Non dimentichiamo l’esempio di Libero Grassi

(Foto di Cristina da Pixabay)

Il 29 agosto di 35 anni fa, a Palermo, quattro colpi di pistola uccisero Libero Grassi, imprenditore tessile; la sua azienda “Sigma” produceva biancheria intima e pigiami da uomo e contava un centinaio di operai. Grassi fu assassinato perché aveva compiuto un affronto imperdonabile al clan mafioso dei Madonia, rifiutandosi di pagare il pizzo.

La denuncia pubblica in televisione

L’imprenditore siciliano era diventato un volto conosciuto dopo la partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro, Samarcanda, andata in onda su Rai3 l’11 aprile del 1991, pochi mesi prima dell’omicidio. Nel suo intervento, Grassi rivendicò la sua dignità di imprenditore e la ferrea volontà di non condividere gli affari con la malavita. Citava inoltre una sentenza emessa pochi giorni prima (4 aprile) dal giudice istruttore di Catania, Luigi Russo. Quella sentenza, in sostanza, riconosceva che pagare il pizzo (ossia la “protezione” dei boss mafiosi) non fosse un reato.

Grassi riportava il senso di alcune parole di Russo: se tutti si fossero rifiutati di pagare, sarebbero sparite migliaia di piccole imprese. Ma l’imprenditore siciliano ribatteva che, se tutti si fossero comportati come lui, non si sarebbero neutralizzate le industrie: si sarebbero neutralizzati gli estorsori. A Santoro, che faceva notava come il giudice di Catania avesse avuto il merito di fare una “fotografia della realtà”, Grassi disse che non sempre erano presenti quelle “necessità” di cui parlava la sentenza, portando sé stesso come esempio: molti, anziché rivolgersi alla malavita per ottenerne i servigi, avrebbero potuto rinunciare all’affare.

L’impegno civile

A Palermo, la voce di Libero Grassi non mancò di farsi sentire: scrisse al “Giornale di Sicilia” e consegnò simbolicamente le chiavi del suo stabilimento al questore per chiedere protezione per la sua azienda e i suoi operai. Per tutta risposta, fu accusato di protagonismo: Salvatore Cozzo, presidente degli industriali di Palermo, disse che stava gettando discredito sull’imprenditoria siciliana e parlò di una “tammurriata” (un gran chiasso). Pochi mesi dopo la sua morte, il 26 settembre 1991, Michele Santoro dal Teatro Biondo di Palermo e Maurizio Costanzo dal suo studio gli dedicarono una serata speciale a reti unificate, seguita da quasi dieci milioni di telespettatori. Salvino Madonia, figlio del boss della Resuttana, fu identificato come il responsabile dell’omicidio e condannato all’ergastolo.

Un’eredità ancora viva

Il valore di quel sacrificio riluce ancora oggi: nel 2004 Palermo fu tappezzata da foglietti anonimi che recitavano: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. I giovani dietro l’iniziativa si sarebbero poi presentati alla vedova di Grassi, Pina Maisano, diventando – come disse lei – suoi “nipoti adottivi”; quei ragazzi avrebbero altresì creato l’associazione Addiopizzo, chiedendo ai consumatori di sostenerli acquistando dai commercianti e industriali che, certificati da un bollino dell’associazione, si erano rifiutati di pagare il pizzo.

Il Piccolo di Cremona, 29 agosto 2026

Lascia un commento