Tibet, dall’indipendenza all’assimilazione cinese, l’intervista a Giorgio Cuscito

13/2/1913 • Oggi è l’anniversario della sovranità proclamata dal XIII Dalai Lama sfruttando i disordini della Rivoluzione. Nel ’51 la fine del sogno.

Il 13 febbraio del 1913, il XIII Dalai Lama proclamava l’indipendenza del Tibet. Grazie ai disordini provocati dalla Rivoluzione cinese del 1911-12, i tibetani avevano ripreso il controllo del loro territorio, perso nel 1906 quando gli inglesi ne avevano riconosciuto la sovranità alla Cina. Il destino della Repubblica tibetana, però, fu breve: nel 1950 le truppe cinesi invasero la regione e, l’anno successivo, una delegazione tibetana fu costretta a ratificarne l’annessione alla Cina. Da allora, la storia del Tibet è segnata da una progressiva rassegnazione al dominio cinese, ciclicamente interrotta da proteste e rivolte: nel 1959, l’anno della fuga dell’attuale Dalai Lama, il XIV; nei tardi anni ’60, in coincidenza con la Rivoluzione culturale; durante gli ’80 e, infine, in occasione dei Giochi olimpici di Pechino del 2008.

La cultura tibetana rappresenta uno straordinario esempio di conservazione di usi e costumi: quando gli europei cominciarono a scoprirla, nell’Ottocento, si trovarono di fronte a una società rimasta intatta per quasi un millennio, una teocrazia feudale sviluppatasi in un cotesto orografico tanto difficile quanto spettacolare, il “tetto del mondo”, appunto. Ma che ne è oggi del Tibet, aldilà dei suoi monaci e dei monasteri? Per capire quali sono le concrete prospettive di questo popolo, è opportuno ricorrere alla geopolitica. Abbiamo dunque intervistato sull’argomento Giorgio Cuscito, consigliere redazionale della rivista Limes, analista e studioso di geopolitica cinese.

Come mai la Cina, da oltre un secolo, si ostina a volere dominare sul Tibet?

Questa storia risale a molto prima. I cinesi e i mongoli cominciarono a prendere il controllo della regione a partire dalla dinastia Tang, intorno al IX secolo d.C. Da allora in poi, a fasi alterne, il Tibet fu indipendente o fece parte della Cina imperiale. Durante la dinastia Yuan, il capo della scuola del buddismo tibetano ottenne per primo il titolo di “Dalai Lama”: Dalai, in mongolo, significa “grande”, mentre Lama è un termine tibetano che vuole dire “maestro”. Anche la massima autorità politicae religiosa tibetana, frutto di un accordo tra la popolazione locale e i mongoli della dinastia Yuan, è in fondo figlia del rapporto tra il Tibet e la Cina. Sebbene discontinuo, questo periodo storico è importante, perché servì alla Cina per legittimare il controllo sul territorio. Piuttosto che di Cina io, tuttavia, parlerei di Pechino: la regione, oggi, infatti, fa formalmente parte della Repubblica Popolare.

Le ragioni per cui Pechino vuole mantenere il proprio dominio sul Tibet sono almeno due. La prima è che la zona funge da cuscinetto protettivo del nucleo geopolitico del paese, quello a maggioranza “Han” (l’etnia dominante), che si trova nella parte centro-orientale del paese. Il Tibet, insieme allo Xinjiang, alla Mongolia interna e alla Manciuria, è una delle regioni periferiche a protezione della zona centrale della Repubblica Popolare. Controllando il Tibet, Pechino può contare sull’Himalaya come protezione naturale per il suo fronte sud-occidentale; ciò impedirebbe all’India (o a un’eventuale potenza straniera) di invaderla agevolmente. La seconda ragione, altrettanto importante, è che l’altopiano del Tibet è la fonte dei due principali fiumi che alimentano il paese: il Fiume Giallo e il Fiume Azzurro. E proprio lungo questi fiumi si sviluppa il nucleo geopolitico di cui si parlava prima; il Fiume Giallo, in particolare, è la culla della civiltà Han.

Pechino, però, non vuole limitarsi soltanto a controllare il Tibet: vuole assorbirne la minoranza etnica, indurla quindi con la forza ad adottare gli usi e costumi dell’etnia dominante. Questa, come le altre regioni periferiche, infatti, fungono sì da zone cuscinetto; ma sono anche fonti d’instabilità. E la strada che Pechino ha scelto per garantirsi la stabilità domestica è l’assimilazione delle minoranze, un metodo che serve per plasmare l’identità nazionale, ancora in divenire. Le minoranze etniche del Tibet, così come quella degli Uiguri nello Xinjiang (regione a maggioranza musulmana) o quella mongola sono fiorite in aree molto lontane dal cuore del paese e hanno sviluppato usi e costumi propri.

Il controllo di queste regioni serve dunque a mantenere quella stabilità interna necessaria per perseguire le ambizioni cinesi di lungo periodo all’estero. Il controllo dello Xinjiag, che è la porta di accesso all’Asia Centrale e al Medio Oriente, ad esempio, impedisce l’emergere di minacce come la penetrazione del fondamentalismo islamico, tramite i jihadisti provenienti dall’Afganistan e dal Pakistan (nella regione, qualche anno fa, fu lanciato l’allarme terrorismo). In Tibet, invece, la Cina temeva una possibile penetrazione da parte dell’India mediante il buddismo come strumento di influenza. Motivo per il quale la Cina continua a non tollerare che l’India ospiti il Dalai Lama: Dehli può sempre usare questo argomento come leva negoziale contro Pechino.

Il Dalai Lama, e con lui il suo popolo, sembra avere rinunciato a qualsiasi progetto di indipendenza, preferendo optare per forme di autonomia. Perché?

Perché non ci sono alternative. Perseguire l’indipendenza avrebbe significato continuare una guerriglia contro forze armate che presidiano fortemente il Tibet. Questa presenza, tra l’altro, è importante anche per monitorare i movimenti indiani al confine; e sappiamo che negli ultimi due anni ci sono stati scontri tra soldati indiani e cinesi. Il Dalai Lama cerca allora di tendere la mano a Pechino per guadagnare margine di libertà. Insomma, non ci sono altre soluzioni. Il dossier Tibet è stato a lungo discusso all’estero, soprattutto prima delle Olimpiadi del 2008. La Cina è stata a lungo criticata in materia di tutela dei diritti umani. Nonostante ciò, Pechino non ha cambiato la sua postura; anzi, negli ultimi anni il processo di sinizzazione si è rafforzato: un esempio sono i campi di rieducazione allestiti nello Xinjiang, ma pare che ci siano anche in Tibet dei centri di “formazione”. Molti tibetani vengono tolti dall’attività di pastorizia e di coltivazione per essere coinvolti nelle attività economiche e industriali. Questo serve per dimostrare che il Tibet, grazie all’annessione alla Cina, sta crescendo economicamente. E nel 2020, in effetti, il Tibet è stata la regione cinese che è cresciuta di più economicamente – un frutto di questa imposizione.

Non ci sono speranze, quindi, di vedere un Tibet libero?

In questo momento, oltre che appellarsi all’estero, per il Tibet non può fare molto, resta una regione della Repubblica Popolare. Certamente, però, il tema dei diritti umani è un punto di vulnerabilità per quanto riguarda il soft power della Cina. E il soft power, l’immagine che dà di sé un paese, è lo strumento più importante che una potenza ha per proiettare in modo stabile le proprie ambizioni all’estero. Non basta essere la seconda potenza economica per competere con gli Stati Uniti: bisogna attirare il consenso. Se gli altri paesi diffidano della Cina, la strategia di proiezione all’estero rischia di fallire. Gli Stati Uniti non sono la prima potenza mondiale solo perché sono all’avanguardia dal punto di vista militare e tecnologico: sono stati in grado di trasmettere all’estero l’immagine di un paese che porta libertà e che guida il mondo libero.

Quali sono gli altri Tibet della Cina?

Oltre a quelli menzionati (Xinjiang, Tibet, Manciuria e Mongolia interna), se vogliamo individuare un altro punto di instabilità, direi senza dubbio Hong Kong. Non è solo una città: è una regione ad amministrazione speciale sviluppatasi all’incrocio tra due imperi, quello britannico e quello cinese. Oggi, larga parte della popolazione di Hong Kong è contraria all’inglobamento in corso nei sistemi economico-politici della Repubblica Popolare. Di qui, tutte le proteste a cui stiamo assistendo. Pur essendo una regione amministrativa speciale e pur avendo maggiori libertà, incluso il diritto di manifestare, Hong Kong teme infatti di perdere la sua autonomia. Soprattutto, a seguito di una recente legge a tutela della sicurezza nazionale che, di fatto, rafforza la presenza di Pechino. È senza dubbi, al momento, regione più instabile. Nelle altre regioni, del resto, l’intervento militare è più duro; Hong Kong, invece, è sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale e la popolazione ha maggiore libertà, tra le quali l’accesso ai social network. Tutto questo, al momento, vincola il margine di manovra di Pechino.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 13 febbraio 2021

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