Pubblico di seguito un post del linguista (e amico) Daniele Vitali, che ricorda un gigante della glottologia, Luciano Giannelli, da poco scomparso. A Daniele – che ringrazio ancora per avermi concesso di pubblicare qui il suo testo – sarò sempre, infinitamente grato per avermi fatto conoscere Luciano (f.p.).
Nel 2000 andai all’università di Catania per allacciare contatti circa i dialetti gallo-italici di Sicilia. Ricevetti un volume che conteneva un articolo di Luciano Giannelli su analoghe colonie settentrionali in Toscana, di cui l’autore tracciava un profilo “con spirito di servizio” per aiutare i colleghi siciliani a gettar luce sulle proprie realtà grazie a un confronto tra esperienze diverse.
Decisi così di telefonare all’autore, che insegnava dialettologia all’Università di Siena. “Buongiorno Professor Giannelli”, esordii sbagliando tutti gli accenti, perché i nomi di certe misteriose località li avevo visti solo scritti, “ho letto il Suo articolo su Sìllano e Colognòra”. “Ah bene”, rispose lui correggendomi garbatamente, senza quasi che me ne accorgessi, “Sillàno e Cológnora sono due realtà molto interessanti, unitamente a Gombitelli. Ma, come avrà letto, sono anche diverse fra loro, a mio parere”.
Cominciò così una corrispondenza per posta elettronica che, anche se allora nessuno di noi due poteva immaginarlo, sarebbe durata 25 anni: io avevo deciso di registrare a tappeto tutta l’Emilia-Romagna e le aree circostanti, e uno dei miei interessi principali riguardava proprio le realtà di confine; lui si dichiarò subito molto interessato al mio lavoro, poiché aveva sempre ritenuto che, per capire meglio i rapporti tra Italia Settentrionale e Centrale, fosse necessario proprio studiare i dialetti del crinale appenninico che tanto m’incuriosivano. Quanto alle isole linguistiche, oltre a Gombitelli, Colognora e Sillano c’era anche da parlare di Treppio e di Torri, tutti luoghi nei quali mi sarei presto recato col mio amico Roberto Serra, per registrare gli ultimi parlanti (nel caso di Torri c’erano solo vaghi ricordi, ma avrei avuto, molti anni dopo, un clamoroso colpo di fortuna).
Ci appassionammo tanto a quella corrispondenza che decidemmo d’incontrarci di persona: io avevo un milione di domande da fargli, e lui voleva darmi un dischetto (si usavano ancora i floppy disk!) con un suo studio sintattico sulle varietà d’italiano del Veneto e dell’Emilia-Romagna in contrasto con l’italiano parlato in Toscana. Era già arrivato il 2003, e cominciavo ad avere un po’ di esperienza in più: c’incontrammo alla stazione di Firenze ed entrammo nel primo bar del piazzale antistante. Ordinammo due succhi di frutta, decidemmo di darci del tu e cominciammo a scambiare idee e domande: entrambi avevamo diversi misteri da risolvere, e continuammo a parlare finché non ci accorgemmo che avevamo fatto passare l’ora di pranzo e che era ormai pomeriggio inoltrato, e noi eravamo ancora coi nostri due succhi di frutta e coi nostri misteri ma con tante piste di ricerca che un giorno, forse, ci avrebbero portato a una soluzione.
Inutile dire che il nostro scambio proseguì anche negli anni successivi. Io continuavo le ricerche sul campo e lo aggiornavo ad ogni svolta. Lui era interessato a tutto, dalla Lunigiana a Massa con la Garfagnana, da Lucca a Pistoia, a Firenze, Prato e Siena, fino ad Arezzo e ai suoi rapporti con l’Umbria, alle Marche settentrionali. Da giovane aveva battuto in lungo e in largo tutta la Toscana come stavo facendo io con l’Emilia-Romagna: cercava di far luce sull’indebolimento consonantico, che a volte si presentava sotto forma della famosa gorgia di “amiho, ròtha, lupho”, ma nei luoghi più periferici della sua regione assumeva piuttosto le sembianze di una lenizione che lui chiamava “appenninica” e che era la stessa di Roma e del Sud. Mi diceva che secondo lui erano collegate, e che lo erano anche con la sonorizzazione settentrionale di “amìg, ròda, lóv”: sull’argomento aveva pubblicato tanti anni prima, con Leonardo Maria Savoia, due complicatissimi articoli che tanti citavano ma pochi avevano veramente letto (come lui poteva immediatamente riconoscere dal fatto che quelle citazioni affogavano in un mare di luoghi comuni sfatati proprio dal suo lavoro). Io li lessi una, due, tre volte, perché la prosa era difficile, i simboli tantissimi, le conclusioni rivoluzionarie. E intanto lo interpellavo sulle cose che avevano mosso me a fare ricerca, dalla curiosità sulle “cacuminali” di Treppio allo strano assetto di Lizzano in Belvedere e degli altri dialetti dell’alta montagna bolognese, coi loro “amigo, róda, luvo”. Quei luoghi che avevamo ormai visitato varie volte entrambi, cui lui sempre aggiungeva Baragazza dove poi volli assolutamente recarmi anch’io, divennero per me luoghi mitici, con le loro oscure vicende storiche, i loro usi e costumi un po’ strambi come i mascheroni apotropaici in pietra, le loro connessioni linguistiche impreviste dato che ad esempio tra Lizzano e Fiumalbo c’era il Monte Cimone un tempo sempre nevoso e inaccessibile. Io continuavo a interrogarmi, ma l’Appennino tosco-emiliano rimaneva per me una specie di mondo delle fiabe, che esploravo accompagnato discretamente a distanza dal mio amico Luciano, linguista conosciuto e stimato da tutti gli accademici con cui man mano entravo in contatto. “Giannelli ha ragione, come al solito”, mi disse una volta uno di loro.
Luciano mi parlava di tesi di laurea fondamentali custodite presso l’Accademia della Crusca, di ricerche inedite sotto chiave in certi armadi dimenticati di università periferiche, di fenomeni linguistici in arretramento rapidissimo ma documentati fortunosamente da lui e dai suoi colleghi quando io portavo ancora i calzoni corti. E nessuno dei due si stancava mai.
La svolta arrivò quando cominciai a scrivere un testo che doveva inizialmente essere un articolo sui dialetti della Garfagnana e che avrebbe finito per diventare un libro in quattro volumi relativo a tutta l’area di nostro comune interesse. Presi a mandargli il mio lavoro in anteprima, facendo dei pdf perché avevamo computer incompatibili, e ogni volta mi mandava risposte dettagliate e pazienti, con ulteriori piste di approfondimento.
Poi ebbi alcuni anni un po’ turbolenti, e in più la mia scrittura era necessariamente lenta causa gli impegni del lavoro ufficiale e le pubblicazioni di altro tipo (dal dialetto bolognese con Gigén Lîvra alla fonetica del russo con Luciano Canepari), ma lui non pensò mai che, in mancanza di risultati tangibili, sarebbe stato il caso di tirarsi indietro. Anzi, nel 2005 scrisse una bella e spiritosa prefazione alla mia grammatica bolognese (“Questo libro, di cui sto dilazionando la fruizione”), e non mancava mai di inviarmi i suoi libri e articoli.
Nel 2016, poi, lo trovai prontissimo per l’accelerazione finale del mio lavoro glottologico, quando cominciai a mandargli pdf sempre più dettagliati e più lunghi, prima sulla Lunigiana e Firenze e poi su tutto il resto dell’area, allargandomi fino alla Liguria e alle città emiliane di pianura. I suoi commenti si fecero sempre più dettagliati ed entusiasti, prendendo la forma di file di testo (che dovevo convertire, causa la già detta incompatibilità dei nostri computer) i quali iniziavano o finivano con commenti di questo tenore: “Passo di stupore in stupore”, “Sono perfettamente d’accordo col taglio storico ed evolutivo della trattazione”, “Complimenti, come sempre”. Se necessario, ci sentivamo per telefono, anche per ore, dopodiché avevo pagine di appunti da considerare.
Nel 2020 il lavoro era pronto: come ho detto, contava 4 volumi e 1840 pagine, che lui aveva interamente letto e glossato negli anni. Scrisse un’altra prefazione delle sue, creando il personaggio di Giano montanino, che guarda in due direzioni (la Toscana e l’Emilia-Romagna) e trova sempre soluzioni originali nel suo rimanere a cavallo dei monti. Svelò anche un fatto che non conoscevo, ossia che lui stesso aveva concepito un progetto simile al mio, molti anni prima, il quale però non si era mai concretizzato per mancato appoggio economico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’austera istituzione, infatti, riteneva impossibile che un simile lavoro potesse venire realizzato da una persona sola: “L’obiezione del CNR parve e parrebbe non irragionevole. Fatto sta che, ora e qui, un tale lavoro -senza CNR- è stato fatto, in molti anni, da Daniele Vitali, non proprio da solo, date alcune validissime collaborazioni per la raccolta di campo, ma neanche alla direzione di una qualche struttura”.
L’anno successivo si suicidò il mio migliore amico, e io sapevo che da un colpo del genere mi sarei potuto consolare solo andando a fare un ritiro in un posto straordinario che mi rimette a nuovo ogni volta. Il caso vuole che quel luogo prezioso si trovi su una collina della provincia di Siena. Pensai che fosse un’occasione per salutare Luciano, che in vent’anni di amicizia avevo visto di persona una volta sola. “Miasto?”, rispose lui, “non c’è mica bisogno di trovarci alla stazione di Siena per Miasto, perché è nel mio stesso comune! Scendi a Poggibonsi e ti vengo a prendere, poi resti ospite a casa mia per qualche giorno e dopo al tuo ritiro ti ci porto io”. Superato il primo imbarazzo per aver dimostrato al mio Virgilio gorgiante una simile ignoranza in geografia della sua regione, trovai straordinario che il luogo in cui per anni ero andato a meditare e il luogo in cui per ancora più anni avevo mandato un diluvio di pdf fossero l’uno accanto all’altro, nel comune di Casole d’Elsa, che si aggiungeva così alla lista dei miei luoghi mitici in terra d’Etruria.
Accolsi l’invito, e rivedere Luciano, conoscere la sua meravigliosa famiglia con la moglie Mady, la figlia Anna e il nipote Giorgio, fu un momento di sollievo dalle mie ambasce. Mentre pranzavo con loro, e li ascoltavo toscaneggiare in quel modo tanto flagrante quanto naturale, pensai che probabilmente a lui avrebbe fatto la medesima impressione cenare a casa mia a Bologna quando la gente non si era ancora corretta l’eloquio e dunque si poteva ancora sentir parlare di cinni e di rusco, di zavagli e di secchiai. Luciano mi mostrò la stupenda vista di casa sua, indicandomi dove nel dolce paesaggio toscano passavano certe isoglosse di cui mi parlava dopo pranzo, mentre gustavamo insieme i cioccolatini belgi che gli avevo portato.
Miasto come sempre rispose alle mie attese e, anche se la mia commozione per la perdita subita sarebbe rimasta profonda ancora per anni (in effetti fino ad oggi, e probabilmente per sempre), in cinque giorni mi ero tolto un enorme peso di dosso. Venne a riprendermi la figlia Anna e, mentre percorrevamo in auto la strada sterrata fra i boschi per tornare a casa, con mio profondo sbalordimento mi ringraziò per tutto quel che avevo fatto per suo padre: io, che avevo tanto beneficiato di quegli anni di studio e amicizia! “Gli scambi con te gli hanno permesso di continuare gli studi e coltivare i suoi interessi anche una volta andato in pensione, facendogli un gran bene”. Era il colmo, essere ringraziato quando sentivo a mia volta di avere una gratitudine immensa da esprimere!
Passai qualche altro giorno ospite della famiglia Giannelli, che mi portò a vedere tutti i dintorni, e tornai in loco l’anno successivo in occasione di un mio nuovo ritiro a Miasto (meglio ripassare quanto già imparato, il colpo era stato duro). Fu una festa, come l’anno prima, e intanto c’era stata la bella sorpresa di avere un nuovo amico in comune: Federico Pani, bravissimo giornalista pubblicista, mi aveva contattato perché voleva intervistarmi a proposito dei miei quattro volumi, e nel corso del nostro lungo colloquio si era appassionato alla toscanistica. Aveva deciso di conoscere Giannelli, così li misi in contatto e lui lo intervistò. Andò anche a trovarlo, tornando naturalmente a casa entusiasta.
Questa volta io e Luciano parlammo nuovamente di lavoro: il mio “Dialetti emiliani e dialetti toscani” gli aveva dato il destro per diversi ragionamenti sul sistema dei clitici in Emilia e in Toscana, così che lanciò l’idea di un saggio sull’argomento con me e due coautrici. Quel saggio, intitolato “Sintassi periappenninica”, vide la luce, ed entrò a far parte di un grosso volume intitolato “Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari”, una miscellanea di vari autori che Luciano regalò al mondo accademico da lui lasciato nel 2009 col suo pensionamento. Arricchì il volume con propri contributi sulle lingue amerindie, di cui si era occupato in parallelo con le ricerche toscane, e lo pubblicò presso Pendragon di Bologna, il mio storico editore.
Non fu, però, la sua ultima pubblicazione, poiché seguì un volumetto sulla bestemmia in Toscana che uscì con un editore di San Giovanni in Persiceto da me segnalato, e poi il libro “Scritti vagabondi”, coi suoi ultimi inediti che mostravano la varietà degli interessi di questo autore importantissimo, tra i fondatori dell’Atlante Lessicale Toscano, della Rivista Italiana di Dialettologia, del Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena dell’Università di Siena.
Negli ultimi tempi i suoi problemi di salute si erano intensificati. Io continuavo a farmi vivo mandandogli aggiornamenti su uno studio che ho avviato con Lorenzo Ballini circa il confine fra la Toscana e il Lazio, Luciano rispondeva con osservazioni puntuali al materiale che gli inviavo. A un certo punto si è dovuto scusare per la lapidarietà delle risposte, finché il 30 ottobre sono stato avvisato dalla famiglia che il mio amico e mentore non c’era più.
Ho voluto ricordarlo, con tutto l’affetto, la riconoscenza e la stima di cui sono capace.
Ora lascio la parola alla bella intervista che Federico gli aveva fatto nel 2022, ma non senza prima sottolineare che la cosa più bella che ho imparato da Luciano è stata, credo, l’idea che la linguistica si possa e si debba fare anche “con spirito di servizio”.
Daniele Vitali