Chiara Murru: «Vi spiego cos’è la Crusca e il mio lavoro al Vocabolario dantesco», l’intervista alla collaboratrice dell’Accademia

Chiara Murru è collaboratrice dell’Accademia della Crusca e assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena.

Cos’è e cosa fa l’Accademia della Crusca?

L’Accademia della Crusca è un’istituzione nata nel XVI secolo e che ancora oggi è il principale punto di riferimento della lingua italiana. Nello Statuto dell’Accademia, si legge che il suo compito è quello di sostenere la lingua italiana nel suo valore storico di fondamento dell’identità nazionale e di promuoverne lo studio e la conoscenza, in Italia e all’estero. La sua attività è, in primo luogo, la ricerca scientifica in diversi ambiti: storico-linguistico, dialettologico, filologico, lessicografico e grammaticale, in senso diacronico e sincronico.

La promozione della lingua si realizza in più forme: ad esempio,col servizio di consulenza linguistica sul lessico e sull’uso della lingua; una redazione di esperti riceve ogni giorno dei quesiti a cui risponde (le risposte sono tutte consultabili), in modo da ricostruire la storia del fenomeno in questione. Quella che viene data non è mai una risposta netta; piuttosto, si cerca di spiegare e documentare l’evoluzione del fenomeno e dare al lettore gli strumenti per capirne il senso.

Un altro esempio è la sezione “parole nuove”, uno strumento d’informazione sulle parole che si possono incontrare nella comunicazione di tutti i giorni: vengono scelte sulla base di un monitoraggio che avviene sui maggiori mezzi di comunicazione. È importante ricordare che la redazione di una scheda di approfondimento dedicata a una di queste parole non vuol dire che l’Accademia ne stia promuovendo l’ingresso effettivo nel lessico: ciò può avvenire solo secondo la naturale dinamica della lingua. Diciamo che l’Accademia studia e analizza la lingua, ma fornisce anche gli strumenti per orientarsi, per comprenderla e per usarla correttamente.

Perché si ritiene che una parola si possa usare correttamente solo se la Crusca dà l’avallo?

Bisogna chiarire una cosa: l’Accademia della Crusca realizzò effettivamente un vocabolario e, anzi, il binomio Accademia della Crusca e vocabolario sembra inscindibile nella mente di molte persone proprio perché fu un lavoro che fece per secoli, prima di interrompersi, con l’ultima edizione, nel 1923. Il vocabolario fu anzi il punto di forza dell’Accademia, modello e avanguardia della lessicografia in Europa e nel mondo. Questa è senza dubbio una delle fonti del suo prestigio. Anche oggi, del resto, si occupa attivamente di lessicografia, nell’ambito di vari progetti.

Aggiungo una cosa: la Crusca analizza i fenomeni dell’italiano, documenta le parole che si usano e si diffondono; ma ciò non vuol dire che ne autorizzi l’uso, quasi rilasciasse una specie di patentino. Deve senza dubbio prendere atto di alcuni fenomeni, sebbene ciò non significhi che siano, per questo, automaticamente corretti. Penso infatti che, trattandosi della massima autorità linguistica in Italia, sia giusto che spieghi che alcuni usi non sono corretti. Ci sono fenomeni linguistici, di cui certo bisogna prendere atto, ma che la Crusca deve sottolineare come scorretti.

Di che cosa si occupa, nello specifico, una giovane ricercatrice come te?

Il progetto di cui mi occupo è nato in seno all’Accademia, in collaborazione con l’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), organo del CNR: si tratta del “Vocabolario dantesco”. È un progetto lessicografico volto a raccogliere il patrimonio lessicale delle opere volgari di Dante. Lo ritengo un lavoro bellissimo e sono onorata di poter partecipare a un progetto così importante. Concretamente, redigo le schede del vocabolario e, dunque, ogni giorno studio e scopro il senso e il significato di alcune parole usate nella Commedia, rendendo conto di tutte le loro occorrenze. Ogni scheda lessicografica offre, oltre alla struttura semantica e a varie informazioni sul vocabolo, una nota dove si espongono i problemi interpretativi e i commenti alla parola o al passo che la contiene. Quello che più mi affascina nel mio lavoro è vedere come può cambiare l’uso delle parole nell’opera di Dante, dal significato più materiale a quello più simbolico e spirituale.

Non si tratta di una variazione così schematica. Siamo spesso portati a credere che solo il lessico nell’Inferno sia concreto e realistico, tanto da arrivare fino all’uso del turpiloquio. Invece non è una distinzione così netta: nel bel mezzo del Paradiso troviamo una parola come rogna, che si potrebbe pensare più collocabile nel panorama lessicale dell’Inferno. Nella mia attività, cerco anche di capire il modo in cui nascono i neologismi: quali sono, insomma, i meccanismi onomaturgici propri di Dante.

Ci puoi fare qualche esempio di varietà negli usi nella Commedia che hai studiato?

Un esempio è l’uso delle medesime parole in contesti diversi. La parola ventre, ad esempio, Dante la usa sia per indicare la “parte esterna del corpo corrispondente alla cavità che contiene l’apparato digerente”, sia il grembo della Vergine Maria. Ci sono poi esempi di significati traslati: la parola zavorra – che propriamente è il materiale pesante che si pone sulla stiva di una nave per darle equilibrio durante la navigazione – nella Commedia è usata esclusivamente in senso metaforico, a indicare la parte dei dannati della settima Bolgia, con il riferimento al fatto che su di essi gravano i loro peccati.

Un altro esempio interessante è la differenza dell’uso di cerebro e cervello (che hanno lo stesso significato): la prima è una forma colta, che deriva dal latino cerebrum; la seconda è l’evoluzione del diminutivo latino cerebellum. Perché Dante preferisce in due occasioni alla variante popolare la parola cerebro? Perché lo richiede il contesto. Nel primo caso è usato, nel Canto XXVIII dell’Inferno, da Bertran de Born (“partito porto il mio cerebro, lasso!”), uno dei più grandi poeti provenzali, un personaggio nobile e di alta cultura a cui ben si addice un cultismo. La seconda occorrenza è nel XXV Canto del Purgatorio, nel contesto della dissertazione di Stazio sull’origine dell’anima: si spiega come al feto, una volta compiuta l’articolazione del cervello (“l’articular del cerebro è perfetto”), Dio inspiri l’anima intellettiva. La parola cervello è usata, invece, in contesti diversi. Per esempio, quando nel Canto XXVII dell’Inferno il conte Ugolino addenta l’arcivescovo Ruggieri e descrive il punto esatto del morso: una scena cruda, che si imprime nella memoria, nella quale Dante sceglie il termine più popolare (“e come ’l pan per fame si manduca, / così ’l sovran li denti a l’altro pose / là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca”).

Un’altra parola interessante, di cui ho recentemente redatto la scheda lessicografica, è l’aggettivo scialbo. Si potrebbe pensare, in un primo momento, che si tratti semplicemente di un sinonimo di pallido. Dante lo usa nell’episodio del sogno della “femmina balba”, nel XIX Canto del Purgatorio (“mi venne in sogno una femmina balba, / ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di colore scialba”). In realtà, il significato che gli viene attribuito non è tanto quello di pallido, ma di “privo di colore”. È un uso interessante, dato che questo termine viene dal verbo scialbare, che nel gergo della pittura voleva dire ricoprire una parete d’intonaco. Dante, quindi, ne fa uso in un modo del tutto originale.

Federico Pani

(Una versione ridotta dell’intervista è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 30 gennaio 2021)

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