Luciano Rispoli, un gigante della televisione dimenticato, l’intervista a Mariano Sabatini

Il popolare presentatore è protagonista del libro di Mariano Sabatini, suo storico collaboratore

Quest’anno, si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Mike Bongiorno, un protagonista indiscusso della televisione italiana. E però 70 anni fa, nel 1954, cominciava anche la carriera di un altro grande nome della televisione: Luciano Rispoli. In Italia, il maggiore conoscitore di Rispoli, nonché suo storico collaboratore, è Mariano Sabatini (in alto, nella foto di Gianni Brucculeri), autore del libro per Vallecchi “Ma che belle parole! Luciano Rispoli. Il fascino discreto della radio e della Tv” ; in memoria del giornalista e dell’uomo di spettacolo, Sabatini ha allestito anche un premio omonimo, andato di recente al conduttore di La7 Andrea Pancani e a Paola Saluzzi, ora a “L’Ora solare” su Tv2000. L’abbiamo raggiunto per chiedergli di spiegarci, in poche parole, perché Rispoli – al pari di Mike e di altri grandi personaggi televisivi – vada ricordato anche oggi.

«Non sono molti i padri fondatori del servizio pubblico. E per quanto sia sgradevole dirlo, Rispoli merita questo appellativo più di altri; perciò, meriterebbe maggiore attenzione da parte della dirigenza Rai. Ha contribuito a diffondere l’abbonamento con le RadioTelesquadre, ha inventato programmi radiofonici come “Gran Varietà”, “Bandiera gialla” e “Chiamate Roma 3131”. Ha introdotto nel 1975 il genere talk show in Italia con “L’ospite delle due”, lo ha rinnovato a “Pranzo in Tv”. E soprattutto ha reso la lingua italiana uno spettacolo irresistibile a “Parola mia”, facendo innamorare legioni di telespettatori del proprio idioma. Difficile sintetizzare quanto di buono e bello ha fatto Rispoli, con il quale ho avuto il privilegio di lavorare a lungo, come intrattenitore colto e innovativo. Eppure ancora non gli hanno intitolato gli studi radiofonici di via Asiago, come Fiorello aveva opportunamente proposto. La cosa mi addolora».

Il Piccolo di Cremona, 23 novembre 2024

L’italiano e gli spaghetti, intervista a Monica Alba

Come molte delle ricchezze artistiche e culturali, anche parte della gastronomia, in Italia, è riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Un modo per scoprire la storia dei nostri piatti è indagarne l’origine dei nomi; l’impresa può portare a delle scoperte notevoli, com’è accaduto a Monica Alba (nella foto), docente a contratto di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e ricercatrice impegnata nel progetto AtLiTeG presso l’Università per Stranieri di Siena, l’“Atlante della lingua e dei testi della cultura gastronomica italiana dall’età medievale all’Unità”.

Ci può parlare della scoperta che ha fatto in merito alla parola spaghetti?

A dispetto di quanto si possa immaginare, gli spaghetti, oggi simbolo indiscusso di italianità, rappresentano una acquisizione piuttosto recente; ho potuto rintracciare la prima attestazione finora nota nella stampa quotidiana, più precisamente nel Giornale del Regno delle due Sicilie n. 141 del 14 giugno 1817, in cui il consiglio di amministrazione della Real Casa degli Invalidi mette a bando l’appalto per la fornitura di generi di sussistenza per operatori e degenti; nell’elenco degli alimenti richiesti si legge: «Per il pane bianco per l’ospedale, e per zuppa per tutti gli individui, di once 16 la razione. Per la pasta di vari ingegni [tipologie] di semola di Saragolla a quattro passate. Per semola e spaghetti per uso degli infermi». Questa attestazione anticipa di quasi trent’anni quella riferita dai vocabolari. La parola comincia a circolare poco dopo anche all’estero, e in primo luogo in Francia e negli Stati Uniti. Nel Dizionario Moderno del 1942, Panzini scrive: «Ecco un nome diventato mondiale. Spaghetti-house anche a Nuova York».

Ci può raccontare in estrema sintesi il progetto AtLiTeG?

È un progetto finanziato dal ministero dell’Università e Ricerca, di cui fanno parte quattro Unità: l’Università di Siena Stranieri, l’Università di Salerno, l’Università di Cagliari e l’Università di Napoli “Federico II”, coordinate a livello nazionale da Giovanna Frosini. L’obiettivo di AtLiTeG è quello di tracciare, per la prima volta, il profilo storico-geografico dei testi e della lingua del cibo dal Medioevo all’Unità.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 21 ottobre 2023

Il mestiere del dialoghista, intervista a Nunziante Valoroso

Traduzione, adattamento e doppiaggio sono lavori che restano in ombra: si potrebbe persino pensare che meno li si percepisce più siano riusciti. Ma le cose stanno davvero così? Ne parliamo con Nunziante Valoroso (nella foto), traduttore, adattatore, dialoghista e massimo esperto del doppiaggio italiano dei classici della Disney.

Come dobbiamo immaginarci il suo lavoro, il dietro le quinte del lavoro sui testi che poi finiscono in sala di doppiaggio? È davvero un lavoro nell’ombra?

Direi di sì, il lavoro del dialoghista è veramente un po’ nell’ombra a mio parere. Si parla molto di più del direttore del doppiaggio (e spesso le due figure coincidono, forse il problema è anche questo). Noi in genere lavoriamo in solitudine vicino ad un pc e tra le scartoffie, cercando di far coincidere tempi di consegna sempre più stretti e qualità artistica. Nel mio piccolo ho sempre cercato di portare avanti la nostra figura professionale, citando il più possibile i nomi. Dopotutto, se non ci fosse il dialoghista, il direttore non avrebbe il materiale per dirigere e l’attore le battute da recitare.

Ci può dire qualcosa di Roberto de Leonardis, il traduttore dei classici Disney a cui ha dedicato il suo libro “Un comandante alla corte di Walt Disney”?

De Leonardis era un genio, un poeta della scrittura e sono convinto che in massima parte la fortuna che hanno avuto le produzioni Disney in Italia sia dovuta a lui, alla sua arguzia ed alla sua capacità di trasfondere nella nostra lingua e cultura il mondo disneyano, un po’ come ha fatto, con la carta stampata, l’editore Arnoldo Mondadori con la sua Casa. Non a caso entrambi sono stati insigniti dei premio “Disney Legend”, che viene assegnato dalla Disney Company alle figure che hanno dato lustro alla società nel corso degli anni. Non dimentichiamo che Roberto era anche paroliere. Capolavori dei testi italiani come quelli di “Mary Poppins” o “Alice nel paese delle meraviglie” sono merito suo.

Recentemente, si è occupato anche della traduzione delle biografie di John Belushi e di Jerry Lewis: perché ritiene sia utile ricordare le storie di questi due uomini fuori dal comune?

In effetti la traduzione mi è stata proposta da Carlo Amatetti, proprietario della casa editrice Sagoma. Ovviamente conoscevo i due attori ma mi ha stupito che le biografie fossero essenzialmente storie molto personali e drammatiche di due persone, devo dire, anche molto piene di sé e, tutto sommato, poco simpatiche nella vita, soprattutto Jerry Lewis. In particolare il volume su Jerry Lewis l’ho trovato davvero troppo impostato sul personale, mentre avrei voluto scoprire più dettagli sulla carriera cinematografica dell’attore. Ho comunque potuto collaborare in prima persona al testo inserendo un capitolo finale su Carlo Romano , il leggendario doppiatore di Jerry. Credo sia comunque importante ricordare sia Jerry che John perché dai loro comportamenti ed anche dagli errori si possono ricavare delle ottime lezioni di vita.

Il Piccolo di Cremona, 27 maggio 2023

L’italiano della trap, l’intervista a Luisa di Valvasone

Nato 20-30 anni fa negli Stati Uniti, in Italia il genere musicale trap ha cominciato ad avere un largo successo tra i giovani e i giovanissimi dalla seconda metà degli anni Dieci, grazie anche all’originalità dei testi; ne analizziamo allora l’aspetto linguistico, con Luisa di Valvasone (nella foto), che nei suoi studi si è più volte occupata di gergo della trap e di linguaggi giovanili.

Quali sono le caratteristiche più notevoli della lingua della trap?

La trap è stata contrassegnata fin da subito dall’innovazione linguistica, sotto forma di neologismi e gergalismi. Larga parte di questo gergo è stata ereditata dalla trap originaria statunitense; moltissimi dei neologismi, dunque, sono anglismi. Tra i primi a suscitare interesse ci sono stati eskere e bufu (a cui anche l’Accademia della Crusca dedicò ai tempi una scheda di approfondimento nella sezione Parole Nuove del suo sito): il primo è una contrazione di let’s get it (“facciamolo”), il secondo è un acronimo, contenente una parolaccia, buy us f*** you, che significa – attenuandone la volgarità – “puoi andare a quel paese”; bufu, peraltro, era diventato un aggettivo, dato che a usarlo in questo modo e a diffonderlo erano state le canzoni della Dark Polo Gang. È interessante notare che queste, come altre espressioni, dopo essere state in uso nel linguaggio giovanile proprio grazie alla trap, sono poi passate di moda. È altrettanto vero che altre parole, invece, sono entrate più stabilmente nel lessico giovanile: penso all’anglismo flexare (“vantarsi”, “ostentare superiorità”).

Come nel caso di altri neologismi è difficile stabilire se a introdurli e diffonderli sia stata la trap o siano stati i social network, non è così?

In questo discorso, bisogna tenere presente che i social e la musica trap sono ambiti che si influenzano reciprocamente e dai confini labili (e i social network, del resto, sono strumenti di promozione per molti trapper). Nel linguaggio giovanile, ma anche nel caso della trap, c’è una mescolanza di gergalismi ed espressioni provenienti da costellazioni diverse della rete – basterebbe pensare ai videogiochi –, così come da altri generi musicali: moltissime canzoni che si trovano nelle playlist delle piattaforme di ascolto sono ibridazioni di generi musicali diversi (sono dette featuring). La trap, dunque, influenza ed è influenzata dagli altri generi musicali, soprattutto dal genere che le si avvicina di più e con il quale è ormai sempre più mescolata, cioè il rap; ne deriva l’importazione di appellativi tipici del rap, come fra (contrazione di “fratello”) e la variante anglofona bro (contrazione di brother) o le minoritarie frate e frero (e, talvolta, ancora zio); questi appellativi sono usatissimi anche nelle conversazioni informali tra i giovani. Certo, nella trap c’è un’ostentazione di machismo che fa sì che gli appellativi femminili abbiano una forte connotazione maschilista: è il caso di bitch. Questo modo di esprimersi, va detto, fa parte dell’immagine – veritiera o no – che i trapper vogliono dare di sé stessi nelle loro canzoni, quel che nel mondo rap viene da sempre definito come street credibility; dipende, insomma, dalle sfere semantiche proprie della trap, come l’ostentazione della vita criminale e del lusso o l’esaltazione della droga. E però non c’è da stupirsi: sono i temi tipici di una comunicazione giovanile che, direi da sempre, si vuole trasgressiva e ribelle.

Nella trap, l’impressione è che le parole talvolta siano più importanti della musica: non credi che questo allarghi le potenzialità espressive di chi ha l’urgenza di dire qualcosa e permetta di farlo con un stile personale?

Nei primi anni, la trap esprimeva un’esigenza di rottura, tanto che il linguaggio era decisamente provocatorio più che innovativo. Negli ultimi anni, col crescere e maturare dei trapper in prima persona, il genere ha mostrato sempre meno il bisogno di un atteggiamento ribelle; questo ha comportato, oltreché sui temi, anche una maggiore riflessione sul linguaggio. Ciò è avvenuto senza che si rinunciasse ad alcuni gergalismi e a una sintassi sempre mirante alla dialogicità del parlato. Restano naturalmente importanti le sfere semantiche più tipiche: i soldi, la criminalità, il disagio, il sesso le droghe e la gang;in quest’ultimo aspetto tematico, quello legato al gruppo e alla socialità, si continua altresì amarcare una il senso di appartenenza a un gruppo (“noi”) e di distanza dagli altri (“loro”) – e, tra l’altro, insieme ai bro e ai “fra” compaiono anche gli “infami” o, usando un equivalente gergalismo anglofono, gli snitch–. Pur senza rinunciare perciò del tutto alle costellazioni semantiche del genere, dunque, sempre più autori appaiono intenzionati ad allargare il campo lessicale e tematico delle loro canzoni; è il caso, per fare giusto un esempio, di Thasup (Tha Supreme fino a poco tempo fa), che ha uno stile di composizione decisamente elaborato. Ma possiamo citare anche Rosa Chemical, ChadiaRodriguez, Geolier o i percorsi musicali di artisti notissimi come Ghali eRkomi.

Non credi che, parlando di competenza linguistica, sia sbagliato imputare a questo o ad altri generi musicali un’influenza negativa sui giovani?

Credo sia fuorviante gridare allo scandalo, pensando che i testi della trap siano, per così dire, i maestri d’italiano dei giovani o lo specchio del loro modo di parlare. Semplicemente, non è vero: innanzitutto, la musica da sempre ha avuto un linguaggio specifico. Anche il rap negli anni ’90 ha certamente influenzato i linguaggio dei giovani dell’epoca; ma la sua influenza si è limitata ad alcuni usi e a certe espressioni gergali che sono penetrate nei linguaggi giovanili del tempo e, in qualche caso, negli usi colloquiali e informali, fino ad oggi. I giovani, poi, sono naturalmente aperti all’innovazione linguistica, l’importante è che abbiano la capacità di capire la differenza netta che c’è tra un testo musicale e un tema a scuola, tra una conversazione tra coetanei e un colloquio di lavoro. Insomma, non credo sia la trap, ma nemmeno la rete o i social network, a impoverire il linguaggio dei giovani: il vero problema è la carenza di una competenza linguistica che, in buona misura, dipende dall’istruzione.

La questione cruciale è comprendere che la lingua non è immobile, né immutabile: è composta da molte varietà linguistiche che è opportuno usare in alcuni ambiti e in altri no. Usare bro, cringe, flexare o snitch in un testo musicale o in una chat di Whatsapp non è sbagliato di per sé: lo diventa se si cominciano a usare queste espressioni in ambiti inappropriati, perché significa non aver capito che esistono differenti registri linguistici, che – come dicevo – hanno diversi contesti d’uso. Insomma, va benissimo usare alcune espressioni gergali della trap in contesti informali. Quello che conta davvero è disporre di un repertorio lessicale tale da poter facilmente tradurre il significato di quelle espressioni in contesti comunicativi diversi.Da questo punto di vista, non credo però si debbano biasimare gli insegnanti: è una questione molto più complessa, dal momento che riguarda, piuttosto, il sistema dell’istruzione nel suo complesso.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’intervista è comparsa sul Piccolo di Cremona del 15 aprile 2023

@ioedante: l’italiano su Instagram, l’intervista a Valentina Iosco

I social network stanno pian piano sostituendo la televisione ed è normale che si cominci a investire tempo e risorse per realizzare contenuti di qualità. Certo, arrivare a interessare un pubblico di decine di migliaia di persone con la linguistica italiana sembra un’impresa. E invece Valentina Iosco, dottoranda dell’Università per Stranieri di Siena in Linguistica Storica, Linguistica Educativa e Italianistica, con apparente semplicità, ci è riuscita: la sua pagina Instagram @ioedante ha superato i 45mila follower. Ma dietro questa semplicità per l’appunto apparente ci sono un’accurata preparazione e una profonda passione.

Decine di migliaia di follower: c’è chi pagherebbe, anzi lo fa già, per raggiungere cifre del genere; naturalmente, oltre a questo numero, quello che più colpisce è l’interesse dei fruitori di Instagram per la linguistica storica italiana. Quanto è stato difficile arrivare a dimostrare che anche un’alta divulgazione ha il suo spazio sui social network?

All’inizio c’eravamo solo io e Dante. Questo spazio social dantesco è nato a maggio del 2020, quando stavo seguendo il corso di Storia della Lingua Italiana della prof.ssa Giovanna Frosini su Dante e, in particolare, il Purgatorio. Desideravo condividere ciò che mi emozionava durante lo studio nella convinzione che anche molte altre persone potessero così scoprire o, perché no, riscoprire Dante. Fin dall’inizio ho cercato di conciliare serietà e leggerezza. La sfida non è da poco e trovo che si possa riassumere nelle parole del trovatore provenzale Giraut de Bornelh: «io dico che il difficile non è rendere l’opera oscura, ma farla chiara». Avere la quotidiana conferma di come Dante possa arrivare a tutti senza distinzioni sociali e culturali, anche a coloro che non avrebbero mai pensato di appassionarsi a lui, ripaga tutto l’impegno che metto in questo progetto.

Come funziona la preparazione di una story?

Finché non si entra dietro le quinte è difficile immaginare il tempo che richiede la creazione di contenuti sui social, sia scritti sia parlati. In entrambi i casi c’è una fase di raccolta e studio del materiale bibliografico e una di scrittura del testo. Segue la fase di progettazione grafica: organizzo il testo e le illustrazioni delle singole immagini che andranno a comporre il post. Nel caso dei video, mi sistemo in un luogo silenzioso per fare le riprese: di solito, dopo aver montato il video, dedico del tempo all’inserimento dei sottotitoli affinché i contenuti siano accessibili a più persone possibili. Una volta che il contenuto è pronto, scrivo la descrizione che lo accompagnerà, aggiungo gli hashtag e pubblico. Inizia così la fase di post-pubblicazione, quella in cui nasce il confronto con gli altri sotto forma di commenti e messaggi. Mi piace rispondere alle persone che decidono di condividere un loro pensiero e scoprire, attraverso Dante, parte delle loro storie.

Vorrei portare un esempio concreto. Al momento sto portando avanti un progetto di rilettura della Commedia canto per canto, affrontando gli argomenti da più punti di vista: letterario, storico-linguistico e filologico. Per strutturare i contenuti consulto, oltre a saggi e articoli accademici, almeno tre edizioni della Commedia: quella con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi (Mondadori), quella con revisione del testo e commento di Giorgio Inglese (Carocci) e la nuova edizione commentata della Divina Commedia, curata da Enrico Malato per la NECOD (Salerno Editrice). Considerando le fasi descritte sopra, credo che per un contenuto ben fatto siano necessari dai 30 ai 60 minuti.

Che criterio regola la pubblicazione dei contenuti? C’entrano le logiche di visibilità sui social o in fondo è solo una questione di passione?

Mi lascio guidare dalla passione, ma cerco di darle una strada da percorrere. Forse sarebbe meglio dire più strade. Al momento, infatti, nella pagina trova spazio il racconto della Commedia un canto alla volta. Come dicevo, mi piace l’idea di mostrare più piani di lettura oltre a quello narrativo e tengo in particolare alla lingua di Dante. @ioeDante è però anche uno spazio personale perché riflette la mia vita universitaria, gli studi e le esperienze formative che faccio. Ecco perché ai contenuti danteschi si affiancano quelli di storia della lingua italiana, lessicografia ed etimologia. Nel mio percorso di dottorato mi occupo di lingua del cibo redigendo voci per AtLiTeG (Atlante della lingua e dei testi della cultura gastronomica italiana dall’età medievale all’Unità) e uno dei progetti futuri che porterò sui social unirà queste diverse passioni perché sarà dedicato alla scoperta del lessico gastronomico, un viaggio che non potrà non partire da Dante.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’intervista è comparsa sul Piccolo di Cremona del 3 dicembre 2022

Le lingue native americane raccontate da Luciano Giannelli

Black Knife, an Apache Warrior – John Mix Stanley, 1846 – Smithsonian American Art Museum, Washington D.C. (Pixabay)

Il Continente americano si sviluppa per migliaia e migliaia di chilometri: tocca il Polo nord e si protende verso le propaggini più settentrionali dell’Antartide. Impossibile, perciò, enumerarne in modo completo i paesaggi, i piatti, i climi, le architetture, e molto altro ancora. All’apparenza, invece, enumerarne le lingue sembra un’impresa più agile: inglese, francese, spagnolo, portoghese e qualche manciata di lingue native. No, non è così: le lingue dei nativi americani sono ben più di una manciata e compongono un mosaico vastissimo e complesso. Per farsene un’idea, la persona giusta a cui rivolgersi è Luciano Giannelli, già professore di glottologia all’Università di Siena, il quale si è a lungo occupato di moltissime questioni linguistiche legate alle parlate delle popolazioni autoctone del continente americano.

Cominciamo da una panoramica, necessariamente cursoria, sulle lingue indigene parlate in America.

Nel continente americano, il numero di lingue parlate è enorme, ma bisogna tenere presente che altrettanto enorme è il numero delle lingue estinte o in via di estinzione, con casi di pochissimi o addirittura singoli parlanti – nonni e nipoti che parlano una lingua magari solo al telefono –. Volendo dare un ordine di grandezza, si tratta di centinaia di parlate; nel solo Messico, sono riconosciute ufficialmente oltre allo spagnolo ben cinquantotto lingue. Le estensioni di alcune di esse sono enormi, soprattutto se si considerano i continua dialettali, aree in cui si succedono lingue simili, ma non uguali: il pensiero va ai dialetti italiani, diversi benché basilarmente simili. A questi continua si affiancano aree estremamente frammentate. Per chiarirsi le idee, è possibile istituire un parallelo con l’Europa: se si considera la Federazione russa, si nota che in un territorio gigantesco si rileva una scarsissima differenziazione interna; viceversa, nella Repubblica del Daghestan, si incontrano decine e decine di lingue non imparentate tra loro e diversissime. Del resto, c’è chi sostiene che la condizione normale, in materia di lingue, sarebbe che ciascuna vallata parlasse la propria lingua: è la formazioni di centri di potere che porta a livellamenti o a imposizioni linguistiche.

Il problema della comparazione e della parentela delle lingue native americane è complicatissimo. Uno studioso come Joseph Greenberg ha cercato di dimostrare che, in sostanza, sarebbero lingue tra loro tutte imparentate; per la verità, l’opinione corrente è proprio il contrario. Certo, un’analisi mediante un metodo storico-comparativo è difficile: sono lingue di attestazione recente o recentissima; le più antiche attestazioni risalgono al XVI secolo. Ora, anche in Europa ci sono situazioni di questo tipo: il rumeno, il lituano e il lettone sono attestate a partire dal XVI secolo. Allo stesso tempo, però, possiamo comparare il greco antico col latino, così come le lingue germaniche con la Bibbia gotica, che risale ai primi secoli della cristianità. Per capirsi, restiamo ancora per un momento in Europa: nel gruppo neolatino è semplice trovare gradi di parentela tra le lingue che lo compongono (l’italiano, il francese, il rumeno, lo spagnolo, il portoghese, eccetera); sono appartenenti alla medesima sottofamiglia, la romanza. Invece, serve uno studio più attento per stabilire la parentela tra il tedesco e l’italiano. Passiamo ora all’America: lì, si ritrova abbastanza bene il livello delle sottofamiglie analoghe a quelle romanze, ossia di quelle lingue che chiaramente sono varianti l’una dell’altra; difficilmente, invece, si trova il livello analogo a quelle delle grandi famiglie linguistiche, come l’indoeuropeo, l’ugrofinnico, l’altaico, le lingue cuscitiche o le lingue semitiche.

Certamente, anche in America si trovano delle famiglie di lingue, come il quechua, diffuso dall’Ecuador all’Argentina, o la lingua cree, diffusa soprattutto in Canada, ma anche negli Stati Uniti. Siamo di fronte, in questi casi, a dei continua dialettali, cioè a delle varietà che vengono riconosciute come lingue. In Perù, ad esempio, nel 1975 venne riconosciuta l’esistenza di ben dieci lingue quechua. Si tratta di lingue tra loro diverse come potrebberlo essere due dialetti italiani. Viceversa, (1) il maya, che occupa un territorio nel sud del Messico, il Guatemala, il Belize – e non solo –, (2) l’algonchino, diffuso nell’area dei grandi laghi del Nord America e (3) lo uto-azteco, che va dall’Arizona fino a buona parte del Messico, ecco: queste tre sono vere e proprie famiglie linguistiche e le differenze reciproche sono quelle che intercorrono tra due lingue come l’italiano e il francese, e forse ancora di più. Vero è che, in un simile contesto, distinguere tra lingue e dialetti non solo è difficile: rischia di essere una questione pressoché irrisolvibile; anche perché sono tutte varietà linguistiche che non possiedono una lingua tetto. O meglio: una lingua tetto ce l’hanno, ma si chiama o spagnolo o portoghese, o inglese o francese, cioè lingue in ogni caso difformi da quelle di cui stiamo trattando. Sia detto, per inciso, che una situazione di questo tipo porta a delle inevitabili tensioni: da una parte, c’è chi crede che distinguere il numero maggiore possibile di lingue sia una forma di guerra alla lingua e all’identità di un Paese; dall’altra parte, c’è chi pensa che non esaltare le differenze sia un’operazione prepotente e scorretta.

Uno dei problemi è che mancano delle varietà standard. In alcuni casi, ci sono casi di autoelezione a una lingua corretta: è il caso del quechua di Cuzco, il cuzqueño, che si pone come lingua esemplare; in altri casi, ci sono scelte fatte a tavolino, come il guaranì scolastico in Paraguay, dove nelle scuole è stato istituito l’obbligo del’insegnamento proprio in guaranì. Ma questo comporta una situazione analoga a quella che dovettero affrontare nell’Ottocento la maggior parte degli studenti italiani – che, dialettofoni, spesso avevano bisogno di un interprete per comprendere quanto diceva l’insegnante –; una situazione, insomma, che mette in discussione questa scelta. In un simile contesto, ci sono lingue in espansione, che sostituiscono altre, come il quechua, sia per ragioni di prestigio (era l’antica lingua dell’impero incaico), sia perché l’uso fu sostenuto a fini di controllo e di evangelizzazione dalle autorità spagnole; lo stesso dicasi, nel contesto lusofono, per il tupì-guaranì, che si è diffuso ben oltre le regioni della costa. Si tratta delle cosiddette lingue generali (lenguas generales o línguas gerais), lingue scelte per essere imparate dai dominatori e per comunicare coi dominati, costretti ad adeguarvisi.

Dal punto di vista morfologico e sintattico, quali sono le differenze più vistose tra le lingue del continente americano e quelle parlate in Europa?

A questa grande varietà di lingue corrisponde una grande varietà tipologica. La specificità delle lingue native americane è una mitologia, alimentata peraltro da linguisti e antropologi di prim’ordine: una certa responsabilità, ad esempio, è di Franz Boas, ma anche di Émile Benveniste, con la sua definizione di “lingue più bizzarre del mondo”. Questa mitologia si spinge fino alle affermazioni contenute nel libro di Benjamin Whorf Linguaggio, pensiero e realtà, nel quale si sostiene una teoria che fece scalpore: gli hopi, che sono una popolazione di lingua uto-azteca dell’Arizona, avrebbero una concezione del mondo completamente diversa dal resto del mondo, non possedendo le nozioni di spazio e di tempo; viceversa, gli stessi hopi sarebbero dotati di capacità superiori alla norma in altri campi, come ad esempio la matematica. Qui Whorf esaspera l’idea di Alexander von Humbolt: il pensiero non solo sarebbe condizionato dal linguaggio: sarebbe addirittura “incatenato alla lingua”. A smentire quanto sostenuto da Whorf sono però comparsi due libri dello studioso tedesco Ekkehart Malotki, i quali dimostrano come nella cultura hopi operino eccome le nozioni di spazio e di tempo.

Quanto detto finora non significa che le differenze tra quelle e le nostre lingue manchino. Nelle lingue americane esistono peraltro alcune differenziazioni rispetto alle nostre che costituiscono, invece, uno dei loro caratteri ricorrenti: una su tutte è la polisintesi, che tipizza molte lingue americane, benché non tutte. Questo fenomeno non ci è sconosciuto: un costrutto banale come te lo porto è un costrutto polisintetico, dal momento che è la forma più rapida per indicare il significato io lo porto a te; ed esattamente come nelle lingue polisintetiche la forma completa è inelegante rispetto all’altra. Però, se per le lingue romanze si tratta di un aspetto della grammatica specifico, per tantissime lingue è un carattere fondativo. Boas attesta una lingua dell’ovest del Canada, lo tsimshian, nel quale questa lunga parola, Tyukligilod’epdaalet, consiste quasi interamente di elementi morfologici, salvo un piccolo verbo, -daal- che significa metter giù. La scomposizione della parola, tenendo conto delle diverse marche morfologiche, è questa: t- marca di terza persona singolare; -yuk- ausiliare ingressivo; -ligi- locativo indeterminato; -lo- moto a luogo verso l’interno; -d’ep- (giù), -daal- (metter giù), -t (lo). Bisogna poi sottolineare un altro aspetto fondamentale: queste lingue sono agglutinanti, nel senso che vige una corrispondenza biunivoca tra il significato e la marca morfologica. È una caratteristica che conosciamo, in via minoritaria, anche noi europei: basta pensare all’ungherese o al turco.

Nelle nostre lingue, quelle di facies indoeuropea, non è così allora?

No, questo non avviene. In italiano, ad esempio, quando diciamo sedia e sedie, sappiamo che è la stessa parola, di genere femminile, flessa al singolare e al plurale. Quello che ci fa dire che sedie sia una parola di genere femminile flessa al plurale è la sola marca –e. Nelle lingue agglutinanti, invece, le marche morfologiche dovrebbero essere due e distinte tra loro: una che indichi il genere femminile e l’altra che indichi il plurale. Il fatto che questo meccanismo funzioni per buona parte delle lingue al mondo fa sì che, da un’analisi molto generale, e sotto questo profilo, siano proprio le nostre lingue a risultare le più strane.   

Un altro esempio, questa volta dalla lingua caquinte, in Ecuador, e riportato nel volume di Kenneth Swift. La parola ir-ametso=meshina-t-apoh-ak-e, che vuol dire finirà che la pelle [di animale] diventerà più tenera; questa parola è composta da diverse marche morfologiche – marca di terza persona maschile, suffissi di aspetto e marca di futuro – le quali ruotano tutte intorno alla parola meshina, che significa l’intenerirsi della pelle; sono le cosiddette parole-frasi. Un caso limite è menzionato nel libro di Bernard Comrie, che riporta la seguente sequenza nella lingua eschimese yupik:  anjarlanjugtuq che esprime la frase vuole acquistare un grosso battello?. Bene, l’unica base lessemica è anja, che significa battello e, nell’espressione, c’è una –n velare che vuol dire comprare. Il punto è che comprare non si dice, nella sua forma estesa, -n, dato che questo è un suono che ha un valore solo sostitutivo; ciò accade perché le lingue eschimesi hanno un doppio lessico: uno normale e uno ridotto che funge da lessico di composizione.

Come postilla, e per completezza, aggiungo però che il consenso sul fatto che queste lingue siano polisintetiche non è universale. Uno studioso come Mark Baker, ad esempio, ritiene che ci si trovi di fronte a queste solo se le lingue sono anche incorporanti.

Che cos’è una lingua incorporante?

Una lingua incorporante è una lingua che tende a inserire il complemento oggetto all’interno di una struttura verbale. Un esempio: in irochese, abbiamo questa frase:

    (I)   Pet wa’hahtu’tane’ohwista’

          Patrizia ha perso il denaro.

La struttura ci appare semplicissima: soggetto, verbo (di terza persona singolare e al passato), articolo e complemento oggetto. Se però si vuole parlare un irochese migliore si deve dire così: Pet wa’hahwistahtu’ta’. Lo stesso wista’ (denaro) si inserisce all’interno, tra la marca del passato e il verbo; la traslitterazione in italiano suonerebbe così: Patrizia ha denaro perso. C’è però una caratteristica delle lingue incorporanti: le marche verbali vanno, da notare bene, intorno all’elemento incorporato. Dato che si tratta di lingue che hanno le marche di persona a sinistra – invece che a destra come le nostre – inseriscono pertanto la marca personale a sinistra, poi l’oggetto e poi il verbo. Recentemente, si è osservato che non si tratta di un carattere straordinario: è stato riconosciuto questo fenomeno anche nel tedesco; come ha fatto notare Janusz Stopyra, infatti, il meccanismo incorporante pertiene alla formazione di alcune parole di quella lingua. Del resto, anche termini a noi molto familiari, come l’inglese babysitter, sono forme di incorporazione – nell’uso inglese si dice, infatti, I babysit him –. Ma si potrebbe citare anche il greco antico: la parola antropofago, ἀνϑρωποϕάγος, è composta dalla parola ἄνϑρωπος, privata della sua morfologia. Si arriva persino all’italiano in costrutti come bere vino o mangiare cioccolata, che sono costrutti incorporanti in quanto perdono la loro morfologia, ma anche vecchie formazioni di derivazione latina come fruttivendolo o pescivendolo.

C’è da immaginarsi che le differenze, per quanto già notevoli, non finiscano qui.

Sì, un altro carattere decisamente rilevante che distanzia le lingue native americane dalle nostre riguarda l’elemento con cui si accorda il verbo. Spesso, la concordanza va espressa sia con il soggetto sia con l’oggetto La cose possono farsi anche più complicate. In quechua (1) rikuwanki significa tu mi vedi, (2) rikuwan, mi vede. La segmentazione dei morfemi è questa: (1) riku (vedere), wa (me), nki (tu); (2) rik (vedere) wa (me) -n (lui). Se si passa a una lingua territorialmente contigua, anche se non imparentata, come l’aymara, le stesse frasi sono injista e imjitu, frasi nelle quali le marche sono transitive, cioè distinte se l’accordo è tra persone diverse, e per il singolare e per il plurale: tra la prima e la seconda, tra la prima e la terza, tra la seconda e la terza, e così via – tutti accordi caratterizzati, peraltro, da particelle diverse tra loro. Si consideri, a tale proposito, il saggio di Estaban Emilio Mosonyi, sulla lingua amazzonica yaruro, nel quale si mostra che il verbo va accordato anche col genere dell’interlocutore, in questo senso: (a) se è un uomo a parlare con una donna, (b) se è una donna a parlare con un uomo, (c) se è una donna a parlare con una donna e (d) se è un uomo a parlare con un uomo.

Anche dal punto di vista fonologico, la varietà è molto ampia: si va dalle lingue con parole lunghissime a lingue monosillabiche, nelle quali la morfologia è affidata al cambiamento di suoni consonantici e vocalici. Ma ciò non deve stupire. Se si pensa alla coppia italiana rompo e ruppi, la differenza è affidata alla u anziché o e alla p lunga anziché alla p breve. È un meccanismo di apofonia largamente diffuso in alcune varietà dialettali dell’italiano; in toscano, il passato remoto di vedere può essere viddi, con l’innalzamento della vocale e il raddoppiamento della consonante. Per completare il quadro, aggiungerei che nelle lingue americane esistono dei suoni che sono sporadici nelle nostre lingue, per quanto non del tutto assenti. Uno di questi suoni è yry, suono presente nel russo, nel polacco e in ucraino; l’altro suono poco comune è la fricativa laterale, che però si trova anche in sardo e in gallese (nel cognome Lloyd, ad esempio).

Tornando per un momento sulla questione tipologica: in queste lingue polisintetiche si può dire allora che attorno a un elemento semanticamente pregnante ruotino delle marche che sono semplici istruzioni grammaticali?

È così. Peraltro, possiamo aggiungere delle osservazioni compiute da James Andrews, che si è occupato dell’azteco del Cinque-Seicento: lo studioso rileva delle incorporazioni anche di avverbiali e di complementi. Ad esempio, nitlatlehuatza è un’espressione che si può così suddividere: ni- sta per io, -tlehuatza per asciugare col fuoco, mentre quel –tla- è un prefisso transitivizzatore; la ragione è che l’azteco non tollera l’uso assoluto dei verbi transitivi; solo che anziché aggiungere un complemento come si farebbe in italiano (anziché mangio, mangio qualcosa), si serve di un prefisso per scaricare la transitività del verbo.

Quanto c’è di simile sotto il profilo dell’incorporazione in due varianti della stesso significato verbale come raccogliere e tirar su?

In questo caso, si tratta di una scelta di lessico che, nel caso di raccogliere, predilige una forma sintetica (un unico verbo), nel caso di tirar su una forma analitica (verbo + avverbio). La classica incorporazione, invece, prevede che l’elemento si inserisca tra la marca morfologica personale a sinistra del verbo e il verbo stesso. Se si sostituisce la marca col pronome, questo discorso vale anche per una frase inglese come I babysit him.

Prima, si citava Humboldt, che parlava dei confini porosi tra le lingue. Nel caso del creolo, questi confini saltano, è corretto?

Il creolo è – per dirla in parole povere – una lingua in bocca a chi quella lingua non l’aveva mai parlata, una lingua dunque che subisce delle forzature e sulla base di queste forzature essa si sviluppa poi di conseguenza. Per capirsi: in papiamentu, il creolo a base spagnola dell’isola di Curaçao, si dice ta traja, che vuol dire lavora; eppure, in spagnolo lavora si dice trabaja. L’espressione in lingua creola è il risultato di una forzatura attraverso una semplificazione di está trabajando. Giusto per fare un esempio d’invenzione, è come se il plurale di fiaschi venisse reso con molto fiasco.

Il creolo più noto in America è quello delle piantagioni, ossia la lingua parlata in quei luoghi non dai nativi, ma dagli africani deportati: a fronte di lingue diverse e casualmente mescolate, affinché ci si intendesse, non si potevano che usare le lingue dei padroni, come lo spagnolo, l’inglese o il francese, benché imparate assemblando brutalmente i segmenti più elementari. Poi, però, proprio su questi elementi si costruiva una lingua: e così ci sono casi come la Repubblica di Haiti, dove coesistono due lingue, entrambi riconosciute come ufficiali, il francese e una lingua creola.

Per la verità, nel continente americano sono due le tipologie di creolo: alla tipologia della piantagione si affianca infatti quella del forte. La tipologia del forte sorgeva nei casi in cui gli europei si insediavano in un forte, intessendo dei rapporti con gli indigeni attorno, i quali imparavano qualche parola delle lingue occidentali, più che altro per ragioni commerciali. Il creolo delle piantagioni, invece, non si dà però per i nativi americani, dal momento che gli indigeni o morivano o si uccidevano se deportati come schiavi (da qui l’importazione degli schiavi dall’Africa). La tipologia del forte invece è ampiamente diffusa, ma nel senso di lingue miste a scopo commerciale: il mobilian jargon, il chinook jargon o il trade navajo. Il caso più curioso è il métis, che deriva da un fatto storico particolare: i cacciatori francesi di pellicce che, nel Settecento, si sposavano con donne cree (di qui la denominazione French Cree). È una lingua davvero notevole, dal momento che dispone di lessico francese sulla base della morfologia cree.

Ci sono anche casi di pesanti interferenze delle lingue dominanti sulle lingue dominate. Giusto per fare un esempio, in quechua wasi vuol dire casa e il diminutivo è wasicha; bene, per le strade del Cuzco si sente dire spesso wasita, con un suffisso derivato direttamente dallo spagnolo; ciò accade, peraltro, anche con la suffissazione sostantivante –ada, corrispondente all’italiano –ata in, ad esempio, grandinata. È interessante mettere a confronto queste forme d’interferenze con quelle che riguardano l’italiano oggi, che in certi casi è davvero infarcito di espressioni inglesi. L’interferenza dell’inglese sull’italiano, va notato, opera soprattutto a livello lessicale e, meno, a livello sintattico. Per quanto riguarda la pronuncia, fatta eccezione per la parola garage, non esiste alcun suono importato da una lingua straniera. Nelle lingue americane, invece, si è andati più avanti: sono stati importati dei suoni dalle lingue dominanti e persino dei suffissi morfologici – in italiano ci sono i prefissi greci, certo, ma sono molto antichi –. In quechua, l’uovo si chiama runtu, e il plurale si forma col suffisso –cuna, dunque uova si dice runtucuna; guarda caso, in alcune varietà boliviane si sente dire runtus per indicare le uova; dunque, si usa un plurale sigmatico che ricalca lo spagnolo. C’è da dire, però, che in alcune varietà dialettali si è verificata una reazione e i parlanti hanno preso a chiamare l’uovo runtus e le uova runtuscuna.

Passiamo al piano della sociolinguistica: quale prestigio hanno le lingue americane e che ruolo hanno dal punto di visto identitario?

Il quadro è vario, sebbene l’egemonia sia quella delle lingue di origine europea. C’è stato un forte movimento di riaffermazione dell’identità indiana, che ha avuto come conseguenza la riaffermazione delle lingue native; tant’è vero che alcune di queste lingue sono diventati coufficiali all’interno di alcuni Stati: ad esempio, in Perù con il quechua, nel quale sono confluite una serie di altre lingue. C’è un caso particolare che è il Paraguay, nel quale il guaranì è una lingua ufficiale: ma è un caso particolare perché lì sono stati gli europei a imparare la lingua nativa, con un esteso bilinguismo. Nei parlanti meno istruiti si assiste a un avvicinamento delle due lingue (l’altra è lo spagnolo), sebbene si tratti di codici molto diversi tra loro. In altri casi, come in Ecuador, il quechua (o quichua, come si dice lì)  è lingua coufficiale. Ma va detto che, spesso, ci si trova di fronte, più che altro, ad affermazioni di principio.

Ad ogni modo, credo si debba ritenere inevitabile una situazione di impoverimento linguistico: quando queste popolazioni entrano in contatto con le comunità di cultura non nativa, le loro lingue tendono a scomparire; è il caso del mapuche, parlato un tempo tra il Cile e Argentina da milioni di persone; ecco, nel giro di sole tre generazioni si è passati dal problema di capire lo spagnolo al problema di maneggiare il mapuche. Lo stesso navajo sta subendo una sorte analoga, nonostante fosse diventato un caso famoso, proprio perché ne era stato imposto l’obbligo scolastico. Ora, però, è facoltativo. Perché? Posso rispondere con un aneddoto: mi è capitato nelle cittadine navajo di vedere ragazzi della high school costretti a studiare navajo, che poi nei fast food fuori da scuola (vestiti, peraltro, come qualsiasi ragazzo americano) parlavano un inglese d’area che un collega del posto mi confermava fosse perfetto. Questo fenomeno, tuttavia, è stato notato in molti posti anche lontani dall’America, come in Galles e in Irlanda. L’idea di voler imporre l’uso di una lingua, insomma, non funziona.

Si assiste, allora, a fenomeni di tendenziale relegamento della lingua ai soli ambiti liturgici. Si pensi al latino in Italia o al copto in Egitto, dove fino al Quattrocento si è dunque continuato a usare una lingua discendente dall’antico Egitto. A tale proposto, si può citare il caso di San Xavier (Arizona), abitata dai Tohono O’odham (un tempo chiamati Papago). Questa comunità fu evangelizzata dal celebre padre gesuita Eusebio Francisco Kino. Per evangelizzare la popolazione, Padre Kino si servì naturalmente della lingua della potenza dominante allora nella zona, ossia lo spagnolo. Di quella scelta resta traccia ancora oggi: pur senza capire nulla di quello che dicono, i fedeli che frequentano la splendida chiesa del paese dicono le loro orazioni in spagnolo; un po’ come accadeva un tempo anche in Italia con le orazioni in latino. Ora, il relegamento di una lingua alla sola funzione liturgica è – va detto – l’ultimo stadio di una lingua che sta morendo; il latino, difatti, è morto proprio quando si è deciso di recitare la messa in volgare. Xavier Albó, padre gesuita, ha dato una definizione calzante (che peraltro credo si possa estendere anche ai dialetti italiani): lingue minorizzate, cioè poste dalle vicende storiche in una condizione di sudditanza e di precarietà.

L’istruzione, da questo punto di vista, è un grande campo di battaglia. Ora, le pubblicazioni di libri sono numerosissime e tantissimi sono anche i convegni dedicati all’argomento. Il Messico, ad esempio, ha un’università specifica per la preparazione riguardane l’insegnamento delle lingue indigene. Va però marcata un differenza di fondo: il concetto d’istruzione tra l’America anglofona e l’America latina. Nel caso dell’America latina, infatti, si parla di istruzione pubblica, similmente a quanto accade in Italia, dove a Sondrio e a Ragusa si fanno tutti le stesse cose. Viceversa, negli Stati Uniti e in Canada c’è una visione privatistica, o comunque comunitaria. Ciò ha consentito a tante popolazioni, anche esigue numericamente, di aprire negli Stati Uniti e in Canada le proprie scuole e di insegnare in lingua nativa. Non bisogna però dimenticare che i tagli all’istruzione spesso colpiscono subito proprio gli insegnamenti in lingua. In America latina, invece, non è tanto una questione di soldi, quanto di diritto politico da conquistare.

Una volta acquisito il diritto, poi, sorgono degli ulteriori, significativi problemi. Innanzitutto, bisogna capire a chi dare il compito di insegnare la lingua. La situazione è simile a quella che ci sarebbe in Italia se ciascuno parlasse il proprio dialetto: ci sarebbero dei problemi di intercomprensibilità già da una città all’altra. Che fare? Servirebbero delle lingue standard sulla quale allineare l’insegnamento e la realizzazione di libri di testo. Ma ciò significherebbe un favore per alcuni e una costrizione per altri. Rendo conto, allora, delle uniche esperienze che, a mio avviso, sono risultate le più efficaci: alcuni popoli indigeni hanno optato per delle esperienza di immersione completa, di full immersion, con delle scuole estive dove si impara la lingua della propria tribù (qualcosa di simile alle nostre “colonie” estive). Resta però il fatto che, se non è così difficile insegnare una lingua a dei ragazzi, bisogna aprire loro degli ambiti d’uso affinché la adoperino. Questa, peraltro, non è nemmeno una questione politica, di destra o di sinistra: anche perché i governi latinoamericani si sono dimostrati quasi tutti sensibili sull’argomento, almeno nella facciata. E però, come dicevo, finora i risultati sono stati abbastanza deludenti.

Del resto, in Sudafrica, durante i tempi dell’apartheid, l’elite anglofona non voleva che i nativi di colore parlassero in inglese, proprio perché si trattava di una lingua che avrebbe dato loro più chance di fare carriera lavorativa e sociale.

Sì, gli inglesi non tolleravano che qualcuno parlasse la loro lingua, e ciò era in linea con la loro ideologia aristocratica. Ma nel contesto nordamericano non è mancata la coercizione, in senso inverso, ossia forzando l’apprendimento dell’inglese – in un contesto, sia detto per inciso, che si è presto definito – per me a torto – democratico, anche in contrasto all’oppressione ispano-americana, che in nome della religione ha fatto strage di popolazioni. Sia nel Canada che negli Stati Uniti, infatti, erano state istituite delle boarding schools, le quali raccoglievano dei bambini indiani requisiti da degli agenti federali (i famigerati agenti del Bureau of Indian Affairs); questi bambini, peraltro, non solo erano rinchiusi in un collegio, ma venivano anche picchiati se colti a parlare una lingua che non fosse l’inglese. Ciò ha traumatizzato soprattutto la generazione degli attuali baby-bomers, in quanto sono stati proprio loro, in passato, a subire questo trattamento. E così, paradossalmente, questa generazione di mezzo è quella che parla peggio la propria lingua madre – i più giovani, invece, parlando con gli anziani, qualcosa hanno imparato –. Costringendoli a imparare l’inglese, si pensava di aiutarli e di farli uscire dalla loro situazione di minorità. Tutto ciò, per fortuna, è cessato a partire dagli anni ’60, grazie al movimento degli indiani inurbati, che decisero di ribellarsi quando arrivarono a scoprire persino dei progetti di sterilizzazione delle donne indiane. Ma, diciamolo, per fortuna queste sono storie che appartengono ormai al passato. Il che non deve comunque assolvere nessuno.

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