L’impresa di Magellano che unì due oceani

28/11/1520 • Oggi 500° anniversario di un’avventura lunga tre anni raccontata dall’italiano Antonio Pigafetta, che fu tra i pochi sopravvissuti

“Mercore a 28 de novembre 1520 ne disbucassemo da questo stretto s’ingolfandone [nel] mar Pacifico”. Con queste parole, Antonio Pigafetta descrive l’inizio del viaggio nel “mare” Pacifico, una delle tappe che lo avrebbero condotto al primo giro intorno al globo compiuto dall’umanità. Ma a smorzare quest’atmosfera da sogno, fatta di vento e salsedine, è lo stesso Pigafetta: “Stessemo tre mesi e venti giorni senza pigliare refrigerio di sorta alcuna. Mangiavamo biscotto, non più biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate, perché essi avevano mangiato il buono: puzzava grandemente de orina de sorci, e bevevamo acqua gialla già putrefatta per molti giorni, e mangiavamo certe pelle de bove (…) durissime per il sole, pioggia e vento”.

La vita in mare doveva essere qualcosa di spaventosamente difficile, allora. Ma ciò non aveva dissuaso il vicentino Antonio Pigafetta dall’imbarcarsi in quel viaggio. Era partito dal porto fluviale di Siviglia il 10 agosto del 1519 in qualità di aiutante di bordo del capitano portoghese Ferdinando Magellano. Ma cosa ci facevano un portoghese e un italiano a bordo di una flotta di cinque navi battenti bandiera spagnola?
Ferdinando Magellano era un nobile portoghese, datosi alla carriera marittima per cercare gloria e ricchezze, cresciuto nel mito delle imprese di Vasco de Gama, l’ammiraglio che, per primo, aveva raggiunto l’India (1497-98), doppiando il Capo di Buona Speranza. Enormi ricchezze attendevano chi si fosse spinto in quegli angoli remoti del mondo, dove i portoghesi già cominciavano a disseminare i loro empori commerciali. Reduce di molti viaggi (uno dei quali perfino in Malesia), dopo un’impresa militare condotta in Marocco (la presa di Azemmour), Magellano era però caduto in disgrazia: accusato di furto, era stato allontanato dalla corte lusitana.

Antonio Pigafetta era invece un nobile vicentino, finito nella Spagna del tempo al seguito di una delegazione pontificia. Cavaliere dell’Ordine di Rodi, doveva forse a questo la propria esperienza navale. A bordo della flotta di Magellano vi finì un po’ per caso: era stata una soluzione di compromesso tra la richiesta del capitano di poter essere affiancato da un aiutante di campo portoghese e il rifiuto da parte degli spagnoli.

Magellano si era presentato alla corte di Carlo re di Spagna con una proposta straordinaria ma non certo originale: raggiungere le Indie passando da ovest. “Buscar el Levante por el Poniente” (raggiungere l’Oriente passando per l’Occidente), proprio come si era messo in testa di fare un altro capitano, genovese, nemmeno trent’anni prima. Ma dai tempi di Cristoforo Colombo, di mezzo ci si erano messi un continente intero e un nuovo mare. Le promesse di Magellano rasentavano l’incredibile: impadronirsi delle Molucche, isole di favolosa ricchezza assegnate al Portogallo. In che modo? Dimostrando che le isole si trovavano nella parte di mondo spettante alla Spagna, secondo gli accordi internazionali stipulati qualche anno prima.

Ma qual era la ricchezza tanto promessa? Non oro, né argento, bensì spezie: pepe, chiodi di garofano, noce moscata.

Per noi contemporanei resta inspiegabile il fatto che si intraprendessero viaggi così pericolosi per beni dei quali, spesso e volentieri, oggi facciamo benissimo a meno. Come ha spiegato Alessandro Barbero: “La civiltà tardo medievale era una civiltà senza tè, caffè, tabacco, liquori: le spezie erano l’unica cosa che potevano dare un sapore piccante alla vita. Poter accompagnare i cibi con le spezie (usate peraltro anche nella medicina e nel settore tessile come coloranti) conferiva immediatamente un rango più elevato. E, del resto, se si guarda il peso al chilo, anche oggi valgono più dell’oro. Una sola nave carica di spezie poteva fare la fortuna di un’intera compagnia commerciale”.

Nonostante ciò, l’impresa di Magellano rasentava l’incoscienza. Il continente americano era stato esplorato solo in minima parte (il conquistador Hernán Cortés era partito alla volta del Messico, giusto pochi mesi prima di Magellano). Si sapeva che il continente proseguiva verso sud, ma non c’era prova che i due mari fossero tra loro comunicanti. Il navigatore italiano Amerigo Vespucci, che battezzò il continente con il suo nome e pubblicò nel 1503 la migliore carta in circolazione del Nuovo Mondo, aveva raggiunto i confini settentrionali dell’attuale Argentina, senza però essersi spinto oltre.

Il viaggio di Magellano trovò le prime difficoltà dopo pochi mesi. Oltre le coste del Brasile, nessuno sapeva cosa aspettarsi. Ogni insenatura poteva rivelarsi l’agognato passaggio verso l’oriente. Fu così per il Río de la Plata e infinite altre foci di fiumi, scambiati per stretti. La frustrazione degli equipaggi culminò in un ammutinamento, sedato a fatica da Magellano, che abbandonò il capitano in seconda, Juan de Cartagena, sulle rive della Patagonia, come esempio per tutta la ciurma. Le cose, tuttavia, peggiorarono ancora: una nave fu persa durante l’esplorazione della costa; un’altra, col favore della notte, girò le vele e se tornò in Spagna.

Poi, arrivò la svolta: un golfo nel quale si apriva un’insenatura, un’altra ancora e così via. E l’acqua continuava a essere salata. Magellano imboccò con decisione quello stretto, che prese poi il suo nome, e che lo condusse quel 28 novembre di 500 anni fa ad avvistare il “mare” Pacifico. Le difficoltà non finirono. Davanti alle navi si aprì la distesa immensa e interminabile dell’Oceano. Sinistre malattie avanzavano nell’equipaggio, facendone strage: “Crescevano le gengive ad alcuni sopra li denti così de sotto come de sovra, che per modo alcuno non potevano mangiare, e così morivano dieci per questa infermità”.

Passavano le settimane e nulla accadeva, mentre le provviste e l’equipaggio si assottigliavano inesorabilmente. Scrive Pigafetta: “In questi tre mesi e venti giorni andassemo circa de quattro mila leghe per questo mar Pacifico (in vero è bene pacifico, perché in questo tempo non avessimo fortuna) senza vedere terra alcuna, se non due isolotte disabitate. (…) E se Iddio e la sua Madre benedetta non ne dava così buon tempo, morivamo tutti de fame in questo mare grandissimo”.

Finalmente, la flotta raggiunse le isole dell’Indo pacifico, approdando nelle attuali Filippine. Magellano aveva raggiunto il suo primo obiettivo. Cominciò allora a elaborare il suo piano di conquista, cercando di convertire a forza i nativi e stringendo alleanze con alcuni regni locali. L’intrusione non piacque a molti di quei sovrani, che si organizzarono per sbarazzarsi degli intrusi. Nella battaglia di Mactan, centinaia di locali si avventarono sulle poche decine di europei. La resistenza fu disperata e lo stesso Magellano cadde. Così Pigafetta: “Uno Indio li lanciò una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò e lasciagliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non poté cavarla, se non mezza per una ferita de canna [che] aveva nel brazzo. Quando visteno questo tutti andarono addosso a lui: uno con un gran terciado (che è como una scimitarra, ma più grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale cascò col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono”.

Scossi dall’avvenimento, ma non piegati, i superstiti proseguirono fino alle Molucche, dove riuscirono a fare rifornimento di spezie. Delle tre navi rimaste, una fu abbandonata, perché l’equipaggio era ormai troppo ridotto per potersene occupare. Le due rimanenti si divisero e cominciarono a fare vela verso la Spagna. Le insidie, però, non erano finite: il re del Portogallo aveva ordinato alla sua flotta di intercettare le navi spagnole, essendo venuto a conoscenza del loro arrivo. Una delle due navi venne catturata. L’altra, la Victoria, guidata da Juan Sebastián Elcano raggiunse finalmente la Spagna: “Sabato, a sei de settembre 1522, intrassemo nella baia de San Lucar, se non disdotto uomini e la maggior parte infermi”. Diciotto sugli oltre duecentosessanta che erano partiti più di tre anni prima.

Il resoconto di quel viaggio, “Il primo viaggio intorno al globo”, venne scritto da Pigafetta solo qualche anno dopo e pubblicato postumo. Monumento eccezionale della letteratura marinara, nonostante l’italiano incerto e arcaico, vi coabitano la narrazione avventurosa ma sincera di quei giorni e preziose testimonianze sugli usi e costumi delle popolazioni incontrate, corredate perfino da piccoli vocabolari. È lui, Pigafetta, con il suo resoconto, in fondo, l’eroe di questa spedizione, per molti versi fallimentare: dimostrò che la via più sicura per le Indie restava quella passante dal Capo di Buona Speranza, ben rodata dai portoghesi; e che rompere il loro monopolio sarebbe stato eccezionalmente difficile (ci riuscirono gli olandesi, ma quasi cent’anni dopo). Resta però il fatto che quel viaggio fu epocale: rappresentò uno dei gradi passi che gli europei fecero nella modernità e che li destinarono alla conquista di buona parte del mondo.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 28 novembre 2020

Dal Bloody Sunday all’Irlanda post Brexit, l’intervista a Riccardo Michelucci

21/11/1920 • Cent’anni fa l’azione dell’Ira e la reazione inglese a Croke Park.

di Federico Pani

Il 21 novembre di 100 anni fa, a Dublino, si verificò uno degli eventi di maggior rilievo della guerra anglo-irlandese: la prima “domenica di sangue”. No, non si tratta della celebre “Bloody Sunday” cantata dagli U2, avvenuta a Darry, in Irlanda del Nord, poco meno di cinquant’anni dopo. Le due stragi, oltre al nome e all’efferatezza, condividono un altro aspetto fondamentale: le profonde radici storiche. Per dipanare la complicata matassa che le avvolge, abbiamo chiesto di farci da guida a Riccardo Michelucci che, giornalista, è in Italia uno dei maggiori esperti d’Irlanda.


La storia dell’Irlanda sembra consista in un continuo tentativo di dominazione da parte inglese, spesso riuscito: dal 1177, quando Enrico II nominò suo figlio signore dell’isola, fino l’Union Act del 1800, che ne decretò l’annessione all’Inghilterra. Il lungo processo d’indipendenza dell’Irlanda, svoltosi tra Otto e Novecento, trovò sempre molti ostacoli sul suo cammino.

«Alle tappe ricordate aggiungerei che all’inizio del ‘600 entrarono in Irlanda anche gli eserciti di Elisabetta I, seguiti tempo dopo da quelli di Oliver Cromwell, che misero a ferro e fuoco mezza isola. Soprattutto, però, va ricordato che negli stessi anni avvenne la cosiddetta “Plantation of Ireland”, la colonizzazione del nord da parte di coloni inglesi e scozzesi di fede presbiteriana e anglicana: un ponte che, nonostante i tre secoli, ci porta direttamente alla dolorosa divisione dell’isola del 1921. Costretta ad abbandonare l’Irlanda, l’Inghilterra riuscì tuttavia a mantenere un troncone della sua dominazione, creando una maggioranza artificiale protestante nel nord del paese. Nei primi anni del Novecento, il grande impero britannico era entrato infatti in una fase di decadenza inarrestabile e l’Irlanda fu la prima a cercare l’emancipazione. L’anno della svolta fu il 1916, quando si consumò la Rivolta di Pasqua: un episodio fallimentare, che innescò però una reazione a catena, sfociata nella guerra d’indipendenza, di cui la domenica di sangue è uno degli eventi più rappresentativi».


Arriviamo quindi a quel giorno, il 21 novembre 1920: da una parte, le forze dell’Ira (l’esercito repubblicano irlandese), guidate da Michael Collins; dall’altra, i gruppi militari inglesi. 

Fu una giornata luttuosa per Dublino. La mattina si svolse un’operazione coordinata da Michael Collins che portò all’uccisione di quindici uomini della famigerata “Cairo Gang” (Cairo era il nome del pub in cui erano soliti ritrovarsi), il cuore dell’intelligence e dello spionaggio britannico nella capitale irlandese. La rappresaglia inglese arrivò nel pomeriggio a Croke Park, il principale stadio dublinese di allora. L’esercito irruppe in armi durante una partita di football gaelico, cominciando a sparare sulla folla e sul campo; le vittime furono quattordici, tra cui due giocatori.

Più che la reazione inglese in sé – che va inserita in una logica di rappresaglie reciproche – ciò che colpisce di quei giorni drammatici è questo: mentre l’Ira cercava di colpire i gruppi militari e di polizia, il fronte inglese era rivolto a colpire perlopiù la popolazione civile. Del resto, questo metodo di repressione era stato adottato dai britannici soltanto un anno prima ad Amritsar, in India, quando l’esercito aveva sparato sulla folla, provocando quasi 400 morti.

Il culmine del conflitto anglo-irlandese fu raggiunto a dicembre con l’attacco dei mercenari britannici del “Black and tan” alla città di Cork. L’anno dopo, si giunse a un accordo, il “Govenrment of Ireland Act”, che sancì la divisione artificiale dell’Irlanda: sei delle nove contee del nord vennero staccate dall’unità insulare, con l’obiettivo di creare uno stato a maggioranza protestante (e settario), nonché un mostro geopolitico».


La soluzione di dividere in due l’Irlanda generò quindi un nuovo problema.

«E’ così. Del resto, la politica del “divide et impera” fu messa in atto dall’impero britannico anche altrove. Basti pensare ai confini tracciati in Medio Oriente, o al caso dell’India, dalla quale fu separato il Pakistan, generando caos e devastazione. L’Irlanda, tra l’altro, fu per gli inglesi il luogo dove sperimentare le forme di repressione del dissenso (controllo, violenze, torture), anche in epoca recente. È passata alla storia la Bloody Sunday, ma andrebbe ricordata anche la strage di Ballymurphy, avvenuta nello stesso anno e in piena notte, senza che nemmeno, come accadde a Derry, si stesse svolgendo una manifestazione non autorizzata per i diritti civili. I responsabili della strage, tra l’altro, appartenevano allo stesso battaglione della domenica di sangue, il 1° paracadutisti».


Superiamo i tragici eventi del 1972 e arriviamo all’accordo del 1998 con la cessazione delle ostilità. Brexit ora può riaprire il conflitto?

«Escludo la possibilità del ritorno di un conflitto aperto. Non ci sono più le condizioni internazionali per consentire uno scontro nel cuore dell’Europa. Lo sviluppo più plausibile, ancorché non immediato, è quello dell’unità. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 arrivò dopo un percorso quasi ventennale verso la pace, cominciato nel 1981 con la morte di Bobbie Sands (attivista politico e martire dell’unità irlandese, ndr), eletto simbolicamente al Parlamento di Westminster. Quello fu un momento decisivo, perché fu chiaro agli irlandesi che avrebbero potuto raggiungere i loro obbiettivi servendosi della scheda elettorale anziché delle armi.

Nonostante la Brexit, penso che si troverà una soluzione senza ledere il nervo scoperto dell’“ex border”. Del resto, parliamo di 500 chilometri che si snodano lungo corsi d’acqua e brughiera: un confine perlopiù evanescente e incontrollabile. I check point che lo controllavano non esistono più dagli anni ’90, smobilitati dopo il trattato di Maastricht e con la progressiva liberalizzazione dei movimenti delle persone e delle merci. Per quanto ci siano stati, in tempi anche recenti, episodi violenti legati alla nuova Ira, escludo il ritorno a forme di conflitto più dure.

Insomma: la divisione dell’isola, ormai, non ha più senso; un tempo, divideva una regione industrializzata da una rurale, una regione ricca (anche se connotata da feroci discriminazioni interne) da una contadina. Bene: ciò che era industriale ora non lo è quasi più, mentre la Repubblica d’Irlanda è ora, forse, la parte più ricca del paese. Per farsi un’idea, al tempo della riunificazione tedesca, esisteva un divario maggiore tra la Germania dell’Est e quella dell’Ovest. Gli unionisti del nord, che si sentono così visceralmente inglesi, non solo non vengono considerati tali da Londra ma costituiscono più un problema che altro. Certo, bisognerà pensare a un’unificazione che preveda una qualche autonomia locale, un po’ com’è avvenuto in Italia con i südtirolesi».


E’ notevole come un’isola così piccola e così a lungo sottoposta alla prepotenza di un paese vicino abbia saputo tenere salda la propria identità e la volontà d’indipendenza.

«C’è un adagio, in Irlanda, che mostra come questo popolo sia orgoglioso della propria cultura: gli inglesi li hanno colonizzati per secoli, è vero, ma gli irlandesi sostengono di aver a loro volta colonizzato gli inglesi attraverso la cultura. E in effetti, dopo Shakespeare, quasi tutti i grandi scrittori di lingua inglese sono stati irlandesi: Laurence Sterne, Bram Stoker, Oscar Wilde, James Joyce, e i Premi Nobel Samuel Beckett, William Butler Yeats, George Bernard Shaw e Seamus Heaney; ben quattro, in un paese che non conta nemmeno sei milioni di abitanti e che, eppure, è tanto ricco e vario nella sua storia e nella sua cultura».

Il Piccolo di Cremona, 21 novembre 2020

Come se la cavano i dialetti in Italia? L’intervista a Paolo D’Achille

Il dialetto è morto? Tutto il contrario. Da tempo, i dialetti non godevano di tanta salute: le serie tv come Gomorra, L’amica geniale, Zero Zero Zero, Romanzo Criminale e Suburra, le pagine Wikipedia in genovese, lumbaard, siciliano, gli infiniti gruppi Facebook. La rete, soprattutto, ha fatto molto bene ai dialetti. Ma cosa sono questi benedetti dialetti, da dove arrivano e in che rapporto stanno con l’italiano? E’ giusto recuperarli e, se sì, come? Lo chiediamo al professor Paolo D’Achille (nella foto), uno dei maggiori dialettologi e storici della lingua italiani.


Professore, come mai in Italia ci sono così tanti dialetti?


«Il motivo della presenza di così tanti e differenti dialetti è che sul nostro territorio, ancor prima dell’unificazione linguistica latina, erano stanziate popolazioni di origini molto diverse. La Alpi costituiscono da sempre un confine valicabile, così come gli Appennini; per non parlare, poi, delle lunghe coste, dei fiumi navigabili e del clima favorevole. Dopo la conquista romana, questi popoli hanno accettato come lingua il latino, dandogli però specifici tratti di pronuncia. Queste tendenze sono riemerse con le invasioni barbariche e hanno intrapreso percorsi distinti, seguendo anche le vicende di frammentarietà politica e amministrativa (si pensi ai comuni e alle diocesi). Infine, nei secoli, si è assistito anche una variazione lessicale, che deriva dal tradizionale campanilismo italiano e dalla volontà delle comunità cittadine di differenziarsi tra loro. Bisogna ricordare, poi, che la nostra penisola è attraversata da una frattura linguistica importante, la linea “Rimini-La Spezia”. I dialetti parlati a Nord, rispetto a quelli del Sud, hanno caratteristiche strutturali diverse che li avvicinano più alle altre lingue romanze, come lo spagnolo e il francese».

Non c’è il rischio che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, mettendo in bocca agli italiani un indigesto composto di lingua e dialetto?


«Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano, che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento (più pericoloso degli anglicismi). Il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica».


Il recupero dei dialetti è solo folklore o qualcosa di più serio? E poi: come se la cava l’italiano colloquiale nella convivenza col dialetto?

«In molte fasi della nostra storia, il dialetto è stato visto come un ostacolo all’italianizzazione e le istituzioni scolastiche lo hanno considerato a lungo solo come una fonte d’errore. Oggi, quindi, è giusto che si rivendichi la possibilità di adoperarlo nelle conversazioni, nell’arte o a teatro, perché è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Ma la pretesa di far diventare il dialetto una lingua di cultura e delle leggi sarebbe contro la storia. Sono proprio i parlanti dialettali, del resto, ad aver sempre riconosciuto l’Italiano come lingua tetto (cioè come la lingua di riferimento per gli usi di maggior prestigio, ndr). Ricordiamo che – fatta eccezione per la temporanea dialettofobia scolastica – l’italiano non si è mai imposto con la forza. Certo, qualche volta, la lingua della burocrazia è apparsa lontana dall’uso quotidiano. Ma l’italiano parlato rappresenta un patrimonio ormai condiviso dai più, sviluppatosi proprio dal basso, al quale non dovremmo rinunciare, anche nella convivenza col dialetto».

Eduardo De Filippo, voce, cuore e anima di Napoli

31/10/1984 • Moriva 36 anni fa un gigante del teatro. Dagli esordi alla rottura con Peppino al patrimonio lasciato alla tv

“Puó’ dí ch’ ’e strade ’e Napule cheste só’: nu palcoscenico”, cantava Sergio Bruni, “A voce ’e Napule”. La teatralità dei napoletani, si sa, è un luogo comune non lontano dal vero. Loro stessi ce lo ricordano: a gesti, a parole e con l’inconfondibile inflessione della voce. Se da Port’Alba, poi, s’imbocca lo stretto vicolo dei librai, ci si perde tra le montagne di volumi sul teatro, tantissimi dedicati proprio a chi scrisse che Bruni era la voce di Napoli e – riportando quel che si diceva, beninteso! – aggiungeva: “’A ggente sà che dice? (…) Ca Napule songh’io!”. No, non è Maradona, di cui comunque esistono murales, reliquiari ed edicole sparsi per la città. È Eduardo de Filippo, che non a Napoli ma a Roma morì un mercoledì di 36 anni fa.

Eduardo, però, in un certo senso, vive ancora. Vive nel teatro che fece ricostruire, il San Ferdinando; vive nelle rassegne che lo ricordano; nelle teche Rai e su Rai-Play; vive in molti rifacimenti filmici delle sue commedie, come “Il sindaco del rione Sanità” (2019), diretto da Mario Martone. Se, dopo la morte, si pensava che il suo teatro si sarebbe appannato, così non è stato: Eduardo de Filippo resta non solo il santo laico del teatro napoletano, ma un’icona irrinunciabile e riconoscibile – smilzo, con le sue guance scavate e spigolose – del Novecento italiano.

Eduardo nacque nel 1900, a Napoli, nel quartiere di Chiaia. Era figlio illegittimo dell’attore e commediografo Eduardo Scarpetta, divo del teatro napoletano, ma anche interprete della doppia morale delle classi agiate di allora: manteneva ben tre, forse quattro famiglie. Una di queste era quella dei De Filippo, composta dalla madre di Eduardo, Luisa, e dai suoi due fratelli, Annunziata e Giuseppe, ribattezzati Titina e Peppino. “Una famiglia difficile”, ebbe a scrivere Peppino, alla quale, nonostante tutto, Scarpetta diede un futuro. Per i tre fratelli il teatro fu una scelta obbligata: entrarono piccolissimi nella compagnia del padre, passata poi sotto la direzione del fratellastro, Vincenzo. Eduardo esordì sul palcoscenico all’età di soli quattro anni, portato in braccio da un attore.

I tre De Filippo si dimostrarono attori capaci. A vent’anni, già vantavano delle “serate d’onore”, rassegne antologiche dei loro personaggi più apprezzati. Decisero quindi di mettersi in proprio. Esordirono con “SikSik, l’artefice magico” (Peppino apostrofava così il fratello: “sicc sicc”, cioè “secco secco”, magro); un successo, ma nulla di paragonabile a quanto accadde dopo quel 25 dicembre 1931, quando al Teatro Kursaal di Napoli andò in scena “Natale in casa Cupiello”. La commedia, che sarebbe dovuta restare in cartellone nove giorni, ci restò per nove mesi. Ora: a Napoli, il Natale ma, soprattutto, il presepe (un protagonista della storia) è una cosa molto seria, nel quale i personaggi – come accade per la smorfia – costituiscono un sistema intricato di simboli. Ma, evidentemente, dietro il folklore c’era di più: i De Filippo avevano toccato le corde di una città intera. “Te piace ’o presepe?”, chiede Luca Cupiello al figlio. E lui gli risponde, sempre, invece: “No, nun me piace!”.

Il successo di “Natale in casa Cupiello” fece conoscere i De Filippo all’Italia intera, conquistando perfino le simpatie di Mussolini. È in quegli anni che Eduardo cominciò a maturare l’ambizione di diventare un grande autore. Sono gli anni, infatti, della collaborazione con Silvio D’Amico, fondatore dell’Accademia nazionale d’arte drammatica e col maggiore drammaturgo italiano di allora, Luigi Pirandello, senza che però ne uscisse nulla di significativo. Anzi: “L’abito nuovo”, scritto a quattro mani, fu giudicato dallo scrittore Corrado Alvaro non all’altezza dei due autori. E ancora oggi, un critico contemporaneo come Maurizio Giammusso la definisce “l’opera più brutta di entrambi”. Quando arrivò la guerra, Eduardo si era già da qualche anno trasferito a Roma.

Dopo la liberazione, decise di tornare a Napoli. Alla città che era eroicamente insorta contro i tedeschi, però, se n’era sostituita un’altra, piena di rovine e fame, dominata dal mercato nero e dalla prostituzione. C’è un episodio mitologico, a questo punto, un incontro tra Eduardo e lo scrittore Curzio Malaparte, in quella Napoli disastrata. La leggenda vuole che da quell’incontro nacquero due capolavori. Malaparte cominciò a scrivere “La pelle”. Eduardo, invece, andò in scena il 15 marzo del 1945 al San Carlo, con uno spettacolo in favore della Croce Rossa. Era “Napoli milionaria!”. La commedia è il racconto di un reduce che, tornato dalla guerra, trova una situazione familiare disastrosa: una moglie dedita al mercato nero e fedifraga; una figlia incinta di un soldato americano; un figlio delinquente. La sgangherata famiglia riesce a trovare unità solo quando la figlia più piccola si ammala; ma la cura è affidata a una medicina che non si sa se la salverà. Come recita l’ultima, leggendaria battuta “Ha da passà ’a nuttata” (scritta così nel copione, ma che a tutti suona come “Adda passà ’a nuttata”). Di quella prima rappresentazione, scrisse Eduardo: “Arrivai al terzo atto con sgomento. Recitavo e sentivo attorno a me un silenzio assoluto, terribile. Quando dissi l’ultima battuta finale e scese il pesante velario, ci fu silenzio per otto, dieci secondi. Poi, scoppiò un applauso furioso e anche un pianto irrefrenabile. Tutti avevano in mano un fazzoletto: gli orchestrali che si erano alzati in piedi, i macchinisti che avevano invaso la scena e il pubblico, che era salito sul palco. Tutti piangevano, e anch’io piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”.

Appena un anno dopo, Eduardo scrisse “Filumena Marturano”, pensata su misura per la sorella Titina. Le battute recitate dalla sorella – “I figli so’ figli” o “Quant’è bello chiagnere” – le sognò di pronunciare, tra le tante, senza mai riuscirci, anche una super diva come Anna Magnani. Quando morì Titina, uno dei primi ad arrivare al capezzale fu il fratello Peppino, che nel frattempo aveva lasciato la compagnia ed era assurto alla fama come la migliore delle spalle di Totò. Ma i due fratelli già da tempo non si parlavano: i rapporti si erano rotti irreparabilmente nel 1944 e, da allora, si scrivevano solo per lettera.

La famiglia, già: un chiodo fisso di Eduardo, a cui dedicò un trittico culminato con un altro capolavoro, “Sabato, domenica e lunedì”, sfiorando – qualcuno scrisse – Anton Čechov. La vita di Eduardo fu lunga, costellata di molti successi professionali, perfino all’estero (a Londra e in Russia) e, in fondo, da pochi scivoloni, spesso fuori dal suo controllo, come un film mancato con Fellini e un fiasco negli Usa, imputabile per molti alla regia affidata a Franco Zeffirelli. Il lutto più duro che dovette affrontare fu la morte improvvisa della figlia Luisella, di quattro anni, per un aneurisma, mentre giocava col fratello Luca.

Con l’arrivo della televisione, Eduardo registrò una gran quantità di commedie, lasciandoci un patrimonio inestimabile. Senza dubbio, lo fece anche per apporvi, con la sua interpretazione, il proprio sigillo. Menzioniamo, su due piedi, almeno due cose da rivedere: il film che Zeffirelli dedicò a Pulcinella, dove Eduardo, dietro la maschera, sa trasmettere un’incredibile gamma di emozioni; ma anche la scena di “Questi fantasmi”, dove racconta dal balcone la ricetta perfetta del caffè napoletano.

«È stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo: così si fa il teatro. Così ho fatto. Ma il cuore ha tremato sempre, tutte le sere, tutte le prime rappresentazioni. E l’ho pagato. Anche stasera batte. E continuerà a battere, anche quando si sarà fermato», disse così a Taormina, ritirando un premio, poco prima di morire. Ma non dopo aver ringraziato, pubblicamente e con parole commoventi, il figlio Luca, che lo aveva accompagnato negli ultimi anni della sua vita professionale. Nel cuore, in questo momento, ci resta forse più di tutte quella battuta di “Napoli milionaria!”, “Adda passà ’a nuttata”.

Ma Eduardo sembra ci parli ancora, forse più di prima e forse proprio a noi. In una delle ultime rappresentazioni, infatti, decise di cambiarla, quella battuta. E, dunque, prima che il sipario cali, non dice di dover aspettare che passi la notte, “Adda passà ’a nuttata”, ma “’A guerra nun è fernuta”: “La guerra non è finita”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 31 ottobre 2020

The Blues Brothers, film cult per eccellenza

20/6/1980 • Esattamente 40 anni fa usciva nelle sale l’opera che consacrò il mito di John Belushi e dei fratelli Blues

Centro correzionale “Joliet” dell’Illinois. Un ufficiale giudiziario elenca gli oggetti da restituire all’ex-detenuto che ha di fronte: “Un orologio digitale Timex, rotto. Un profilattico non usato. Uno… usato. Un paio di scarpe nere. Una giacca di un abito nero. Un paio di pantaloni di un abito nero. Un cappello, nero. Un paio di occhiali neri. 23 dollari e 12 cents. Firma qua”. Gli occhiali in dotazione al completo sono Ray-Ban Wayfarer. Fuori dal penitenziario si ferma una Dodge Monaco Sedan della polizia. Dalla macchina scende un uomo vestito con lo stesso completo e gli stessi occhiali da sole. Le porte del carcere si aprono e compare il profilo di un ometto tarchiato. Le prime note di una canzone blues e i due si vengono incontro, rigidi come manichini, neanche fosse un duello western; si abbracciano. Con questa prima, immortale scena comincia il film “The Blues Brothers”, uscito negli Stati Uniti il 20 giugno del 1980.
La storia la conoscono tutti. L’appena uscito di galera Jake Joliet Blues e il fratello Elwood tornano nell’orfanotrofio dove sono cresciuti e scoprono che sta per chiudere i battenti a causa di 5mila dollari di tasse in arretrato; decidono di rimettere in piedi la loro band e guadagnare abbastanza per pagarne i debiti. Nonostante le mille disavventure, ce la faranno.
La band eponima nacque prima della pellicola. John Belushi (Jake) aveva conosciuto Dan Aykroyd (Elwood) che, oltre a lavorare a un programma TV per bambini, era proprietario di un club. Dan fece conoscere a John il blues. Fu amore. I due cominciarono a mettere in piedi un supergruppo musicale che avrebbe avuto come repertorio i classici del blues. Mancava solo una divisa riconoscibile. Si ispirarono all’abbigliamento del musicista John Lee Hooker (nel film appare in una scena, dove canta “Boom boom”): un completo serioso, stemperato dagli occhiali da sole, che serviva in origine ai musicisti afroamericani a combattere i pregiudizi dei bianchi. Nel 1978 i Blues Brothers si esibirono al Saturday Night Live col brano “Soul Man”.
Il Saturday Night Live è un leggendario varietà americano della NBC. Nacque nel 1975 per rinfrescare la TV americana. Condotto da giovani, apertamente anti-nixoniano, si racconta che negli studi aleggiasse un perenne odore di marijuana. Sul suo palco si esibirono comici come George Carlin o giganti della musica come James Brown, Aretha Franklin, Elvis Costello, Bruce Springsteen, Joe Coker, moltissimi altri ancora e, naturalmente, anche John Belushi, che fu prima di tutto un comico. Si contarono, in totale, 83 sue partecipazioni e, tra tutti, lo sketch più fenomenale fu l’imitazione di Joe Cocker. Si dice che Paul McCartney gli avesse chiesto di esibirsi privatamente al suo compleanno per una cifra astronomica, tanto lo faceva ridere quando si contorceva a terra cercando di rialzarsi mentre imitava il cantante britannico.
Belushi era nato a Chicago da genitori albanesi. A 29 anni, nel 1978, si era già conquistato un posto d’onore nel cinema americano, con la commedia “Animal House”, record di sempre d’incassi per il suo genere, nonché un posto di tutto rispetto nella musica, con un disco di platino per il primo album dei Blues Brothers: due milioni e 800mila copie vendute in pochi mesi. Un talento ciclonico, merito non solo delle sue forze. Bob Woodward, il giornalista del Watergate, che gli dedicò un libro d’inchiesta, “Wired”, “fulminato” (in italiano: “Chi tocca muore”), raccontò bene della smodata passione di John per la droga: gli permetteva di scatenarsi per ore ed eseguire numeri acrobatici, come i salti che si vedono nel film. Dato il peso, quasi un quintale, per 1,75 d’altezza, si trattava di performance al limite del possibile.
Anche The Blues Brothers fu una tempesta di droga, concentrata per lo più nel corpo di Belushi (e gli occhiali, vuole la leggenda, servivano proprio a mascherarla): la stessa droga che avrebbe lasciato orfano Elwood, il vero fratello Jim e un numero incalcolabile di fan. Morì in una stanza d’albergo il 5 marzo 1982 a Los Angeles. L’ultima sera della sua vita, la trascorse insieme a Robert De Niro e Robin Williams in uno dei soliti bagordi. Quella notte spese ben 5mila dollari in cocaina, dopo esserseli fatti anticipare dal suo agente, dicendogli che ci avrebbe comprato una chitarra. La dose letale, mista di eroina, gli venne iniettata dalla groupie Cathy Smith. Aveva 33 anni.
“Va disintossicato”, diceva il medico di scena durante le riprese, “altrimenti fategli fare più film possibili, perché non gli resta che qualche anno”. La morte di Belushi fu una fatalità, ma non casuale ed eternò la sua stella per sempre. Disse Dan Aykroyd, in un’intervista: «Il mio atteggiamento verso la cosa è duplice. Da una parte, penso: mi dispiace, amico, non ce l’hai fatta e non posso farci niente. Dall’altra, mi manca e soffro. Di recente, ho sentito una canzone che diceva “coraggio Jonny, ce la puoi fare / ancora un miglio, Jonny” e ho pianto». Se vogliamo essere onesti, il segreto fascino del film sta proprio nel mito del simpatico, brutto e dannato John Belushi.
The Blues Brothers è uno di quei film che spiegano bene l’espressione “di culto”. A metà tra una commedia demenziale e un musical, sviluppa degli sketch lungo un asse narrativo preciso. Da molti punti di vista, resta un film memorabile. Per la comicità, la musica, i cammei, la quantità di comparse, il numero di auto fatte a pezzi (un record che detiene tuttora). Il regista, John Landis, confezionò un film che non si prendeva sul serio dalla prima all’ultima scena, antesignano della comicità demenziale e, se ci pensate, riassuntivo allo stesso tempo dei generi precedenti, che mescola e deforma.
Landis era un democratico e non è un caso che il film si svolga sullo sfondo di una Chicago brutta e sporca, già sull’orlo della deindustrializzazione, dove l’unica comunità piena di vita è quella afroamericana. I bianchi sono al massimo degli zotici: ricordate il locale dove la band si esibisce per la prima volta ed Elwood chiede “Che genere di musica fate di solito?”. Risposta: “Facciamo tutti e due i generi: il country e il western”. Ecco: gli avventori del locale, tutti bianchi, sono dei bifolchi e i gestori dei mezzi imbecilli. D’altro canto, è un film che non mistifica nulla, nemmeno il potere salvifico della musica. Nessuno della band ha fatto fortuna: c’è chi cucina hamburger (Guitar Murphy e Lou “Blue” Marini), chi fa il cameriere (“Mr. Fabulous”) e chi suona davanti a dieci persone cover di pezzi inascoltabili (“Murph and Magic Tones”).
The Blues Brothers è uno di quei film di cui viene voglia di citare quasi ogni scena. La Cadillac scambiata per un microfono; Aretha Franklin che canta in ciabatte e indossa un grembiule macchiato e unto; Ray Charles che, cieco, spara con la precisione di un cecchino; la rete da pollaio dietro cui canta la band e contro cui si infrange una marea di bottiglie di birra; tutte le scene con i nazisti dell’Illinois; le ripetute aggressioni, con armi sempre più esplosive, della mancata sposa di Jake, interpretata da Carry Fisher. E, naturalmente, le scuse dell’ex galeotto, in un climax che termina con l’ormai mitologico ricorso alle cavallette.
Tra le scene da citare ci sono senz’altro anche l’inseguimento per le strade di Chicago e la caccia ai fratelli da parte di tutti i reparti dell’esercito, dalla cavalleria alla marina. E poi ancora: la cattura e il finale in prigione, con la canzone “Jailhouse Rock”. Ma il punto più celebre resta il concerto. Cab Calloway scalda il pubblico; parte la musica del Saturday Night Live; arrivano Jake ed Elwood, e nella sala cala il gelo. Belushi, attonito, dà il via: “uno, due… uno due tre”. Ed è il momento di “Everybody needs somebody to love”. Buon compleanno, fratelli Blues. E tu Jake, beh, manchi tanto anche a noi.

Dalla Repubblica Cisalpina all’Italia: la storia Tricolore

14/3/1861 • Il Regno d’Italia adotta ufficialmente la bandiera con tre strisce: verde, bianca e rossa

Quando nel 1796 il generale Bonaparte arrivò a Nizza, già annessa alla Francia, per prendere il comando dell’Armata d’Italia, le notizie della Rivoluzione di Parigi avevano già da tempo infiammato la penisola; si erano rincorse concitate, spesso contraddittorie. Per esempio: si sapeva che il simbolo dei rivoluzionari era una coccarda tricolore; ma per alcuni era rossa bianca e blu; per altri, rossa bianca e verde. Poco importava; il significato era uno solo: Rivoluzione. Così, già nell’autunno del 1794, prima di tentare l’insurrezione a Bologna, allora dominio pontificio, il bolognese Luigi Zamboni e l’astigiano Giovanni Battista de Rolandis, studenti universitari, avevano deciso di farne il simbolo della rivolta. Scelsero la variante cromatica verde, simbolo di speranza. Il rosso e il bianco, invece, richiamavano i gonfaloni delle rispettive città d’origine, con il riferimento al periodo della gloriosa indipendenza comunale. Altri, invece, sostengono che dietro la scelta dei colori ci fossero ragioni massoniche; fatto sta che quanto il moto di Zamboni e De Rolandis fu un disastro – vennero incarcerati e uccisi – tanto invece il tricolore cominciò ad avere successo. Le milizie rivoluzionarie milanesi ne fecero presto la loro insegna. Il rosso e il bianco, infatti, simboleggiavano anche il Comune di Milano e l’aggiunta del verde non poteva essere più azzeccata: era il colore delle casacche dei miliziani lombardi.

La bandiera italiana ricalcava quindi da vicino sia il significato rivoluzionario sia la genesi del vessillo francese: il rosso e il blu erano i simboli del Comune di Parigi. Ma l’Italia non era la Francia e senza i cannoni e le baionette di Bonaparte la Rivoluzione non sarebbe nemmeno potuta cominciare. Dopo che i francesi ebbero battuto gli eserciti austriaci russi e piemontesi, ai rivoluzionari italiani fu concesso di instaurare delle Repubbliche giacobine, scalzando i vecchi Stati regionali. Tra le fila dell’esercito napoleonico, nel frattempo, erano cominciate a confluire anche le truppe repubblicane italiane. Assodata la tricromia ufficiale della bandiera francese, per farsi riconoscere, i miliziani concordarono con Napoleone la variante cromatica verde. Così, quando una delle repubbliche giacobine italiane, in cui poi sarebbero confluite anche le altre, quella Cispadana – divenuta poi Cisalpina – scelse il suo vessillo, la proposta di Giuseppe Compagnoni sembrò d’obbligo: durante una delle sedute nel Parlamento di Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797, fu adottato il tricolore. In un primo momento, le tre righe furono sovrapposte e, al centro, fu stampigliata una faretra con quattro frecce, simbolo delle repubbliche sorelle. Qualche mese dopo, la bandiera venne ruotata di novanta gradi.

Il contrattacco dei nemici di Napoleone, impegnato altrove, spazzò via le repubbliche. Seguì la riconquista francese, la costituzione di un’unica repubblica e poi un regno, d’Italia (in pratica una protettorato francese) la cui bandiera, pur di fogge diverse, rimase dei tre colori. Con la sconfitta di Bonaparte e il Congresso di Vienna, il tricolore sembrò destinato a essere archiviato. Così non fu e al significato di libertà e uguaglianza si aggiunse quello dell’unità nazionale. I moti della prima metà dell’Ottocento, difatti, furono costellati dal tricolore: sventolò durante l’insurrezione di Alessandria guidata da Santorre di Santa Rosa, fu impugnata da patrioti come Ciro Menotti, Teresa Cattani e dai fratelli Bandiera, seguaci della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Nel 1848, l’insurrezione generale delle grandi città d’Italia fu un altro tripudio di tricolori: sventolò anche durante le Cinque giornate di Milano e divenne la bandiera della Repubblica di San Marco di Daniele Manin, di quella Romana guidata da Goffredo Mameli e Mazzini, ma anche del rivoluzionario Regno di Sicilia. Pensando che fosse arrivato il momento giusto per cacciare gli austriaci, anche il sovrano sabaudo Carlo Alberto di Savoia decise di impugnare la bandiera.

“E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana”. Con queste parole, Carlo Alberto cominciò una sfortunata campagna militare contro l’Austria, che si sarebbe poi detta Prima guerra d’Indipendenza. Ma la bandiera, anche questa volta, sopravvisse alla sconfitta militare. Il singolare incrocio del tricolore e dello stemma sabaudo accompagnò le più fortunate vicende della Seconda guerra d’Indipendenza, e sventolò a Quarto prima che la spedizione garibaldina salpasse. Nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola si ritrovò unita e il 14 marzo del 1861 il tricolore divenne la bandiera del Regno d’Italia. Lo diventò, però, in modo discreto, senza annunci: fu il risultato automatico e previsto per legge dall’avvenuta votazione e conseguente nomina di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

Curiosamente, per un lungo periodo non esistette una bandiera italiana ufficiale: la mancanza di una apposita legge al riguardo – emanata soltanto per gli stendardi militari – portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, senza un vero criterio di riproduzione. Nel 1925 fu definito il modello ufficiale che recava lo stemma della corona reale. “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni. (È approvata. L’Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.)”. “Perfino dall’arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l’emozione di quel momento”, scrive giustamente il redattore del sito del Quirinale, da cui sono tratte queste righe. Quello riportato, poi, è un stralcio decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946, che stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, in seguito confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della Costituzione.

Ma la storia della bandiera non finì del tutto con quella votazione. Risalgono al 2006, e fanno parte del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 aprile 2006, le “Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche” che definiscono i codici univoci dei colori della nostra bandiera. Ad alcuni era parso che il colore rosso virasse troppo, in certi casi, verso l’arancione. Così, da qualche anno è solo uno quel rosso che il poeta Giosuè Carducci aveva detto fosse quello dei soldati caduti per la libertà, insieme al bianco delle nevi perenni delle Alpi e il verde dei prati. Del resto, sono ancora molti, oggi, a vedere quello che vogliono in quei tre colori. Forse tutti però vediamo in quel tricolore una sola, grande cosa: l’orgoglio di essere italiani.   

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2020

Enrico VIII, da difensore della fede a fautore dello scisma

7/3/1530 • Papa Clemente VII conferma la validità del primo matrimonio del sovrano, che sposa comunque Anna Bolena. La storia cambia

“The King’s great matter”, la “Gran Questione del re” (d’Inghilterra, naturalmente) fu ben più di un semplice divorzio. Anche perché il matrimonio in questione, quello tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona, non era nato sotto i migliori auspici. “Se uno prende la moglie di suo fratello, è un’impurità, egli ha scoperto la nudità di suo fratello; non avranno figliuoli”. Così, il Levitico. E questo era il caso di Enrico: all’età di 23 anni, sposando Caterina, si era legato alla vedova del fratello Arturo, primogenito di Enrico VII di York. Il matrimonio era stato benedetto nel 1513 dalla bolla papale dall’energico Giulio II: un personaggio ben diverso da Clemente VII, il papa che quel 7 marzo 1530 prese una decisione destinata a cambiare la storia d’Europa: negare a Enrico l’annullamento della dispensa papale che lo aveva sposato.

Nonostante la benedizione divina, del resto, il matrimonio sembrava sul serio segnato dalla maledizione biblica: ai coniugi aveva portato solo figli morti e un’erede, Maria, con il difetto di essere donna. Un clima opprimente cominciava a serpeggiare a corte, sostituendosi a un periodo di grandi speranze. Per molti inglesi fu un gran sollievo vedere il nuovo re, appena diciassettenne, succedere nel 1509 al padre. Con l’appoggio dei suoi cancellieri, Enrico aveva tolto molte restrizioni che erano state imposte alla nobiltà e si era liberato di collaboratori impopolari. Era, del resto, il re, un uomo raffinato, che fin da bambino era stato preparato alla carriera ecclesiastica e, poi, a quella di regnante. Alto e robusto, solo verso i 40-50 anni avrebbe ceduto all’obesità. Danzatore, cacciatore, fu anche compositore di un certo talento: scrisse una celebre canzone (“Pastime with good company”), una vera hit di allora, che circolò come “La ballata del re”.

Pur non essendo un grande uomo d’armi, seppe scegliere con cura i suoi luogotenenti. Nel 1513 delegò al conte di Surrey il contrattacco all’invasione scozzese, il quale batté i nemici, uccidendo re Giacomo sul campo. Seguì il suocero, Ferdinando II D’Aragona, nella guerra contro la Francia e affidò a Thomas Wosley una campagna militare che fruttò popolarità a Enrico e soprattutto a Wolsey, nominato arcivescovo e lord cancelliere. La carriera di Wolsey, collaboratore e amico di Enrico, sembrò così brillante da fargli arrivare ad ambire il soglio pontificio. Del resto, lo stesso Enrico intratteneva ottimi rapporti con Roma. A parte la benedizione del matrimonio, quando nel 1519 l’Europa cominciò a essere percorsa dalla Riforma protestante, il re scrisse insieme a Wolsey e al suo cancelliere Thomas Moore (Tommaso Moro) un libello che affermava con forza il primato del Papa e il valore dei sette sacramenti, alcuni dei quali negati da Martin Lutero. Lo stesso Moore si mostrò sorpreso dell’intransigenza del sovrano, che in virtù del suo zelo venne nominato dal pontefice “Difensore della fede”.

Nel 1519 un avvenimento cambiò le sorti d’Europa: grazie a un’irripetibile politica matrimoniale, il Regno di Spagna, quello di Borgogna, e l’Austria furono concentrati nelle mani di un solo sovrano, Carlo V d’Asburgo. Nel 1521 il re divenne imperatore del Sacro Romano Impero e nel 1525, durante la battaglia di Pavia, la fanteria spagnola annientò l’esercito francese, catturando il re. L’equilibrio di forze era definitivamente cambiato e l’Inghilterra tolse il suo appoggio alla Spagna. Ma anche la politica interna stava mutando: in peggio. Nel 1523, Wolsey fu costretto a convocare il Parlamento per imporre ai nobili il pagamento delle tasse necessarie a scongiurare la bancarotta sfidandoli in un fallimentare braccio di ferro. Tutte le responsabilità del disastro – alcune tasse non solo non furono pagate ma vennero addirittura abolite – ricadde su Wolsey. Il re, del resto, sembrava assorto in tutt’altre questioni. Il problema del divorzio dominava incontrastato, almeno da quando Enrico aveva cominciato una relazione con la più famosa delle sue amanti, Anna Bolena.

Anna Bolena resta un personaggio leggendario: figlia di un nobile inglese, cresciuta in Francia, con un misto di arroganza ed eleganza seppe farsi largo tra le ammiratrici e le amanti del re, fino a conquistarne il cuore e diventare regina. Il matrimonio fu celebrato nel gennaio del 1533 e tenuto segreto fino al giorno di Pasqua, quando l’arcivescovo di Canterbury dichiarò annullato il matrimonio precedente. A nulla erano servire le pressione su Clemente VII, che si era rifiutato di acconsentire all’annullamento. Comprensibile: di mezzo, ci si era messo nientemeno che Carlo V, il nipote di quella Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico. Nel 1527, colpevole di aver ordito una lega antispagnola, del resto, il Papa era stato punito da Carlo con il Sacco di Roma e fatto prigioniero.

Le vicenda che portò alla definitiva rottura con la Chiesa cattolica fu costellata di episodi drammatici come l’esecuzione dei cancellieri Wolsey e Moore, sostituiti da Thomas Cromwell, duca di Essex, che ne guidò il compimento. Preso il controllo del concilio dei vescovi, Cromwell propose al sovrano la soluzione radicale dello scisma, che avrebbe permesso al re di prendere in sposa Anna Bolena, ma anche di riunire nelle sue mani un potere e ricchezze mai viste. La misura convinse il re, che pensò di poter disinnescare così in anticipo la Riforma protestante e risolvere i problemi delle disastrate finanze inglesi. La decisione del re venne così ratificata anche dal Parlamento con l’“Atto di supremazia” (1534). Facendo del re il vicario di Cristo sul suolo inglese, si consumava lo scisma anglicano. E a nulla valse la scomunica di Clemente VII.

Il terremoto scismatico ebbe immediate ripercussioni pratiche, tra cui l’annullamento del matrimonio. Ma la maturazione teologica richiese tempo: Enrico rimase convinto avversario di Lutero e ancora oggi la Chiesa anglicana porta le tracce del pensiero personale del sovrano inglese, fatta com’è di celibato e transustanziazione, ma anche del principio per cui l’uomo può salvarsi senza l’aiuto della Chiesa. Dal punto di vista economico, i vantaggi furono enormi: vennero smantellati gli oltre 800 monasteri e ne furono incamerate le ricchezze. Furono anni difficili, sia per la resistenza da parte del clero che per una politica crudele di Enrico nei confronti della nobiltà più riottosa. Perfino Cromwell, l’artefice dello scisma, venne imprigionato e giustiziato e si contano almeno altre 50 esecuzioni, compresa quella di Anna Bolena che, dopo la prima figlia Elisabetta, non diede alcun erede al re. Imprigionata nella torre di Londra con l’accusa di cospirazione, fu decapitata nel 1536.

Negli anni che seguirono Enrico si sposò altre quattro volte. Prima con una nobildonna inglese, Jane Seymour, dal cui matrimonio nacque il futuro Edoardo VI, ma che costò la vita a Jane subito dopo il parto. Poi ci fu un matrimonio d’interesse con una nobildonna tedesca protestante, Anna di Clèves, che non durò a lungo: Enrico si era già invaghito di una sua dama di compagnia, Caterina Howard, donna chiacchierata che intratteneva probabilmente già diverse relazioni quando convolò a nozze con re. Intemperanze che costarono la vita a lei e al suo amante. La sesta moglie fu Caterina Parr, una ricca vedova che, nonostante i dissapori con il re, riuscì a sopravvivergli. Alla morte del re, diventato mostruosamente sospettoso e obeso, si succedettero il figlio, una sorellastra e la figlia Maria che, fervente cattolica, abolì l’Atto di supremazia, facendo vacillare la riforma anglicana. La svolta arrivò nel 1558, quando salì al trono Elisabetta I, la figlia di Enrico e Anna Bolena. La regina non solo inaugurò una stagione mirabile per il suo Paese – l’età di Shakespeare, per capirci – ma ristabilì l’eredità religiosa del padre: sotto il suo regno, fu riaffermato l’“Atto di supremazia” (1563) e, nonostante i ciclici sussulti cattolici, l’isola assunse in modo definitivo la fisionomia religiosa che ancor’oggi conosciamo.

Come controllare un popolo, la buia epopea della Stasi

8/2/1950 • 70 anni fa nasceva la polizia segreta della Germania Est: schedato un cittadino su quattro

Il 10 novembre 1989, una lunga fila di macchine intasava la Friedrichstraße di Berlino: decine di Trabant, le rumorose macchine della Repubblica Democratica Tedesca (RDT), erano incolonnate di fronte al Check Point Charlie, per ricevere e spendere i 100 marchi che avrebbero ricevuto una volta entrati a Berlino Ovest. Il giorno prima, il 9 novembre, le autorità della RDT avevano dichiarato oltrepassabile il confine che, da 28 anni, nella forma di un lungo muro, separava le due Germanie. Nelle settimane che seguirono, i berlinesi dell’Est affluirono in massa nei negozi occidentali per acquistare tutto quello che avevano sognato di avere. Tra gli acuisti più stani, figuravano decine di tritadocumenti. A cosa dovevano servire, fu chiaro la mattina del 4 dicembre, quando una folla di protestanti fece irruzione in un palazzo nella Normannenstraße e trovò montagne di strisce di carta accatastate e sacchi riempiti da frammenti di documenti. Il palazzo era quello del Ministero della Sicurezza di Stato (in tedesco: “Ministerium für das Staatssicherheit”), conosciuto da tutti con il nome di “Stasi”.

Oltre alle montagne di documenti fatti a pezzi, agli occhi dei manifestanti si aprì uno scenario inquietante: nei sotterranei del palazzo c’erano 170 chilometri di scaffali contenenti documenti che schedavano 6 milioni di persone di cui 4 milioni, cittadini tedeschi orientali. La popolazione della RDT contava allora 17 milioni di abitanti: quasi 1 abitante su 4, quel giorno, avrebbe potuto trovare un dossier su se stesso. In totale, i registri riportavano 180mila agenti ufficiali e 120mila “inoffizieller Mitarbeitern”, ovvero “collaboratori non ufficiali”. In altre parole, spie sotto copertura. Risultava, quindi, in rapporto al totale della popolazione, 1 ufficiale della Stasi ogni 120 abitanti; includendo i collaboratori non ufficiali, il numero saliva a 1 ogni 56. Numeri sproporzionati rispetto a qualsiasi altro servizio di sicurezza e spionaggio del mondo, compresi i paesi del blocco socialista. In URSS, i numeri erano di 1 ogni 600; in Repubblica Ceca, 1 ogni 900; e in Polonia 1 ogni 1.500. Com’era stato possibile creare un simile mostro?

La storia della Stasi comincia l’8 febbraio 1950, quando il neonato ministero prende il posto del “Kommissariat 5”, la struttura sovietica di sorveglianza istituita alla fine della Seconda guerra mondiale. I compiti della Stasi erano di sorveglianza interna e spionaggio estero, unificando di fatto le funzioni esercitate dal Ministero degli Interni sovietico e dal KGB, la rete spionistica del Cremlino. Con un organico di 1.000 dipendenti e la funzione iniziale di prevenzione nei confronti di eventuali risorgenze naziste, la Stasi cominciò ad allargare il suo raggio d’azione anche nei confronti dei dissidenti interni del regime. Quando il suo capo più longevo, Erich Mielke, prese il comando nel 1957, il numero di dipendenti era già arrivato a 14.000. La Stasi di Mielke divenne una rete di controllo onnipresente: in qualsiasi ufficio pubblico, nelle scuole, nelle università, nei consigli di fabbrica, nei sindacati, nello sport, perfino nei movimenti e nei gruppi di opposizione, poteva annidarsi un collaboratore.

Che la Stasi potesse contare, tra le proprie fila, nomi di insospettabili, lo dimostrano almeno due casi di eminenti politici, simboli dell’opposizione al regime, rivelatisi poi dei “collaboratori non ufficiali”: Ibrahim Böhme e Wolfgang Schnur. Böhme era stato un avvocato per i diritti civili e uno dei maggiori rappresentanti dell’IFM, movimento di protesta pacifico della RDT nei tardi anni ‘80, diventando poi il capo del partito socialdemocratico nelle uniche elezioni libere della Germania Est. Nel 1990 a pochi mesi dalle elezioni, si scoprì invece della sua collusione con la Stasi. Schnur, anch’egli avvocato per i diritti civili e rappresentante di “Alleanza per la Germania”, fu colpito da un infarto poco dopo che, ancora nel 1990, la stampa rivelò la sua iscrizione nei registri della Stasi. “Alleanza per la Germania “era stato il partito uscito vincente dalle elezioni nella RTD e proprio Schnur sarebbe dovuto diventarne il primo presidente liberamente eletto.

Paolo Soldini, corrispondente dell’Unità, in un programma radio andato in onda qualche anno fa su Radio 2 (“La Stasi sopra Berlino”, a cui la rievocazione che state leggendo deve molto) raccontava, oltre agli episodi dei collaboratori celebri, anche quelli dei celebri perseguitati. Un caso estremo riguardò lo scrittore dissidente Jürgen Fuchs, che dichiarò di essere stato esposto, nel periodo di detenzione, a radiazioni perché gli fosse indotta la leucemia. Un altro caso interessante, dal momento che la donna ne fece un caso di studio, riguardò due noti attivisti: Ulriche Poppe e suo marito Gerd. Ulriche ricostruì le forme di controllo messe in atto dalla Stasi. Si andava dai prevedibili controlli della posta, alle più inquietanti raccolte di informazione scucite ai conoscenti e agli amici, fino ai temibili protocolli di ascolto ambientale e di osservazione diretta. Poppe ha pubblicato molti dei documenti che la riguardavano, alcuni dei quali, per inconsistenza, sono al limite del ridicolo: “I soggetti si riuniscono in soggiorno e posano sul tavolo dei recipienti che contengono, verosimilmente, caffè”; oppure “il soggetto entra in un negozio di alimentari ed esce con un sacchetto il cui contenuto non è stato possibile identificare”.

I coniugi Poppe raccontavano, tra l’altro, di un misterioso agente K, omonimo di un attuale investigatore privato berlinese, messo alle calcagna della coppia. Che si tratti della stessa persona è molto probabile. Ma perché, si chiedeva Soldini, i due coniugi non hanno provveduto a denunciarlo? Perché sarebbe stato inutile. In base a una sentenza della Corte di Karlsruhe (l’omologa tedesca della nostra Corte Costituzionale), gli ex agenti della Stasi sono punibili per reati specifici, ma non per il lavoro di spionaggio. 

Per farsi un’idea di cosa fu la Stasi, c’è un film di Florian Henckel che può aiutare molto in questo senso: “Le vite degli altri”, uscito nel 2006. Il film mostra bene l’insostenibile clima di sospetto e di oppressione, nonché la scia di inimicizie, dolori e lutti che accompagnava l’attività di controllo della polizia segreta. Vale la pena vederlo, senza dubbio; così come vale la pena raccontare un ultimo aneddoto, e cioè quello che coinvolgeva gli agenti soprannominati “Romeo” e “Giulietta”. Non erano agenti specifici ma ruoli che giovani avvenenti ricoprivano e che consistevano nel sedurre le vittime dello spionaggio per carpire informazioni nel segreto dell’intimità. Se pensate che la parte di maggior rilievo venisse ricoperta dalle Giuliette, vi sbagliate: erano i Romeo inviati nelle amministrazioni della Germania Ovest a essere i più temuti. A pensarci, sembra operetta. Allora, invece, il sapore era molto amaro.

Il Piccolo di Cremona, 8 febbraio 2020

John Ford: e la storia americana divenne mito

1/2/1894 • Oggi è l’anniversario della nascita del grande regista americano che pose le basi per il genere western

Se l’America è il suo cinema e il western, il cinema americano per eccellenza, allora John Ford è l’America. Eppure, il regista da quel nome fin troppo americano, si chiamava in verità Sean Aloysius O’Feeney ed era nato da una famiglia irlandese a Cape Elizabeth nel Main, sulla East Coast, il 1° febbraio del 1895. Delle sue origini John Ford non solo parlava spesso, ma erano per lui motivo di orgoglio. Del resto, alla patria dei suoi antenati dedicò alcuni film, come Il traditore (1935) e Un uomo tranquillo (1952), e nel 1921 venne perfino coinvolto nella ribellione irlandese, procurando finanziamenti al partito ribelle Sinn Féin. Ma cosa ci poteva essere di più americano di un figlio di immigrati, diviso negli affetti tra la patria d’adozione e quella di origine, partito per il West per fare fortuna? Il West, per Ford, si chiamava Hollywood.

Sean O’Feeney divenne John Ford, dopo essere stato Jack Ford (come continuarono a chiamalo solo gli amici), al suo arrivo California, nemmeno ventenne, seguendo il fratello Francis, di una dozzina d’anni più anziano di lui, che proprio a Hollywood lavorava. Negli anni Dieci il cinema americano, attirato dai grandi spazi, ma spinto anche dall’assenza dei sindacati, si era trasferito da New York a Los Angeles, dalla East alla West Coast. Ford cominciò come tuttofare, ma si dimostrò subito un abile direttore di scene d’azione. Un noto attore di allora, Harry Carey, propose quindi a Ford di dirigerlo nel primo lungometraggio della storia del genere e di proporre il film alla Universal Pictures. Fino ad allora, il genere consisteva in brevi storie di non più di venti minuti. Il film piacque. Furono scritturati e il sodalizio continuò fino al 1923, quando Ford decise di abbandonare Carey e la Universal per la Fox Film Corporation. Con uno stipendio di 600 dollari alla settimana, divenne il regista più giovane e meglio pagato di tutti gli Stati Uniti.

Da quel momento, la carriera di Ford cominciò a decollare e diresse il suo primo film di successo, Il cavaliere d’acciaio (1924). Ma fu Ombre Rosse (1939) a cambiare tutto. Se dopo Stagecoah (in italiano, “diligenza”) Ford fosse improvvisamente morto, ci si sarebbe comunque ricordati per sempre di lui. Il film pone le basi di quasi tutto il western, fino almeno alla metà degli anni ’60. C’è John Wayne, pilastro iconico del genere; compare per la prima volta la Monument Valley, la quinta scenografica che da allora fu il west; ci sono gli indiani e i loro agguati; c’è un campionario di protagonisti, non proprio senza peccato, ma dal grande cuore: la prostituta, il medico ubriacone, il giocatore d’azzardo e il fuorilegge. E l’assalto alla diligenza, scena che nessun serio manuale di regia può dimenticarsi di citare. Di film, ne sarebbero seguiti altri, certo non tutti all’altezza di quel capolavoro, ma molti memorabili. Tra questi, vale la pena di citare la “trilogia della cavalleria”, girata tra il 1948 e il 1950, che comprende: Il massacro di Fort ApacheI cavalieri del Nord-Ovest e Rio Bravo. Tutti e tre interpretati da John Wayne.

Si dice che Ford, dopo aver visto il film Il fiume rosso (1948) del collega e rivale nel genere Howard Hawks, avesse esclamato: “Quindi John Wayne sa anche recitare!”. In realtà, aveva ragione, almeno in parte. Wayne, il cui vero nome era Marion Robert Morrison, aveva come Ford origini irlandesi. Era stato un giocatore di football di qualche successo, che aveva cominciato a lavorare a Hollywood come cascatore, l’antenato degli stunt man. Fu proprio Ford a proporlo e ad affidargli parti sempre più rilevanti. Sul set con lui – raccontano – Ford era severo e in privato, a volte, perfino sprezzante. Quando gli chiedevano che regalo fare a Wayne, rispondeva: “Non regalategli un libro, ne ha già uno”. Ma la verità è che, come ammise l’attore, per lui, fu quasi un padre. L’altro attore prediletto da Ford fu Henry Fonda. Lo scelse per ruoli più politici, retorici, come nel caso del Lincoln in Alba di gloria (1939), ma anche epici, come in Furore (1940), facendogli interpretare il protagonista del romanzo Tom Joad.

Goffredo Fofi, nel suo libro sulla storia del cinema ha scritto: “Ford canta gli umili costruttori dell’America – contadini, soldati, artigiani – nel momento dell’edificazione. Elabora e definisce figure “classiche” di pionieri, caratterizzati da una gentile propensione all’autoironia. Essi incarnano funzioni, sanno il loro compito e come svolgerlo. Più spesso sono sceriffi non per scelta, medici ubriaconi o sfortunati, soldati (a difesa della fragile e nuova nazione). Dentro un ordine comunitario, anche gerarchico (la  gerarchia è stabilita dalla necessità, è prodotto della priorità, volta a volta, di una funzione), che va fondato, coordinato, difeso, e del quale il focolare domestico è il nucleo prioritario”. 

Ford: regista ma non artista? Be’, pensate alle sequenze iniziali e finali di Sentieri selvaggi (1956): una porta si apre e la macchina da presa, dall’interno di una casa di legno, pian piano esce, inquadrando la sagoma lontana di un cavaliere solitario, sullo sfondo della Monument Valley. È John Wayne, naturalmente. Violini e fiati in sottofondo; ad aspettarlo, dalla veranda, una famiglia e un’avventura, che si concluderà proprio con la sua sagoma solitaria che si allontana e una porta che su di lei si richiude. 

Ford non girò solo western e nemmeno western tutti uguali; sul finire di carriera, imboccò addirittura la strada del revisionismo nei confronti degli indiani, ancor prima di Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn. Ma il destino che gli era spettato si era compiuto: la storia americana, dietro la sua macchina da presa, era diventa mito, leggenda. I suoi campi, profondi come gli spazi sconfinati d’America e i suoi attori, peccatori destinati mai a vincere del tutto, ma a far trionfare il bene: ecco l’America che forgiava il suo mito, mentre il mondo restava a sognarlo.

“Quali sono i miei registi di riferimento? Beh, direi John Ford… John Ford e John Ford”, disse a Peter Bogdanovich Orson Welles. Ma anche il regista Akira Kurosawa si lasciò scappare che non era stata l’arte giapponese a ispirare i suoi film: disse che John Ford era stato il suo più grande punto di riferimento. E come non pensare a Sergio Leone, che sognava il far west nelle calde estati romane e che sta a Clint Eastwood come Ford sta a Wayne. When the truth becomes legend, print the legend, quando la verità diventa leggenda, tu stampa la leggenda, si dice alla fine di L’uomo che uccise Liberty Valance (1960). Ben fatto, John.  

Il Piccolo di Cremona, 1° febbraio 2020

1919 e 1994: le due vite del Partito Popolare

La doppia ricorrenza • In entrambi i casi fu fondato il 18 gennaio: il successo della futura Dc e lo sfortunato ritorno alle origini

I rapporti tra i cattolici e il Regno unitario erano partiti con il piede sbagliato. La breccia di Porta Pia (1870) non solo aveva interrotto i lavori del Concilio Vaticano: aveva fatto cessare il millenario potere temporale della Chiesa. Pio IX, che durante il suo pontificato aveva visto ridursi il suo regno fino alla cancellazione, proclamò nel 1875 il “Non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni. Nonostante quasi tutti lo osservarono, dato il numero ristrettissimo degli aventi diritto al voto (il 2% della popolazione), sarebbe stato assurdo pensare di poter escludere per sempre la quasi totalità degli italiani dalla vita pubblica. E così, sospinti dal nuovo pontefice Leone XIII, i cattolici si organizzarono nell’Opera dei congressi, una lobby ante litteram per portare avanti i diritti della Chiesa e dei fedeli.

La prima fase del movimentismo cattolico fu guidata da Romolo Murri, un sacerdote marchigiano con in testa l’idea di fondare un partito. Il gruppo attorno al sacerdote fu chiamato “democrazia cristiana”. Nel 1904 Pio X, nella prospettiva dell’ulteriore allargamento del suffragio – dal 1882 gli aventi diritto al voto erano passati al 6% e nel 1912 sarebbero stati il 23% – concesse ai cattolici il permesso di votare e la possibilità di presentarsi alle elezioni, ma solo a titolo personale: “cattolici deputati e non deputati cattolici”, fu detto. Nel 1905, sull’onda dell’entusiasmo e tendendo la mano ai socialisti di Filippo Turati, Murri fondava a Bologna la “Lega Democratica Nazionale”. Fu un fiasco. L’alleanza fallita con il partito socialista e l’aperta ostilità del pontefice, che culminò con la scomunica di Murri (1909), fecero naufragare il progetto.

La mobilitazione di massa degli italiani dovuta alla guerra (1915-1918) e l’ascesa del partito socialista, che rischiava di conquistare la maggioranza in Parlamento, rese urgente anche agli occhi della Chiesa la costituzione di un partito di massa cattolico. Ecco quindi comparire sulla scena il sacerdote siciliano Luigi Sturzo e il suo ambizioso progetto: un partito equidistante da socialisti, liberali e fascisti. Nacque allora il Partito Popolare Italiano (PPI), fondato il 18 gennaio 1919, che nelle elezioni dello stesso anno ottenne il 20,6% dei voti. La vita del PPI fu breve. Nel 1922 proprio Sturzo sbarrò la strada a un nuovo governo di Giovanni Giolitti, facilitando involontariamente l’ascesa di Mussolini. L’anno seguente, Sturzo si dimise dalla carica, che fu assunta dal deputato trentino Alcide De Gasperi. Nel 1926, il regime fascista mise fine al partito e costrinse Sturzo all’esilio.

Ma quel 18 gennaio del 1919 e l’esperienza politica popolare di don Sturzo non passarono invano. Anzi: a distanza esatta di 75 anni, il 18 gennaio del 1994, il Partito Popolare Italiano fu ricostituito. La cerimonia avvenne proprio nell’Istituto don Sturzo di Roma e fu ratificata dall’assemblea costituente (22 gennaio), presieduta da Mino Martinazzoli, già deputato e ministro nell’Italia repubblicana. Anche in questo caso, però, la vita del partito fu breve: sei anni, proprio come il partito fondato da Sturzo. Dopo un modesto successo alle elezioni del 1994 (11% dei voti) il partito confluì in una coalizione di centro-sinistra e si scisse: una parte diede vita all’Unione Di Centro (UDC), alleata del centro-desta berlusconiano e, nel 2002, l’altra confluì nella Margherita di Francesco Rutelli.

Tutto qui? Sì. Se si eccettua che, nel 1943, un altro partito aveva provato a fare rinascere il PPI di Sturzo, dandosi un altro nome: Democrazia cristiana.

L’ironia della storia volle che il nome che De Gasperi, già presidente del PPI, scelse per il suo nuovo partito fosse quello legato al movimentismo perdente di Murri. Il progetto di De Gasperi fu, invece, un progetto di enorme successo. La storia della Dc, dei suoi avversari e dei suoi alleati fu la storia della Prima repubblica italiana. In qualità di componente del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nella guerra partigiana ed essendo stato uno dei partiti più votati nelle elezioni della Costituente del 1946, la Democrazia cristiana (Dc) si aggiudicò da subito un ruolo primario. La redazione della Costituzione fu l’occasione in cui i giovani esponenti del defunto partito di Sturzo poterono gettare le basi del nuovo Stato repubblicano. Si basarono sul Codice di Camaldoli, trascrizione degli atti di un convegno tenutosi nel luglio del 1943 nell’eremo omonimo. Vi parteciparono De Gasperi, Piccioni, Spataro, Scelba, Campilli, La Pira, Dossetti, Moro, Fanfani, Andreotti.

Nel 1948 la Democrazia cristiana, a 5 anni dalla sua nascita in clandestinità (a Milano nella primavera del 1943), raggiunse un risultato spettacolare: 48,5% dei voti, sbaragliando le sinistre. Le ragioni del successo? Certamente, lo scoppio della Guerra fredda e l’alleanza con gli Stati Uniti; ma non va dimenticato il sentimento religioso popolare e l’attenzione della Dc per la dottrina sociale della Chiesa, specchio di un socialismo moderato di stampo cattolico che gettò le basi dello stato sociale italiano: e basta pensare – restando nei ’50 – all’IRI, all’Eni, ai finanziamenti per la ricostruzione e alla Cassa per il Mezzogiorno. Un simile successo le permise di governare praticamente indisturbata fino al 1953. In quell’anno, il miracolo del 1948 non si ripeté e, da quel momento, la Dc inaugurò un sistema di governo del Paese che aggregava di volta in volta forze eterogenee, con un obiettivo: sbarrare la strada al Partito comunista italiano (Pci).

Durante gli anni di governo della Dc, l’Italia cambiò. Quando nel 1974 la Dc si lanciò in una battaglia suicida (persa, difatti) per l’abrogazione del divorzio si erano succedute coalizioni con gli azionisti, i liberali, i socialisti moderati, i monarchici e, nel 1960, perfino con i neofascisti del Movimento sociale italiano (Msi). C’era stato il boom economico e gli italiani erano cambiati, cominciando a vestirsi all’americana, a possedere elettrodomestici, la televisione, la macchina; i contadini erano praticamente spariti; c’era stato, poi, il 1968, le lotte operaie, lo Statuto dei lavoratori, lo stragismo e già cominciava la lotta armata della sinistra estrema. Eppure, nonostante nel 1976 il Pci avesse raggiunto il 34,4% la Dc gli oppose un 38,7%. A quel punto, cominciò il lavoro di Aldo Moro per trattare. Fu proprio l’omicidio di Moro (1978) ad avviare la Prima repubblica alla sua ultima stagione.

Nemmeno il gollismo del socialista Bettino Craxi nei suoi anni di governo (1983-1987) riuscì a sbloccare quello che il politologo Giorgio Galli aveva definito il “bipartitismo imperfetto”. La società civile e l’opinione pubblica, pur dando chiari segni di disimpegno e di progressiva disaffezione alla politica (gli anni del “riflusso”), rimasero quiete: agli anni ’70, percepiti come traumatici non solo per il terrorismo, ma anche per le crisi energetiche, l’inflazione e la disoccupazione, seguì un periodo di relativo benessere economico per tutti gli anni ’80.

Negli anni ’90, però, fu il mondo a cambiare. Con la fine del sistema di potere sovietico e della Guerra fredda, le stragi di Mafia e le nuove turbolenze economiche, le nuove generazioni di italiani cominciarono a trasformare la disaffezione in ostilità. Il fuoco alle polveri venne dato nel febbraio del 1992 dalla scoperta di una tangente, un semplice fatto di cronaca se fosse accaduto qualche anno prima. Non fu così: la spettacolarizzazione del processo alla classe dirigente, la Tangentopoli di Mani Pulite (1992-1994) fu la rivincita da parte di una società civile e un’opinione pubblica che non riusciva più a riconoscersi nei partiti, in una democrazia ai loro occhi bloccata, il cui perno era proprio la Dc. Così, quando Martinazzoli quel 18 gennaio 1994 rifondò il Partito popolare, sperando di fare rinascere la Dc, si limitò soltanto a riporla nella soffitta della storia.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 gennaio 2020