I maestri dell’Impressionismo in mostra a Parma

Proprio mentre la fotografia cominciava a mostrare le sue potenzialità, la pittura europea imboccò una svolta: si lasciò alle spalle i contorni ben definiti e puntò sulle sfumature, valorizzando le impressioni della luce e dei colori. Cominciava a sorgere quella sensibilità che sarebbe maturata appieno con l’Impressionismo, il cui maggiore esponente fu Claude Monet (1840-1926), di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte. Fino al 31 maggio sarà possibile ripercorrere quella storia insieme ad alcuni dei suoi protagonisti: a Palazzo Tarasconi a Parma è stata allestita la mostra 100 anni di riflessi. Gli impressionisti da Monet a Bonnard. Cento è però anche il numero di anni che, indicativamente tra il 1830 e il 1930, videro compiersi la parabola dell’Impressionismo (chiusasi idealmente proprio con la scomparsa di Monet). Negli anni Trenta dell’Ottocento, infatti, nacque in Francia un movimento pittorico, la Scuola di Barbizon, dedita soprattutto a raffigurazioni realistiche di paesaggi. La novità stilistica più rilevante, prodromo dell’Impressionismo, fu l’abbandono dello stile accademico in favore di un contatto più stretto con la realtà; ne derivò il metodo della pittura all’aperto (en plein air) e l’abbandono dei contorni netti.

La mostra si apre proprio con gli artisti della Scuola di Barbizon: Corot, Rousseau, Daubigny, Millet. Colpisce vedere come una congerie apparentemente caotica di pennellate si trasformi in figure realistiche: nuvole bordate di luce, fronde mosse dal vento, luci tremolanti sull’acqua. Tale sensibilità si sarebbe trasmessa anche a Monet. In mostra sono presenti Tempête à Sainte-Adresse(1857 ca.) e Les Pêcheurs de Poissy, a lui attribuito (1882 ca.). Rappresentano due poli della sua attività: la resa ancora naturalistica da un lato e la frammentazione del tratto a vantaggio della resa impressionistica dall’altro. Quest’evoluzione anima la seconda parte della mostra, con opere di Eugène Boudin (maestro di Monet), Alfred Sisley, Paul César Helleu, Johan Barthold Jongkind, Henri Gervex, Giovanni Boldini. Le ultime due opere esposte sono la soglia di un’epoca nuova: una piccola litografia di Van Gogh (Sulla soglia dell’eternità o, anche, Vecchio con la testa tra le mani) e una veduta di Cannet di Pierre Bonnard, in cui i colori mediterranei, poco realisticamente tenui e freddi, dicono più dello stato d’animo del pittore che della realtà davanti agli occhi.

La mostra è curata da Stefano Oliviero, prodotta da Navigare S.r.l. e realizzata col patrocinio della Provincia di Parma. Sobri i cartelli didascalici; una scelta non scontata: data la gloriosa popolarità dell’Impressionismo, la retorica avrebbe potuto abbondare.

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

Quando si parla di clima Cremona è sempre in fondo

(Foto di Joe da Pixabay)

Il Sole 24 Ore ha stilato l’apposita classifica con i dati di 3BMeteo. La città del Torrazzo occupa la 101ª posizione su 107. Negli ultimi 15 anni estati più calde e aria stagnante.

Nella classifica del clima delle città italiane c’era di aspettarsi che Cremona non si trovasse nelle prime posizioni e forse nemmeno sorprende che la città figuri tra le ultime: stando ai dati di 3BMeteo, rielaborati dal «Sole 24 Ore», su un totale di 107 città, Cremona occupa la 101° posizione, davanti ad Asti e dopo Piacenza. Vediamo più da vicino alcuni dati, compresi quelli che ci hanno condotto così in basso alla classifica. La rielaborazione dei dati è a cura di Marco Guerra dell’ufficio studi e analisi del «Sole 24 Ore» e Marina Caporlingua, ed è consultabile sulla piattaforma Lab24.

Il caldo estivo è sempre più insopportabile

Innanzitutto, l’impressione che la città sia sempre più calda è confermata dai dati: negli ultimi 15 anni la temperatura media di Cremona è aumentata di 2,6°C, in linea con le città vicine quali Brescia (+2,7°C), Mantova e Piacenza (+2,8°C). A pesare in questo senso sono certamente le giornate di caldo estremo, caratterizzate da una temperatura massima superiore ai 35°C: si passa da una media di 1,7 nel 2010 agli attuali 19,3. Passano poi da 50 a 74 le cosiddette notti tropicali (temperature notturne superiori ai 20°C). A farsi notare rispetto alla media del nord Italia sono le ondate di calore cremonesi (cioè tre giorni consecutivi con temperature superiori ai 30°C): da 13 a 21, mentre la media del Nord Italia è di 18,5. Le ondate di calore pesano non poco nel portarci in fondo alla classifica, anche perché bisogna aggiungere il basso punteggio totalizzato nel caso di una voce che è un’entità quasi mitologica per i cremonesi: la brezza estiva.

Non ci sono più gli inverni di una volta

Dall’altro lato, è impressionante constatare anche che l’incidenza delle temperature minime è molto diminuita: negli ultimi 15 anni, le giornate con una temperatura percepita inferiore ai 3°C sono passate da 37 a 5. Anche in questo caso, la percezione di inverni più miti è decisamente suffragata dai dati. Ciononostante, le giornate molto fredde hanno ancora un certo peso nel tenere Cremona in fondo alla classifica, dal momento che sono comunque più frequenti nel centro della Pianura Padana che nel resto d’Italia, Nord compreso. Il numero delle gelide giornate padane, insomma, diminuisce, e di parecchio, ma non abbastanza da farci diventare una tiepida meta invernale; anche perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire uno sconvolgimento climatico che nessuno si augura.

L’aria che non circola

Sappiamo che uno dei problemi maggiori di Cremona sta nella scarsa qualità dell’aria. In questo senso, la circolazione dell’aria non aiuta, benché la città non si trovi (come ci si potrebbe aspettare) nelle ultime posizioni: i lassi di tempo di 4 giorni caratterizzati da aria stagnante – vento inferiore ai 5 km/h, nemmeno 1 mm di pioggia e zero nebbia – sono passati da 50 a 83. Ma per contestualizzare questo dato, va precisato che nel calcolo non sono inseriti (come accennato) i giorni di nebbia: in questo caso, conosciamo ben pochi rivali, peraltro tutti localizzati alle nostre stesse latitudini; peggio di noi, infatti, fanno solo Lodi, Alessandria, Pavia, Ferrara e Rovigo. E le precipitazioni? La media dei giorni consecutivi senza pioggia è salita di circa una giornata; a calare è invece l’intensità pluviometrica, cioè la quantità di pioggia caduta in una giornata: 11,6 mm contro gli oltre 14 circa di 15 anni fa. Senza grandi sorprese, Cremona se la cava maluccio con l’umidità relativa, con 195 giorni all’anno fuori dal cosiddetto “comfort climatico” (cioè un’umidità compresa tra il 30 e il 70%).

Difetti e qualche pregio del clima cremonese

Frequenti ondate di calore, pochi agenti mitiganti d’estate, scarsa circolazione dell’aria, presenza non così infrequente della nebbia e qualche giornata ancora piuttosto fredda d’inverno: ecco le ragioni che, messe insieme, paiono rendere il clima di Cremona tra i meno attraenti d’Italia. Pur in una delle valli più fertili d’Europa, la città non gode abbastanza né del sole mediterraneo (che già spostandosi a Mantova splende giusto qualche ora in più), né della mitigazione che offrirebbe la vicinanza di qualche catena montuosa o del mare. Si tratta, comunque, più di una combinazione di fattori che di veri primati. Inoltre, bisogna riconoscere che Cremona vanta comunque una certa tranquillità sotto il profilo delle precipitazioni: sono sufficienti a scongiurare le siccità peggiori e, al tempo stesso, sono meno intense e disastrose che in altre zone d’Italia. Pur essendo una magra consolazione, anche per un aspetto relativo all’aria la città è posizionata bene: da noi, le raffiche di vento forti e pericolose sono una rarità.

Detto ciò, forse si sarà curiosi di sapere chi si posiziona ancora peggio che noi? Nelle ultime posizioni ci sono Caserta, Belluno, Terni e Carbonia (nel sud della Sardegna): tra ondate di calore e venti estremi, lì il clima e il cambiamento climatico picchiano ancora più duro.   

Il Piccolo di Cremona, 14 marzo 2026

La piaga delle frodi online. I casi si moltiplicano

(foto di Mohamed-Ben-Ammar da Pixabay)

Anche Sanremo è diventata l’occasione per parlare di cybersicurezza: Casa Sanremo ha ospitato la Polizia Postale, con la sua campagna di prevenzione contro truffe e frodi online “InsospettABILI: sviluppiamo abilità contro le frodi online” (in collaborazione con Giffoni Film Festival e Generazioni Connesse, e il contributo della Federazione BCC Campania e Calabria e di Fondo Sviluppo). La scelta del canale nazionalpopolare del Festival è un’ulteriore conferma di come le questioni di sicurezza informatica non si limitino agli esperti e agli smanettoni digitali: riguardano tutti.

Link, messaggi sospetti e password poco efficaci

Nemmeno il tempo di dare conto della truffa della ballerina online (sul “Piccolo” del 21 febbraio), e già ne spuntano altre: negli ultimi giorni la Polizia Postale ha segnalato altre due comunicazioni false, riguardanti il mancato pagamento di prenotazioni per le vacanze e il rinnovo della tessera sanitaria. Serve stare all’erta: queste comunicazioni, che servono a derubarci, adottano spesso un tono allarmistico, ingiungendoci di inserire con urgenza le nostre credenziali e password per ripristinare un servizio; o di scaricare documenti, oppure ancora di cliccare su un link per tracciare un pacco, e così via. Sono tutti, questi, casi di phishing, spesso non facilmente smascherabili dalle pur presenti incongruenze tra gli indirizzi del mittente ufficiale e quello criminale (il più delle volte, minime: questioni, spesso, di una sola lettera). Bisogna allora ricordare che le comunicazioni di cambio password avvengono sempre dopo essere entrati nelle proprie pagine personali, non prima. Inoltre, adottarne una sola per tutti i login è un’abitudine rischiosa, che spiana la strada ai criminali. Certo, anche usarne di clamorosamente inefficaci è rischioso: ricordate il caso del Louvre, dove la password della videosorveglianza era… “Louvre”? Pertanto, è utile seguire gli inviti dei fornitori dei servizi, che suggeriscono di cambiare regolarmente le password.

Alcune frodi digitali molto frequenti

Informazioni importanti per riconoscere i malviventi digitali sono messe a disposizione dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn); in particolare, segnaliamo una serie di video  molto utili (nella pagina “E-Academy”) curati da Francesco Buccafurri e Sara Lazzaro dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Tra le frodi online più diffuse ci sono le pagine di pagamento e quelle di e-commerce false, infide perché imitano molto da vicino le originali e, nel caso dell’e-commerce, attraggono gli utenti con promozioni e sconti al limite dell’incredibile. Non mancano poi le app scaricate da fonti non sicure che chiedono di inserire dei dati di pagamento. Ma le truffe passano anche dai QR code, che ci fanno atterrare su pagine fraudolente. Davvero subdoli sono poi i messaggi che arrivano da contatti noti, i cui account sono stati evidentemente compromessi, e che invitano a cliccare su dei link o a inviare somme di denaro. In questi casi, se si sospetta di essere vittime di una frode – a maggior ragione se si sono cliccati quei link o, peggio ancora, sono stati inseriti dati sensibili – è importante usare il prima possibile i canali ufficiali di segnalazione del servizio.

Doppia autenticazione, notifiche e reti pubbliche

Un sistema per rafforzare la sicurezza agli accessi ai servizi informatici sensibili (home banking, cartelle sanitarie, profili fiscali, ecc) è usare il sistema della doppia autenticazione, a cui associare l’invio di notifiche. In primo luogo, dunque, per accedere a un servizio è opportuno usare oltre all’username e alla password, anche un altro dato: in particolare, un codice temporaneo ricevuto via sms o generato da una app, oppure servirsi dell’impronta digitale o del riconoscimento facciale. In secondo luogo, è altrettanto opportuno ricevere delle notifiche di accesso per tenere monitorato l’eventuale utilizzo da parte di malintenzionati. Per fortuna, alcuni servizi già prevedono queste forme di protezione. C’è però anche un altro rischio, spesso sottovalutato, ed è quello delle reti pubbliche: gli esperti di sicurezza informatica diffidano gli utenti dall’usare reti pubbliche (dai wi-fi pubblici a quelli degli hotel), se non con dispositivi appositi (le password di accesso possono essere recuperate facilmente); nel caso che lo si faccia comunque, è importante cancellare le memorizzazioni per il login automatico, onde evitare agganci automatici a quelle o a reti duplicate.

L’IA peggiora la situazione della cybersicurezza

In questo scenario, l’intelligenza artificiale (IA) si presenta purtroppo più come un’ulteriore fattore di rischio che un’opportunità. Lo ha spiegato Ranieri Razzante, docente di Cybercrime e Homeland Security presso l’Università di Perugia, nel corso della trasmissione “24 minuti” di Cremona1 (a cura di Simone Bacchetta). Razzante afferma che, grazie all’IA, gli attacchi dei criminali informatici sono di fatto quasi raddoppiati. Non solo: oggi i programmi di IA permettono di confezionare degli attacchi informatici “fatti in casa” – spiega Razzante – anche soltanto da chi abbia un minimo di dimestichezza col linguaggio di programmazione. E poi, si pensi ai video o agli audio realizzati con l’IA, che possono dare ulteriore credibilità alle già scaltre truffe online.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026

La salita alla Cupola per ammirare gli affreschi di Guercino

Le salita alla cupola del Duomo di Santa Maria Assunta di Piacenza era una pratica che ogni tanto veniva concessa agli studenti d’arte: solo da vicino si possono ammirare i dettagli della maestosa opera del Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666), pittore che invero si era soprattutto formato nell’arte figurativa su tela. Il suo lavoro seguì quello del collega Morazzone, morto prima di aver terminato l’opera. Ne risulta una calotta scandita da otto spicchi (sei realizzati da Guercino, due da Morazzone), ciascuno dei quali ospita un profeta troneggiante. Al di sotto delle lunette segnate dagli spicchi, sempre Guercino dipinse scene bibliche e raffigurò otto sibille. I maestosi affreschi possono essere ancora oggi contemplati da vicino: il sabato e la domenica, e anche gli altri giorni ma solo su prenotazione, è possibile prendere parte alle salite alla Cupola del Guercino. L’iniziativa (che durerà sino al 31 agosto prossimo) è frutto della collaborazione di tre enti: Comune di Piacenza, Banca di Piacenza e Diocesi di Piacenza e Bobbio; le visite, invece, sono a cura della cooperativa piacentina Cooltour.

La salita non è troppo faticosa dal punto di vista fisico, benché si proceda attraverso passaggi talora stretti, compresa la galleria colonnata dalla quale si ammirano gli affreschi. Nel corso della visita, si può apprezzare anche il panorama sulla città, così come i lavori lignei di rifacimento del tetto. Un’eventuale gita a Piacenza potrebbe completarsi con altre due tappe. La prima è al Museo della Cattedrale di Piacenza (“Kronos”), da cui partono le salite alla Cupola: vi si può ammirare, tra le altre cose, il “Libro del maestro” o “Codice 65”, un libro di circa 450 pagine – di fatto, un atlante liturgico e del sapere – realizzato intorno alla metà del XII secolo. Interessanti sono anche le riproduzioni digitali animate delle formelle del Duomo, raffiguranti alcuni dei mestieri più tipici di allora. Inoltre, analogamente a quella del Guercino, sostenuta sempre dagli enti di cui sopra, Cooltour organizza delle salite a un’altra cupola affrescata, cioè quella del Pordenone, sita nella basilica piacentina di Santa Maria di Campagna. Infine, al Museo della Cattedrale, ci fanno sapere, dovrebbe cominciare a breve un nuovo ciclo di salite al campanile di Santa Maria Assunta.

Il Piccolo di Cremona, 28 febbraio 2026

Un thriller ai confini con l’horror: 35 anni del “Silenzio degli innocenti”

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

14 Febbraio 1991: esce nelle sale “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme

Vedere al cinema un thriller ai confini dell’horror fu per molti un modo certamente originale per festeggiare il San Valentino di 35 anni fa: proprio il 14 febbraio del 1991 usciva nelle sale americane “Il silenzio degli innocenti” (“The Silence of the Lambs”). Diretto dal regista Jonathan Demme, il film è tratto da un omonimo romanzo di Thomas Harris, sèguito di “Il delitto della terza luna” (“Red Dragon”), già alla base di un film, ma di scarso successo (“Manhunter”, 1986, di Michael Mann). La storia è nota: la recluta dell’FBI Clarice Starling (Jodie Foster) viene coinvolta nelle indagini su un serial killer (Ted Levine) che uccide e scuoia le sue vittime. Starling ha il compito di convincere a far collaborare al caso uno psichiatra e criminologo da anni chiuso in carcere: è il pluriomicida e cannibale dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) che, pur a carissimo prezzo, mette la polizia sulla buona strada.

Il film si è rivelato fondativo per il suo genere. Sul “Guardian”, Scott Tobias cita le luci di Tak Fujimoto, le musiche di Howard Shore e la scelta registica di adottare il punto di vista di Starling/Foster; donna caparbia, intelligente e attraente, rovescia lo stereotipo della vittima: a dare la caccia all’assassino è lei, pur essendo alle prese con un mondo maschilista e un lavoro raccapricciante. E proprio nei momenti di difficoltà, “mentre brancola, figurativamente e letteralmente, nel buio” (Tobias), sentiamo l’intensa umanità del personaggio. Rimasto impresso nell’immaginario collettivo, pur comparendo nel film per nemmeno 25 minuti, è però soprattutto Hannibal Lecter, con la sua elegante e spietata capacità di analisi, lo sguardo intenso e folle, e la tenuta in camicia di forza e museruola (molto parodiata, proprio perché impressionante).

Sul “Corriere della Sera”, Arianna Ascione ha raccolto alcune curiosità: Hopkins improvvisò durante la scena del primo incontro tra Starling e Lecter; in particolare, lo fece quanto giudica sprezzantemente l’aspetto e l’accento dell’agente, e quando riproduce il sorseggio del Chianti col quale dice di aver accompagnato un pasto a base di carne umana. Si spiega anche così l’autentico spiazzamento di Foster che, come Hopkins, dialogando guarda in camera: una delle idee innovative del regista, spiega il critico Gabriele Niola; che racconta anche che il ruolo di Lecter venne offerto a Sean Connery e rifiutato sdegnosamente. Hopkins, attore perlopiù teatrale, invece, ci si buttò a capofitto, guadagnandosi un meritatissimo Oscar, il quinto dei cinque vinti dal film (miglior film, attrice protagonista, regista e sceneggiatura): la sua recitazione, controllatissima, fece di Hannibal Lecter un archetipo dei serial killer di finzione.

Sia l’assassino ricercato da Starling sia Lecter furono ideati ispirandosi a serial killer reali, soprattutto a Ed Gein, modello anche per il Norman Bates di “Psycho” e per il Leatherface della saga di “Non aprite quella porta”. Sull’omicida interpretato da Ted Levine, soprannominato Buffalo Bill, mostrarono già allora delle rimostranze le associazioni LGBT, in quanto il personaggio dichiara di voler intraprendere un percorso di transizione sessuale. Invece, sempre tra le curiosità (citate da Ascione e Niola), ce ne sono almeno tre che riportiamo volentieri: sul dorso della falena della locandina compare la foto di Philippe Halsman e Salvador Dalí “In Voluptas Mors”; il suono del sorseggio del Chianti (di cui sopra) è stato ispirato a Hopkins da un vecchio film su Dracula; la distribuzione delle videocassette del film sostituì la promozione del film, dato che la casa produttrice (Orion Pictures) non poteva permettersi di allestire le proiezioni.   

Il Piccolo di Cremona, 14 febbraio 2026

Lingue e dialetti in Italia: i nuovi dati dell’Istat

(Foto di RyanMcGuire da Pixabay)

Ragionare di lingue significa sempre ragionare anche sulle persone che le adoperano. Perciò, è doppiamente interessante l’ultimo rapporto Istat sull’“Uso della lingua italiana dei dialetti e delle lingue straniere”.

L’uso esclusivo dell’italiano avanza

Il primo dato interessante è che in un decennio (2014-2024) l’uso esclusivo o prevalente dell’italiano è cresciuto parecchio: dal 40 al 48%. Ciò sorprende perché, nei 20 anni precedenti (grossomodo dagli anni ‘90 al primo decennio del 2000), la quota era rimasta stabile. Si conferma comunque il fatto che l’uso del solo italiano domina soprattutto tra i giovani e giovanissimi: 67,3% tra chi ha tra i 6 e i 24 anni; mentre l’uso esclusivo del dialetto in famiglia ormai riguarda solo il 2,7% per quella fascia d’età. In tal senso – ma anche per spiegare l’accelerazione del fenomeno – possiamo addurre almeno quattro ragioni: 1) l’intenzione dei genitori di facilitare l’apprendimento della lingua (sicché chi cresce in una famiglia coi genitori che parlano tra loro l’italiano lo parlerà nel 96% dei casi); 2) lo scarso prestigio del dialetto, da molti considerato un modo un po’ rozzo di esprimersi; 3) l’azione della scolarizzazione in un’età cruciale per lo sviluppo; 4) la situazione multiculturale nelle scuole, con quote crescenti di studenti di origine straniera.

Il dialetto resta vivo, ma accanto all’italiano

Come se la cava il dialetto? Considerando un arco di tempo più ampio, dal 1988 al 2024, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è progressivamente sceso: dal 32 al 6,9%. Anche questo è un dato significativo, giacché la famiglia è il luogo per eccellenza dove si parla il dialetto. L’uso esclusivo della parlata locale è sceso notevolmente anche nel contesto amicale (dal 26,6 all’8%) e con gli estranei (dal 13,9 al 2,6%). Meglio però non affrettarsi a dichiarare il dialetto in via d’estinzione: il suo uso è ancora diffusissimo nelle famiglie, nel 42% dei casi, benché lo si alterni con l’italiano. Questa coabitazione non deve stupire: oltreché nell’istruzione, la lingua nazionale è presente ovunque, dagli uffici pubblici ai luoghi di lavoro, ed è la lingua sia dei media sia della maggioranza delle opere scritte. Gli italiani allora, quando lo conoscono, continuano volentieri a usare il dialetto; ma non possono fare a meno di affiancargli l’indispensabile conoscenza dell’italiano.

Cresce il numero di parlanti madrelingua stranieri

L’arrivo di un numero crescente di stranieri spiega la quota crescente dell’uso di lingue diverse dall’italiano e dai dialetti in ambito familiare: nel periodo 2014-2024 si è passati dal 6,9 al 7,7%. Che dei genitori stranieri decidano di trasmettere la loro lingua ai figli parlandola in casa è un diritto sacrosanto e, infatti, avviene nel 61,5% dei casi. Inoltre, quasi il 40% dei non madrelingua italiani parla soltanto la propria lingua anche con gli amici; e nel 18% dei casi anche con gli estranei. E però, come si legge nel rapporto dell’Istat, questi comportamenti linguistici (in particolare il secondo) “rappresentano un ostacolo rilevante alla piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono”. Tuttavia, a livello aggregato, l’uso di una lingua straniera in tutti gli ambiti della comunicazione riguarda solo l’1,5% della popolazione. Anche questo dato non va sottovalutato: dal 2006 al 2024 il numero di madrelingua stranieri è passato dal 4,1 al 10,7%; nonostante ciò, in moltissimi casi l’italiano diventa poi una lingua usata sia con gli estranei sia con gli amici. Insomma, almeno in parte l’integrazione linguistica funziona.

Differenze sociali e territoriali

Torniamo ora al rapporto tra l’italiano e i dialetti. Il modo di parlare degli italiani cambia notevolmente in base al livello di studio, alla condizione sociale e alla zona geografica. In famiglia il 20% di chi ha una licenza media o un titolo inferiore parla solo dialetto; la quota scende al 2,7% nel caso dei laureati. Inoltre, l’italiano come sola lingua parlata a casa è molto più frequente tra chi è dirigente, imprenditore e libero professionista (67,9%), piuttosto che tra chi è operaio (43%). Un’altra prevedibile frattura riguarda il Nord e il Sud: nel Nord e nel Centro in famiglia prevale l’italiano esclusivo, che cede però il passo a una combinazione col dialetto in Veneto, nella provincia di Trento e nelle Marche; va detto che la Toscana e il Lazio fanno caso a parte, data la vicinanza tra le parlate locali e l’italiano. Nel Sud, a casa, prevale il dialetto in alternanza con l’italiano, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania. Nondimeno, il ricorso esclusivo all’italiano nel Mezzogiorno è cresciuto molto più rapidamente che altrove: +11,8% in dieci anni.  

Il Piccolo di Cremona, 7 febbraio 2026

Quando tra i dialetti padani non c’erano confini

La storia dei dialetti italiani è affascinante e piena di interrogativi. È difficile sapere quale lingua effettivamente parlassero i nostri avi e anche le classificazioni sono ingarbugliate; per dire: quando finisce un dialetto e ne comincia un altro? Da 25 anni il glottologo Daniele Vitali gira in lungo e in largo l’Emilia e le regioni limitrofe, portando con sé un questionario e un registratore, due ferri del mestiere fondamentali del dialettologo. Tra le sue pubblicazioni – frutto di questo indefesso lavoro teorico e sul campo – compaiono ben 4 volumi dedicati alle interazioni dei dialetti emiliani con le parlate di Liguria, Toscana, Umbria e Marche. Di recente, Vitali è tornato in una zona importante per le sue ricerche: l’area di Casalmaggiore (guarda caso, una zona di confine). Già nel 2003, Vitali aveva studiato il dialetto maggiorino e casalasco, intervistando alcuni parlanti; qualche mese fa ha realizzato delle nuove interviste, interpellando alcuni “informatori” dialettofoni: Giacomo Marchetti (Torricella del Pizzo); Paolo Zani (Casalmaggiore); Claudio Chiesa (Vicobellignano); Argia Gorla e Teresina Benazzi (Gussola). I risultati che sono emersi potrebbero riscrivere un pezzo della storia dialettologica del Nord Italia.

Torniamo ora indietro di molti secoli. Come spiega Vitali, “è probabile esistesse un antico modo di parlare della Pianura padana, nel quale (come accade anche oggi in inglese) si distinguevano le vocali lunghe da quelle brevi”. “In Emilia-Romagna – prosegue – il sistema si è evoluto: in bolognese, ad esempio, la “a” lunga accentata in sillaba aperta latina (sillaba dove la vocale era seguita da una sola consonante) ha assunto un suono simile a quella di una “e” aperta. In Romagna, invece, la medesima vocale ha dato come esito dei dittonghi (cioè due vocali, ndr)”. Questo fenomeno si pensa che abbia avuto origine a Ravenna – già capitale imperiale e poi caposaldo bizantino in Italia – per poi diffondersi nel resto della regione. Tuttavia, la diffusione non si era limitata all’Emilia: “Anche a Viadana avevo avuto modo di ascoltare pronunciare la “a” più simile a una “e” (dunque, una palatalizzazione della vocale). Si poteva pensare fosse un’influenza emiliana; sennonché il fenomeno si riscontra anche a Gussola, fatto strano giacché nel mezzo c’è Casalmaggiore, dove questo fenomeno si verifica in modo residuale. L’influenza emiliana, poi, è difficile da dimostrare: a differenza di Casalmaggiore, Gussola non è direttamente collegata all’Emilia”.

Per cercare di far tornare i conti, Vitali propone allora questa ricostruzione: “Credo che quel modo singolare di pronunciare la “a” come “e” aperta fosse probabilmente l’antico modo di parlare di Casalmaggiore, poi arretrato un po’ dovunque. Quel modo, però, non solo ha lasciato alcuni segni nella parlata maggiorina e viadanese: nel dialetto di Gussola è stato conservato in pieno, sicché oggi lo si considera un segno identitario”. Fin qui, siamo rimasti all’ambito locale; arriviamo perciò ora all’intuizione che porta a estendere il raggio dell’analisi ben oltre: “Non ho la pretesa di avere una riposta definitiva – afferma Vitali – ma è possibile fare un’ipotesi. Partiamo da un dato di fatto: l’avanzamento della “a” (pronunciata più similmente a una “e”) è presente anche in altre province lombarde; in particolare in alcune frazioni della Val Chiavenna (Sondrio) e nel Canton Ticino. È un fenomeno in regressione, va detto, ma si collega a un’altra lingua dell’arco alpino, cioè il romancio”. Questo fenomeno non ha lasciato tracce solo nello spazio, bensì anche nel tempo: “Senza scendere troppo nei dettagli, se ne rilevano delle tracce anche in certi testi della letteratura milanese del Seicento”. Ecco allora che proprio il caso di Gussola è un indizio che porta a formulare un’ipotesi riguardante l’intera area emiliano-lombarda: “Potremmo essere davanti a un importante indizio: ossia che anche in Lombardia fosse cominciato questo fenomeno, che si è sviluppato in Emilia e che in Lombardia invece non ha avuto la medesima fortuna”.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

“Il Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”, la mostra al Museo Diocesano di Cremona

(nella doto, da destra: don Gianluca Gaiardi, Francesco Ceretti e Filippo Piazza)

Nacque a Ferrara intorno al 1466 (la data non è sicura) e lì crebbe. Tuttavia, si sentì sempre cremonese: lo dimostra il fatto che Boccaccio Boccaccino si firmò tale (“cremonensis”) fin dalla sua prima opera; e proprio a Cremona fu attivo per lunghi periodi, soprattutto dal 1506 al 1525, data della sua morte. Di questo e molto altro si è parlato durante la conferenza “Dentro Boccaccino: riflessioni in margine alla mostra”, tenutasi nella Sala Bolognini del Palazzo della Diocesi (area da poco ristrutturata nell’ambito dei lavori legati al Museo Diocesano). A tenere la conferenza sono stati Francesco Ceretti (Università degli Studi di Pavia) e Filippo Piazza (Soprintendenza ABAP Brescia e Bergamo), presentati dal rettore della Cattedrale, don Gianluca Gaiardi. I due studiosi, Ceretti e Piazza, sono altresì i due curatori della mostra allestita al Museo Diocesano di CremonaIl Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”. Visitabile fino all’11 gennaio, accoglie opere di Boccaccino provenienti sia dalla collezione del Museo stesso, sia da altri prestigiosi musei, come gli Uffizi e Capodimonte. Nell’esposizione, compare anche uno degli acquisti più recenti del Museo: un ampio frammento di una pala d’altare, custodita un tempo nella chiesa cremonese di San Pietro al Po; dopo l’acquisto il frammento, peraltro, è stato sottoposto a un importante restauro.

Nella relazione dei curatori sono stati illustrati due aspetti dell’opera di Boccaccino: da un lato la sua biografia artistica, dall’altro il lavoro di interpretazione, attribuzione e restauro delle sue opere. La vita di Boccaccino si svolse prevalentemente nel Nord Italia, tra Cremona, Ferrara e Venezia. Artista conteso dalle corti rinascimentali, si macchiò però dell’assassinio della sua compagna (ci sono dubbi, infatti, che si trattasse della moglie); fu questo il più probabile motivo che lo spinse a riparare a Venezia, dove ebbe modo di confrontarsi con la scuola pittorica veneta, di cui facevano parte artisti come Bellini e Giorgione (a cui si sarebbe poi aggiunto Tiziano). Tra i molti argomenti introdotti dai curatori, le questioni interpretative sono le più avvincenti. Ad esempio, la celeberrima Zingarella (in mostra) non raffigura certamente una gitana: il nome viene dal fatto che così era stata inventariata nel tardo 1600, in ragione degli abiti “alla turca”; l’ipotesi avanzata dai curatori è che potrebbe trattarsi di una Maria Maddalena, viste alcune analogie col modo di raffigurare lo stesso soggetto in quegli anni. Altro caso difficile riguarda il San Matteo (in mostra): data la foggia orientaleggiante degli abiti, nonché una misteriosa figura che fa capolino dallo sfondo, potrebbe trattarsi dell’antico profeta Sofonia.

Come hanno spiegato i curatori, la mostra è stata anche un’occasione per una ricerca approfondita e inedita sull’artista; una ricerca che non finisce qui: alcune delle scoperte sono così recenti da non essere state ancora registrate nel catalogo (lo strumento comunque migliore per orientarsi nel lavoro dietro l’esposizione). Questa mostra, dunque, potrebbe diventare memorabile. In primo luogo, grazie all’ultima acquisizione – operazione da cui è nata l’idea della mostra – il Museo Diocesano è diventato la collezione più ricca di opere di Boccaccio Boccaccino. In secondo luogo, l’evento contribuisce a rinnovare l’interesse per la ricerca sull’artista, sul quale resta ancora parecchio da scoprire.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

“Roast in peace”: quando la satira ha il freno a mano

(Immagine: Pixabay – Fun4All)

Il “roast” è una cerimonia comica anglosassone che prevede di sbeffeggiare – loro presenti – una o più persone: una forma sui generis di omaggio. Si tratta, tipicamente, di persone celebri o apprezzate dall’uditorio. La presa in giro è altrettanto tipicamente affidata a dei comici. Proprio a loro è concesso “roastare”, cioè “arrostire”, le persone omaggiate. “Roast In Peace” (gioco di parole con R.I.P., “Rest In Peace”), prodotto e disponibile su Prime Video (Amazon Prime), ha come cornice il finto funerale di 4 celebrità, presenti in studio, naturalmente vive e vegete. Lo show è affidato alla “roastmaster” Michela Giraud, mentre i comici – è loro il compito di “arrostire”, con dei necrologi, le celebrities – sono Corrado Nuzzo, Maria Di Biase, Beatrice Arnera, Edoardo Ferrario, Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. I vip in questione sono Selvaggia Lucarelli, Elettra Lamborghini, Roberto Saviano e Francesco Totti.

Lo spettacolo comincia e procede senza grosse sorprese: qualche “arrostito” ride a denti stretti (Lucarelli e Lamborghini); qualcun altro più volentieri (Saviano). Ma nemmeno da parte dei “roastati”, che hanno una specie di diritto di replica, mancano battute puntute: dice Lucarelli: “Volevate seppellirmi con una risata, ma la buca era già occupata dalle vostre carriere”. Saviano, addirittura, li batte a duello con la loro stessa arma, la risata: “Potevo finire in quel girone dell’Inferno dove ogni minuto Rapone ti dice ‘Ho preparato una domanda per te: come stai’? La stessa domanda per l’eternità” (il riferimento è a una domanda fissa di Rapone nel podcast che conduce insieme a Daniele Tinti, “Tintoria”). Infine, Saviano – che allestisce una gag, facendo il verso al proprio, di podcast – conclude dicendo, autoironicamente: “Questa è solo una barzelletta triste, motivo per cui in vita ero spesso solo”; e afferma poi di tornare sulla sua “nuvoletta bilocale”, che alcuni politici destrorsi definiscono “un lussuoso attico con vista sull’Eden”.

Poi, arriva il turno di Francesco Totti; e qui il meccanismo dello spettacolo si inceppa: già nel corso della performance di Nuzzo e Di Biase, l’ex capitano della Roma mostra insofferenza, e per un momento fa esitare il duo. Ferrario, addirittura, si rifiuta di adempiere al suo compito – giacché, spiega, glielo impedisce la fede romanista –; se la cava “roastando” Luciano Spalletti; e, anzi, innalza una preghiera al Capitano. Ma il punto è che Totti sembra ostile all’idea che si possa scherzare malignamente su di lui; o, quantomeno, rifiuta di vestire i panni della docile autoironia: nel caso di due riferimenti ai soldi, reagisce e mette in difficoltà Arnera e Rossi, i più temerari con lui. L’ultimo è Rapone, che si profonde in scuse e prese di distanza dalle battute: la trovata fa sorridere, ma la forza di deterrenza della popolarità di Totti è inequivocabile. E pure un po’ inquietante: vaso di ferro tra vasi di coccio, la star dello sport non lascia sopravvissuti e infierisce sul finale, citando il Marchese del Grillo: “io so’ io…”.

A scanso di equivoci, e parlando di chi scrive: credo di poter essere definibile, giornalisticamente parlando, un vigliacco. Non ho mai affrontato a viso aperto né politici né tantomeno malavitosi: non ne avrei il coraggio. Tantomeno, pur amando le stroncature, quasi mai parlo male di qualcosa, figurarsi di qualcuno. Questo, sì, per mettere le mani avanti; e, dunque, lode ai comici che fanno satira, o almeno ci provano. E però una cosa va fatta notare: l’impossibilità, pur in un contesto protetto, di satireggiare davvero, fino in fondo, senza timore, il potere che incarna una figura popolarissima come Totti. Perché a portare i comici a mostrarsi intimoriti e trattenuti nei confronti di Totti è sicuramente la sua immensa popolarità, ribadita in studio dalla venerazione del pubblico (che ride per qualsiasi cosa dica il Capitano). Ora: non è questo un esempio di autocensura?

Viene spontaneo chiedersi: fare una battuta su un campione di calcio, anche se di cattivo gusto, anche se poco divertente, può a tal punto atterrire un comico (guardate le loro facce per crederci)? E poi: che cosa c’è da temere? Be’, chiaro: l’ira che i fan della star dello sport, specialmente sui social, provochino una famigerata “shit storm” (o, più elegantemente, una “lapidazione collettiva”, copyright Vera Gheno); e che dunque le loro reazioni si traducano in una cattiva reputazione del performer, la qual cosa può deprimere non poco e costare contratti. Già: e che dire quando di mezzo ci si mettono pure gli avvocati? Meglio non pensarci, data l’evidente sproporzione dei mezzi, che spesso sussiste tra chi insulta e chi è insultato. Naturalmente, non è questo il caso: come dice Michela Giraud nei contenuti extra, i partecipanti hanno (evidentemente) firmato una liberatoria. Insomma, il caso di “Roast In Peace” solleva una questione: sino a che punto si è davvero liberi di fare satira sul potere – in tutte le sue forme possibili: anche quello derivante da motivi sportivi o imprenditoriali, ecc. – oggi in Italia?  

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 ottobre 2025