«Così nasce una lingua», l’intervista a Giovanna Frosini su come Dante inventò l’italiano

Nel 1321 Dante Alighieri moriva, esule, a Ravenna. A 700 anni da allora, le commemorazioni possono trasformarsi da d’occasione in occasione: l’occasione per capire se o perché Dante resta irrinunciabile per la nostra cultura. Cominciamo, allora, con una domanda cruciale: quanto deve a Dante la lingua che parliamo tutti i giorni? Lo abbiamo chiesto a Giovanna Frosini, ordinaria di Storia della lingua italiana presso l’Università per Stranieri di Siena e accademica della Crusca.  

Perché, come diceva Bruno Migliorini, possiamo dire senza retorica che Dante è il padre della lingua italiana?

Si potrebbe citare insieme a Bruno Migliorini anche un altro grande studioso della lingua e della letteratura italiana, in particolare di quella antica, Ignazio Baldelli. Da una parte, Migliorini – autore nel 1960 della prima grande storia della lingua italiana – diceva che non si potrà mai sopravvalutare l’importanza di Dante; qualunque cosa si dica di Dante, sarà sempre davanti a noi, ci precederà sempre. Questo vale non solo a livello linguistico, ma anche a livello dei contenuti; ed era altresì l’opinione di grandi critici e studiosi, come Gianfranco Contini e Vittorio Sermonti. Dal canto suo, Baldelli, per una lezione che tenne negli anni ’90 all’Accademia della Crusca, usò un titolo bifronte: “Dante e la lingua italiana”; dicendo subito, in apertura, che si sarebbe potuto intitolarla anche così: “Dante è la lingua italiana”. Dal punto di vista storico, la qualifica che, anche nel sentire comune si dà a Dante, di padre della lingua, è vera, motivata e fondata.

Dante fa compiere a quello che noi, oggi, chiamiamo italiano – e che allora era la sua lingua, il volgare della sua città – un balzo prodigioso e inaspettato. Quando pensiamo al rapporto tra Dante e il volgare, infatti, pensiamo inevitabilmente, e subito, alla Commedia. Ma dovremmo pesare anche alle sue altre opere in volgare: “La Vita nuova”, per esempio, o quell’opera straordinaria che è il “Convivio”; oppure ancora, alle “Rime”. Ebbene: anche sulla base di questa sua precedente produzione in volgare, nulla poteva fare presagire l’irruzione della Commedia nel panorama della lingua di allora. Grazie all’opera di Dante, la lingua volgare di una città – pure importante e non qualunque come Firenze – diventava una lingua enciclopedica, una lingua capace di dire tutto, di esprimere tutto.

Prima di Dante esistevano sì produzioni letterarie in volgare: penso ai poeti della cosiddetta scuola siciliana, promossa da Federico II e da Manfredi; ma anche alle produzioni volgari nell’area emiliano – romagnola, a Bologna, soprattutto; nell’area veneta; e, naturalmente, a Firenze dove, prima di Dante, grande poeta volgare fu Guido Cavalcanti. Nulla di paragonabile, però, alla Commedia; in quell’opera, Dante compie una scelta completamente rivoluzionaria: fa abbracciare alla sua opera temi, contenuti, personaggi e argomenti di ogni tipo. E non in latino, ma in volgare. È una scelta coraggiosissima: tutta la cultura più alta, al tempo di Dante, non solo usava il latino, ma pensava in latino, dai dotti dell’università ai trattatisti. Il contesto della cultura nel quale si muoveva era, di fatto, un contesto in lingua latina. Dante sceglie invece in volgare; proprio lui, che pure sarebbe stato in grado di scrivere un poema in latino. È una scelta che ha cambiato la storia della lingua. Credo non sia azzardato dire che noi scriviamo, ma anche che parliamo la nostra lingua grazie a quel libro; la nostra lingua è la lingua di quel libro. Come sottolineava Baldelli, noi italiani abbiamo dunque la fortuna che la nostra lingua sia quella di una grande opera di poesia.

Si possono fare, a questo punto, delle osservazioni di due tipi, quantitative e qualitative.

Tullio De Mauro – che oltre a essere stato un grande linguista è stato anche un grande studioso dell’italiano antico – ha sottolineato più volte, anche in studi recenti, l’importanza del cuore antico dell’italiano, un cuore che costituisce il presente e il futuro della nostra lingua. Ebbene, nel suo autorevole ruolo di lessicografo, De Mauro dimostrò che ben l’80% delle parole fondamentali dell’italiano – ossia quelle circa 2.000 parole che sono indispensabili per esprimersi in italiano nella comunicazione quotidiana – si era già formato tra Duecento e Trecento. Non solo: il 15% del nostro lessico contemporaneo nacque o, comunque, venne messo in circolazione con la Commedia. Le parole della Commedia hanno avuto un altissimo tasso di sopravvivenza: otto parole su dieci continuano ad esistere. Nelle altre lingue non è accaduto nulla di simile; si veda al rapporto tra il francese o l’inglese antico e le loro varianti moderne. E poi, basta fare una semplice riprova: cominciate a leggere la Commedia, anche a partire dalla prime righe; vi accorgerete che prima di trovare una parola che non adoperiamo più, bisogna andare un po’ avanti nella lettura.

L’altra considerazione, di natura qualitativa, va fatta interrogandosi sul tipo di parole usate da Dante. Più precisamente: con quale frequenza usiamo le parole che Dante usa nella Commedia all’interno della nostra comunicazione quotidiana? La risposta è che accade molto spesso; e, altrettanto spesso, senza sapere che fu proprio Dante a metterle in circolazione. Certo, esistono i cosiddetti neologismi danteschi, parole forgiate da Dante in prima persona. E questo ci potrebbe portare a pensare che Dante abbia coniato solo parole difficili; penso a parole come plenilunio, tetragono, antelucano, parole un po’ complesse, di cui è ricca soprattutto la Cantica del Paradiso, in cui il linguaggio è chiamato a compiere uno sforzo straordinario, mai fatto prima, per descrivere realtà filosofiche e teologiche di grande impegno. Però, ci sono anche parole come ascoltare, imparare, succedere e facile che entrano nel lessico italiano proprio grazie a Dante. Anche la parola disegnare, nel senso di fare un disegno, già usata nella “Vita Nuova”, la dobbiamo a lui. Io chiamo tutto questo “la funzione Dante”, cioè la capacità che lo portò a creare buona parte del nostro lessico quotidiano; mai nessuno è stato capace di eguagliarlo.

Quindi dobbiamo a Dante perfino la parola facile?

Certo: la forma più consueta con cui si esprimeva il concetto, nel Duecento, era la forma agevole, che pure ha avuto una lunga sopravvivenza, per esempio nel toscano popolare. Facile, che ovviamente è una parola tratta dal latino (facilis), viene messa in circolazione invece proprio da Dante. Del resto, ciò che più conta per la sopravvivenza di una parola è proprio la sua circolazione. Un altro esempio, per dire quanto Dante abbia agito in profondità: è il caso della parola bolgia. Quando noi pensiamo alla parola bolgia, ci viene in mente proprio Dante. Be’, non è una cosa scontata. Bolgia è una parola che esisteva prima di Dante: era una borsa, diciamo, un sacchetto che i mercati attaccavano alla cintura della veste (ci sono diversi affreschi trecenteschi dove si può vedere questo dettaglio del vestire medievale). Ecco, Dante – aggiungendo un prefisso – conferisce alla parola un significato traslato. Le Bolge, infatti, diventano gli avvallamenti dell’Inferno, le cosiddette Malebolge. Poi, naturalmente, il significato della parola ha conosciuto un ulteriore slittamento. Per noi, bolgia vuol dire assembramento, confusione. Questa vicenda testimonia l’impulso che Dante ha dato alla vita di questa parola, la quale è arrivato a noi e, strada facendo, ha assunto un significato specifico.

È senz’altro un aspetto molto affascinante, quello del Dante onomaturgo: può fare qualche altro esempio?

Sì, è vero: la figura di Dante come forgiatore e fabbro della lingua è veramente affascinante. Ci sono parole molto colte e dotte, per esempio, in apertura del Paradiso, trasumanare, cioè superare i limiti della condizione umana, proprio come Dante stava sperimentando in quel momento. C’è, poi, una serie di composizioni. Faccio due esempi, a partire dello stesso meccanismo, che ora descrivo: si parte da un sostantivo, si fa un verbo e, eventualmente, ci si aggiunge un prefisso. Questo meccanismo è lo stesso che usiamo anche noi oggi: cliccare deriva dal sostantivo (onomatopeico) clic, chattare dal sostantivo chat, e così via. È uno di quei meccanismi che nella nostra lingua funzionano nella formazione delle parole, aldilà del tempo. Nell’Inferno, quando si parla dei diavoli che prendono coi loro uncini i barattieri, Dante adopera una serie di verbi, il più strepitoso dei quali è forse arruncigliare, che viene da runciglio, ossia uncino. Il bello di parole come queste è che sintetizzano, in una sola formazione verbale, il senso di un’immagine. Questa è la forza del poeta, che sa concentrare nelle parole un intero concetto e un’intera immagine.

Un altro esempio. Quando Dante parla dei giganti, nel fondo dell’Inferno, li paragona alle torri di Monteriggioni, la cui cerchia di mura si vede molto bene ancora oggi: “Monteriggion di torri si corona”, scrive. Ecco, effettivamente quella cerchia, dalla quale a intervalli regolari si alzano delle torri, equivale proprio al profilo delle corone dei re e degli imperatori. Bene: con un solo verbo, ancora una volta, Dante sintetizza un’intera immagine. Nel XIV Canto del Purgatrio, invece, un’anima dice a un’altra: “Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno con lo ‘ntelletto”. Accarno, cioè capisco fino in fondo e, perciò, rendo concreto il mio pensiero. Una composizione notevole; dalla parola carne, si costruisce un verbo che riesce a dare consistenza a un pensiero.

Un altro aspetto affascinante di quella lingua, inoltre, è l’attenzione con cui Dante ha guardato agli altri volgari italiani e alle altre lingue. Si tende a dimenticare, infatti, che la Commedia, almeno dalle testimonianze, non è stata scritta a Firenze. (In realtà, c’è chi pensa che qualcosa fosse già stato scritto a Firenze, ma è opinione maggioritaria che l’opera sia stata composta interamente durante l’esilio, dunque negli ultimi quindici anni della vita di Dante.) Quando scrisse l’opera, Dante non era più a contatto diretto con la lingua di Firenze, ma con gli altri volgari dell’Italia centro-settentrionale: quelli del Veneto, della Romagna, del Casentino e della Lunigiana. Che Dante avesse una spiccata sensibilità per gli altri volgari, del resto, lo dimostra il fatto che abbia scritto quell’opera geniale che è il “De Vulgari Eloquentia”, che rappresenta il primo libro di dialettologia, di storia della lingua e di linguistica generale insieme.

Per questa ragione – quella dell’essere stato a contatto con altri volgari – ci sono forme e parole in Dante che non sono fiorentine. Scrive, per esempio, “L’Arzanà de’ Viniziani” [l’Arsenale di Venezia]: Arzanà è naturalmente una parola settentrionale. Oppure compie delle vere e proprie operazioni di mimesi; quando incontra Bonagiunta, che è di Lucca, gli fa dire: “O frate, issa vegg’io”. Bene, issa è una parola lucchese. Dante usa quindi questo gioco di specchi con una chiara finalità espressiva, per descrivere meglio i personaggi.  Quando invece il conte Ugolino parla del Vescovo Ruggieri e dice “Questi pareva a me maestro e donno”, la parola donno – che viene dalla parola latina dominus – era una parola usata per indicare le autorità della Sardegna. Il motivo è questo: la famiglia di Ugolino, una ricca famiglia di possidenti, I della Gerardesca, aveva dei possessi anche in Sardegna. Questi echi sottili fanno capire quanto Dante fosse attentissimo al particolare; e che questa attenzione veniva adattata a seconda del personaggio.

Ci sono poi casi, per così dire, estremi. Quando Dante incontra Cacciaguida – incontro al quale vuole dare un rilievo di grande autorità e prestigio – c’è uno scambio di battute in latino: serve a dare la massima solennità al colloquio col suo antenato. Alla fine del Purgatorio, poi, viene presentato un grande poeta provenzale, Arnaut Daniel; ecco, alcune terzine che lo riguardano sono scritte, per intero, in provenzale. Come ha fatto Dante a scriverle? Semplice: ha operato una composizione delle poesie di Daniel che conosceva. La stessa operazione, Dante la fa quando parla Francesca, che per esprimersi usa il lessico tipico di Guinizzelli e dei poeti stilnovisti.

Può parlare della forza poetica dell’opera?

Il poeta, come si sa, lavora con le parole. Non è scultore, né architetto, né disegnatore – anche se sono convinta che Dante praticasse anche il disegno, come sembra suggerirci nella “Vita Nuova”. Bene, Dante traduce i concetti e le immagini in parole concrete, reali, che vivono anche di fronte ai nostri occhi: è il “Dante della realtà” di cui parlavano grandi critici come Contini e Auerbach. “La bocca mi basciò tutto tremante” non è un verso dei romanzi francesi cavallereschi: è un verso vivo, vero, in cui generazioni si possono riconoscere. Questo Dante riesce a farlo, dando anima, sangue e nervi alla lingua. Una lingua a cui conferisce una straordinaria capacità creativa: questo è ciò che lo contraddistingue. Una lingua che è lui stesso a forgiare. Siamo, in fondo, alle origini della nostra storia: alla prima grande opera nella storia della nostra lingua, della nostra cultura e – si potrebbe dire – della nostra identità. Ernesto Giacomo Parodi diceva che la lingua italiana, al tempo di Dante, era una lingua bambina; e che fu Dante ad averla fatta crescere in maniera così rapida e straordinaria.

Dante, del resto, non smette mai di conferire la forza della realtà alla sua opera e porta la realtà della storia ovunque, anche nel Paradiso: da Piccarda, alle invettive contro la corruzione della Chiesa, al proprio desiderio – che si porta fino al culmine del Paradiso – di tornare a Firenze. E come lo descrive! Si continua a descrivere come un agnello innocente in mezzo ai lupi (siamo all’inizio del Canto XXV del Paradiso). E aggiunge anche che spera di essere riaccolto come poeta, dicendoci, in questo, molto di sé stesso e della sua vita.

È vero che, di fatto, condividiamo con la Commedia la gran parte della nostra grammatica?

Sì, nel senso che le strutture grammaticali, fonetiche e morfologiche dell’italiano sono fondamentalmente le strutture della lingua di Dante. Ci sono stati dei cambiamenti, certo: tutte le lingue vive cambiano ed è sintomo della loro vitalità. Dante, peraltro, che visse tra la seconda metà del Duecento e il Trecento, ci fa sentire che la lingua di Firenze è una lingua in movimento. Per una stessa parola, usa infatti differente varianti; ad esempio: fuoro, furono, furo. Oppure scrive enno (forma non fiorentina) invece di sono, che ha potuto sentire durante l’esilio e che decide di registrare. La Commedia è quindi una specie di microcosmo, che ci fa vedere già dal suo interno l’evoluzione di una lingua. Accade, per esempio, con le desinenze verbali: invece di vediamo, capita di leggere vedemo, una forma più antica del fiorentino, che evidentemente Dante aveva imparato da ragazzo. Tutto questo indica una sensibilità linguistica straordinaria: del resto, già nel “De vulgari eloquentia” Dante enumera ben quattordici regioni linguistiche nella Penisola (in alcuni casi senza nemmeno aver avuto un contatto diretto).

Sebbene proprio nel “De vulgari eloquentia” dica male del fiorentino.

Sì, anche se è una questione molto complicata: il “De vulgari eloquentia” è un’opera radicalmente diversa dalla Commedia; lo scopo è molto diverso. Innanzitutto, è un trattato: è scritto in latino e, quindi, è destinato a un pubblico di dotti. Una delle interpretazioni che è stata data ultimamente da un importante studioso, Mirko Tavoni, è che Dante l’abbia scritto pensando ai dotti dell’Università di Bologna. In quell’opera, Dante va alla ricerca di un ideale di lingua letteraria che, in quanto tale, non si può identificare con nessun volgare. Nella Commedia, invece, Dante ha bisogno di una lingua vera, che gli permetta la descrizione dell’universo. Baldelli diceva che se si considerano gli aspetti grammaticali, la Commedia è l’opera più fiorentina di Dante, un’opera in cui si assiste a un recupero della lingua della sua città, proprio a partire dalle strutture grammaticali tipiche del fiorentino. Nella Commedia, c’è la volontà di recuperare la lingua materna. Una lingua che – come dicevo – diventa capace di dire tutto; anche perché chi l’adopera è Dante, naturalmente.

Cosa pensa dell’insegnamento scolastico di Dante?

Bisognerebbe riflettere a lungo sul modo in cui Dante viene insegnato. Dalla mia esperienza di insegnante delle scuole superiori, prima, e universitaria, dopo, posso dire una cosa: Dante riesce sempre a colpire i ragazzi e gli studenti. Da una parte, ho un po’ l’idea che si esageri con il commento a Dante, con la sovrabbondanza di note; in certe fasce d’età non credo sia nemmeno necessario capire tutto (e sfido a farlo). Credo che sia invece necessario capire quello che basta per poterlo apprezzare. Poi, credo che non si insegni abbastanza Dante con attenzione alla sua lingua. Questo è un grande limite dell’insegnamento scolastico. Se si fa leva sul valore della lingua di Dante, si arriva al valore della poesia di Dante.

Domenico De Robertis diceva che si può usare la lingua per insegnare Dante e si può usare Dante per insegnare la lingua. Questo nodo dovrebbe essere al centro dell’insegnamento. Ho sempre riscontrato che se si richiama l’attenzione sulla lingua, su come Dante sceglie le parole e costruisce le immagini, il valore della bellezza e della poesia poi scaturisce tutto insieme. Nel V Canto dell’Inferno, quando Francesca dice “Noi che tignemmo il mondo di sanguigno”, bisognerebbe fare presente ai ragazzi questo: qui Dante prende due parole tecniche del suo tempo: tingere era il verbo dei tintori – Firenze, all’epoca, era una città piena di tintori – ed evocava un procedimento molto reale e concreto; sanguigno, invece, era un colore ben preciso. Come dicevamo, Dante costruisce immagini di rara bellezza, ma sempre con parole reali e concrete.

Un altro esempio, illuminante: nel Paradiso, Cacciaguida dice a Dante: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui”. Bene: è sicuramente vero che tutto questo rimanda a un significato metaforico, in particolare all’amarezza dell’esilio. Però, bisogna ricordare che a dirlo è un fiorentino che va in esilio nel nord Italia: e a Firenze il pane si fa senza sale; nel resto d’Italia – e soprattutto nel nord d’Italia – il pane invece lo si fa col sale. Da questa idea concreta, Dante riesce a fare scaturire un immagine e un concetto. Come ho potuto constatare, Dante è peraltro il primo a mettere insieme questi termini: quasi fosse un chimico, mette infatti a reagire le due parole e ne crea un’immagine. E posso assicurare che nessuno aveva mai usato quest’immagine, prima di Dante. Il suo valore profondo è certo anche un valore traslato: l’amarezza e la solitudine dell’esilio. Ma da dove viene quell’immagine? Ancora una volta, dalla realtà: da un uomo che è in esilio e che è costretto a mendicare un pane che è diverso da quello della sua terra; un pane diverso perché è più salato e, dunque, più amaro. Questo vuol dire creare una lingua: prenderne gli elementi, comporli, tenendo sempre i piedi nella realtà.

Federico Pani

(Una versione ridotta dell’intervista è stata pubblicata su: Il Piccolo di Cremona, 9 gennaio 2021)

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