Quando tra i dialetti padani non c’erano confini

La storia dei dialetti italiani è affascinante e piena di interrogativi. È difficile sapere quale lingua effettivamente parlassero i nostri avi e anche le classificazioni sono ingarbugliate; per dire: quando finisce un dialetto e ne comincia un altro? Da 25 anni il glottologo Daniele Vitali gira in lungo e in largo l’Emilia e le regioni limitrofe, portando con sé un questionario e un registratore, due ferri del mestiere fondamentali del dialettologo. Tra le sue pubblicazioni – frutto di questo indefesso lavoro teorico e sul campo – compaiono ben 4 volumi dedicati alle interazioni dei dialetti emiliani con le parlate di Liguria, Toscana, Umbria e Marche. Di recente, Vitali è tornato in una zona importante per le sue ricerche: l’area di Casalmaggiore (guarda caso, una zona di confine). Già nel 2003, Vitali aveva studiato il dialetto maggiorino e casalasco, intervistando alcuni parlanti; qualche mese fa ha realizzato delle nuove interviste, interpellando alcuni “informatori” dialettofoni: Giacomo Marchetti (Torricella del Pizzo); Paolo Zani (Casalmaggiore); Claudio Chiesa (Vicobellignano); Argia Gorla e Teresina Benazzi (Gussola). I risultati che sono emersi potrebbero riscrivere un pezzo della storia dialettologica del Nord Italia.

Torniamo ora indietro di molti secoli. Come spiega Vitali, “è probabile esistesse un antico modo di parlare della Pianura padana, nel quale (come accade anche oggi in inglese) si distinguevano le vocali lunghe da quelle brevi”. “In Emilia-Romagna – prosegue – il sistema si è evoluto: in bolognese, ad esempio, la “a” lunga accentata in sillaba aperta latina (sillaba dove la vocale era seguita da una sola consonante) ha assunto un suono simile a quella di una “e” aperta. In Romagna, invece, la medesima vocale ha dato come esito dei dittonghi (cioè due vocali, ndr)”. Questo fenomeno si pensa che abbia avuto origine a Ravenna – già capitale imperiale e poi caposaldo bizantino in Italia – per poi diffondersi nel resto della regione. Tuttavia, la diffusione non si era limitata all’Emilia: “Anche a Viadana avevo avuto modo di ascoltare pronunciare la “a” più simile a una “e” (dunque, una palatalizzazione della vocale). Si poteva pensare fosse un’influenza emiliana; sennonché il fenomeno si riscontra anche a Gussola, fatto strano giacché nel mezzo c’è Casalmaggiore, dove questo fenomeno si verifica in modo residuale. L’influenza emiliana, poi, è difficile da dimostrare: a differenza di Casalmaggiore, Gussola non è direttamente collegata all’Emilia”.

Per cercare di far tornare i conti, Vitali propone allora questa ricostruzione: “Credo che quel modo singolare di pronunciare la “a” come “e” aperta fosse probabilmente l’antico modo di parlare di Casalmaggiore, poi arretrato un po’ dovunque. Quel modo, però, non solo ha lasciato alcuni segni nella parlata maggiorina e viadanese: nel dialetto di Gussola è stato conservato in pieno, sicché oggi lo si considera un segno identitario”. Fin qui, siamo rimasti all’ambito locale; arriviamo perciò ora all’intuizione che porta a estendere il raggio dell’analisi ben oltre: “Non ho la pretesa di avere una riposta definitiva – afferma Vitali – ma è possibile fare un’ipotesi. Partiamo da un dato di fatto: l’avanzamento della “a” (pronunciata più similmente a una “e”) è presente anche in altre province lombarde; in particolare in alcune frazioni della Val Chiavenna (Sondrio) e nel Canton Ticino. È un fenomeno in regressione, va detto, ma si collega a un’altra lingua dell’arco alpino, cioè il romancio”. Questo fenomeno non ha lasciato tracce solo nello spazio, bensì anche nel tempo: “Senza scendere troppo nei dettagli, se ne rilevano delle tracce anche in certi testi della letteratura milanese del Seicento”. Ecco allora che proprio il caso di Gussola è un indizio che porta a formulare un’ipotesi riguardante l’intera area emiliano-lombarda: “Potremmo essere davanti a un importante indizio: ossia che anche in Lombardia fosse cominciato questo fenomeno, che si è sviluppato in Emilia e che in Lombardia invece non ha avuto la medesima fortuna”.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

“Il Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”, la mostra al Museo Diocesano di Cremona

(nella doto, da destra: don Gianluca Gaiardi, Francesco Ceretti e Filippo Piazza)

Nacque a Ferrara intorno al 1466 (la data non è sicura) e lì crebbe. Tuttavia, si sentì sempre cremonese: lo dimostra il fatto che Boccaccio Boccaccino si firmò tale (“cremonensis”) fin dalla sua prima opera; e proprio a Cremona fu attivo per lunghi periodi, soprattutto dal 1506 al 1525, data della sua morte. Di questo e molto altro si è parlato durante la conferenza “Dentro Boccaccino: riflessioni in margine alla mostra”, tenutasi nella Sala Bolognini del Palazzo della Diocesi (area da poco ristrutturata nell’ambito dei lavori legati al Museo Diocesano). A tenere la conferenza sono stati Francesco Ceretti (Università degli Studi di Pavia) e Filippo Piazza (Soprintendenza ABAP Brescia e Bergamo), presentati dal rettore della Cattedrale, don Gianluca Gaiardi. I due studiosi, Ceretti e Piazza, sono altresì i due curatori della mostra allestita al Museo Diocesano di CremonaIl Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”. Visitabile fino all’11 gennaio, accoglie opere di Boccaccino provenienti sia dalla collezione del Museo stesso, sia da altri prestigiosi musei, come gli Uffizi e Capodimonte. Nell’esposizione, compare anche uno degli acquisti più recenti del Museo: un ampio frammento di una pala d’altare, custodita un tempo nella chiesa cremonese di San Pietro al Po; dopo l’acquisto il frammento, peraltro, è stato sottoposto a un importante restauro.

Nella relazione dei curatori sono stati illustrati due aspetti dell’opera di Boccaccino: da un lato la sua biografia artistica, dall’altro il lavoro di interpretazione, attribuzione e restauro delle sue opere. La vita di Boccaccino si svolse prevalentemente nel Nord Italia, tra Cremona, Ferrara e Venezia. Artista conteso dalle corti rinascimentali, si macchiò però dell’assassinio della sua compagna (ci sono dubbi, infatti, che si trattasse della moglie); fu questo il più probabile motivo che lo spinse a riparare a Venezia, dove ebbe modo di confrontarsi con la scuola pittorica veneta, di cui facevano parte artisti come Bellini e Giorgione (a cui si sarebbe poi aggiunto Tiziano). Tra i molti argomenti introdotti dai curatori, le questioni interpretative sono le più avvincenti. Ad esempio, la celeberrima Zingarella (in mostra) non raffigura certamente una gitana: il nome viene dal fatto che così era stata inventariata nel tardo 1600, in ragione degli abiti “alla turca”; l’ipotesi avanzata dai curatori è che potrebbe trattarsi di una Maria Maddalena, viste alcune analogie col modo di raffigurare lo stesso soggetto in quegli anni. Altro caso difficile riguarda il San Matteo (in mostra): data la foggia orientaleggiante degli abiti, nonché una misteriosa figura che fa capolino dallo sfondo, potrebbe trattarsi dell’antico profeta Sofonia.

Come hanno spiegato i curatori, la mostra è stata anche un’occasione per una ricerca approfondita e inedita sull’artista; una ricerca che non finisce qui: alcune delle scoperte sono così recenti da non essere state ancora registrate nel catalogo (lo strumento comunque migliore per orientarsi nel lavoro dietro l’esposizione). Questa mostra, dunque, potrebbe diventare memorabile. In primo luogo, grazie all’ultima acquisizione – operazione da cui è nata l’idea della mostra – il Museo Diocesano è diventato la collezione più ricca di opere di Boccaccio Boccaccino. In secondo luogo, l’evento contribuisce a rinnovare l’interesse per la ricerca sull’artista, sul quale resta ancora parecchio da scoprire.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

“Roast in peace”: quando la satira ha il freno a mano

(Immagine: Pixabay – Fun4All)

Il “roast” è una cerimonia comica anglosassone che prevede di sbeffeggiare – loro presenti – una o più persone: una forma sui generis di omaggio. Si tratta, tipicamente, di persone celebri o apprezzate dall’uditorio. La presa in giro è altrettanto tipicamente affidata a dei comici. Proprio a loro è concesso “roastare”, cioè “arrostire”, le persone omaggiate. “Roast In Peace” (gioco di parole con R.I.P., “Rest In Peace”), prodotto e disponibile su Prime Video (Amazon Prime), ha come cornice il finto funerale di 4 celebrità, presenti in studio, naturalmente vive e vegete. Lo show è affidato alla “roastmaster” Michela Giraud, mentre i comici – è loro il compito di “arrostire”, con dei necrologi, le celebrities – sono Corrado Nuzzo, Maria Di Biase, Beatrice Arnera, Edoardo Ferrario, Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. I vip in questione sono Selvaggia Lucarelli, Elettra Lamborghini, Roberto Saviano e Francesco Totti.

Lo spettacolo comincia e procede senza grosse sorprese: qualche “arrostito” ride a denti stretti (Lucarelli e Lamborghini); qualcun altro più volentieri (Saviano). Ma nemmeno da parte dei “roastati”, che hanno una specie di diritto di replica, mancano battute puntute: dice Lucarelli: “Volevate seppellirmi con una risata, ma la buca era già occupata dalle vostre carriere”. Saviano, addirittura, li batte a duello con la loro stessa arma, la risata: “Potevo finire in quel girone dell’Inferno dove ogni minuto Rapone ti dice ‘Ho preparato una domanda per te: come stai’? La stessa domanda per l’eternità” (il riferimento è a una domanda fissa di Rapone nel podcast che conduce insieme a Daniele Tinti, “Tintoria”). Infine, Saviano – che allestisce una gag, facendo il verso al proprio, di podcast – conclude dicendo, autoironicamente: “Questa è solo una barzelletta triste, motivo per cui in vita ero spesso solo”; e afferma poi di tornare sulla sua “nuvoletta bilocale”, che alcuni politici destrorsi definiscono “un lussuoso attico con vista sull’Eden”.

Poi, arriva il turno di Francesco Totti; e qui il meccanismo dello spettacolo si inceppa: già nel corso della performance di Nuzzo e Di Biase, l’ex capitano della Roma mostra insofferenza, e per un momento fa esitare il duo. Ferrario, addirittura, si rifiuta di adempiere al suo compito – giacché, spiega, glielo impedisce la fede romanista –; se la cava “roastando” Luciano Spalletti; e, anzi, innalza una preghiera al Capitano. Ma il punto è che Totti sembra ostile all’idea che si possa scherzare malignamente su di lui; o, quantomeno, rifiuta di vestire i panni della docile autoironia: nel caso di due riferimenti ai soldi, reagisce e mette in difficoltà Arnera e Rossi, i più temerari con lui. L’ultimo è Rapone, che si profonde in scuse e prese di distanza dalle battute: la trovata fa sorridere, ma la forza di deterrenza della popolarità di Totti è inequivocabile. E pure un po’ inquietante: vaso di ferro tra vasi di coccio, la star dello sport non lascia sopravvissuti e infierisce sul finale, citando il Marchese del Grillo: “io so’ io…”.

A scanso di equivoci, e parlando di chi scrive: credo di poter essere definibile, giornalisticamente parlando, un vigliacco. Non ho mai affrontato a viso aperto né politici né tantomeno malavitosi: non ne avrei il coraggio. Tantomeno, pur amando le stroncature, quasi mai parlo male di qualcosa, figurarsi di qualcuno. Questo, sì, per mettere le mani avanti; e, dunque, lode ai comici che fanno satira, o almeno ci provano. E però una cosa va fatta notare: l’impossibilità, pur in un contesto protetto, di satireggiare davvero, fino in fondo, senza timore, il potere che incarna una figura popolarissima come Totti. Perché a portare i comici a mostrarsi intimoriti e trattenuti nei confronti di Totti è sicuramente la sua immensa popolarità, ribadita in studio dalla venerazione del pubblico (che ride per qualsiasi cosa dica il Capitano). Ora: non è questo un esempio di autocensura?

Viene spontaneo chiedersi: fare una battuta su un campione di calcio, anche se di cattivo gusto, anche se poco divertente, può a tal punto atterrire un comico (guardate le loro facce per crederci)? E poi: che cosa c’è da temere? Be’, chiaro: l’ira che i fan della star dello sport, specialmente sui social, provochino una famigerata “shit storm” (o, più elegantemente, una “lapidazione collettiva”, copyright Vera Gheno); e che dunque le loro reazioni si traducano in una cattiva reputazione del performer, la qual cosa può deprimere non poco e costare contratti. Già: e che dire quando di mezzo ci si mettono pure gli avvocati? Meglio non pensarci, data l’evidente sproporzione dei mezzi, che spesso sussiste tra chi insulta e chi è insultato. Naturalmente, non è questo il caso: come dice Michela Giraud nei contenuti extra, i partecipanti hanno (evidentemente) firmato una liberatoria. Insomma, il caso di “Roast In Peace” solleva una questione: sino a che punto si è davvero liberi di fare satira sul potere – in tutte le sue forme possibili: anche quello derivante da motivi sportivi o imprenditoriali, ecc. – oggi in Italia?  

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 ottobre 2025

@ioedante: l’italiano su Instagram, l’intervista a Valentina Iosco

I social network stanno pian piano sostituendo la televisione ed è normale che si cominci a investire tempo e risorse per realizzare contenuti di qualità. Certo, arrivare a interessare un pubblico di decine di migliaia di persone con la linguistica italiana sembra un’impresa. E invece Valentina Iosco, dottoranda dell’Università per Stranieri di Siena in Linguistica Storica, Linguistica Educativa e Italianistica, con apparente semplicità, ci è riuscita: la sua pagina Instagram @ioedante ha superato i 45mila follower. Ma dietro questa semplicità per l’appunto apparente ci sono un’accurata preparazione e una profonda passione.

Decine di migliaia di follower: c’è chi pagherebbe, anzi lo fa già, per raggiungere cifre del genere; naturalmente, oltre a questo numero, quello che più colpisce è l’interesse dei fruitori di Instagram per la linguistica storica italiana. Quanto è stato difficile arrivare a dimostrare che anche un’alta divulgazione ha il suo spazio sui social network?

All’inizio c’eravamo solo io e Dante. Questo spazio social dantesco è nato a maggio del 2020, quando stavo seguendo il corso di Storia della Lingua Italiana della prof.ssa Giovanna Frosini su Dante e, in particolare, il Purgatorio. Desideravo condividere ciò che mi emozionava durante lo studio nella convinzione che anche molte altre persone potessero così scoprire o, perché no, riscoprire Dante. Fin dall’inizio ho cercato di conciliare serietà e leggerezza. La sfida non è da poco e trovo che si possa riassumere nelle parole del trovatore provenzale Giraut de Bornelh: «io dico che il difficile non è rendere l’opera oscura, ma farla chiara». Avere la quotidiana conferma di come Dante possa arrivare a tutti senza distinzioni sociali e culturali, anche a coloro che non avrebbero mai pensato di appassionarsi a lui, ripaga tutto l’impegno che metto in questo progetto.

Come funziona la preparazione di una story?

Finché non si entra dietro le quinte è difficile immaginare il tempo che richiede la creazione di contenuti sui social, sia scritti sia parlati. In entrambi i casi c’è una fase di raccolta e studio del materiale bibliografico e una di scrittura del testo. Segue la fase di progettazione grafica: organizzo il testo e le illustrazioni delle singole immagini che andranno a comporre il post. Nel caso dei video, mi sistemo in un luogo silenzioso per fare le riprese: di solito, dopo aver montato il video, dedico del tempo all’inserimento dei sottotitoli affinché i contenuti siano accessibili a più persone possibili. Una volta che il contenuto è pronto, scrivo la descrizione che lo accompagnerà, aggiungo gli hashtag e pubblico. Inizia così la fase di post-pubblicazione, quella in cui nasce il confronto con gli altri sotto forma di commenti e messaggi. Mi piace rispondere alle persone che decidono di condividere un loro pensiero e scoprire, attraverso Dante, parte delle loro storie.

Vorrei portare un esempio concreto. Al momento sto portando avanti un progetto di rilettura della Commedia canto per canto, affrontando gli argomenti da più punti di vista: letterario, storico-linguistico e filologico. Per strutturare i contenuti consulto, oltre a saggi e articoli accademici, almeno tre edizioni della Commedia: quella con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi (Mondadori), quella con revisione del testo e commento di Giorgio Inglese (Carocci) e la nuova edizione commentata della Divina Commedia, curata da Enrico Malato per la NECOD (Salerno Editrice). Considerando le fasi descritte sopra, credo che per un contenuto ben fatto siano necessari dai 30 ai 60 minuti.

Che criterio regola la pubblicazione dei contenuti? C’entrano le logiche di visibilità sui social o in fondo è solo una questione di passione?

Mi lascio guidare dalla passione, ma cerco di darle una strada da percorrere. Forse sarebbe meglio dire più strade. Al momento, infatti, nella pagina trova spazio il racconto della Commedia un canto alla volta. Come dicevo, mi piace l’idea di mostrare più piani di lettura oltre a quello narrativo e tengo in particolare alla lingua di Dante. @ioeDante è però anche uno spazio personale perché riflette la mia vita universitaria, gli studi e le esperienze formative che faccio. Ecco perché ai contenuti danteschi si affiancano quelli di storia della lingua italiana, lessicografia ed etimologia. Nel mio percorso di dottorato mi occupo di lingua del cibo redigendo voci per AtLiTeG (Atlante della lingua e dei testi della cultura gastronomica italiana dall’età medievale all’Unità) e uno dei progetti futuri che porterò sui social unirà queste diverse passioni perché sarà dedicato alla scoperta del lessico gastronomico, un viaggio che non potrà non partire da Dante.

Federico Pani

Una versione ridotta dell’intervista è comparsa sul Piccolo di Cremona del 3 dicembre 2022

Le lingue native americane raccontate da Luciano Giannelli

Black Knife, an Apache Warrior – John Mix Stanley, 1846 – Smithsonian American Art Museum, Washington D.C. (Pixabay)

Il Continente americano si sviluppa per migliaia e migliaia di chilometri: tocca il Polo nord e si protende verso le propaggini più settentrionali dell’Antartide. Impossibile, perciò, enumerarne in modo completo i paesaggi, i piatti, i climi, le architetture, e molto altro ancora. All’apparenza, invece, enumerarne le lingue sembra un’impresa più agile: inglese, francese, spagnolo, portoghese e qualche manciata di lingue native. No, non è così: le lingue dei nativi americani sono ben più di una manciata e compongono un mosaico vastissimo e complesso. Per farsene un’idea, la persona giusta a cui rivolgersi è Luciano Giannelli, già professore di glottologia all’Università di Siena, il quale si è a lungo occupato di moltissime questioni linguistiche legate alle parlate delle popolazioni autoctone del continente americano.

Cominciamo da una panoramica, necessariamente cursoria, sulle lingue indigene parlate in America.

Nel continente americano, il numero di lingue parlate è enorme, ma bisogna tenere presente che altrettanto enorme è il numero delle lingue estinte o in via di estinzione, con casi di pochissimi o addirittura singoli parlanti – nonni e nipoti che parlano una lingua magari solo al telefono –. Volendo dare un ordine di grandezza, si tratta di centinaia di parlate; nel solo Messico, sono riconosciute ufficialmente oltre allo spagnolo ben cinquantotto lingue. Le estensioni di alcune di esse sono enormi, soprattutto se si considerano i continua dialettali, aree in cui si succedono lingue simili, ma non uguali: il pensiero va ai dialetti italiani, diversi benché basilarmente simili. A questi continua si affiancano aree estremamente frammentate. Per chiarirsi le idee, è possibile istituire un parallelo con l’Europa: se si considera la Federazione russa, si nota che in un territorio gigantesco si rileva una scarsissima differenziazione interna; viceversa, nella Repubblica del Daghestan, si incontrano decine e decine di lingue non imparentate tra loro e diversissime. Del resto, c’è chi sostiene che la condizione normale, in materia di lingue, sarebbe che ciascuna vallata parlasse la propria lingua: è la formazioni di centri di potere che porta a livellamenti o a imposizioni linguistiche.

Il problema della comparazione e della parentela delle lingue native americane è complicatissimo. Uno studioso come Joseph Greenberg ha cercato di dimostrare che, in sostanza, sarebbero lingue tra loro tutte imparentate; per la verità, l’opinione corrente è proprio il contrario. Certo, un’analisi mediante un metodo storico-comparativo è difficile: sono lingue di attestazione recente o recentissima; le più antiche attestazioni risalgono al XVI secolo. Ora, anche in Europa ci sono situazioni di questo tipo: il rumeno, il lituano e il lettone sono attestate a partire dal XVI secolo. Allo stesso tempo, però, possiamo comparare il greco antico col latino, così come le lingue germaniche con la Bibbia gotica, che risale ai primi secoli della cristianità. Per capirsi, restiamo ancora per un momento in Europa: nel gruppo neolatino è semplice trovare gradi di parentela tra le lingue che lo compongono (l’italiano, il francese, il rumeno, lo spagnolo, il portoghese, eccetera); sono appartenenti alla medesima sottofamiglia, la romanza. Invece, serve uno studio più attento per stabilire la parentela tra il tedesco e l’italiano. Passiamo ora all’America: lì, si ritrova abbastanza bene il livello delle sottofamiglie analoghe a quelle romanze, ossia di quelle lingue che chiaramente sono varianti l’una dell’altra; difficilmente, invece, si trova il livello analogo a quelle delle grandi famiglie linguistiche, come l’indoeuropeo, l’ugrofinnico, l’altaico, le lingue cuscitiche o le lingue semitiche.

Certamente, anche in America si trovano delle famiglie di lingue, come il quechua, diffuso dall’Ecuador all’Argentina, o la lingua cree, diffusa soprattutto in Canada, ma anche negli Stati Uniti. Siamo di fronte, in questi casi, a dei continua dialettali, cioè a delle varietà che vengono riconosciute come lingue. In Perù, ad esempio, nel 1975 venne riconosciuta l’esistenza di ben dieci lingue quechua. Si tratta di lingue tra loro diverse come potrebberlo essere due dialetti italiani. Viceversa, (1) il maya, che occupa un territorio nel sud del Messico, il Guatemala, il Belize – e non solo –, (2) l’algonchino, diffuso nell’area dei grandi laghi del Nord America e (3) lo uto-azteco, che va dall’Arizona fino a buona parte del Messico, ecco: queste tre sono vere e proprie famiglie linguistiche e le differenze reciproche sono quelle che intercorrono tra due lingue come l’italiano e il francese, e forse ancora di più. Vero è che, in un simile contesto, distinguere tra lingue e dialetti non solo è difficile: rischia di essere una questione pressoché irrisolvibile; anche perché sono tutte varietà linguistiche che non possiedono una lingua tetto. O meglio: una lingua tetto ce l’hanno, ma si chiama o spagnolo o portoghese, o inglese o francese, cioè lingue in ogni caso difformi da quelle di cui stiamo trattando. Sia detto, per inciso, che una situazione di questo tipo porta a delle inevitabili tensioni: da una parte, c’è chi crede che distinguere il numero maggiore possibile di lingue sia una forma di guerra alla lingua e all’identità di un Paese; dall’altra parte, c’è chi pensa che non esaltare le differenze sia un’operazione prepotente e scorretta.

Uno dei problemi è che mancano delle varietà standard. In alcuni casi, ci sono casi di autoelezione a una lingua corretta: è il caso del quechua di Cuzco, il cuzqueño, che si pone come lingua esemplare; in altri casi, ci sono scelte fatte a tavolino, come il guaranì scolastico in Paraguay, dove nelle scuole è stato istituito l’obbligo del’insegnamento proprio in guaranì. Ma questo comporta una situazione analoga a quella che dovettero affrontare nell’Ottocento la maggior parte degli studenti italiani – che, dialettofoni, spesso avevano bisogno di un interprete per comprendere quanto diceva l’insegnante –; una situazione, insomma, che mette in discussione questa scelta. In un simile contesto, ci sono lingue in espansione, che sostituiscono altre, come il quechua, sia per ragioni di prestigio (era l’antica lingua dell’impero incaico), sia perché l’uso fu sostenuto a fini di controllo e di evangelizzazione dalle autorità spagnole; lo stesso dicasi, nel contesto lusofono, per il tupì-guaranì, che si è diffuso ben oltre le regioni della costa. Si tratta delle cosiddette lingue generali (lenguas generales o línguas gerais), lingue scelte per essere imparate dai dominatori e per comunicare coi dominati, costretti ad adeguarvisi.

Dal punto di vista morfologico e sintattico, quali sono le differenze più vistose tra le lingue del continente americano e quelle parlate in Europa?

A questa grande varietà di lingue corrisponde una grande varietà tipologica. La specificità delle lingue native americane è una mitologia, alimentata peraltro da linguisti e antropologi di prim’ordine: una certa responsabilità, ad esempio, è di Franz Boas, ma anche di Émile Benveniste, con la sua definizione di “lingue più bizzarre del mondo”. Questa mitologia si spinge fino alle affermazioni contenute nel libro di Benjamin Whorf Linguaggio, pensiero e realtà, nel quale si sostiene una teoria che fece scalpore: gli hopi, che sono una popolazione di lingua uto-azteca dell’Arizona, avrebbero una concezione del mondo completamente diversa dal resto del mondo, non possedendo le nozioni di spazio e di tempo; viceversa, gli stessi hopi sarebbero dotati di capacità superiori alla norma in altri campi, come ad esempio la matematica. Qui Whorf esaspera l’idea di Alexander von Humbolt: il pensiero non solo sarebbe condizionato dal linguaggio: sarebbe addirittura “incatenato alla lingua”. A smentire quanto sostenuto da Whorf sono però comparsi due libri dello studioso tedesco Ekkehart Malotki, i quali dimostrano come nella cultura hopi operino eccome le nozioni di spazio e di tempo.

Quanto detto finora non significa che le differenze tra quelle e le nostre lingue manchino. Nelle lingue americane esistono peraltro alcune differenziazioni rispetto alle nostre che costituiscono, invece, uno dei loro caratteri ricorrenti: una su tutte è la polisintesi, che tipizza molte lingue americane, benché non tutte. Questo fenomeno non ci è sconosciuto: un costrutto banale come te lo porto è un costrutto polisintetico, dal momento che è la forma più rapida per indicare il significato io lo porto a te; ed esattamente come nelle lingue polisintetiche la forma completa è inelegante rispetto all’altra. Però, se per le lingue romanze si tratta di un aspetto della grammatica specifico, per tantissime lingue è un carattere fondativo. Boas attesta una lingua dell’ovest del Canada, lo tsimshian, nel quale questa lunga parola, Tyukligilod’epdaalet, consiste quasi interamente di elementi morfologici, salvo un piccolo verbo, -daal- che significa metter giù. La scomposizione della parola, tenendo conto delle diverse marche morfologiche, è questa: t- marca di terza persona singolare; -yuk- ausiliare ingressivo; -ligi- locativo indeterminato; -lo- moto a luogo verso l’interno; -d’ep- (giù), -daal- (metter giù), -t (lo). Bisogna poi sottolineare un altro aspetto fondamentale: queste lingue sono agglutinanti, nel senso che vige una corrispondenza biunivoca tra il significato e la marca morfologica. È una caratteristica che conosciamo, in via minoritaria, anche noi europei: basta pensare all’ungherese o al turco.

Nelle nostre lingue, quelle di facies indoeuropea, non è così allora?

No, questo non avviene. In italiano, ad esempio, quando diciamo sedia e sedie, sappiamo che è la stessa parola, di genere femminile, flessa al singolare e al plurale. Quello che ci fa dire che sedie sia una parola di genere femminile flessa al plurale è la sola marca –e. Nelle lingue agglutinanti, invece, le marche morfologiche dovrebbero essere due e distinte tra loro: una che indichi il genere femminile e l’altra che indichi il plurale. Il fatto che questo meccanismo funzioni per buona parte delle lingue al mondo fa sì che, da un’analisi molto generale, e sotto questo profilo, siano proprio le nostre lingue a risultare le più strane.   

Un altro esempio, questa volta dalla lingua caquinte, in Ecuador, e riportato nel volume di Kenneth Swift. La parola ir-ametso=meshina-t-apoh-ak-e, che vuol dire finirà che la pelle [di animale] diventerà più tenera; questa parola è composta da diverse marche morfologiche – marca di terza persona maschile, suffissi di aspetto e marca di futuro – le quali ruotano tutte intorno alla parola meshina, che significa l’intenerirsi della pelle; sono le cosiddette parole-frasi. Un caso limite è menzionato nel libro di Bernard Comrie, che riporta la seguente sequenza nella lingua eschimese yupik:  anjarlanjugtuq che esprime la frase vuole acquistare un grosso battello?. Bene, l’unica base lessemica è anja, che significa battello e, nell’espressione, c’è una –n velare che vuol dire comprare. Il punto è che comprare non si dice, nella sua forma estesa, -n, dato che questo è un suono che ha un valore solo sostitutivo; ciò accade perché le lingue eschimesi hanno un doppio lessico: uno normale e uno ridotto che funge da lessico di composizione.

Come postilla, e per completezza, aggiungo però che il consenso sul fatto che queste lingue siano polisintetiche non è universale. Uno studioso come Mark Baker, ad esempio, ritiene che ci si trovi di fronte a queste solo se le lingue sono anche incorporanti.

Che cos’è una lingua incorporante?

Una lingua incorporante è una lingua che tende a inserire il complemento oggetto all’interno di una struttura verbale. Un esempio: in irochese, abbiamo questa frase:

    (I)   Pet wa’hahtu’tane’ohwista’

          Patrizia ha perso il denaro.

La struttura ci appare semplicissima: soggetto, verbo (di terza persona singolare e al passato), articolo e complemento oggetto. Se però si vuole parlare un irochese migliore si deve dire così: Pet wa’hahwistahtu’ta’. Lo stesso wista’ (denaro) si inserisce all’interno, tra la marca del passato e il verbo; la traslitterazione in italiano suonerebbe così: Patrizia ha denaro perso. C’è però una caratteristica delle lingue incorporanti: le marche verbali vanno, da notare bene, intorno all’elemento incorporato. Dato che si tratta di lingue che hanno le marche di persona a sinistra – invece che a destra come le nostre – inseriscono pertanto la marca personale a sinistra, poi l’oggetto e poi il verbo. Recentemente, si è osservato che non si tratta di un carattere straordinario: è stato riconosciuto questo fenomeno anche nel tedesco; come ha fatto notare Janusz Stopyra, infatti, il meccanismo incorporante pertiene alla formazione di alcune parole di quella lingua. Del resto, anche termini a noi molto familiari, come l’inglese babysitter, sono forme di incorporazione – nell’uso inglese si dice, infatti, I babysit him –. Ma si potrebbe citare anche il greco antico: la parola antropofago, ἀνϑρωποϕάγος, è composta dalla parola ἄνϑρωπος, privata della sua morfologia. Si arriva persino all’italiano in costrutti come bere vino o mangiare cioccolata, che sono costrutti incorporanti in quanto perdono la loro morfologia, ma anche vecchie formazioni di derivazione latina come fruttivendolo o pescivendolo.

C’è da immaginarsi che le differenze, per quanto già notevoli, non finiscano qui.

Sì, un altro carattere decisamente rilevante che distanzia le lingue native americane dalle nostre riguarda l’elemento con cui si accorda il verbo. Spesso, la concordanza va espressa sia con il soggetto sia con l’oggetto La cose possono farsi anche più complicate. In quechua (1) rikuwanki significa tu mi vedi, (2) rikuwan, mi vede. La segmentazione dei morfemi è questa: (1) riku (vedere), wa (me), nki (tu); (2) rik (vedere) wa (me) -n (lui). Se si passa a una lingua territorialmente contigua, anche se non imparentata, come l’aymara, le stesse frasi sono injista e imjitu, frasi nelle quali le marche sono transitive, cioè distinte se l’accordo è tra persone diverse, e per il singolare e per il plurale: tra la prima e la seconda, tra la prima e la terza, tra la seconda e la terza, e così via – tutti accordi caratterizzati, peraltro, da particelle diverse tra loro. Si consideri, a tale proposito, il saggio di Estaban Emilio Mosonyi, sulla lingua amazzonica yaruro, nel quale si mostra che il verbo va accordato anche col genere dell’interlocutore, in questo senso: (a) se è un uomo a parlare con una donna, (b) se è una donna a parlare con un uomo, (c) se è una donna a parlare con una donna e (d) se è un uomo a parlare con un uomo.

Anche dal punto di vista fonologico, la varietà è molto ampia: si va dalle lingue con parole lunghissime a lingue monosillabiche, nelle quali la morfologia è affidata al cambiamento di suoni consonantici e vocalici. Ma ciò non deve stupire. Se si pensa alla coppia italiana rompo e ruppi, la differenza è affidata alla u anziché o e alla p lunga anziché alla p breve. È un meccanismo di apofonia largamente diffuso in alcune varietà dialettali dell’italiano; in toscano, il passato remoto di vedere può essere viddi, con l’innalzamento della vocale e il raddoppiamento della consonante. Per completare il quadro, aggiungerei che nelle lingue americane esistono dei suoni che sono sporadici nelle nostre lingue, per quanto non del tutto assenti. Uno di questi suoni è yry, suono presente nel russo, nel polacco e in ucraino; l’altro suono poco comune è la fricativa laterale, che però si trova anche in sardo e in gallese (nel cognome Lloyd, ad esempio).

Tornando per un momento sulla questione tipologica: in queste lingue polisintetiche si può dire allora che attorno a un elemento semanticamente pregnante ruotino delle marche che sono semplici istruzioni grammaticali?

È così. Peraltro, possiamo aggiungere delle osservazioni compiute da James Andrews, che si è occupato dell’azteco del Cinque-Seicento: lo studioso rileva delle incorporazioni anche di avverbiali e di complementi. Ad esempio, nitlatlehuatza è un’espressione che si può così suddividere: ni- sta per io, -tlehuatza per asciugare col fuoco, mentre quel –tla- è un prefisso transitivizzatore; la ragione è che l’azteco non tollera l’uso assoluto dei verbi transitivi; solo che anziché aggiungere un complemento come si farebbe in italiano (anziché mangio, mangio qualcosa), si serve di un prefisso per scaricare la transitività del verbo.

Quanto c’è di simile sotto il profilo dell’incorporazione in due varianti della stesso significato verbale come raccogliere e tirar su?

In questo caso, si tratta di una scelta di lessico che, nel caso di raccogliere, predilige una forma sintetica (un unico verbo), nel caso di tirar su una forma analitica (verbo + avverbio). La classica incorporazione, invece, prevede che l’elemento si inserisca tra la marca morfologica personale a sinistra del verbo e il verbo stesso. Se si sostituisce la marca col pronome, questo discorso vale anche per una frase inglese come I babysit him.

Prima, si citava Humboldt, che parlava dei confini porosi tra le lingue. Nel caso del creolo, questi confini saltano, è corretto?

Il creolo è – per dirla in parole povere – una lingua in bocca a chi quella lingua non l’aveva mai parlata, una lingua dunque che subisce delle forzature e sulla base di queste forzature essa si sviluppa poi di conseguenza. Per capirsi: in papiamentu, il creolo a base spagnola dell’isola di Curaçao, si dice ta traja, che vuol dire lavora; eppure, in spagnolo lavora si dice trabaja. L’espressione in lingua creola è il risultato di una forzatura attraverso una semplificazione di está trabajando. Giusto per fare un esempio d’invenzione, è come se il plurale di fiaschi venisse reso con molto fiasco.

Il creolo più noto in America è quello delle piantagioni, ossia la lingua parlata in quei luoghi non dai nativi, ma dagli africani deportati: a fronte di lingue diverse e casualmente mescolate, affinché ci si intendesse, non si potevano che usare le lingue dei padroni, come lo spagnolo, l’inglese o il francese, benché imparate assemblando brutalmente i segmenti più elementari. Poi, però, proprio su questi elementi si costruiva una lingua: e così ci sono casi come la Repubblica di Haiti, dove coesistono due lingue, entrambi riconosciute come ufficiali, il francese e una lingua creola.

Per la verità, nel continente americano sono due le tipologie di creolo: alla tipologia della piantagione si affianca infatti quella del forte. La tipologia del forte sorgeva nei casi in cui gli europei si insediavano in un forte, intessendo dei rapporti con gli indigeni attorno, i quali imparavano qualche parola delle lingue occidentali, più che altro per ragioni commerciali. Il creolo delle piantagioni, invece, non si dà però per i nativi americani, dal momento che gli indigeni o morivano o si uccidevano se deportati come schiavi (da qui l’importazione degli schiavi dall’Africa). La tipologia del forte invece è ampiamente diffusa, ma nel senso di lingue miste a scopo commerciale: il mobilian jargon, il chinook jargon o il trade navajo. Il caso più curioso è il métis, che deriva da un fatto storico particolare: i cacciatori francesi di pellicce che, nel Settecento, si sposavano con donne cree (di qui la denominazione French Cree). È una lingua davvero notevole, dal momento che dispone di lessico francese sulla base della morfologia cree.

Ci sono anche casi di pesanti interferenze delle lingue dominanti sulle lingue dominate. Giusto per fare un esempio, in quechua wasi vuol dire casa e il diminutivo è wasicha; bene, per le strade del Cuzco si sente dire spesso wasita, con un suffisso derivato direttamente dallo spagnolo; ciò accade, peraltro, anche con la suffissazione sostantivante –ada, corrispondente all’italiano –ata in, ad esempio, grandinata. È interessante mettere a confronto queste forme d’interferenze con quelle che riguardano l’italiano oggi, che in certi casi è davvero infarcito di espressioni inglesi. L’interferenza dell’inglese sull’italiano, va notato, opera soprattutto a livello lessicale e, meno, a livello sintattico. Per quanto riguarda la pronuncia, fatta eccezione per la parola garage, non esiste alcun suono importato da una lingua straniera. Nelle lingue americane, invece, si è andati più avanti: sono stati importati dei suoni dalle lingue dominanti e persino dei suffissi morfologici – in italiano ci sono i prefissi greci, certo, ma sono molto antichi –. In quechua, l’uovo si chiama runtu, e il plurale si forma col suffisso –cuna, dunque uova si dice runtucuna; guarda caso, in alcune varietà boliviane si sente dire runtus per indicare le uova; dunque, si usa un plurale sigmatico che ricalca lo spagnolo. C’è da dire, però, che in alcune varietà dialettali si è verificata una reazione e i parlanti hanno preso a chiamare l’uovo runtus e le uova runtuscuna.

Passiamo al piano della sociolinguistica: quale prestigio hanno le lingue americane e che ruolo hanno dal punto di visto identitario?

Il quadro è vario, sebbene l’egemonia sia quella delle lingue di origine europea. C’è stato un forte movimento di riaffermazione dell’identità indiana, che ha avuto come conseguenza la riaffermazione delle lingue native; tant’è vero che alcune di queste lingue sono diventati coufficiali all’interno di alcuni Stati: ad esempio, in Perù con il quechua, nel quale sono confluite una serie di altre lingue. C’è un caso particolare che è il Paraguay, nel quale il guaranì è una lingua ufficiale: ma è un caso particolare perché lì sono stati gli europei a imparare la lingua nativa, con un esteso bilinguismo. Nei parlanti meno istruiti si assiste a un avvicinamento delle due lingue (l’altra è lo spagnolo), sebbene si tratti di codici molto diversi tra loro. In altri casi, come in Ecuador, il quechua (o quichua, come si dice lì)  è lingua coufficiale. Ma va detto che, spesso, ci si trova di fronte, più che altro, ad affermazioni di principio.

Ad ogni modo, credo si debba ritenere inevitabile una situazione di impoverimento linguistico: quando queste popolazioni entrano in contatto con le comunità di cultura non nativa, le loro lingue tendono a scomparire; è il caso del mapuche, parlato un tempo tra il Cile e Argentina da milioni di persone; ecco, nel giro di sole tre generazioni si è passati dal problema di capire lo spagnolo al problema di maneggiare il mapuche. Lo stesso navajo sta subendo una sorte analoga, nonostante fosse diventato un caso famoso, proprio perché ne era stato imposto l’obbligo scolastico. Ora, però, è facoltativo. Perché? Posso rispondere con un aneddoto: mi è capitato nelle cittadine navajo di vedere ragazzi della high school costretti a studiare navajo, che poi nei fast food fuori da scuola (vestiti, peraltro, come qualsiasi ragazzo americano) parlavano un inglese d’area che un collega del posto mi confermava fosse perfetto. Questo fenomeno, tuttavia, è stato notato in molti posti anche lontani dall’America, come in Galles e in Irlanda. L’idea di voler imporre l’uso di una lingua, insomma, non funziona.

Si assiste, allora, a fenomeni di tendenziale relegamento della lingua ai soli ambiti liturgici. Si pensi al latino in Italia o al copto in Egitto, dove fino al Quattrocento si è dunque continuato a usare una lingua discendente dall’antico Egitto. A tale proposto, si può citare il caso di San Xavier (Arizona), abitata dai Tohono O’odham (un tempo chiamati Papago). Questa comunità fu evangelizzata dal celebre padre gesuita Eusebio Francisco Kino. Per evangelizzare la popolazione, Padre Kino si servì naturalmente della lingua della potenza dominante allora nella zona, ossia lo spagnolo. Di quella scelta resta traccia ancora oggi: pur senza capire nulla di quello che dicono, i fedeli che frequentano la splendida chiesa del paese dicono le loro orazioni in spagnolo; un po’ come accadeva un tempo anche in Italia con le orazioni in latino. Ora, il relegamento di una lingua alla sola funzione liturgica è – va detto – l’ultimo stadio di una lingua che sta morendo; il latino, difatti, è morto proprio quando si è deciso di recitare la messa in volgare. Xavier Albó, padre gesuita, ha dato una definizione calzante (che peraltro credo si possa estendere anche ai dialetti italiani): lingue minorizzate, cioè poste dalle vicende storiche in una condizione di sudditanza e di precarietà.

L’istruzione, da questo punto di vista, è un grande campo di battaglia. Ora, le pubblicazioni di libri sono numerosissime e tantissimi sono anche i convegni dedicati all’argomento. Il Messico, ad esempio, ha un’università specifica per la preparazione riguardane l’insegnamento delle lingue indigene. Va però marcata un differenza di fondo: il concetto d’istruzione tra l’America anglofona e l’America latina. Nel caso dell’America latina, infatti, si parla di istruzione pubblica, similmente a quanto accade in Italia, dove a Sondrio e a Ragusa si fanno tutti le stesse cose. Viceversa, negli Stati Uniti e in Canada c’è una visione privatistica, o comunque comunitaria. Ciò ha consentito a tante popolazioni, anche esigue numericamente, di aprire negli Stati Uniti e in Canada le proprie scuole e di insegnare in lingua nativa. Non bisogna però dimenticare che i tagli all’istruzione spesso colpiscono subito proprio gli insegnamenti in lingua. In America latina, invece, non è tanto una questione di soldi, quanto di diritto politico da conquistare.

Una volta acquisito il diritto, poi, sorgono degli ulteriori, significativi problemi. Innanzitutto, bisogna capire a chi dare il compito di insegnare la lingua. La situazione è simile a quella che ci sarebbe in Italia se ciascuno parlasse il proprio dialetto: ci sarebbero dei problemi di intercomprensibilità già da una città all’altra. Che fare? Servirebbero delle lingue standard sulla quale allineare l’insegnamento e la realizzazione di libri di testo. Ma ciò significherebbe un favore per alcuni e una costrizione per altri. Rendo conto, allora, delle uniche esperienze che, a mio avviso, sono risultate le più efficaci: alcuni popoli indigeni hanno optato per delle esperienza di immersione completa, di full immersion, con delle scuole estive dove si impara la lingua della propria tribù (qualcosa di simile alle nostre “colonie” estive). Resta però il fatto che, se non è così difficile insegnare una lingua a dei ragazzi, bisogna aprire loro degli ambiti d’uso affinché la adoperino. Questa, peraltro, non è nemmeno una questione politica, di destra o di sinistra: anche perché i governi latinoamericani si sono dimostrati quasi tutti sensibili sull’argomento, almeno nella facciata. E però, come dicevo, finora i risultati sono stati abbastanza deludenti.

Del resto, in Sudafrica, durante i tempi dell’apartheid, l’elite anglofona non voleva che i nativi di colore parlassero in inglese, proprio perché si trattava di una lingua che avrebbe dato loro più chance di fare carriera lavorativa e sociale.

Sì, gli inglesi non tolleravano che qualcuno parlasse la loro lingua, e ciò era in linea con la loro ideologia aristocratica. Ma nel contesto nordamericano non è mancata la coercizione, in senso inverso, ossia forzando l’apprendimento dell’inglese – in un contesto, sia detto per inciso, che si è presto definito – per me a torto – democratico, anche in contrasto all’oppressione ispano-americana, che in nome della religione ha fatto strage di popolazioni. Sia nel Canada che negli Stati Uniti, infatti, erano state istituite delle boarding schools, le quali raccoglievano dei bambini indiani requisiti da degli agenti federali (i famigerati agenti del Bureau of Indian Affairs); questi bambini, peraltro, non solo erano rinchiusi in un collegio, ma venivano anche picchiati se colti a parlare una lingua che non fosse l’inglese. Ciò ha traumatizzato soprattutto la generazione degli attuali baby-bomers, in quanto sono stati proprio loro, in passato, a subire questo trattamento. E così, paradossalmente, questa generazione di mezzo è quella che parla peggio la propria lingua madre – i più giovani, invece, parlando con gli anziani, qualcosa hanno imparato –. Costringendoli a imparare l’inglese, si pensava di aiutarli e di farli uscire dalla loro situazione di minorità. Tutto ciò, per fortuna, è cessato a partire dagli anni ’60, grazie al movimento degli indiani inurbati, che decisero di ribellarsi quando arrivarono a scoprire persino dei progetti di sterilizzazione delle donne indiane. Ma, diciamolo, per fortuna queste sono storie che appartengono ormai al passato. Il che non deve comunque assolvere nessuno.

Bibliografia

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Whorf, Benjamin (1970), Linguaggio, pensiero e realtà, Torino, Boringhieri

Dante e il rap, l’intervista a Luca Bellone

Parlare di versatilità per la Commedia dantesca non è retorica, e lo dimostra la straordinaria influenza dei versi del poeta in ambiti apparentemente lontani, come la canzone e il rap. Ne abbiamo parlato con Luca Bellone (nella foto), professore di Linguistica italiana presso l’Università di Torino. Bellone, che nella sua ricerca vanta approfonditi lavori sui linguaggi giovanili, ha condotto uno studio sulla presenza di Dante nella musica rap italiana.

Anticipiamo uno dei risultati del suo studio: Dante è capillarmente presente negli autori rap italiani: come spiega una presenza così forte? Che sia dovuta soprattutto alle reminiscenze scolastiche?

Credo che una delle ragioni stia nell’adattabilità del poema alle diverse modalità della narrazione: dalle più tradizionali, come il romanzo e il racconto, fino alle più moderne, come il fumetto, le serie tv, la canzone e, appunto, anche il rap. La Commedia è riuscita infatti a descrivere un universo di personaggi, di storie e di situazioni che costituisce una materia che può continuamente essere riattivata, reinterpretata e arricchita da nuove sensibilità. Il genere ricorre al testo dantesco in modo consapevole, sia per le storie che racconta, sia per il modo in cui le racconta, un parlare ritmato che pare talvolta ricordare i metri narrativi della poesia italiana, e tra questi, in particolare, proprio la terzina. Inoltre, è senza dubbio il genere più adatto per recuperare e riscrivere gli episodi infernali della Commedia: le storie del rap sono spesso dedicate alla realtà “della strada”, a storie difficili e alle diverse manifestazioni del disagio giovanile proprie delle periferie delle grandi città. Non può essere allora un caso che tutti i riferimenti danteschi siano legati alla sola cantica dell’Inferno. Sin dalle origini, i rapper hanno raccontato questi “inferi” personali, ricorrendo a riferimenti culturali, usati il più delle volte come referenti metaforici; alcuni studiosi chiamano questi referenti culturemi, ossia riferimenti culturali condivisi dagli ascoltatori.

Per spiegare il successo di Dante nel rap non credo però basti la conoscenza del testo per tramite scolastico. Non c’è infatti autore rap, di ieri o di oggi, che non abbia in qualche modo evocato Dante, inserendolo almeno una volta nella sua opera. In questo, il rap radicalizza quanto accade nella canzone d’autore che, pur con qualche eccezione, guarda anch’essa soprattutto all’Inferno. Ma oltre alla ragione tematica ce n’è una stilistica. Si dice che i brani rap non vadano mai a capo, proprio per la natura del loro testo articolato: è in effetti spesso difficile individuare i confini tra le barre (così vengono chiamati i versi nel gergo dell’hip hop); si configurano piuttosto come poemi in prosa. Questo racconto messo in canzone deve dunque usare delle figure di suono come la rima, l’allitterazione e l’anafora, che sono proprie della poesia. Credo che il successo dell’opera dantesca, perciò, arrivi dall’incrocio di ragioni stilistiche e tematiche, a cui certo si somma l’approfondimento scolastico.

Quali sono i canti più citati e gli episodi di rilettura a suo giudizio più notevoli?

Tra i canti più rappresentati – e qui le reminiscenze scolastiche, certo, giocano un qualche ruolo – c’è il primo con la “selva oscura”, e il terzo con la celeberrima iscrizione sulla porta dell’Inferno (Per me si va nella città dolente…); poi troviamo naturalmente il quinto canto, il primo a essere ripreso nel rap grazie a Serenata rap (1994) di Jovanotti e alla celebre coppia di versi “Amor che a nullo amato amar perdona porco cane,/ lo scriverò sui muri e sulle metropolitane”.

Tra i rapper che hanno mostrato più affezione nei confronti di Dante ricordiamo Caparezza e Tedua. Tuttavia, un’attenzione specifica va dedicata a Murubutu e Claver Gold, esponenti del cosiddetto rap didattico o letteratura rap, un filone che ha dei tratti originali: conserva la struttura stilistica e testuale del genere, ma utilizza come fonti dei variegati modelli letterari. Aggiungo a margine un particolare non trascurabile: Murubutu, il cui vero nome è Alessio Mariani, è professore di storia e filosofia nella scuola superiore. Il disco dei due artisti, uscito nel 2020, si chiama Infernum, ed è una riscrittura della cantica, in cui ogni brano riprende e riattualizza un episodio dell’Inferno per descrivere il presente. Ad esempio, nel brano dedicato a Pier delle Vigne – il cui titolo è Pier – non c’è più traccia del notaio presso la corte di Federico II, ma si avverte chiaramente la reminiscenza della sua fine, ossia il suicidio: la canzone racconta infatti di un ragazzino che si è tolto la vota a causa dei ripetuti atti di bullismo che ha subito a scuola; al suo posto, a rappresentarlo, nel cortile dell’istituto, c’è ora un albero di vite, evidente, ulteriore richiamo al nome del protagonista del XIII canto dell’Inferno. Tranne il caso dell’album Inferno del gruppo prog Metamorfosi – ma che andrebbe letto a mio giudizio in modo diverso – mai si era assistito a una simile riscrittura del poema dantesco.

È curioso che altri personaggi letterari comunque presenti nell’immaginario scolastico, come Renzo e Lucia solo per fare un esempio, non abbiano fatto breccia nel genere.

In effetti, la storia di due persone che si vogliono semplicemente sposare può interessare poco; i personaggi che potrebbero ispirare qualche storia nel rap sono, al più, don Rodrigo o la Monaca di Monza. C’è comunque un fatto: parlando di riferimenti letterari, nel rap, c’è praticamente soltanto Dante. Eppure, nel genere le figure letterarie non mancano; ma sono perlopiù figure mitologiche, come l’Ulisse omerico. Un lavoro come quello su Dante sarebbe ben difficile da compiere con qualche altro autore. Uno dei motivi è che questa musica guarda poco alla cultura percepita come alta; i riferimenti del rap sono altri: il cinema, il fumetto, oggi i social, le serie tv e il mondo digitale; nel caso delle giovanissime generazioni, poi, i social e il digitale sono la fonte principale d’ispirazione. La trap si differenzia dal rap proprio per questo: sono testi scritti da autori giovanissimi e costituiscono il primo genere dipendente dal mondo digitale. Non è un caso che i trapper siano diventati famosi all’inizio grazie a YouTube ma, ormai, soprattutto grazie a Tiktok.

Nella tua attività hai avanzato la proposta di usare alcuni testi rap a scopo didattico: in che modo?

Di fronte a un simile repertorio mi è sembrato necessario immaginare possibili sviluppi didattici, soprattutto con i ragazzi che oggi studiano per diventare insegnanti. Del resto, ormai da diversi anni i testi di didattica suggeriscono di ricorrere alla canzone, sebbene a farlo siano soprattutto quelli dedicati all’insegnamento dell’italiano come lingua straniera. È un peccato, perché ci sarebbero delle buone ragioni per farlo anche nell’insegnamento ai madrelingua. Si può innanzitutto fare leva sull’aspetto motivazionale: fare ascoltare un brano musicale in classe può senz’altro essere piacevole. Pur non essendo un esperto di didattica e di pedagogia, posso dire infatti che la canzone tocca aspetti affettivi, sui quali i docenti possono fare leva per migliorare l’apprendimento. Poi, c’è un ruolo sociale, in quanto da tempo la canzone ha molta importanza nella formazione dei giovani. Infine, c’è una ragione letteraria. Esiste un repertorio retorico ed espressivo che avvicina una certa canzone alla tradizione letteraria, pur con le debite distinzioni del caso. Oltre che come fenomeno culturale, la canzone può essere studiata quindi come oggetto paraletterario dal punto di visto di vista stilistico: penso alle figure retoriche, di senso, di suono, e non solo, che si possono fare scoprire in modo induttivo. Si comincia da lì, insomma, per arrivare alla letteratura, sfruttando le conoscenze inconsce e le competenze pregresse, affinché poi il docente le riprenda e le razionalizzi per fini didattici.

Aggiungo un episodio che mostra come questo approccio potrebbe essere proficuo. A novembre del 2021, abbiamo organizzato un incontro con le scuole legato alla didattica e al rap. Avevamo preventivamente somministrato un questionario a circa un migliaio di ragazzi delle scuole di Torino per capire in che modo interagissero e riflettessero sui testi delle canzoni; questi dati sono stati poi incrociati con le loro abitudini di consumo musicale. Alla fine del questionario, compariva un test nel quale gli studenti erano chiamati a riconoscere delle figure retoriche in alcuni testi letterari. Quel che è emerso è che i ragazzi che ascoltano prevalentemente rap hanno sviluppato un’attenzione e una sensibilità particolare verso quei fenomeni linguistici condivisi tra canzone e letteratura. Sono peraltro anche i ragazzi più interessati a saperne di più, a cominciare dal voler conoscere i nomi delle figure retoriche; ma, ad esempio, sono interessati a ragionare anche sul perché alcuni fenomeni danno piacere all’orecchio. Il senso dell’operazione è che il docente possa sfruttare questa sensibilità: dopo aver fatto scoprire alcune figure retoriche tratte da brani rap (ma non solo), può traslare allora l’attenzione verso i componimenti letterari tradizionali. In questo modo, si troverebbero intrecciate la motivazione, la continuità e il ricorso alle tecniche d’apprendimento induttive.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 9 luglio 2022