In molti, leggendo il libro, risponderanno affermativamente alla domanda dell’autore: sì, c’è da restare sorpresi di fronte alla varietà di atteggiamenti e al grado di riflessione dei medievali nei confronti dell’ambiente. In Storia dell’ambiente nel Medioevo. Natura, società, cultura (Carocci)¹, Michele Campopiano ripercorre il rapporto mutevole tra i tre elementi indicati dal sottotitolo lungo i mille anni dell’Età di mezzo. Si comincia dall’alto Medioevo, quando il rapporto con l’ambiente si ridefinisce in seguito alla scomparsa dell’autorità centralizzata romana. Paludi e foreste si espandono e gli uomini del tempo assecondano il fenomeno, trovandovi un tornaconto: le paludi forniscono selvaggina e pesce, le foreste ghiande in abbondanza per il pascolo dei maiali. Col tempo, però, l’ingrandirsi delle città accresce la domanda di frumento: avanzano le colture, l’ambiente cambia e si fa più fragile; sicché alle prime instabilità climatiche il sistema entra in sofferenza e arrivano le carestie. Forse ancor più deleterie sono le inondazioni di vaste aree di pianura, funzionali alla coltivazione, che moltiplicano i topi; in ogni caso, l’aumento delle aree antropizzate facilita il passaggio di malattie dagli animali all’uomo: le pulci dei roditori, in specie, diventano i famigerati vettori della peste che nel Trecento fa strame di vite in Asia e in Europa. Natura, società e cultura sono dunque nodi di uno stesso sistema; e i medievali comprendono bene, anche sul piano teorico, che si muovono in modo solidale. A molti di loro, certo, resta oscuro che cosa muova quel rapporto: la punizione divina? Il movimento degli astri? Le leggi di natura? Un grande passo, comunque, è compiuto: si fa strada la consapevolezza che l’uomo agisce sulla natura e che questa, a sua volta, retroagisce sulle attività umane, innescando un circolo. Serve aggiungere che questo libro, pur parlando di Medioevo, è utile anche a noi?
Il Piccolo di Cremona, 10 ottobre 2026
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