“Il Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”, la mostra al Museo Diocesano di Cremona

(nella doto, da destra: don Gianluca Gaiardi, Francesco Ceretti e Filippo Piazza)

Nacque a Ferrara intorno al 1466 (la data non è sicura) e lì crebbe. Tuttavia, si sentì sempre cremonese: lo dimostra il fatto che Boccaccio Boccaccino si firmò tale (“cremonensis”) fin dalla sua prima opera; e proprio a Cremona fu attivo per lunghi periodi, soprattutto dal 1506 al 1525, data della sua morte. Di questo e molto altro si è parlato durante la conferenza “Dentro Boccaccino: riflessioni in margine alla mostra”, tenutasi nella Sala Bolognini del Palazzo della Diocesi (area da poco ristrutturata nell’ambito dei lavori legati al Museo Diocesano). A tenere la conferenza sono stati Francesco Ceretti (Università degli Studi di Pavia) e Filippo Piazza (Soprintendenza ABAP Brescia e Bergamo), presentati dal rettore della Cattedrale, don Gianluca Gaiardi. I due studiosi, Ceretti e Piazza, sono altresì i due curatori della mostra allestita al Museo Diocesano di CremonaIl Rinascimento di Boccaccio Boccaccino”. Visitabile fino all’11 gennaio, accoglie opere di Boccaccino provenienti sia dalla collezione del Museo stesso, sia da altri prestigiosi musei, come gli Uffizi e Capodimonte. Nell’esposizione, compare anche uno degli acquisti più recenti del Museo: un ampio frammento di una pala d’altare, custodita un tempo nella chiesa cremonese di San Pietro al Po; dopo l’acquisto il frammento, peraltro, è stato sottoposto a un importante restauro.

Nella relazione dei curatori sono stati illustrati due aspetti dell’opera di Boccaccino: da un lato la sua biografia artistica, dall’altro il lavoro di interpretazione, attribuzione e restauro delle sue opere. La vita di Boccaccino si svolse prevalentemente nel Nord Italia, tra Cremona, Ferrara e Venezia. Artista conteso dalle corti rinascimentali, si macchiò però dell’assassinio della sua compagna (ci sono dubbi, infatti, che si trattasse della moglie); fu questo il più probabile motivo che lo spinse a riparare a Venezia, dove ebbe modo di confrontarsi con la scuola pittorica veneta, di cui facevano parte artisti come Bellini e Giorgione (a cui si sarebbe poi aggiunto Tiziano). Tra i molti argomenti introdotti dai curatori, le questioni interpretative sono le più avvincenti. Ad esempio, la celeberrima Zingarella (in mostra) non raffigura certamente una gitana: il nome viene dal fatto che così era stata inventariata nel tardo 1600, in ragione degli abiti “alla turca”; l’ipotesi avanzata dai curatori è che potrebbe trattarsi di una Maria Maddalena, viste alcune analogie col modo di raffigurare lo stesso soggetto in quegli anni. Altro caso difficile riguarda il San Matteo (in mostra): data la foggia orientaleggiante degli abiti, nonché una misteriosa figura che fa capolino dallo sfondo, potrebbe trattarsi dell’antico profeta Sofonia.

Come hanno spiegato i curatori, la mostra è stata anche un’occasione per una ricerca approfondita e inedita sull’artista; una ricerca che non finisce qui: alcune delle scoperte sono così recenti da non essere state ancora registrate nel catalogo (lo strumento comunque migliore per orientarsi nel lavoro dietro l’esposizione). Questa mostra, dunque, potrebbe diventare memorabile. In primo luogo, grazie all’ultima acquisizione – operazione da cui è nata l’idea della mostra – il Museo Diocesano è diventato la collezione più ricca di opere di Boccaccio Boccaccino. In secondo luogo, l’evento contribuisce a rinnovare l’interesse per la ricerca sull’artista, sul quale resta ancora parecchio da scoprire.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

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