L’Emojitaliano, l’intervista a Francesca Chiusaroli

Vi immaginate un testo, magari un classico della letteratura, scritto solo con le faccine dei messaggi, gli emoji? Bene, questo testo esiste: è Pinocchio in Emojitaliano (Apice libri, 2017), traduzione in pittogrammi digitali del capolavoro di Collodi. Il libro è stato scritto dalla professoressa di Glottologia e Linguistica dell’Università di Macerata, Francesca Chiusaroli (nella foto), insieme a Johanna Monti dell’Università Orientale di Napoli e all’informatico Federico Sangati (attualmente alla OIST Graduate University del Giappone), con la collaborazione degli utenti di Twitter che hanno risposto alla chiamata del tweet #scritturebrevi #emojitaliano. Siamo tornati a parlare di questo esperimento, per approfondirlo, con la professoressa Chiusaroli.  

Al di là dell’aspetto ludico, che non dev’essere mancato, l’obiettivo del progetto era chiaro: inventare un codice linguistico composto solo da emoji. Per farlo, avete dovuto corredare il testo con una grammatica; ciò differenzia il vostro da alcuni lavori precedenti, ad esempio da Emoji Dick, traduzione del Moby Dick di Melville. Già: ma perché proprio gli emoji? E poi: non avete avuto un po’ di rammarico, nel vedere che se ne sono poi aggiunti molti altri che avrebbero semplificato il lavoro? 

È vero, il nostro lavoro è stato diverso rispetto a Emoji Dick, al quale lavorarono ben ottocento traduttori. A ciascuno di essi veniva di volta in volta assegnato un numero definito di frasi da tradurre, senza che però avvenisse una qualche comunicazione tra loro. La frase veniva poi votata tramite piattaforma, un’operazione pertanto estremamente soggettiva, quantunque bellissima e creativa. Alla base, mancava l’idea di costruire un’autentica lingua. Quel libro, dunque, non è leggibile né in italiano né in inglese, in quanto manca un codice condiviso. Qualsiasi lingua infatti, compresa quella pittografica in emoji, non può funzionare se alla base non c’è una grammatica. La nostra squadra, invece, era composta da una dozzina di volontari che, per nove mesi, dal febbraio al settembre del 2016, hanno lavorato seguendo questa prassi: si traduceva durante il giorno e la sera ero io a tirare le file pubblicando la traduzione ufficiale; ciò conferiva carattere unitario alla traduzione e punti di riferimento lessicali e morfologici a partire dai quali proseguire: a settembre 2016 la lingua (Emojitaliano) era nata, con un lessico condiviso e una struttura sintattica che la rende leggibile “in tutte le lingue del mondo”.

Nel corso del lavoro, infatti, abbiamo dato vita a una scrittura grammaticale semplificata. Qualche esempio: una struttura sintattica fissa soggetto-verbo-oggetto; la frase attiva sempre obbligatoria; l’aggettivo sempre dopo il sostantivo, per cui la bella casa diventa sempre la casa bella; la presenza delle sole forme temporali semplici, ossia l’infinito, il presente, il passato e il futuro; queste ultime forme, in particolare, il passato e il futuro, definite da una freccia orientata rispettivamente verso sinistra e verso destra.

Rispondendo alla domanda, la scelta è caduta proprio sugli emoji perché, in quanto pittogrammi internazionali, li ho subito considerati come interessanti in chiave traduttiva: è un repertorio che sta nelle tastiere di tutti i dispositivi del mondo; previa definizione di uno standard condiviso, può essere aggiunto alla serie dei codici universali della storia, cioè alle scritture leggibili in tutte le lingue che si sono succedute nel tempo. Per quanto riguarda gli aggiornamenti dei nuovi emoji, già durante la prima revisione ci siamo confrontati con un sistema che era stava cambiando; basti pensare che allora non c’erano né la faccina col naso lungo e nemmeno il grillo. Per questo, ho voluto che il lavoro fosse stampato su carta: perché fosse un punto di riferimento anche per il futuro. Come ha affermato Noam Chomsky, le lingue hanno un livello superficiale e un livello profondo: bene, a noi interessava fissare la struttura profonda di quella lingua, la quale, come poi è accaduto, è stata in grado di accogliere dei nuovi simboli.

Dopo l’avventura con Pinocchio, l’Infinito di Leopardi e la partecipazione al progetto di traduzione di alcune parti della Divina Commedia nelle diverse varietà dell’italiano (Emojitaliano compreso), ha aggiunto che si sarebbe occupata della traduzione di celebri incipit della letteratura italiana, tra i quali quello dei Promessi sposi; in queste traduzioni ha dunque aggiunto anche quei nuovi simboli che potremmo definire dei neologismi? 

Sì, nelle nuove traduzioni abbiamo accolto i nuovi simboli che a tutti gli effetti possono essere definiti come dei neologismi. La traduzione dei Promessi Sposi deve ancora arrivare (ed è in programma anche la traduzione del Cantico delle creature). Quest’anno abbiamo tradotto la favola della Tramontana e il sole, un testo di riferimento per la linguistica, in particolare per i metodi della fonetica. Esistono infatti registrazioni di questa favola in tutte le lingue del mondo e nei dialetti italiani.

Ecco, in anteprima, la traduzione in Emojitaliano della favola di Esopo La tramontana e il sole, realizzata dalla prof.ssa Francesca Chiusaroli nell’ambito del corso di Storia della traduzione, a.a. 2021-22, Università di Macerata.

Il lavoro che abbiamo fatto sui termini non si limita solo all’accoglimento dei neologismi. Prendiamo il caso dell’Infinito: nella traduzione in Emojitaliano abbiamo fatto in modo che l’impatto visivo desse anche un senso di evocazione, tipico della lirica. Insomma, l’Emojitaliano non è una lingua algebrica, ma viva, capace di restituire anche sfumature diverse e accogliere i nuovi segni che il Consorzio Unicode decide con regolarità di aggiungere (e che, coi progressivi aggiornamenti dei sistemi operativi, finiscono nelle nostre tastiere). L’accoglimento di nuovi termini non prevede l’aggiornamento della grammatica, bensì l’ampliamento delle voci nel bot dedicato, @emojitalianobot (su Telegram e su Twitter), realizzato per il progetto da Federico Sangati, di fatto un sistema che automatizza la traduzione.

L’uso dei pittogrammi è certamente una scorciatoia per colorire la comunicazione telematica quotidiana. Secondo lei, il ricorso sistematico alle scritture brevi e alle emoji per esprimere sfumature intenzionali ed emotive non impoverisce il lessico di chi ne fa uso, soprattutto dei ragazzi? 

Mettiamola in questi termini: l’esercizio della traduzione in Emojitaliano è una sperimentazione e non parte certo dall’idea sostituire quella naturale. Tuttavia, non impoverisce certo l’uso della lingua; al contrario, è un esercizio che obbliga a leggere i testi. Ci si allena, perciò, in un’attività intersemiotica, ossia in un’attività che fa riflettere sull’uso di codici diversi tra loro. Un esempio che cito sempre è il passo di Pinocchio nel quale sta scritto che Mastro Geppetto e Mastro Ciliegia “se ne dettero un sacco e una sporta”: bene, per tradurlo avrei potuto raffigurare Geppetto nell’atto di dare un sacchetto a Mastro Ciliegia, ma questo avrebbe voluto dire non fare capire nulla del significato; perciò, ho raffigurato la scena con un pugno, la cui traduzione è “picchiare”, ma anche “darne un sacco e una sporta”. Direi quindi che l’Emojitaliano è un modo per conoscere ancora meglio la lingua che si trova scritta nei grandi testi della nostra letteratura.

Passiamo per un momento all’uso che i “digitanti” fanno degli emoji. Dall’osservazione empirica si può notare che l’uso dei pittogrammi si sta evolvendo: alla faccina con le lacrime che rappresenta le risate, ad esempio, molti giovani preferiscono l’immagine del teschio, che rappresenta la frase “mi fa morire dal ridere”. Ha rilevato anche lei questi cambiamenti?

Mi è capitato di leggere più volte in rete dell’opposizione generazionale sulla base dell’uso che si fa degli emoji; parlo della distinzione tra i più giovani e i cosiddetti boomer. Un fenomeno simile era accaduto col sistema di messaggistica Windows Live Messenger (MSN); cliccando su più tasti, era possibile dare vita a pittogrammi digitali (anche in movimento). A un certo punto, questi pittogrammi, così come anche le abbreviazioni (grz per grazie, cmq per comunque e così via), cominciarono a essere abbandonate, in favore di una scrittura per esteso; gli utenti che continuavano a scrivere con le abbreviazioni, peraltro, venivano apostrofati con l’espressione non certo lusinghiera di bimbiminkia.

Oggi, il pregiudizio nei confronti delle abbreviazioni resta forte e credo che sia stia verificando qualcosa di analogo anche nel caso di un certo uso degli emoji. Quando si parla del loro uso reale, però, ci si allontana notevolmente dalla definizione linguaggio universale: si torna a parlare, al contrario, di gerghi e microgerghi che sorgono anche sulla base dell’età e delle caratteristiche sociali di chi li usa. In questo senso, però, ci sono anche degli interessanti casi di normativizzazione interna. Accade, per esempio, nei social network meno popolari, al cui interno si diffondono segni propri e specifici. Personalmente, da linguista, non giudico niente di tutto ciò: al contrario, lo guardo e lo analizzo con grande interesse.

L’evoluzione si vede anche dal punto di vista dell’inclusività, con l’aggiunta di emoji ad hoc.

Sì, anche negli emoji è stato compiuto un percorso d’inclusione. Per esempio, dal punto di vista del genere, il medico non è più soltanto maschio e la ballerina soltanto femmina; si potrebbero poi citare i diversi gradi di colorazione dell’incarnato; ma si è intervenuti anche nell’ambito della disabilità, con l’aggiunta, per fare un altro esempio, degli arti bionici. Nel caso della traduzione della Tramontana e il sole, peraltro, abbiamo usato il braccio bionico per tradurre il concetto di forza. Mi piace ripetere che il linguaggio degli emoji è uno specchio della società. Uno specchio, tuttavia, nel quale però manca sempre qualcosa che invece c’è nel mondo reale. Più che dagli astratti, infatti, il vero problema è costituito dalla traduzione dei termini concreti: non ci sono problemi nella traduzione di parole come volare (si può anche usare, per dire, il pittogramma dell’aereo). Ma quando abbiamo tradotto Pinocchio non c’erano parole come farfalla e in quel caso si riscontravano i più acuti problemi di traduzione.

Il rischio dunque è dover includere idealmente tutti gli oggetti presenti nel mondo, o quasi, rendendo questo linguaggio praticamente inservibile?

Sì, e la storia delle traduzioni, del resto, ci insegna che proprio per questo motivo i sistemi pittografici sono stati sostituiti dall’alfabeto, per la difficoltà a dotarsi di segni sempre più specifici, per cui il repertorio risultava sempre inadeguato rispetto alle esigenze concettuali. Oggi, si è arriva all’avatar di sé stessi, che di fatto rappresenta una deriva di questo linguaggio, dal momento che rappresenta un individuo (il sé stesso) nella sua singolarità. Paradossalmente, la faccina gialla sorridente o triste resta tra i simboli più universali, e dunque più perfetti, di questo codice.

Federico Pani

Una versione ridotta è comparsa sul Piccolo di Cremona del 9 aprile 2022

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