Stroncare non significa disperare, ma anzi credere nella forza dei libri e della lettura come non mai.
https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/stroncare-per-credere/
Stroncare non significa disperare, ma anzi credere nella forza dei libri e della lettura come non mai.
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I libri sono un classico regalo di Natale, versatile anche per il resto dell’anno. Ma i libri sono anche un business: sapreste quantificarne le dimensioni?
Quanto vale il mercato librario italiano?
L’AIE (Associazione Italiana Editori) dà dei numeri precisi: nel 2024 il settore ha fatturato un totale di 3,234 miliardi di euro. Il grosso delle vendite, pari a 1,735 miliardi di euro, sono dovuti alle vendite dei prodotti generalisti (non destinati cioè a un pubblico specifico) attraverso i più vari canali di vendita: le librerie, i supermercati, le fiere e gli store online (e-book compresi); questo segmento di mercato è detto trade. Un contributo tutt’altro che da sottostimare arriva dall’editoria scolastica: 790 milioni di euro. Segue poi l’editoria professionale, 557 milioni, e quella universitaria, 155 milioni. A completare il quadro ci sono le vendite alle biblioteche (63 milioni) e all’estero (53 milioni). Rispetto al 2023, il fatturato del 2024 è in calo dell’1,4%. Questa traiettoria sembra confermarsi anche per quest’anno: sempre l’AIE, riprendendo i dati del NielsenIQ BookData Panel Market Libri Italia, parla di una contrazione del mercato del 2% sui primi dieci mesi del 2025.
Si scrivono e pubblicano sempre più libri
Se state leggendo queste righe non è così improbabile che nel prossimo conteggio sia incluso anche il vostro, di libro. Nel 2024 sono stati pubblicati 85.872 titoli a stampa; la maggiore concentrazione è nel mercato trade (80%), cui segue il self-publishing (16%) e l’editoria scolastica (4%). A questi numeri, però, vanno aggiunti 37.659 e-book. Per i lettori italiani, l’offerta di libri non è mai stata così ricca: stando all’AIE, il “catalogo vivo” al quale possono attingere è arrivato alla cifra di 1,53 milioni di titoli. Tornando invece al numero di nuove pubblicazioni all’anno, un numero così elevato non deve stupire: già nel 2022, l’ISTAT ne conteggiava 102.987, comprendendo le auto-pubblicazioni. Solo quell’anno, ad aver scritto un libro erano state 17 persone ogni 10mila abitanti. Questo boom di pubblicazioni, però, avviene in un paese dove la lettura non è così popolare: sempre nel 2022 meno del 40% degli italiani con più di 6 anni aveva letto almeno un libro per ragioni non strettamente scolastiche o professionali.
La maggior parte degli italiani è composta da lettori “deboli”
Il dato diventa un po’ più confortante, benché non esaltante, se torniamo al report dell’AIE, in particolare all’Osservatorio AIE sulla lettura: gli italiani tra i 15 e i 74 anni che hanno letto un libro (“anche solo in parte”) sono il 73% della popolazione. Si considerino però due aspetti: nel conteggio è inserito, evidentemente, anche chi è costretto a farlo (dalla scuola alla formazione professionale); e comunque resta quel 27% della popolazione che non solo non legge, ma nemmeno apre un libro. Si ripropone anche qui, peraltro, l’ennesima divisione tra il Nord e il Sud della Penisola: nel Centro Nord ha letto almeno un libro l’anno il 77% della popolazione; nel Sud e nelle Isole si scende al 62%. Tornando ai dati ISTAT del 2022, si può constatare come l’hobby della lettura occupi un posto residuale nelle giornate degli italiani: “Il 17,4% delle persone di 6 anni e più sono lettori “deboli” (leggono al massimo 3 libri in un anno), il 15,4% lettori “medi” (3-11 libri in un anno). Solo il 6,4% sono, infine, lettori “forti” (almeno 12 libri nell’ultimo anno)”.
Una minoranza di titoli domina il mercato
Se è vero che il numero di libri pubblicati ogni anno in Italia è gigantesco, il mercato però ha la forma di un collo di bottiglia che si restringe parecchio. Come fa notare il “Post” – che utilizza i dati dell’AIE, incrociandoli con quelli di vendita certificati dall’istituto GFK – solo 3.254 titoli hanno superato le 2mila copie. In altri termini, arrotondando un po’ le cifre per dare un ordine di grandezza, nel 2024 “oltre 80 degli 85 mila libri pubblicati [avrebbero venduto] meno di 2mila copie”. Se guardiamo ai bestseller, il collo si restringe inesorabilmente: nel 2024 solo tre autori col loro libro hanno superato le 200 mila copie (Aldo Cazzullo, Joël Dicker e Valérie Perrin). Sopra le 100 mila copie sono andati solo 13 titoli (tra quelli citati dal “Post”, gli autori sono bestselleristi ben noti come Donato Carrisi, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, Zerocalcare e Fabio Volo). Quelli che poi vendono tra le 50 e le 100 mila copie sono invece circa 30 autori. In Italia, il club di chi campa solo scrivendo libri – proviamo a ipotizzare – potrebbe stare seduto comodamente in un’aula da meno di 100 posti.
Il Piccolo di Cremona, 24 dicembre 2025
Foto di Alessandro Alliaudi, ambasciatore del Terzo Paradiso
C’è stato un abbraccio, simbolico e concreto, tra l’Ucraina e l’Italia all’insegna dell’arte, di cui poco si è parlato e che vale la pena rievocare. Il luogo dove è avvenuto, Kharkiv, è vicino alla linea del fronte: è la seconda città dell’Ucraina (poco più di 1,5 milioni di persone), occupata nelle prime settimane dell’“Operazione speciale” e poi riconquistata dall’esercito ucraino. A ottobre l’Università Beketov di Economia Urbana è stata testimone di un evento artistico ideato da Paolo Naldini, direttore della onlus Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, e il Mean (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), fondato da Riccardo Bonacina, Angelo Moretti, Marianella Sclavi e Marco Bentivogli. Titolo dell’iniziativa: Terzo Paradiso, opera grafico-concettuale che rilegge il simbolo matematico dell’infinito (∞) e inserisce tra i due cerchi (simboli di natura e artificio) un terzo, che rappresenta una rinascita. L’opera è liberamente riproducibile e interpretabile, previa autorizzazione del creatore, Michelangelo Pistoletto.
Gli studenti e i docenti dell’università di Kharkiv, insieme a una delegazione di volontari italiani, hanno realizzato un murale ispirato alla creazione dell’artista sulla parete di un corridoio dal valore simbolico: come scrive Doriano Zurlo, autore per Vita di un articolo sull’evento e referente per la comunicazione del progetto Giubileo in Ucraina, quel corridoio “collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte rimasta illesa”. L’evento si è poi trasformato in una mostra: gli studenti di arte hanno reinterpretato l’opera con materiali, soggetti e sensibilità diverse. Allo stesso tempo, veniva proiettato un video dell’artista – realizzato per l’iniziativa e indirizzato agli studenti ucraini – nel quale Pistoletto ricordava l’importanza della creatività per quella “pace preventiva” che impedisce agli uomini “di mangiare altri uomini”.
Come ci racconta Doriano Zurlo, testimone diretto, “L’evento è stato molto sentito: ha coinvolto i docenti, il rettore e gli studenti della parte artistica (l’università si occupa di urbanistica anche sul versante estetico). L’opera di Pistoletto è un’opera studiata per essere riprodotta: ce ne sono esempi ad Assisi, New York e in giro per il mondo (alcuni realizzati con la land art)”. Zurlo ci parla poi del coinvolgimento, commovente, degli studenti: “Dell’attenzione di un grande artista si sono sentiti onorati. La sensibilità artistica degli ucraini, del resto, è profonda: alcuni artisti hanno decorato persino i bossoli e le ogive dei proiettili sparati. Gli ucraini possiedono poi una grande forza reattiva: l’università è stata bombardata più volte e, nonostante ciò, la struttura è stata ricostruita immediatamente. C’è un fortissimo senso di dignità e di appartenenza all’Ucraina, in una città, Kharkiv, dove gli abitanti peraltro parlano il russo”.
Il Piccolo di Cremona, 20 dicembre 2025
(Nella foto: una sala allestita con alcuni ritratti di Steve McCurry a Palazzo Pigorini a Parma.)
PARMA – Ma sì che la conoscete: Sharbat Gula era la ragazza (oggi è una donna, ormai) ritratta nella più celebre delle fotografie di Steve McCurry, “Ragazza afgana”, l’immagine di un volto che – incorniciato da un velo rosso sdrucito – incastona lo sguardo intensissimo di due occhi smeraldini. Non poteva mancare la riproduzione di questa fotografia alla mostra “Steve McCurry. Orizzonti lontani”, allestita a Palazzo Pigorini a Parma. L’esposizione, a cura di Biba Giacchetti con il Team Mostre di Orion57, è stata organizzata da Artika (col patrocinio del Comune di Parma) e sarà visitabile sino al 12 aprile dell’anno prossimo.
Oltre al celeberrimo scatto – celebratissima copertina di un National Geographic del giugno 1985 – compaiono altre foto immortali: i monaci cinesi buddisti appesi a testa in giù; un treno, due macchinisti e sullo sfondo il Taj Mahal; le raccoglitrici velate in Yemen; le rovine di Angkor in Cambogia, e molte altre (alla mostra sono dedicati due piani del Palazzo). McCurry è stato un fotografo con una forte predilezione per il sud del mondo, in particolare per l’India e il Sud Est asiatico. Altre foto memorabili, sempre dall’India, ritraggono un muro con delle impronte di mani e la figura di spalle di un bambino che sgattaiola via; il volto di un bambino interamente coperto di pigmenti rossi; un ragazzo, anche lui ricoperto di pigmenti, in questo caso verdi, che si abbandona a braccia aperte, sorretto da una schiera di compagni; il Taj Mahal riflesso nel laghetto prospiciente, con le acque mosse da un uomo alla ricerca di qualcosa. Tanti sono i volti, tra i quali quello di copertina della mostra, appartenente a un anziano mago della tribù musulmana indiana dei Rabari, con una barba arancione tinta di henné.
Nonostante qualche scatto ci risulti meno esotico – le Twin Towers appena abbattute o alcune immagini del post-tsunami del 2011 in Giappone – la mostra parla quasi sempre di mondi che ci sono lontani; perciò, le didascalie e la guida audio (gratuita e scaricabile via QR code) sono uno strumento necessario per comprendere il senso di ciò che si ammira. Se ci si sofferma a guardare, leggere e ad ascoltare, si viene a sapere come il lavoro di McCurry possa essere sia il frutto di un’attesa che dure ore, sia una fugace e fortunosa circostanza. Il compito del fotografo, del resto, non è soltanto scegliere il soggetto e il punto di vista, bensì anche trovarsi nel posto giusto e al momento giusto. Questa condizione proverbiale, nondimeno, va guadagnata con l’esercizio della pazienza e la prontezza. Nel caso dei ritratti, non può mancare inoltre l’intesa tra il soggetto e il fotografo: solo se c’è un contatto emotivo tra loro è possibile fare sì che quelle immagini, pur restando mute, ci parlino.
Il Piccolo di Cremona, 13 dicembre 2025
(Foto di Sofia Terzoni da Pixabay)
Il sindaco di Nagareyama, periferia di Tokyo, in carica dal 2003, ha invertito la tendenza grazie a una politica pro famiglie che ha trasformato un dormitorio in luogo attrattivo.
Se si guardano le proiezioni demografiche dell’ONU, c’è di che impressionarsi: di questo passo, l’Italia potrebbe passare dai poco meno degli attuali 59 milioni di abitanti a poco più di 52 milioni nel 2050; mentre nel 2100 la popolazione potrebbe arrivare a ridursi a 35 milioni (più o meno la popolazione della Penisola a fine Ottocento). Certo, non siamo i soli. Prendiamo il caso del Giappone, che assomiglia all’Italia più di quanto si pensi: non solo l’economia stagna ormai da diversi anni, ma la popolazione nipponica si contrae rapidamente; le previsioni indicano che, dagli attuali 126 milioni, si rischia di arrivare a 105 milioni nel 2050 e a 78 milioni nel 2100. Proprio perché il Paese dell’estremo oriente ci assomiglia tanto, è interessante considerare il caso di una cittadina che è riuscita, sorprendentemente, a invertire il calo del tasso di fertilità.
Una città in Giappone dove il tasso di fertilità è tornato a crescere
Prima di cominciare, prendiamo il manuale Utet di Geografia umana e leggiamo qualche definizione preliminare: per “tasso di fecondità” o “fertilità” si intende il “numero medio annuo dei nati vivi per donna in età feconda (tra i 15 e i 50 anni)”. Quando questo tasso “ha un valore di 2,1, si dice che una popolazione ha raggiunto il livello di sostituzione delle generazioni, quello necessario per consentire a una popolazione di riprodursi senza diminuire di numero”. Quel tasso, in Giappone, è pari a 1,26. Tuttavia, esiste una città, Nagareyama, dove quel tasso – benché ancora lontano dall’agognato 2,1 – è pari a 1,5. La cittadina, del resto, può vantare il più alto tasso di fertilità registrato in Giappone per 6 anni di fila. A menzionare il caso, di recente, è stato anche l’economista Riccardo Trezzi in un intervento sul declino dell’Italia alla Fondazione De Gasperi. Come si è riusciti ad arrivare a questo risultato?
Un dormitorio per pendolari, più che una città per famiglie
Di Nagareyama si è occupata, tra gli altri, anche la sezione CityLab della rivista Bloomberg, che ha pubblicato un articolo di Mia Glass, contenente anche un’intervista al sindaco della città. Nagareyama ha una popolazione di circa 155 mila abitanti ed è inclusa nella prefettura di Tokyo. La maggior parte della popolazione residente lavora proprio nella capitale giapponese, sicché fino a poco tempo fa la loro città è stata considerata un posto dormitorio, popolato quasi soltanto da pendolari. Non certo un luogo particolarmente attrattivo per coppie con la volontà di mettere su famiglia. Anche perché il Giappone, oltre ad avere delle regole sociali piuttosto rigide, non spicca per uguaglianza di genere; al contrario, il numero di ore non pagate lavorate dagli uomini – di fatto, dedicate alla cura della famiglia – è il più basso di tutti i Paesi OCSE: 41 minuti al giorno. Gran parte del peso dell’attività genitoriale, dunque, grava sulle donne.
Stazione – asilo nido: andata e ritorno
Ora: l’aera urbana di Tokyo è tra le più densamente abitate del pianeta, talché uno dei primi problemi da risolvere è proprio quello degli spostamenti. Proprio su questo punto Yoshiharu Izaki, sindaco della città dal 2003, ha cominciato a intervenire: appoggiandosi alle due stazioni dei treni presenti, ha avviato un servizio quotidiano di accompagnamento dei bambini più piccoli verso gli asili. I bambini vengono dunque accompagnati alla stazione ogni mattina e recuperati poi, sempre lì, nel tardo pomeriggio; qualora il genitore dovesse tardare, è possibile anche prenotare per il bambino o la bambina un pasto per la sera. Questo servizio, spiega il sindaco, ha conosciuto un immediato successo: il tasso di natalità è aumentato del 40% in 15 anni; sicché è stato necessario aumentare le dimensioni e il numero degli asili.
Una città su misura per le famiglie con figli
Il risultato è che la città, nel corso degli anni, è diventata non solo richiamo per coppie desiderose di avere una famiglia, ma è stata altresì interessata dall’apertura di attività legate al welfare, come studi medici e dentistici. A rendere ancora più attrattiva la città si aggiunge poi una politica che ha privilegiato gli spazi verdi, sempre nell’intento di rendere la città ancor più a misura di famiglia. Certo, suggerisce un collega, questa misura rende più vivibili questi centri, ma sottrae famiglie ad altri. L’obiezione è condivisibile; e però, va detto che quelle stesse famiglie non farebbero probabilmente lo stesso numero di figli (forse nemmeno uno) nei luoghi d’origine; inoltre, si tratta di politiche che – previa presenza, non scontata, di risorse economiche – possono essere applicate anche in altri luoghi: anche qui da noi, in Italia. Nagareyama rischiava di trasformarsi in una residenza per pendolari verso e da Tokyo. Qui in Lombardia, su scala ridotta, c’è Milano che fa da attrattore, mentre le aree circostanti si trasformano viepiù in dormitori: da Nagareyama siamo meno distanti di quanto si potrebbe credere. Chissà se l’esempio del Giappone arriverà a ispirare anche qualche nostro amministratore locale.
Il Piccolo di Cremona, 29 novembre 2025
Pubblico di seguito un post del linguista (e amico) Daniele Vitali, che ricorda un gigante della glottologia, Luciano Giannelli, da poco scomparso. A Daniele – che ringrazio ancora per avermi concesso di pubblicare qui il suo testo – sarò sempre, infinitamente grato per avermi fatto conoscere Luciano (f.p.).
Nel 2000 andai all’università di Catania per allacciare contatti circa i dialetti gallo-italici di Sicilia. Ricevetti un volume che conteneva un articolo di Luciano Giannelli su analoghe colonie settentrionali in Toscana, di cui l’autore tracciava un profilo “con spirito di servizio” per aiutare i colleghi siciliani a gettar luce sulle proprie realtà grazie a un confronto tra esperienze diverse.
Decisi così di telefonare all’autore, che insegnava dialettologia all’Università di Siena. “Buongiorno Professor Giannelli”, esordii sbagliando tutti gli accenti, perché i nomi di certe misteriose località li avevo visti solo scritti, “ho letto il Suo articolo su Sìllano e Colognòra”. “Ah bene”, rispose lui correggendomi garbatamente, senza quasi che me ne accorgessi, “Sillàno e Cológnora sono due realtà molto interessanti, unitamente a Gombitelli. Ma, come avrà letto, sono anche diverse fra loro, a mio parere”.
Cominciò così una corrispondenza per posta elettronica che, anche se allora nessuno di noi due poteva immaginarlo, sarebbe durata 25 anni: io avevo deciso di registrare a tappeto tutta l’Emilia-Romagna e le aree circostanti, e uno dei miei interessi principali riguardava proprio le realtà di confine; lui si dichiarò subito molto interessato al mio lavoro, poiché aveva sempre ritenuto che, per capire meglio i rapporti tra Italia Settentrionale e Centrale, fosse necessario proprio studiare i dialetti del crinale appenninico che tanto m’incuriosivano. Quanto alle isole linguistiche, oltre a Gombitelli, Colognora e Sillano c’era anche da parlare di Treppio e di Torri, tutti luoghi nei quali mi sarei presto recato col mio amico Roberto Serra, per registrare gli ultimi parlanti (nel caso di Torri c’erano solo vaghi ricordi, ma avrei avuto, molti anni dopo, un clamoroso colpo di fortuna).
Ci appassionammo tanto a quella corrispondenza che decidemmo d’incontrarci di persona: io avevo un milione di domande da fargli, e lui voleva darmi un dischetto (si usavano ancora i floppy disk!) con un suo studio sintattico sulle varietà d’italiano del Veneto e dell’Emilia-Romagna in contrasto con l’italiano parlato in Toscana. Era già arrivato il 2003, e cominciavo ad avere un po’ di esperienza in più: c’incontrammo alla stazione di Firenze ed entrammo nel primo bar del piazzale antistante. Ordinammo due succhi di frutta, decidemmo di darci del tu e cominciammo a scambiare idee e domande: entrambi avevamo diversi misteri da risolvere, e continuammo a parlare finché non ci accorgemmo che avevamo fatto passare l’ora di pranzo e che era ormai pomeriggio inoltrato, e noi eravamo ancora coi nostri due succhi di frutta e coi nostri misteri ma con tante piste di ricerca che un giorno, forse, ci avrebbero portato a una soluzione.
Inutile dire che il nostro scambio proseguì anche negli anni successivi. Io continuavo le ricerche sul campo e lo aggiornavo ad ogni svolta. Lui era interessato a tutto, dalla Lunigiana a Massa con la Garfagnana, da Lucca a Pistoia, a Firenze, Prato e Siena, fino ad Arezzo e ai suoi rapporti con l’Umbria, alle Marche settentrionali. Da giovane aveva battuto in lungo e in largo tutta la Toscana come stavo facendo io con l’Emilia-Romagna: cercava di far luce sull’indebolimento consonantico, che a volte si presentava sotto forma della famosa gorgia di “amiho, ròtha, lupho”, ma nei luoghi più periferici della sua regione assumeva piuttosto le sembianze di una lenizione che lui chiamava “appenninica” e che era la stessa di Roma e del Sud. Mi diceva che secondo lui erano collegate, e che lo erano anche con la sonorizzazione settentrionale di “amìg, ròda, lóv”: sull’argomento aveva pubblicato tanti anni prima, con Leonardo Maria Savoia, due complicatissimi articoli che tanti citavano ma pochi avevano veramente letto (come lui poteva immediatamente riconoscere dal fatto che quelle citazioni affogavano in un mare di luoghi comuni sfatati proprio dal suo lavoro). Io li lessi una, due, tre volte, perché la prosa era difficile, i simboli tantissimi, le conclusioni rivoluzionarie. E intanto lo interpellavo sulle cose che avevano mosso me a fare ricerca, dalla curiosità sulle “cacuminali” di Treppio allo strano assetto di Lizzano in Belvedere e degli altri dialetti dell’alta montagna bolognese, coi loro “amigo, róda, luvo”. Quei luoghi che avevamo ormai visitato varie volte entrambi, cui lui sempre aggiungeva Baragazza dove poi volli assolutamente recarmi anch’io, divennero per me luoghi mitici, con le loro oscure vicende storiche, i loro usi e costumi un po’ strambi come i mascheroni apotropaici in pietra, le loro connessioni linguistiche impreviste dato che ad esempio tra Lizzano e Fiumalbo c’era il Monte Cimone un tempo sempre nevoso e inaccessibile. Io continuavo a interrogarmi, ma l’Appennino tosco-emiliano rimaneva per me una specie di mondo delle fiabe, che esploravo accompagnato discretamente a distanza dal mio amico Luciano, linguista conosciuto e stimato da tutti gli accademici con cui man mano entravo in contatto. “Giannelli ha ragione, come al solito”, mi disse una volta uno di loro.
Luciano mi parlava di tesi di laurea fondamentali custodite presso l’Accademia della Crusca, di ricerche inedite sotto chiave in certi armadi dimenticati di università periferiche, di fenomeni linguistici in arretramento rapidissimo ma documentati fortunosamente da lui e dai suoi colleghi quando io portavo ancora i calzoni corti. E nessuno dei due si stancava mai.
La svolta arrivò quando cominciai a scrivere un testo che doveva inizialmente essere un articolo sui dialetti della Garfagnana e che avrebbe finito per diventare un libro in quattro volumi relativo a tutta l’area di nostro comune interesse. Presi a mandargli il mio lavoro in anteprima, facendo dei pdf perché avevamo computer incompatibili, e ogni volta mi mandava risposte dettagliate e pazienti, con ulteriori piste di approfondimento.
Poi ebbi alcuni anni un po’ turbolenti, e in più la mia scrittura era necessariamente lenta causa gli impegni del lavoro ufficiale e le pubblicazioni di altro tipo (dal dialetto bolognese con Gigén Lîvra alla fonetica del russo con Luciano Canepari), ma lui non pensò mai che, in mancanza di risultati tangibili, sarebbe stato il caso di tirarsi indietro. Anzi, nel 2005 scrisse una bella e spiritosa prefazione alla mia grammatica bolognese (“Questo libro, di cui sto dilazionando la fruizione”), e non mancava mai di inviarmi i suoi libri e articoli.
Nel 2016, poi, lo trovai prontissimo per l’accelerazione finale del mio lavoro glottologico, quando cominciai a mandargli pdf sempre più dettagliati e più lunghi, prima sulla Lunigiana e Firenze e poi su tutto il resto dell’area, allargandomi fino alla Liguria e alle città emiliane di pianura. I suoi commenti si fecero sempre più dettagliati ed entusiasti, prendendo la forma di file di testo (che dovevo convertire, causa la già detta incompatibilità dei nostri computer) i quali iniziavano o finivano con commenti di questo tenore: “Passo di stupore in stupore”, “Sono perfettamente d’accordo col taglio storico ed evolutivo della trattazione”, “Complimenti, come sempre”. Se necessario, ci sentivamo per telefono, anche per ore, dopodiché avevo pagine di appunti da considerare.
Nel 2020 il lavoro era pronto: come ho detto, contava 4 volumi e 1840 pagine, che lui aveva interamente letto e glossato negli anni. Scrisse un’altra prefazione delle sue, creando il personaggio di Giano montanino, che guarda in due direzioni (la Toscana e l’Emilia-Romagna) e trova sempre soluzioni originali nel suo rimanere a cavallo dei monti. Svelò anche un fatto che non conoscevo, ossia che lui stesso aveva concepito un progetto simile al mio, molti anni prima, il quale però non si era mai concretizzato per mancato appoggio economico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’austera istituzione, infatti, riteneva impossibile che un simile lavoro potesse venire realizzato da una persona sola: “L’obiezione del CNR parve e parrebbe non irragionevole. Fatto sta che, ora e qui, un tale lavoro -senza CNR- è stato fatto, in molti anni, da Daniele Vitali, non proprio da solo, date alcune validissime collaborazioni per la raccolta di campo, ma neanche alla direzione di una qualche struttura”.
L’anno successivo si suicidò il mio migliore amico, e io sapevo che da un colpo del genere mi sarei potuto consolare solo andando a fare un ritiro in un posto straordinario che mi rimette a nuovo ogni volta. Il caso vuole che quel luogo prezioso si trovi su una collina della provincia di Siena. Pensai che fosse un’occasione per salutare Luciano, che in vent’anni di amicizia avevo visto di persona una volta sola. “Miasto?”, rispose lui, “non c’è mica bisogno di trovarci alla stazione di Siena per Miasto, perché è nel mio stesso comune! Scendi a Poggibonsi e ti vengo a prendere, poi resti ospite a casa mia per qualche giorno e dopo al tuo ritiro ti ci porto io”. Superato il primo imbarazzo per aver dimostrato al mio Virgilio gorgiante una simile ignoranza in geografia della sua regione, trovai straordinario che il luogo in cui per anni ero andato a meditare e il luogo in cui per ancora più anni avevo mandato un diluvio di pdf fossero l’uno accanto all’altro, nel comune di Casole d’Elsa, che si aggiungeva così alla lista dei miei luoghi mitici in terra d’Etruria.
Accolsi l’invito, e rivedere Luciano, conoscere la sua meravigliosa famiglia con la moglie Mady, la figlia Anna e il nipote Giorgio, fu un momento di sollievo dalle mie ambasce. Mentre pranzavo con loro, e li ascoltavo toscaneggiare in quel modo tanto flagrante quanto naturale, pensai che probabilmente a lui avrebbe fatto la medesima impressione cenare a casa mia a Bologna quando la gente non si era ancora corretta l’eloquio e dunque si poteva ancora sentir parlare di cinni e di rusco, di zavagli e di secchiai. Luciano mi mostrò la stupenda vista di casa sua, indicandomi dove nel dolce paesaggio toscano passavano certe isoglosse di cui mi parlava dopo pranzo, mentre gustavamo insieme i cioccolatini belgi che gli avevo portato.
Miasto come sempre rispose alle mie attese e, anche se la mia commozione per la perdita subita sarebbe rimasta profonda ancora per anni (in effetti fino ad oggi, e probabilmente per sempre), in cinque giorni mi ero tolto un enorme peso di dosso. Venne a riprendermi la figlia Anna e, mentre percorrevamo in auto la strada sterrata fra i boschi per tornare a casa, con mio profondo sbalordimento mi ringraziò per tutto quel che avevo fatto per suo padre: io, che avevo tanto beneficiato di quegli anni di studio e amicizia! “Gli scambi con te gli hanno permesso di continuare gli studi e coltivare i suoi interessi anche una volta andato in pensione, facendogli un gran bene”. Era il colmo, essere ringraziato quando sentivo a mia volta di avere una gratitudine immensa da esprimere!
Passai qualche altro giorno ospite della famiglia Giannelli, che mi portò a vedere tutti i dintorni, e tornai in loco l’anno successivo in occasione di un mio nuovo ritiro a Miasto (meglio ripassare quanto già imparato, il colpo era stato duro). Fu una festa, come l’anno prima, e intanto c’era stata la bella sorpresa di avere un nuovo amico in comune: Federico Pani, bravissimo giornalista pubblicista, mi aveva contattato perché voleva intervistarmi a proposito dei miei quattro volumi, e nel corso del nostro lungo colloquio si era appassionato alla toscanistica. Aveva deciso di conoscere Giannelli, così li misi in contatto e lui lo intervistò. Andò anche a trovarlo, tornando naturalmente a casa entusiasta.
Questa volta io e Luciano parlammo nuovamente di lavoro: il mio “Dialetti emiliani e dialetti toscani” gli aveva dato il destro per diversi ragionamenti sul sistema dei clitici in Emilia e in Toscana, così che lanciò l’idea di un saggio sull’argomento con me e due coautrici. Quel saggio, intitolato “Sintassi periappenninica”, vide la luce, ed entrò a far parte di un grosso volume intitolato “Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari”, una miscellanea di vari autori che Luciano regalò al mondo accademico da lui lasciato nel 2009 col suo pensionamento. Arricchì il volume con propri contributi sulle lingue amerindie, di cui si era occupato in parallelo con le ricerche toscane, e lo pubblicò presso Pendragon di Bologna, il mio storico editore.
Non fu, però, la sua ultima pubblicazione, poiché seguì un volumetto sulla bestemmia in Toscana che uscì con un editore di San Giovanni in Persiceto da me segnalato, e poi il libro “Scritti vagabondi”, coi suoi ultimi inediti che mostravano la varietà degli interessi di questo autore importantissimo, tra i fondatori dell’Atlante Lessicale Toscano, della Rivista Italiana di Dialettologia, del Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena dell’Università di Siena.
Negli ultimi tempi i suoi problemi di salute si erano intensificati. Io continuavo a farmi vivo mandandogli aggiornamenti su uno studio che ho avviato con Lorenzo Ballini circa il confine fra la Toscana e il Lazio, Luciano rispondeva con osservazioni puntuali al materiale che gli inviavo. A un certo punto si è dovuto scusare per la lapidarietà delle risposte, finché il 30 ottobre sono stato avvisato dalla famiglia che il mio amico e mentore non c’era più.
Ho voluto ricordarlo, con tutto l’affetto, la riconoscenza e la stima di cui sono capace.
Ora lascio la parola alla bella intervista che Federico gli aveva fatto nel 2022, ma non senza prima sottolineare che la cosa più bella che ho imparato da Luciano è stata, credo, l’idea che la linguistica si possa e si debba fare anche “con spirito di servizio”.
Daniele Vitali
Accostare l’arte islamica alle opere di Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è sì un atto filologico, ma anche un modo per capirne una cifra artistica fondamentale: proprio ammirando l’arte ornamentale musulmana – che non può rappresentare figure umane e tantomeno la divinità – il geniale incisore olandese confermò l’idea che con la modularità, la ripetizione e la combinazione avrebbe potuto riempire artisticamente ogni spazio. La mostra “M.C. Escher. Tra arte e scienza”, al Mudec di Milano sino all’8 febbraio del 2026, ripercorre questa e altre tappe fondamentali della carriera di Escher. Il contatto con l’arte islamica avvenne per via diretta, soprattutto con le visite, nella Spagna del sud, all’Alhambra di Granada e alla Mezquita di Cordova; sono perciò proposti ai visitatori esempi di decorazioni medievali di area islamica: formelle pavimentali o parietali (e non solo) raffiguranti elaborati intrecci di scritture e disegni geometrici o fitomorfi.
Nelle sale, si esplorano i rapporti dell’incisore con altre due fonti d’ispirazione. La prima è l’Italia, con vedute di Roma, della Costiera amalfitana, dell’Etna, della Calabria, e non solo. Escher filtra questi paesaggi col suo genio grafico da incisore: li trasforma geometrizzandoli, così da intersecare linee e piani, prevalentemente in bianco e nero. Ma il suo interesse non è la sola staticità del paesaggio, bensì il divenire, inteso come trasformazione: la progressiva astrazione mediante la tassellazione (“in geometria, configurazione costituita da poligoni che ricoprano l’intero piano, senza sovrapporsi a due a due”, Treccani.it) permette all’artista di costruire sequenze di immagini raccordate da un procedimento di scomposizione. In questo senso, “Metamorfosi II” (in mostra) è esemplare: da una scacchiera si passa alla veduta del borgo salernitano di Atrani, per poi approdare a figure di animali (pesci e rettili), insetti (delle api e un alveare), geometrie e, di nuovo, una scacchiera.
Ma la sperimentazione di Escher prosegue: la sua arte si lascia ibridare con la sua seconda fonte di ispirazione, ossia gli studi geometrico-matematici; in particolare, quelli derivanti dagli studi sulla cristallografia. La tassellazione ben si attaglia allora a raffigurare alcuni problemi e concetti delle geometrie e della matematica. Tra questi, la mostra approfondisce il tema dell’infinito, che per Escher viene rappresentato con la ripetizione e la riduzione della scala dei moduli a forme sempre più piccole: in altre parole, le sue geometrie modulari vengono riprodotte viepiù rimpicciolite; così l’artista cerca di farci provare, nella vertigine della ripetizione e della trasformazione, la sua percezione dell’infinito.
La mostra è prodotta da 24 ORE Cultura (Gruppo 24 ORE) e promossa dal Comune di Milano-Cultura, col supporto di Turisanda1924 (Alpitour World). Ha visto altresì il patrocinio dell’Ambasciata e Consolato dei Paesi Bassi; l’esposizione, infatti, non sarebbe stata possibile senza la collaborazione del Kunstmuseum Den Haag (che possiede una collezione permanente dell’artista) e della Fondazione M.C. Escher. L’idea generale dell’allestimento è di Judith Kadee; i curatori sono Claudio Bartocci, Paolo Branca, Claudio Salsi.
Federico Pani
Il Piccolo di Cremona, 25 ottobre 2025
(Immagine: Pixabay – Fun4All)
Il “roast” è una cerimonia comica anglosassone che prevede di sbeffeggiare – loro presenti – una o più persone: una forma sui generis di omaggio. Si tratta, tipicamente, di persone celebri o apprezzate dall’uditorio. La presa in giro è altrettanto tipicamente affidata a dei comici. Proprio a loro è concesso “roastare”, cioè “arrostire”, le persone omaggiate. “Roast In Peace” (gioco di parole con R.I.P., “Rest In Peace”), prodotto e disponibile su Prime Video (Amazon Prime), ha come cornice il finto funerale di 4 celebrità, presenti in studio, naturalmente vive e vegete. Lo show è affidato alla “roastmaster” Michela Giraud, mentre i comici – è loro il compito di “arrostire”, con dei necrologi, le celebrities – sono Corrado Nuzzo, Maria Di Biase, Beatrice Arnera, Edoardo Ferrario, Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. I vip in questione sono Selvaggia Lucarelli, Elettra Lamborghini, Roberto Saviano e Francesco Totti.
Lo spettacolo comincia e procede senza grosse sorprese: qualche “arrostito” ride a denti stretti (Lucarelli e Lamborghini); qualcun altro più volentieri (Saviano). Ma nemmeno da parte dei “roastati”, che hanno una specie di diritto di replica, mancano battute puntute: dice Lucarelli: “Volevate seppellirmi con una risata, ma la buca era già occupata dalle vostre carriere”. Saviano, addirittura, li batte a duello con la loro stessa arma, la risata: “Potevo finire in quel girone dell’Inferno dove ogni minuto Rapone ti dice ‘Ho preparato una domanda per te: come stai’? La stessa domanda per l’eternità” (il riferimento è a una domanda fissa di Rapone nel podcast che conduce insieme a Daniele Tinti, “Tintoria”). Infine, Saviano – che allestisce una gag, facendo il verso al proprio, di podcast – conclude dicendo, autoironicamente: “Questa è solo una barzelletta triste, motivo per cui in vita ero spesso solo”; e afferma poi di tornare sulla sua “nuvoletta bilocale”, che alcuni politici destrorsi definiscono “un lussuoso attico con vista sull’Eden”.
Poi, arriva il turno di Francesco Totti; e qui il meccanismo dello spettacolo si inceppa: già nel corso della performance di Nuzzo e Di Biase, l’ex capitano della Roma mostra insofferenza, e per un momento fa esitare il duo. Ferrario, addirittura, si rifiuta di adempiere al suo compito – giacché, spiega, glielo impedisce la fede romanista –; se la cava “roastando” Luciano Spalletti; e, anzi, innalza una preghiera al Capitano. Ma il punto è che Totti sembra ostile all’idea che si possa scherzare malignamente su di lui; o, quantomeno, rifiuta di vestire i panni della docile autoironia: nel caso di due riferimenti ai soldi, reagisce e mette in difficoltà Arnera e Rossi, i più temerari con lui. L’ultimo è Rapone, che si profonde in scuse e prese di distanza dalle battute: la trovata fa sorridere, ma la forza di deterrenza della popolarità di Totti è inequivocabile. E pure un po’ inquietante: vaso di ferro tra vasi di coccio, la star dello sport non lascia sopravvissuti e infierisce sul finale, citando il Marchese del Grillo: “io so’ io…”.
A scanso di equivoci, e parlando di chi scrive: credo di poter essere definibile, giornalisticamente parlando, un vigliacco. Non ho mai affrontato a viso aperto né politici né tantomeno malavitosi: non ne avrei il coraggio. Tantomeno, pur amando le stroncature, quasi mai parlo male di qualcosa, figurarsi di qualcuno. Questo, sì, per mettere le mani avanti; e, dunque, lode ai comici che fanno satira, o almeno ci provano. E però una cosa va fatta notare: l’impossibilità, pur in un contesto protetto, di satireggiare davvero, fino in fondo, senza timore, il potere che incarna una figura popolarissima come Totti. Perché a portare i comici a mostrarsi intimoriti e trattenuti nei confronti di Totti è sicuramente la sua immensa popolarità, ribadita in studio dalla venerazione del pubblico (che ride per qualsiasi cosa dica il Capitano). Ora: non è questo un esempio di autocensura?
Viene spontaneo chiedersi: fare una battuta su un campione di calcio, anche se di cattivo gusto, anche se poco divertente, può a tal punto atterrire un comico (guardate le loro facce per crederci)? E poi: che cosa c’è da temere? Be’, chiaro: l’ira che i fan della star dello sport, specialmente sui social, provochino una famigerata “shit storm” (o, più elegantemente, una “lapidazione collettiva”, copyright Vera Gheno); e che dunque le loro reazioni si traducano in una cattiva reputazione del performer, la qual cosa può deprimere non poco e costare contratti. Già: e che dire quando di mezzo ci si mettono pure gli avvocati? Meglio non pensarci, data l’evidente sproporzione dei mezzi, che spesso sussiste tra chi insulta e chi è insultato. Naturalmente, non è questo il caso: come dice Michela Giraud nei contenuti extra, i partecipanti hanno (evidentemente) firmato una liberatoria. Insomma, il caso di “Roast In Peace” solleva una questione: sino a che punto si è davvero liberi di fare satira sul potere – in tutte le sue forme possibili: anche quello derivante da motivi sportivi o imprenditoriali, ecc. – oggi in Italia?
Federico Pani
Il Piccolo di Cremona, 18 ottobre 2025
Federico II di Svevia è un personaggio storico importante per Cremona. Ma non sempre si parla in modo appropriato. Qualche anno fa il Comune di Parma – ci spiega l’esperto che abbiamo intervistato – ha dovuto correggere un refuso non da poco: una targa dedicata a un inesistente Federico di Svezia (anziché, appunto, di Svevia). Dell’argomento, parliamo con Marco Brando (nella foto), giornalista e divulgatore che ha scritto molto sull’uso e sull’abuso del Medioevo nella cultura di massa. All’imperatore, Brando ha dedicato due libri: “Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa” (Palomar, 2008) e “L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia” (Tessere, 2019).
Ha presentato le sue ricerche anche a Cremona, vero?
“Certo. Durante la presentazione a Cremona del mio primo libro su Federico II, un partecipante intervenne accusandomi di essere filo-imperiale e anti-leghista. Erano i tempi in cui (parliamo del 2010) la Lega Nord di Umberto Bossi invocava un passato mitico, nel quale tutti i comuni del Nord Italia si sarebbero confederati contro il giogo imperiale. Il discorso, per quanto riguarda Cremona, è ben diverso. La città fu acerrima avversaria di Milano che, tra il XII e il XIII secolo, tentò di imporre il proprio predominio nell’area padana. Così, quando nel 1226 fu rinnovato il giuramento della Lega Lombarda – erede della Lega che aveva sconfitto a Legnano (1176) Federico I Barbarossa, nonno di Federico II – la scelta di Cremona fu chiara: insieme a Pavia, Parma, Reggio e Modena, si schierò con gli imperiali. Non stupisce allora che, dopo la vittoria di Federico II a Cortenuova (1237), il Carroccio della Lega Lombarda fu trascinato proprio nelle vie di Cremona; il simbolico bottino fu trainato da un elefante, sul quale era legato Pietro Tiepolo, il podestà di Milano, giustiziato in Puglia tre anni dopo”.
Perché, anche nel passato recente, c’è stata una mitizzazione dell’unità dei comuni nord italiani contro l’Impero svevo?
“In primis durante il Risorgimento, nell’Ottocento, c’è stata la retorica patriottica antiaustriaca (presente tuttora persino nei libri di scuola); del resto, basta pensare che nella versione completa dell’Inno di Mameli compare un riferimento a Legnano. In seguito, in occasione della Prima guerra mondiale, la propaganda antiaustriaca si rinvigorì. Poi è stata la volta della Resistenza, durante la quale i nemici erano tornati a essere, guarda caso, i tedeschi. A tal proposito, nel mio primo libro sul mito di Federico cito il “motivo del conferimento” della medaglia d’oro al Valor militare attribuita al gonfalone di Parma nel 1947: “Fiera delle secolari tradizioni della vittoria sulle orde di Federico Imperatore, le novelle schiere partigiane rinnovavano l’epopea vincendo per la seconda volta i barbari nipoti, oppressori delle libere contrade d’Italia”.
Qui a chi si fa riferimento?
Da un lato, agli occupanti nazisti; dall’altro, all’assedio della città da parte dell’imperatore svevo (1247-48), poi sconfitto dai parmigiani. I quali però, fino a non molto prima (come detto) avevano militato a fianco degli imperiali, per poi passare nella fazione avversa; una mobilità nelle alleanze frequentissima allora. Infine, arriviamo all’epopea leghista tra XX e XXI secolo, ai tempi di Bossi: dal simbolo scelto, Alberto da Giussano (mitica figura mai esistita), alla scelta di Pontida come luogo del raduno annuale, giacché, secondo la tradizione, lì sarebbe avvenuto il famoso giuramento di Pontida del 7 aprile 1167, quello della prima Lega lombarda. Il nemico imperiale venne sostituito da “Roma ladrona”. Scelta curiosa: il papato, e dunque Roma, fu strenuo avversario degli imperiali, nonché alleato dei comuni – guelfi per definizione – della Lega Lombarda”.
Il Piccolo di Cremona, 6 settembre 2025
Marco Brando è autore anche del recente saggio Medi@Evo. L’Età di mezzo nei media italiani, edito da Salerno Editrice.
(nella foto qui sopra, alcune opere esposte all’XNL Piacenza in occasione della mostra Giovanni Fattori 1825-1908. Il genio dei Macchiaioli)
Giovanni Fattori fu il massimo illustratore del Risorgimento militare italiano, nonché l’esponente più noto del movimento dei Macchiaioli. Una mostra a Piacenza celebra i 200 anni dalla nascita del maestro toscano (Livorno, 1925 – Firenze, 1908); a ospitarla sono le sale del Palazzo Ex-Enel, oggi XNL Piacenza, spazio espositivo e di produzione artistica, proprietà della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Il titolo completo della mostra è Giovanni Fattori 1825-1908. Il genio dei Macchiaioli ed è a cura di Fernando Mazzocca, Elisabetta Matteucci e Giorgio Marini. L’esposizione sarà visitabile sino a domenica 29 giugno 2025.
La mostra è suddivisa in due sezioni. La prima è dedicata al Risorgimento: vi compaiono sia delle grandi scene di battaglia, sia degli episodi minori e quotidiani, come gli appelli dei soldati e le letture della corrispondenza. Le grandi scene sono illustrazioni traboccanti di uomini, non di rado dai volti soltanto accennati. Queste masse, alle prese con la paura e la fatica delle battaglie, affrontano con dignità le loro imprese, spesso avvolti in grandi polveroni. Di quadro in quadro, le giubbe blu, piemontesi e francesi, si affollano in circostanze diverse: la truppa in movimento o a riposo; le grandi manovre; gli assalti concitati. Sarà solo una suggestione, ma se si aggiunge la scabra aridità dei paesaggi quasi si intravede già il realismo dei film sulla Guerra di Secessione (del resto, gli anni sono pressappoco gli stessi). Ci sono poi dipinti di soldati e cavalieri solitari, oppure a coppie o in manipoli sparuti. Suggestive sono le raffigurazioni di gruppi di vedette, che si stagliano su paesaggi scarni (un dipinto raffigura un lungo muro bianco) o su interminabili sfondi paesaggistici; sicché l’impressione è quella di una costante attesa. Interessanti sono anche le bozze preparatorie, dove si può ammirare lo studio meticoloso degli addobbi militari e delle pose dei soldati: ad es., gli studi sui soldati a cavallo.
La seconda sezione è dedicata a soggetti vari, non a carattere militare. Compare una serie di ritratti, a cui seguono quei paesaggi con figure per cui Fattori è altrettanto celebre: vi si trovano scampoli della sua Toscana, in particolare della costa e dell’entroterra livornese, ma anche della Maremma, la più brulla delle terre toscane. Spiccano i paesaggi mediterranei e acquitrinosi; i buoi maremmani, con le loro grandi corna, appesantiti dai gioghi; i butteri, sorta di cowboy maremmani, guardiani a cavallo di bestiame (anche qui, guarda caso, torna un po’ il Far West). Nei dipinti di figure umane si estrinseca una predilezione per dei soggetti appartenenti al mondo contadino e rurale, che quasi mai rivolgono lo sguardo agli spettatori; sono spesso raffigurati di spalle, intenti nelle loro attività e ignari dello sguardo nostro e dell’artista. Al fascino dei quadri concorre anche la campitura del colore: una stesura “a macchie”, funzionale a riprodurre le impressioni di uno sguardo, per così dire, annebbiato dalle sensazioni. Del resto, proprio dal modo di dare il colore “a macchia” proveniva l’epiteto – che all’inizio fu di scherno – di “macchiaioli”.
Federico Pani
Il Piccolo di Cremona, 21 giugno 2025