L’italiano e l’arte, l’intervista a Veronica Ricotta

L’italiano è una lingua artistica o una lingua di artisti? Proviamo a rispondere, tornando alle origini del linguaggio dall’arte, segnatamente dell’arte figurativa e pittorica, rivolgendo la domanda a Veronica Ricotta, ricercatrice di Storia della lingua italiana alla Università per Stranieri di Siena. La studiosa, tra i suoi lavori, vanta infatti anche la cura dell’edizione critica del primo testo in volgare italiano sul linguaggio dell’arte, il Libro dell’Arte di Cennino Cennini, composto tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento.

“Potremmo dire che l’italiano è sicuramente una lingua di artisti. Nella sua storia, la lingua letteraria è stata dominante nella questione della lingua e nella ricerca di un italiano unitario. E, come le altre lingue, potremmo dire che è artistica per la sua naturale evoluzione: conosce una perenne spinta al neologismo, alla nascita di nuove parole attraverso consueti meccanismi di formazione, all’assegnazione di nuovi significati a parole già esistenti

Come cominciò a svilupparsi il linguaggio dell’arte in volgare, sul finire del Medioevo?

Essendo un linguaggio tecnico, legato a un sapere pratico, le prime testimonianze scritte del lessico pittorico e figurativo sono più tarde rispetto alla circolazione orale; si trattava, insomma, di un linguaggio che necessariamente già circolava tra gli operai che lavoravano ai cicli di affreschi nei cantieri, così come tra gli artigiani e gli apprendisti che lavoravano nelle botteghe. Tra le testimonianze più antiche di questi termini in volgare italiano troviamo il “Libro dell’arte” di Cennino Cennini, testo già maturo nella sua composizione, tanto che ancora oggi è adottato in contesti contemporanei, come le scuole di restauro e alcune botteghe artigiane.

Ci sono poi altre fonti, più avventizie direi, come i contratti che i committenti stipulavano con gli artisti o, meglio, con gli artefici, come si diceva allora; sono testi pratici: contratti o cedole di pagamento, dove compaiono i nomi delle tecniche e dei materiali impiegati, come i coloranti e, più in generale, ciò che serviva per realizzare l’opera. In generale, se il lessico architettonico ha molti più debiti col linguaggio dotto, quello dell’arte figurativa è invece ben più legato agli ambienti di bottega.

Possiamo vedere la storia di almeno un paio di parole nate allora, poi magari specializzatesi, e arrivate fino ai giorni nostri? Ma prima un piccolo dubbio: perché si sente dire sia acquerello sia acquarello?

In italiano antico il vocabolo acquerello esisteva già prima del “Libro dell’arte” (dove peraltro compare quasi sempre nella forma femminile acquerella), ma con il significato di ‘vinello leggero (ricavato dall’acqua passata sulle vinacce)’, in realtà non così distante, per consistenza, dall’acquerello o acquerella di Cennino, dove indica un composto di inchiostro stemperato con acqua.

La differenza tra acquerello, variante preferibile, e acquarello è dovuta alla preferenza assegnatale dal sistema fonologico toscano (tecnicamente i linguisti chiamano questo fenomeno “alternanza di ar e er intertonica”). Menzionerei subito il verbo disegnare, che originariamente aveva il significato, per così dire, neutro di delimitare; fu proprio Dante, peraltro, a usare il verbo in maniera matura e consapevole con il significato artistico che oggi conosciamo. Un altro termine che si è specializzato è tempera, che indicava la modalità di fare un colore, e che poi è passato a indicare il manufatto stesso: la tempera originariamente era la colla o il rosso d’uovo adoperati per rendere il colore più brillante e facilitarne la stesura. Nel libro di Cennino, troviamo anche la parola maniera, che avrebbe assunto il suo significato proprio solo con Giorgio Vasari, ma che serviva già a indicare il modo di operare di un artista, la riconoscibilità del suo stile.

Parole di lungo corso sono anche miniato e miniatore, sebbene il significato sia leggermente cambiato: il minio, da cui deriva il verbo e il nome, è il colore rosso, che serviva a realizzare le rubriche dei manoscritti (dei piccoli sommari dei capitoli), un colore, all’epoca, più disponibile del più pregiato rosso cinabro. Molti dei termini dei colori nati allora, va detto, si sono conservati fino ai nostri giorni. Compaiono già nel Medioevo, ad esempio, blu oltremarino, il più pregiato tra i colori blu perché derivava dalla macinazione dei lapislazzuli, ma anche altre parole, oltre a quelle più comuni, come indaco, ocra, verderame, vermiglio e porporina, arrivate fino a noi.

Al contrario, un colorante il cui uso e nome sono andati persi era detto baccadeo, in quanto si diceva proveniente dalla città di Bagdad, come nel caso del colore, doppiamente esotico, di indaco baccadeo. Anche altri nomi sono scomparsi dall’uso, come berrettino, biavo e biffo. Uscendo dall’ambito dei colori, ci sono poi alcune parole che non hanno avuto successo, come ammorbidare, che significa ‘mischiare insieme dei colori, sfumare’, presente solo in Cennino. Poi, ci sono invece le parole, decisamente vitali, che il linguaggio di tutti i giorni ha importato dall’arte. Giusto due esempi. La parola adombrare, che ha il significato tecnico di ‘scurire, realizzare le zone d’ombra’, oggi è usato perlopiù nel suo significato figurato e psicologico. Ma anche affresco, se ci si fa caso, viene spesso usato nell’italiano comune nel suo significato traslato: realizzare un affresco di una situazione significa offrire un riassunto complessivo.  

Ci sono altre parole, anche molto comuni, nate più tardi?

Certamente, e alcune parole che potremmo pensare come antiche sono invece più recenti; penso appunto al termine affresco, che viene datato al 1809 (anche se qualche attestazione si può recuperare tra Sei e Settecento), anno dell’ultima redazione della Storia pittorica della Italia dell’abate Luigi Lanzi, dove la parola appare per la prima volta univerbata, col raddoppiamento della effe e la a in principio di parola. La prima attestazione del termine legato a quella tecnica, però, compare proprio nel volume di Cennino, benché nella locuzione in fresco. Quadro, invece, ha una storia particolare: i quadri, o le quadre, vengono già nominati nei testi tre-quattrocenteschi; e anche in Cennino si parla di quadri, ma in riferimento a opere dalla sola forma quadrata. L’uso del termine per come lo conosciamo noi è una parola quattro-cinquecentesca: prima, si ricorreva più volentieri a tavola, dato che la forma poteva anche essere tonda od ogivale.

A riprova del fatto che una lingua si evolve non solo per designare degli oggetti, ma anche le nostre abitudini di usarli o di rapportarci con loro. È così?

Rispondo con un aneddoto significativo. Un famoso storico della lingua, Gianfranco Folena, chiese a un altrettanto famoso storico dell’arte della Normale di Pisa, Matteo Marangoni, «Ma da quando un quadro si chiama in Italia quadro? Dante o il Petrarca non guardavano certo quadri…». Gli uomini e le donne del Medioevo, infatti, guardavano certamente delle opere pittoriche, ma sotto forma di tavole votive e di affreschi, ma non di quadri come li concepiamo noi.

Ci fai ancora qualche esempio lessicale?

Parlavano prima di Dante; bene, la sua opera è una fonte di molte parole legate all’arte, tant’è che molti studiosi hanno avanzato l’ipotesi che avesse una conoscenza diretta degli ambienti artigiani e artistici della Firenze del tempo. Non solo, Dante stesso avrebbe avuto dimestichezza con alcune delle tecniche artistiche: pensiamo all’episodio in cui Dante, nel capitolo XXXIV della Vita nuova, si ritrae nella parte esterna di una bottega, intento a disegnare «uno angelo sopra certe tavolette» tanto da non accorgersi che gli si sono accostati degli interlocutori. La Commedia, poi, si distingue per la ricchezza di colori, che si concentrano soprattutto nel Purgatorio, dal momento che il Paradiso è profondamente intriso di luce, mentre nell’Inferno i colori sono tetri e hanno spesso a che fare col sangue, come perso, sanguigno, vermiglio. Nel Purgatorio, si potrebbe menzionare il canto VII e la descrizione della Valletta dei Principi (“Oro e argento fine, cocco e biacca, / indaco, legno lucido e sereno, / fresco smeraldo in l’ora che si fiacca”, vv. 73-75), dove accanto all’indaco e all’oro, compare anche il cocco, una varietà di rosso simile alla porpora. Non bastasse, un’altra parola messa in circolazione da Dante è artista, sebbene non venga mai usata per designare i pittori di allora: si trattava, allora, di una categoria con un prestigio sociale decisamente inferiore a quello che avrebbe garantito loro appieno, solo in seguito, il titolo di artista.

Federico Pani

Una versione ridotta è uscita sul Piccolo di Cremona, 8 gennaio 2022

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