“Roast in peace”: quando la satira ha il freno a mano

(Immagine: Pixabay – Fun4All)

Il “roast” è una cerimonia comica anglosassone che prevede di sbeffeggiare – loro presenti – una o più persone: una forma sui generis di omaggio. Si tratta, tipicamente, di persone celebri o apprezzate dall’uditorio. La presa in giro è altrettanto tipicamente affidata a dei comici. Proprio a loro è concesso “roastare”, cioè “arrostire”, le persone omaggiate. “Roast In Peace” (gioco di parole con R.I.P., “Rest In Peace”), prodotto e disponibile su Prime Video (Amazon Prime), ha come cornice il finto funerale di 4 celebrità, presenti in studio, naturalmente vive e vegete. Lo show è affidato alla “roastmaster” Michela Giraud, mentre i comici – è loro il compito di “arrostire”, con dei necrologi, le celebrities – sono Corrado Nuzzo, Maria Di Biase, Beatrice Arnera, Edoardo Ferrario, Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. I vip in questione sono Selvaggia Lucarelli, Elettra Lamborghini, Roberto Saviano e Francesco Totti.

Lo spettacolo comincia e procede senza grosse sorprese: qualche “arrostito” ride a denti stretti (Lucarelli e Lamborghini); qualcun altro più volentieri (Saviano). Ma nemmeno da parte dei “roastati”, che hanno una specie di diritto di replica, mancano battute puntute: dice Lucarelli: “Volevate seppellirmi con una risata, ma la buca era già occupata dalle vostre carriere”. Saviano, addirittura, li batte a duello con la loro stessa arma, la risata: “Potevo finire in quel girone dell’Inferno dove ogni minuto Rapone ti dice ‘Ho preparato una domanda per te: come stai’? La stessa domanda per l’eternità” (il riferimento è a una domanda fissa di Rapone nel podcast che conduce insieme a Daniele Tinti, “Tintoria”). Infine, Saviano – che allestisce una gag, facendo il verso al proprio, di podcast – conclude dicendo, autoironicamente: “Questa è solo una barzelletta triste, motivo per cui in vita ero spesso solo”; e afferma poi di tornare sulla sua “nuvoletta bilocale”, che alcuni politici destrorsi definiscono “un lussuoso attico con vista sull’Eden”.

Poi, arriva il turno di Francesco Totti; e qui il meccanismo dello spettacolo si inceppa: già nel corso della performance di Nuzzo e Di Biase, l’ex capitano della Roma mostra insofferenza, e per un momento fa esitare il duo. Ferrario, addirittura, si rifiuta di adempiere al suo compito – giacché, spiega, glielo impedisce la fede romanista –; se la cava “roastando” Luciano Spalletti; e, anzi, innalza una preghiera al Capitano. Ma il punto è che Totti sembra ostile all’idea che si possa scherzare malignamente su di lui; o, quantomeno, rifiuta di vestire i panni della docile autoironia: nel caso di due riferimenti ai soldi, reagisce e mette in difficoltà Arnera e Rossi, i più temerari con lui. L’ultimo è Rapone, che si profonde in scuse e prese di distanza dalle battute: la trovata fa sorridere, ma la forza di deterrenza della popolarità di Totti è inequivocabile. E pure un po’ inquietante: vaso di ferro tra vasi di coccio, la star dello sport non lascia sopravvissuti e infierisce sul finale, citando il Marchese del Grillo: “io so’ io…”.

A scanso di equivoci, e parlando di chi scrive: credo di poter essere definibile, giornalisticamente parlando, un vigliacco. Non ho mai affrontato a viso aperto né politici né tantomeno malavitosi: non ne avrei il coraggio. Tantomeno, pur amando le stroncature, quasi mai parlo male di qualcosa, figurarsi di qualcuno. Questo, sì, per mettere le mani avanti; e, dunque, lode ai comici che fanno satira, o almeno ci provano. E però una cosa va fatta notare: l’impossibilità, pur in un contesto protetto, di satireggiare davvero, fino in fondo, senza timore, il potere che incarna una figura popolarissima come Totti. Perché a portare i comici a mostrarsi intimoriti e trattenuti nei confronti di Totti è sicuramente la sua immensa popolarità, ribadita in studio dalla venerazione del pubblico (che ride per qualsiasi cosa dica il Capitano). Ora: non è questo un esempio di autocensura?

Viene spontaneo chiedersi: fare una battuta su un campione di calcio, anche se di cattivo gusto, anche se poco divertente, può a tal punto atterrire un comico (guardate le loro facce per crederci)? E poi: che cosa c’è da temere? Be’, chiaro: l’ira che i fan della star dello sport, specialmente sui social, provochino una famigerata “shit storm” (o, più elegantemente, una “lapidazione collettiva”, copyright Vera Gheno); e che dunque le loro reazioni si traducano in una cattiva reputazione del performer, la qual cosa può deprimere non poco e costare contratti. Già: e che dire quando di mezzo ci si mettono pure gli avvocati? Meglio non pensarci, data l’evidente sproporzione dei mezzi, che spesso sussiste tra chi insulta e chi è insultato. Naturalmente, non è questo il caso: come dice Michela Giraud nei contenuti extra, i partecipanti hanno (evidentemente) firmato una liberatoria. Insomma, il caso di “Roast In Peace” solleva una questione: sino a che punto si è davvero liberi di fare satira sul potere – in tutte le sue forme possibili: anche quello derivante da motivi sportivi o imprenditoriali, ecc. – oggi in Italia?  

Federico Pani

Il Piccolo di Cremona, 18 ottobre 2025

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