Desert Storm: l’eredità della guerra “intelligente”, intervista a Daniela Melfa

16/1/1991 • Intervista a Daniela Melfa a 30 anni dall’invasione Usa del Kuwait: dai calcoli errati di Saddam all’Islam radicale

La notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1991 cominciava l’operazione “Desert Storm”, una vasta campagna di bombardamenti aerei miranti a distruggere l’infrastruttura militare dell’esercito iracheno. L’operazione era coordinata dal generale americano Norman Schwarzkopf, capo di una coalizione battente bandiera ONU, che comprendeva, insieme al grosso delle truppe angloamericane, forze provenienti da diversi paesi tra cui anche l’Egitto, la Siria e l’Arabia Saudita. Obiettivo: liberare il Kuwait, invaso l’estate dell’anno prima dall’esercito di Saddam Hussein.

Il dittatore iracheno aveva pensato di risolvere così la complicata questione del debito del suo paese, contratto proprio con il piccolo ma ricchissimo paese limitrofo, negli anni della lunga guerra contro l’Iran. Convinto di incutere sufficiente timore ai paesi vicini e pensando che gli Stati Uniti non avrebbero voluto impegnarsi in una guerra che si sarebbe potuta trasformare in un nuovo Vietnam, Saddam attaccò.

A dispetto delle credenze del dittatore, non solo la coalizione fu rapidamente messa in piedi, ma ebbe un travolgente successo: dopo cinque settimane di bombardamenti, le forze di terra si trovarono di fronte un esercito quasi completamente distrutto; nel giro di 36 ore l’armistizio fu firmato. I morti della coalizione furono 658; gli iracheni uccisi, tra i 20 e i 30mila, molti dei quali caduti durante la tremenda ritirata, che ingorgò di mezzi l’unica via di fuga che, dal Kuwait, portava a Bassora, la prima città irachena dopo il confine.

Per capire come fu possibile arrivare al conflitto e quali furono le sue conseguenze, abbiamo rivolto alcune domande alla professoressa Daniela Melfa, che insegna storia contemporanea del Medio Oriente nel Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania. 

Quali furono le condizioni geopolitiche che permisero che si formasse una coalizione così eterogenea contro Saddam Hussein? In particolare, come fu possibile vedere nello stesso schieramento i campioni dell’occidente liberale e i campioni dell’islamismo conservatore, ossia gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita?

«La Prima Guerra del Golfo si inscrive innanzitutto in uno scenario geopolitico diverso rispetto a quello dei decenni precedenti. È crollato il Muro di Berlino e si è disgregata l’Unione Sovietica; il confronto tra Est e Ovest non costituisce più la cornice dei conflitti. La fase che ci interessa è quella della cosiddetta “Pax americana”, durante la quale gli Stati Uniti si trovarono a giocare in Medio Oriente un ruolo da protagonisti. Va ricordato che tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti vigeva già allora – e vige anche oggi – un rapporto consolidato, per via del petrolio.

Quando l’esercito iracheno invase il Kuwait, ammassò le sue forze lungo il confine con l’Arabia. Di fronte a quella minaccia, il re saudita Fahd chiese aiuto agli Stati Uniti. Fu un momento importante: con l’arrivo di truppe non musulmane sul territorio saudita, venne meno l’antico patto di protezione (firmato nel XVIII secolo) che legava la dinastia saudita al movimento wahhabita, che nel mondo musulmano rappresenta l’ala più puritana. In quell’occasione, anche Osama Bin Laden offrì la sua disponibilità a schierare, a difesa dell’Arabia, i combattenti jihadisti reduci dal conflitto in Afganistan contro i sovietici, durante il quale proprio Bin Laden aveva coordinato l’afflusso di combattenti. Il rifiuto da parte di re Fahd contribuì dunque direttamente alla radicalizzazione del jihadismo islamista.

A quel punto, una cosa sorprendente fu la riarticolazione del fronte: nella guerra contro l’Iran, l’Iraq era stato sostenuto dall’Arabia Saudita e dalle potenze occidentali, compresi gli Stati Uniti. Improvvisamente, in quell’occasione, diventò un nemico: i mass media cominciarono a paragonare la figura di Saddam a quella di Hitler; proprio lui che, invece, era stato raffigurato anni prima come il difensore del mondo arabo e dell’occidente, contro il dilagare del khomeinismo». 

A proposito di propaganda, sebbene ci furono molti morti tra i civili, quella fu la prima guerra a essere descritta come “intelligente”, giusto?

«La guerra non solo fu raffigurata come intelligente, ma quasi anche senza morti: durante la fase culminante di Desert Storm, furono ripresi soltanto i mezzi militari distrutti, non i cadaveri e nemmeno l’esercito affamato e male equipaggiato iracheno in ritirata; non si vedeva il sangue, insomma. Il motivo è che il giornalismo venne messo sotto stretto controllo da parte dagli Stati Uniti; ricordiamo che allora non esisteva nemmeno Al Jazeera (la TV satellitare panaraba, ndr). I giornalisti, dunque, non furono in grado di raccogliere informazioni in maniera autonoma». 

Quale fu l’impatto della guerra?

«La guerra non fu priva di conseguenze. L’Arabia Saudita uscì, come si diceva, meno legittimata nel contesto del mondo musulmano. All’inizio degli anni ’90, cominciò a manifestarsi, nel paese, un’opposizione interna (tra cui anche quella femminile). Poi, ci fu l’ascesa dell’Islam politico, che si verificò anche lontano dal teatro degli scontri. Nel 1991-92, per esempio, cominciò il decennio di sangue in Algeria: con il suo successo elettorale, il Fronte islamico di salvezza era riuscito, infatti, a capitalizzare lo scontento delle piazze, generato anche dalla partecipazione alla guerra a fianco della coalizione. Il punto è che i paesi arabi sostennero sì la coalizione; ma la popolazione restò contraria, provocando inevitabilmente delle tensioni.

Un’altra conseguenza fu una certa distensione nel conflitto tra Israele e Palestina, culminato negli Accordi di Oslo. Saddam Hussein aveva abbracciato, infatti, la causa palestinese, arrivando a mettere come posta in gioco della sua ritirata dal Kuwait proprio la liberazione della Palestina. I palestinesi entusiasti e l’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina), dal canto loro, si erano schierati a fianco di Saddam Hussein. La sconfitta dell’Iraq corrispose a un momento di gravi difficoltà per l’Olp che accolse di buon grado la ripresa dei negoziati.

Inoltre, va detto che la Guerra del Golfo significò per gli occidentali un cambio di percezione: si cominciò a vedere il Medio Oriente sempre più come una minaccia e cominciò a diffondersi il discorso sul presunto “conflitto tra civiltà”; il pericolo, insomma, proveniva per l’occidente dall’Islam e dai dittatori mediorientali.

Non da ultimo, la guerra significò un ulteriore trauma per il Medio Oriente, ossia la rottura dell’unità araba: una guerra che schierava paesi arabi su fronti contrapposti dava il colpo di grazie all’ideale del panarabismo».

Se non ci fosse stata la Guerra nel Golfo, esisterebbero ancora le Torri gemelle?

«È legittimo chiederselo. Ma credo non si possa dare una risposta netta. L’intervento fu certamente percepito dalle società mediorientali come un’ingerenza e ciò contribuì alla demonizzazione dell’occidente, elemento fondante dell’islamismo radicale. Non si può però ricondurre tutto alla Guerra del Golfo: l’islamismo nacque prima. Basta pensare a quel momento culmine che fu la rivoluzione iraniana; così come determinante fu la Guerra in Afganistan contro l’URSS: fu in quel momento che si diffuse l’idea che il jihad (letteralmente “sforzo”) fosse un dovere per ogni credente, chiamato a sostenere la causa musulmana, al di là dei confini nazionali, anche con le armi. La Guerra del Golfo fu senza dubbio un evento importante, ma confermò le tendenze di un quadro storico ben più ampio».

Il Piccolo di Cremona, 16 gennaio 2021

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