“Meglio star zitti? Scritti militanti su letteratura, cinema e teatro”, di Giovanni Raboni

Peccato per le virgolette, disseminate un po’ in tutto il libro: sono tra le poche cose, forse le uniche, che si possono rimproverare alla prosa di Giovanni Raboni (1932-2004), poeta della scuola lombarda, traduttore di Proust e, in questo libro, critico militante. Parliamo della raccolta edita da Mondadori “Meglio star zitti?” (15 euro, pp. 480). Ecco, provate a togliere le virgolette e la sua scrittura non perderà nulla. Nemmeno quel tratto esitante, frutto (a detta del curatore Luca Daino) degli studi filosofici in fenomenologia, di cui per fortuna non rimane nessun’altra traccia. Più che recensioni, sono stroncature. Di libri, di film e di spettacoli di teatro. Ma sarebbe stato riduttivo chiamarle così.

Ogni articolo, in effetti, dosa le ragioni di approvazione e di disappunto; qualche volta anzi capita che la partita finisca alla pari. In molte di esse, comunque, la scelta delle parole è tale da farci percepire, oltre all’esercizio di equilibrio, la professione di Raboni, cioè quella di poeta: “Ogni morte è una sorta di profezia a rovescio, ci mette sulle tracce di quello che è già successo (di una parola che è già stata detta) e che di colpo diventa, ai nostri occhi, un segno, un segnale”. Come è accaduto, per esempio, ai versi di Alexandros Panagulis, il poeta e rivoluzionario greco compagno di Oriana Fallaci: “poveri versi impacciati e retorici” a cui “la morte ha restituito lo spessore della realtà (la realtà delle celle d’isolamento, degli scioperi della fame, delle torture) perforando lo specchio cieco o deformante degli ingenui artifici stilistici”.

Il libro, che è di rara scorrevolezza, può essere letto di seguito o spigolato all’occorrenza. E, c’è da confessarlo, in alcune pagine si prova tutto il piacere liberatorio della stroncatura. Una delle migliori riguarda Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro:

Che può mai fare una rosa in giardino? È chiaro: spiccare “con il suo color porpora, solitaria ed arrogante, sul resto della vegetazione”. E un cane quando vede comparire la padrona? Non c’è il minimo dubbio: “mettersi a correre in tondo come un pazzo”. Quanto alle cose, va da sé, che “non sono mai state così semplici, non sono mai o nere o bianche” (…). Nessuno è disposto a sorbirsi 165 pagine di fatterelli minutamente prevedibili per poi sentirsi dire come premio finale, che “se la vita è un percorso, è un percorso che si svolge sempre in salita” e che “l’unico maestro che esiste, l’unico vero e credibile è la propria coscienza”.

In generale, intessendo il suo discorso di citazioni e riferimenti, Raboni dà sì un’idea generale delle opere che recensisce; ma soprattutto si sforza di giustificarne il giudizio. Come lui stesso pensava, infatti, è proprio del giudizio che ogni recensore deve rendere conto al lettore. Pur negli spazi angusti che ha. E va detto: siamo ancora molti a dover imparare che nessuna saccenteria, anche involontaria, rende un giudizio più autorevole – la pur grande Grazia Cherchi scriveva: “Leggete questo, fidatevi di me”, anche se, almeno, offriva sul piatto il suo gusto critico. “Meglio star zitti?” serve a impararlo. Perché, pur essendo anche lui in qualche caso sbrigativo (sarà vero, come dice, che Pasolini è poeta solo quando scrive in prosa?), Raboni dimostra di saperlo fare.

Cafè Golem, 8 gennaio 2020

“Camus deve morire” di Giovanni Catelli

Il 4 gennaio 1960, sulla strada statale 4 che da Sens, Francia, porta a Parigi, l’editore francese Michel Gallimard perdeva il controllo della sua Facel Vega e si schiantava contro uno dei platani che ancora oggi costeggiano quel rettilineo di strada. Sarebbe morto una decina di giorni più tardi per le ferite riportate; lo scrittore e premio Nobel Albert Camus, compagno di viaggio di Gallimard in quella fatale circostanza, invece, morì sul colpo di frattura cranica. La circostanza sembrò del tutto casuale. Ma dietro quell’incidente d’auto potrebbe esserci di più. A sostenerlo, è un libro del poeta e scrittore cremonese Giovanni Catelli, “Camus deve morire”, uscito nel 2013, ma tornato oggi al centro della scena, in occasione della pubblicazione in Francia, arricchita di un nuovo capitolo contenente una preziosa testimonianza. L’edizione francese  – di cui già il Guardina e i media francesi hanno trattato – vanta, tra l’altro, una quarta di copertina firmata dallo scrittore Paul Auster.

Tutto nasce in un pomeriggio vagabondo per le librerie di Praga. Catelli scova un voluminoso libro bianco, il diario postumo dello scrittore ceco Jan Zàbrana. Sarebbe stato impossibile immaginarsi di leggere, in quelle oltre 2mila pagine e in quel momento, queste righe: “Hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato la gomma (…). Ci sono riusciti, e in modo così perfetto che il mondo fino a oggi ha creduto che Camus sia morto a causa di un banale incidente stradale, come può succedere a chiunque”. C’è di più: “L’ordine di liquidazione è stato dato personalmente dal ministro degli esteri Šepilov, come “ricompensa” per l’articolo pubblicato sul Franc-Tireur nel marzo 1957 nel quale Camus, in relazione ai fatti di Ungheria, ha attaccato il ministro, nominandolo pubblicamente”. Parole di seconda mano, confessate da una fonte molto vicina ai servizi segreti russi, il famoso KGB.

Da queste righe avrebbero preso avvio le ricerche di Catelli, aiutato dalla solerte vedova dello scrittore; ricerche tradotte poi in una narrazione che intreccia le vicende personali di Camus e di Zàbrana – ma anche di Pasternak, di cui il ceco era stato traduttore – sullo sfondo della Guerra Fredda. Nel 2014, il secondo avvenimento, a metà tra l’indizio e la prova: durante la presentazione del libro, interviene l’avvocato Giuliano Spazzali, il quale riferisce di una conversazione avuta con il collega Jacques Vergès, militante contro il terrorismo durante la Guerra d’Algeria. La sua versione combacia con quella di Zàbrana: per Vergès, Camus è stato ucciso dal KGB. E, aggiunge, l’omicidio ha avuto il benestare dei servizi segreti francesi. Camus era di certo inviso al potere di Mosca: per restaurare la monocrazia comunista in Ungheria, nel 1956 l’Armata Rossa aveva scatenato una guerra contro la quale Camus aveva firmato un appello, rivolto alle Nazioni Unite, ripetendo i suoi attacchi contro il governo sovietico. Che anche i servizi segreti francesi fossero conniventi è reso plausibile dalla porosità della loro struttura d’intelligence, che Catelli descrive permeata di ingerenze sovietiche.

Cosa significa scrivere oggi di questa storia?

Nonostante il tempo, resta una vicenda suggestiva ancorché tragica. Del resto, ho sempre avuto il sospetto che la morte di Camus non fosse stata un incidente. Ma, come diceva Pasolini, pur sapendo, non avevo le prove. Era altresì impossibile per me identificare qualsiasi potenziale sospetto, perché Camus aveva nemici feroci in molti ambienti: i rivoluzionari algerini, l’Unione Sovietica, i comunisti francesi, i reazionari e l’OAS (l’organizzazione francese paramilitare antialgerina): tutti avevano dei motivi per volergli fare la pelle. Poi, è arrivato il libro di Zàbrana. Da allora, ho solo voluto cercare la verità. Camus era odiato nell’URSS per i suoi discorsi pubblici, così come non va dimenticata l’opera di pressione che gli rese possibile fare assegnare a Pasternak il Nobel; ma anche l’intellighenzia francese di allora, composta perlopiù dal sistema di potere attorno a Jean-Paul Sartre, non lo aveva per nulla in simpatia, non perdonandogli il suo anti-stalinismo. In pochi si rendevano conto di quanto le posizioni di Camus, vicine all’anarchismo, fossero ben più di sinistra delle loro.

Parlare di queste cose resta anche oggi pericoloso?

Spero di no: del resto, sono fatti lontani nel tempo. Certo molti francesi faticano a fare i conti col loro passato. La morte di Camus è avvenuta in un periodo di palese avvicinamento della Francia all’URSS. Guarda caso, proprio quel fatidico 1960 fu l’anno della visita a Parigi e nel resto di Paese di Krusciov. Camus avrebbe senz’altro rilanciato le sue accuse. Per quanto riguarda la questione dello spionaggio, nel 1962 perfino Kennedy avvisò De Gaulle: i servizi segreti francesi erano zeppi di infiltrati. Nel 1966 il processo di avvicinamento coi sovietici toccò poi il suo vertice; De Gaulle, infatti, fece uscire il suo Paese dalla Nato.    

Nel libro, Catelli alterna una prosa poetica al resoconto giornalistico, ricostruendo la plumbea atmosfera della cortina di ferro. Varrebbe la pena leggerlo solo per immergersi in quell’epoca, dove gli omicidi – e qui lo stile è quello di Jan Fleming – avvenivano coi spray velenosi che non lasciavano tracce, o con microproiettili letali sparati da manici di ombrelli. L’alone di mistero, però, non avvolge solo il passato: “La vedova Zàbrana – dice Catelli – ha ricominciato a sentire degli strani scatti e rumori durante le telefonate, proprio come quando venivano intercettati dalla polizia. Suggestioni? Può darsi, ma potrebbe anche darsi che il governo attuale stia di nuovo allungando la sua ombra sui cittadini”. “Camus deve morire” non offre una prova definitiva: offre piuttosto il ritratto di un’epoca dove sembra del tutto plausibile che un intellettuale potesse venire ucciso per le sue idee. Ma offre anche il ritratto di un uomo, Camus, che amava la libertà e che anteponeva gli uomini alle loro ideologie.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 dicembre 2019

“Lezioni di felicità”, di Ilaria Gaspari

Accostare le esperienze di vita ai classici può rivelarsi un esercizio scivoloso sia dal punto di vista narrativo sia teorico. Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita, di Ilaria Gaspari edito da Einaudi (145 pp. € 13,00) ha superato l’insidia ed è diventato un successo di pubblico che sta portando l’autrice un po’ in tutta Italia a presentarlo.

La protagonista è una donna che si guadagna da vivere scrivendo. È, come l’autrice, laureata in filosofia. Vive una crisi personale dovuta alla rottura di una lunga relazione e a un trasloco, che le consente però di rispolverare – letteralmente e letterariamente – alcuni libri dell’università. In particolare, quelli dedicati alle scuole filosofiche dell’antichità.

Comincia allora un percorso di rimonta personale: dalla scuola pitagorica, imparerà a vincere la pigrizia con il rispetto di alcune regole, per quanto assurde; da quella eleatica, a non creder che la vita vada sempre in una direzione necessaria; dalla scuola scettica a diffidare delle convinzioni subitanee; dagli stoici e dagli epicurei a ridimensionare le aspettative e a troncare ogni radicalismo; dai cinici, a bastare a sé stessa.

Per farsi un’idea dell’incedere del libro, si prenda la settimana eleatica, dedicata alla scuola omonima, la più difficile perché la più astratta. Dopo aver introdotto Parmenide all’ombra del tema del parricidio – letterario – operato da Platone, Gaspari si concede un intermezzo narrativo, passando in rassegna  gli oggetti domestici pronti per il trasloco, constatando:

Tutto questo, anche se non sembra, ha molto a che fare con Parmenide e la mia iscrizione alla scuola eleatica. È stato quando il trasbordo era ormai quasi finito, e il camioncino era già partito, quando mi pareva che in casa non ci fosse quasi più niente… è stato allora che ho scoperto che in certe circostanze particolari come quella del trasloco, un numero finito di oggetti si può suddividere in una quantità pressoché infinita di contenitori, scatoloni, valigie e – soprattutto – viaggi alla casa nuova. Non avevo mai guardato così da vicino una dicotomia all’infinito; mai mi era sembrato più reale, più tragico e più assurdo, il famoso paradosso di Achille e della Tartaruga.

Come si può notare, lo stratagemma è ironico e ben narrato.

Si passa poi con agilità agli altri paradossi di Zenone, non dopo aver descritto il personaggio, litigioso e belloccio discepolo di Parmenide, forse suo amante; tra i paradossi, viene scelto quello della freccia. La protagonista si rende conto che, come la freccia di Zenone, la sua vita si è composta di stadi successivi di immobilità apparentemente in movimento. O meglio: di istanti a sé stanti erroneamente creduti orientati verso qualcosa. Di qui, la necessità di vivere ogni momento per quello che è, e non in una prospettiva teleologica.

In questo libro, Ilaria Gaspari combina l’aneddoto (la burrascosa esistenza di Zenone, per esempio) con l’osservanza ai testi (il riferimento a Diels-Kranz), rivitalizzando le personalità dei filosofi presentandone il carattere. Scrive in modo chiaro e si aggrappa alla lucida concretezza di chi, come la protagonista, lotta con la depressione; concretezza che avvolge anche le metafore (come frecce, “pensiamo… di dover conficcarci nel bersaglio, tremante intorno alla punta affilata che ha colpito…”). Fa sbocciare  insomma i frutti dell’amalgama tra il pensiero e la vita della protagonista più per associazione di idee che per un forzoso gioco a incastro; e se qualche volta l’episodio narrato tradisce il fatto di essere orchestrato per attagliarsi al momento, lo fa per esigenze narrative. Insomma: la formula, a metà tra romanzo e saggistica, regge.

Cafè Golem, 11 novembre 2019

“La lingua disonesta” di Edoardo Lombardi Vallauri

Quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca? La risposta è: nessuno. Mosè non caricò nessun animale a bordo della biblica imbarcazione. A farlo fu Noè e i più attenti si saranno accorti dell’errore. Se invece siete stati ingannati dalla formulazione della domanda, a trabocchetto, non c’è da preoccuparsi: senza accorgersi dell’errore, la maggior parte degli intervistati ha risposto in un attimo
“due animali”. Si tratta di un esperimento che mostra l’efficacia di una delle molte strategie linguistiche di cui si occupa il linguista Edoardo Lombardi Vallauri nel suo libro, “La lingua disonesta– Contenuti impliciti e strategie di persuasione” (il Mulino, pp. 285, 16 euro).

Il trucco è semplice: spostare l’attenzione su un argomento preciso del discorso – il numero di animali di ciascuna specie – e farla abbassare sulla parte che contiene un errore – sostituire Mosè a Noè. Vi ricorda qualcosa? È lo stesso trucco dei prestigiatori: concentrare l’attenzione su un gesto e nel frattempo farne un altro di nascosto. L’uso di questo metodo nella pubblicità è invalso. Per esempio: se di un cibo scrivo che quest’eccellenza italiana si trova sugli scaffali di ogni supermercato (l’esempio è inventato) sposto l’attenzione sul fatto che il prodotto si trovi in un certo luogo, dando per scontato che sia un’eccellenza.

Ecco qui, invece, un esempio di strategia detta “implicatura” : nell’Ottocento si leggeva su alcuni cartelli nelle scuole della Bretagna: “Vietato sputare e parlare bretone”. Ora, i cartelli non dicevano esplicitamente che parlare bretone fosse estremamente maleducato come lo è sputare: lo lasciavano intuire. E ciò che li rendeva così sottilmente e ambiguamente efficaci è proprio questo: non erano espliciti. Lasciando a noi il compito di trarre le conclusioni, i messaggi di questo tipo ci costringono ad abbassare quella che Lombardi Vallauri chiama la “vigilanza critica”: “L’essenza persuasiva di questi impliciti sta nel fatto che il destinatario, poiché non “ vede” l’emittente asserire quel contenuto, e anzi è lui stesso a costruirlo, più difficilmente lo metterà in discussione”.

Il libro di Lombardi Vallauri è un florilegio di gustosi esempi di strategie implicite pubblicitarie e incursioni nel linguaggio allusivo dei politici. C’è poi una sezione dedicata ai meccanismi antropologici
e neuro – linguistici sottesi ai nostri modi di ragionare, più complessa senz’altro , ma fondamentale per capire le radici evolutive e fisiologiche delle nostre strategie cognitive.

Oltre al valore scientifico, il libro è percorso poi da un fine educativo preciso, di natura sociale e politica. Non si tratta di un forzoso orientamento dei gusti merceologici o delle preferenze politiche (gli esempi sono bipartisan), ma la volontà di accrescere la nostra capacità di riconoscere le strategie delle comunicazioni promozionali e propagandistiche: una fonte di guadagno per tutti coloro che si identificano nel ruolo di consumatori e cittadini consapevoli. Scrive Lombardi Vallauri: “occorre alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste anche i fenomeni linguistici. Perché dove non si può più abusare liberamente dello strumento linguistico, manipolare diventa molto più difficile”.

(Una versione ridotta della recensione è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 12 ottobre 2019)

“La mosca nella bottiglia; Lo stile dell’anatra” di Raffaele La Capria

“Poesia onesta”, diceva Umberto Saba. Nel caso di Raffaele La Capria si dovrebbe parlare di saggezza o, meglio, di saggistica onesta. Disarmante, a tratti. “La mosca nella bottiglia” e “Lo stile dell’anatra” sono due opuscoli che Mondadori ha meritoriamente ripubblicato qualche mese fa in un solo volume, che è un po’ saggio, un po’ zibaldone, tenuti insieme, concettualmente, dall’ “elogio del senso comune” (sottotitolo della prima parte).

La premessa del discorso ha un’eco cartesiana: il senso comune è una “sensibilità che, anche se distribuita in dosi diverse, è da tutti condivisa”. Per capire di che si tratta è utile una sortita nel mondo anglosassone: il senso comune di cui parla La Capria ricalca da vicino, infatti, il common sense inglese, impasto di pragmatismo e ragionevolezza, e ben distinto dal buon senso, modo di pensare che, invece, appiattisce al dettato conformista. Passando la parola al testo:

Il senso comune come io l’intendo è una sfida. Una sfida vivace e allegra, attiva ed emotiva al conformismo alto-intellettuale, al linguaggio vessatorio e inutilmente incomprensibile dei sottili, e all’intimidazione culturale, ideologica, morale, nascosta in tutte le concettosità adibite all’alterazione delle verità palesi e all’alterazione della nostra sensibilità.

Il senso comune viene quindi imboccato per lasciarsi alle spalle le insostenibili e incomprensibili mostre d’arte contemporanee; ma anche brandito per sfoltire “le superfetazioni concettuali” che trovano la forma più plastica e attualizzata nei paroloni e nei discorsoni culturali disseminati nelle pagine di giornale, nelle conferenze o nelle comparsate di presunti intellettuali in tv.

Fin qui, “La mosca nella bottiglia” (ai lettori del libro lascio il compito di decodificare la metafora).

Passiamo ora allo “Stile dell’anatra”. Non è soltanto il titolo della seconda parte, ma anche il noto marchio di fabbrica dell’autore. Consiste in una scrittura che è lo sviluppo della metafora ornitologica: semplicità apparente del nuoto a fronte di un grande sforzo delle zampette del natante; e quanto sarebbe interessante vedere questo stile in corso d’opera; per la verità, se ne volete un bell’esempio, prendete l’esercizio di Stephen King in calce a “On writing”, dove le parole superflue di un raccontino inventato da King vengono cancellate nella seconda riscrittura.

Le riflessioni sul metodo lasciano spazio anche a pagine sulla nostalgia dell’infanzia e della bellezza, nonché a una teoria del risentimento degna di un moralista; un risentimento che, con occhio lungo, La Capria fa culminare nel qualunquismo. All’interno di quella riflessione è incastonata, poi, una gemma di critica, dedicata ai grandi scrittori russi dell’Ottocento.

Ma torniamo, solo un attimo, alla nostalgia della bellezza. Fedele alla semplicità, La Capria si domanda: “è possibile separare in un’opera la bellezza dal significato che le fu attribuito dall’artista che lo creò? Io credo di sì”. E, facendo leva proprio sul senso comune, si chiede, con immacolato candore: “Ma se nonostante questo poi l’opera non appaga il mio sguardo, che devo concludere? Che sbaglia il mio sguardo o sbaglia l’artista incapace di comunicarmi l’emozione che secondo lui dovrei provare?”. L’artista dovrebbe essere naif, ingenuo, diceva Baudelaire. E, con lui, anche noi.

La cautela esitante e l’ingenuità ostinata, ravvivate da un ardimentoso linguaggio immaginifico, non tolgono l’impressione che La Capria, in questo libro, sia animato da una diffidenza istintiva più che ragionata verso una certa idea di cultura; una diffidenza che lo porta a rifiutare di vestire i panni del critico nel suo esercizio demistificante, cioè quello della sana stroncatura (pur essendo gustose, tra le altre, le pagine dedicate a Joyce, “scrittore per soli scrittori”). E difatti, c’è da ammetterlo, alcune digressioni moralistiche (in senso deleterio), proprio per l’assenza del mordente critico, più che innervate di senso comune, rasentano pericolosamente il buon senso. Non vi aspettate, dunque, il corpo a corpo con la menzogna intellettuale.

Con ciò, queste lezioni di semplicità restano insuperate nel dare a tutti un antidoto ai sortilegi provocati dalla cattiva fede culturale e dalla capacità che ha di intimidirci.

Cafè Golem, 12 settembre 2019

“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale” di Raffaele Alberto Ventura

Nel 1605 il cattolico Guy Fawkes fu scelto tra alcuni congiurati per dare fuoco alle polveri che avrebbero dovuto fare saltare in aria la House of Lords, il Parlamento di Londra. Fu scoperto, torturato, giustiziato. Non prima, però, di aver rivelato i complici di un attentato che avrebbe voluto gettare nel caos il governo inglese, filo-anglicano e, dunque, anticattolico. Da qualche anno, Guy Fawkes gode di una rinnovata celebrità: è il volto che ha ispirato la maschera del fumetto, e poi del film, “V per vendetta”. Per alcuni, l’episodio del 1605 spinse anni più tardi Thomas Hobbes a scrivere “Il Leviatano”, testo che fonda la moderna teoria del contratto sociale: l’idea che un immaginario patto tra i cittadini tenga in piedi le istituzioni con lo scopo di evitare l’anarchia e la violenza. Hobbes e Fawkes sono due dei protagonisti del nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, “La guerra di tutti – Populismo, terrore e crisi della società liberale” (Minimum Fax, p. 309, 18 euro).

Ventura aveva esordito due anni fa con il folgorante “Teoria della classe disagiata”, un libro che – parafrasando Calvino commentatore di Fenoglio – tutti i suoi coetanei avrebbero voluto scrivere sull’argomento. Nel testo, descriveva la parabola di quei giovani, nati dopo gli anni ’80, che avevano dedicato tempo e risorse agli studi umanistici, con l’ambizione di conquistare la pregiata condizione sociale promessa dall’industria culturale. Una partita persa, con schiere di aspiranti intellettuali e artisti dirottati in mansioni, ai loro occhi, più prosaiche o, peggio, per nulla gratificanti. Con questo libro, dal sapore liberale e coraggioso, Ventura ha allargato lo sguardo, raccontando alcune sfide fondamentali dei nostri anni, che vedono contrapporsi l’urgenza di costituire un nuovo patto tra i cittadini e le forze disgregative della società. Queste sono generate da fenomeni come l’eccesso di informazione – che genera i mostri delle fake news – o dalla costante sfida per il riconoscimento (sociale) tra gli individui, merce sempre più rara e costosa in un periodo di crisi, capace appunto di scatenare la guerra di tutti e di generare, in politica, i populismi. È su uno dei fronti di questa lotta, del resto, che germogliano i semi del terrorismo: nelle periferie delle grandi città, i figli di una cultura sradicata, ma in sostanza occidentali, rispondono alle sirene del fondamentalismo che offre loro un’identità, per quanto tragica e omicida.

Ventura ha la stoffa del divulgatore e riesce a spiegare la lotta tra la purezza dei principi e la visione realistica della politica con Capitan America e Super Man. E il ricorso ad alcuni filosofi francesi, che ingarbugliano le già intricate interpretazioni del nostro tempo, è l’unico rimprovero che gli si può fare. Due sono comunque le questioni, in coda al libro, che rappresentano lo sforzo teorico più ambizioso di Ventura nell’affrontarle. La prima riguarda il rapporto tra l’Occidente e la fondante idea di tolleranza, condannata alla sconfitta di fronte alla volontà di imporre il proprio stile di vita alle comunità di immigranti sul nostro territorio. Ragionare sulla sconfitta del concetto di tolleranza, tuttavia, non vuol dire adottare un atteggiamento arrendevole: significa accettare una cultura diversa, pur difendendo quei valori irrinunciabili della convivenza civile. Pena: l’affermarsi del fondamentalismo.

Non ci sarebbe peggiore fallimento per la società liberale, d’altronde, che accettare come sola soluzione ai processi di dissimilazione la ghettizzazione dei vari gruppi sociali (…). La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire in pieno il senso di tolleranza (…). Si tratta di rifondare la sovranità nella sua funzione originaria: quella di arbitrare sui conflitti tra corpi sociali. Ma perché questa sovranità sia riconosciuta come legittima deve innanzitutto dimostrare la propria estraneità agli interessi di ogni singola fazione, per quanto maggioritaria; e perché le meta-regole comuni siano rispettate è necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e negoziabili” di cui parla Bauman. Altrimenti gli stati si ridurranno a essere, come spesso già sono e vengono percepiti, il braccio armato della minoranza più grossa.

L’altra questione è l’impossibilità per l’Occidente di dimenticare che la sua idea di pacificazione si è basata su una violenza originaria (colonialismo) e costante (neo-colonialismo), giustificata dalla promessa di portare, più che libertà, benessere nel mondo. E proprio ora, nemmeno quando riesce più a mantenere quel benessere nel suo spazio, sente bussare alla porta da chi se lo era sentito promettere, ed è costretto a usare la violenza per respingerlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così?

Cafè Golem, 11 agosto 2019

“Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social”, di Matteo Marchesini

Dopo una vicenda editoriale un po’ travagliata, esce il libro di Matteo Marchesini Casa di carte – La letteratura italiana dal boom ai social, edito dal “Saggiatore”. Oltre alla raccolta Da Pascoli a Busi, i fan del giovane critico bolognese troveranno riuniti qui, finalmente, anche i suoi interventi giornalistici più rilevanti. Il travaglio è presto detto: Antonio Franchini, già direttore della narrativa Mondadori e ora ricoprente lo stesso ruolo presso Giunti, non poteva permettere che Bompiani (dello stesso gruppo) pubblicasse un libro con stroncature di alcuni autori della sua scuderia.

Certo: le cosiddette stroncature che tanto hanno fatto arrabbiare Franchini – ma perché non chiamarle riletture critiche?, in fondo, gli autori in questione sono già famosi e i loro libri largamente venduti – sono severe, spietate a tratti; e davvero gustose. Ma Marchesini è più ambizioso: non è un semplice bastonatore di contraffattori letterari, ed eccolo costruire con questo libro – pur senza dirlo apertamente – un nuovo canone della letteratura italiana, al di fuori dei sacri recinti della benedizione accademica ed editoriale; preferisce Domenico Rea a Pasolini, Saba a Montale; Moravia a Cassola. E, insomma, quasi tutti a Gadda. O meglio (e fuor di boutade): l’ingegnere più celebre della nostra letteratura diventa – anche per la grandezza del mestiere, si capisce – un bersaglio polemico, per lo stile barocco e la “falsa coscienza” di chi nasconde dietro il virtuosismo poco da dire. Lo stesso vale, con qualche aggravante, per la schiera di finti rivoluzionari come “l’esercito di sistemati” del “Gruppo 63” o i capziosi letterati strutturalisti, francesi di preferenza.

Leggendo il libro e, soprattutto, le pagine dedicate al poker di critici – Cesare Cases, Luigi Baldacci, Cesare Garboli e Alfonso Beradinelli – ci si rende conto quanto Marchesini abbia imparato da loro con profitto. Oltre alla libertà e al disinteresse di Berardinelli, Marchesini usa magistralmente un tessuto di «sapide metafore», tipico dell’opera di Cases. Una buona epitome del metodo usato da Marchesini sta in coda al brano dedicato ai Lettori selvaggi di Montesano: «si tratta di fare il “vuoto anagrafico” (come definì Alessio Martini il metodo del critico Baldacci) intorno alle opere e agli autori, cioè di mostrarne il valore e la singolarità irriducibile astraendo il più possibile dall’auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo, dagli ipse dixit, dalle mitizzazioni e dalle mistificazioni». La controprova arriva con la fulminante descrizione della presenza di Carmelo Bene al Costanzo Show, spettacolo pop «dell’artista trattato da essere soprannaturale e superstizioso protetto da ogni critica».

Internet? Chiudetelo. La modesta proposta di Christian Rocca

LIBRI • Il direttore di Linkiesta prende le mosse da una proposta irreale e irrealizzabile per discutere i problemi e le possibili soluzioni legate al mondo della rete

Tim Berners-Lee è un signore britannico sulla sessantina che, giusto quarant’anni fa, ebbe un’idea destinata a cambiare il mondo: trasformare uno strumento di sicurezza usato allora dal Pentagono in un sistema di scambio d’informazioni tra scienziati. Scrisse quindi il codice di una piattaforma informatica, rendendola aperta e gratuita: era nato internet. Oggi Berners-Lee, che pure ama ancora lavorare con tutto ciò che ruota intorno a internet, pensa che la sua creatura abbia “rovinato l’umanità”, producendo “un fenomeno su larga scala antiumano”; Berners-Lee è infatti la stessa persona che se ne va in giro per il mondo tenendo conferenze dove mette in guardia il pubblico dalle minacce della rete; la stessa persona che ha fondato la “World Wide Web Foundation”, con l’obiettivo di restaurare le finalità originarie della rete internet. Ma come ha potuto un progetto di libero scambio d’informazioni tra scienziati nel luogo della disinformazione per eccellenza?

È di questa contraddizione che parla il libro di Christian Rocca, direttore del quotidiano online Linkiesta, “Chiudere internet – una modesta proposta” (Marsilio, pp. 141, € 12): della contraddizione che sorge tra la potenza affrancatrice della tecnologia di internet e il suo potere manipolatorio. A Rocca, che in poche righe racconta della parabola di Berners-Lee, non sfugge che il problema non sia il web, lo spazio in sé costituito dalla rete, ma il fatto che sul suo terreno gli strumenti dei nemici della “società aperta” si rivelino i più efficaci. Sembra quasi non ci possa essere partita: le bufale proliferano a dispetto della verifica dei fatti (il debunking); il risentimento e la rabbia travolgono il riformismo; il monopolio batte il libero mercato; le bolle di opinione fagocitano ogni dialogo; l’algoritmo determina quasi ogni scelta.

A giudizio di Rocca, la crisi della società aperta affonda le sue radici in un periodo che precede l’esplosione di internet. La rete, senza dubbio, l’ha accelerata e, quel che è peggio, rischia di renderla irreversibile. Chiudere internet per risolvere il problema? Impossibile, naturalmente, come suggerisce il riferimento alla paradossale “modesta proposta” del celebre libretto polemico e satirico di Swift. Ma che qualcosa vada fatto non solo è chiaro, ma anche possibile: l’affermazione di una cultura dei diritti digitali, grazie all’Unione Europea, ha portato alla normativa sul trattamento dei dati personali (GDPR), al progressivo riconoscimento anche in rete del diritto d’autore, alle multe salate comminate ai grandi della rete e alla regolamentazione delle piattaforme di disintermediazione.

Il libro – dove forse un po’ troppo spazio è lasciato alla divagazione polemica e politica sull’attualità italiana, che tende a marcire alla svelta – tradisce un chiaro intento: fiancheggiare quel progressismo politico che, grazie a nuove regole, sa vedere per la società aperta una coesistenza futura e possibile con internet. La rivoluzione digitale, sostiene Rocca, è comparabile alla grande Rivoluzione industriale del Settecento e la società aperta si trova davanti a una sfida cruciale: dominare la forza del cambiamento per massimizzare le sue aspirazioni di benessere e libertà o farsi travolgere dai regimi populisti e autoritari. Questa è la vera sfida dell’inizio del XXI secolo. E passa soprattutto per la rete.  

Il Piccolo di Cremona, 4 maggio 2019

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

“Il paese della sceneggiata”, di Goffredo Fofi

A spingere Goffredo Fofi a scrivere “Il paese della sceneggiata”, edito nel 2017 dalla milanese Medusa, è stata – come ammette lui stesso a poche righe dall’inizio del libro – la «nostalgia di un’epoca e di un popolo definitivamente scomparsi». Di più: la nostalgia «di quando quel popolo esprimeva una propria cultura, in dialettica opposizione a quella borghese e all’industria culturale da essa voluta per condizionare coloro che voleva supini ai modelli consoni al mantenimento della sua egemonia». Nel giro di poche righe, prima ancora di fare la conoscenza della sceneggiata napoletana, siamo già immersi nella prosa tipica di Fofi, della sua militanza, della sua ideologia.

Ma superata la diffidenza suscitata dalle prime righe, che fa da sfondo al piccolo libretto – e il lettore obiettore non potrà che farne la tara anche per le restanti pagine – Fofi stupisce non solo per la conoscenza sterminata della cultura napoletana (e basterebbe leggere il primo capitolo, che arriva a lambire la musica di Pino Daniele); ma anche perché in poche pagine definisce i contorni sociali della sceneggiata, forma di intrattenimento teatrale e musicale messa in scena dal sottoproletariato urbano dei vicoli di Napoli; e del suo pubblico, poveri contadini, diremmo oggi pendolari, che prima di tornare in campagna si fermavano a vederla nelle sale allestite nelle vicinanze della Ferrovia a Porta Capuana.

La sceneggiata stessa, del resto, imponeva al suo pubblico riflessioni sociologiche, morali e perfino moralistiche, mitigate com’erano da quei lieti fine «paternalistici» con lo scopo di rinfrancare e fidelizzare il pubblico. Da una parte, i mali di quella società, dall’altra i loro rimedi, i loro antidoti benché amari: le perdizioni a cui porta il desiderio, incarnati dal maschio dominatore e dalla «guappa», categorie dello spirito o veri personaggi in carne ed ossa addomesticati dai vincoli di rispettabilità o da qualche matrimonio riparatore; la famiglia come cappa benché legame irrinunciabile, salvifico; il vicolo come mondo e come trappola; ma anche il rapporto con la Storia e la Legge (maiuscole di Fofi); in particolare lo scarto tra legge (del vicolo) e Legge (dello Stato), quelle piccole effrazioni necessarie, magari per sbarcare il lunario, che – a scanso di equivoci – nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata camorrista.

La sceneggiata, per Fofi, finisce con i Sessanta e i Settanta, con la proletarizzazione industriale del contado e l’avanzata della classe media, dunque per l’esaurimento del suo pubblico di riferimento e della dialettica vincente che l’aveva tenuta in piedi. O meglio: finisce il suo ruolo di «strumento di conoscenza», restando sommersa dalla cultura e dall’intrattenimento di massa; fatta salva una tardiva ripresa d’interesse, «neopopulista» – curioso che, pur en passant, si citi il sociologo De Masi – dalla cui tentazione, posticcia e strumentale, Fofi, tuttavia, mette in guardia.

Cafè Golem, 22 gennaio 2018