandiera.

“E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana”. Con queste parole, Carlo Alberto cominciò una sfortunata campagna militare contro l’Austria, che si sarebbe poi detta Prima guerra d’Indipendenza. Ma la bandiera, anche questa volta, sopravvisse alla sconfitta militare. Il singolare incrocio del tricolore e dello stemma sabaudo accompagnò le più fortunate vicende della Seconda guerra d’Indipendenza, e sventolò a Quarto prima che la spedizione garibaldina salpasse. Nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola si ritrovò unita e il 14 marzo del 1861 il tricolore divenne la bandiera del Regno d’Italia. Lo diventò, però, in modo discreto, senza annunci: fu il risultato automatico e previsto per legge dall’avvenuta votazione e conseguente nomina di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

Curiosamente, per un lungo periodo non esistette una bandiera italiana ufficiale: la mancanza di una apposita legge al riguardo – emanata soltanto per gli stendardi militari – portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, senza un vero criterio di riproduzione. Nel 1925 fu definito il modello ufficiale che recava lo stemma della corona reale. “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni. (È approvata. L’Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.)”. “Perfino dall’arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l’emozione di quel momento”, scrive giustamente il redattore del sito del Quirinale, da cui sono tratte queste righe. Quello riportato, poi, è un stralcio decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946, che stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, in seguito confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della Costituzione.

Ma la storia della bandiera non finì del tutto con quella votazione. Risalgono al 2006, e fanno parte del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 aprile 2006, le “Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche” che definiscono i codici univoci dei colori della nostra bandiera. Ad alcuni era parso che il colore rosso virasse troppo, in certi casi, verso l’arancione. Così, da qualche anno è solo uno quel rosso che il poeta Giosuè Carducci aveva detto fosse quello dei soldati caduti per la libertà, insieme al bianco delle nevi perenni delle Alpi e il verde dei prati. Del resto, sono ancora molti, oggi, a vedere quello che vogliono in quei tre colori. Forse tutti però vediamo in quel tricolore una sola, grande cosa: l’orgoglio di essere italiani.   

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2020