I maestri dell’Impressionismo in mostra a Parma

Proprio mentre la fotografia cominciava a mostrare le sue potenzialità, la pittura europea imboccò una svolta: si lasciò alle spalle i contorni ben definiti e puntò sulle sfumature, valorizzando le impressioni della luce e dei colori. Cominciava a sorgere quella sensibilità che sarebbe maturata appieno con l’Impressionismo, il cui maggiore esponente fu Claude Monet (1840-1926), di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte. Fino al 31 maggio sarà possibile ripercorrere quella storia insieme ad alcuni dei suoi protagonisti: a Palazzo Tarasconi a Parma è stata allestita la mostra 100 anni di riflessi. Gli impressionisti da Monet a Bonnard. Cento è però anche il numero di anni che, indicativamente tra il 1830 e il 1930, videro compiersi la parabola dell’Impressionismo (chiusasi idealmente proprio con la scomparsa di Monet). Negli anni Trenta dell’Ottocento, infatti, nacque in Francia un movimento pittorico, la Scuola di Barbizon, dedita soprattutto a raffigurazioni realistiche di paesaggi. La novità stilistica più rilevante, prodromo dell’Impressionismo, fu l’abbandono dello stile accademico in favore di un contatto più stretto con la realtà; ne derivò il metodo della pittura all’aperto (en plein air) e l’abbandono dei contorni netti.

La mostra si apre proprio con gli artisti della Scuola di Barbizon: Corot, Rousseau, Daubigny, Millet. Colpisce vedere come una congerie apparentemente caotica di pennellate si trasformi in figure realistiche: nuvole bordate di luce, fronde mosse dal vento, luci tremolanti sull’acqua. Tale sensibilità si sarebbe trasmessa anche a Monet. In mostra sono presenti Tempête à Sainte-Adresse(1857 ca.) e Les Pêcheurs de Poissy, a lui attribuito (1882 ca.). Rappresentano due poli della sua attività: la resa ancora naturalistica da un lato e la frammentazione del tratto a vantaggio della resa impressionistica dall’altro. Quest’evoluzione anima la seconda parte della mostra, con opere di Eugène Boudin (maestro di Monet), Alfred Sisley, Paul César Helleu, Johan Barthold Jongkind, Henri Gervex, Giovanni Boldini. Le ultime due opere esposte sono la soglia di un’epoca nuova: una piccola litografia di Van Gogh (Sulla soglia dell’eternità o, anche, Vecchio con la testa tra le mani) e una veduta di Cannet di Pierre Bonnard, in cui i colori mediterranei, poco realisticamente tenui e freddi, dicono più dello stato d’animo del pittore che della realtà davanti agli occhi.

La mostra è curata da Stefano Oliviero, prodotta da Navigare S.r.l. e realizzata col patrocinio della Provincia di Parma. Sobri i cartelli didascalici; una scelta non scontata: data la gloriosa popolarità dell’Impressionismo, la retorica avrebbe potuto abbondare.

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

Quando si parla di clima Cremona è sempre in fondo

(Foto di Joe da Pixabay)

Il Sole 24 Ore ha stilato l’apposita classifica con i dati di 3BMeteo. La città del Torrazzo occupa la 101ª posizione su 107. Negli ultimi 15 anni estati più calde e aria stagnante.

Nella classifica del clima delle città italiane c’era di aspettarsi che Cremona non si trovasse nelle prime posizioni e forse nemmeno sorprende che la città figuri tra le ultime: stando ai dati di 3BMeteo, rielaborati dal «Sole 24 Ore», su un totale di 107 città, Cremona occupa la 101° posizione, davanti ad Asti e dopo Piacenza. Vediamo più da vicino alcuni dati, compresi quelli che ci hanno condotto così in basso alla classifica. La rielaborazione dei dati è a cura di Marco Guerra dell’ufficio studi e analisi del «Sole 24 Ore» e Marina Caporlingua, ed è consultabile sulla piattaforma Lab24.

Il caldo estivo è sempre più insopportabile

Innanzitutto, l’impressione che la città sia sempre più calda è confermata dai dati: negli ultimi 15 anni la temperatura media di Cremona è aumentata di 2,6°C, in linea con le città vicine quali Brescia (+2,7°C), Mantova e Piacenza (+2,8°C). A pesare in questo senso sono certamente le giornate di caldo estremo, caratterizzate da una temperatura massima superiore ai 35°C: si passa da una media di 1,7 nel 2010 agli attuali 19,3. Passano poi da 50 a 74 le cosiddette notti tropicali (temperature notturne superiori ai 20°C). A farsi notare rispetto alla media del nord Italia sono le ondate di calore cremonesi (cioè tre giorni consecutivi con temperature superiori ai 30°C): da 13 a 21, mentre la media del Nord Italia è di 18,5. Le ondate di calore pesano non poco nel portarci in fondo alla classifica, anche perché bisogna aggiungere il basso punteggio totalizzato nel caso di una voce che è un’entità quasi mitologica per i cremonesi: la brezza estiva.

Non ci sono più gli inverni di una volta

Dall’altro lato, è impressionante constatare anche che l’incidenza delle temperature minime è molto diminuita: negli ultimi 15 anni, le giornate con una temperatura percepita inferiore ai 3°C sono passate da 37 a 5. Anche in questo caso, la percezione di inverni più miti è decisamente suffragata dai dati. Ciononostante, le giornate molto fredde hanno ancora un certo peso nel tenere Cremona in fondo alla classifica, dal momento che sono comunque più frequenti nel centro della Pianura Padana che nel resto d’Italia, Nord compreso. Il numero delle gelide giornate padane, insomma, diminuisce, e di parecchio, ma non abbastanza da farci diventare una tiepida meta invernale; anche perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire uno sconvolgimento climatico che nessuno si augura.

L’aria che non circola

Sappiamo che uno dei problemi maggiori di Cremona sta nella scarsa qualità dell’aria. In questo senso, la circolazione dell’aria non aiuta, benché la città non si trovi (come ci si potrebbe aspettare) nelle ultime posizioni: i lassi di tempo di 4 giorni caratterizzati da aria stagnante – vento inferiore ai 5 km/h, nemmeno 1 mm di pioggia e zero nebbia – sono passati da 50 a 83. Ma per contestualizzare questo dato, va precisato che nel calcolo non sono inseriti (come accennato) i giorni di nebbia: in questo caso, conosciamo ben pochi rivali, peraltro tutti localizzati alle nostre stesse latitudini; peggio di noi, infatti, fanno solo Lodi, Alessandria, Pavia, Ferrara e Rovigo. E le precipitazioni? La media dei giorni consecutivi senza pioggia è salita di circa una giornata; a calare è invece l’intensità pluviometrica, cioè la quantità di pioggia caduta in una giornata: 11,6 mm contro gli oltre 14 circa di 15 anni fa. Senza grandi sorprese, Cremona se la cava maluccio con l’umidità relativa, con 195 giorni all’anno fuori dal cosiddetto “comfort climatico” (cioè un’umidità compresa tra il 30 e il 70%).

Difetti e qualche pregio del clima cremonese

Frequenti ondate di calore, pochi agenti mitiganti d’estate, scarsa circolazione dell’aria, presenza non così infrequente della nebbia e qualche giornata ancora piuttosto fredda d’inverno: ecco le ragioni che, messe insieme, paiono rendere il clima di Cremona tra i meno attraenti d’Italia. Pur in una delle valli più fertili d’Europa, la città non gode abbastanza né del sole mediterraneo (che già spostandosi a Mantova splende giusto qualche ora in più), né della mitigazione che offrirebbe la vicinanza di qualche catena montuosa o del mare. Si tratta, comunque, più di una combinazione di fattori che di veri primati. Inoltre, bisogna riconoscere che Cremona vanta comunque una certa tranquillità sotto il profilo delle precipitazioni: sono sufficienti a scongiurare le siccità peggiori e, al tempo stesso, sono meno intense e disastrose che in altre zone d’Italia. Pur essendo una magra consolazione, anche per un aspetto relativo all’aria la città è posizionata bene: da noi, le raffiche di vento forti e pericolose sono una rarità.

Detto ciò, forse si sarà curiosi di sapere chi si posiziona ancora peggio che noi? Nelle ultime posizioni ci sono Caserta, Belluno, Terni e Carbonia (nel sud della Sardegna): tra ondate di calore e venti estremi, lì il clima e il cambiamento climatico picchiano ancora più duro.   

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

La piaga delle frodi online. I casi si moltiplicano

(foto di Mohamed-Ben-Ammar da Pixabay)

Anche Sanremo è diventata l’occasione per parlare di cybersicurezza: Casa Sanremo ha ospitato la Polizia Postale, con la sua campagna di prevenzione contro truffe e frodi online “InsospettABILI: sviluppiamo abilità contro le frodi online” (in collaborazione con Giffoni Film Festival e Generazioni Connesse, e il contributo della Federazione BCC Campania e Calabria e di Fondo Sviluppo). La scelta del canale nazionalpopolare del Festival è un’ulteriore conferma di come le questioni di sicurezza informatica non si limitino agli esperti e agli smanettoni digitali: riguardano tutti.

Link, messaggi sospetti e password poco efficaci

Nemmeno il tempo di dare conto della truffa della ballerina online (sul “Piccolo” del 21 febbraio), e già ne spuntano altre: negli ultimi giorni la Polizia Postale ha segnalato altre due comunicazioni false, riguardanti il mancato pagamento di prenotazioni per le vacanze e il rinnovo della tessera sanitaria. Serve stare all’erta: queste comunicazioni, che servono a derubarci, adottano spesso un tono allarmistico, ingiungendoci di inserire con urgenza le nostre credenziali e password per ripristinare un servizio; o di scaricare documenti, oppure ancora di cliccare su un link per tracciare un pacco, e così via. Sono tutti, questi, casi di phishing, spesso non facilmente smascherabili dalle pur presenti incongruenze tra gli indirizzi del mittente ufficiale e quello criminale (il più delle volte, minime: questioni, spesso, di una sola lettera). Bisogna allora ricordare che le comunicazioni di cambio password avvengono sempre dopo essere entrati nelle proprie pagine personali, non prima. Inoltre, adottarne una sola per tutti i login è un’abitudine rischiosa, che spiana la strada ai criminali. Certo, anche usarne di clamorosamente inefficaci è rischioso: ricordate il caso del Louvre, dove la password della videosorveglianza era… “Louvre”? Pertanto, è utile seguire gli inviti dei fornitori dei servizi, che suggeriscono di cambiare regolarmente le password.

Alcune frodi digitali molto frequenti

Informazioni importanti per riconoscere i malviventi digitali sono messe a disposizione dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn); in particolare, segnaliamo una serie di video  molto utili (nella pagina “E-Academy”) curati da Francesco Buccafurri e Sara Lazzaro dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Tra le frodi online più diffuse ci sono le pagine di pagamento e quelle di e-commerce false, infide perché imitano molto da vicino le originali e, nel caso dell’e-commerce, attraggono gli utenti con promozioni e sconti al limite dell’incredibile. Non mancano poi le app scaricate da fonti non sicure che chiedono di inserire dei dati di pagamento. Ma le truffe passano anche dai QR code, che ci fanno atterrare su pagine fraudolente. Davvero subdoli sono poi i messaggi che arrivano da contatti noti, i cui account sono stati evidentemente compromessi, e che invitano a cliccare su dei link o a inviare somme di denaro. In questi casi, se si sospetta di essere vittime di una frode – a maggior ragione se si sono cliccati quei link o, peggio ancora, sono stati inseriti dati sensibili – è importante usare il prima possibile i canali ufficiali di segnalazione del servizio.

Doppia autenticazione, notifiche e reti pubbliche

Un sistema per rafforzare la sicurezza agli accessi ai servizi informatici sensibili (home banking, cartelle sanitarie, profili fiscali, ecc) è usare il sistema della doppia autenticazione, a cui associare l’invio di notifiche. In primo luogo, dunque, per accedere a un servizio è opportuno usare oltre all’username e alla password, anche un altro dato: in particolare, un codice temporaneo ricevuto via sms o generato da una app, oppure servirsi dell’impronta digitale o del riconoscimento facciale. In secondo luogo, è altrettanto opportuno ricevere delle notifiche di accesso per tenere monitorato l’eventuale utilizzo da parte di malintenzionati. Per fortuna, alcuni servizi già prevedono queste forme di protezione. C’è però anche un altro rischio, spesso sottovalutato, ed è quello delle reti pubbliche: gli esperti di sicurezza informatica diffidano gli utenti dall’usare reti pubbliche (dai wi-fi pubblici a quelli degli hotel), se non con dispositivi appositi (le password di accesso possono essere recuperate facilmente); nel caso che lo si faccia comunque, è importante cancellare le memorizzazioni per il login automatico, onde evitare agganci automatici a quelle o a reti duplicate.

L’IA peggiora la situazione della cybersicurezza

In questo scenario, l’intelligenza artificiale (IA) si presenta purtroppo più come un’ulteriore fattore di rischio che un’opportunità. Lo ha spiegato Ranieri Razzante, docente di Cybercrime e Homeland Security presso l’Università di Perugia, nel corso della trasmissione “24 minuti” di Cremona1 (a cura di Simone Bacchetta). Razzante afferma che, grazie all’IA, gli attacchi dei criminali informatici sono di fatto quasi raddoppiati. Non solo: oggi i programmi di IA permettono di confezionare degli attacchi informatici “fatti in casa” – spiega Razzante – anche soltanto da chi abbia un minimo di dimestichezza col linguaggio di programmazione. E poi, si pensi ai video o agli audio realizzati con l’IA, che possono dare ulteriore credibilità alle già scaltre truffe online.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026

La salita alla Cupola per ammirare gli affreschi di Guercino

Le salita alla cupola del Duomo di Santa Maria Assunta di Piacenza era una pratica che ogni tanto veniva concessa agli studenti d’arte: solo da vicino si possono ammirare i dettagli della maestosa opera del Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666), pittore che invero si era soprattutto formato nell’arte figurativa su tela. Il suo lavoro seguì quello del collega Morazzone, morto prima di aver terminato l’opera. Ne risulta una calotta scandita da otto spicchi (sei realizzati da Guercino, due da Morazzone), ciascuno dei quali ospita un profeta troneggiante. Al di sotto delle lunette segnate dagli spicchi, sempre Guercino dipinse scene bibliche e raffigurò otto sibille. I maestosi affreschi possono essere ancora oggi contemplati da vicino: il sabato e la domenica, e anche gli altri giorni ma solo su prenotazione, è possibile prendere parte alle salite alla Cupola del Guercino. L’iniziativa (che durerà sino al 31 agosto prossimo) è frutto della collaborazione di tre enti: Comune di Piacenza, Banca di Piacenza e Diocesi di Piacenza e Bobbio; le visite, invece, sono a cura della cooperativa piacentina Cooltour.

La salita non è troppo faticosa dal punto di vista fisico, benché si proceda attraverso passaggi talora stretti, compresa la galleria colonnata dalla quale si ammirano gli affreschi. Nel corso della visita, si può apprezzare anche il panorama sulla città, così come i lavori lignei di rifacimento del tetto. Un’eventuale gita a Piacenza potrebbe completarsi con altre due tappe. La prima è al Museo della Cattedrale di Piacenza (“Kronos”), da cui partono le salite alla Cupola: vi si può ammirare, tra le altre cose, il “Libro del maestro” o “Codice 65”, un libro di circa 450 pagine – di fatto, un atlante liturgico e del sapere – realizzato intorno alla metà del XII secolo. Interessanti sono anche le riproduzioni digitali animate delle formelle del Duomo, raffiguranti alcuni dei mestieri più tipici di allora. Inoltre, analogamente a quella del Guercino, sostenuta sempre dagli enti di cui sopra, Cooltour organizza delle salite a un’altra cupola affrescata, cioè quella del Pordenone, sita nella basilica piacentina di Santa Maria di Campagna. Infine, al Museo della Cattedrale, ci fanno sapere, dovrebbe cominciare a breve un nuovo ciclo di salite al campanile di Santa Maria Assunta.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026

Un thriller ai confini con l’horror: 35 anni del “Silenzio degli innocenti”

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

14 Febbraio 1991: esce nelle sale “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme

Vedere al cinema un thriller ai confini dell’horror fu per molti un modo certamente originale per festeggiare il San Valentino di 35 anni fa: proprio il 14 febbraio del 1991 usciva nelle sale americane “Il silenzio degli innocenti” (“The Silence of the Lambs”). Diretto dal regista Jonathan Demme, il film è tratto da un omonimo romanzo di Thomas Harris, sèguito di “Il delitto della terza luna” (“Red Dragon”), già alla base di un film, ma di scarso successo (“Manhunter”, 1986, di Michael Mann). La storia è nota: la recluta dell’FBI Clarice Starling (Jodie Foster) viene coinvolta nelle indagini su un serial killer (Ted Levine) che uccide e scuoia le sue vittime. Starling ha il compito di convincere a far collaborare al caso uno psichiatra e criminologo da anni chiuso in carcere: è il pluriomicida e cannibale dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) che, pur a carissimo prezzo, mette la polizia sulla buona strada.

Il film si è rivelato fondativo per il suo genere. Sul “Guardian”, Scott Tobias cita le luci di Tak Fujimoto, le musiche di Howard Shore e la scelta registica di adottare il punto di vista di Starling/Foster; donna caparbia, intelligente e attraente, rovescia lo stereotipo della vittima: a dare la caccia all’assassino è lei, pur essendo alle prese con un mondo maschilista e un lavoro raccapricciante. E proprio nei momenti di difficoltà, “mentre brancola, figurativamente e letteralmente, nel buio” (Tobias), sentiamo l’intensa umanità del personaggio. Rimasto impresso nell’immaginario collettivo, pur comparendo nel film per nemmeno 25 minuti, è però soprattutto Hannibal Lecter, con la sua elegante e spietata capacità di analisi, lo sguardo intenso e folle, e la tenuta in camicia di forza e museruola (molto parodiata, proprio perché impressionante).

Sul “Corriere della Sera”, Arianna Ascione ha raccolto alcune curiosità: Hopkins improvvisò durante la scena del primo incontro tra Starling e Lecter; in particolare, lo fece quanto giudica sprezzantemente l’aspetto e l’accento dell’agente, e quando riproduce il sorseggio del Chianti col quale dice di aver accompagnato un pasto a base di carne umana. Si spiega anche così l’autentico spiazzamento di Foster che, come Hopkins, dialogando guarda in camera: una delle idee innovative del regista, spiega il critico Gabriele Niola; che racconta anche che il ruolo di Lecter venne offerto a Sean Connery e rifiutato sdegnosamente. Hopkins, attore perlopiù teatrale, invece, ci si buttò a capofitto, guadagnandosi un meritatissimo Oscar, il quinto dei cinque vinti dal film (miglior film, attrice protagonista, regista e sceneggiatura): la sua recitazione, controllatissima, fece di Hannibal Lecter un archetipo dei serial killer di finzione.

Sia l’assassino ricercato da Starling sia Lecter furono ideati ispirandosi a serial killer reali, soprattutto a Ed Gein, modello anche per il Norman Bates di “Psycho” e per il Leatherface della saga di “Non aprite quella porta”. Sull’omicida interpretato da Ted Levine, soprannominato Buffalo Bill, mostrarono già allora delle rimostranze le associazioni LGBT, in quanto il personaggio dichiara di voler intraprendere un percorso di transizione sessuale. Invece, sempre tra le curiosità (citate da Ascione e Niola), ce ne sono almeno tre che riportiamo volentieri: sul dorso della falena della locandina compare la foto di Philippe Halsman e Salvador Dalí “In Voluptas Mors”; il suono del sorseggio del Chianti (di cui sopra) è stato ispirato a Hopkins da un vecchio film su Dracula; la distribuzione delle videocassette del film sostituì la promozione del film, dato che la casa produttrice (Orion Pictures) non poteva permettersi di allestire le proiezioni.   

Il Piccolo di Cremona, 14 febbraio 2026

Lingue e dialetti in Italia: i nuovi dati dell’Istat

(Foto di RyanMcGuire da Pixabay)

Ragionare di lingue significa sempre ragionare anche sulle persone che le adoperano. Perciò, è doppiamente interessante l’ultimo rapporto Istat sull’“Uso della lingua italiana dei dialetti e delle lingue straniere”.

L’uso esclusivo dell’italiano avanza

Il primo dato interessante è che in un decennio (2014-2024) l’uso esclusivo o prevalente dell’italiano è cresciuto parecchio: dal 40 al 48%. Ciò sorprende perché, nei 20 anni precedenti (grossomodo dagli anni ‘90 al primo decennio del 2000), la quota era rimasta stabile. Si conferma comunque il fatto che l’uso del solo italiano domina soprattutto tra i giovani e giovanissimi: 67,3% tra chi ha tra i 6 e i 24 anni; mentre l’uso esclusivo del dialetto in famiglia ormai riguarda solo il 2,7% per quella fascia d’età. In tal senso – ma anche per spiegare l’accelerazione del fenomeno – possiamo addurre almeno quattro ragioni: 1) l’intenzione dei genitori di facilitare l’apprendimento della lingua (sicché chi cresce in una famiglia coi genitori che parlano tra loro l’italiano lo parlerà nel 96% dei casi); 2) lo scarso prestigio del dialetto, da molti considerato un modo un po’ rozzo di esprimersi; 3) l’azione della scolarizzazione in un’età cruciale per lo sviluppo; 4) la situazione multiculturale nelle scuole, con quote crescenti di studenti di origine straniera.

Il dialetto resta vivo, ma accanto all’italiano

Come se la cava il dialetto? Considerando un arco di tempo più ampio, dal 1988 al 2024, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è progressivamente sceso: dal 32 al 6,9%. Anche questo è un dato significativo, giacché la famiglia è il luogo per eccellenza dove si parla il dialetto. L’uso esclusivo della parlata locale è sceso notevolmente anche nel contesto amicale (dal 26,6 all’8%) e con gli estranei (dal 13,9 al 2,6%). Meglio però non affrettarsi a dichiarare il dialetto in via d’estinzione: il suo uso è ancora diffusissimo nelle famiglie, nel 42% dei casi, benché lo si alterni con l’italiano. Questa coabitazione non deve stupire: oltreché nell’istruzione, la lingua nazionale è presente ovunque, dagli uffici pubblici ai luoghi di lavoro, ed è la lingua sia dei media sia della maggioranza delle opere scritte. Gli italiani allora, quando lo conoscono, continuano volentieri a usare il dialetto; ma non possono fare a meno di affiancargli l’indispensabile conoscenza dell’italiano.

Cresce il numero di parlanti madrelingua stranieri

L’arrivo di un numero crescente di stranieri spiega la quota crescente dell’uso di lingue diverse dall’italiano e dai dialetti in ambito familiare: nel periodo 2014-2024 si è passati dal 6,9 al 7,7%. Che dei genitori stranieri decidano di trasmettere la loro lingua ai figli parlandola in casa è un diritto sacrosanto e, infatti, avviene nel 61,5% dei casi. Inoltre, quasi il 40% dei non madrelingua italiani parla soltanto la propria lingua anche con gli amici; e nel 18% dei casi anche con gli estranei. E però, come si legge nel rapporto dell’Istat, questi comportamenti linguistici (in particolare il secondo) “rappresentano un ostacolo rilevante alla piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono”. Tuttavia, a livello aggregato, l’uso di una lingua straniera in tutti gli ambiti della comunicazione riguarda solo l’1,5% della popolazione. Anche questo dato non va sottovalutato: dal 2006 al 2024 il numero di madrelingua stranieri è passato dal 4,1 al 10,7%; nonostante ciò, in moltissimi casi l’italiano diventa poi una lingua usata sia con gli estranei sia con gli amici. Insomma, almeno in parte l’integrazione linguistica funziona.

Differenze sociali e territoriali

Torniamo ora al rapporto tra l’italiano e i dialetti. Il modo di parlare degli italiani cambia notevolmente in base al livello di studio, alla condizione sociale e alla zona geografica. In famiglia il 20% di chi ha una licenza media o un titolo inferiore parla solo dialetto; la quota scende al 2,7% nel caso dei laureati. Inoltre, l’italiano come sola lingua parlata a casa è molto più frequente tra chi è dirigente, imprenditore e libero professionista (67,9%), piuttosto che tra chi è operaio (43%). Un’altra prevedibile frattura riguarda il Nord e il Sud: nel Nord e nel Centro in famiglia prevale l’italiano esclusivo, che cede però il passo a una combinazione col dialetto in Veneto, nella provincia di Trento e nelle Marche; va detto che la Toscana e il Lazio fanno caso a parte, data la vicinanza tra le parlate locali e l’italiano. Nel Sud, a casa, prevale il dialetto in alternanza con l’italiano, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania. Nondimeno, il ricorso esclusivo all’italiano nel Mezzogiorno è cresciuto molto più rapidamente che altrove: +11,8% in dieci anni.  

Il Piccolo di Cremona, 7 febbraio 2026

Si scrivono sempre più libri e se ne leggono sempre meno

(Foto di Pexels da Pixabay)

I libri sono un classico regalo di Natale, versatile anche per il resto dell’anno. Ma i libri sono anche un business: sapreste quantificarne le dimensioni?

Quanto vale il mercato librario italiano?

L’AIE (Associazione Italiana Editori) dà dei numeri precisi: nel 2024 il settore ha fatturato un totale di 3,234 miliardi di euro. Il grosso delle vendite, pari a 1,735 miliardi di euro, sono dovuti alle vendite dei prodotti generalisti (non destinati cioè a un pubblico specifico) attraverso i più vari canali di vendita: le librerie, i supermercati, le fiere e gli store online (e-book compresi); questo segmento di mercato è detto trade. Un contributo tutt’altro che da sottostimare arriva dall’editoria scolastica: 790 milioni di euro. Segue poi l’editoria professionale, 557 milioni, e quella universitaria, 155 milioni. A completare il quadro ci sono le vendite alle biblioteche (63 milioni) e all’estero (53 milioni). Rispetto al 2023, il fatturato del 2024 è in calo dell’1,4%. Questa traiettoria sembra confermarsi anche per quest’anno: sempre l’AIE, riprendendo i dati del NielsenIQ BookData Panel Market Libri Italia, parla di una contrazione del mercato del 2% sui primi dieci mesi del 2025.

Si scrivono e pubblicano sempre più libri

Se state leggendo queste righe non è così improbabile che nel prossimo conteggio sia incluso anche il vostro, di libro. Nel 2024 sono stati pubblicati 85.872 titoli a stampa; la maggiore concentrazione è nel mercato trade (80%), cui segue il self-publishing (16%) e l’editoria scolastica (4%). A questi numeri, però, vanno aggiunti 37.659 e-book. Per i lettori italiani, l’offerta di libri non è mai stata così ricca: stando all’AIE, il “catalogo vivo” al quale possono attingere è arrivato alla cifra di 1,53 milioni di titoli. Tornando invece al numero di nuove pubblicazioni all’anno, un numero così elevato non deve stupire: già nel 2022, l’ISTAT ne conteggiava 102.987, comprendendo le auto-pubblicazioni. Solo quell’anno, ad aver scritto un libro erano state 17 persone ogni 10mila abitanti. Questo boom di pubblicazioni, però, avviene in un paese dove la lettura non è così popolare: sempre nel 2022 meno del 40% degli italiani con più di 6 anni aveva letto almeno un libro per ragioni non strettamente scolastiche o professionali.

La maggior parte degli italiani è composta da lettori “deboli”

Il dato diventa un po’ più confortante, benché non esaltante, se torniamo al report dell’AIE, in particolare all’Osservatorio AIE sulla lettura: gli italiani tra i 15 e i 74 anni che hanno letto un libro (“anche solo in parte”) sono il 73% della popolazione. Si considerino però due aspetti: nel conteggio è inserito, evidentemente, anche chi è costretto a farlo (dalla scuola alla formazione professionale); e comunque resta quel 27% della popolazione che non solo non legge, ma nemmeno apre un libro. Si ripropone anche qui, peraltro, l’ennesima divisione tra il Nord e il Sud della Penisola: nel Centro Nord ha letto almeno un libro l’anno il 77% della popolazione; nel Sud e nelle Isole si scende al 62%. Tornando ai dati ISTAT del 2022, si può constatare come l’hobby della lettura occupi un posto residuale nelle giornate degli italiani: “Il 17,4% delle persone di 6 anni e più sono lettori “deboli” (leggono al massimo 3 libri in un anno), il 15,4% lettori “medi” (3-11 libri in un anno). Solo il 6,4% sono, infine, lettori “forti” (almeno 12 libri nell’ultimo anno)”.  

Una minoranza di titoli domina il mercato

Se è vero che il numero di libri pubblicati ogni anno in Italia è gigantesco, il mercato però ha la forma di un collo di bottiglia che si restringe parecchio. Come fa notare il “Post” – che utilizza i dati dell’AIE, incrociandoli con quelli di vendita certificati dall’istituto GFK – solo 3.254 titoli hanno superato le 2mila copie. In altri termini, arrotondando un po’ le cifre per dare un ordine di grandezza, nel 2024 “oltre 80 degli 85 mila libri pubblicati [avrebbero venduto] meno di 2mila copie”. Se guardiamo ai bestseller, il collo si restringe inesorabilmente: nel 2024 solo tre autori col loro libro hanno superato le 200 mila copie (Aldo Cazzullo, Joël Dicker e Valérie Perrin). Sopra le 100 mila copie sono andati solo 13 titoli (tra quelli citati dal “Post”, gli autori sono bestselleristi ben noti come Donato Carrisi, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, Zerocalcare e Fabio Volo). Quelli che poi vendono tra le 50 e le 100 mila copie sono invece circa 30 autori. In Italia, il club di chi campa solo scrivendo libri – proviamo a ipotizzare – potrebbe stare seduto comodamente in un’aula da meno di 100 posti.    

Il Piccolo di Cremona, 24 dicembre 2025

Il “Terzo Paradiso” abbraccia Kharkiv

Foto di Alessandro Alliaudi, ambasciatore del Terzo Paradiso

C’è stato un abbraccio, simbolico e concreto, tra l’Ucraina e l’Italia all’insegna dell’arte, di cui poco si è parlato e che vale la pena rievocare. Il luogo dove è avvenuto, Kharkiv, è vicino alla linea del fronte: è la seconda città dell’Ucraina (poco più di 1,5 milioni di persone), occupata nelle prime settimane dell’“Operazione speciale” e poi riconquistata dall’esercito ucraino. A ottobre l’Università Beketov di Economia Urbana è stata testimone di un evento artistico ideato da Paolo Naldini, direttore della onlus Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, e il Mean (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), fondato da Riccardo Bonacina, Angelo Moretti, Marianella Sclavi e Marco Bentivogli. Titolo dell’iniziativa: Terzo Paradiso, opera grafico-concettuale che rilegge il simbolo matematico dell’infinito (∞) e inserisce tra i due cerchi (simboli di natura e artificio) un terzo, che rappresenta una rinascita. L’opera è liberamente riproducibile e interpretabile, previa autorizzazione del creatore, Michelangelo Pistoletto.

Gli studenti e i docenti dell’università di Kharkiv, insieme a una delegazione di volontari italiani, hanno realizzato un murale ispirato alla creazione dell’artista sulla parete di un corridoio dal valore simbolico: come scrive Doriano Zurlo, autore per Vita di un articolo sull’evento e referente per la comunicazione del progetto Giubileo in Ucraina, quel corridoio “collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte rimasta illesa”. L’evento si è poi trasformato in una mostra: gli studenti di arte hanno reinterpretato l’opera con materiali, soggetti e sensibilità diverse. Allo stesso tempo, veniva proiettato un video dell’artista – realizzato per l’iniziativa e indirizzato agli studenti ucraini – nel quale Pistoletto ricordava l’importanza della creatività per quella “pace preventiva” che impedisce agli uomini “di mangiare altri uomini”. 

Come ci racconta Doriano Zurlo, testimone diretto, “L’evento è stato molto sentito: ha coinvolto i docenti, il rettore e gli studenti della parte artistica (l’università si occupa di urbanistica anche sul versante estetico). L’opera di Pistoletto è un’opera studiata per essere riprodotta: ce ne sono esempi ad Assisi, New York e in giro per il mondo (alcuni realizzati con la land art)”. Zurlo ci parla poi del coinvolgimento, commovente, degli studenti: “Dell’attenzione di un grande artista si sono sentiti onorati. La sensibilità artistica degli ucraini, del resto, è profonda: alcuni artisti hanno decorato persino i bossoli e le ogive dei proiettili sparati. Gli ucraini possiedono poi una grande forza reattiva: l’università è stata bombardata più volte e, nonostante ciò, la struttura è stata ricostruita immediatamente. C’è un fortissimo senso di dignità e di appartenenza all’Ucraina, in una città, Kharkiv, dove gli abitanti peraltro parlano il russo”.

Il Piccolo di Cremona, 20 dicembre 2025