Come se la cavano i dialetti in Italia? L’intervista a Paolo D’Achille

Il dialetto è morto? Tutto il contrario. Da tempo, i dialetti non godevano di tanta salute: le serie tv come Gomorra, L’amica geniale, Zero Zero Zero, Romanzo Criminale e Suburra, le pagine Wikipedia in genovese, lumbaard, siciliano, gli infiniti gruppi Facebook. La rete, soprattutto, ha fatto molto bene ai dialetti. Ma cosa sono questi benedetti dialetti, da dove arrivano e in che rapporto stanno con l’italiano? E’ giusto recuperarli e, se sì, come? Lo chiediamo al professor Paolo D’Achille (nella foto), uno dei maggiori dialettologi e storici della lingua italiani.


Professore, come mai in Italia ci sono così tanti dialetti?


«Il motivo della presenza di così tanti e differenti dialetti è che sul nostro territorio, ancor prima dell’unificazione linguistica latina, erano stanziate popolazioni di origini molto diverse. La Alpi costituiscono da sempre un confine valicabile, così come gli Appennini; per non parlare, poi, delle lunghe coste, dei fiumi navigabili e del clima favorevole. Dopo la conquista romana, questi popoli hanno accettato come lingua il latino, dandogli però specifici tratti di pronuncia. Queste tendenze sono riemerse con le invasioni barbariche e hanno intrapreso percorsi distinti, seguendo anche le vicende di frammentarietà politica e amministrativa (si pensi ai comuni e alle diocesi). Infine, nei secoli, si è assistito anche una variazione lessicale, che deriva dal tradizionale campanilismo italiano e dalla volontà delle comunità cittadine di differenziarsi tra loro. Bisogna ricordare, poi, che la nostra penisola è attraversata da una frattura linguistica importante, la linea “Rimini-La Spezia”. I dialetti parlati a Nord, rispetto a quelli del Sud, hanno caratteristiche strutturali diverse che li avvicinano più alle altre lingue romanze, come lo spagnolo e il francese».

Non c’è il rischio che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, mettendo in bocca agli italiani un indigesto composto di lingua e dialetto?


«Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano, che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento (più pericoloso degli anglicismi). Il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica».


Il recupero dei dialetti è solo folklore o qualcosa di più serio? E poi: come se la cava l’italiano colloquiale nella convivenza col dialetto?

«In molte fasi della nostra storia, il dialetto è stato visto come un ostacolo all’italianizzazione e le istituzioni scolastiche lo hanno considerato a lungo solo come una fonte d’errore. Oggi, quindi, è giusto che si rivendichi la possibilità di adoperarlo nelle conversazioni, nell’arte o a teatro, perché è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Ma la pretesa di far diventare il dialetto una lingua di cultura e delle leggi sarebbe contro la storia. Sono proprio i parlanti dialettali, del resto, ad aver sempre riconosciuto l’Italiano come lingua tetto (cioè come la lingua di riferimento per gli usi di maggior prestigio, ndr). Ricordiamo che – fatta eccezione per la temporanea dialettofobia scolastica – l’italiano non si è mai imposto con la forza. Certo, qualche volta, la lingua della burocrazia è apparsa lontana dall’uso quotidiano. Ma l’italiano parlato rappresenta un patrimonio ormai condiviso dai più, sviluppatosi proprio dal basso, al quale non dovremmo rinunciare, anche nella convivenza col dialetto».

“L’arte di soffrire – la vita malinconica” di Stefano Scrima

Se nel 1938 Jean Paul Sartre, il filosofo dei bistrot parigini per antonomasia, non avesse dato retta al suo editore, uno dei suoi libri più famosi – “La nausea” – avrebbe avuto un titolo più adatto a un trattato alchemico che non a quello di un romanzo: Melancholia. Ma Gallimard – l’editore – l’ebbe vinta e quel malessere interiore, impasto di noia, insoddisfazione e impotenza, avrebbe assunto una forma ben più concreta, dal sapore un po’ snob, un po’ francese e, certamente, molto parigino: la nausea, appunto. Lo racconta, tra le altre cose, anche Stefano Scrima, nel suo ultimo libro, L’arte di soffrire – La vita malinconica, edito da pochi mesi da Banda Aperta e recentemente presentato dall’autore anche a Cremona, la sua città natale.

Il libro è un saggio sulla malinconia e sulle forme storiche che ha assunto, o meglio sui contorni che le hanno dato alcuni celebri filosofi e scrittori, ma anche musicisti e pittori. Il passaggio senz’altro più interessante è la descrizione della transizione da una concezione della malinconia intesa come risultante dell’umor nero all’idea che si tratti di una specie di termometro o – il gergo filosofico è d’obbligo – di una misura della coscienza dell’esistenza. In altre parole: dall’idea di uno stato di alterazione fisico dovuto all’influenza degli astri (il celebre Saturno contro) a quello di consapevolezza della propria inadeguatezza.

Il merito va soprattutto a Pascal che, vedendo gli uomini percepirsi sempre più piccoli di fronte all’universo, intuisce che la malinconia sia il modo in cui questa condizione si manifesta. Sono semi che matureranno al meglio nella Francia illuminista e porteranno l’eroico Denis Diderot a scriverne così nella sua Enciclopedia: “è il sentimento abituale della nostra imperfezione. È opposta alla gaiezza che nasce dalla contentezza d’animo e degli organi; è più delle volte l’effetto della debolezza dell’animo e degli organi; è anche la debolezza delle idee di una certa perfezione, che non si trova né in se stessi, né negli altri, né negli oggetti del proprio piacere, né della natura”. Una definizione che quasi chiude la questione e supera, in chiarezza, molte delle altre definizioni a venire.

Il libro di Scrima termina con un piccolo Pantheon di artisti malinconici – da Shakespeare a Nick Drake, per intendersi – che il giovane filosofo cremonese correda con una raccolta di sue poesie. Mantenendo la promessa che aveva fatto nelle prime righe del libro: “Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico”.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 2 febbraio 2019

Marino presenta a Cremona il suo libro, “Un marziano a Roma”

Un marziano a Roma”: se a scomodare Flaiano ci avevano già pensato i giornalisti, la posa alla Steve Jobs con cui l’ex sindaco di Roma si fa ritrarre nella copertina del suo nuovo libro è senz’altro una soluzione inedita; con ciò, durante la presentazione del volume, avvenuta nella sala convegni del circolo Filodrammatici di Cremona, Ignazio Marino ha tenuto fede ai panni di outsider della politica cui allude il titolo. Su quei panni, del resto, si è sempre basata la riconoscibilità del personaggio. Nella conversazione col direttore de La Provincia, Vittoriano Zanolli, “il marziano a Roma” (presentato dall’amico e collega Mario Riccio) ha recitato dunque un copione noto: quello che, oltreché la riconoscibilità, a voler essere maliziosi, ha fondato anche la sua fortuna politica. Fortuna che qualche mese fa, come tutti sanno, lo ha abbandonato, costringendolo dopo solo due anni e mezzo a rimettere il mandato affidatogli dai cittadini di Roma. Marino, comunque, alla parte che si è ritagliato, quella di un ragionevole professionista prestato alla politica, sembra crederci. Forse perché, in fondo, appare per quello che è: un chirurgo di fama internazionale animato da buona volontà, buon senso e una certa dose di ambizione politica. E niente di più.

Sono qualità che, nel panorama politico italiano, lo hanno premiato fino a un certo punto. Mancanza di carattere o eccesso di aplomb, capacità professionale sprecata o la scelta caduta su un mestiere sbagliato (quello di sindaco), fatto sta che la situazione che Marino si è trovato ad affrontare, una volta eletto primo cittadino della Capitale, fa venire i brividi: 24 miliardi di debiti, tra cui quelli contratti nell’acquisto dei terreni per la costruzione del Villaggio Olimpico del 1960; la bomba ecologica della discarica di Malagrotta; l’assenteismo selvaggio dei dipendenti Atac, l’azienda municipale dei trasporti (700 ore annue lavorative pro-capite contro le più di mille dei colleghi milanesi dell’Atm); i rapporti clientelari, una burocrazia di 60 mila anime, il calderone del malaffare scoperchiato dall’inchiesta Mafia Capitale. Roma ha costituito dunque la sfida finale di una carriera politica cominciata con le elezioni a senatore del 2006, fino alle primarie del PD, nel 2009, perse contro Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (anche se, dell’esperienza delle primarie, l’ex senatore ha rivendicato con un certo orgoglio il risultato ottenuto di 500 mila voti).

Viene da chiederselo, però, chi l’abbia fatto fare a Ignazio Marino, brillante chirurgo diventato capo di dipartimento della Pittsburgh Transplantation Institute dell’Università di Pittsburgh, di tornare in Italia per darsi alla politica. Un nome della chirurgia che, bisogna dirlo, nel suo campo ha prova di grande professionalità e, in certi casi, di profondo coraggio: per dirne una, nel 2001 effettuò il primo trapianto su un paziente sieropositivo in Italia, sfidando il rischio di contagio e la censura scritta dell’allora ministro della salute Girolamo Sirchia.

Sono molti gli sforzi che Marino si attribuisce nell’ambito dei diritti civili e vanno dalla chiusura dei manicomi criminali, al testamento sul fine vita, al riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali; memorabile, a proposito, resta la trascrizione sui registri de Campidoglio delle unioni celebrate all’estero tra coppie dello stesso sesso; nel libro, tra l’altro, non risparmia di raccontare la reprimenda di Bergoglio su questo punto.

Nel 2013 è arrivata la sfida di Roma, raccolta, vinta e naufragata nel giro di due anni e mezzo. Marino racconta la sua versione e lancia alcune provocazioni. Perché prendere di mira il sindaco di Roma, se le spese di rappresentanza (poi pagate di tasca propria) sono state di 19 mila euro in 28 mesi, mentre quelle dell’ex sindaco di Firenzesi aggirano sui 600 mila euro in un solo anno? O ancora: perché cercare nel Campidoglio l’unico responsabile dello squallido spettacolo del funerale del clan dei Casamonica (su tutti: l’elicottero che sorvola Roma per cospargere la funzione con petali di rose) e non prendersela col ministro degli interni?

La risposta è semplice: perché l’ex coinquilino del Campidoglio, proprio in quanto outsider della politica romana, portatore di valori civici e legalitari, ha costituito un corpo estraneo nella politica della capitale. La sua fede nella legalità dei conti e del bilancio, il piglio aziendalistico nella gestione delle imprese pubbliche e l’apertura a forme di privatizzazione si sono scontrate con blocchi d’interesse consolidati.

E qui viene il tasto dolente: l’impresa cominciata da Marino, a suo giudizio, sarebbe potuta anche andare a buon fine se non fosse stata interrotta da un vero e proprio tradimento; «Ventisei coltellate e un solo mandante», così recita, infatti, il titolo (fin eccessivo) di un capitolo del libro. L’episodio è cronaca degli ultimi mesi: di fronte a un notaio, ventisei consiglieri firmano un atto con cui si impegnano a sciogliere il comune di Roma. Dietro, la lunga mano di Matteo Renzi. Ma ormai, con le elezioni che incombono, per molti è già acqua passata.

Sul futuro prossimo, Marino ha qualche riserva, ma confessa che si impegnerà a contrastare la nuova riforma costituzionale. In tutto ciò, emerge comunque l’amarezza di non essere riusciti a fare di Roma una città maggiormente “europea” nella gestione della cosa pubblica, più vicina per dire alla dinamicissima Milano. Perché è vero: resta mozzafiato lasciarsi alle spalle il Colosseo e percorrere via dei Fori Imperiali (pedonalizzata proprio dall’ex sindaco), magari la sera, quando le luci di Vittorio Storaro dànno il meglio. Ma se la nuova amministrazione non troverà il coraggio di percorrere quella strada che, con tutti i suoi limiti, Ignazio Marino ha saputo indicare, Roma resterà la testimone di un passato folgorante, ma per sempre andato.

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 4 giugno 2016